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ROME 1991, GIULIO ANDREOTTIMolti diranno che è il solito, pretestuoso attacco alla Casta. Ce ne faremo una ragione. Perché leggere che a fine anno barbieri, elettricisti e ragionieri di Camera e Senato torneranno ai fasti di un tempo, arrivando a guadagnare, come nel caso dei consiglieri parlamentari (358mila euro l’anno), più di Mattarella o della Merkel provoca un certo senso di smarrimento oltreché di fastidio. Soprattutto se si calcola che il reddito medio dichiarato dagli italiani è di 20.690 euro l’anno.

Com’è stato possibile? Semplice: le delibere degli Uffici di presidenza delle due Camere che facevano “dimagrire” certe buste paga, datate 2014 (dopo che era scattata la soglia di 240mila euro per i compensi dei dirigenti di Stato), sono state impugnate e un anno dopo la Commissione giurisdizionale e il collegio d’appello si sono pronunciati dichiarando che i tagli erano legittimi ma dovevano essere temporanei: solo tre anni. A meno di una proroga, che sarebbe più “spintanea” che spontanea visto che è stata la stampa a ritirare fuori l’argomento. E che oltretutto pare esclusa.

Lorsignori, insomma, possono tornare a dormire sereni. Noi un po’ meno.

Twitter: @GiorgioVelardi

Editoriale pubblicato l’11 agosto 2017 su La Notizia






Matteo_RenziPer dirla col gergo renziano, a leggere i dati sul lavoro diffusi ieri dall’Istat c’è poco da stare sereni. La pensa così anche Michele Tiraboschi, docente di Economia all’università di Modena e Reggio Emilia e presidente di Adapt, il centro studi sul lavoro fondato da Marco Biagi. “Una politica seria – spiega Tiraboschi – non può esultare per un tasso di disoccupazione in doppia cifra (11,1%) e ancor meno se si confronta col resto d’Europa”.

Eppure professore è quello che sta succedendo…
Se chi festeggia, invece di provare a difendere se stesso, leggesse con spirito critico questi dati avrebbe poco di cui gioire. L’Italia è fanalino di coda in Europa: la Germania ha un tasso di disoccupazione del 3,8%, il Regno Unito del 4,4. Il nostro 11,1% è un’enormità. Il resto è retorica. Sarebbe bello se dopo tre anni di Jobs Act anche chi l’ha voluto capisse cos’è che non funziona adottando dei correttivi.

Proviamo a guardare il bicchiere mezzo pieno: a giugno il tasso di occupazione femminile ha raggiunge il 48,8%. Buona notizia, non crede?
Sì, ma pure in questo caso bisogna fare attenzione ai facili trionfalismi. La vera notizia, leggendo quel dato, è che in Italia una donna su due in età di lavoro non ha un impiego. Nel Mezzogiorno è anche peggio: lavora solo una donna su tre. E le altre due? In questo senso, siamo di gran lunga il Paese peggiore d’Europa. La realtà è che in questi anni è stato fatto troppo poco per favorire l’occupazione femminile, soprattutto in termini qualitativi. È una grandissima emergenza che va presa di petto.

Lei poc’anzi parlava di correttivi da apportare al Jobs Act. Eppure ieri la sottosegretaria Boschi se n’è uscita domandando se qualcuno può ancora negarne il successo…
Credo che da parte della Boschi, ma non solo, ci sia una scarsa capacità di fare autocritica. L’obiettivo del Jobs Act non era quello di aumentare i posti di lavoro, ma di aumentare i posti di lavoro stabili sfruttando fra l’altro l’abolizione dell’art. 18. Invece i dati diffusi dall’Istat ci dicono che dal 1992 ad oggi non abbiamo mai avuto così tanti contratti a termine…

Cos’è che secondo lei proprio non ha funzionato?
Non si vedono le nuove politiche attive. Non è partito il contratto di ricollocazione: dopo tre anni siamo ancora fermi a una sperimentazione per 30.000 persone quando i disoccupati sono oltre 3 milioni. Sono dati oggettivi che confermano come il Jobs Act non stia funzionando nella parte ricostruttiva, oltre la demolizione del vecchio art. 18. Leggendo gli ultimi dati Istat c’è chi dice che qualcosa si muove, ma in realtà si tratta di un arretramento se guardiamo al miglioramento sostanziale che registrano tutti i nostri principali competitor europei.

Al di là del tasso di disoccupazione, l’altra grande questione (se prendiamo per esempio la situazione tedesca o britannica) è quella relativa al tasso di occupazione.
Proprio così. Nei Paesi del Nord Europa il tasso è dell’80% mentre da noi è fermo al 57. Troppo poco.

