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Tag: Partito Democratico



1424446538_antonio-razzi1Tutto dipenderà dalla legge elettorale, sulla quale vige ancora l’incertezza più assoluta. Ma certo è che, con la legislatura agli sgoccioli, per i parlamentari abruzzesi è partita la corsa per prenotare un posto tra gli scranni di Camera e Senato per il quinquennio 2018/2023. Per alcuni di loro si tratta di una formalità, per altri – al contrario – la strada si preannuncia in salita, visto che c’è da fare i conti con le regole imposte dai partiti e la tagliola dei risultati raccolti in questi anni fra Roma e i contesti locali. Nel Pd, stando a quanto hanno spiegato a Impaginato.it fonti interne al partito, la ricandidatura della senatrice Stefania Pezzopane sarebbe al momento in fortissimo dubbio. La ex presidente della Provincia dell’Aquila, che nel 2013 sbarcò a Palazzo Madama lasciando la poltrona di assessore della giunta Cialente, rischia di pagare a caro prezzo la recente (e bruciante) sconfitta del candidato sindaco del Pd a L’Aquila, Americo Di Benedetto. E poi, anche se potrà sembrare una nota di colore ma non lo è, perché in politica tutto fa brodo, in molti nei corridoi nel Nazareno non gradiscono il modo in cui la Pezzopane gestisce la relazione con l’ex modello Simone Coccia Colaiuta. Gossip e scivoloni, come il selfie scattato dall’aspirante attore l’anno scorso ad Amatrice dopo il terremoto, pubblicato dalla Pezzopane su Facebook e poi rimosso dopo le polemiche, giudicati non più tollerabili a questi livelli.

Restando sempre dalle parti del partito di Matteo Renzi, sembra che anche per Maria Amato Vittoria D’Incecco le porte d’ingresso in lista verranno sbarrate. La prima, raccontano le stesse fonti, è invisa ai vertici regionali del Pd mentre il destino della D’Incecco è legato a doppio filo a quello del governatore Luciano D’Alfonso (di cui la deputata è stata assessore in entrambe le consiliature dell’ex sindaco al comune di Pescara), che l’anno prossimo vorrebbe fare il grande salto passando dalla Regione al Parlamento. Stesso discorso per il consigliere regionale Camillo D’Alessandro, che dieci giorni fa ha annunciato ufficialmente la propria candidatura. Ancora incerto è il destino di Gianluca Fusilli, il deputato subentrato a Giovanni Legnini eletto vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) il 30 settembre 2014. Non dovrebbero avere problemi, invece, Antonio Castricone e Tommaso Ginoble. Il primo, ex Ds, rientrerebbe in quota-Emiliano, di cui ha sostenuto la candidatura a segretario alle ultime primarie del Pd; Ginoble, già assessore regionale alla Protezione civile legato all’ex ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, può contare su un non indifferente bacino di preferenze: alle primarie teramane del Partito democratico nel 2012 ne prese 2.759, risultando il più votato. Dovrebbe traslocare dalla Camera, dove siede attualmente, al Senato.

Passiamo a Forza Italia (FI). Al momento, il partito di Silvio Berlusconi conta una pattuglia parlamentare ridottissima: appena un deputato, Fabrizio Di Stefano, e due senatori, Paola Pelino e Antonio Razzi. Per il primo, cresciuto nelle file di Alleanza Nazionale, la ricandidatura pare certa anche perché – spiega un parlamentare di FI a Impaginato.it – “con le preferenze batte tutti”. Come Ginoble, anche Di Stefano potrebbe spostarsi da Montecitorio a Palazzo Madama. Vedremo. Ad oggi, anche la Pelino ha ricevuto rassicurazioni sulla sua ricandidatura, anche se “mai dire mai”, chiariscono sempre da FI. Chi invece quasi certamente resterà fuori è Razzi. Come nel caso della Pezzopane, nel partito parecchi non tollerano più le boutade del senatore con la passione per la Corea del Nord e i selfie col presidente siriano Bashar al-Assad. Fra le new entry ci sarà quasi certamente il coordinatore regionale Nazario Pagano mentre aspira a un seggio pure l’ex presidente della Regione Gianni Chiodi. Ma servono i voti, of course.

Più complicata la situazione degli alfaniani, con l’unica eccezione del deputato teramano Paolo Tancredi. La sottosegretaria alla Giustizia, Federica Chiavaroli, è conscia del fatto che se – nella peggiore delle ipotesi – si dovesse votare coi due Consultellum, la soglia di sbarramento dell’8% in vigore al Senato la condannerebbe a restare fuori dal Parlamento. Quindi, nel riposizionamento in corso tra i seguaci del ministro degli Esteri, la Chiavaroli sta cercando una sponda più sicura alla Camera. Lo stesso discorso vale anche per Filippo Piccone (Alternativa popolare) e Giulio Cesare Sottanelli, oggi componente del gruppo che alla Camera riunisce Scelta Civica e i verdiniani di Ala. Con Articolo 1-Mdp sarà invece ricandidato il deputato pescarese Gianni Melilla mentre per i parlamentari del Movimento 5 Stelle (i deputati Andrea CollettiDaniele Del Grosso e Gianluca Vacca e i senatori Enza Blundo e Gianluca Castaldi) decideranno gli iscritti tramite l’ormai rodato sistema della “parlamentarie”.

Articolo scritto il 20 luglio 2017 per Impaginato.it






Silvio_Berlusconi_PortraitCi risiamo. Come se non bastassero le due già ricevute nelle scorse settimane (leggi qui e qui), venerdì 7 aprile parlamentari e responsabili territoriali di Forza Italia si sono visti recapitare una terza lettera. Stavolta in calce non c’è solo la firma del tesoriere Alfredo Messina, ma anche quella del responsabile nazionale dell’organizzazione, Gregorio Fontana (uno dei tre deputati questori della Camera). L’oggetto? “Destinazione 2X1000 redditi a Forza Italia”.

Breve riassunto delle puntate precedenti: complice l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e l’alta percentuale di “morosi” che, nonostante i ripetuti solleciti e la minaccia di essere esclusi dalle liste, non hanno ancora versato quanto pattuito (800 euro al mese), FI si ritrova con un “buco” di oltre 2 milioni di euro. Non proprio briciole. Circostanza che fa aleggiare sul partito di Silvio Berlusconi lo spettro del default. Così, per cercare di limitare i danni, Messina e Fontana hanno preso carta e penna e lanciato un appello rivolto stavolta a coordinatori regionali, provinciali e delle grandi città. “Quest’anno è di estrema importanza rafforzare l’impegno sulla campagna per destinare il 2X1000 delle dichiarazioni dei redditi a Forza Italia – scrivono –. (…) Nella difficile situazione di bilancio che conoscete, si tratta di una risorsa preziosa che non possiamo assolutamente trascurare”. Ma in che modo dovranno muoversi gli interessati con militanti e simpatizzanti di FI? “Occorre contattarli uno ad uno al più presto”, chiariscono i due dirigenti forzisti, “tenendo conto del fatto che è già in corso la distribuzione ai lavoratori dipendenti del CU (la certificazione unica, ndr) 2017”. Non solo. “È indispensabile programmare tutte le iniziative di sensibilizzazione possibili”, per esempio “sensibilizzare i centri di assistenza fiscale e i professionisti che si occupano di dichiarazione dei redditi, sollecitandoli a ricordare a tutti i contribuenti che esiste questa opportunità”.

