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Carceri, problema europeo

Quello della grave condizione dei penitenziari non è un dramma solo italiano. Ecco i dati del primo osservatorio europeo indipendente sulle condizioni di detenzione

Carceri_1_1«La situazione è gravissima, in gioco c’è l’onore dell’Italia». Nel corso della visita nel carcere milanese di San Vittore, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato così della condizione al collasso che caratterizza i nostri penitenziari. Circostanza che fa risultare il nostro Paese maglia nera in Europa, alla luce di un tasso di sovraffollamento che supera il 140%. Il capo dello Stato ha dichiarato che se fosse stato per lui avrebbe firmato l’amnistia «non una ma dieci volte», specificando però che c’è stata «l’assenza delle condizioni politiche». L’Italia non è comunque l’unica Nazione in cui le carceri sono un “problema”. Sfogliando i dati dello European Prison Observatory, il primo osservatorio europeo indipendente sulle condizioni di detenzione sostenuto dalla Ue e coordinato da Antigone (che ha monitorato 8 Stati: Regno Unito, Francia, Spagna, Grecia, Lettonia, Polonia e Portogallo, oltre all’Italia), si scopre una realtà complessa per buona parte dei Paesi del Continente.

FRANCIA E GRECIA - Particolarmente difficile è la situazione di Francia e Grecia. Il Paese attualmente guidato da François Hollande ha assistito ad una drammatica crescita della propria popolazione carceraria, aumentata del 36%rispetto al 2001. Oggi nei penitenziari francesi ci sono 64.787 detenuti, 3.809 in più del 2010. Ma a preoccupare è un altro dato: quello delle morti in carcere, che nel 2012 sono state addirittura 535, il numero più elevato fra tutti gli Stati su cui è stata posta l’attenzione. I progetti di edilizia carceraria degli ultimi anni non sono stati in grado di ridurre il sovraffollamento, pari al 113,2%, creando un maggiore isolamento dei detenuti e comportamenti violenti anche contro il personale di polizia penitenziaria. Basse, invece, sono le percentuali di minori e donne detenute, che si attestano rispettivamente all’1,1 e al 3,4%; il 20% dei carcerati è invece di origine straniera (si tratta di un dato rimasto sostanzialmente stabile fra il 2008 e il 2012). Percentuale che fa ben sperare è invece quella dei detenuti che scontano una condanna definitiva: 88,8%, il che sta a significare un utilizzo tutto sommato contenuto della carcerazione preventiva. Poi, come detto, c’è la Grecia, il cui sistema è caratterizzato da condizioni di vita estremamente degradate. La popolazione carceraria ellenica è composta da 12.479 persone, con una percentuale spropositata di detenuti stranieri: 63,2% (nel 2008 era del 48,3%). Dopo l’Italia, inoltre, la Grecia è il Paese con il più alto tasso di sovraffollamento, pari al 136,5%, in crescita rispetto al 2010 quando era diminuito fino a toccare quota 123. A questi problemi, dice l’osservatorio nella sua analisi, se ne aggiungono altri due: la carenza di personale e l’abuso della carcerazione preventiva, a cui su unisce una cospicua presenza di detenuti accusati o condannati per crimini legati alla droga. Con il suo 4,7%, infine, la Grecia è la Nazione con la più alta percentuale di minori dietro le sbarre.

SPAGNA E REGNO UNITO - Anche in Spagna i numeri non fanno dormire sonni tranquilli. La popolazione carceraria è composta da 69.037 persone, -4.892 rispetto a due anni fa. Oltre all’elevato tasso di sovraffollamento, 98,7%, a caratterizzare il sistema spagnolo è la grave situazione relativa all’assistenza sanitaria. Secondo quanto afferma lo European Prison Observatory, a seguito della crisi economica l’amministrazione penitenziaria spagnola ha ridotto le prestazioni mediche, accadimento che ha prodotto la carenza di cure specialistiche con particolare riferimento alla salute mentale dei detenuti. Come la Francia, anche la Spagna presenta una percentuale elevata di reclusi che scontano una condanna definitiva: 81,9% (l’Italia è ferma invece al 58,8%).Alta, se messa a confronto con gli altri 8 Stati, è la percentuale di donne nei penitenziari: 7,6%. Spostandosi in Regno Unito la situazione è pressoché la stessa. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad una crescita esponenziale della popolazione detenuta, oggi formata da 95.161 soggetti (+10.436 rispetto al 2010). Il sovraffollamento è pari al 108%; i minori detenuti sono appena l’1,9%, anche se nel Regno Unito, dove l’età della responsabilità penale è particolarmente bassa, coloro che hanno commesso reati e hanno meno di 18 anni sono affidati ad apposite istituzioni indirizzate alla rieducazione. A fare da contraltare a numeri non certo esaltanti c’è l’esplosione dell’uso di misure non detentive e di altre forme di pena, che rendono la Gran Bretagna uno dei Paesi maggiormente attenti in questo ambito insieme a Francia e Spagna.