Qual è la ricetta per invertire la rotta?
Bisognerebbe dire “basta” alla politica del bonus ‘usa e getta’ abbattendo il costo del lavoro e investendo sulle competenze. In Germania ma non solo funziona benissimo uno strumento, l’apprendistato, che garantisce un’interazione fra scuola e mercato del lavoro. Noi invece siamo il Paese dei tirocini a 300 euro. E poi, come dicevo, andrebbero sviluppate politiche attive e di ricollocazione. Il piano Lavoro 4.0 annunciato da noi pochi giorni fa in Germania c’è da tre anni: un gap notevole.

È più un problema di volontà o di incapacità politica?
Direi sicuramente la seconda. In questi tre anni sono state distrutte le vecchie tutele senza costruire le nuove. Renzi, che è riuscito lì dove Berlusconi si era dovuto arrendere, ha messo in un angolo i corpi intermedi pensando di poter fare da solo a colpi di tweet. Una visione totalmente miope.

Articolo scritto il 1° agosto 2017 per La Notizia






Berlusconi visita il comitato elettorale per Bertolaso SindacoUn ex parlamentare che ha già mollato Angelino Alfano lo dice senza mezzi termini: “Se continua così, tra qualche settimana Alternativa popolare non esisterà più. Il 90% di quelli che sono lì dentro non vedono l’ora di andarsene”. Ormai nel partito del ministro degli Esteri siamo al ‘rompete le righe’. L’ex delfino senza quid di Silvio Berlusconi perde pezzi ogni giorno: solo ieri se ne sono andati in due, il presidente della commissione Finanze della Camera, Maurizio Bernardo, e il sottosegretario al Lavoro, Massimo Cassano. Il primo è passato nientemeno che col Pd che, ha detto, “rappresenta la vera e l’unica speranza riformista per il nostro Paese”. Cassano, da tempo con un piede fuori da Ap, rientra in Forza Italia, partito al quale aderì nel 1998 diventando vice coordinatore regionale della Puglia.

Ma le trattative per dare vita a quella che Fabrizio Cicchitto ha definito la “bad company” di FI sono ferventi. Ci sta lavorando – come noto – l’ex ministro Enrico Costa, che pescherà innanzitutto a Montecitorio. Scelta non banale: ‘svuotare’ Ap a Palazzo Madama vorrebbe dire mettere in pericolo la stabilità del Governo, scenario indigesto al Cav. Nessuno al momento ha intenzione di scoprirsi, il riserbo è massimo. Ma fra i nomi che circolano con maggiore insistenza ci sono quelli di Dorina Bianchi e Luigi Casero. I due sottosegretari stanno studiando attentamente la situazione. Così come altri due deputati alfaniani, Gianfranco Sammarco e Antonio Marotta. Nell’operazione rientreranno da subito tosiani e Udc. L’ex sindaco di Verona ha mollato le trattative con la triade Verdini-Alfano-Casini per volgere lo sguardo ad Arcore. Tosi ha 3 deputati (Roberto Caon, Emanuele Prataviera e Matteo Bragantini) e altrettanti senatori: la sua compagna, Patrizia Bisinella, Emanuela Munerato e Raffaela Bellot.

Cesa invece ne ‘controlla’ 4: Angelo Cera, Rocco Buttiglione, Giuseppe De Mita e Paola Binetti. Al Senato, pescando il meno possibile da Ap, ci sono addirittura i margini per formare un gruppo. Detto delle 3 tosiane, i centristi possono fare affidamento su 4 senatori (Riccardo Conti, Giuseppe Esposito, Antonio De Poli e Giuseppe Ruvolo); poi c’è Maurizio Sacconi, che ha sposato il progetto di Stefano Parisi. Totale: 8. “In una legislatura che ha fatto segnare il record di transfughi, trovare due senatori è un gioco da ragazzi”, maligna qualcuno. I nomi? Basta guardare tra i verdiniani.