I risultati finali “saranno monitorati per provincia” e “saranno valutati direttamente dal presidente Berlusconi e dal comitato di presidenza”. Come andrà a finire? Vedremo. Nel 2016, proprio grazie al 2X1000, Forza Italia raccolse 615.761 euro. Un bel gruzzoletto, non c’è che dire, ma niente a che vedere con la cifra incassata dal Pd: 6 milioni 400 mila euro, il 50,5% della torta. Ad avercene.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto l’11 aprile 2017 per La Notizia






dalemaGraziano Delrio, uno dei fedelissimi dell’ex premier Matteo Renzi, è stato in qualche modo profetico. “La scissione è una scelta tragica”, ha detto il ministro dei Trasporti dopo l’infuocata direzione del Partito democratico di lunedì scorso, perché “butta all’aria gli sforzi di tante persone, è una responsabilità enorme che ci si prende sulle spalle”. Ed è proprio così. Perché a sentire alcuni tra i principali sondaggisti del nostro Paese, un Pd senza la minoranza dei vari Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Massimo D’Alema tanto invisa all’ex sindaco di Firenze rischia di portare i dem ad ambire al gradino più basso del podio in vista delle prossime elezioni Politiche. Una dura botta per le sfrenate ambizioni del rottamatore, che punta a riprendersi Palazzo Chigi. Ma andiamo con ordine.

Se il Movimento 5 Stelle oscilla ancora fra il 28 e il 30% nonostante i guai che attanagliano la giunta romana di Virginia Raggi, e un Centrodestra con Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia riuniti sotto lo stesso tetto nonostante la diversità di vedute potrebbe addirittura giocarsela alla pari con i pentastellati (molto conterà ovviamente con che tipo di legge elettorale si andrà a votare), l’addio della costola “sinistra” del partito del Nazareno provocherebbe un’emorragia importante. Tanto che al collo dei dem finirebbe addirittura una simbolica quanto inutile medaglia di bronzo. “Secondo le rilevazioni che abbiamo effettuato negli ultimi giorni”, dice a La Notizia Carlo Buttaroni, presidente e direttore scientifico di Tecnè, “l’area di sinistra alla quale possiamo oggi ascrivere i vari Bersani, Michele Emiliano e D’Alema vale circa il 14%”.

Inutile stampella – Certo, ammette Buttaroni, “stiamo ragionando senza un’offerta politica concreta, che ad oggi potremmo quasi definire ‘immaginifica’”. Però i numeri parlano chiaro. Ancora di più se la “stampella” del Campo progressista di Giuliano Pisapia rischia di non riuscire a colmare il vuoto lasciato dagli scissionisti. “A Milano, Pisapia ha sempre goduto di un alto gradimento, ma trasformare la sua popolarità in consenso politico – conclude il numero uno di Tecnè – non sarà facile”.

Tutti dentro – Anche per Ipr Marketing la fuoriuscita della minoranza avrebbe effetti dolorosi per il Pd. “Un partito di sinistra che comprende al suo interno pure il progetto di Vendola e Fratoianni”, rivela il direttore Antonio Noto, “vale oggi fra il 10 e l’11%. Il Pd? Si fermerebbe al 22%”. Ben lontano dai fasti del 40,8% raccolto alle Europee del 2014. “Così facendo i dem rischiano di arrivare dietro al Centrodestra unito e al M5s”, fa notare il numero uno di Ipr, “anche se molto dipenderà dal tipo di legge elettorale che partorirà il Parlamento”. Perdite più contenute, invece, secondo Emg Acqua, l’istituto diretto da Fabrizio Masia. Che ieri a Repubblica ha spiegato che con la scissione il Pd perderebbe il 4%, percentuale che però potrebbe salire fino al 10-12%. Renzi è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 17 febbraio 2017 per La Notizia






PartitodemocraticoFranceschiniani, renziani, bersaniani, Giovani Turchi, Sinistra è cambiamento. E via discorrendo. È una galassia di anime sparse e tradizioni disparate, il Pd. Il cui principale problema, disse una volta l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “risiede nel suo atto di origine” visto che “si è dato vita ad una semplice fusione a freddo fra apparati”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E oggi, dopo la crisi di Governo scatenata dalla vittoria del No al referendum e le conseguenti dimissioni di Matteo Renzi, si misurano con il bilancino i pesi delle varie correnti, si sale e scende dal carro del vincitore – stavolta è toccato all’ex sindaco di Firenze, domani chissà – ci si divide sul da farsi. Chi vorrebbe le dimissioni di Renzi anche da segretario e chi no; chi pensa che “Matteo” debba restare comunque alla guida del Governo e chi invece glielo sconsiglia vivamente; chi vorrebbe andare subito a votare e chi intende addirittura arrivare fino alla fine della legislatura. In quest’ultimo caso con il chiaro intento di rottamare definitivamente l’uomo che della rottamazione ha fatto il suo cavallo di battaglia. Ma com’è composta la galassia dem? Ecco le 5 principali correnti che “agitano” il partito.

Franceschiniani (o Area Dem) – È la componente guidata dall’attuale ministro della Cultura ed ex segretario del partito, Dario Franceschini. Quella numericamente più forte in Parlamento, visto che al suo interno annovera un centinaio fra deputati (una settantina) e senatori (una trentina). Calcolatrice alla mano, circa un quarto dell’intera pattuglia parlamentare. Di Area Dem fanno parte molti esponenti di spicco del Pd, a cominciare dai due capigruppo a Montecitorio e Palazzo Madama, Ettore Rosato e Luigi Zanda, ma anche la vicepresidente della Camera Marina Sereni e l’ex sindaco di Torino Piero Fassino (che non è parlamentare). E che dire di Francesco Saverio Garofani? Pure lui “franceschiniano”, il 21 luglio 2015 è diventato presidente della commissione Difesa della Camera subentrando ad Elio Vito (Forza Italia). Nella lunga lista figurano anche la vicesegretaria dem Debora Seracchiani, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, i sottosegretari Pier Paolo Baretta, Antonello Giacomelli, Gianclaudio Bressa e Luigi Bobba. Più i componenti della segreteria Francesca Puglisi (Scuola), Emanuele Fiano (Riforme) e Chiara Braga (Ambiente). Ultima, ma non meno importante, “Lady Pesc” Federica Mogherini. Cosa vogliono i franceschiniani? L’ha chiarito Zanda non più tardi di tre giorni fa: “La maggioranza va ricercata con l’obiettivo di proseguire fino alla naturale conclusione della legislatura”. 

Renziani (o Giglio magico) – La pattuglia dei renziani che fa capo al premier dimissionario è meno numerosa rispetto a quella dei franceschiniani, visto che le candidature per le liste delle Politiche 2013 furono gestite dai bersaniani, molti dei quali convertitisi al credo di “Matteo”. I cosiddetti “renziani doc” sono una sessantina, la quasi totalità dei quali siede alla Camera (50). I nomi più noti sono quello della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, del “Gianni Letta di Renzi”, cioè il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, e dell’altro vicesegretario dem Lorenzo Guerini. Più Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd anche noto come “Bonitaxi”: è stato l’autista di uno dei camper con cui nel 2012 Renzi ha girato l’Italia in cerca di consensi. Ma non va dimenticato nemmeno Ernesto Carbone, il deputato che prestò a Renzi la Smart blu con la quale il 13 febbraio 2014 l’allora segretario dem si recò a Palazzo Chigi per incontrare Enrico Letta prima della sua defenestrazione. E gli altri? Nel “giglio magico” ci sono anche il commissario alla spending review Yoram Gutgeld, il ministro dei Trasporti Graziano Delrio e quello degli Esteri Paolo Gentiloni, i sottosegretari Davide Faraone, Ivan Scalfarotto e Angelo Rughetti, l’europarlamentare Simona Bonafè, il presidente della commissione Istruzione e Cultura del Senato Andrea Marcucci, il responsabile Giustizia della segreteria David Ermini, la senatrice Rosa Maria Di Giorgi, i deputati Matteo Richetti, Lorenza Bonaccorsi, Roberto Giachetti ed Edoardo Fanucci. Infine, ecco spuntare quello che bonariamente Dagospia ha definito “il Sancho Panza” di Renzi, ovvero il sindaco di Firenze Dario Nardella. Qual è la linea dei renziani? Tornare al voto il prima possibile. Punto.

