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Tag: Mario Monti



Primo_Consiglio_dei_ministri_del_governo_GentiloniPersino il chiaro atto d’accusa di Pietro Grasso è rimasto inascoltato. Decretazione d’urgenza e voti di fiducia, disse il presidente del Senato pochi giorni prima del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre parlando agli studenti della Luiss, “mortificano il ruolo primario del Parlamento” che fatica a svolgere la propria funzione a causa della “frammentazione politica e del trasformismo”.

Il risultato? Mercoledì, proprio a Palazzo Madama, il Governo di Paolo Gentiloni ha posto l’ennesima questione di fiducia (passata con 145 voti sì e 107 no), stavolta sul cosiddetto decreto legge migranti che prevede l’apertura di nuovi centri di identificazione ed espulsione (Cie) e procedure più rapide per l’espulsione degli immigrati irregolari. Sarà che quello guidato dall’ex ministro degli Esteri è considerato come un Esecutivo “fotocopia” del precedente con a capo Matteo Renzi, fatto sta che l’andazzo è rimasto pressoché identico. Dal 12 dicembre, giorno in cui è entrato in carica, il Governo ha già usato lo strumento della fiducia 6 volte: una media di due al mese, come ha fatto notare Openpolis.

Il confronto – In precedenza, la stessa era già stata posta due volte per il decreto salva banche (sia alla Camera sia al Senato), due volte per il Milleproroghe (anche in questo caso in entrambi i rami del Parlamento) e a Palazzo Madama per l’approvazione del ddl sul codice penale. Non proprio benissimo, se si considera che il rapporto fra voti di fiducia e leggi approvate è al 40% e in questa legislatura ne sono già state poste 82: “solo” 10 sotto il Governo di Enrico Letta, 66 durante quello dell’ex sindaco di Firenze e segretario del Pd e 6 – appunto – da quello di Gentiloni. E potrebbe non essere finita qui se è vero, come riferito nei giorni scorsi da alcuni organi di stampa, che dopo due anni di tira e molla anche il ddl concorrenza si appresta a sbarcare nell’Aula di Palazzo Madama “blindato” dalla fiducia. Staremo a vedere. Quel che è certo, al momento, è che dal quarto Governo di Silvio Berlusconi in poi (2008/2011), soltanto Mario Monti e i “suoi” tecnici avevano raggiunto livelli superiori (45,13%) con una media di 3 al mese.

Oltre i limiti – Insomma, i nostri Esecutivi hanno un evidente problema di “fiducite”. Se n’era accorto, già una decina d’anni fa, pure l’oggi presidente emerito Giorgio Napolitano. Messaggio che l’ex capo dello Stato aveva più volte ribadito prima di passare il testimone a Sergio Mattarella. La fiducia, disse per esempio “Re Giorgio” nel 2011, “non dovrebbe eccedere limiti oltre i quali si verificherebbe una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”. Com’è andata a finire? Che due anni fa, come noto, il Governo Renzi decise addirittura di porla sulla legge elettorale, quell’Italicum che non solo non è stato “copiato” da mezza Europa (“Matteo” dixit) ma che è stato pure “rottamato” dalla Corte costituzionale, scatenando l’ira sia delle opposizioni sia della minoranza del Pd.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 aprile 2017 per La Notizia






800px-Giorgio_NapolitanoIl grande burattinaio, l’arbitro non imparziale, un monarca. Su Giorgio Napolitano, in questi anni, si è detto praticamente di tutto. Spesso a ragione. Di primati, nella sua carriera, “Re Giorgio” ne ha collezionati parecchi. Primo dirigente del Pci a ottenere il visto di ingresso negli Stati Uniti, primo ministro degli Interni post-comunista e, soprattutto, primo capo dello Stato rieletto per un secondo (seppur breve) mandato. Da dieci anni a questa parte, Napolitano muove abilmente i fili della politica italiana. Quando sedeva al Quirinale viaggiava ai limiti dei vincoli costituzionali, per non dire che li travalicava. Ma anche adesso che al suo posto c’è Sergio Mattarella, come noto, continua a entrare a gamba tesa praticamente su qualsiasi cosa. Nella storia dell’Italia repubblicana non si ha memoria di tanto attivismo per un presidente emerito. Sarà perché i temi al centro del dibattito odierno, la riforma costituzionale e l’Italicum, sono anche un po’ “figli suoi”; sarà perché in questa partita “Re Giorgio” si gioca un pezzo di credibilità. Ma le uscite sono ripetute e irritano parecchi. Non solo le opposizioni, per intenderci.

LA GIRAVOLTA - Prendete la legge elettorale. Il 14 aprile 2015 l’ex capo dello Stato la benedì, invitando le Camere a “non disfare quello che è stato faticosamente costruito”. Poi, a inizio settembre, la giravolta. L’Italicum “va cambiato perché nell’attuale sistema tripolare rischia mandare al ballottaggio e di far vincere chi al primo turno ha ricevuto una base troppo scarsa di legittimazione col voto popolare”. Sarà. Per non parlare delle sferzate rivolte nei giorni scorsi al premier, Matteo Renzi, “colpevole” di aver trasformato il referendum in un plebiscito su se stesso. Non è un caso del resto che nei nove anni della sua presidenza, a Palazzo Chigi si siano alternati ben cinque presidenti del Consiglio. Spesso defenestrati dall’oggi al domani e in circostanze tutte da chiarire. Tanto per dirne una: nel 2008, quando il secondo governo di Romano Prodi cadde dopo appena due anni, l’allora portavoce del professore, Silvio Sircana, raccontò: “Sono state le dimissioni più veloci della storia, siamo arrivati al Quirinale e le formalità erano già tutte pronte”. Diversamente è andata nel 2011. Quando, dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, “Re Giorgio” conferì l’incarico a Mario Monti, con buona pace del segretario del Pd Pier Luigi Bersani che auspicava un ritorno alle urne.     

OMBRE DAL PASSATO - Il protagonismo di Napolitano non è comunque una novità. L’uomo è fatto così, lo dimostra la sua storia politica. Che si parli di Prima o Seconda Repubblica, lui è rimasto sempre lì, al centro della scena. Tessitore di trame oscure, sopravvissuto indenne a qualsiasi terremoto politico. Esponente dell’ala “migliorista” del partito, la corrente ispirata ai principi del socialismo europeo, con Enrico Berlinguer segretario Napolitano fu il leader dei riformisti del Pci, che già prima dello strappo con Mosca del 1980 avevano scelto la socialdemocrazia battendosi per il dialogo con i socialisti di Bettino Craxi. Il rapporto fra i due fu lungo e intenso. Tanto che ad un certo punto Napolitano si ritrovò in rotta di collisione con linea di Berlinguer. “Negli ultimi anni di vita di Enrico”, ha ricordato due anni fa l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “collaboravo strettamente con lui e ho potuto vedere l’isolamento in cui era nel gruppo dirigente, anzitutto sulla questione morale. Ricordo che Napolitano la criticò scrivendo che quell’impostazione ci avrebbe isolato dalle altre forze politiche”. Però si sa: in politica nulla è per sempre. E così nel 1994, dopo l’inizio di “Tangentopoli” che per i “miglioristi” fu un incubo (molti dirigenti furono arrestati e processati per tangenti), arrivò Berlusconi. Il resto è storia.

(Articolo scritto l’8 ottobre 2016 per La Notizia)






Martedì i militari delle Fiamme Gialle hanno acquisito documenti su ordine della Procura regionale della Corte dei Conti. Che indaga su possibili danni erariali legati all’affidamento di alcuni lavori a società esterne alla struttura della presidenza del Consiglio tra il 2011 e il 2013. Anni in cui governavano Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta. Nel mirino, tra le altre cose, le commesse a Invitalia e Formez Pa. La polizia tributaria ha fatto visita anche al dipartimento della Gioventù

palazzo-chigi-675Sono giorni intensi per il nucleo della polizia tributaria della Guardia di Finanza. Martedì, oltre al Campidoglio, gli uomini del gruppo Tutela spesa pubblica hanno fatto addirittura visita al Dipartimento per le Politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Per svolgere una serie di “accertamenti istruttori”, delegati dalla Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio, volti all’acquisizione di atti e documenti relativi ad alcuni servizi esternalizzati dallo stesso dipartimento. Richieste analoghe a quelle che i militari delle Fiamme Gialle hanno notificato, nelle stesse ore, anche al dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale. L’obiettivo è quello di verificare l’esistenza di danni erariali.