GLI ALTRI PAESI - A chiudere il quadro ci sono PoloniaLettonia e Portogallo. In quest’ultimo caso, malgrado un tasso di criminalità relativamente basso se messo a confronto con gli altri Paesi europei, il numero di detenuti è cresciuto in fretta negli ultimi anni, fino ad attestarsi a 13.490 persone (2012), il 18,40% delle quali di origine straniera. Al tasso praticamente nullo di minori dietro le sbarre (0,6%) fanno da contraltare il numero di detenuti morti in carcere nell’ultimo anno (211) e il dato che riguarda il sovraffollamento: 111%. La Polonia avrebbe invece bisogno di una riforma più radicale del proprio sistema penitenziario, sottolinea l’osservatorio. I fattori dominanti sono la mancanza di lavoro e di cure mediche adeguate per i detenuti, nonché il mancato adeguamento delle strutture carcerarie – in cui sono rinchiusi 85.419 detenuti, con un tasso di sovraffollamento del 99,7%– agli standard europei. La Lettonia, infine, con i suoi 300 detenuti ogni 100mila abitanti presenta il tasso più alto di carcerazione fra i Paesi dell’osservatorio e uno dei più alti dell’intera Unione europea. Quali sono le cause principali che hanno portato ad una situazione ai limiti della sostenibilità? «Uno dei motivi scatenanti sta nel fatto che negli ultimi anni la minorità sociale è stata drasticamente affidata ai sistemi punitivi », afferma a Il Punto Mauro Palma, ex presidente del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa e presidente onorario di Antigone. Una seconda causa, prosegue, è che «in sistemi democratici avanzati, che prevedono competizioni elettorali abbastanza frequenti e che sono caratterizzati da insicurezza sociale, il consenso è stato fondato sull’assecondare la mai appagata richiesta di sicurezza individuale quale surrogato della mancata sicurezza sociale, quindi sul proporre sempre più carcere». A ciò si unisce «un taglio a livello europeo di risorse ai sistemi di protezione sociale, con conseguente riflesso sul sistema detentivo, nonché una diversa dislocazione delle stesse risorse esistenti. Se si spendono più soldi per costruire strutture detentive piuttosto che utilizzarli per creare nuovi luoghi di accoglienza esterna si fa una scelta politica». Infine c’è quella che il presidente onorario di Antigone definisce «la categoria dell’indistinto », ovvero il mettere “tutti con tutti”, che porta in carcere con pene alte persone con profili delittuosi del tutto diversi. «Questa mancata distinzione è evidente per particolari tipi di reati, come quelli che riguardano l’uso di sostanze stupefacenti. Occorre quindi un’opera ampia di “depurazione” del sistema per garantire condizioni maggiormente dignitose per tutti, detenuti e non», conclude Palma.

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Occupazione femminile, Italia ai margini. Scenari e soluzioni per uscire dall’impasse – da “Il Punto” del 25/01/2013

donne-300x183L’ultimo, terribile bollettino Istat riguardante “Occupati e disoccupati” in Italia (pubblicato l’8 gennaio scorso ma riferito a novembre 2012) esplicita in maniera netta quanto la differenza di genere sia ancora elevata nel nostro Paese. Nel penultimo mese dello scorso anno, infatti, il tasso di occupazione delle donne di età compresa fra i 15 e i 64 anni si attesta al 47,3%, contro il 66,3% degli uomini; quello di disoccupazione è del 12% per la componente femminile contro il 10,6% di quella maschile mentre il tasso di inattività fra i 15 e i 64 anni è del 46,3% nel primo caso e del 25,8% nel secondo. Il dato peggiore è però quello che riguarda l’intero anno. Perché, scrive l’Istituto nazionale di statistica, «a novembre l’occupazione maschile cala dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,5% su base annua», mentre quella femminile «cala dello 0,2% rispetto al mese precedente, ma aumenta dell’1,7% nei dodici mesi». Tradotto: in Italia sono le donne ad aver pagato – e a continuare a pagare – il prezzo più alto della crisi. A fotografare questa difficile situazione non ci sono solamente i dati resi noti poc’anzi, ma anche quelli che arrivano dal “Global Gender Gap Report 2012”. Rispetto al 2011, rivela il rapporto internazionale sul divario di genere, l’Italia ha perso sei posizioni nella graduatoria relativa alle disuguaglianze di genere. Su un totale di 135 Paesi finiti sotto la lente di ingrandimento del World Economic Forum, il nostro Paese si piazza all’ottantesimo posto, scendendo addirittura al centunesimo se si fa riferimento alla partecipazione e alle opportunità economiche delle donne. Scenario che si riflette, ovviamente, sulle retribuzioni e sulle possibilità di carriera delle lavoratrici. Un’analisi effettuata dall’Inps mette in luce il fatto che se per un lavoratore dipendente nel settore privato di sesso maschile la retribuzione media è di 30.246 euro lordi annui, per uno di sesso femminile – a parità di condizioni – la cifra scende a 21.678 euro.

