Ricercatori traditi dal Governo. In migliaia rischiano il posto

10 - ricercatoriElisa, Gianluca, Claudia, Maddalena, Raffaella. Alberto, Emanuela, Gilda. Sono solo alcuni dei 3.500 lavoratori nella Ricerca impiegati con contratti precari in 21 IRCCS, acronimo che sta per Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. Strutture pubbliche, s’intende, dislocate in tutta Italia: dall’Ospedale Gaslini di Genova all’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, solo per fare due esempi. Ma per loro, che da oltre dieci anni – qualcuno addirittura da diciotto – sono parte integrante della ricerca sanitaria pubblica, il 31 dicembre scatterà la tagliola della scadenza del contratto, col rischio di ritrovarsi senza lavoro. Proprio così. La causa affonda le proprie radici nella recente approvazione del Testo unico sul Pubblico Impiego, uno degli ultimi decreti attuativi della riforma Madia. Che, se da una parte prevede un piano di stabilizzazione dei precari della Pubblica Amministrazione, dall’altra esclude in larga parte quelli della ricerca sanitaria. Figure altamente specializzate alle quali, come previsto dal Jobs Act, non possono più essere applicati i contratti atipici (come i co.co.co.). Una situazione paradossale che costringe gli interessati a navigare a vista.

Corsi e ricorsi – Ieri un centinaio di loro (infermieri, biologi, chimici, statistici, amministrativi) si sono radunati allo Spallanzani di Roma, inscenando un simbolico quanto realistico “funerale” della ricerca sanitaria. Altri sit-in si sono svolti in tutta Italia. “Lottiamo da anni contro virus e batteri”, scherza Alessandro pur senza nascondere la propria amarezza, “e poi rischiamo di essere sconfitti dai contratti atipici…”. Emanuela, bioinformatica, precaria da 7 anni, racconta invece che il contratto più lungo che ha firmato è stato di tre anni, “però una volta ne ho sottoscritto pure uno di 6 mesi”. Il suo curriculum? “Una laurea in biologia, un master in bioinformatica, un dottorato in scienze pasteuriane e una specializzazione in microbiologia e virologia. Tutti parlano della ricerca – attacca –. La verità è che in Italia le competenze sono un deterrente. Se ho famiglia? Sì, sono sposata e ho una bambina di due anni e mezzo. Con i contratti atipici, quando sono entrata nel 2010 non era nemmeno possibile sfruttare il nido aziendale”. Luca invece è allo Spallanzani da 15 anni: è un tecnico di laboratorio biomedico. Ha un co.co.co. per il quale rivela di aver dovuto sostenere un concorso. “Il rischio – spiega – non è solo quello rappresentato dai nostri posti di lavoro, per i quali siamo ovviamente molto preoccupati. Se la Regione dovesse indire nuove procedure concorsuali, alle quali i ricercatori ‘puri’ non potrebbero partecipare, andrebbe in blocco l’intero sistema sanitario perché i laboratori rimarrebbero senza personale. Ve lo immaginate?”.

Quante ombre – Gilda, infermiera, precaria da 14 anni, sintetizza tutto con una metafora: “In Italia la ricerca è come un bell’albero che una volta piantato dà buoni frutti che nessuno raccoglie. Vorremmo semplicemente maggiore stabilità, non è chiedere tanto no?”. Claudia,  41 anni, è un’amministrativa. Lavora in maniera diretta col Comitato etico interno dell’IRCCS, gestisce studi clinici sperimentali e i contratti della divisione. “Sono qui da 8 anni”, racconta, “sempre con un co.co.co.”. Nonostante l’esperienza maturata, “in questi anni mi è addirittura capitato di dovermi decurtare lo stipendio”. Tutto vero. Infine c’è Alberto, biostatistico. “Gestisco il database coi dati clinici”, precisa: “Dati che vengono utilizzati per condurre ricerche che presentiamo in Italia e all’estero. Il nostro è un lavoro bellissimo, ma certi giorni il senso di frustrazione causato dalla condizione di precarietà nella quale ci troviamo è difficile da digerire”. “È un fatto increscioso”, dice testualmente l’avvocato Gabriele Fava, esperto in diritto del lavoro. “Oggi doveva essere il tempo della stabilizzazione per uno dei nostri fiori all’occhiello – prosegue il giuslavorista – e invece queste persone rischiano di non poter più lavorare. Come se ne esce? Con una norma correttiva che modifichi la legge Madia. Ma non sarà facile e creerà più di qualche imbarazzo al Governo”.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo pubblicato il 21 giugno 2017 su La Notizia

Vitalizi, tanto rumore per nulla. Già affossata la legge Richetti

matteo-renzi-vitaliziTanto rumore per nulla. Sul taglio dei vitalizi il Parlamento prende (e perde) nuovamente tempo. Così la proposta di legge a prima firma Matteo Richetti (Pd), che sarebbe dovuta sbarcare ieri in Aula alla Camera, sarà discussa il 20 giugno. Ovvero fra tre settimane, sempre che non ci siano altri colpi di scena. Un rinvio, quello deciso dalla capigruppo di Montecitorio, che ha il retrogusto amaro della beffa. Non solo perché per dibattere della pdl Richetti ci sono voluti due anni (è stata depositata il 9 luglio 2015) ma soprattutto perché con la pausa estiva di mezzo e le elezioni fra settembre e ottobre la scelta di porre un freno al privilegio più odiato dagli italiani rischia di rimanere una di quelle promesse utili solo a raccattare qualche voto. La proposta del deputato “renziano”, ricordiamolo, prevede il ricalcolo col sistema contributivo degli assegni in essere, maturati con il ben più vantaggioso retributivo (per il presidente dell’Inps Tito Boeri si risparmierebbero 760 milioni di euro in 10 anni). E colpisce, nelle intenzioni, sia gli ex parlamentari (costo 218,1 milioni nel solo 2016) sia gli ex consiglieri regionali (costo 150 milioni lordi stando ai calcoli di “Itinerari previdenziali”).