Giovani Turchi (o Rifare l’Italia) – Alle ultime primarie, quelle vinte da Renzi nel 2013, appoggiarono Gianni Cuperlo. Poi sono entrati in maggioranza, salvo prepararsi adesso a tenere le mani libere: non si sa mai. I leader di questa corrente, che in Parlamento conta una cinquantina di adepti, sono il ministro della Giustizia Andrea Orlando (la cui aspirazione, dicono, è quella di candidarsi al prossimo congresso) e il presidente del partito Matteo Orfini, ex dalemiano. Gli altri nomi: i senatori Francesco Verducci e Stefano Esposito (ex assessore ai Trasporti della giunta Marino), le deputate Giuditta Pini, Valentina Paris e Chiara Gribaudo e i deputati Khalid Chaouki, Antonio Misiani e Fausto Raciti (segretario del Pd siciliano). Orizzonte: “La legislatura è finita, senza nuovi accordi resta solo il voto”, ha detto ieri Orfini.

Bersaniani (o Area riformista) – È quella che, semplificando, viene chiamata “minoranza dem”. Ne fanno parte l’ex segretario Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, l’ex capogruppo alla Camera che il 15 aprile 2015 si dimise in polemica con la decisione del Governo di porre la fiducia sulla legge elettorale, l’Italicum. Ma il fronte dei “bersaniani”, che in questi anni ha perso per strada qualche pezzo ma che può ancora contare su una sessantina fra deputati e senatori, è formato pure da Davide Zoggia, Nico Stumpo, Miguel Gotor, Danilo Leva, l’ex segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani e l’ex ministro dell’Istruzione del Governo Letta Maria Chiara Carrozza. “Bisogna rimettere il Paese su binari normali: si vota nel 2018 e il congresso del Pd si celebra a fine 2017”, ha spiegato Bersani. Per loro, dunque, la linea è questa.

Sinistra è cambiamento – Nata “per unire e non per dividere” e “per raccogliere fino in fondo la sfida di Governo e di cambiamento che tutti i democratici hanno di fronte”: così recita il sito della corrente che ha come esponente di spicco il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e che ha preso forma dopo l’approvazione dell’Italicum, schierandosi a favore del Sì al referendum. È l’ala dialogante col Governo al cui interno figurano molti ex Ds, fra i quali Cesare Damiano. Ma non solo. Ci sono, per esempio, i sottosegretaria Paola De Micheli (già lettiana) e Luciano Pizzetti e i deputati Matteo Mauri e Micaela Campana. La loro è una posizione “attendista”. “Personalmente auspico un governo che faccia una legge elettorale: senza una che sia coerente tra Camera e Senato non si può votare”, le parole di Damiano.   

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 10 dicembre 2016 per La Notizia






Matteo_RenziC’è un paradosso nella sconfitta di Renzi. E cioè che quella del premier uscente non è una sconfitta. Non in toto, almeno. «Ma che stai a dì?», domanderà qualcuno. Mi spiego. Da questa consultazione l’ex sindaco di Firenze si porta dietro un bagaglio di 10-12 milioni di voti sui 13.430.000 totali che hanno optato per il Sì. Tolti un milione-un milione e 200 mila voti di alfaniani e centristi, più un altro milione che – mettiamo – ha votato a favore del ddl Boschi perché seguace del “cambiamento”, a conti fatti questo è.

Dall’altra parte ci sono 19 milioni 400 mila voti, che raccolgono al loro interno 5 Stelle, Lega Nord, Forza Italia, partigiani più varie ed eventuali. Quindi: in un ipotetico scenario elettorale di tutti-contro-tutti cosa potrebbe succedere? Renzi partirebbe comunque da lì, da quei 10-12 milioni di voti più o meno certi. Per gli altri è tutto da vedere. Ecco perché ho l’impressione che, al contrario di quello che molti pensano di primo acchito, “Matteo” non uscirà di scena così presto. Adda passà ‘a nuttata. E sarà lunga. Parecchio lunga.






Accordo raggiunto tra l’associazione dei collaboratori parlamentari e i deputati-questori. Grazie al quale potranno frequentare uno dei centri di ristorazione di Montecitorio. Ma restano inascoltate le vecchie richieste. Per ottenere regole contrattuali sul modello del Parlamento europeo. E rapporti di lavoro diretti con le amministrazioni di Camera e Senato. Mentre continuano a registrarsi casi di lavoro in nero 

camera-deputati-notte-675Da oggi anche loro avranno diritto ad un pasto caldo “a prezzi sostenibili” e “senza discriminazioni”. Servendosi in uno dei bar-mensa della Camera. Una conquista alla quale si è giunti al termine di una lunga mediazione fra l’organizzazione che li riunisce e i deputati-questori dopo la chiusura del ristorante di piazza San Silvestro gestito, fino a due anni fa, dalla Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini. I collaboratori parlamentari esultano. Per loro sono finiti i tempi dei panini mangiati velocemente nei bar del centro fra una seduta d’Aula e l’altra. Pagati, manco a dirlo, di tasca propria. A cifre non sempre popolari. Problema risolto, anche se ne rimangono tanti altri sul tappeto. E anche più importanti. Perché nonostante la soluzione sui pasti salutata con favore dall’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp) attraverso un apposito comunicato, “resta ancora molto da fare per riconoscere una piena dignità professionale alle centinaia di persone che lavorano tra Camera e Senato”, dice a ilfattoquotidiano.it la presidente Valentina Tonti.

SOLUZIONE ALL’ITALIANA – Quella che riguarda gli assistenti di deputati e senatori, un vero e proprio esercito di persone se si calcola che ogni parlamentare si avvale di almeno un collaboratore, è una questione che si perde negli annali. Da tempo a Montecitorio e Palazzo Madama si parla di regolamentare per legge la loro figura, magari sul modello di Germania, Gran Bretagna, Francia o del Parlamento europeo. Realtà nelle quali il rapporto contrattuale fra parlamentari e collaboratori è gestito dall’amministrazione della Camera di appartenenza. E nel nostro Paese? “Il collaboratore – spiega Tonti – viene retribuito con il rimborso spese per l’esercizio del mandato”: circa quattromila euro al mese inseriti nella busta paga degli eletti per pagare però anche consulenze, ricerche e uffici, soggetti a rendicontazione solo per metà. La classica soluzione all’italiana, dunque. A dire il vero, in passato era stato fatto un tentativo: a ottobre 2012 la Camera aveva approvato un provvedimento ispirato al modello vigente nel Parlamento europeo. Introducendo pure il divieto di assumere parenti, coniugi o affini entro il secondo grado. Com’è andata a finire? Come nel gioco dell’oca. Il disegno di legge fu incardinato al Senato, ma la fine anticipata della legislatura riportò la situazione al punto di partenza. E dal 2013 ad oggi tutto è rimasto fermo.

