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Archivi - luglio, 2012



E pur si muove! Non la Terra, come nel significato originale dell’espressione coniata nel ‘700 dallo scrittore Giuseppe Baretti, ma la destra italiana. Che, nei giorni in cui Silvio Berlusconi annuncia ufficialmente il suo ritorno in campo, è in fermento. «Ridare vita ad Alleanza nazionale», opponendola alla nuova (?) Forza Italia dell’ex premier, è il progetto che circola nelle (non tanto) segrete stanze. Perché è stato Altero Matteoli, storico colonnello aennino, ad uscire allo scoperto. «Un po’ di tempo fa ci siamo trovati a cena Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno e il sottoscritto. In quella circostanza mi è stata prospettata l’idea di rifare Alleanza nazionale. Ho detto loro di non contare su di me», ha rivelato in un’intervista al quotidiano “Libero”. Ma che la componente di destra del Pdl fosse in agitazione lo si era capito da tempo. Proprio su questo giornale, a febbraio, avevamo ipotizzato una «Benedetta scissione», ovvero una separazione consensuale fra le due componenti del partito con il benestare di Berlusconi. Il quale ha poi però lasciato dormire l’idea, prima di rispolverarla in un momento – quello attuale – in cui il restyling passa soprattutto attraverso il ripulisti di dissidenti e malpancisti. Pensare ad una nuova Forza Italia ne è il segnale manifesto. Ma allora viene da chiedesi se non sia stato azzardato dare vita, solo quattro anni fa, al Pdl. Perché di tensioni ce n’erano già allora. Tanto che Gianfranco Fini, a dicembre del 2007 e solo un mese dopo il famoso annuncio del Predellino, andava dicendo che il Cavaliere era «alle comiche finali. Almeno per me, non esiste alcuna possibilità che Alleanza nazionale si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi, del quale non si capiscono valori, programmi, classe dirigente. Non ci interessa la prospettiva di entrare in un indistinto partito delle libertà». È andata diversamente, come sappiamo. Per il Pdl (che si è poi formato, con all’interno An, e ha vinto le elezioni del 2008), ma soprattutto per il presidente della Camera, epurato in plenaria e costretto a dare vita ad un nuovo soggetto politico (Fli) poi confluito nel Terzo polo. Le voci critiche, allora, non mancarono. Ma fra parole dette e non dette ci fu chi, come Roberto Menia, manifestò apertamente il suo dissenso, parlando di uno scioglimento (quello di An) avvenuto troppo in fretta. «Non credo ci volesse Einstein per vedere e capire ciò che stava accadendo» racconta Menia a “Il Punto”. «Io guardavo ciò che succedeva a destra – la mia storia politica è cominciata nel Movimento sociale ed è poi proseguita in An –, dove c’era un’identità abbastanza chiara, e mi accorgevo come il bipolarismo stesse degenerando, diventando un bipartitismo imposto. Un centrodestra italiano “diffuso” ci poteva stare, ma in quel modo diventava una omologazione di massa senza principi, fatta senza discussione, per calcolo ragionieristico e aziendalistico. E “sotto padrone”. I “colonnelli” del mio partito vedevano in questa frettolosa adesione una sorta di assicurazione sulla vita – prosegue il Capogruppo di Fli in Commissione Esteri –, immaginando di poter vivere sonni tranquilli e dorati». E Fini? «Si stava andando verso le elezioni, bisognava decidere se esserci o non esserci. Lui scelse la prima via, che sembrava anche pagare. Alle urne si andò con una lista comune, non con un partito unico: quello si è formato un anno dopo. Ed è ciò che io rimprovero: non c’era alcun bisogno di farlo. Si poteva optare per una federazione, garante delle diverse identità. Ora mi viene da sorridere», aggiunge Menia. Il motivo? «I miei ex colleghi di An, che sono ancora nel Pdl, denunciano adesso quello che noi dicevamo quando abbiamo “strappato”. Mi sembra che siano un po’ in ritardo». Un eventuale ritorno ad An? «Non credo alle minestre riscaldate. Tornare indietro è impossibile e sbagliato. Piuttosto, visto che la politica è sempre in evoluzione, credo che un domani si ricreerà “qualcosa a destra”. Ma bisognerà evitare di fare la ridicola sommatoria dei vari individui che hanno vissuto una fase in cui tutto si è disgregato. Se ci sono giovani che vogliono rimettere insieme una destra pluralista ed europea ben venga. Si eviti però di rincollare i cocci di un vaso che si è rotto». E mentre Fini, fanno sapere ambienti a lui vicini, non è d’accordo sul fare un tuffo nel passato, l’idea per il nuovo corso che coinvolgerebbe anche La Destra di Francesco Storace sarebbe quella di candidare una donna alla presidenza del Consiglio. Una vera novità per la politica italiana. Forse l’unica.