Una difficoltà che non riguarda solo le donne italiane, certo. Ma, come troppo spesso capita, in questi anni di crisi il Belpaese ha visto aumentare il problema in maniera esponenziale. È così che, secondo l’ufficio statistico dell’Unione europea, il tasso di occupazione delle donne senza figli di età compresa fra i 25 e i 64 anni in Italia è pari al 63,9%, contro una media continentale del 75,8% (in Germania si arriva addirittura all’81,8%). Le donne italiane non vivono una situazione di squilibrio solo all’interno del contesto lavorativo. Anche fra le mura domestiche esse lavorano complessivamente il doppio degli uomini, come testimonia una ricerca – dal titolo “Un dito fra moglie e marito” – condotta da Andrea Ichino, docente di Economia politica all’Università di Bologna. «Si tratta di uno studio innovativo perché si basa su domande rivolte a entrambi i membri della coppia, chiedendo a ciascuno di rispondere per sé e per il proprio partner in modo che le risposte di un partner servono a verificare quelle dell’altro», spiega Ichino. Cosa scaturisce dall’analisi? Primo: che i compiti familiari sono allocati in maniera squilibrata. Sommando il lavoro in casa e fuori, le donne lavorano complessivamente circa 30 minuti in più al giorno; secondo: che questa situazione non genera né benessere né soddisfazione per le donne, le quali hanno comunque una maggiore propensione al cambiamento rispetto agli uomini; terzo: che il potere contrattuale degli uomini continua ad essere superiore e che di fronte ad un’offerta di lavoro irrinunciabile le donne trovano minore disponibilità del partner ad essere sostituite nei lavori domestici. Quale potrebbe essere la soluzione per uscire dall’impasse? «La detassazione dei redditi da lavoro femminile è un intervento auspicabile – aggiunge Ichino –. Nel lungo periodo essa favorisce un cambiamento dei rapporti di forza in famiglia, accelerando il riequilibrio tra i sessi con un guadagno complessivo di benessere per la collettività». Proprio per uscire da una situazione complessa si susseguono iniziative volte a reinserire e riqualificare le donne all’interno del mondo del lavoro.

Una di queste è “Vasi comunicanti”, progetto sperimentato in 24 Comuni delle province di Roma e Latina e che si appresta ad essere “esportato” su tutto il territorio nazionale. Cofinanziato da Unione europea e Regione Lazio, “Vasi comunicanti” ha fornito alle partecipanti la possibilità di svolgere tirocini in azienda (76 in tutto quelli attivati in 53 società ospitanti), avere una formazione professionale continua e poter creare nuove imprese al femminile (8 in totale, costituite grazie a finanziamenti a fondo perduto), conciliando i tempi vita-lavoro. Tre le parole chiave del progetto: occupabilità, flessibilità e professionalità. E così Filomena, Maura, Angela e tante altre sono tornate a sperare in un futuro a tinte meno fosche. Un piccolo bagliore di speranza in un’Italia ancora a trazione maschile.

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«L’Agenda Monti? Manca la diagnosi della grave situazione in cui siamo» – da “Il Punto” dell’11/01/2013

Giacomo-VaciagoGiacomo Vaciago, docente di Economia monetaria all’Università Cattolica di Milano e direttore del Circolo Ref Ricerche, è chiaro: «Nell’Agenda Monti, come in tutti gli altri programmi che finora ho letto, manca una diagnosi della gravità della situazione in cui siamo».

Professore, alcuni suoi colleghi hanno espresso un giudizio negativo sull’Agenda Monti. Lei cosa ne pensa?

«L’agenda non è un manifesto né un programma. Ma come c’è scritto – peccato che tanti l’abbiano giudicata senza averla letta – è un  “Primo contributo ad una riflessione aperta”. In italiano, ciò vuol dire che nelle intenzioni di Mario Monti altri disposti a collaborare con lui e a condividerne l’impegno avrebbero dovuto contribuire a  integrare-emendare-migliorare il testo, scrivendo così l’Agenda che alla fine sarà presentata in tempo per il voto degli italiani il 24 e 25 febbraio. Se dovessi aiutare qualcuno a capire il limite principale dell’Agenda Monti, come di tutti gli altri programmi che finora ho letto, direi che manca una diagnosi della gravità della situazione in cui siamo, in un Paese – unico al mondo – che da 15 anni non cresce e da 5 va indietro. I danni li pagano i nostri figli e nipoti».

Due dei passaggi fondamentali sono la riduzione del prelievo fiscale e la crescita. Obiettivi realizzabili?

«È chiaro che se si vota a febbraio ed abbiamo un governo che insedia a maggio, il 2013 è praticamente finito. Se l’Agenda Monti – possibilmente migliorata – ci aiuta a definire i binari su cui si muoverà il Paese nei prossimi anni è perché iniziamo il cambiamento che da vent’anni ci ostiniamo a rifiutare. Ricordo due cose essenziali che sono già nella nostra Costituzione: l’onore, con cui devono adempiere la loro funzione politici e burocrati, e il merito, in base al quale si va all’Università. È ciò che succede nei paesi normali. Non è neppure necessario un “avviso di garanzia” perché un membro del governo si dimetta se è stato colto con le dita nella marmellata. E se vuoi sapere cos’è il merito in Germania consiglio di studiare l’iniziativa di eccellenza delle Università tedesche, iniziata da Schröder nel 2005 e proseguita dalla Merkel».

Ci sono poi la lotta all’evasione e la “spending review”, peraltro già intraprese. In tal senso si poteva fare di più?

«È  ancora tutto da fare. Ricordo che il nostro bilancio pubblico è da anni in equilibrio perché ci sono le maggiori entrate dovute alla “lotta all’evasione”. La mia battuta è:  “Siamo fortunati che c’è l’evasione, sennò dove prenderemmo quei soldi?”. Scherzi a parte, ci sarà sempre evasione se resta l’idea che sono soldi dovuti ad uno Stato che non li merita, o che l’evasore sì che è furbo. È come copiare a scuola: stai imbrogliando il Professore. Nei Paesi normali l’evasore è considerato un ladro: deruba il prossimo. Serve dunque una vera e propria svolta radicale: tutti i soldi portati via agli evasori vanno a ridurre le aliquote. Anche qui, consiglio di andare a vedere le migliori pratiche altrui».