FERME AL PALO – “Questo Parlamento ha finora dimostrato di non voler affrontare con la necessaria determinazione la questione dei collaboratori”, aggiunge la presidente dell’Aicp. Al momento, chiusi nel cassetto della commissione Lavoro di Montecitorio, si contano quattro disegni di legge sul tema presentati da Partito democratico, Sinistra Italiana, Movimento 5 Stelle e Nuovo centrodestra. “La strada legislativa non è nemmeno la più efficace – spiega Tonti –. Oltre ai tempi propri dell’iter previsto per la discussione della norma, l’attuazione di un’eventuale legge sarebbe poi subordinata alle delibere degli uffici di presidenza di Camera e Senato. Che potrebbero comunque anche decidere senza una misura specifica”. Negli ultimi anni “abbiamo promosso l’approvazione di numerosi ordini del giorno riguardanti la nostra figura in occasione dell’esame del bilancio delle due Camere” ma “sono finora rimasti lettera morta”. Cosa chiede l’Aicp? “Che i collaboratori – spiega Tonti – vengano retribuiti direttamente dalla amministrazioni di Camera e Senato”.  Che però sembrano nicchiare, mentre continuano a registrarsi casi di persone che lavorano con contratti irregolari o addirittura pagate in nero dagli stessi onorevoli.

Twitter: @GiorgioVelardi  

(Articolo scritto il 30 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Obbligatorie o facoltative. Oppure sul modello Usa. Con sanzioni per i brogli. Sono le idee dei partiti. Che giacciono in Aula. Così per le Comunali è caos.

l43-primarie-160316142535_mediumStai a vedere che alla fine aveva ragione Massimo D’Alema.
«Così le Primarie hanno perso ogni credibilità, sono manipolate da gruppetti di potere, sono diventate un gioco per falsificare e gonfiare dati», ha scandito l’ex premier nel corso dell’ormai celebre intervista rilasciata al Corriere della sera giovedì 10 marzo.
Per questo «bisogna scrivere nuove regole e intanto rispettare quelle che già ci sono».
Un messaggio chiaro inviato a chi, in passato, aveva addirittura ragionato sulla possibilità di mettere la parola «fine» all’uso di questo strumento.
A cominciare dal suo “acerrimo nemico”: Matteo Renzi.
PROBLEMA BIPARTISAN. Al contrario, però, c’è chi vorrebbe regolamentare le primarie per legge. Sia a sinistra sia a destra.
Magari per evitare il ripetersi di casi come quelli di Napoli e Roma, dove restano forti le polemiche che sono seguite alle consultazioni del Partito democratico, tra fantasmi di voti comprati e schede bianche gonfiate per ritoccare al rialzo l’affluenza.
O le schermaglie che hanno anticipato le “gazebarie” che si sono svolte nella Capitale e che non hanno evitato la candidatura della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, contro Guido Bertolaso.
PROPOSTE FERME AL PALO. Un problema c’è, è evidente.
Che fare? Approvare finalmente un provvedimento che fissi dei paletti chiari sulle Primarie, a oggi “patrimonio” esclusivo del partito del segretario-premier?
Difficile rispondere: è una questione di volontà e opportunità politica. Ma qualcuno comunque ci prova.
Vedere per credere le proposte di legge (pdl) ferme in parlamento – sette in tutto quelle depositate dal 2013 – sul tema in questione.
Due portano la firma di deputati del Pd non proprio filo-renziani: il “lettiano” Marco Meloni e la “prodiana” Sandra Zampa.   

Primarie obbligatorie o facoltative? La doppia visione del Pd

Con la sua proposta, Meloni chiede che le primarie vengano svolte sia per la selezione dei candidati territoriali (sindaci, governatori di Regione eccetera) sia per quelli nazionali (presidente del Consiglio e parlamentari).
Che siano inoltre «gratuite, pubbliche e statali» e che si svolgano «in un solo giorno» entro due mesi prima della data di presentazione delle liste.
Potranno parteciparvi «i cittadini iscritti nelle liste elettorali», ma anche gli elettori «previa iscrizione in un apposito registro» che sarà istituito presso il ministero dell’Interno: chi ha la tessera di partito ne fa automaticamente parte.
PALLA AL GOVERNO. La Zampa ha invece inserito la questione-Primarie all’interno di una pdl più ampia, riguardante la disciplina dei partiti in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione.
Il governo sarà delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, «un decreto legislativo per la disciplina, in ciascun collegio plurinominale, dello svolgimento di elezioni primarie per la designazione dei candidati da parte degli elettori del collegio».
Stavolta «le Primarie non vengono rese obbligatorie per legge»: ciascun partito potrà decidere se svolgerle o meno.
BROGLI? STOP AI BENEFICI FISCALI. Con la sua proposta anche Eugenia Roccella, esponente di Idea (il movimento di Gaetano Quagliariello), ha pensato a primarie facoltative.
Per la deputata le consultazioni, che serviranno per scegliere sindaci, presidenti di Regione e parlamentari, dovranno celebrarsi entro il 60esimo giorno prima delle elezioni.
Potranno parteciparvi gli iscritti al partito più i sostenitori (purché registrati). In caso di brogli, il partito rischia di perdere i benefici fiscali previsti dalle legge: a vigilare sugli elenchi degli aventi diritto al voto sarà il tribunale competente per territorio.
PER L’IDV SERVONO ALMENO 10 EURO. Altra proposta depositata alla Camera è quella di Nello Formisano (Italia dei valori).
Per il quale possono indire le primarie tutti i partiti, i movimenti o le coalizioni che abbiano almeno un deputato, un senatore, un membro del parlamento europeo o 10 consiglieri regionali.
La registrazione nelle liste per prendervi parte «avviene con una dichiarazione di condivisione dei programmi» da parte dell’elettore, che dovrà «versare un contributo di 10 euro per i costi di organizzazione», destinati «per l’80% al Comune di residenza dell’elettore e per il 20% al partito».

L’idea dei fittiani a Montecitorio: “libertarie” sul modello Usa

Rocco Palese (Conservatori e riformisti) propone invece una soluzione totalmente diversa: “libertarie” obbligatorie sul modello americano.
Le quali consistono in «una sequenza di elezioni primarie regionali» (dette «giro d’Italia»), che «determinano il numero di delegati che sostengono i candidati alla nomina», seguite dalla convention dei delegati stessi.
Tre le versioni previste: standard (16 tappe quando la legislatura ha scadenza naturale), accelerata (7 tappe e la convention) e semi-accelerata, se lo scioglimento anticipato ha luogo a più di 4 anni e 4 mesi dalle elezioni.
CARTA CANTA. Pierpaolo Vargiu (Scelta civica) ha invece depositato un testo che punta a modificare l’articolo 49 della Costituzione, dando così «pieno riconoscimento a diversi princìpi ispiratori del funzionamento dei partiti politici rimasti a lungo non esplicitati».
Fra cui, appunto, le Primarie. «Non si discutono naturalmente in questa sede le modalità di disciplina delle elezioni primarie, da regolare con legge ordinaria, andando oltre la fase sperimentale e volontaria promossa da alcuni partiti politici», spiega però la relazione che accompagna la pdl. Insomma: poi si vedrà.
LARGO AI PROBIVIRI. Infine c’è la proposta di Guglielmo Vaccaro, referente parlamentare di Italia unica, il movimento di Corrado Passera.
Anche stavolta le primarie sono facoltative: possono parteciparvi direttamente i tesserati al partito, mentre i sostenitori devono iscriversi in un apposito registro.
È «vietato» prendere parte a elezioni «organizzate da due o più partiti o coalizioni» in occasione della «medesima scadenza elettorale».
Il partito provvederà alla nomina di commissioni territoriali: il collegio dei probiviri deciderà su eventuali ricorsi riguardanti candidature e risultati.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 17 marzo 2016 per Lettera43.it)