Ma cosa sono andati a fare esattamente i finanzieri in via della Ferratella in Laterano (Roma), sede del Dipartimento della Famiglia? Sotto la lente d’ingrandimento, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, una serie di convenzioni stipulate dal dipartimento stesso con alcune società ed enti nel biennio 2011/2013. Cioè quando a Palazzo Chigi si sono alternati Silvio BerlusconiMario Monti ed Enrico Letta. A cominciare da quella con Invitalia Spa, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, società partecipata al 100% dal ministero dell’Economia. Con la quale, il 15 giugno 2011, è stata stipulata una convenzione per l’affidamento di attività di studio e ricerca “nel campo delle azioni intraprese e da intraprendere nell’ambito delle iniziative di conciliazione rientranti nelle competenze del dipartimento”. In questo caso, le Fiamme Gialle hanno richiesto documenti comprovanti l’esigenza di esternalizzare attività rientranti nelle competenze del dipartimento. Ponendo, in pratica, un quesito: perché affidare il compito all’esterno se poteva essere svolto utilizzando le risorse interne?

Andiamo avanti. Altro capitolo d’indagine quello che riguarda la Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli la quale, come si legge sul suo sito, è stata costituita l’8 marzo del 2010 “con l’obiettivo di promuovere la cultura del dono al fine di migliorare la qualità della vita nel territorio del Centro Storico di Napoli”. Con l’ente in questione, il 21 dicembre 2012 il Dipartimento per la Famiglia ha stipulato una convenzione per la realizzazione di un’indagine che individuasse gli strumenti più efficaci per il superamento del disagio infantile nelle grandi aree metropolitane degradate con particolare attenzione alle condizioni dei bambini, figli delle famiglie immigrate. Al costo di circa 43 mila euro (Iva inclusa). Come nel caso precedente, gli uomini del nucleo della polizia tributaria hanno chiesto all’amministrazione di produrre documenti che chiariscano i motivi per i quali il Dipartimento abbia deciso di affidare l’attività d’indagine ad un ente esterno.

L’8 giugno 2012, invece, il dipartimento ha sottoscritto un altro accordo su cui la Corte dei Conti vuole vedere chiaro. Cioè quello con il Centro ricerche sociali (Crs), al fine di realizzare un’indagine di analisi e interpretazione di dati, acquisiti dall’Istat, attraverso la ricostruzione delle strategie adottate dalle famiglie per tutelare il proprio benessere in relazione ai compiti di cura nei confronti dei figli. Stavolta l’importo complessivo è di poco superiore ai 23 mila euro. Perché non fare analizzare i suddetti dati all’Istituto di statistica, hanno chiesto magistrati contabili e Fiamme Gialle? Quesito analogo posto anche in relazione all’accordo fra il Dipartimento per la Famiglia e Rea Sas. A questa società, il 7 maggio 2012, è stata affidata l’analisi della struttura e delle tendenze demografiche delle famiglie e la definizione del quadro teorico di riferimento, che fa da premessa allo studio del materiale statistico raccolto tramite rilevazione Istat. Costo: 23 mila euro circa (Iva inclusa).

Non è tutto. Con il Formez Spa, il centro studi che risponde al ministero della Funzione pubblica guidato da Marianna Madia, il dipartimento della Famiglia ha stipulato una convenzione il 27 febbraio 2012 (poi prorogata senza oneri aggiuntivi). Accordo finalizzato a supportarlo nell’attuazione del progetto denominato “Valutazione e sostegno per le politiche famigliari”, il tutto per 500 mila euro. Anche in questo caso, i militari vogliono capire, documenti alla mano, come mai siano state esternalizzate attività rientranti nelle competenze del dipartimento. Come accaduto anche per la realizzazione di uno studio di fattibilità finalizzato all’introduzione del telelavoro nelle strutture della Presidenza del Consiglio, affidato il 30 novembre 2012 alla Antares Srl. Una spesa di circa 37 mila euro. Alla quale ne va aggiunta un’altra da circa ottomila euro per un incarico conferito ad un professionista in data 18 aprile 2013. Ora il dipartimento avrà tempo fino al prossimo 16 marzo per fornire i documenti richiesti dalle Fiamme Gialle.

(Articolo scritto il 3 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)






5208949152_32edf4cc84_oUno squilibrio diventato ormai una prassi consolidata. E che sembra non avere fine. Da una parte il Parlamento e dall’altra il governo, con quest’ultimo che la fa da padrone se si analizza l’esercizio della funzione legislativa in Italia. Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, infatti, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Una percentuale significativa, pari al 77,8% del totale. Con il primato che spetta al governo di Enrico Letta: nel periodo in cui è stato in carica, il Parlamento ha presentato soltanto l’11,1% delle leggi approvate contro l’88,89%. Ecco perché, nel suo ultimo rapporto, Openpolis parla senza mezzi termini di «un premierato all’italiana».

Comanda il governo. Nel nuovo studio, l’osservatorio civico sulla politica italiana ha preso in considerazione la XVI Legislatura e i primi tre anni della XVII. Periodo nel quale, come noto, si sono alternati quattro governi: quelli di Silvio Berlusconi e Mario Monti fra il 2008 e il 2013 e quelli di Enrico Letta e Matteo Renzi dal 2013 ad oggi. Con una costante: la produzione legislativa del nostro Parlamento è praticamente rimasta sempre in mano al governo. Deputati e senatori? Di fatto stanno a guardare. Prima di essere sostituito da quello guidato dall’ex commissario europeo, l’esecutivo del Cavaliere ha presentato l’80,29% delle leggi approvate, mentre Camera e Senato si sono fermate al 19,71%. La musica non è cambiata nemmeno con l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi. Certo, si sono registrate percentuali più basse: 68,14% (governo) contro 31,86% (Parlamento). Ma la sostanza è rimasta la stessa. Per non parlare poi degli ultimi due esecutivi. Letta, come detto, ha battuto ogni record lasciando a Camera e Senato soltanto le briciole, ma anche il premier-segretario del Partito democratico – il gruppo che dal 2013 ad oggi ha presentato il 73,33% delle 30 proposte di legge di iniziativa parlamentare che hanno completato l’iter – sembra essere sulla buona strada. Finora il suo governo ha presentato l’80,43% delle leggi approvate contro il 18,84% del Parlamento.

Parlamento svilito. Ma non è tutto. Ci sono infatti altri tre aspetti da tenere in considerazione: quello dei tempi di approvazione delle leggi, quello della percentuale di successo dei ddl e quello del ricorso al voto di fiducia. Nel primo caso, non solo la percentuale di successo per le iniziative del governo è molto più alta, ma anche i tempi di approvazione sono più rapidi. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (circa 4 mesi), il Parlamento ce ne mette 408. Più di un anno. Anche se nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto ai cinque anni precedenti, quelle del Parlamento sono più veloci. Comunque una magra consolazione alla luce di quanto detto finora. Anche perché mentre le proposte di deputati e senatori diventano legge lo 0,87% delle volte, per quelle del governo la percentuale sale al 32,02%. Risultato spesso raggiunto sfruttando l’escamotage della fiducia. In media, nelle ultime due legislature, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti prima (45,13%) e Renzi poi (34,06%). Più “moderati” nell’utilizzo di questo strumento i governi Berlusconi (16,42%) e Letta (27,78%).

Regioni (e popolo) al palo. E le Regioni? Dal 2008 ad oggi queste hanno presentato 119 disegni di legge, ma soltanto 5 hanno completato l’iter. E tutti nei cinque anni precedenti. Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato in materia di sicurezza stradale mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi. Non pervenute, invece, le leggi di iniziativa popolare: nelle ultime due legislatura solamente un disegno di legge presentato dai cittadini è diventato legge.

Twitter: @GiorgioVelardi






bersani«È troppo per me». Quattro parole che pesano come un macigno. Pierluigi Bersani le pronuncia al termine dell’ennesimo tonfo, Prodi bocciato dopo Marini, che testimoniano la fine di un Pd passato dall’essere acronimo di “Partito democratico” a “Psicodramma democratico”.