Circostanza che ha mandato su tutte le furie gli interessati. Gli ex deputati e senatori hanno parlato nientemeno che di un “colpo duro allo Stato di diritto”, mentre gli ex consiglieri hanno mandato una lettera alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio denunciano un’“aggressione contro persone titolari di diritti legittimi” e promettendo battaglia qualora la norma venisse approvata. A ben vedere, però, questo “rischio” non c’è. “Avevamo chiesto di anticipare di sette giorni la discussione, al primo punto dopo la legge elettorale, ma il Pd si fa ostruzionismo da solo, e non ha voluto”, ha attaccato Roberto Fico (M5S). Per il presidente della commissione di Vigilanza Rai, attuale capogruppo dei grillini alla Camera, “a questo punto il mio grande sospetto è che il Pd spera che finisca la legislatura per non approvare mai la proposta di legge sui vitalizi. In calendario – ha fatto notare Fico – hanno addirittura messo la pdl sull’Umbria Jazz”. Non solo la Camera.

Anche a Palazzo Madama ieri si è parlato delle pensioni degli ex parlamentari. Al termine della riunione del consiglio di presidenza, è stato dato mandato ai tre senatori Questori (Antonio De Poli dell’Udc, Lucio Malan di FI e Laura Bottici del M5S) di esaminare le 12 proposte di modifica presentate dai vari gruppi sulla regolamentazione dei vitalizi. L’obiettivo? Effettuare una verifica sulla costituzionalità, la legittimità delle fonti e la compatibilità con la proposta di legge all’esame della Camera. L’impegno è di concludere questo vaglio prima dell’estate, circostanza che ha mandato su tutte le furie la Bottici. “Secondo me si blocca tutto – ha detto senza mezzi termini la senatrice pentastellata –. Il fatto del doppio turno Camera-Senato, che ci sono 12 proposte e noi abbiamo un mese di tempo per trovare una sintesi, poi ad agosto le Aule sono chiuse e dopo avremo la campagna elettorale è tutta fuffa per non togliersi i privilegi”.

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Il problema non sono i Tar, ma i nostri politici (vedi alla voce “legge elettorale”)

AskingForHelpNelle ultime 24 ore il “dagli addosso al Tar” è diventato il nuovo sport nazionale, sapientemente praticato da Renzi&Franceschini in ottica elettorale. Ma in medio stat virtus, dicevano i latini. E se le leggi sono scritte male, a fronte di ricorsi vari la colpa non può certamente essere di chi le fa rispettare.

Perché nel Belpaese l’andazzo è questo: si scrivono norme pasticciate, confuse, buone per il presente. E se poi dopo qualche mese/anno non vanno più bene? Che problema c’è: le si cambiano, aggiungendo confusione a confusione. Prendete la legge elettorale. Per definire quanto è accaduto negli ultimi due anni, cioè da quando è stato approvato l’Italicum promosso da Matteo Renzi (maggio 2015), nessun altro aggettivo è adatto se non “sconcertante”. Non solo perché nessuno – a differenza di quanto andava dicendo l’allora segretario-premier – ce l’ha copiato; ma perché dopo l’intervento della Consulta, che l’ha dichiarato parzialmente incostituzionale, stiamo assistendo a un ridicolo balletto di veti incrociati e interessi di bottega.

Riassunto delle ultime due settimane. Il 16 maggio il presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, è stato costretto a ritirare il testo base (che estendeva l’Italicum al Senato) presentato 5 giorni prima. A chi non piaceva? Al Pd, di cui è segretario Renzi, quello che «l’Italicum ce lo copierà mezza Europa». Poi è arrivato il Rosatellum, un po’ proporzionale e un po’ maggioritario. Ma pure questo già non va più bene, perché nel frattempo Berlusconi ha detto che lui è favorevole al “tedesco” (proporzionale). Sistema che però – si vedano le simulazioni pubblicate oggi dal Corsera – garantirebbe una maggioranza solo con le larghe intese: Pd, Forza Italia e imprecisati “altri” nel primo caso; 5 Stelle, Lega e FdI nell’altro (ammesso che il partito della Meloni superi lo sbarramento del 5 per cento). 

Buona giornata (e tanti auguri).