Twitter: @GiorgioVelardi






1424446538_antonio-razzi1Tutto dipenderà dalla legge elettorale, sulla quale vige ancora l’incertezza più assoluta. Ma certo è che, con la legislatura agli sgoccioli, per i parlamentari abruzzesi è partita la corsa per prenotare un posto tra gli scranni di Camera e Senato per il quinquennio 2018/2023. Per alcuni di loro si tratta di una formalità, per altri – al contrario – la strada si preannuncia in salita, visto che c’è da fare i conti con le regole imposte dai partiti e la tagliola dei risultati raccolti in questi anni fra Roma e i contesti locali. Nel Pd, stando a quanto hanno spiegato a Impaginato.it fonti interne al partito, la ricandidatura della senatrice Stefania Pezzopane sarebbe al momento in fortissimo dubbio. La ex presidente della Provincia dell’Aquila, che nel 2013 sbarcò a Palazzo Madama lasciando la poltrona di assessore della giunta Cialente, rischia di pagare a caro prezzo la recente (e bruciante) sconfitta del candidato sindaco del Pd a L’Aquila, Americo Di Benedetto. E poi, anche se potrà sembrare una nota di colore ma non lo è, perché in politica tutto fa brodo, in molti nei corridoi nel Nazareno non gradiscono il modo in cui la Pezzopane gestisce la relazione con l’ex modello Simone Coccia Colaiuta. Gossip e scivoloni, come il selfie scattato dall’aspirante attore l’anno scorso ad Amatrice dopo il terremoto, pubblicato dalla Pezzopane su Facebook e poi rimosso dopo le polemiche, giudicati non più tollerabili a questi livelli.

Restando sempre dalle parti del partito di Matteo Renzi, sembra che anche per Maria Amato Vittoria D’Incecco le porte d’ingresso in lista verranno sbarrate. La prima, raccontano le stesse fonti, è invisa ai vertici regionali del Pd mentre il destino della D’Incecco è legato a doppio filo a quello del governatore Luciano D’Alfonso (di cui la deputata è stata assessore in entrambe le consiliature dell’ex sindaco al comune di Pescara), che l’anno prossimo vorrebbe fare il grande salto passando dalla Regione al Parlamento. Stesso discorso per il consigliere regionale Camillo D’Alessandro, che dieci giorni fa ha annunciato ufficialmente la propria candidatura. Ancora incerto è il destino di Gianluca Fusilli, il deputato subentrato a Giovanni Legnini eletto vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) il 30 settembre 2014. Non dovrebbero avere problemi, invece, Antonio Castricone e Tommaso Ginoble. Il primo, ex Ds, rientrerebbe in quota-Emiliano, di cui ha sostenuto la candidatura a segretario alle ultime primarie del Pd; Ginoble, già assessore regionale alla Protezione civile legato all’ex ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, può contare su un non indifferente bacino di preferenze: alle primarie teramane del Partito democratico nel 2012 ne prese 2.759, risultando il più votato. Dovrebbe traslocare dalla Camera, dove siede attualmente, al Senato.

Passiamo a Forza Italia (FI). Al momento, il partito di Silvio Berlusconi conta una pattuglia parlamentare ridottissima: appena un deputato, Fabrizio Di Stefano, e due senatori, Paola Pelino e Antonio Razzi. Per il primo, cresciuto nelle file di Alleanza Nazionale, la ricandidatura pare certa anche perché – spiega un parlamentare di FI a Impaginato.it – “con le preferenze batte tutti”. Come Ginoble, anche Di Stefano potrebbe spostarsi da Montecitorio a Palazzo Madama. Vedremo. Ad oggi, anche la Pelino ha ricevuto rassicurazioni sulla sua ricandidatura, anche se “mai dire mai”, chiariscono sempre da FI. Chi invece quasi certamente resterà fuori è Razzi. Come nel caso della Pezzopane, nel partito parecchi non tollerano più le boutade del senatore con la passione per la Corea del Nord e i selfie col presidente siriano Bashar al-Assad. Fra le new entry ci sarà quasi certamente il coordinatore regionale Nazario Pagano mentre aspira a un seggio pure l’ex presidente della Regione Gianni Chiodi. Ma servono i voti, of course.

Più complicata la situazione degli alfaniani, con l’unica eccezione del deputato teramano Paolo Tancredi. La sottosegretaria alla Giustizia, Federica Chiavaroli, è conscia del fatto che se – nella peggiore delle ipotesi – si dovesse votare coi due Consultellum, la soglia di sbarramento dell’8% in vigore al Senato la condannerebbe a restare fuori dal Parlamento. Quindi, nel riposizionamento in corso tra i seguaci del ministro degli Esteri, la Chiavaroli sta cercando una sponda più sicura alla Camera. Lo stesso discorso vale anche per Filippo Piccone (Alternativa popolare) e Giulio Cesare Sottanelli, oggi componente del gruppo che alla Camera riunisce Scelta Civica e i verdiniani di Ala. Con Articolo 1-Mdp sarà invece ricandidato il deputato pescarese Gianni Melilla mentre per i parlamentari del Movimento 5 Stelle (i deputati Andrea CollettiDaniele Del Grosso e Gianluca Vacca e i senatori Enza Blundo e Gianluca Castaldi) decideranno gli iscritti tramite l’ormai rodato sistema della “parlamentarie”.