La decisione della commissione di garanzia, che ha respinto il ricorso di Bassolino, riapre le polemiche fra i dem. Il bersaniano Gotor: “Mercimonio di voti, sporcata la nostra immagine”. Ma Carbone respinge le accuse: “Scelta fatta in piena autonomia”. L’altro candidato sconfitto Sarracino: “Abbiamo dato all’ex sindaco di Napoli l’alibi per farsi una sua lista che ci condannerebbe alla sconfitta”. E sul coinvolgimento dei cosentiniani D’Anna replica: “Ma di cosa stiamo parlando? Sembra che ci abbiano marchiati a fuoco”

parlamentarie-pd-675Per il Partito democratico il caso è chiuso. Almeno secondo i renziani. Precipitatisi, con il vice segretario Debora Serracchiani, ad anticipare addirittura il ‘verdetto’ della commissione di garanzia che ha respinto il ricorso presentato dallo sconfitto Antonio Bassolino alle primarie di domenica scorsa che hanno decretato la vittoria della sfidante Valeria Valente con 452 voti di scarto. Lo dice chiaro e tondo, dai piani alti del Nazareno, Ernesto Carbone: “La pronuncia dei garanti archivia definitivamente la questione – sentenzia l’esponente della segreteria dem parlando con ilfattoquotidiano.it –. C’è totale rispetto per la decisione che, in piena autonomia, gli organi interni competenti hanno preso”. Nessuno scandalo, insomma, sull’esito della consultazione, nonostante le polemiche innescate dai video girati fuori dai seggi del capoluogo campano e pubblicati su FanpageImmagini eloquenti, che documentano la presenza di alcuni esponenti locali del Pd impegnati a distribuire monete da un euro come incentivo per votare la Valente. Senza contare l’altro filmato, che ritrae ex ‘cosentiniani’ ed ex ‘cuffariani’ intenti a fare i ‘buttadentro’ fuori dai seggi.

CATENACCIO RENZIANO – “La verità è che queste primarie sono state un successo – assicura in ogni caso Carbone –. Altro che le comunarie del M5S, decise a Milano da 74 clic sul server dell’organizzatore”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il responsabile Giustizia della segreteria dem, David Ermini: “Il nostro statuto assegna il compito di risolvere simili controversie alle commissioni di garanzia locali. Prima di esprimersi, quella di Napoli ha evidentemente valutato tutti gli elementi a disposizione. Poi ci sono i vari gradi di giudizio…”. Sta di fatto che l’orologio sembra tornato indietro a cinque anni fa. Quando, proprio a Napoli, l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, annullò le primarie vinte da Andrea Cozzolino contro Umberto Ranieri col fantasma dei brogli. Commissariando il Pd locale, affidato all’attuale ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Il quale denunciò senza mezzi termini “un’infezione nell’organizzazione del partito”. Da allora è passato un lustro e sono cambiati i protagonisti. Ma restano le polemiche, i ricorsi e le carte bollate. Perché i video reperibili in rete gettano più di qualche ombra sul risultato finale della consultazione. E spaccano nuovamente il partito, diviso fra chi difende il risultato delle primarie del capoluogo campano e chi, invece, si schiera apertamente dalla parte dello sconfitto.

MINORANZA ALL’ATTACCO – “Condivido il giudizio di Bassolino – spiega il senatore ‘bersaniano’ Miguel Gotor –. Si tratta di una sentenza decisa a tavolino, che non ha fatto altro che confermare i giudizi irrituali e preventivi di ‘indiscutibilità’ del risultato espressi dai massimi vertici del partito”. A cominciare da Matteo Orfini il quale, secondo Gotor, continua ad interpretare il suo ruolo di presidente “come un capo fazione” quando invece “dovrebbe essere il garante di tutti i contendenti alle primarie”. Un affondo pesante. “I video pubblicati in rete mostrano un vero e proprio mercimonio di voti, se non addirittura un voto di scambio. A tutto ciò si aggiunge, per l’ennesima volta, il tema del trasformismo, con pezzi di centrodestra napoletano legati a Cosentino che si sono presentati ai seggi: un fatto che si commenta da sé”. In questo modo, aggiunge il parlamentare dem, “si sporca l’immagine del partito e si ferisce quella delle primarie come strumento, un bene comune e indivisibile che appartiene a tutto il Pd, non solo alla sua maggioranza, e che il segretario del partito dovrebbe tutelare senza chiudersi nell’assordante silenzio di queste ore”. Ecco perché è maturo il tempo per ripensarle. “Siamo l’unico partito che le fa, ma è necessario che siano meglio regolamentate – conclude Gotor –. Lo diciamo da tempo ma poi non lo facciamo mai. Così rischiano di diventare un boomerang”.

ALIBI PER BASSOLINO – “In alcune zone di Napoli il Pd andrebbe bonificato”, attacca Marco Sarracino, sfidante di Valente e Bassolino alle primarie di domenica scorsa. L’ex sindaco di Napoli? “Gli stiamo fornendo l’alibi per uscire dal partito e fare una propria lista da presentare alle elezioni, il che sarebbe mortifero per noi – risponde il 26enne esponente dem –. Il problema però è un altro: in alcuni quartieri di questa città, e lo dice uno che vive a Scampia, serve legalità per 365 giorni all’anno, non piazzare i seggi per un giorno. La questione morale deve tornare ad essere un must, non una bandiera da sventolare quando fa comodo”. Molto critico su quanto accaduto anche un altro dei leader della minoranza dem, Gianni Cuperlo. “Ho rispetto verso le istituzioni di garanzia del Pd – scrive su Facebook – ma trovo un errore grave che dirigenti nazionali abbiano espresso le loro conclusioni sul ricorso presentato a Napoli prima ancora che la commissione competente esaminasse il caso e si pronunciasse”. Ecco perché “non possono essere commissioni di controllo locali, composte da rappresentanti delle correnti che sono quasi sempre all’origine delle polemiche che quegli organismi dovrebbero dirimere, a garantire l’equilibrio necessario nel giudizio. Credo si debba trasferire quella competenza a un ‘giudice terzo’ – conclude – e quindi a una commissione nazionale composta da personalità autorevoli e neutrali”.

COLPO D’ALA – Fuori dalle dinamiche del Pd, ma chiamati in causa dai video incriminati che hanno scatenato la polemica, i cosentiniani non ci stanno a recitare la parte dei sobillatori delle primarie napoletane. “Ma di cosa stiamo parlando? Sembra che i cosentiniani siano stati marchiati a fuoco. Al punto che, a distanza di anni, invece di essere identificati per quello che sono oggi li additano ancora come seguaci di un signore che da oltre due anni è rinchiuso senza processo nelle patrie galere e che credo abbia ben altre preoccupazioni”, archivia la questione Vincenzo D’Anna, neanche a dirlo ex ‘cosentiniano’ di ferro e oggi in Ala con Denis Verdini. “Peraltro una di queste persone si è dichiarata, in un’intervista, esponente di Scelta civica – conclude –. L’esperienza politica al fianco di Cosentino si è esaurita anni fa ed è normale che chi l’ha condivisa abbia fatto nel frattempo altre scelte”.