Bersani e Berlusconi sembrano voler “smontare” le riforme fatte dall’esecutivo tecnico. Quali potrebbero essere gli effetti reali delle “rimodulazioni” dei partiti?

«Alla fine Bruxelles, Francoforte e Washington decideranno per noi. Abbiamo ormai imparato che siamo troppo grandi perché ci lascino sbagliare in santa  pace. Nessuno desidera un’Italia che imiti la Grecia. D’altra parte, proprio perché c’è ancora tanta qualità in Italia, vedo che l’estero sta comprando – una  dopo l’altra – le  nostre aziende migliori. Non è la prima volta che abbiamo padroni stranieri. Consiglio di rileggere cosa il grande storico economico Cipolla scrisse sul nostro declino di quattro secoli fa…».

Infine c’è il rapporto con l’Europa. Secondo lei Bersani avrebbe la caratura politica per “affrontare” la cancelliera Merkel?

«Il problema non è tra loro due. Nel nostro gossip quotidiano si è finito col personalizzare tutto, quindi la Merkel è diventata il nostro maggiore problema. Vorrei che ci ricordassimo che di fronte a noi ci sono 80 milioni di tedeschi. E per capire la loro “vista lunga” consiglio di vedere quanto, da anni e col consenso delle parti sociali, stanno investendo in educazione e ricerca. Come noi, la Germania ha da molti anni demografia negativa e per capire come stanno reagendo basta visitare il sito dei Max Planck Institutes, che da dieci  anni assegna borse di studio ai migliori del mondo. Stupisce che prendano sempre più italiani?».

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La fregatura è sempre dietro l’angolo

call-centerPochi giorni fa una mia cara amica, in cerca di lavoro, è andata a fare un colloquio rispondendo ad un annuncio che ha letto sul giornale.

Si trattava, in sostanza, di un call center, che – diceva l’annuncio – «cerca 28 operatori, anche prima esperienza». Cosa offrono? «Contratto a norma, orario part time, turni flessibili, no vendita telefonica, fisso 500 euro mensili più provvigioni».

La mia amica ha parlato con uno dei responsabili del call center. Il lavoro è quello di fissare degli appuntamenti con dei consulenti che poi proporranno ai clienti l’acquisto di un prodotto. Quindi la vendita telefonica c’è eccome (il contratto può essere chiuso o meno, ma comunque dietro la telefonata c’è un fine preciso). Il «contratto a norma» si trasforma in una «partita Iva»: non credo serva spiegare quali costi abbia aprirne una. E pure il secondo punto dell’annuncio decade.

La cosa bella arriva ora: i 500 euro mensili, dal 1° gennaio 2013, non ci sono più. Si lavora «solo a provvigione», si sente dire la mia amica. E mica è finita qui. Le viene consegnata una tabella che stabilisce le retribuzioni in base al numero di contratti che il consulente chiuderà (sempre previo appuntamento dell’operatore). Da 0 a 9 contratti: 0 euro; da 10 a 14 contratti: 200 euro; da 15 a 19 contratti: 300 euro; da 20 a 40 in poi: 400 euro. Capito? Se tu chiudi 9 contratti – il che, per chi ha avuto esperienze di call center, è già un numero elevato visti i tempi – non prendi comunque niente. Hai lavorato gratis, e a partita Iva.

Si trattava, in sostanza, di una truffa. La mia amica ha lasciato perdere, e ha fatto bene. Ma molti quel posto lo avranno accettato. Ecco: se vi trovate anche voi a vivere una situazione del genere, mandate questa gente a farsi benedire. E fate attenzione, perché la fregatura è sempre dietro l’angolo.

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Sarkò e Berlusconi leader a confronto – da “Il Punto” del 7/12/2012

Due esperienze che «non possono essere considerate delle parentesi nella storia politica dell’Italia e della Francia». Sono quelle di Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy, che Sofia Ventura, politologa e docente presso l’Università di Bologna, ha messo a confronto ne Il racconto del capo (Editori Laterza, 18 euro, pp. 176).

Professoressa, cosa accomuna «una storia francese» e «una storia italiana», ossia Sarkozy e Berlusconi?

«La comparazione si basa sul fatto che tutti e due sono stati percepiti come animali politici “strani”, provocando una reazione quasi violenta da parte delle élite politico-culturali di Francia e Italia. Entrambi hanno rotto con alcune convenzioni, Berlusconi in maniera molto più dirompente per due motivi: il primo riguarda il sistema politico che lo ha preceduto, basato sulla centralità della Dc; il secondo fa riferimento ad un linguaggio in codice e poco chiaro al grande pubblico che lui ha modificato contrapponendone un altro che nelle grandi democrazie era già utilizzato. Anche Sarkozy ha adottato uno stile più diretto e colloquiale, utilizzando intensivamente la televisione e sfruttando la sua capacità di fare notizia. In Francia, però, la rottura è stata meno forte perché la modernizzazione della comunicazione politica è iniziata già negli Anni ’60».

Sia l’ex presidente francese che l’ex premier italiano rappresentano una politica di stampo personalistico fondata sul «corpo del leader». A suo avviso siamo giunti alla fine di una simile visione della cosa pubblica?