Articolo scritto il 20 luglio 2017 per Impaginato.it






00d7d4b8b5c7a4bc5c5766875453ca78-460x270Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori. Spesso indignandoci per la trivialità degli insulti che i politici di casa nostra si scambiano in ogni modo possibile, in ultimo tramite i social network la cui “esplosione” li ha portati ad essere l’oggetto privilegiato e più immediato per farlo. Così il post su Facebook col quale Massimo Corsaro ha insultato Emanuele Fiano del Pd non è che l’ultimo di una lunga serie. Vi ricorderete infatti, tanto per rimanere in questa legislatura, di quanto esclamato da Roberto Calderoli (Lega) a proposito di Cécile Kyenge (Pd). In sostanza a luglio 2013, durante un comizio a Treviglio, il vicepresidente del Senato arrivò a paragonare l’ex ministro dell’Integrazione del Governo Letta nientemeno che a un orango. Istigazione al razzismo? Macché: a febbraio 2015 la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di Palazzo Madama ha assolto Calderoli, col paradosso che a difenderlo sono stati pure alcuni senatori del Pd. A proposito di Lega. Sono indubbiamente passati alla storia gli scambi dialettici – tanto per usare un eufemismo – fra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi dopo la caduta del primo Governo del Cav. (1994).

Botte da orbi – Se avete rimosso, proviamo a rinfrescarvi la memoria. Nell’ordine, il Senatùr definì il leader di Forza Italia “un ubriaco da bar”, “il grande fascista”, “nazista, nazistoide, paranazistoide”, “un povero pirla” ma, soprattutto, “il mafioso di Arcore”. Dal canto suo, Berlusconi non le mandò certo a dire. Bossi? È un “pataccaro”, un “cadavere politico”, un “ladro di voti”, “un uomo dalla mentalità dissociata”, insomma uno “sfasciacarrozze” col quale “non mi siederò mai più allo stesso tavolo”. Poi come sappiamo è andata diversamente, ma la storia è questa. Altro duello al fulmicotone è quello che a novembre 2010, col Centrodestra al Governo, andò in scena fra Mara Carfagna e Alessandra Mussolini. Quest’ultima, rea di aver rimbrottato l’allora ministra delle Pari opportunità per un colloquio alla Camera fra lei e Italo Bocchino, passato col partito di Gianfranco Fini dopo la scissione interna al Pdl, si sentì dare della “vajassa”. Termine che nel gergo campano è sinonimo di donna di bassa condizione civile, sguaiata e volgare.

Si salvi chi può – “Quello è stato un atto di cattivissimo gusto che non merita commenti ma che si addice alla persona che l’ha commesso”, tuonò la Carfagna al Mattino: “A Napoli le chiamano vajasse. La Mussolini è colei che in campagna elettorale disegnava le corna sui miei manifesti, che ha portato i cannoli alla conferenza stampa con Alfano. In un partito serio una signora del genere sarebbe stata messa a tacere, invece mai nessuno ha avuto il coraggio di bloccarla”. Apriti cielo. Più o meno come quando nel 2011 il leader de La Destra Francesco Storace diede a Fini del “maiale”. Non meno sguaiate sono state certe espressioni usate dal fondatore del M5S, Beppe Grillo, nei confronti degli avversari politici. Bersani? “Gargamella”. Lupi? “La figlia di Fantozzi”. Berlusconi? “Psiconano”. Napolitano? “Salma”. Formigoni? “Forminchioni”. Prodi? “Alzheimer”. E via dicendo. Se questo è l’andazzo, non resta che dire: si salvi chi può.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 13 luglio 2017 per La Notizia






17027979877_f70256b8ee_bA leggere quanto è accaduto nella direzione del Pd di ieri si capisce perché stavolta Matteo Renzi abbia scelto di mettere da parte lo streaming. Quello andato in scena al Nazareno è stato uno scontro aspro, riassunto perfettamente dalla frase pronunciata dall’ex premier prendendo in prestito Guccini: “Ognuno vada dove vuole andare”.

Un avviso di sfratto bello e buono a chi non la pensa come lui, a cominciare da Orlando e Franceschini che spingono affinché il Pd esca dalla logica isolazionista nella quale l’ex sindaco di Firenze l’ha infilato. Ma questo clima da guerra dei Roses, arroventato dalla sconfitta alle Amministrative, dimostra come in 4 anni Renzi non sia riuscito a cambiare di una virgola un partito dentro al quale, nel 2013, Marianna Madia denunciava di aver visto “ipocrisia” e “opacità” ma anche “un sistema di piccole e mediocri filiere di potere che sono attaccate così al potere stesso da non volerlo cedere di un millimetro”.