(Articolo scritto il marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)






Lo annuncia Danilo Toninelli, deputato del Movimento 5 Stelle e componente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Che boccia senza mezzi termini l’ultima versione della normativa. “Bozza iniziale ampiamente condivisibile, poi il partito di Renzi ha fatto un compromesso al ribasso con Forza Italia”. Fra i punti contestati anche la nomina dei due nuovi componenti dell’Antitrust: “Occasione per l’ennesima lottizzazione partitica”

Sisto-Sanna-675Potremmo già definirli come i 16 articoli della discordia. Tanti ne conta, infatti, il testo della legge sul conflitto d’interessi che questo pomeriggio arriverà in Aula alla Camera. Dopo numerosi rinvii. E, visto l’argomento, non senza le polemiche di rito che hanno accompagnato il lavoro preliminare in commissione Affari costituzionali a Montecitorio. La quale ha dato il ‘via libera’ al provvedimento lo scorso 18 febbraio con il parere contrario diForza Italia e Movimento 5 Stelle. I primi la consideranotroppo restrittiva; per i secondi, al contrario, è troppo permissiva. Tanto che sono già pronti circa 280 emendamentiper modificare il testo. Fra i punti maggiormente contestati dai grillini c’è quello che riguarda i soggetti interessati dal provvedimento (le nuove norme verranno applicate a chi ha incarichi di governo nazionale regionale). Ma anche quello relativo ai criteri di nomina dei componenti dell’Antitrust, l’autorità alla quale è affidata la vigilanza sui conflitti stessi, chesalgono da 3 a 5 e che saranno eletti dal Parlamento. Ecco perché “così com’è, noi questa legge non la votiamo – attacca il deputato del M5S Danilo Toninelli (nella foto) parlando conilfattoquotidiano.it –. La bozza iniziale, a firma di Francesco Sanna (Pd), era ampiamente condivisibile”. Invece “la versione uscita dalla commissione è la sorella maggiore di quella varata nel 2004 dal governo Berlusconi”. La contestata legge Frattini.

Onorevole Toninelli, non c’è proprio nessuna possibilità di ripensamento da parte del M5S?
Assolutamente no. Consideriamo questo testo fasullo e insufficiente. È un provvedimento che colpisce una cerchia ristrettissima di persone. Ne sono addirittura esentati i parlamentari e i consiglieri regionali. Una legge-miraggio che colpisce solo 230 persone rispetto alle migliaia di potenziali destinatari. È un provvedimento utile solo per accaparrarsi qualche voto in più alle Amministrative, ma che non risolve assolutamente nulla.

Eppure Forza Italia ha detto che grazie a questo provvedimento si è creato un asse fra voi e il Pd che porterà l’Italia ad una deriva “autoritaria, populista e demagogica”. Risposta?
La voce da cui provengono queste parole è quella di Francesco Paolo Sisto (che
 il 15 febbraio si è dimesso da relatore del ddlndr), avvocato di Silvio Berlusconi e Denis Verdini. Dire che c’è un asse fra il Pd e noi, che come Movimento 5 Stelle chiedevamo un conflitto di interessi serio e pesante, non è nient’altro che una barzelletta. La verità è che, in commissione, Forza Italia ha proposto la cancellazione riga per riga di tutta la legge. Non essendo riusciti nel loro intento ora non gli resta che screditarci.

All’inizio, però, il testo base di Sanna non aveva raccolto giudizi così tranchant da parte vostra. Che cosa vi ha fatto cambiare radicalmente idea?
La prima bozza del provvedimento era buona e ampiamente condivisibile: ridiscutendo la parte relativa alle sanzioni, il M5S l’avrebbe sicuramente votata. Infatti, il primo testo che ci è stato proposto riguardava anche interessi non economici e coinvolgeva tanti altri soggetti che poi in commissione sono spariti dal testo. Come per esempio gli alti burocrati, i sindaci e gli assessori. Poi il partito di Renzi ha fatto un compromesso al ribasso con Forza Italia, che ha annacquato il disegno di legge.

Insomma, non c’è proprio nulla che si salva?
Se dovessi mettere un voto a questa legge in una scala da zero a cento darei cinque. Dopo più di vent’anni di assenza di una norma simile è incredibile doversi accontentare di uno strapuntino. La già citata bozza iniziale riprendeva alcuni principi della legislazione internazionale, per esempio quella francese, nella quale vengono valutati anche i conflitti ‘potenziali’ e gli interessi non economici fra pubblico e privato. Dove sono finiti? Sono spariti dal testo. E non per colpa nostra.

In Aula presenterete degli emendamenti per modificare il testo?
In commissione abbiamo già provato a sistemare alcuni passaggi del testo. Per esempio aumentando di un anno l’impossibilità per un ex membro del governo di andare a lavorare in una società, pubblica o privata, il cui ambito di riferimento collima con quello per cui ricopriva la propria carica.

E adesso?
Chiederemo che il provvedimento venga modificato già a partire dall’articolo 1, per il quale il conflitto di interessi è relativo a “titolari di cariche politiche”. Lo reputiamo sbagliatissimo: preferiremmo infatti si parlasse di cariche “pubbliche”, coinvolgendo anche le pubbliche amministrazioni. Poi c’è il capitolo sanzioni: devono essere più puntuali e la platea dei destinatari va necessariamente allargata. Per non parlare del capitolo relativo all’Antitrust.

Cos’è che non va in questo caso?
La legge prevede che il numero dei suoi componenti, attualmente tre, di cui uno è il presidente, venga elevato a cinque. Il problema è che la nomina di questi due nuovi membri dell’authority diventerà l’occasione per operare l’ennesima lottizzazione partitica. Infatti è stato previsto un meccanismo per il quale il partito di maggioranza porterà a casa tre elementi su cinque, cioè più del 50%. Senza alcuna condivisione con le opposizioni, come avviene per i giudici della Consulta. Anche stavolta, manco a dirlo, fra la prima bozza e il testo che andrà in Aula c’è un abisso.

Questo atteggiamento di chiusura sul conflitto di interessi è stato forse uno dei motivi per cui Renzi ha optato per l’accordo con Ncd sull’altro fronte caldo, le unioni civili?
Chi ci conosce sa che il M5S non fa valutazioni di convenienza. Noi votiamo la legge sulle unioni civili ma senza violare le regole con canguri o altre pericolose forzature. Se Renzi chiederà al Parlamento il voto di fiducia al governo, che ovviamente non voteremo, significa che non si fida dei suoi e teme di andare sotto nelle votazioni di merito più delicate. Invece per una volta dovrebbe avere coraggio e non pensare solo alla poltrona, perché grazie al M5S, che ha detto sì al provvedimento, i numeri ci sono.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 23 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






È quanto sostiene il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Romani. Mentre per Airola (M5S) ne sarebbero serviti “quattro al massimo, compreso il weekend”. D’accordo anche il leghista Calderoli: “Senza ostruzionismi e contingentando i tempi si poteva fare in fretta”. Accuse che i dem rispediscono al mittente. Pini: “Senza il canguro serviranno 135 giorni”

Senato - ddl Unioni CiviliIl capogruppo di Forza Italia al Senato, Paolo Romani, lo dice sicuro: “Per votare tutti gli emendamenti rimasti al ddl Cirinnà, circa 750 sommando quelli delle opposizioni dopo il ritiro delle migliaia presentati della Lega Nord, ci avremmo impiegato due giorni al massimo. Anche perché nessuno di noi – ci tiene a precisare contattato da ilfattoquotidiano.it – si sarebbe messo a fare ostruzionismo”. Quindi “diciamoci le cose come stanno: il ‘canguro’ è figlio della paura tutta interna al Partito democratico sui numerosi voti segreti. Siccome sarebbero andati sotto hanno preferito rimandare la discussione alla prossima settimana”. Dopo lo slittamento al 24 febbraio del disegno di legge sulle unioni civili, a Palazzo Madama non si placano le polemiche fra opposti schieramenti. Ma non solo. Infatti, ieri ci ha pensato la ‘madre’ del testo, la senatrice Monica Cirinnà, a dare fuoco alle polveri puntando il dito addirittura contro alcuni esponenti del suo stesso partito. “Pago le ripicche di certi renziani che volevano un premietto”, le parole riportate dal Corriere della Sera in un’intervista che però la stessa Cirinnà ha poi smentito di aver rilasciato. Solo uno sfogo con alcuni attivisti Lgbt nel Transatlantico del Senato, a quanto pare. Ma tanto è bastato per lasciare i toni sopra il livello di guardia. E provocare le reazioni non proprio al miele di alcuni pezzi da novanta del Pd, fra cui il capogruppo dei senatori, Luigi Zanda (“no alle insinuazioni infondate”, ha scandito tranchant).