Il segretario (dimissionario) dei democratici si ritrova isolato, con pochi fedelissimi rimasti a consolarlo. Serve a poco. Bersani non ha più un partito che lo sostenga, correnti le cui onde si muovono in ordine sparso, pugnalato persino da quelli che gli avevano giurato amore eterno e che sarebbero stati al suo fianco comunque sarebbe andata. La quadra perfetta la trova Fausto Raciti, classe ’84, appartenente alla pattuglia dei “giovani turchi” e alla prima esperienza parlamentare, che in un’intervista a La Stampa sintetizza così quanto accaduto fra giovedì e venerdì: «Siamo il peggior gruppo parlamentare della storia, un covo di irresponsabili. E – chiosa tranchant – non è colpa dei giovani».

E allora, viene da chiedersi, chi ha condotto il Pd a cadere sul ciglio del burrone nel quale è caduto? Bersani non ha fatto tutto da solo, certo, ma il segretario ha sulle proprie spalle le colpe peggiori. Sono almeno 4 i motivi che hanno portato il Pd – uscito «non vincente» dalle elezioni, poi in balia del Movimento 5 Stelle e infine auto-impallinatosi nel corso dell’elezione del nuovo capo dello Stato – a vivere una situazione ai limiti dell’irrealtà:

1- L’aver sopravvalutato la forza di Scelta Civica. C’è chi pensa, pensiero condivisibile, che Bersani la partita l’abbia persa ancor prima che si giocasse. In fase di riscaldamento, ovvero le primarie. Vinta la corsa alla premiership con Matteo Renzi, forte di un Pd spostato a sinistra – prova ne è, o ne era, l’asse fra Bersani e Nichi Vendola – il partito ha cercato a tutti i costi il dialogo con i “montiani”. Scelta che si è rivelata suicida, un po’ perché il governo tecnico guidato dall’ex Commissario europeo era (ed è) visto col fumo agli occhi dagli italiani – complice la «paccata» di tasse imposte nell’ultimo anno e mezzo – e un po’ perché “sposarsi” con Monti e co. avrebbe voluto dire rinunciare ad una parte di quelle tematiche da sempre care all’elettorato di sinistra (diritti civili in primis, ma anche la politica economica ne avrebbe pesantemente risentito). Poi è accaduto quello che non ti aspetti e cioè che Scelta Civica alle elezioni racimoli solo l’8,30% alla Camera e il 9,13% al Senato, contro l’oltre 15% in entrambe le Camere pronosticato dai più illustri sondaggisti. A Palazzo Madama, dove il centrosinistra è in minoranza, i 20 senatori “montiani” si rivelano ininfluenti. Il delitto perfetto non c’è stato, si sono lasciate tracce sul terreno che risulteranno fatali, come si è visto, al segretario del Pd;

2- L’aver sottovalutato il Movimento 5 Stelle. Prima era un «fascista», poi – dopo l’ecatombe alle elezioni – Beppe Grillo è diventato, nei desiderata del segretario, il primo interlocutore per il Pd. «Il Movimento 5 Stelle ci dica cosa vuole fare», affermava Bersani pochi giorni dopo le votazioni. Eppure i “grillini” erano stati chiari fin da subito: nessun accordo con nessuno, tantomeno con B&B. Detto, fatto. L’incontro in diretta streaming fra i due capigruppo del M5S, Vito Crimi e Roberta Lombardi – la quale, ad un certo punto, se n’è uscita dicendo: «Mi sembra di essere a Ballarò» – è passato alla storia come un’umiliazione bella e buona per “Pier”. Tanto che Renzi, ormai destinato ad essere il futuro del Pd, lo ha detto chiaro e tondo in un’intervista al Corriere della Sera trovando più consensi che dissensi dalle parti di Largo del Nazareno. Ciliegina sulla torta è stata la scelta del nuovo capo dello Stato. Grillo propone l’ex garante della privacy Stefano Rodotà, l’elettorato del Pd gradisce e con lui anche una parte dei parlamentari piddini. Bersani, invece, vede Berlusconi e sceglie Marini, poi ne esce con le ossa rotte e vira su Prodi. Sappiamo com’è andata. Errare è umano, perseverare è diabolico;

3- L’aver sottovalutato Berlusconi. Si badi bene: non il Pdl, ma Berlusconi. Bersani doveva «smacchiare il giaguaro» e alla fine, scherzo del destino, il giaguaro lo ha divorato. Un Popolo della Libertà senza il Cavaliere sarebbe stato destinato all’irrilevanza. Ma Berlusconi è Berlusconi e poco ci puoi fare. Soprattutto se rinunci a fare la campagna elettorale, com’è accaduto a Bersani, e se quelle poche volte in cui ti presenti di fronte al pubblico (televisivo) ti limiti a dire che per far ripartire un’Italia dal motore ingolfato serve «un po’ di lavoro». Mentre il segretario Pd cercava, come detto, l’appoggio dei 5 Stelle, l’ex premier spingeva per un “governissimo” che gli avrebbe permesso comunque di governare (pur con tutti i limiti del caso) e radunava le truppe. A Bari, sette giorni fa, la presenza dei militanti era importante. E i sondaggi – da prendere con le molle dopo quanto accaduto a fine febbraio – danno la coalizione di centrodestra in vantaggio (in certi casi) addirittura del 4% sul centrosinistra. Se Renzi non scende in campo la probabilità è quella che Berlusconi, più che il nonno, faccia nuovamente il premier;

4- Non aver ascoltato gli elettori. È la colpa più grave imputabile a Bersani. Già dalle primarie si era capito che il segretario avrebbe violato il patto con la sua gente, quella che lo aveva votato per due volte alle primarie perché Renzi era «democristiano» e – colpa più grave – «berlusconiano». Recarsi “col cappello in mano” da Monti non è piaciuto all’elettorato del Partito democratico, andato ad ingolfare le fila del Movimento 5 Stelle condannandolo al pubblico ludibrio. Il resto è storia. Le contestazioni dinanzi al Teatro Capranica, a Roma, la sera in cui l’assemblea del Pd decideva per la candidatura di Franco Marini al Colle sono la punta dell’iceberg contro cui un partito che sembrava inaffondabile si è invece scontrato andando giù come una bagnarola.

Twitter: @GiorgioVelardi    






Dal Pd alla Lega Nord, passando per i centristi, gli outsider e le mancate dichiarazioni di Pdl e Scelta Civica. Ecco i budget di spesa dei principali partiti in campo il prossimo 24 e 25 febbraio. A fronte di circa 23 milioni di euro utilizzati in totale, il rimborso da parte dello Stato sarà di 91 milioni di euro annui per 5 anni. Totale: 455 milioni di euro

Urna_elettoraleLa spending review ha colpito anche i partiti impegnati nella campagna elettorale. O almeno, leggendo i budget di spesa delle formazioni che si presenteranno alle elezioni del prossimo 24 e 25 febbraio, ci si accorge che rispetto alle precedenti tornate le segreterie hanno messo a dieta i propri candidati. Il Pd spenderà il 27% in meno delle Politiche del 2008, mentre l’Udc stringerà la cinghia e impiegherà addirittura 8 milioni e 300mila euro in meno rispetto alle Europee del 2009. Poi c’è chi punta sull’autofinanziamento(Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Fare per fermare il declino), chi – a sorpresa – fa sapere che «il consuntivo delle spese sarà rilasciato alla fine della campagna elettorale» (è il caso della lista “Scelta civica” di Mario Monti) e infine chi ha deciso di non rilasciare dichiarazioni in merito (il Pdl). Niente paura, comunque: dopo la tornata elettorale le casse dei partiti torneranno a rimpinguarsi. Ilmotivo? I “soliti” rimborsi elettorali. Malgrado la legge di riforma datata 6 luglio 2012, che ha ridotto i contributi pubblici a 91milioni di euro annui (63.700.000 euro come rimborso spese per le consultazioni e quale contributo per l’attività politica, più 27.300.000 euro a titolo di cofinanziamento, dice il provvedimento), per i partiti le elezioni restano un grande affare. Nell’arco della prossima Legislatura, infatti, la cifra complessiva stanziata dallo Stato sarà pari a 455milioni, alla luce di una stima di spesa di circa 23milioni di euro (a riferimento sono state prese le dodici principali forze in campo).