Twitter: @GiorgioVelardi

Elezioni presidenziali in Francia, lepenisti d’Italia delusi ma non troppo

Matteo_Salvini_-_Trento_2015Comprensibilmente delusi, ma pronti a capitalizzare pro domo loro quello che considerano comunque un risultato “straordinario”. I lepenisti d’Italia – da Matteo Salvini e Giorgia Meloni fino a Gianni Alemanno e Francesco Storace – hanno seguito con grande attenzione le notizie che arrivavano dalla Francia. La vittoria del centrista Emmanuel Macron era scontata, ma il 34 per cento circa raccolto dalla leader del Front National ringalluzzisce a suo modo il fronte sovranista di casa nostra. “Grazie Marine Le Pen – twitta il segretario della Lega – chi lotta non perde mai”. E anche la presidente di Fratelli d’Italia gioca in contropiede. “In Francia ha vinto la paura di ribellarsi allo status quo, la paura di tornare padroni delle proprie scelte – ha scritto l’ex ministra della Gioventù su Facebook -. I francesi hanno scelto il volto rassicurante del candidato del sistema” ma il dato raccolto dalla Le Pen “resta straordinario” e “sarà la base sulla quale nascerà il nuovo movimento sovranista francese”.

Per seguire lo spoglio Alemanno e Storace, rispettivamente segretario e presidente del Movimento nazionale per la sovranità, hanno invece riunito i militanti in un noto ristorante della Capitale. Nonostante la sconfitta, dicono l’ex sindaco di Roma e l’ex governatore del Lazio, il risultato della Le Pen “è un monito per il Centrodestra italiano a ritrovare l’unità partendo dalle idee sovraniste”. Linea sulla quale Forza Italia, che si era schierata col repubblicano François Fillon, sembra al momento non concordare pienamente (salvo rare eccezioni come Daniela Santanché). Berlusconi ha chiarito, in un’intervista a La Stampa, che “la signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre, anche se rappresentano sensibilità e stati d’animo diffusi in larghi strati della popolazione, non solo in Francia ma in tutta l’Europa”. E anche sull’euro, che Salvini e gli altri vorrebbero abbandonare, “la nostra soluzione, sostenuta da molti validi economisti, prevede il suo mantenimento soprattutto per le esportazioni e le importazioni e il recupero parziale della nostra sovranità monetaria con l’emissione di una seconda moneta nazionale, con tutti i vantaggi che questo comporterebbe”, ha messo ancora a verbale il Cavaliere.

Per Alemanno però i margini per costruire un percorso comune ci sono. I pilastri su cui deve fondarsi quello che l’ex primo cittadino, parlando con La Notizia, definisce un “sovranismo responsabile e di Governo” sono “l’interesse nazionale e l’uscita dalla crisi economica”. L’ultimo Governo Berlusconi – ricorda ancora Alemanno – “è stato destituito da un colpo di Stato di Bruxelles e Quirinale”, quindi “senza cedere” il Centrodestra deve portare avanti una “battaglia con l’Europa” e con “una Germania che non è disposta a fare compromessi ma che va affrontata a viso aperto”. Certo, “puntare all’unità è l’obiettivo, ma non deve essere un obbligo. Ci vuole coerenza. Berlusconi? Sa anche lui che l’accordo con Renzi è sconveniente oltreché impraticabile: si rischia di consegnare la vittoria nelle mani dei 5 Stelle”. Insomma, trovare la quadra non sarà cosa facile. Tutto starà alla reale volontà degli attori in scena. Vedremo.

Articolo scritto l’8 maggio 2017 per La Notizia

Fake news, meno peggio del previsto

hoax-2097358_960_720Ormai sono quotidianamente sulla bocca di tutti, tanto che la nostra Camera dei deputati, per esplicita volontà della presidente Laura Boldrini, ha dato vita ad una vera e propria campagna per stanarle al grido di #BastaBufale. Stiamo parlando delle famigerate fake news, le notizie false che circolano su Internet e sempre più spesso anche su WhatsApp e che, oltre ad alimentare in certi casi un clima d’odio nei confronti dei malcapitati (nella maggior parte dei casi politici), complici decine di migliaia di condivisioni sui social network, per molti sono diventati un business a tutti gli effetti. E che effetti. Qualcuno, come avevamo raccontato su La Notizia del 15 aprile scorso, il giorno dopo l’ultima bufala fatta circolare sulla sorella (peraltro venuta a mancare) della numero uno di Montecitorio, arriva addirittura a guadagnare la bellezza di 10mila dollari al mese mettendo online una panzana e incassando dalla pubblicità grazie al pay per click.

Che si tratti di un meccanismo da interrompere è lapalissiano. Però attenzione: anche se sembrerà strano, le fake news potrebbero non avere effetti così destabilizzanti sull’opinione pubblica come la maggior parte degli attori – istituzionali e non – pensa.

Basta allarmismo – O almeno a questa conclusione è arrivata una ricerca della Michigan State University e di Oxford, commissionato e finanziato da Google, che si muove in senso opposto rispetto alla discussione in atto finora su questo delicato argomento. Il risultato? Le fake news e l’informazione online non influenzerebbero in modo così determinante le opinioni degli utenti i quali, anche grazie alle innumerevoli possibilità di verifica che offre la Rete, possono appurare se un’informazione è vera o no costruendosi un’opinione più aderente alla realtà dei fatti. “È esagerato pensare che la ricerca online crei dei filtri in cui un algoritmo indovina quali informazioni un utente desidera – rivela lo studio –. Gli utenti maneggiano informazioni diverse per formare un loro punto di vista” e “questo dovrebbe rendere meno allarmisti”. Lo studio è stato condotto su 14mila utenti di sette differenti nazioni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania, Spagna e Italia.