Tutti infatti nel Pd vogliono contare più dell’altro, anche a costo di portare la macchina a sbattere (come accaduto ai tempi della mancata elezione di Prodi al Quirinale). “Matteo” è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi






Camera-risparmi-e1475146143897Alla fine i nodi sono venuti al pettine: la promessa di tagliare i vitalizi di ex parlamentari e consiglieri regionali altro non era che uno stratagemma per raggranellare voti in vista di possibili elezioni politiche a settembre.

Passata però la frenesia da urne ecco che la proposta di legge Richetti, ammuffita per quasi due anni nei cassetti della commissione Affari costituzionali di Montecitorio e rispuntata fuori a metà Maggio, viaggia a passo di lumaca. Tra rinvii e cavilli tecnici, il rischio che rimanga un’altra delle “grandi incompiute” di questa legislatura è altissimo. Quasi una certezza. Il presidente dell’Inps Tito Boeri, arci-nemico dell’annoso privilegio, ha stimato che un ricalcolo contributivo dei generosi assegni – che qualcuno ha maturato persino senza mai mettere piede in Parlamento – farebbe risparmiare alle casse di Camera e Senato 760 milioni di euro in dieci anni.

Somma che certo non risolverebbe tutti i problemi del Belpaese, ma che aiuterebbe a ridare alla Politica un briciolo della credibilità perduta. Però si sa: cane non mangia cane. Poveri noi a cui hanno lasciato l’osso.

Twitter: @GiorgioVelardi






10 - ricercatoriElisa, Gianluca, Claudia, Maddalena, Raffaella. Alberto, Emanuela, Gilda. Sono solo alcuni dei 3.500 lavoratori nella Ricerca impiegati con contratti precari in 21 IRCCS, acronimo che sta per Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. Strutture pubbliche, s’intende, dislocate in tutta Italia: dall’Ospedale Gaslini di Genova all’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, solo per fare due esempi. Ma per loro, che da oltre dieci anni – qualcuno addirittura da diciotto – sono parte integrante della ricerca sanitaria pubblica, il 31 dicembre scatterà la tagliola della scadenza del contratto, col rischio di ritrovarsi senza lavoro. Proprio così. La causa affonda le proprie radici nella recente approvazione del Testo unico sul Pubblico Impiego, uno degli ultimi decreti attuativi della riforma Madia. Che, se da una parte prevede un piano di stabilizzazione dei precari della Pubblica Amministrazione, dall’altra esclude in larga parte quelli della ricerca sanitaria. Figure altamente specializzate alle quali, come previsto dal Jobs Act, non possono più essere applicati i contratti atipici (come i co.co.co.). Una situazione paradossale che costringe gli interessati a navigare a vista.

Corsi e ricorsi – Ieri un centinaio di loro (infermieri, biologi, chimici, statistici, amministrativi) si sono radunati allo Spallanzani di Roma, inscenando un simbolico quanto realistico “funerale” della ricerca sanitaria. Altri sit-in si sono svolti in tutta Italia. “Lottiamo da anni contro virus e batteri”, scherza Alessandro pur senza nascondere la propria amarezza, “e poi rischiamo di essere sconfitti dai contratti atipici…”. Emanuela, bioinformatica, precaria da 7 anni, racconta invece che il contratto più lungo che ha firmato è stato di tre anni, “però una volta ne ho sottoscritto pure uno di 6 mesi”. Il suo curriculum? “Una laurea in biologia, un master in bioinformatica, un dottorato in scienze pasteuriane e una specializzazione in microbiologia e virologia. Tutti parlano della ricerca – attacca –. La verità è che in Italia le competenze sono un deterrente. Se ho famiglia? Sì, sono sposata e ho una bambina di due anni e mezzo. Con i contratti atipici, quando sono entrata nel 2010 non era nemmeno possibile sfruttare il nido aziendale”. Luca invece è allo Spallanzani da 15 anni: è un tecnico di laboratorio biomedico. Ha un co.co.co. per il quale rivela di aver dovuto sostenere un concorso. “Il rischio – spiega – non è solo quello rappresentato dai nostri posti di lavoro, per i quali siamo ovviamente molto preoccupati. Se la Regione dovesse indire nuove procedure concorsuali, alle quali i ricercatori ‘puri’ non potrebbero partecipare, andrebbe in blocco l’intero sistema sanitario perché i laboratori rimarrebbero senza personale. Ve lo immaginate?”.