IL CENTROSINISTRA - Sei milioni e mezzo di euro. È questo il budget di spesa del Partito democratico per le Politiche. Trovare gli stanziamenti di Largo del Nazareno per la campagna elettorale non è stato difficile. Sul proprio sito Internet, infatti, il Pd ha predisposto un’apposita sezione (“Trasparenza 2012”) in cui ha diviso, voce per voce, tutte le uscite. Quasi i due terzi del budget a disposizione (4.600.000 euro) verranno impiegati per la comunicazione e saranno così suddivisi: 2milioni per le affissioni e altrettanti per il “Piano media” (Tv, radio, giornali e web); 300mila euro per la produzione di materiale fotografico e 300mila euro per altre spese di comunicazione; 500mila euro per manifestazioni ed eventi; 900mila euro permailing elettorali e infine 500mila euro per “altre spese”. «Il budget è in forte riduzione rispetto a quanto speso nelle elezioni precedenti», fanno sapere i democratici nella nota riassuntiva pubblicata sul portale. Se messo a confronto con le Politiche del 2008 l’importo è stato tagliato del 27%(allora vennero spesi 8.866.259 euro), mentre rispetto alle Europee del 2009 e alle Regionali del 2010 la riduzione è stata, rispettivamente, del 53% (13.942.883 euro) e del 31% (9.354.713 euro). Passiamo alle altre tre principali forze che compongono la coalizione di centrosinistra: Sinistra Ecologia e Libertà di Nichi Vendola, il Partito Socialista Italiano di Riccardo Nencini e il Centro Democratico diMassimo Donadi e Bruno Tabacci. Nel primo caso, a parlare a Il Punto delle spese sostenute dal partito per la campagna elettorale, è il tesoriere di Sel, Sergio Boccadutri. I 450mila euro previsti inizialmente «sono già stati spesi», dice. «Abbiamo portato avanti una campagna elettorale che ha riguardato alcune voci», come «la produzione di uno spot audio e uno video inhouse, a cui si è aggiunta una spesa di posizionamento prima dei trenta giorni del silenzio elettorale e la stampa di duemila copie di un giornalino di 8 pagine che è in distribuzione in tutta Italia e al cui interno ci sono sia il programma che i nomi dei candidati – per ogni area è stata realizzata una personalizzazione sulla base delle liste regionali – più una lettera di Vendola». Poi, conclude Boccadutri, «sono stati prodotti quattro manifesti che sono stati distribuiti in 300mila copie sul territorio ed è stata messa online la nuova versione del sito Internet di Sel, nel quale abbiamo caricato alcuni materiali che possono essere scaricati e utilizzati direttamente dalle strutture presenti sul territorio ». Poi c’è il Psi. Quanto messo sul piatto per le Politiche Nencini lo ha scritto in una nota pubblicata su www.partitosocialista. it in risposta al giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo, che in un articolo uscito sul quotidiano di via Solferino chiedeva trasparenza riguardo le spese sostenute dai partiti per le elezioni. «Abbiamo già indicato il nostro budget – fa sapere il segretario socialista – spenderemo 170mila euro» che arrivano «in parte da contributi dei candidati e in parte da fondi stanziati dal nostro bilancio». Inoltre, dice Nencini, «abbiamo aperto una sottoscrizione straordinaria rivolta a tutti i cittadini che vorranno dare il loro contributo alla nostra campagna elettorale. Una volta terminata, subito dopo le elezioni politiche, mi impegno a rendere noti gli importi». Infine c’è la formazione di Donadi e Tabacci. «Il nostro è un budget minimo: stiamo affrontando le spese necessarie a sostenere una campagna elettorale “dignitosa”», spiega Gregorio Donnarumma, segretario amministrativo e tesoriere nazionale di Centro Democratico. «Nei prossimi giorni – prosegue contattato da Il Punto – renderemo noti i dati, che saranno pubblicati in rete».

IL CENTRODESTRA - Mistero, invece, su quanto speso dal Pdl. Da via dell’Umiltà, dopo giorni di richieste, ci hanno risposto che «nessuno è autorizzato a rilasciare dichiarazioni di questo tipo». Cercando sul sito Internet del Popolo della Libertà e su forzasilvio.it (il network ufficiale di Berlusconi) non ci sono notizie in merito al budget per le Politiche. In rete sono reperibili alcune dichiarazioni di Ignazio Abrignani, responsabile del settore elettorale, secondo cui «il budget sarà ridottissimo», praticamente «pari allo zero». Prendiamo nota, anche se rimane difficile pensare che un partito strutturato come il Pdl, che ha ricevuto 206.518.945 euro di rimborso per le Politiche del 2008, non voglia fornire risposte a riguardo e che – come rivelato a Il Punto da una fonte interna al partito – «in alcune Regioni sono state addirittura riutilizzate le bandiere fatte realizzare cinque anni fa». Poi c’è la Lega Nord. Il budget di spesa per le elezioni il nuovo tesoriere, Stefano Stefani, lo ha reso noto poche settimane fa in un colloquio con la Repubblica. Il Carroccio spenderà 5 milioni di euro, cifra comprensiva delle spese che saranno sostenute sia per le Politiche che per le Regionali. Abbiamo provato a contattare il successore di Francesco Belsito per capire le cifre spese “solo” per la corsa aMontecitorio e PalazzoMadama, ma dal suo entourage ci hanno comunicato che Stefani «non vuole aggiungere nulla a quanto ha già dichiarato». Buona parte delle spese, circa un milione e 600mila euro, saranno impiegati solo per la Lombardia, mentre al Veneto saranno “devoluti” 840mila euro e al Piemonte 354mila. Cifre più contenute quelle messe in campo da La Destra di Francesco Storace. Il partito dell’ex ministro della Sanità spenderà un milione e 600mila euro che serviranno, spiega a Il Punto il tesoriere, Livio Proietti, «per la propaganda statistica, dinamica e per i media, compreso Internet ». A questa cifra, dice Proietti, «vanno aggiunti 200mila euro per manifesti e affissioni. L’importo al momento è stato coperto con i contributi dei candidati capilista, con le sottoscrizioni dei simpatizzanti e con la cessione dei futuri contributi elettorali». Fratelli d’Italia, il neonato partito capitanato da Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, punta invece sull’autofinanziamento. Ogni candidato è chiamato a donare un contributo volontario (la rendicontazione arriverà dopo le elezioni) mentre i capilista nelle varie Regioni sono tenuti a versare una cifra minima di 50mila euro. Sul sito Internet del gruppo è poi possibile effettuare donazioni con carta di credito.

L’ARMATA MONTIANA - Una campagna all’insegna della riduzione dei costi è quella portata avanti anche dall’Udc di Pier Ferdinando Casini. Come per il Pd, anche i centristi hanno dedicato una pagina del proprio sito Internet alla “trasparenza”. L’ex presidente della Camera e la sua formazione hanno un budget di spesa di 3 milioni e 200mila euro, cioè 8 milioni e 300mila euro in meno rispetto alle Europee del 2009 e 3 milioni e 300mila euro inmeno delle Regionali del 2010. Il «media mix», come lo hanno definito i centristi, è così distribuito: 200mila euro per grafica e eventi; 708.307 euro per le affissioni; 522.966 per la Tv; 621.847 euro per la radio; 162mila euro per la stampa; 200mila euro per il web e infine 616.627 euro per le affissioni su bus e mezzi pubblici. Dell’armata montiana fa parte anche Futuro e Libertà per l’Italia di Gianfranco Fini. Anche in questo caso, a spiegarci qualcosa in più sul denaro speso per le Politiche 2013, è il tesoriere del partito, Luigi Muro. «È notorio che il nostro partito, non avendo finanziamento pubblico in quanto è nato dopo le elezioni, è andato avanti con contribuzioni private e in particolare con i contributi dei parlamentari. Circa una anno fa decidemmo di tassare di 50mila euro ogni parlamentare, qualcuno fece un apposito mutuo», afferma Muro, il quale specifica che «con quella somma ricavata si è “sopravvissuti” e in prossimità delle elezioni i candidati,mi riferisco a quelli che hanno posizioni migliori, hanno ulteriormente versato dei contributi per un ammontare complessivo di circa 150/180mila euro». Soldi che sono serviti «per stampare un manifesto unico che abbiamo inviato ai coordinamenti regionali e poi credo che ogni candidato localmente abbia ulteriormente impegnato risorse proprie per piccole manifestazioni locali», conclude il tesoriere di Fli. La terza e ultima forza che compone il centro è proprio la lista “Scelta civica – con Monti per l’Italia”. Abbiamo cercato a più riprese di sapere la somma a disposizione del presidente del Consiglio uscente e dei suoi candidati, finché lunedì mattina una e-mail ci ha informati che «prima della fine della campagna elettorale non sarà rilasciato il preventivo delle spese sostenute da Scelta Civica. Il consuntivo delle spese sarà rilasciato alla fine della campagna elettorale ».