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Primarie sì, primarie no. Primarie forse. Nel Pdl che sta ancora digerendo la nuova “discesa in campo” di Berlusconi, c’è chi chiede a gran voce che la scelta del candidato premier avvenga attraverso la consultazione degli elettori. «Noi siamo per farle a tutti i livelli, ma nel momento in cui Berlusconi si candida si possono serenamente evitare», ha dichiarato il segretario Angelino Alfano. Proprio lui, che sembrava ormai essere diventato a tutti gli effetti il leader giovane e capace del partito: quello che dialoga con Monti, Bersani e Casini. Colui che avrebbe dovuto riporre nel cassetto l’immagine sbiadita del Cavaliere, provato dall’ultima legislatura finita come ben sappiamo, e ridare anima e corpo al Pdl. Ora però il consiglio che viene dato agli eventuali sfidanti è quello di fare un passo indietro: il rischio è di finire schiacciati sotto il peso (politico) dell’ex premier. Analizzando lo scenario, sorge però spontanea una domanda: siamo sicuri che le cose stiano davvero così? L’elettorato del Pdl è realmente convinto che senza Berlusconi il partito sia destinato all’ecatombe? Ecco, forse è arrivato il momento di scoprirlo. Non è un caso che sia la fronda degli ex An – quella che, agli occhi dei più, sembra ormai prossima all’epurazione – a fare quadrato affinché le primarie si svolgano lo stesso: da Gianni Alemanno a Giorgia Meloni, passando per Andrea Augello e Franco Frattini. Quest’ultimo, dicono i ben informati, pare abbia posto al centro del suo impegno politico la costruzione della famigerata «casa dei moderati». Ad oggi impossibile, vista la chiusura del leader dell’Udc Casini dovuta proprio al nuovo corso aperto dal Cavaliere. Certo, il blocco dei discendenti del Movimento sociale non è del tutto compatto. Basti pensare a quanto dichiarato dall’ex ministro Altero Matteoli (leggi l’intervista a pag. 24), da sempre contrario a questo meccanismo che considera «come una fuga dei partiti dalle proprie responsabilità». Convinti che le primarie siano un passaggio necessario sono anche i “formattatori”. I quali, appresa la notizia che Berlusconi avrebbe abbandonato il ruolo di “padre nobile” del Pdl, si sono subito affrettati a dargli il benvenuto fra i candidati al volere popolare. Loro non l’hanno presa per niente bene. Anche perché, hanno fatto sapere, «al di là dall’essere “antiche” o “obsolete”, (le primarie) sono state approvate dall’ufficio di presidenza appositamente convocato lo scorso 8 giugno, il cui documento finale è stato sottoscritto da tutti i dirigenti di partito presenti all’incontro. Hanno già smacchiato la loro firma dal documento?». In questo senso dovrebbe essere proprio Berlusconi a dare un segnale, convocando le primarie e dimostrando a tutti che è ancora lui il leader, senza «se» e senza «ma», della sua creatura. Quella a cui – sempre per singola volontà – ha dato vita in una fredda domenica d’inverno del 2007 a piazza San Babila, con il famoso annuncio del “Predellino”. Il cerchio si è chiuso e, come il gioco dell’oca, si è tornati al punto di partenza. Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. Dunque Silvio si muova in questa direzione. O ha paura di uscire sconfitto?

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Lippi, Drogba, Anelka, Keyta, Kanouté. Sono gli ultimi volti noti del pallone finiti in Cina, la nuova frontiera dello sport più seguito al mondo. Giuseppe Materazzi: «In futuro vedremo molti italiani chiudere la carriera nella Repubblica Popolare»

Fino a pochi anni fa i fuoriclasse da 30/40 gol a stagione si limitavano a guardarli in televisione. Ora li comprano, pagandoli a peso d’oro. E li riempiono di denari con contratti faraonici. Accordi con cui (spesso) il calcio europeo non può competere, eccezion fatta per le squadre di proprietà di sceicchi e nababbi. È la Cina la nuova frontiera del football, la “terra promessa” del terzo millennio. Quella in cui sono approdati, di recente, anche il “nostro” Marcello Lippi e l’ivoriano Didier Drogba, fresco vincitore della Champions League 2012 con il Chelsea. Ma l’impressione è quella di essere solo all’inizio.