Quante ombre – Gilda, infermiera, precaria da 14 anni, sintetizza tutto con una metafora: “In Italia la ricerca è come un bell’albero che una volta piantato dà buoni frutti che nessuno raccoglie. Vorremmo semplicemente maggiore stabilità, non è chiedere tanto no?”. Claudia,  41 anni, è un’amministrativa. Lavora in maniera diretta col Comitato etico interno dell’IRCCS, gestisce studi clinici sperimentali e i contratti della divisione. “Sono qui da 8 anni”, racconta, “sempre con un co.co.co.”. Nonostante l’esperienza maturata, “in questi anni mi è addirittura capitato di dovermi decurtare lo stipendio”. Tutto vero. Infine c’è Alberto, biostatistico. “Gestisco il database coi dati clinici”, precisa: “Dati che vengono utilizzati per condurre ricerche che presentiamo in Italia e all’estero. Il nostro è un lavoro bellissimo, ma certi giorni il senso di frustrazione causato dalla condizione di precarietà nella quale ci troviamo è difficile da digerire”. “È un fatto increscioso”, dice testualmente l’avvocato Gabriele Fava, esperto in diritto del lavoro. “Oggi doveva essere il tempo della stabilizzazione per uno dei nostri fiori all’occhiello – prosegue il giuslavorista – e invece queste persone rischiano di non poter più lavorare. Come se ne esce? Con una norma correttiva che modifichi la legge Madia. Ma non sarà facile e creerà più di qualche imbarazzo al Governo”.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo pubblicato il 21 giugno 2017 su La Notizia






matteo-renzi-vitaliziTanto rumore per nulla. Sul taglio dei vitalizi il Parlamento prende (e perde) nuovamente tempo. Così la proposta di legge a prima firma Matteo Richetti (Pd), che sarebbe dovuta sbarcare ieri in Aula alla Camera, sarà discussa il 20 giugno. Ovvero fra tre settimane, sempre che non ci siano altri colpi di scena. Un rinvio, quello deciso dalla capigruppo di Montecitorio, che ha il retrogusto amaro della beffa. Non solo perché per dibattere della pdl Richetti ci sono voluti due anni (è stata depositata il 9 luglio 2015) ma soprattutto perché con la pausa estiva di mezzo e le elezioni fra settembre e ottobre la scelta di porre un freno al privilegio più odiato dagli italiani rischia di rimanere una di quelle promesse utili solo a raccattare qualche voto. La proposta del deputato “renziano”, ricordiamolo, prevede il ricalcolo col sistema contributivo degli assegni in essere, maturati con il ben più vantaggioso retributivo (per il presidente dell’Inps Tito Boeri si risparmierebbero 760 milioni di euro in 10 anni). E colpisce, nelle intenzioni, sia gli ex parlamentari (costo 218,1 milioni nel solo 2016) sia gli ex consiglieri regionali (costo 150 milioni lordi stando ai calcoli di “Itinerari previdenziali”).

Circostanza che ha mandato su tutte le furie gli interessati. Gli ex deputati e senatori hanno parlato nientemeno che di un “colpo duro allo Stato di diritto”, mentre gli ex consiglieri hanno mandato una lettera alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio denunciano un’“aggressione contro persone titolari di diritti legittimi” e promettendo battaglia qualora la norma venisse approvata. A ben vedere, però, questo “rischio” non c’è. “Avevamo chiesto di anticipare di sette giorni la discussione, al primo punto dopo la legge elettorale, ma il Pd si fa ostruzionismo da solo, e non ha voluto”, ha attaccato Roberto Fico (M5S). Per il presidente della commissione di Vigilanza Rai, attuale capogruppo dei grillini alla Camera, “a questo punto il mio grande sospetto è che il Pd spera che finisca la legislatura per non approvare mai la proposta di legge sui vitalizi. In calendario – ha fatto notare Fico – hanno addirittura messo la pdl sull’Umbria Jazz”. Non solo la Camera.

Anche a Palazzo Madama ieri si è parlato delle pensioni degli ex parlamentari. Al termine della riunione del consiglio di presidenza, è stato dato mandato ai tre senatori Questori (Antonio De Poli dell’Udc, Lucio Malan di FI e Laura Bottici del M5S) di esaminare le 12 proposte di modifica presentate dai vari gruppi sulla regolamentazione dei vitalizi. L’obiettivo? Effettuare una verifica sulla costituzionalità, la legittimità delle fonti e la compatibilità con la proposta di legge all’esame della Camera. L’impegno è di concludere questo vaglio prima dell’estate, circostanza che ha mandato su tutte le furie la Bottici. “Secondo me si blocca tutto – ha detto senza mezzi termini la senatrice pentastellata –. Il fatto del doppio turno Camera-Senato, che ci sono 12 proposte e noi abbiamo un mese di tempo per trovare una sintesi, poi ad agosto le Aule sono chiuse e dopo avremo la campagna elettorale è tutta fuffa per non togliersi i privilegi”.