Modus operandi – Agli utenti è stato chiesto come usano la ricerca online, i social media e altre piattaforme per informarsi su candidati (ricorderete le polemiche sul peso che le bufale circolate online hanno avuto nella vittoria di Donald Trump negli Usa), temi politici e per partecipare al processo democratico. Ebbene: più del 50% ha spiegato di aver usato “spesso” o “molto spesso” i motori di ricerca per verificare i fatti, che la disinformazione a volte può ingannare ma l’80% resta abbastanza scettico sulle informazioni trovate online. E ancora: in media, ogni utente consulta 4,5 diversi mezzi per farsi un’opinione (chi è interessato alla politica fa ricorso a 2,4 fonti offline e 2,1 online). L’andazzo varia da paese a paese. Negli Usa c’è una onnivoracità mediatica che non porta a cercare molte notizie di politica, in Francia e Germania gli internauti usano meno i motori di ricerca affidandosi ai media tradizionali. In Italia, dove – conferma la ricerca – l’influenza della Tv resta alta, oltre il 50% degli utenti interpellati mostra un’alta propensione per la ricerca online sia riguardo informazioni nuove sia per verificare notizie sbagliate. Discorso, questo, valido anche per Spagna e Polonia.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 6 maggio 2017 per La Notizia

Martina, Rossi e i sindaci. Renzi prepara la segreteria

Matteo_Renzi_2Ai tempi della vittoria alle primarie del 2013 contro Gianni Cuperlo e Pippo Civati, quando Matteo Renzi stava “costruendo” la sua prima segreteria, i fedelissimi ripetevano all’unisono: “Da chi sarà composta? Luca Lotti e gli altri”. Oggi il “braccio ambidestro” del nuovo-vecchio segretario è al Governo: ministro dello Sport con delega all’Editoria. Così la certezza della nuova squadra che sarà annunciata dall’ex premier nei prossimi giorni porta il nome di Maurizio Martina. Pur non essendo un “renziano” della prima ora, l’ex premier lo ha scelto come suo secondo nel ticket per le primarie. Superfluo dire che sarà il vice-segretario, pur senza mollare la poltrona di ministro dell’Agricoltura. E gli altri? In queste ore le ipotesi si rincorrono e nessuno vuole scoprire le carte.

La volta buona – Ma oltre a Martina qualche certezza c’è. Il ruolo di responsabile organizzazione – per esempio – sarà affidato ad Andrea Rossi, 40enne emiliano-romagnolo braccio destro del presidente Stefano Bonaccini. Il suo nome circola da diversi mesi, cioè da quando Renzi aveva manifestano l’intenzione di operare un “rimpasto” della segreteria uscente che poi, causa la sconfitta al referendum, non c’è mai stato. Ora però per lui sembra essere “la volta buona”, per dirla col leader dem. In squadra dovrebbe poi essere confermato un altro fedelissimo, Matteo Ricci, che oltre al ruolo di vicepresidente del partito da ottobre 2016 ricopre pure quello di responsabile Enti locali. Fra le new entry, uno dei nomi dati per certo è quello della viceministra dello Sviluppo economico, Teresa Bellanova.

Le trattative – In segreteria dovrebbero poi trovare spazio anche Chiara Gribaudo, deputata torinese molto attenta ai temi del lavoro e dei diritti civili che alle primarie ha sostenuto l’ex premier, e l’ex lettiana Anna Ascani. Ci saranno Matteo Richetti (portavoce della mozione congressuale), l’economista Tommaso Nannicini e l’imprescindibile Lorenzo Guerini. Così come alcuni sindaci. I nomi che circolano con insistenza sono quelli di Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria), Davide Galimberti (Varese) e Dimitri Russo, primo cittadino di Castel Volturno (Caserta), città che Renzi visiterà prossimamente. Nell’ottica di “una squadra plurale e unitaria”, per dirla con Martina, dovrebbero poi fare il loro ingresso figure vicine ad Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ma è ancora presto per sapere chi.

Articolo scritto il 4 maggio 2017 con Stefano Iannaccone per La Notizia

Tutti in fuga da Alfano. Ecco chi sogna di tornare in Forza Italia

SECONDO TENTATIVO DI CONSULTAZIONI AL QUIRINALEQualche pezzo se l’è già perso per strada nei mesi scorsi, come nel caso di Maurizio Sacconi, che ha aderito al nuovo movimento di Stefano Parisi, e del vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito, passato all’Udc. Ma con le elezioni sullo sfondo – sia che si voti nei prossimi mesi sia nel 2018 – dentro al partito di Angelino Alfano, Alternativa Popolare, sono tanti quelli con la valigia pronta direzione Forza Italia. O almeno così raccontano a La Notizia fonti di entrambi gli schieramenti. L’antipasto è andato in scena la settimana scorsa quando Massimo Cassano, sottosegretario al Lavoro del Governo Gentiloni, aveva sostanzialmente lasciato Ap per tornare sotto l’ala protettiva di Silvio Berlusconi. Era tutto fatto, con tanto di candidatura blindata al prossimo giro e il ruolo di vice coordinatore regionale di FI nella “sua” Puglia in tasca.