«No, perché certe tendenze sono difficili da fermare, anche se – vista la situazione in cui versano le democrazie europee – si può tornare ad una condizione di maggiore sobrietà. La personalizzazione è entrata nel modo di concepire la politica. Un esempio sono le primarie del centrosinistra. Il confronto fra Bersani e Renzi andato in onda mercoledì scorso ha messo di fronte due figure che incarnano altrettante visioni: quella più “collettiva” del segretario, che stigmatizza sempre l’idea di un “uomo solo al comando” ma che ha scelto tre giovani da opporre all’avversario in maniera autonoma, e quella del sindaco di Firenze, più coerente con una nuova concezione della leadership. Bersani fa un racconto della sua concezione della politica che non corrisponde a quanto accade nella realtà, anche dentro al Pd».

Quanto il sindaco di Firenze ha innovato la politica, soprattutto a livello comunicativo?

«Premesso che l’innovatore “principe” è stato Berlusconi, se pur con dei grandi limiti, Renzi ha avuto il coraggio di utilizzare all’interno del centrosinistra nuove forme di comunicazione. Questa specie di show che in questi mesi ha portato in giro per l’Italia, parlando come i candidati americani, gli ha permesso di costruire un linguaggio – a volte troppo semplificato – che ha il merito di rivolgersi prima di tutto ai cittadini».

Torniamo a Sarkozy e Berlusconi. Ha senso, secondo lei, la nascita di una nuova formazione guidata dal Cavaliere?

«Sarkozy, che ha 57 anni, ha ancora le capacità per unire il centrodestra francese. La stessa cosa non si può dire di Berlusconi. Anche se facesse una propria lista il Cavaliere potrebbe raccogliere una percentuale di voti compresa fra il 5 e l’8%, ma non avrebbe più alcuna capacità di aggregazione. La sua creatura avrebbe solo un carattere folkloristico, visto che sono in molti quelli che nel Pdl non tollerano più i suoi atteggiamenti. L’ultimo momento importante della sua carriera è stato quello del “Predellino”, dopodiché la disastrosa esperienza di governo ne ha messo a nudo i limiti. Ora l’obiettivo sembra essere quello di sopravvivere. È la fine triste di un leader, che sembrava dovesse cambiare l’Italia e ora chiede un minimo di spazio».

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Alcoa, il paradosso dei paradossi

E’ successo ancora, o almeno è ciò che riportano agenzie di stampa e quotidiani online. Sta diventando una guerra civile: lavoratori di aziende in difficoltà che combattono contro altri lavoratori, le forze dell’ordine. Mentre qualcuno siede beato nelle sue stanze climatizzate, con il portafoglio imbottito e la macchina da decine di migliaia di euro in garage.

Questo Paese difficilmente si rialzerà. Fa male dirlo, ma è così. Paghiamo anni di immobilismo, di governi privi di qualsiasi spessore politico, che non hanno saputo in alcun modo gestire situazioni che ad un certo punto sono esplose come bombe a mano. Sull’Alcoa, poi, siamo al paradosso dei paradossi. Come la Fiat, anche l’azienda americana ha goduto di cospicui aiuti e agevolazioni da parte dello Stato: le stime parlano di 2 miliardi di euro fra il 1996 e il 2005.

Piccolo flashback, prendendo in prestito l’ottima ricostruzione fatta pochi giorni fa da “Pubblico”: quando nel 1996 la Alcoa acquisisce la Alumix – società a partecipazione statale poi privatizzata – per circa 400 miliardi di lire, “compra” anche le tariffazioni agevolate che Enel aveva garantito alla stessa Alumix. Altro beneficio, dunque. Nel 2005 il governo Berlusconi cosa fa? Rinnova le agevolazioni. Interviene però la Commissione Europea, che dimostra come questi aiuti siano illegittimi e distorsivi della concorrenza.

«L’Italia – dice la Commissione – deve farsi restituire dall’Alcoa 295 milioni di euro erogati dal 2005». Ma siccome prima si dice che il Paese ha le casse vuote – quindi giù con nuove tasse – e poi quando potremmo riempirle di diritto non lo facciamo, nessuno fa un passo e tutto rimanere fermo. Morale: nel 2011 l’Italia viene deferita alla Corte di Giustizia europea per non aver incassato il denaro.

Infine, meraviglia delle meraviglie, è sempre lo stesso esecutivo che con il cosiddetto «decreto salva Alcoa», nel 2010, prevede per un numero cospicuo di soggetti sconti sull’elettricità. A noi, invece, toccano gli aumenti. E ora quegli stessi lavoratori che hanno pagato direttamente i benefici dei loro datori di lavoro si ritrovano per strada. Complimenti a tutti, meritate un grosso applauso.

Twitter: @GiorgioVelardi

I finti problemi, e quella parola ormai svuotata del suo originale significato

Come al solito ci siamo fatti fregare dalla retorica. E quindi è partita la nostra battaglia contro la sfilata delle forze armate di domani. Non capendo che il problema non è l’evento in quanto tale. Piuttosto, è cosa andiamo a festeggiare. Qualcuno – Capo dello Stato compreso – si è mai chiesto se ha ancora senso definire l’Italia una «Repubblica»? Facciamo un solo esempio: l’articolo numero 1 della Costituzione («L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»). Ecco: «democrazia» vuol dire «governo del popolo». E nel 1994, con un referendum, avevamo detto «basta» al finanziamento ai partiti. Che sono usciti dalla porta, e rientrati dalla finestra sotto forma di «rimborsi elettorali». E’ il primo esempio che mi viene in mente, in questo momento il più significativo (credo).