Se il Pd si ritrova ora con la patata bollente fra le mani, decidere, cioè, se stralciare o meno la stepchild adoption, la ferma convinzione delle opposizioni resta una e una sola: la mossa del renziano Andrea Marcucci, ovvero quella di presentare un emendamento ‘taglia emendamenti’, è stata dettata proprio dalla frattura tutta interna al partito del segretario-premier Matteo Renzi. E da nessun altro motivo. “Romani dice che sarebbero bastati due giorni per votare gli emendamenti? Io voglio tenermi un po’ più largo: dico quattro al massimo, weekend compreso – afferma il senatore Alberto Airola del Movimento 5 Stelle –. Insomma, era una partita che si sarebbe potuta concludere già questa settimana, ma il Pd ha avuto paura e ha preferito fare marcia indietro. Cosa che invece non è successa in precedenti occasioni, quando i numeri erano dalla loro”. In che senso? “Ricordo una giornata, mi pare stessimo discutendo in Aula del ddl Boschi, nella quale abbiamo votato ben 900 emendamenti”. Lo ripete, scandendo bene la cifra: “No-ve-cen-to emendamenti. E non potevamo votarne circa duecento in meno in quattro giorni? Dai, non scherziamo…”.

Più cauto sui tempi, invece, Roberto Calderoli (Lega Nord). “Mi sembra difficile fare previsioni: per votare un singolo emendamento – dice il vicepresidente del Senato – ci possono volere cinque minuti come cinque ore. Poi è normale: senza ostruzionismi e contingentando i tempi si può anche fare in fretta”. La cosa certa, aggiunge Calderoli, è che “per il Pd l’emendamento Marcucci si è rivelato un boomerang”. Così “ora, se questo verrà spacchettato e i centristi voteranno contro solo sul canguro legato all’articolo 3 (quello su diritti e doveri derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, ndr) e all’articolo 5 (sulla stepchild adoption, ndr), verrà meno il necessario sostegno del M5S, di Sel, dei bersaniani e dei giovani turchi del Pd. L’unica soluzione logica – conclude – sarebbe quella di ritirarlo, ma alla fine lo faranno dichiarare inammissibile dal presidente Grasso, come da me richiesto ieri mattina. Hanno combinato proprio un bel casino…”. Dal Nazareno, però, le accuse vengono rispedite al mittente. Tanto che su Facebook Giuditta Pini (Pd) scrive: “Per votare tutti gli emendamenti ci vorrebbero 77.700 minuti”, cioè “54 giorni”. E “questo – aggiunge – se il Senato lavorasse 24 ore al giorno per quasi due mesi, senza dormire, senza mangiare, senza fare altro. Quindi una stima probabile potrebbe essere 135 giorni”. Il motivo? “Il ddl costituzionale era un ddl governativo che aveva un contingentamento dei tempi (non si poteva parlare più di tot minuti a gruppo)” mentre “il ddl Cirinnà non ha alcun contingentamento. L’emendamento Marcucci – conclude – serviva semplicemente ad evitare tutto questo”.

Ma andiamo avanti. “La legge deve passare”, dice ailfattoquotidiano.it la senatrice dem Rosa Maria Di Giorgi, apertamente contraria alla stepchild adoption così come un altro gruppo di colleghi di partito. “Poco importa – aggiunge – se ci vorrà una settimana in più o in meno. Però dev’essere chiara una cosa: sul ddl Cirinnà io e i miei compagni del Pd, che su alcuni punti del provvedimento la pensiamo diversamente dalla maggioranza, dobbiamo poter esercitare la libertà di coscienza che il nostro segretario ci ha lasciato”. Quindi “l’articolo 5, quello sulla stepchild, sarà votato come tutti gli altri: se avrà i numeri dalla sua parte e passerà ne prenderemo atto”. A prescindere da ciò “serve un confronto, ma da parte nostra non c’è nessuna intenzione né di dilatare i tempi né, tantomeno, di affossare la legge”, chiarisce la Di Giorgi. Quanto alle parole pronunciate dalla Cirinnà al Corriere, che la chiama direttamente in causa (“visto come s’è comportata con me?”), la senatrice afferma: “Monica mi ha inviato un sms ieri mattina alle 7.30 per scusarsi, dicendomi che si è trattato di uno sfogo durante un colloquio con alcuni attivisti Lgbt. Per me è un capitolo chiuso”. Almeno per ora.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 19 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Nel 2010 l’allora leader dell’Idv fu il primo a mettere nero su bianco una misura anti-voltagabbana. Da far firmare ai candidati alle Regionali. Con una penale da 100 mila euro in caso di tradimento. Per evitare nuovi casi-Scilipoti. “Giusto punire chi usa il partito come un taxi”, dice l’ex pm di Mani pulite. Che poi dà un consiglio al fondatore dei 5 Stelle: “Stia attento alla forma, altrimenti si rischia un effetto boomerang com’è successo a me. Alla fine sono rimasto cornuto e mazziato”   

di-pietro-675Questa volta Beppe Grillo è arrivato secondo.La ‘polizza anti-voltagabbana’ l’ho inventata io nel 2010 alla vigilia delle elezioni Regionali – dice fiero l’ex leader dell’Italia dei valori (Idv), Antonio Di Pietro, parlando con ilfattoquotidiano.it –. Sono contento che il fondatore del Movimento 5 Stelle abbia preso spunto da me, è giusto che chi viene eletto rispetti il volere popolare. Però mi permetto di dargli un consiglio, anzi due. Innanzitutto ‘voltagabbana’ è chi si fa eleggere in un partito e poi lo lascia per andare in un altro o comunque per farsi gli affari suoi, mentre tutt’altro discorso è avere opinioni diverse all’interno dello stesso partito. Il che invece è ampiamente comprensibile. In secondo luogo, il mio amico Beppe stia attento alla forma: in casi simili, alla fine, si rischia l’effetto boomerang”. Mentre proseguono le polemiche a distanza fra M5S e Pd sul documento che il partito di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio farà firmare ai propri candidati alle comunali di Roma (che prevede una multa da 150 mila euro per i dissidenti), l’ex pm di Mani pulite interviene nel dibattito ricordando il precedente che sei anni fa lo vide protagonista in prima persona. E aggiunge: “Una legge sui partiti? Mi auguro proprio che la facciano. Ma che c’azzecca? Qui il problema è un altro. E si chiama etica”.