Ma poi il senatore barese è stato costretto a fare dietrofront. Il motivo? Un berlusconiano di rango racconta che gli altri parlamentari pugliesi del partito del Cavaliere, a cominciare da Francesco Paolo SistoElvira Savino e dal coordinatore pugliese Luigi Vitali, hanno mostrato il pollice verso minacciando l’addio nel caso in cui Cassano (che a novembre 2013 ha seguito Alfano in Ncd) fosse tornato tra le file azzurre.

Avanti prego – Insomma, il clima che si respira è questo. Così, anche nell’ottica di una legge elettorale con una soglia di sbarramento che Ap, oggi ancorata al 3%, non riuscirebbe a superare, a meditare il passaggio in FI per non rimanere fuori dal Parlamento non c’è solo Cassano. Anche il ministro degli Affari regionali, Enrico Costa, è infatti dato tra i partenti. In questo caso, le chance di un suo possibile ritorno all’ovile sono più alte rispetto a quelle del collega di partito e Governo. Quando era nel Pdl qualcuno lo definiva come un mini-Ghedini, anche perché il 47enne avvocato di Cuneo è stato il relatore del Lodo Alfano, lo scudo penale per le 4 più alte cariche dello Stato poi dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Ma andiamo avanti. Un altro nome che figura sulla lista è quello di Maurizio Bernardo, attuale presidente della commissione Finanze di Montecitorio. Uno cresciuto in FI: nel ’94 era infatti responsabile dei club della Lombardia.

Senza fretta – Discorso, questo, valido anche per un altro ex forzista della prima ora come l’oggi viceministro dell’Economia, Luigi Casero. Lo stesso sospettato, non più tardi di due anni fa, di essere dietro alla norma “salva-Silvio” contenuta nel decreto fiscale. Ipotesi poi seccamente smentita dall’interessato in una delle rare interviste concesse ai giornali. Fra quelli che stanno meditando sul da farsi, spiegano ancora fonti di FI, c’è pure il deputato siciliano Antonino Minardo, mentre il neo presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Salvatore Torrisi, non vuole forzare i tempi dopo il polverone suscitato dalla sua nomina. Poi, quando le acque si saranno calmate, si vedrà.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 maggio 2017 per La Notizia

Primarie Pd, perché quella di Renzi è una vittoria a metà

Renzi_2A sentire i suoi fedelissimi, sembra che la rielezione di Matteo Renzi alla guida del Pd abbia cancellato improvvisamente tutti  i problemi che dal 4 dicembre in poi hanno colpito il partito di Largo del Nazareno. Un’analisi più profonda del successo ottenuto dal nuovo-vecchio segretario imporrebbe invece un giudizio diverso. Nonostante il risultato finale delle primarie, infatti, la forza che l’ex sindaco di Firenze si ritrova oggi tra le mani è indubbiamente più debole rispetto a quella che nel 2014, dopo il 40,8 per cento raccolto alle Europee, sembrava non lasciare scampo agli avversari (a cominciare dal Movimento 5 Stelle). Sul tavolo di Renzi ci sono almeno 5 questioni che andranno affrontate da qui ai prossimi mesi e che non ammettono rinvii. La prima riguarda la gestione interna del Pd.

In questi anni l’atteggiamento dell’ex premier non è stato certamente inclusivo, come dimostra la scissione di bersaniani e dalemiani (ma non solo). È presto per dire se “Matteo” riuscirà ad evitare nuove fuoriuscite, ma la “guerra” sulle percentuali raccolte domenica dai tre candidati è un antipasto che non fa ben sperare. Ieri Sandra Zampa, responsabile comunicazione della mozione di Andrea Orlando, ha chiesto ufficialmente il riconteggio dei voti contribuendo a tenere il clima infuocato, come se non bastasse il fatto che tre giorni fa – seconda questione – sono andate ai gazebo circa un milione di persone in meno di quelle che votarono nel 2013. E che lo stesso Renzi è stato eletto con oltre 600 mila voti in meno della precedente tornata. Un’emorragia di cui, volente o meno, dovrà tenere conto. Terzo punto: il nodo alleanze. L’ex inquilino di Palazzo Chigi ha chiuso le porte a Mdp dicendo di voler dare vita ad una “grande coalizione coi cittadini e non coi presunti partiti”.

Ma la frammentazione dello scenario rischia di farlo finire, nell’ottica di una legge elettorale che dopo tante mediazioni non garantisca la governabilità (quarta spina nel fianco), tra le braccia di Forza Italia. Scenario che certamente non dispiacerebbe a Berlusconi, ingabbiato da Salvini e Meloni, ma che trova favorevole solo il 25% degli elettori dem interpellati da Ipr Marketing. Meglio sarebbe invece un ticket con Pisapia e scissionisti (55%). Infine c’è il rapporto col Governo Gentiloni. In pubblico il segretario e i suoi sodali, come il reggente del partito Matteo Orfini, ripetono che “il Pd è il principale partito che sostiene l’Esecutivo” e che “adesso sarà più semplice farlo”. Ma chi conosce Renzi sa della sua sfrenata voglia di tornare a comandare, non tanto dal Nazareno quanto da Palazzo Chigi. Mattarella permettendo.