TRADIZIONE ZERO – Un Paese, la Cina, che manca completamente di tradizione calcistica. Basti pensare che il campionato di Serie A, la Chinese Super League, è nato nel 1951 ma è diventato di stampo professionistico più di quarant’anni dopo (1994). Oggi comprende 16 squadre, tre delle quali la fanno da padrone: il Guangzhou Evergrande, lo Shanghai Shenhua e il Dalian Aerbin. Malgrado si siano spesso trovati a festeggiare i trionfi delle squadre e delle nazionali europee, i tifosi cinesi non hanno mai gioito per una vittoria della loro nazionale di calcio. La selezione dei “migliori” giocatori della Repubblica Popolare ha partecipato una sola volta al Campionato del mondo, nel 2002, in Giappone e Corea del Sud. Fu una spremuta di gol (presi), visto che nel Girone C in cui era inserita insieme a Brasile, Turchia e Costa Rica, la Cina incassò 9 gol in tre partite senza segnarne nemmeno uno. Qualcosa in più la squadra è riuscita a combinare nella Coppa d’Asia: i due secondi posti raggiunti nel 1984 e nel 2004 restano però i risultati migliori mai raggiunti. A ciò fa da contraltare il boom degli ultimi anni a livello di club. Un’impennata di ingaggi, di yuan e dollari portati in giro per il mondo dentro lunghe e profonde ventiquattrore. Gli ultimi a “cedere” alle tentazioni cinesi sono stati Frédéric Kanouté, ex attaccante del Siviglia, e Seydou Keita, proveniente dalla squadra più forte del pianeta, il Barcellona pigliatutto di Pep Guardiola.

CICLONE GUANGZHOU – Il primo, 34 anni, dopo sette stagioni in Andalusia (209 presenze e 88 gol) ha sposato il progetto del Beijing Guoan – formazione nata nel 1992 e vincitrice della Chinese Super League nel 2009, attualmente terza in campionato – firmando un contratto biennale. Accordo della stessa durata anche quello siglato da Keyta (32), che dopo 14 trofei conquistati con i blaugrana ha lasciato la Spagna per accasarsi al Dalian Aerbin. A cifre pazzesche, per quello che può essere considerato sì un buon giocatore, ma non certo un top player: 7 milioni di euro all’anno. Ma ancora di più sono i soldi che ha investito la squadra attualmente in testa al torneo, il Guangzhou Evergrande. L’ultimo ingaggio faraonico la società in cui milita una vecchia conoscenza del calcio tedesco come Lucas Barrios, lo ha messo in panchina. Scherzi della retorica a parte, dopo indiscrezioni e smentite, Marcello Lippi – ex allenatore della Juventus ma soprattutto commissario tecnico dell’Italia mondiale di Germania 2006 – ha accettato l’offerta del presidente Liu Jong Zhuo portando con sé i suoi più stretti collaboratori: Narciso Pezzotti (assistente allenatore) e Michelangelo Rampulla (preparatore dei portieri). Nei prossimi tre anni, Lippi guadagnerà 30 milioni di euro in totale, 10 a stagione. Ma chi c’è dietro al Guangzhou? La Evergrande Real Estate Group, uno dei colossi nel campo dell’edilizia (in Cina, ma non solo), quotata alla Borsa di Hong Kong e attualmente valutata fra i 3 e 5 miliardi di euro. Il nome della società cinese era già balzato agli onori delle cronache nella stagione 2011, quando ingaggiò dai brasiliani del Fluminense il trequartista Darío Conca, per cui può essere fatto lo stesso discorso valido per Keyta. L’argentino è un atleta dalle buone doti tecniche, ma lo stipendio da 900mila euro al mese (8 milioni di euro l’anno per due anni e mezzo di contratto), che lo rendono il quarto giocatore più pagato al mondo dopo Cristiano Ronaldo, Lionel Messi e Samuel Eto’o, pare quantomeno esagerato in un Paese povero come la Cina. Gli stessi parametri sono quelli su cui viaggiano altri due volti noti del calcio internazionale: Nicolas Anelka e Didier Drogba. Entrambi provenienti dal Chelsea (il primo si è trasferito nel Paese di mezzo a dicembre, il secondo alla fine di giugno), si sono ritrovati allo Shanghai Shenhua. Metteranno in tasca, rispettivamente, 10,6 e 12 milioni a stagione.