Ancora: «L’Italia è fondata sul lavoro». Ma quale? I dati Istat di oggi indicano che nel primo trimestre del 2012 la disoccupazione ha toccato quota 10,9% (per i giovani 35,9%), in rialzo di 2,3 punti percentuali su base annua. «È il tasso più alto dal primo trimestre 1999, e al Sud una giovane donna su due non lavora», aggiunge l’Istituto di statistica. Bene, e siamo solo all’articolo 1. Per non ammorbarvi, cito solo alcuni altri articoli ormai caduti in disuso: il 3 («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge»); il 9 («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica»); l’11 («L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»); il 21 («Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»); il 32 («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»); il 38 («La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore»).

Mi fermo qui, penso basti. Ciò che dobbiamo fare, dunque, non è guardare i finti problemi. Ma quelli veri, reali. Scadiamo sempre (sempre) in parole inutili, in editoriali di giornalisti di alto rango vuoti, in considerazioni senza un fine preciso. Ecco, interroghiamoci su cosa sia piuttosto oggi questo Paese. Chissà se i nostri padri costituenti lo avevano pensato così, per noi. Direi di no. Pace all’anima loro.

Twitter: @GiorgioVelardi

Sanità “alla greca” anche in Italia? – da “Il Punto” del 30/03/2012

Per mesi, prima del cambio della guardia a Palazzo Chigi fra Silvio Berlusconi e Mario Monti, ci siamo domandati se avremmo fatto la fine della Grecia. Il pericolo sembra sventato, ma è ancora troppo presto per abbassare la guardia. La difficile situazione in cui versa la sanità italiana ci porta però ad essere nuovamente accostati alla Repubblica Ellenica.

Le corrispondenze che quotidianamente arrivano da Atene, capitale di un paese sempre più in ginocchio dopo la «cura da cavallo» prescritta dalla troika formata da Bce, Fondo monetario internazionale e Unione europea per evitare il default, ci hanno raccontato dello sciopero di ospedali pubblici e centri sanitari avvenuto lo scorso 29 febbraio. Strutture chiuse per 24 ore in segno di protesta contro la decisione del Ministero della Sanità di chiudere 50 ospedali pubblici e di ridurre del 17 per cento la retribuzione per il lavoro straordinario, stando a quanto denuncia la Federazione Nazionale dei Medici Ospedalieri di Grecia (Oenge). Secondo l’Ordine dei Medici, «l’unico obiettivo del governo è il taglio delle spese nel settore sanità». Ma lo sciopero di fine febbraio è stato la ciliegina sulla torta di una situazione al collasso.

Lo scorso novembre un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato l’esistenza di un sistema parallelo di prestazioni e pagamenti in nero nella sanità pubblica greca, tanto che – stando a quanto scrive il più famoso e autorevole quotidiano economico al mondo – le liste d’attesa vengono aggiornate secondo le mazzette (in greco fakelaki) che i medici intascano dai malati. Un testimone ha rivelato di aver pagato 5mila euro per operarsi al cuore. Cosa c’è di strano, oltre al danno economico? La beffa, visto che l’intervento era coperto dalla sanità pubblica. Per evitare lungaggini “mortali”, però, meglio tirare fuori i soldi che rischiare di passare all’altro mondo. Ma ci sono altri tre dati che spaventano. Il primo riguarda i debiti che le strutture pubbliche hanno contratto nei confronti delle multinazionali farmaceutiche, da cui acquistano i medicinali. Sempre secondo il WSJ, fra il 2007 e il 2009 il passivo ha raggiunto la cifra di 5,4 miliardi di euro. Lo Stato, per cercare di rimediare alla drammatica situazione, ha pagato le case farmaceutiche con dei titoli di stato. In secondo luogo c’è la situazione al collasso di alcuni ospedali. Al Metaxàs, la grande clinica oncologica del Pireo, 2 infermieri gestiscono 54 pazienti, bisognosi di cure costanti. A Dafnì, un sobborgo della capitale, l’ospedale psichiatrico si è trovato nell’impossibilità di acquistare il cibo per i malati. Terzo (dato forse più preoccupante, visto il risvolto sociale): uno studio pubblicato su Lancet, rivista medica di fama mondiale, ha constatato l’aumento del tasso di abuso di droga e di malati di HIV in Grecia. In quest’ultimo caso, fra il 2010 e il 2011, si è registrato un +52 per cento. La metà è da attribuire ai consumatori di droga per endovena. Ma lo studio ha svelato un retroscena allarmante: alcuni contagiati si sono infettati apposta per ricevere i 700 euro che lo Stato fornisce ai malati di HIV e per avere accesso, con maggiore facilità, ai programmi che mirano a sostituire le droghe con versione sintetiche dell’eroina (ad esempio il metadone). Alla metà di marzo, poi, Medici Senza Frontiere ha fatto sapere che la malaria è diventata endemica (cioè costantemente presente) nella parte meridionale del Paese. È la prima volta che accade dopo la caduta del regime dei colonnelli (Anni ’70).

Nel 2011 la Grecia ha speso per la sanità 16 miliardi di euro: 10 provenienti dallo Stato, 6 dai privati. Il 36 per cento il meno rispetto al 2010, quando erano stati messi sul piatto 9 miliardi in più. Ogni mese il deficit cresce di 100 milioni di euro, mentre la sanità privata continua ad incassare denari portando sempre più famiglie ad indebitarsi pur di ricevere assistenza. Sanità “alla greca” anche in Italia? Preferiamo “assaggiare” altre ricette.