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Articolo scritto il 3 maggio 2017 per La Notizia

Primo Maggio, la festa delle banalità

senza-lavoro-Da tanti, troppi anni il 1° maggio è diventato il giorno in cui va in scena la fiera delle banalità. Dal presidente della Repubblica ai partiti ai sindacati, il cui ruolo appare sempre più enigmatico (vedi il caso Alitalia), ci sentiamo ripetere che «serve fare di più per il lavoro», che «il lavoro è una priorità» etc. Moniti che vengono puntualmente disattesi a partire dal giorno seguente. A dicembre 2008 il tasso di disoccupazione in Italia si attestava al 6,8 per cento, oggi è all’11,9 (la media Ue è dell’8,6); quello giovanile è al 35,2 per cento con punte del 58,7 in Calabria.

Eppure negli ultimi nove anni si sono alternati la bellezza di 5 Governi. Da quello guidato da chi diceva che la crisi non esisteva perché «i ristoranti sono pieni» a quello con a capo l’enfant prodige di Rignano sull’Arno, il Belpaese si è trasformato da Repubblica fondata sul lavoro a Repubblica fondata su disoccupazione e inutili bonus. Ieri Repubblica ha calcolato che nei tre anni di Governo Renzi sono stati spesi 50 miliardi di euro di bonus – due volte la manovra dello scorso anno – che hanno avuto un impatto non proprio esplosivo sull’economia.

Non ci voleva un Premio Nobel per l’economia per capire che in un Paese nel quale il Pil cresce sì e no dell’uno per cento all’anno questi non sarebbero stati altro che un pannicello caldo. Ma ormai quel che è fatto è fatto. Così come forse non era difficile comprendere che invece di continuare a predicare la dottrina della «flessibilità», in un’Italia nella quale chi perde il posto si ritrova nelle mani di Dio, sarebbe stato più utile creare un sistema di reinserimento adeguato. Così non è stato. Quindi oggi suonano francamente stonati e ipocriti quegli appelli a metterci più impegno. Ad maiora!

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Da Renzi solo superficialità. Staino vota Orlando per riunire il Centrosinistra

Sergio_StainoSergio Staino non è uno abituato a disertare appuntamenti così importanti. Ecco perché domani l’ex direttore de l’Unità, vignettista e “papà” di Bobo, sarà fra coloro che sceglieranno il nuovo segretario del Pd. Nonostante una disaffezione generalizzata per le primarie, alle quali dovrebbero partecipare, dicono i sondaggi, circa la metà di iscritti e simpatizzanti del 2013. “Voterò per Andrea Orlando perché credo che un suo buon risultato possa contribuire a riunire il Centrosinistra, un lavoro che Matteo Renzi ha più difficoltà a realizzare”, spiega Staino a La Notizia.

Il rapporto fra voi due non è mai stato idilliaco…
Ha avuto degli alti e dei bassi, lo chiamerei dialettico, com’è giusto che sia all’interno di un partito di tante anime. Al di là delle questioni personali, è indubbio che l’ex sindaco di Firenze abbia la vittoria in tasca. Mi piacerebbe che dopo queste primarie Renzi si convincesse a svolgere un lavoro collegiale, senza continuare a fare di testa sua, com’è successo finora. Il Pd deve rispettare tante anime, non una sola.

In questo, secondo lei, “Matteo” va rimandato senza appello.
Direi proprio di sì. Se vittoria sarà, mi auguro sia “temperata”: Renzi deve seguire i consigli di chi ne sa più di lui, guardarsi intorno, senza ripetere esperienze come quella de l’Unità, per esempio. Ci ha ignorati fin dall’inizio, non è stato piacevole…

Perché il Guardasigilli e non Emiliano? Anche lui vuole tagliare i ponti con l’esperienza dell’ex premier.
Non lo prendo neanche in considerazione. Gliel’ho detto anche a quattr’occhi: fin quando sarà ufficialmente membro della magistratura non lo vedrò come un uomo politico. La sua peraltro è una linea avventurista, superficiale e contraddittoria: francamente, spero che prenda pochi voti.

Queste potrebbero essere le primarie che segneranno la fine del Pd?
Non lo so, di sicuro c’è che la sinistra italiana è in una crisi profondissima e senza un leader. L’abbandono di una filosofia politica storicamente consolidata si è profondamente perduta lasciando spazio alla superficialità tipica del mondo globale e virtuale. Non c’è più nessuno che studia.

Nemmeno Renzi?
Nemmeno lui. Avrebbe dovuto imparare da grandi vecchi come Macaluso, Masullo, Vega. Invece ha dimostrato tanta superficialità: la politica è molto più dura e profonda.

Ieri, sul Corriere, Pagnoncelli ha scritto che queste primarie sembrano “più un processo di legittimazione del leader che un laboratorio di nuove idee”. Condivide?
Sono d’accordissimo.