Twitter: @GiorgioVelardi






AskingForHelpNelle ultime 24 ore il “dagli addosso al Tar” è diventato il nuovo sport nazionale, sapientemente praticato da Renzi&Franceschini in ottica elettorale. Ma in medio stat virtus, dicevano i latini. E se le leggi sono scritte male, a fronte di ricorsi vari la colpa non può certamente essere di chi le fa rispettare.

Perché nel Belpaese l’andazzo è questo: si scrivono norme pasticciate, confuse, buone per il presente. E se poi dopo qualche mese/anno non vanno più bene? Che problema c’è: le si cambiano, aggiungendo confusione a confusione. Prendete la legge elettorale. Per definire quanto è accaduto negli ultimi due anni, cioè da quando è stato approvato l’Italicum promosso da Matteo Renzi (maggio 2015), nessun altro aggettivo è adatto se non “sconcertante”. Non solo perché nessuno – a differenza di quanto andava dicendo l’allora segretario-premier – ce l’ha copiato; ma perché dopo l’intervento della Consulta, che l’ha dichiarato parzialmente incostituzionale, stiamo assistendo a un ridicolo balletto di veti incrociati e interessi di bottega.

Riassunto delle ultime due settimane. Il 16 maggio il presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, è stato costretto a ritirare il testo base (che estendeva l’Italicum al Senato) presentato 5 giorni prima. A chi non piaceva? Al Pd, di cui è segretario Renzi, quello che «l’Italicum ce lo copierà mezza Europa». Poi è arrivato il Rosatellum, un po’ proporzionale e un po’ maggioritario. Ma pure questo già non va più bene, perché nel frattempo Berlusconi ha detto che lui è favorevole al “tedesco” (proporzionale). Sistema che però – si vedano le simulazioni pubblicate oggi dal Corsera – garantirebbe una maggioranza solo con le larghe intese: Pd, Forza Italia e imprecisati “altri” nel primo caso; 5 Stelle, Lega e FdI nell’altro (ammesso che il partito della Meloni superi lo sbarramento del 5 per cento). 

Buona giornata (e tanti auguri).

Twitter: @GiorgioVelardi






Matteo_Salvini_-_Trento_2015Comprensibilmente delusi, ma pronti a capitalizzare pro domo loro quello che considerano comunque un risultato “straordinario”. I lepenisti d’Italia – da Matteo Salvini e Giorgia Meloni fino a Gianni Alemanno e Francesco Storace – hanno seguito con grande attenzione le notizie che arrivavano dalla Francia. La vittoria del centrista Emmanuel Macron era scontata, ma il 34 per cento circa raccolto dalla leader del Front National ringalluzzisce a suo modo il fronte sovranista di casa nostra. “Grazie Marine Le Pen – twitta il segretario della Lega – chi lotta non perde mai”. E anche la presidente di Fratelli d’Italia gioca in contropiede. “In Francia ha vinto la paura di ribellarsi allo status quo, la paura di tornare padroni delle proprie scelte – ha scritto l’ex ministra della Gioventù su Facebook -. I francesi hanno scelto il volto rassicurante del candidato del sistema” ma il dato raccolto dalla Le Pen “resta straordinario” e “sarà la base sulla quale nascerà il nuovo movimento sovranista francese”.

Per seguire lo spoglio Alemanno e Storace, rispettivamente segretario e presidente del Movimento nazionale per la sovranità, hanno invece riunito i militanti in un noto ristorante della Capitale. Nonostante la sconfitta, dicono l’ex sindaco di Roma e l’ex governatore del Lazio, il risultato della Le Pen “è un monito per il Centrodestra italiano a ritrovare l’unità partendo dalle idee sovraniste”. Linea sulla quale Forza Italia, che si era schierata col repubblicano François Fillon, sembra al momento non concordare pienamente (salvo rare eccezioni come Daniela Santanché). Berlusconi ha chiarito, in un’intervista a La Stampa, che “la signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre, anche se rappresentano sensibilità e stati d’animo diffusi in larghi strati della popolazione, non solo in Francia ma in tutta l’Europa”. E anche sull’euro, che Salvini e gli altri vorrebbero abbandonare, “la nostra soluzione, sostenuta da molti validi economisti, prevede il suo mantenimento soprattutto per le esportazioni e le importazioni e il recupero parziale della nostra sovranità monetaria con l’emissione di una seconda moneta nazionale, con tutti i vantaggi che questo comporterebbe”, ha messo ancora a verbale il Cavaliere.