I NOSTRI “CINESI” – I tifosi cinesi impazziscono per le squadre italiane. In particolare per Milan, Inter e Juventus. Non è dunque un caso che la Lega Calcio abbia siglato un accordo pluriennale per disputare la finale della Supercoppa Italiana (prossimo appuntamento il 12 agosto, quando allo Stadio Nazionale di Pechino si sfideranno Juventus e Napoli) in Cina. Ma gli italiani che per ora hanno deciso di intraprendere una carriera nella Repubblica Popolare non arrivano a riempire le dita di una mano. Il primo in assoluto a vivere l’esperienza cinese è stato Giuseppe Materazzi, padre del Campione del mondo Marco, che nel 2003 ha allenato il Tianjin Teda. «Da dieci anni a questa parte sono cambiate molte cose – esordisce Materazzi contattato da Il Punto –. Nel corso della mia esperienza, con la squadra che allenavo, ho avuto modo di giocare in città dove il calcio era molto seguito e c’era una buona organizzazione, con strutture all’avanguardia. In altre, invece, c’era una totale mancanza di programmazione: gli stadi erano addirittura privi delle docce negli spogliatoi, a fine partita alcuni inservienti ci portavano due secchi pieni d’acqua per lavarci; oppure, prima delle partite, era preferibile cambiarsi in albergo e poi recarsi al campo». La Cina sarà davvero la nuova frontiera per il football? «Credo di sì, anche perché alle spalle ci sono tantissimi interessi e investimenti – aggiunge l’ex allenatore di Lazio, Bari e Cagliari –. Lo sviluppo del calcio potrebbe ricalcare quello del Paese stesso, che fino ad alcuni decenni fa era molto povero. E il fatto che siano stati ingaggiati personaggi come Lippi e Drogba vuol dire che il business sta cominciando ad essere importante». E i calciatori italiani? Anche loro, fra qualche anno, prenderanno un volo di sola andata per il Paese di mezzo? Risponde Materazzi: «Sicuramente sì, anche perché il nostro calcio ha tanti giovani interessanti e molti giocatori che ad un certo punto potrebbero decidere di andare a chiudere la carriera in un campionato come quello cinese». Sempre nel Tianjin Teda ha giocato, per una sola stagione (2009), Damiano Tommasi, ex faro del centrocampo della Roma e oggi presidente dell’Aic (Associazione Italiana Calciatori). Mentre Fabio Firmani, ex Catania e Lazio, ha vestito nel 2011 la maglia del Guizhou Renhe, disputando 18 partite e segnando 2 gol.

CALCIOPOLI AL VAPORE – Ma nel campionato in cui ha militato un altro volto noto del calcio internazionale come Paul Gascoigne (2003), e mentre l’Inter inizia una cooperazione con la China Railway Construction Corporation per la costruzione del nuovo stadio nerazzurro, non mancano gli episodi di corruzione. Anche la Cina vanta infatti la sua Calciopoli: un terremoto che negli ultimi sei anni ha coinvolto Nan Yong, ex numero uno della Chinese Football Association, più 4 arbitri, decine di giocatori e addirittura Li Tong, marketing manager Nike per la Cina. Bravi per antonomasia a copiare tutto, i cinesi hanno preso anche la parte peggiore dello sport più seguito al mondo. Del resto – come recitava il titolo del famoso film di Marco Bellocchio datato 1967 – La Cina è vicina.

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Ha ragione l’ex ministro Giancarlo Galan quando, parlando delle dimissioni di Nicole Minetti, dice che «l’errore è stato candidarla», e che «la caccia alle streghe è una roba medievale». Perché mentre il Paese è con un piede nella fossa, la Sicilia rischia di essere «la nostra Grecia», il debito pubblico, la disoccupazione e il tasso di povertà aumentano, noi stiamo qui a domandarci: «Ma che fa la Nicole, lascia o no?». No, non lascia. E la richiesta avanzata per alzarsi una volta per tutta dalla poltrona che impropriamente occupa fa capire davvero qual è il senso di questo affaire: il denaro.