Quindi il Pd sta diventando un partito personale?
Sta diventando sicuramente quello che Veltroni non voleva che fosse, cioè una forza fondata sul corpo del leader. L’errore più grande commesso da Renzi è stato quello di aver dissolto il Pd. La “botta” più forte che ha preso, cioè la sconfitta al referendum, è stata figlia dell’assenza del partito sul territorio. Oggi rivolgersi ai contesti locali con una piattaforma che si chiama “Bob” vuol dire aver capito poco…

Domani ai gazebo dovrebbe andare circa la metà di coloro che votarono nel 2013. Pesa la scissione di Mdp?
Conterà tanto, anche perché Bersani e D’Alema gettano sfiducia. Una sensazione che certe mattine coinvolge anche me, ma poi mi ricordo di essere schiavo della parola di Gramsci.

Renzi intanto ha chiuso loro le porte in ottica alleanze post-voto.
Il Pd, al di là di chi lo guiderà, dovrà cercare di stringere alleanze, possibilmente senza andare contro natura. Credo però che quella con Mdp sia un’esperienza chiusa: dopo le accuse con cui sono andati via meglio lasciarsi dove stanno, complice pure lo scarso numero di seguaci che hanno. Guarderei piuttosto a Pisapia e a Sinistra Italiana.

E se alla fine, invece, l’alleanza il Pd la facesse con Berlusconi?
In condizioni eccezionali, a difesa della democrazia possono crearsi alleanze eccezionali. Un patto con Berlusconi per arginare l’avanzata del grillismo va messo in conto. Vedremo, mi auguro che non ce ne sia bisogno.

Tornerà a dirigere l’Unità?
Al momento non ci sono le condizioni: esiste un coacervo di problematiche e la totale assenza di volontà politica di superarle. Mi sono dimesso per questo. Aspettiamo il risultato delle primarie, ma se Renzi resterà in sella non so quanto gli interesserà de l’Unità.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 29 aprile 2017 per La Notizia

Vitalizi, il Senato si è scordato di darci un taglio

Pietro_Grasso_2Il D-day è fissato per lunedì prossimo, 1° maggio. Da quel giorno, e fino al 2020, gli ex deputati si vedranno applicare il tanto contestato contributo di solidarietà sui vitalizi il cui importo supera i 70 mila euro lordi annui, come deciso nel corso dell’infuocata riunione dell’Ufficio di presidenza della Camera del 22 marzo scorso durante la quale è stata approvata la delibera presentata da Marina Sereni (Pd). Un taglio più simbolico che sostanziale: appena l’1,7%, visto che saranno risparmiati 2,4 milioni di euro l’anno quando, nel solo 2016, la stessa Camera ne ha sborsati 135,3 per pagare le pensioni dei suoi ex inquilini. Venti dei quali (le cui identità restano ancora ignote) hanno già manifestato l’intenzione di presentare ricorso affidandosi all’avvocato ex ed parlamentare del Pdl, Maurizio Paniz. Fin qui è storia nota.

Il problema però è un altro, e cioè che il “taglietto” deciso da Montecitorio non riguarderà pure Palazzo Madama. Proprio così. Da un mese a questa parte, infatti, il Consiglio di presidenza del Senato – organismo “gemello” di quello di Montecitorio con a capo la presidente Laura Boldrini – non si è mai riunito per discutere nel merito la proposta di delibera presentata dal Movimento 5 Stelle. Proposta fotocopia di quella bocciata, fra le proteste dei deputati pentastellati (42 dei quali sono stati sospesi da 5 a 15 giorni), più di un mese fa nell’altro ramo del Parlamento. In sostanza, ai fini del conseguimento della pensione, Di Maio, Fraccaro e co. proponevano di far confluire i contributi versati dai parlamentari nelle casse previdenziali “con le stesse regole che normano la vita dei cittadini che vivono fuori dai palazzi”.

È altamente probabile che anche nel Consiglio di presidenza di Palazzo Madama, dove i grillini sono rappresentati unicamente dalla senatrice-questore Laura Bottici, la proposta di delibera sarebbe andata incontro alla stessa sorte. Ma quantomeno se ne sarebbe discusso, magari trovando una – seppur timida – soluzione di compromesso. Invece niente. Così gli 836 ex inquilini del Senato che oggi percepiscono i ricchi assegni (82,8 milioni di euro il costo totale lo scorso anno) potranno continuare a farlo indisturbati. Dall’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella a Franco Bassanini (6.939 euro netti al mese per entrambi), passando per l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini (4.756) e Mirello Crisafulli (2.598), solo per citare qualche nome noto. Loro sì che possono stare davvero sereni.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 28 aprile 2017 per La Notizia