GLI OUTSIDER - Per concludere ci sono quelli che sono indicati come gli “outsider” di questa campagna elettorale: Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, Fare per fermare il declino di Oscar Giannino e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Partiamo proprio dalla formazione del comico genovese che, non essendomai stata in Parlamento e non potendo quindi contare su alcuna forma di finanziamento o rimborso elettorale (uno dei punti clou del programma dei “grillini”, che ne chiedono l’abolizione e che, per bocca del leader politico, hanno fatto sapere che rifiuteranno i rimborsi stessi), ha puntato sull’autofinanziamento. Sul sito delMovimento si possono effettuare donazioni spontanee: «L’obiettivo – scrive Grillo – è raccogliere un milione di euro. Ogni spesa sarà documentata e l’eventuale residuo sarà destinato al conto corrente per i terremotati dell’Emilia». Le cifre donate, è specificato ancora sul portale del 5 stelle, «verranno utilizzate per pagare le spese legali, per la promozione del M5S nel periodo pre-elettorale, per la tournée non-stop che partirà subito dopo la Befana fino alle elezioni per tutta Italia, per organizzare eventi nazionali e per fornire ogni supporto online agli attivisti».Mentre andiamo in stampa la cifra raccolta è pari a 477.263 euro, raggiunta grazie a 10.925 donazioni (una media di circa 44 euro cadauna). Quella dell’autofinanziamento è la formula utilizzata anche dal partito del noto giornalista economico Oscar Giannino. Su www.fermareildeclino.it un apposito grafico informa gli internauti che il budget previsto per la campagna elettorale è di 2.082.356 euro: all’appello mancano ancora 728.824 euro (è stato finora raggiunto il 65% di copertura). Il 10%del denaro raccolto fino a questomomento arriva dai tesseramenti, il 55%dalle donazioni. «La quasi totalità della cifra, pari al 95%– dichiara a Il Punto il tesoriere del movimento, Lorenzo Gerosa – viene impiegata per la campagna elettorale. Una prima fase è stata dedicata alla conoscenza del brand, con delle affissioni in tutta Italia; a ciò hanno fatto seguito una serie di eventi su tutto il territorio nazionale e una seconda fase di affissioni. Per l’ultimo periodo faremo delle “vele” (la pubblicità sui mezzi pubblici, ndr) e andremo avanti potenziando la parte web, su cui siamo già presenti». Il resto delle risorse è dedicato alle spese per sondaggi (3%), personale (1%) e Ict (tecnologie di informazione e comunicazione, 1%). Gerosa ci tiene a precisare che «la grandissima parte di quanto abbiamo ricevuto sono microdonazioni. La maggioranza dei nostri 65mila aderenti ha versato somme comprese fra i 20 e i 50 euro. Donazioni sopra i 10mila euro si contano sulle dita di una mano. Il nostro movimento è di proprietà di coloro che hanno deciso di sceglierci, anche nell’ambito del finanziamento». In conclusione del nostro excursus sulle spese elettorali c’è Rivoluzione civile. Il budget di spesa sostenuto dal movimento che racchiude al suo interno Italia dei valori, Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi non è reperibile sul sito Internet di Ingroia&co., dov’è invece possibile «aiutare a fare la Rivoluzione» donando un contributo volontario. Oltre al denaro pervenuto in questo modo, stando alle informazioni fornite a Il Punto dallo staff del magistrato palermitano, Rc ha a disposizione una cifra pari a 2.200.000 euro messi insieme grazie agli stanziamenti dei partiti che lo compongono. Un milione di euro è arrivato da quello di Antonio Di Pietro (che, va ricordato per dovere di cronaca, ha donato l’ultima tranche dei rimborsi elettorali del 2008, pari a 1.700.000 euro, ai terremotati dell’Emilia Romagna), 600mila da quello di Paolo Ferrero, 500mila da quello di Oliviero Diliberto e i restanti 100mila da quello di Angelo Bonelli.

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bersani-montiSu Repubblica del 30 dicembre 2012 Eugenio Scalfari sosteneva di non vedere grandi differenze fra l’Agenda Bersani e quella Monti. «Anzi non ne vedo quasi nessuna salvo alcune priorità e un diverso approccio alla redistribuzione del reddito e alle regole d’ingresso e di permanenza nel lavoro dei precari», scriveva. Parole che, circa un mese fa, sembravano opinabili. Le differenze fra i due programmi c’erano eccome. Bastava sfogliarli o leggere le dichiarazioni al vetriolo di certi «progressisti» e «moderati» per capire che un loro possibile apparentamento dopo le elezioni sarebbe stato difficile se non impossibile, vista anche la presenza di Vendola da una parte e Casini dall’altra.

E invece, a distanza di poche settimane, va dato a Scalfari quel che è di Scalfari. Negli ultimi giorni, infatti, il triste spettacolo regalato dalla campagna elettorale ha visto i due schieramenti tornare sui propri passi e seminare il terreno per l’inciucio. Ha cominciato Enrico Letta, vicesegretario del Partito democratico – lo stesso che il 18 novembre 2011, su un bigliettino immortalato dai fotografi della Camera, scriveva a Monti: «Quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno, sia ufficialmente che riservatamente» –, a gettare le basi: «Puntiamo a vincere le elezioni e dopo chiederemo al centro e ai montiani di sostenere il governo Bersani» (9 gennaio). Poi, in rapida carrellata, sono arrivati segnali più chiari. Gli ultimi due, inequivocabili, proprio da Bersani e Monti. Il primo, che il 30 novembre 2012 si diceva favorevole ad «alleggerire l’Imu sulla prima casa e affiancarla con un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari», ha fatto dietrofront. «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just», ha dichiarato “Pier” sette giorni fa, quindi «niente patrimoniale ma solo la tracciabilità fiscale» perché «abbiamo già l’Imu». Parole che non sono piaciute alla Cgil, tornata a sottolineare la necessità di un intervento simile («Bisogna ricongiungere la forbice applicando la regola fondamentale, prevista dalla Costituzione, che la tassazione è progressiva sul reddito delle persone», le parole di Susanna Camusso). I «moderati», si sa, di patrimoniale non vogliono sentir parlare, quindi meglio chiudere la proposta nel cassetto. E siccome nella vita e ancor di più nella politica non si fa mai niente per niente, il centrosinistra ha chiesto qualcosa in cambio. Così domenica scorsa, dalle colonne del Corriere della Sera, Monti ha addirittura aperto ad una possibile revisione della riforma Fornero, anche se «per ora non c’è alcun orientamento deciso».

Di più ha fatto Dagospia, che ha riportato i punti salienti di un recente incontro fra i due candidati premier. Secondo la testata diretta da Roberto D’Agostino, Bersani sarebbe disposto a lasciare al Professore mano libera su due ministeri chiave come Economia (viene da chiedersi che ne sarà della linea-Fassina) ed Esteri, mentre il presidente della Bce Mario Draghi risulterebbe – per entrambi – l’uomo giusto per il Quirinale. Indiscrezioni a parte, resta il fatto che l’accordo fra i due schieramenti dopo il voto sconfesserebbe le primarie del centrosinistra, che hanno visto votare milioni di persone. È a loro che il centrosinistra dovrebbe rendere conto di ciò. Ma con la politica che si fa in televisione e non nelle piazze tutto è diventato un terribile horror show.

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paola-severino-Ogni volta che leggo una dichiarazione del ministro della Giustizia Paola Severino che riguarda le carceri mi domando su che pianeta viva. L’ultima, pronunciata all’Assemblea del Consiglio d’Europa martedì 22 gennaio, recita così: «Nonostante le ristrettezze delle risorse disponibili il governo Monti ha ampliato le strutture carcerarie per far fronte al sovraffollamento dei detenuti.  Già nel 2012 sono stati consegnati 3.178 nuovi posti, cui se ne aggiungeranno 2.382 entro il mese di giugno di quest’anno».