Onorevole Di Pietro, dunque Grillo e Casaleggio avrebbero preso spunto da lei. Ma come funzionava la sua ‘polizza’?
In maniera molto semplice: i candidati nelle liste dell’Idv, se eletti, dovevano rimborsare le spese elettorali sostenute dal partito, versando una quota mensile di 1.500 euro che veniva trattenuta dalle strutture territoriali del partito stesso per il suo funzionamento.

In caso di ‘tradimento’?
In che senso? Non è certo un tradimento pensarla diversamente. Altra cosa invece è abbandonare il partito dopo essere stato eletto, fregandosene degli impegni presi con gli elettori. In tal caso era prevista una penale da 100 mila euro. Il motivo è molto semplice: durante la campagna elettorale un partito prende degli impegni politici con i propri elettori e investe sui suoi candidati anche importanti somme di denaro. Ma chi usa il partito come un taxi per farsi eleggere e poi pensare agli affari propri deve essere sanzionato in qualche modo. Altro che vincolo di mandato.

Adesso anche lei verrà accusato di fascismo e razzismo…
Ma che c’entrano il fascismo e il razzismo in questa storia? Si tratta di coerenza.

Dovrebbe chiederlo al Pd, i renziani sono scatenati.
Parliamo dello stesso Renzi che con i suoi voti di fiducia ricatta continuamente il Parlamento, i cui rappresentanti sono stati nominati dalle segreterie di partito grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta, e che se dovessero votare la sfiducia andrebbero a casa e nessuno li ricandiderebbe più? Per favore…

Quindi lei si schiera dalla parte dei fondatori del M5S. O sbaglio?
È ovvio, pur con le suddette precisazioni e anche qualche consiglio in più sul piano tecnico della stesura del documento di  impegno. A Grillo e Casaleggio va la mia solidarietà per gli attacchi che sono stati rivolti loro in queste ore. Partiamo da un presupposto: i cosiddetti ‘voltagabbana’ non solo tradiscono il partito che decide di candidarli, ma soprattutto compiono una vera e propria truffa nei confronti degli elettori. È un fenomeno che va contrastato a tutti i costi. Ma bisogna stare attenti.

In che senso?
Il documento che il M5S farà firmare ai propri candidati andrà stilato stando attenti alla forma, altrimenti si rischia un effetto boomerang, com’è successo a me…

Si riferisce al caso di quel consigliere regionale eletto a suo tempo nelle file dell’Idv in Puglia che, subito dopo il voto, lasciò il partito?
A lui e non solo a lui. Sa com’è finita? Che il giudice ha bollato l’atto di impegno firmato dal candidato come “vessatorio”, e quindi sarebbe stata necessaria una seconda sottoscrizione di conferma. Insomma, un cavillo giuridico che ci ha fatto perdere la causa.

A lei, sei anni fa, nessuno disse nulla?
Ci mancherebbe pure, alla fine sono rimasto cornuto e mazziato. Per questo dico a Grillo di stare attento affinché non succeda pure a lui.

Un fatto curioso. Intanto oggi il Pd, per bocca del vicesegretario Lorenzo Guerini, è tornato a chiedere una legge sui partiti. Cosa ne pensa?
Ben venga, ma servirà davvero a qualcosa? Il nocciolo della questione è l’etica. Se un eletto non sposa più la linea del partito per il quale è stato eletto si deve dimettere e, al giro successivo, si ripresenterà con un’altra formazione. Non fa in continuazione il salto della quaglia. In Parlamento c’è gente che ha cambiato sette-otto volte casacca. Ma si può?

Si riferisce a Dorina Bianchi (Ncd), recentemente nominata sottosegretario alla Cultura?
Lei, ma non solo. A Renzi va bene così. Sempre meglio guardare in casa d’altri che all’interno della propria.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 9 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Il leader di Possibile punta il dito contro Sel: “Posizione incomprensibile, la sconfitta era assicurata”. E chiude sull’ipotesi di una sua candidatura a sindaco del capoluogo lombardo: “Serve un candidato civico, no a scelte calate dall’alto”. Ma in ballo c’è anche Roma: “Fassina farebbe bene a ritirarsi? Non spetta a me dirlo, ma si dovrebbe trovare un nome che rappresenti tutti quanti”

civati_675Il messaggio è chiaro. “Per mesi mi hanno dato del ‘pirla’, oggi molti mi dicono ‘avevi ragione’ – dice Giuseppe Civati ailfattoquotidiano.it –. Meglio tardi che mai…”. Il deputato ex Partito democratico, oggi leader di Possibilenon nasconde l’amarezza per come sono andate le primarie dem per la candidatura a sindaco di Milano. “L’ennesima prova del fatto che il centrosinistra si è ormai totalmente spostato al centro – attacca –. Peccato che qualcuno non lo abbia capito prima”. Quel “qualcuno”, manco a dirlo, sono i ‘compagni’ di Sinistra Ecologia Libertà (Sel). Che nel capoluogo lombardo hanno dapprima sostenuto Francesca Balzani (vice del sindaco uscente Giuliano Pisapia, suo main sponsor) salvo poi, a sconfitta acclarata, paventare l’ipotesi di una candidatura alternativa a quella dell’ex amministratore delegato di Expo, Giuseppe Sala. Il nome? Qualcuno ha addirittura tirato in ballo l’ipotesi-Civati.

Insomma, onorevole Civati, si candida a sindaco di Milano?
No, per una ragione molto semplice.

E cioè?
Sono contrario alla logica dei soggetti calati dall’alto. Personalmente, credo che serva un candidato ‘civico’ e non politico. Per cercare di mettere in difficoltà Sala, a Milano la sinistra deve trovare una sintesi costruendo un progetto politico ampio. Anzi: a dire la verità avremmo già dovuto costruirlo. Qualcuno però ha preferito fare di testa propria con i risultati che conosciamo. Per mesi mi hanno dato del ‘pirla’, oggi molti mi dicono che avevo ragione. Meglio tardi che mai…

Si riferisce a Sel?
La loro è una posizione che ho faticato a comprendere e che tutt’ora non condivido. Speriamo solo che quanto è accaduto a Milano sia da esempio.

La sua amarezza è tangibile.
Le primarie dello scorso fine settimana hanno dimostrato che ormai quello di Renzi è un partito di centro che ha poco a che fare con le proprie origini. Al contrario, a sinistra c’è un elettorato privo di rappresentanza che chiede attenzioni. Pisapia, Balzani, Majorino e la stessa Sel avrebbero fatto bene a capirlo invece di andare incontro ad una sicura sconfitta.

Sta dicendo che con il partito di Vendola i rapporti sono chiusi? Fassina ha aperto all’ipotesi di un ticket con Ignazio Marino in vista delle comunali di Roma.
Sono contento che Stefano la pensi così. Ma anche in questo caso siamo un tantino in ritardo.

Dunque, Fassina farebbe bene a fare un passo indietro, magari lasciando spazio al sindaco uscente o addirittura all’ex ministro Massimo Bray?
Non spetta a me dire cosa Fassina deve o non deve fare. Per ora, la sua candidatura non esclude sia quella di Marino sia quella di Bray. Ma si dovrebbe trovare un nome che rappresenti tutti quanti. A Roma, dove, come per Milano, la richiesta di rappresentanza è elevata, Possibile sta promuovendo un lavoro collettivo con tutti i soggetti interessati a portarlo avanti. Io sono per presentarci tutti insieme, loro non lo so.

A Napoli, invece, sia Possibile che Sel appoggeranno la ricandidatura di Luigi De Magistris.
Sì. Nei prossimi giorni ci incontreremo con il sindaco per definire gli ultimi dettagli.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 9 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)