Bassolino, Gramazio e gli altri. La carica dei doppi vitalizi

gramazioMolto probabilmente quel 24 gennaio 2008, nell’Aula di Palazzo Madama, bevendo spumante e mangiando mortadella Domenico Gramazio non festeggiò solo la caduta del secondo Governo Prodi. Ma anche il pensiero di quel doppio vitalizio che, una volta andato a riposo, si sarebbe visto arrivare ogni mese sul suo conto corrente. Già perché l’oggi 70enne ex parlamentare di Alleanza Nazionale, quattro legislature alle spalle fra Camera e Senato, somma ai 5.616,30 euro netti che gli vengono versati da Palazzo Madama i 4.890,50 euro sempre netti che percepisce come ex consigliere della Regione Lazio. Totale (tenetevi forte): 10.506,80 euro. Mica male, in tempi di vacche magre. Ma quello di Gramazio non è un caso isolato. Anzi. C’è infatti un vero e proprio esercito di ex parlamentari che, dalle Alpi alle isole, tutti i mesi porta a casa due assegni. Se non addirittura tre, visto che non c’è divieto di cumulo. Come dimenticare, sempre nel Lazio, il caso di Fabio Ciani? Anche all’ex deputato della Margherita ex ed consigliere, oggi presidente del Circolo Montecitorio – la struttura sportiva che si trova nel quartiere Parioli a Roma dove parlamentari, dipendenti della Camera e giornalisti accreditati possono andare a rilassarsi – è “riservata” una doppia pensione. Ai 2.944,42 euro netti di Montecitorio, Ciani unisce infatti i 2.796,71 della Regione. Totale? 5.741,13 euro netti.

Vecchiaia serena – Un altro che non se la passa per niente male è il centrista Luciano Ciocchetti, che dagli Anni ’80 ad oggi, dopo essere passato dalla Dc all’Udc fino a Forza Italia, ha trovato casa tra i Conservatori e Riformisti di Raffaele Fitto. Ma è il passato, vissuto tra Montecitorio e la Pisana, che gli permetterà indubbiamente di vivere una vecchiaia più che serena. A 59 anni, infatti, Ciocchetti porta a casa ogni mese 5.977,27 euro netti: 3.343,60 dalla Camera più 2.633,67 dalla Regione. Più o meno la stessa somma la incassa anche un’altra vecchia conoscenza di Camera e Senato come Lionello Cosentino. Per l’ex parlamentare di Ulivo e Pd, la somma dei due assegni – 3.581,18 euro da Palazzo Madama più 2.599,03 dalla Regione – fa 6.180,21 euro netti. E che dire di Esterino Montino (Pd)? Prima di diventare sindaco di Fiumicino a giugno 2013, Montino è infatti passato sia per Palazzo Madama sia per la Regione, di cui è stato presidente ad interim dopo le dimissioni di Marrazzo. Risultato? Un doppio vitalizio da 7.762,18 euro netti in totale: 3.408,19 (Senato) più 4.353,99 (Lazio).

Uno e trino – Quello dei doppi vitalizi non è comunque un’esclusiva della Regione Lazio. Di recente, la Campania ha infatti reso nota la lista aggiornata con gli importi degli assegni incassati dagli ex consiglieri. E anche qui i nomi noti non mancano, a cominciare da quello dell’ex presidente Antonio Bassolino. Il quale, agli 83.916 euro lordi annui regionali, somma i 2.998,66 euro netti che gli “passa” mensilmente la Camera. Nell’elenco non poteva poi mancare Nicola Mancino. Il quale potrebbe certamente vivere solo con la pensione erogata dal Senato, di cui è stato presidente dal 1996 al 2001: 6.939,81 euro netti mensili. E invece? C’è pure il vitalizio regionale che, sempre stando alle cifre riportate nel documento, ammonta a 43.956 euro lordi annui. Ma c’è anche chi, come Giovanni Russo Spena, ha voluto strafare. L’ex senatore di Rifondazione Comunista porta infatti a casa la bellezza di tre assegni: uno da ex professore universitario (2.300 euro netti), un altro in qualità di ex parlamentare (5.906 euro netti) e infine quello da ex consigliere regionale della Campania (39.960 euro lordi l’anno). Per un totale di circa 10mila euro al mese. Lui ha sempre spiegato di mettere in tasca “solo” 5mila euro e di versare il resto al partito. Ma certo, non si può dire che la sua sia una vecchiaia difficile…

Patteggiamento d’oro – Spostiamoci in Liguria. Anche qui, nei giorni scorsi, la Regione ha messo online gli importi dei vitalizi. I due nomi che saltano subito all’occhio sono quelli dell’ex governatore Claudio Burlando e dell’ex senatore del Pdl Luigi Grillo. Il primo, deputato fra il 1996 e il 2006, si vede corrispondere ogni mese da Montecitorio un assegno da 3.095 euro netti. Cifra di tutto rispetto alla quale però Burlando cumula pure il vitalizio regionale, altri 4.440 euro (stavolta lordi). E Grillo? Nonostante il patteggiamento – 2 anni e 8 mesi più 50mila euro di risarcimento – nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta “cupola degli appalti” dell’Expo 2015, l’ex parlamentare riceve ogni mese 6.930 euro netti dal Senato più 1.753,08 euro lordi dalla Liguria. Il sogno di qualsiasi pensionato. L’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari si deve invece “accontentare” di 4.884,05 euro netti: 3.044,91 per le due legislature alla Camera più i 1.839,14 erogati dalla Regione Veneto. Va leggermente meglio, invece, a Michele Boato, fratello del noto Marco (vitalizio da 5.923 euro netti al mese) che ancora oggi detiene il record per il discorso più lungo tenuto nella storia della Camera. Ebbene, ogni mese ad aspettare “Michele” c’è un bel doppio assegno: il primo da 2.146,22 euro netti versato da Montecitorio; il secondo da 3.890,46 euro netti pagato dal Veneto, per un totale di 6.036,68 euro. Senza una piega.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 27 aprile 2017 per La Notizia