Ci dispiace deluderla, ministro, ma davvero di questo incremento di posti non ce ne siamo accorti. Non sarà che i numeri sono stati alterati? Per rispondere è utile ricordare quanto scrive Antigone, una delle associazioni che in Italia si occupano dell’emergenza carceraria e dell’abuso della carcerazione preventiva (il 40,1% dei detenuti è in attesa di giudizio, contro una media dei Paesi del Consiglio d’Europa del 28,5%), nel IX Rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione.

«Al 31/12/2009 la capienza regolamentare delle nostre carceri era di 44.073 posti», scrive Antigone. «Secondo i dati ufficiali del 31/10/2012 la capienza regolamentare complessiva è di 46.795 posti. La notizia però incredibile è che il 31/08/2012, due mesi prima, la capienza degli istituti era di 45.568 posti. Da agosto il numero degli istituti è rimasto lo stesso in ogni regione, ma in Calabria ci sarebbero 263 posti in più, in Umbria 196 e in Lombardia addirittura 661 in più. A noi – aggiunge l’associazione – non risulta però l’apertura di nuove carceri, né di nuovi padiglioni in vecchie carceri, né in Calabria né in Umbria e né in Lombardia. A che gioco giochiamo?».

Già: chi cosa stiamo parlando? Del nulla. Quello delle carceri è un problema ancestrale, ignorato per anni dai nostri governanti. Se n’è occupato, e lo fa tutt’ora con costanza, un unico partito: i Radicali. I quali, però, rimarranno probabilmente fuori dal prossimo Parlamento. Cambiare tutto per non cambiare niente, dunque. In pieno stile gattopardesco.

Sotto questo punto di vista, nell’anno passato alla guida del Paese, il governo Monti ha fatto il minimo sindacale. I provvedimenti della Guardasigilli, che pure portavano nomi ambiziosi (“Salva-Carceri” e “Svuota-Carceri”), si sono rivelati fallimentari. Di più: la spending review è stata una mannaia per il cosiddetto “Piano-carceri” (datato 2010, anno in cui l’allora governo Berlusconi dichiarò lo «stato d’emergenza»), che avrebbe dovuto garantire la realizzazione di 9.150 nuovi posti letto grazie ad uno stanziamento di 675 milioni di euro. Cos’è successo, invece? Che l’esecutivo tecnico ha ridotto la cifra di ben 228 milioni.

Passi il fatto di essere in campagna elettorale e di dover “bere”, senza filtro, qualsiasi cosa viene detta ai cittadini. Ma i freddi numeri, quelli che – scherzo del destino – hanno portato all’insediamento dei Professori, parlano chiaro. Sono inoppugnabili. E raccontano una realtà diversa da quella descritta dalla Severino. Ministro, la prego: abbia rispetto non tanto per noi, quanto per i detenuti. Glielo deve.

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Guido CrosettoC’è una data che fa da spartiacque nella carriera politica di Guido Crosetto: il 6 dicembre 2012. Giorno in cui, ospite di “Omnibus” su La7, l’ex sottosegretario alla Difesa esce di scena a puntata in corso. «Non ho più niente da dire e non voglio continuare a parlare del vuoto», afferma prima di lasciare lo studio. «Alle parole ho preferito i fatti, e nelle settimane successive me ne sono andato dal Pdl», dice contattato da “Il Punto”.

Dopo la fuoriuscita dal Pdl, insieme a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, è nato Fratelli d’Italia. Qualcuno l’ha definita «il Renzi del centrodestra». Si sente così?

«No, mi sento una persona normale che ha voglia di un centrodestra normale. E che pensa che ci sia “l’altro modo” di essere di centrodestra. Quello che avrebbe dovuto essere il Pdl, un partito che anche grazie alle bordate mie e di Giorgia (Meloni, ndr) sta cercando di cambiare rotta. Oltre alla necessità di mettere in lista persone che rappresentino il territorio, ci sarebbe bisogno di un progetto politico chiaro e di una maggiore democrazia interna».

I detrattori del suo movimento hanno sottolineato l’assenza di un orizzonte politico…

«Noi siamo di centrodestra, non rinneghiamo la nostra posizione politica. Nel Pdl sia io che la Meloni e La Russa avremmo avuto i primi posti nelle rispettive Regioni, ma abbiamo preferito fare una scelta di dignità. A differenza di altri, che prima si fanno eleggere e poi fondano i partiti, noi tre abbiamo deciso di giocarci la nostra scommessa prima».

Siete comunque in coalizione con il Pdl…

«Guardiamo al Pdl ma siamo alternativi al Pdl. Se il partito ha perso il 20% dei consensi un motivo ci sarà. Noi dobbiamo essere un riferimento credibile per i moderati italiani, da quelli che hanno votato Renzi alle primarie del Pd a quelli che una volta sceglievano Alleanza nazionale».

La Russa ha parlato di un «4% certo» e di una «potenzialità del 14%». Secondo lei dove potete arrivare?

«È un problema che non mi sono posto. Mi sono preso delle responsabilità e sono cosciente del fatto che potrei non essere eletto. Ma non è ciò che mi interessa. Piuttosto, intendo concentrarmi sul progetto».

Nel frattempo, per rendere possibile l’apparentamento in Lombardia, Maroni vi ha chiesto di cambiare nome: «Optino per il solo “Centrodestra nazionale” o lo mutino in “Fratelli di Lombardia”. In caso contrario, valuteremo il da farsi». Cosa farete?

«Dovremmo utilizzare “Fratelli d’Italia per la Lombardia”. Credo comunque che il problema non sia semantico. Quando si decide di correre insieme lo si fa sulla base dei programmi, delle persone e delle scelte. Sia io che Giorgia Meloni conosciamo bene Maroni con il quale, anche in tempi non sospetti, abbiamo condiviso molte battaglie. Nell’anno di governo tecnico sono stato uno dei pochi a votare con la Lega contro Monti. È più facile che “Bobo” si trovi d’accordo con me che con molti del Pdl…».

È rimasto sorpreso dal dietrofront del segretario leghista? Ad un certo punto il rapporto fra Pdl e Carroccio sembrava inconciliabile…

«No, perché c’è la necessità di rappresentare un elettorato con delle idee diverse. In questo senso mi fa piacere che il Pdl si stia “convertendo” alle battaglie che ho portato avanti contro la politica del governo Monti».

Di recente lei ha manifestato una certa simpatia per Oscar Giannino, arrivando ad indicarlo come il possibile candidato premier del vostro movimento. Ha ricevuto risposta?

«Oscar è mio amico da anni, mi dispiace vederlo fuori del centrodestra. Bisogna unire le idee senza farsi dividere da Berlusconi: il centrodestra deve esistere oggi e dopo il Cavaliere. Lui, per ora, ha deciso di portare avanti una battaglia solitaria».

Cosa pensa della “salita in politica” di Monti?

«Me lo aspettavo, personalmente non l’ho mai considerato un “tecnico”. L’errore commesso è stato quello di dare troppo potere ad una persona da cui non si avevano garanzie di reiterata imparzialità. Ha solo fatto vedere chi è veramente».

(A fine intervista domando a Crosetto se ha visto la puntata di “Servizio Pubblico” alla quale è stato ospite Berlusconi. Mi risponde: «L’ho sentito dopo la trasmissione. Gli ho detto: “I coglioni non sono una cosa che si comprano al supermercato. Hai dimostrato di averli, ma non mi stupisce”»).

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Monti «sale in politica» e pensa al bis a Palazzo Chigi. Ma il suo programma è bocciato dagli economisti e, stando ai sondaggi, lo schieramento centrista da lui guidato non decolla. Crescono Pd e Pdl: per entrambi l’obiettivo è modificare le riforme, da loro stessi approvate, in caso di vittoria

++ MONTI, CON ABC NESSUNO PATTO PER NON CANDIDARMI ++«Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». Comincia così La metamorfosi, il racconto più noto dello scrittore Franz Kafka, pubblicato all’inizio del ‘900. Se la trasformazione del protagonista dell’opera letteraria ha riguardato l’aspetto fisico, quella subita da Mario Monti è stata di tutt’altra natura. In meno di un anno il Professore è diventato un politico di professione. Dismesso il Loden d’ordinanza, Monti ha lanciato la propria candidatura, accompagnandola con un programma elettorale (l’“Agenda per un impegno comune”) e occupando gli spazi radiotelevisivi proprio come Silvio Berlusconi (Pdl) e Pier Luigi Bersani (Pd), suoi principali antagonisti nella corsa a Palazzo Chigi. La strada che ha davanti il presidente del Consiglio uscente è però molto meno in salita rispetto a quella degli avversari. Monti infatti non deve essere rieletto perché – come ha ricordato il presidente della Repubblica Napolitano a fine novembre – è senatore a vita, quindi già parlamentare. Particolare da tenere in estrema considerazione. La sua “Agenda” è stata criticata dal “Superministro” Corrado Passera (secondo cui sarebbe servito «più coraggio») e da buona parte degli economisti italiani. Da Boeri a Zingales, passando per Alesina e Giavazzi che, in un lungo editoriale pubblicato sul Corriere della Sera il 27 dicembre scorso, hanno parlato di un programma «troppo Statocentrico. (…) Con un debito al 126% del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte del mondo – hanno scritto i due economisti – non si può sfuggire al problema di ridimensionare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente “riqualificare la spesa” con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità della situazione».