Per coloro che avessero perso il passaggio, pare infatti che nel face to face avuto pochi giorni fa con il (suo) Cavaliere, l’ex ballerina di “Colorado Cafè” – e igienista dentale – abbia chiesto un milione di euro cash per fare le valigie e sbolognare una volta per tutte. Roba da film dalla trama con i controfiocchi. Perché i partiti sono sì diventati delle aziende – o delle associazioni a delinquere, ma sono punti di vista –, ma una circostanza del genere (a memoria storica) non si ricorda.

Non solo. Perché la richiesta avanzata dalla consigliera regionale lombarda è anche quella di un contratto vitalizio con Mediaset. Di fatto: un ricatto. La Minetti dice al Pdl (e quindi a Berlusconi): «Non parlo per il bene di tutti e del partito». Tradotto: «Se “canto” il Popolo della Libertà esplode, quindi o cedete alle mie richieste oppure non sarò la sola a dover rassegnare le dimissioni». Attenzione, perché c’è anche un’altra opzione: ovvero che la bella Nicole lasci il partito fondato nel 2007 con l’annuncio del Predellino, ma che alla fine rimanga comunque in Regione. Una soluzione che non piace per niente a Berlusconi che, dopo il suo “ritorno in campo”, è impegnato come non mai nella fase di epurazione delle facce scomode e dei dissidenti.

La sensazione è comunque quella di essere solo all’inizio. Non mi stupirei di ritrovare la Minetti sulla copertina di qualche giornale di proprietà (diretta o indiretta) della famiglia Berlusconi, pronta a raccontare la «sua» verità e a far saltare qualche testa. Del resto, Nicole dovrà ricordare per sempre che senza il Cavaliere, oggi, non sarebbe dov’è. E allora quale occasione migliore di questa per usarla e fare un po’ di “ripulisti”? La cifra richiesta, alla fine, è nulla visto il conto in banca dell’ex premier. Vuoi vedere che finisce così?

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”La gioiosa macchina da guerra” è tornata di colpo un’espressione attuale. Accostata al Partito democratico, che i sondaggi vedono in vantaggio in vista delle elezioni del 2013. Una battuta scherzosa che fu coniata da Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista Italiano e protagonista della “svolta” che portò alla nascita del Pds. Un colloquio, quello intercorso con uno dei principali attori della storia della sinistra italiana, che gli ha permesso di ragionare sul passato e di fare ipotesi sul futuro. Del centrosinistra, ma anche e soprattutto dell’Italia.

Onorevole, se “la gioiosa macchina da guerra” da lei guidata – e di cui recentemente ha negato l’esistenza: «Non c’è mai stata» – non ha superato i crash test, quella con a bordo Pier Luigi Bersani dovrebbe viaggiare spedita. Così non è. Cosa non va nel Pd?
«Il problema del Partito democratico risiede nel suo atto di origine. Si è dato vita ad una semplice fusione a freddo fra apparati, mentre bisognava partire da una costituente programmatica che determinasse una vera e propria contaminazione ideale e politica fra le diverse tradizioni: quella comunista, socialista, del Partito d’Azione e cattolica di sinistra, da cui è animata la società italiana. Soprattutto, andava e va ancora oggi superato il pregiudizio secondo il quale per definirsi liberal bisogna essere moderati: a mio avviso si può essere liberal e al tempo stesso radicali, nel senso alto del termine. Bisogna cioè andare nella direzione del mutamento dell’attuale modello di sviluppo e della finanziarizzazione dell’economia italiana ed europea, sostenendo con forza la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Uno dei punti cardine del programma della “svolta”, di cui non si è tenuto conto. Per fortuna, quando c’è una situazione di crisi, le idee giuste che vengono irrise ritornano a galla».

In molti hanno sottolineato l’esistenza di analogie fra il 1994 e il 2012. Lei invece le ha rigettate: perché?
«Credo che accomunare quanto accaduto diciotto anni fa con ciò che sta succedendo oggi sia una vera e propria idiozia. Nel 1994 eravamo alla fine della prima fase della storia della Repubblica: una situazione segnata dalla grave crisi dei partiti tradizionali, scomparsi sotto la mannaia di Mani pulite. Berlusconi riuscì, grazie ad un inganno mediatico, a presentarsi come “l’uomo nuovo” per il Paese, una figura che non aveva niente a che vedere con il passato. Ciò – come ben sappiamo – non era vero, perché il Cavaliere era figlio dei finanziamenti di Craxi. Il ’94 fu l’inizio di un arco storico che abbiamo definito “Berlusconismo”, che portò delle novità di tipo “dinamico”. Oggi siamo alla fine di questo arco, ma ci troviamo anche di fronte ad una prospettiva diversa, vuota. Credo quindi che coloro che facciano un paragone di questo tipo sbaglino, mettendo a confronto la notte con il giorno».