Stipendi dei parlamentari, facciamo un po’ di chiarezza

Faccio una doverosa premessa: chi scrive non apprezza – forse non lo ha mai fatto, da quando segue la politica – i nostri parlamentari. Persone (troppo) spesso “prestate” alla politica, che se glielo vai a chiedere non sanno neanche cosa sia lo spread o il Pil, e non ci vuole una laurea in Economia alla tanto apprezzata “Bocconi” per saperlo.

Ma in questi ultimi giorni sta tenendo banco in maniera pesante e pressante la questione legata allo stipendio dei parlamentari. Che non si chiama stipendio – ci hanno insegnato pure questo – ma “indennità“. Perchè fa più scena, sembra pure qualcosa di negativo, tanto perchè lavorando un solo giorno alla settimana e guadagnando certe cifre ci deve essere qualcosa che non va.

Attenzione, però, al populismo e al qualunquismo. Qualcuno mi ha accusato – a ragione, me ne rendo conto – di essere anche io populista e qualunquista, in taluni casi. Ma su certe questioni va fatta chiarezza, altrimenti si rischia la tanto paventata “macelleria sociale”. Allora, diciamolo: i parlamentari italiani non guadagnano più dei loro colleghi europei. Anzi. Andando a guardare i numeri i francesi, gli inglesi e i tedeschi prendono qualcosina in più. Un nostro servitore dello Stato percepisce infatti 5.486,58 euro al mese, contro i 5.677 dei deputati francesi, i 6.350 degli inglesi e i 7.668 dei tedeschi. Un parlamentare europeo ne prende invece 7.807,12 (lordi). Le cifre da capogiro che i nostri parlamentari ricevono derivano dai benefit, che si chiamano – altra scoperta – “diaria” e contributo per il “Rapporto eletto-elettori”. «E che so?». Qui viene il bello. Nel primo caso si tratta di un rimborso spese di soggiorno a Roma: 3.503,11 euro concessi (o così dovrebbe essere) a tutti coloro che si spostano per venire nella Capitale. E dove sta l’inghippo? Che la diaria la prendono tutti, anche quelli che a Roma ci sono nati, cresciuti e stabiliti. I «romani de Roma», insomma. Poi c’è l’altro contributo. «N’artro?». Eh sì, ahinoi. Si tratta di 4.190 euro che il deputato Tizio o il senatore Caio usano per pagare gli eventi politici e la/e segretaria/e. A cui poi vanno aggiunti 3.000 euro annui per le spese telefoniche e i trasferimenti da e per l’aeroporto. In totale fanno 11.703,65 euro/mese. Più della media europea, stavolta sì. Basterebbe eliminare queste due “piccole” voci. Non è difficile, basta volerlo.

Anche perchè negli altri paesi tutti questi privilegi non esistono. O meglio: anche i parlamentari sopra citati hanno dei benefit, ma gli stessi non sono inseriti in modo “secco” nello stipendio, come accade in Italia. Spero di essere stato chiaro. La situazione è grave, me ne rendo/ce ne rendiamo conto. Ma evitiamo la caccia alle streghe. Periodi “caldi” ne abbiamo già vissuti e, per fortuna, siamo riusciti a metterli in cantina. Non riapriamo quelle scatole, il contenuto non è dei migliori.

Ha perso Berlusconi, abbiamo perso tutti. E con Monti cosa accadrà?

Ore 21.41 di sabato sera. Dopo l’approvazione della legge di stabilità Silvio Berlusconi rassegna le dimissioni e lascia la Presidenza del Consiglio. Davanti a Palazzo Chigi e al Quirinale parte la festa. Trenini, caroselli, champagne e pure qualche monetina, nel ricordo del 1993, di Bettino Craxi e dell’Hotel Raphael.

«Abbiamo vinto, ora siamo tutti più liberi!», gridavano alcuni manifestanti. E visto che il titolo era fatto qualche giornale, domenica mattina, ne ha ripreso il concetto e pure le parole mettendole in prima pagina. La fine del Berlusconi IV era necessaria, va detto a chiare lettere e senza giri di parole. Ma sabato l’Italia non ha vinto: al contrario, ha perso sonoramente. Perchè la sconfitta di un Governo è la sconfitta di un paese, così come quella del Cavaliere coincide con quella degli italiani (principalmente coloro che lo hanno scelto). Italiani indebitati fino all’osso, che non ce la fanno ad arrivare alla seconda settimana; ma anche pensionati, giovani e donne che ancora oggi nel mondo del lavoro vivono una condizione di secondarietà rispetto ai colleghi uomini. Ora, però, il problema è un altro: è stato fatto l’errore più grande che si potesse fare. Perchè ridare credibilità all’Italia con un Governo tecnico non era la strada da intraprendere in questo momento. Primo perchè affidare le redini del gioco ad un Primo ministro e ad una squadra di super professori con lauree nelle migliori università del mondo è la via più anti-democratica che si possa immaginare (il popolo sovrano non ha diritto di scelta). Secondo perchè la crisi di Governo si era latentemente aperta da diversi mesi, quindi i partiti avrebbero (ma qui il condizionale è d’obbligo) dovuto poter mettere in piedi una campagna elettorale in tempi rapidissimi.