VIRTUALE E REALE – Le parole con cui Alesina e Giavazzi hanno terminato la loro analisi fotografano una realtà in continuo peggioramento. Se è vero che in questo anno il governo tecnico ha provveduto a ridare credibilità internazionale all’Italia, portando il famigerato spread sotto quota 270 punti base, dall’altra la condizione generale in cui versa il Paese non lascia dormire sonni tranquilli. Il 2012 è stato di lacrime e sangue, e si è chiuso con una crescita della disoccupazione di quasi un punto e mezzo percentuale (per ciò che riguarda gli under 25 si è toccata quota 36,5%), una caduta del Pil del 2,4% rispetto al 2011, un debito pubblico che ha superato i duemila miliardi di euro, la riduzione dei consumi delle famiglie («risparmio, rinuncia e rinvio» sono le tre “r” di cui ha parlato il Censis nel Rapporto 2012), un tasso di inflazione medio annuo del 3% (contro il 2,8 registrato nel 2011) e un incremento delle richieste di cassa integrazione del 12,1% (1,1 miliardi di ore). Più varie ed eventuali. Perché alcune delle riforme varate dal governo Monti hanno provocato effetti collaterali degni di nota. Su tutte l’introduzione dell’Imu – l’imposta sulla casa che ha contribuito a frenare la ripresa dei consumi – e la vicenda degli “esodati”, i lavoratori rimasti senza lavoro né pensione dopo il riordino del sistema previdenziale. Insomma, sembra esserci una sproporzione fra Paese virtuale (quello di cui parlano i Professori) e reale. Eppure l’ex Commissario europeo, per nulla turbato dalle critiche che hanno accompagnato la fine della sua avventura a capo dell’esecutivo, ha deciso di «salire in politica». La sua “Agenda” sembra però essere tutto il contrario di tutto. Sfogliando fra le 25 pagine che la compongono si legge, per esempio, che uno dei principali impegni per la prossima legislatura è la riduzione del prelievo fiscale complessivo, con particolare riferimento alla riduzione delle tasse che gravano su lavoro e impresa. Di più: come si è letto nell’”Analisi di un anno di governo” prima che fosse rimossa dal sito governo.it a causa delle proteste bipartisan, «l’obiettivo è di ridurre di un punto e progressivamente la pressione fiscale, iniziando dalle aliquote più basse per dare respiro alle fasce più deboli». Parole che cozzano contro le stime dello stesso governo, secondo cui nel 2013 la pressione fiscale aumenterà ancora fino a toccare il 45,3% (intermini reali si tratta di circa 380 euro in più a famiglia). Ancora: la raffica di rincari che colpiranno gli italiani nel 2013 – dalla Tares, la nuova tassa sui rifiuti, alla Tobin tax, passando per la Ivie (Imposta sul valore degli immobili all’estero) e gli aumenti delle tariffe del gas (+1,7% dal 1° gennaio) – e l’entrata in vigore delle «regole d’oro» del Fiscal compact sembrano declassare le parole del Professore al rango di “semplici promesse elettorali”.

CRESCITA CERCASI – «Rigore, equità e crescita». Alla fine, dei tre pilastri iniziali del governo Monti, gli italiani hanno saggiato solo gli effetti del primo. L’equità e la crescita non sono pervenute, malgrado le speranze del premier che il 20 gennaio 2012 affermava entusiasta: «Ci sono delle stime dell’Ocse e di Bankitalia che dicono che se l’Italia arriva ad un grado di flessibilità come c’è negli altri Paesi nel campo dei servizi ci sarà un aumento della produttività del 10% nei prossimi anni e, grosso modo, del 10% del Pil». Tono più dimesso quello che ha accompagnato la conferenza stampa di fine anno, il 23 dicembre scorso. «La crescita? – ha domandato il premier – È naturale che adesso non ci sia. Questa è un’altra illusione veicolata a cittadini che si ritengono ancora cretini. Come si fa a pensare che, avendo dovuto fare interventi come quelli a cui ciascun ministro ha collaborato (fra cui quella, già citata, delle pensioni, che ha spostato in avanti l’asticella fino a 67 anni, ndr), la crescita non avrebbe sofferto?». Ma nell’”Agenda” c’è spazio anche per istruzione, formazione professionale e ricerca. «Bisogna rendere le Università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei», è scritto a pagina 11. Anche in questo caso le nobili intenzioni del premier si infrangono con quanto deciso nella legge di stabilità. Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che pochi giorni prima dell’approvazione definitiva del testo aveva paventato il rischio default per diversi atenei italiani nel caso in cui non si fossero trovati 400 milioni per incrementare il Fondo di finanziamento ordinario delle Università, si è visto mettere sul piatto solo 100 milioni. Un fallimento. E la sanità? «Bisogna sempre più potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti», dice ancora il premier nel suo programma. Ma sempre nella ex Finanziaria ci sono solo 115 milioni di euro per i 30mila malati di Sla non autosufficienti, contro i 200 richiesti. Mentre si è deciso di rifinanziare la Tav: oltre 2 miliardi di euro fra il 2015 e il 2029.

CAMPO DI BATTAGLIA – Per ora, comunque, i sondaggi restano freddi nei confronti dello schieramento centrista (Casini, Fini e Montezemolo) guidato dal Professore, che non supera la soglia del 15% se non addirittura il 12%, secondo quanto ha affermato Nicola Piepoli a Linkiesta.it («Non spacca, è depressivo», sono state le sue parole). Due delle ultime rilevazioni – Tecnè per Sky Tg24 e Mannheimer per il Corriere della Sera – vedono invece centrosinistra e centrodestra nelle prime due posizioni. La coalizione guidata da Bersani oscilla fra il 35,3 e il 40%, mentre il Pdl si attesta fra il 17 e il 19% (l’alleanza con la Lega Nord siglata lunedì, che prevede Maroni candidato unico in Lombardia, Alfano premier e Berlusconi ministro dell’Economia in caso di successo, permette di sfiorare il 28%). Per entrambi gli schieramenti è partita la corsa a chi modificherà con maggiore incisività le riforme del governo uscente, da loro stessi approvate. La grande promessa di Berlusconi è l’abolizione dell’Imu: il mancato gettito derivante dall’imposta sulla casa – ha affermato a più riprese il Cavaliere – sarà compensato con aumento del prelievo su giochi, alcolici e sigarette. Sul fronte opposto, invece, si punta tutto sulla riforma delle pensioni e su quella del mercato del lavoro, mandate amaramente giù da Bersani e co. Provvedimenti su cui Cesare Damiano, vincitore delle primarie a Torino, ha intenzione di rimettere mano. «Se torneremo al governo non butteremo le riforme Fornero nel cestino – ha affermato dalle colonne del Corriere della Sera –, ma le correggeremo perché contengono errori fondamentali. Monti dice che vogliamo conservare un mondo del lavoro cristallizzato e iperprotetto? Forse è lui che è arroccato. Non si può andare avanti solo guardando ai mercati finanziari trascurando la realtà del mondo del lavoro», ha concluso l’ex ministro del Welfare. E pensare che fino a un mese fa la “strana maggioranza” guardava la luna sotto lo stesso cielo.

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Giacomo-VaciagoGiacomo Vaciago, docente di Economia monetaria all’Università Cattolica di Milano e direttore del Circolo Ref Ricerche, è chiaro: «Nell’Agenda Monti, come in tutti gli altri programmi che finora ho letto, manca una diagnosi della gravità della situazione in cui siamo».