Casini ha aperto ad un’alleanza fra progressisti e moderati, Vendola ha chiesto che venga ricreato un centrosinistra forte che non escluda Di Pietro. Lei, che sostiene il governatore della Puglia, crede che alla fine si arriverà ad un punto di incontro oppure si darà vita ad una doppia alleanza – Pd e Udc contro Idv e Sel – che rischierebbe di provocare l’ennesima sconfitta?
«Le geometrie fatte a tavolino non tengono conto degli umori della società italiana. In questo Paese è in corso un distacco profondo dalla politica ufficiale, un malcontento che cresce e che rischia di andare esclusivamente nella direzione del voto di protesta. Il vero problema oggi non è quello di anteporre il gioco delle alleanze a tutto il resto, ma di concentrarsi sui programmi, di dire sulla base di quale progetto si vuole correre insieme. In uno scenario come quello che si sta disegnando ultimamente – cioè un centrosinistra dove ci sia solo il centro e non la sinistra – verrebbero a mancare valore e peso; la vera questione è far venir fuori dall’arco del centrosinistra idee capaci di intercettare il disagio e le aspirazioni del popolo italiano».

Parlava di «malcontento che cresce e che rischia di andare esclusivamente nella direzione del voto di protesta». Il pensiero corre a Beppe Grillo. Crede che ci sia la reale possibilità di veder trionfare il Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni?
«Qualora non ci fosse un atteggiamento come quello che ho descritto poc’anzi, il Movimento di Beppe Grillo potrebbe fare del male, intercettando il malcontento popolare.Si potrebbe creare una situazione in cui Pdl e Pd perdano voti rispetto alla popolazione, ma i democratici riuscirebbero comunque ad ottenere una vittoria “fragile”. In una situazione come quella attuale, in cui sono necessarie grandi scelte, Grillo potrebbe creare seri problemi a chi governa ».

«Consiglio a Bersani di mettere insieme tre o quattro idee forti attorno a cui chiamare a raccolta tutto il popolo del centrosinistra », ha detto lei. Se fosse il leader dei democrat, da dove partirebbe?
«Prima di tutto bisognerebbe essere in campo, io non lo sono più da tempo. Però, a mio avviso, bisognerebbe spiegare bene agli italiani il tema del rigore. Mi viene in mente Berlinguer, che fu il primo a parlare di austerità ma rimase inascoltato. Collegati a ciò ci sono altri due elementi: l’equità e la redistribuzione della ricchezza. In Europa e nel mondo abbiamo un aumento spaventoso della concentrazione della ricchezza in pochissime mani: si parla addirittura di trecento famiglie che possiedono più di tutto il resto della popolazione mondiale. L’altra faccia della medaglia è un aumento delle condizioni di povertà. Un reale mutamento del modello di sviluppo deve necessariamente passare attraverso l’amalgama di questi due elementi, uscendo dalla dittatura finanziaria delle banche».

Del Pd appare poco chiaro un aspetto: il partito aveva la possibilità di vincere le elezioni dopo la caduta di Berlusconi, ma ha scelto di appoggiare l’esecutivo tecnico di Monti. Lei come ha interpretato questa decisione?
«L’errore è stato commesso un anno prima, quando c’era la possibilità di sferrare il colpo finale e far cadere Berlusconi. Invece si è tergiversato, e in poco tempo siamo rimasti vittima di questo “folletto malizioso” che si chiama spread. Vincendo in quel momento si sarebbero potuti affrontare per tempo i problemi della crisi finanziaria. Nel momento in cui, pochi mesi fa, il Cavaliere ha rassegnato le dimissioni, non so neanche io cosa si potesse fare. Ci sono stati due/tre giorni di terrore, il ricorso a Monti era in quel momento necessario. Ciò che mi lascia perplessoè il fatto che dopo una prima fase di tamponamento si sia andati avanti con un ulteriore tamponamento: in questo modo l’organismo deperisce. Si sta continuando a scaricare sui “soliti noti” ciò che non va».