Ciò non è accaduto per i soliti giochi di potere – e di poltrona – che da sempre contraddistinguono la politica italiana. Ora tocca a Mario Monti. E, anche in questo caso, sono apertamente scettico. A leggere il curriculum del professore viene da fargli un applauso: Commissario Europeo, prima Rettore e poi Presidente dell’Università Bocconi di Milano, tante pubblicazioni di alto spessore. Ma ci sono quelle tre voci – Goldman Sachs, Bilderberg Group e Trilateral Commission – che fanno tremare i polsi. Perchè si ha come il sentore di essere finiti in mano ad un tecnocrate messo lì ad arte dai burattinai scaltri dell’economia e della finanza per mandare in scena il loro spettacolino anche in Italia. Pochi giorni fa il comico Maurizio Crozza, nel corso del suo spettacolo Italialand, parlando di Monti ha utilizzato il termine «cetriolo». Espressione ad alto valore simbolico, molto probabilmente consona alla situazione.

Quello che colpisce poi di tutta questa strana situazione è la fretta con cui sono state approvate le misure che dovrebbero salvarci dal default e ridarci carburante per la ripartenza. Non ricordo, a memoria storica, il varo di una legge di stabilità in tre giorni. Così come non ho mai visto deputati e senatori lavorare di sabato. Quando si vuole si può, dunque. Peccato che siano più le volte in cui non si vuole che quelle in cui ci si rechi alle Camere anche nei giorni in cui non è necessario. Monti riporterà davvero stabilità sui mercati? Dalle prime impressioni pare di no: lo spread, che lunedì mattina era sceso fino a toccare i 437 punti base, in giornata è clamorosamente risalito fino a toccare quota 490. E la Borsa cede oltre 2 punti percentuali. Motivo di questo rollercoaster sono (anche) le consultazioni a cui il Presidente del Consiglio incaricato ha dato il via questa mattina. Le voci che si susseguono dicono che Monti vorrebbe anche esponenti politici nel suo Esecutivo («Rappresentanza politica ai massimi livelli», precisano i ben informati). Allora, a ben vedere, non si tratterebbe di un Governo tecnico, ma di un Governo politico. Quindi, domanda: non erano meglio le elezioni? E il programma? «È quello indicato nella lettera della Bce», ha frettolosamente tagliato corto qualcuno. Siamo sicuri? Si parla di reintroduzione dell’Ici (il segretario della Cgil Camusso ha già espresso parere contrario), di una patrimoniale e dell’anticipo al 2020 dell’innalzamente dell’età pensionabile a 67 anni. Snodi cruciali, certo, ma non tutti presenti nella missiva firmati Draghi-Trichet.

«Ci saranno molti sacrifici da fare», ha detto il neo premier. Peccato che gli italiani, Presidente, ne facciano già abbastanza. Cominciate voi – riducendovi lo stipendio, tagliando i vitalizi, rinunciando alle auto blu -, noi vi seguiamo. Avete la nostra parola.

Esclusiva del “Corriere della Sera”: ecco la lettera della Bce al Governo

Questa mattina, in esclusiva, il Corriere della Sera ha pubblicato la tanto chiacchierata lettera firmata da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet e inviata al Governo italiano lo scorso 5 agosto. Se leggete con attenzione la missiva, vi sarà facile notare come la manovra messa nero su bianco da Berlusconi e Tremonti non sia altro che la risposta alle richieste di Francoforte. Ecco la versione integrale del documento:

Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011
Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

Vuoi fare un colloquio di lavoro? Paga 100 euro

Il mondo è sull’orlo del precipizio. L’America ha rischiato per la prima volta nella sua storia il default, poi come una mazzata fra capo e collo è arrivato il dowgrade di Standard & Poor’s, che ha avuto conseguenze spaventose sui mercati. Anche la Francia (mercoledì si era diffusa la notizia di un possibile declassamento da parte di Moody’s e Fitch, poi smentito) e addirittura la Germania sono a rischio, malgrado le loro economie siano messe meglio – ma non troppo – della nostra. Dal punto di vista interno, ad aggravare la situazione, c’è il fatto che la sterile manovra varata dal Governo ha bisogno quotidianamente di essere monitorata e corretta.

Ebbene, in questo scenario apocalittico c’è chi ha pensato astutamente di disincentivare ragazzi e ragazze che cercano un’occupazione. In che modo? Facendo pagare loro il colloquio di lavoro. Si, avete capito bene: oltre che di spirito d’iniziativa, buona volontà e un vestiario adeguato, dovete presentarvi all’appuntamento con una banconota da 100 euro in mano per poter sostenere il colloquio con il capo d’azienda o con un suo consulente. Poi sta a lui scegliervi o meno (ma intanto i soldi li ha messi in tasca). Quanto appena raccontato accade a Milano, alla Alessandro Proto Consulting, società che opera nel campo della consulenza finanziaria e immobiliare.

«È una scelta strategica per operare una prima scrematura fra i candidati – dice il presidente Alessandro ProtoIn media ricevo 10-15 curriculum al giorno, contatto ragazzi dal profilo brillante ma che scopro poco ambiziosi durante il colloquio, per nulla intraprendenti o addirittura impreparati sulla mission della società». A questo punto ci si domanda quale sia la risposta dei candidati, e Proto risponde: «Positiva, direi: su dieci ragazzi contattati, cinque hanno accettato di pagare il colloquio, e di questi tre sono stati assunti». Quindi, a conti fatti, sono 200 euro guadagnati in modo pulito, senza che poi il candidato sia stato assunto. In conclusione va specificato che, da bravi economisti, vi rilasciano pure la ricevuta: sono davvero persone perbene, non c’è che dire.