Per Alemanno però i margini per costruire un percorso comune ci sono. I pilastri su cui deve fondarsi quello che l’ex primo cittadino, parlando con La Notizia, definisce un “sovranismo responsabile e di Governo” sono “l’interesse nazionale e l’uscita dalla crisi economica”. L’ultimo Governo Berlusconi – ricorda ancora Alemanno – “è stato destituito da un colpo di Stato di Bruxelles e Quirinale”, quindi “senza cedere” il Centrodestra deve portare avanti una “battaglia con l’Europa” e con “una Germania che non è disposta a fare compromessi ma che va affrontata a viso aperto”. Certo, “puntare all’unità è l’obiettivo, ma non deve essere un obbligo. Ci vuole coerenza. Berlusconi? Sa anche lui che l’accordo con Renzi è sconveniente oltreché impraticabile: si rischia di consegnare la vittoria nelle mani dei 5 Stelle”. Insomma, trovare la quadra non sarà cosa facile. Tutto starà alla reale volontà degli attori in scena. Vedremo.

Articolo scritto l’8 maggio 2017 per La Notizia






hoax-2097358_960_720Ormai sono quotidianamente sulla bocca di tutti, tanto che la nostra Camera dei deputati, per esplicita volontà della presidente Laura Boldrini, ha dato vita ad una vera e propria campagna per stanarle al grido di #BastaBufale. Stiamo parlando delle famigerate fake news, le notizie false che circolano su Internet e sempre più spesso anche su WhatsApp e che, oltre ad alimentare in certi casi un clima d’odio nei confronti dei malcapitati (nella maggior parte dei casi politici), complici decine di migliaia di condivisioni sui social network, per molti sono diventati un business a tutti gli effetti. E che effetti. Qualcuno, come avevamo raccontato su La Notizia del 15 aprile scorso, il giorno dopo l’ultima bufala fatta circolare sulla sorella (peraltro venuta a mancare) della numero uno di Montecitorio, arriva addirittura a guadagnare la bellezza di 10mila dollari al mese mettendo online una panzana e incassando dalla pubblicità grazie al pay per click.

Che si tratti di un meccanismo da interrompere è lapalissiano. Però attenzione: anche se sembrerà strano, le fake news potrebbero non avere effetti così destabilizzanti sull’opinione pubblica come la maggior parte degli attori – istituzionali e non – pensa.

Basta allarmismo – O almeno a questa conclusione è arrivata una ricerca della Michigan State University e di Oxford, commissionato e finanziato da Google, che si muove in senso opposto rispetto alla discussione in atto finora su questo delicato argomento. Il risultato? Le fake news e l’informazione online non influenzerebbero in modo così determinante le opinioni degli utenti i quali, anche grazie alle innumerevoli possibilità di verifica che offre la Rete, possono appurare se un’informazione è vera o no costruendosi un’opinione più aderente alla realtà dei fatti. “È esagerato pensare che la ricerca online crei dei filtri in cui un algoritmo indovina quali informazioni un utente desidera – rivela lo studio –. Gli utenti maneggiano informazioni diverse per formare un loro punto di vista” e “questo dovrebbe rendere meno allarmisti”. Lo studio è stato condotto su 14mila utenti di sette differenti nazioni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania, Spagna e Italia.

Modus operandi – Agli utenti è stato chiesto come usano la ricerca online, i social media e altre piattaforme per informarsi su candidati (ricorderete le polemiche sul peso che le bufale circolate online hanno avuto nella vittoria di Donald Trump negli Usa), temi politici e per partecipare al processo democratico. Ebbene: più del 50% ha spiegato di aver usato “spesso” o “molto spesso” i motori di ricerca per verificare i fatti, che la disinformazione a volte può ingannare ma l’80% resta abbastanza scettico sulle informazioni trovate online. E ancora: in media, ogni utente consulta 4,5 diversi mezzi per farsi un’opinione (chi è interessato alla politica fa ricorso a 2,4 fonti offline e 2,1 online). L’andazzo varia da paese a paese. Negli Usa c’è una onnivoracità mediatica che non porta a cercare molte notizie di politica, in Francia e Germania gli internauti usano meno i motori di ricerca affidandosi ai media tradizionali. In Italia, dove – conferma la ricerca – l’influenza della Tv resta alta, oltre il 50% degli utenti interpellati mostra un’alta propensione per la ricerca online sia riguardo informazioni nuove sia per verificare notizie sbagliate. Discorso, questo, valido anche per Spagna e Polonia.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 6 maggio 2017 per La Notizia