Professore, alcuni suoi colleghi hanno espresso un giudizio negativo sull’Agenda Monti. Lei cosa ne pensa?

«L’agenda non è un manifesto né un programma. Ma come c’è scritto – peccato che tanti l’abbiano giudicata senza averla letta – è un  “Primo contributo ad una riflessione aperta”. In italiano, ciò vuol dire che nelle intenzioni di Mario Monti altri disposti a collaborare con lui e a condividerne l’impegno avrebbero dovuto contribuire a  integrare-emendare-migliorare il testo, scrivendo così l’Agenda che alla fine sarà presentata in tempo per il voto degli italiani il 24 e 25 febbraio. Se dovessi aiutare qualcuno a capire il limite principale dell’Agenda Monti, come di tutti gli altri programmi che finora ho letto, direi che manca una diagnosi della gravità della situazione in cui siamo, in un Paese – unico al mondo – che da 15 anni non cresce e da 5 va indietro. I danni li pagano i nostri figli e nipoti».

Due dei passaggi fondamentali sono la riduzione del prelievo fiscale e la crescita. Obiettivi realizzabili?

«È chiaro che se si vota a febbraio ed abbiamo un governo che insedia a maggio, il 2013 è praticamente finito. Se l’Agenda Monti – possibilmente migliorata – ci aiuta a definire i binari su cui si muoverà il Paese nei prossimi anni è perché iniziamo il cambiamento che da vent’anni ci ostiniamo a rifiutare. Ricordo due cose essenziali che sono già nella nostra Costituzione: l’onore, con cui devono adempiere la loro funzione politici e burocrati, e il merito, in base al quale si va all’Università. È ciò che succede nei paesi normali. Non è neppure necessario un “avviso di garanzia” perché un membro del governo si dimetta se è stato colto con le dita nella marmellata. E se vuoi sapere cos’è il merito in Germania consiglio di studiare l’iniziativa di eccellenza delle Università tedesche, iniziata da Schröder nel 2005 e proseguita dalla Merkel».

Ci sono poi la lotta all’evasione e la “spending review”, peraltro già intraprese. In tal senso si poteva fare di più?

«È  ancora tutto da fare. Ricordo che il nostro bilancio pubblico è da anni in equilibrio perché ci sono le maggiori entrate dovute alla “lotta all’evasione”. La mia battuta è:  “Siamo fortunati che c’è l’evasione, sennò dove prenderemmo quei soldi?”. Scherzi a parte, ci sarà sempre evasione se resta l’idea che sono soldi dovuti ad uno Stato che non li merita, o che l’evasore sì che è furbo. È come copiare a scuola: stai imbrogliando il Professore. Nei Paesi normali l’evasore è considerato un ladro: deruba il prossimo. Serve dunque una vera e propria svolta radicale: tutti i soldi portati via agli evasori vanno a ridurre le aliquote. Anche qui, consiglio di andare a vedere le migliori pratiche altrui».

Bersani e Berlusconi sembrano voler “smontare” le riforme fatte dall’esecutivo tecnico. Quali potrebbero essere gli effetti reali delle “rimodulazioni” dei partiti?

«Alla fine Bruxelles, Francoforte e Washington decideranno per noi. Abbiamo ormai imparato che siamo troppo grandi perché ci lascino sbagliare in santa  pace. Nessuno desidera un’Italia che imiti la Grecia. D’altra parte, proprio perché c’è ancora tanta qualità in Italia, vedo che l’estero sta comprando – una  dopo l’altra – le  nostre aziende migliori. Non è la prima volta che abbiamo padroni stranieri. Consiglio di rileggere cosa il grande storico economico Cipolla scrisse sul nostro declino di quattro secoli fa…».

Infine c’è il rapporto con l’Europa. Secondo lei Bersani avrebbe la caratura politica per “affrontare” la cancelliera Merkel?

«Il problema non è tra loro due. Nel nostro gossip quotidiano si è finito col personalizzare tutto, quindi la Merkel è diventata il nostro maggiore problema. Vorrei che ci ricordassimo che di fronte a noi ci sono 80 milioni di tedeschi. E per capire la loro “vista lunga” consiglio di vedere quanto, da anni e col consenso delle parti sociali, stanno investendo in educazione e ricerca. Come noi, la Germania ha da molti anni demografia negativa e per capire come stanno reagendo basta visitare il sito dei Max Planck Institutes, che da dieci  anni assegna borse di studio ai migliori del mondo. Stupisce che prendano sempre più italiani?».

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BERLUSCONI,GOVERNO PROFESSORI SI ERA MONTATO TESTATelevisivamente parlando ha vinto Berlusconi. Nettamente. Ci sono tanti perché, mi limito a citarne 5.

1- Semplice: L’ex presidente del Consiglio non è stato contrastato a dovere. Mi aspettavo che in studio ci fossero esperti, “tecnici”, gente competente che potesse ribattere colpo su colpo alle (molte) scempiaggini pronunciate stasera dal Cavaliere. Sarebbero serviti – almeno – un costituzionalista e, soprattutto, un economista. E invece accendi la Tv e di fronte a lui chi trovi? Luisella Costamagna e Giulia Innocenzi. La prima avrà parlato 3 minuti netti e, incalzata da Berlusconi, non è riuscita a chiedergli praticamente nulla; la seconda, imbarazzante, ha raggiunto l’apice del paradosso quando – parlando direttamente all’ex premier – ha esordito dicendo: «Se sbaglio lei me lo dica». Travaglio ha avuto dei picchi: così così il primo intervento, meglio il secondo. Da lui gli spettatori si aspettavano fuoco e fiamme. Invece è rimasto nel limbo fra soddisfazione ed insoddisfazione;

2- Il soliloquio di B.: Santoro ha permesso al suo acerrimo nemico di parlare a rotta di collo. Tanto che poi Sandro Ruotolo, messo a fare il notaio (perché? Non si sa…) ha parlato di minutaggio favorevole al Cavaliere (che novità…!). Nel momento in cui parlava, B. ha avuto ovviamente il tempo di ripetere quanto già sentito in ogni trasmissione televisiva a cui finora ha presenziato: l’abolizione dell’Imu, l’Europa «germanocentrica», la teoria del complotto, Monti il dissanguatore delle famiglie, i comunisti al potere – Corte costituzionale, Quirinale, tribunali e via discorrendo – e persino Dell’Utri persona «perbenissimo perché c’ha 4 figli» (il fatto di averne così tanti è direttamente proporzionale a non essere un delinquente? Mistero).

3- Le scuole serali: Una battuta che ha fatto cadere Santoro nel tranello tesogli da Berlusconi. «Mi dica, lei ha studiato alle scuole serali?», chiede l’ospite al conduttore durante il dibattito (e il pubblico applaude!). Il giornalista ripete la battuta 7/8 volte durante l’arco della puntata, segno che l’uscita lo ha indispettito non poco. E il fatto che Santoro ad un certo punto abbia la fronte bagnata dal sudore mentre B. sia impassibile e sorridente perché «mi sto divertendo» la dice lunga su chi è uscito dal campo con i 3 punti;

4- La letterina a Travaglio: Voi immaginate un telespettatore che ha acceso la Tv alle 23.30 e ha trovato Berlusconi seduto al tavolo del conduttore, al posto che è occupato settimanalmente da Travaglio che legge il suo editoriale. Cosa può aver pensato? Ecco, l’aver permesso al Cavaliere di “invadere lo spazio” in maniera così forte è stato il colpo di grazia della serata (sorvoliamo sulla missiva: la citazione di Wikipedia la dice lunga sul grado di affidabilità di chi l’ha scritta). Comica finale: B. che dice a Travaglio: «Si alzi, mi ridia il mio posto». E pulisce la sedia con un fazzoletto;

5- Infine: Gli ultimi 20 minuti di trasmissione sono stati – come si dice – “fuffa”. Santoro e Berlusconi se le sono date di santa ragione, sembravano Don Camillo e Peppone. Ma sul piatto sono stati messi i rancori personali – vedi l’«editto bulgaro» – che al pubblico fregano zero.

Insomma, stasera su Twitter circolava un hashtag alternativo a #Serviziopubblico: #seviziapubblica. E’ stata questa. La prossima volta, visto il largo anticipo con cui la redazione del programma ha potuto preparare la puntata, si faccia meglio. Altrimenti il Cavaliere vincerà ancora. E saranno dolori per tutti.

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