Massimo D’Alema ha parlato di Monti come di «un liberale con posizioni compatibili con il nostro orizzonte programmatico». Da chi ha alle spalle una storia come la sua, parole del genere sono suonate leggermente stonate. Crede che l’ex Commissario europeo possa essere il presidente del Consiglio ideale anche per la prossima legislatura?
«Evidentemente D’Alema conosce il vero orizzonte programmatico del Pd, cosa che sfugge ai più. Da quanto mi risulta ce ne sono almeno tre o quattro. L’eventuale rielezione di Monti non si può scindere dalla valutazione dei processi sul campo. Se andiamo avanti con l’attuale situazione di malcontento andremo incontro a forti tensioni sociali che renderanno difficile la sua ricollocazione al governo. Arriveremo ad un punto in cui la scelta tra un’ipotesi organica di centrosinistra – con una vera prospettiva di rinnovamento programmatico – ed il centrodestra diventerà inevitabile»

Matteo Renzi chiede la “rottamazione” dell’establishment del Partito Democratico: da Veltroni a Rosy Bindi, da Enrico Letta a D’Alema. Crede che quella del sindaco di Firenze sia una proposta a cui dare seguito?
«Ritengo che Renzi abbia ragione a proporre il mutamento di una classe politica che è lì da sempre e che non si smuove, qualsiasi cosa faccia. Il torto risiede però nel fatto di porre la questione soltanto in termini anagrafici. Lui più volte ha detto che “Tizio, Caio e Sempronio hanno fatto bene”, ma che “data l’età devono andarsene”. Io l’ho anticipato, mi sono “rottamato” molto prima. A parte ciò, credo che Renzi faccia meglio a dire dove si è sbagliato, e in quale direzione si deve andare. C’è un’altra cosa che non mi convince di lui: apprezzo che sia un liberal, ma ciò non vuol dire coniugare questa idea solo con il moderatismo. È possibile – e la tradizione italiana lo dimostra con i Salvemini, i Gobetti, i fratelli Rosselli – coniugare come ho detto prima la visione liberal con quella radical, di mutamento effettivo del modello sviluppo. E in questo senso, a differenza di Renzi, non si può stare con Marchionne».

Crede che Renzi abbia sbagliato partito?
«Ci sono due considerazioni da fare: Renzi ha sbagliato partito e il partito ha sbagliato se stesso, perché non è riuscito in quello che doveva essere il capolavoro di un partito democratico. Ovvero far sì che uomini onesti provenienti dalla tradizione cattolica potessero convivere in una sintesi più alta con quella socialista».

Berlusconi ieri e oggi. C’è chi consiglia al Cavaliere di fare «il padre nobile» del centrodestra, ma lui sembra non voler sentir parlare di pensionamento politico. Si aspetta l’ennesimo colpo di teatro, una nuova “discesa in campo” magari dopo aver ripulito il partito dai dissidenti?
«Berlusconi è un leone in gabbia che cerca il pertugio dal quale poter uscire. È ovvio che pensi ad un colpo di teatro. Bisogna però capire se lui aspiri a fare “il padre nobile” del Pdl – il che è legittimo – oppure stia cercando lo slancio per ritornare in sella come in passato. In questo senso, credo che la sua sia solo un’illusione».

Dove, a suo avviso, il Cavaliere ha fallito?
«Berlusconi ha commesso tre errori. Il primo: ha pensato di governare unendo forze eterogenee, una con vocazione nazionalista, l’altra scissionista; il secondo: i conflitti di interesse e le vicende private hanno preso il sopravvento su tutto il resto; quest’ultimo aspetto porta alla terza considerazione: la “repubblica dei cittadini” è stata sovrastata dagli interessi personali e di partito. Insomma, è stato tutto il contrario di tutto, cioè di quanto lui ha promesso nel 1994».

In un quadro come quello che abbiamo finora analizzato ci sono importanti riforme istituzionali da fare. Lo stallo sulla legge elettorale è imbarazzante: lei per quale tipo di sistema opterebbe?
«Se vengono messe avanti questioni che in questi pochi mesi non si possono realizzare, temo che si rischi di lasciare immutata la situazione, in cui c’è una vergogna che si chiama “Porcellum” che non permette ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Io dico che sarebbe più opportuno fare “meno ma meglio”: la necessità è quella di mettersi d’accordo per abolire l’attuale sistema. Se si guarda in prospettiva, invece, ritengo che il doppio turno alla francese sia la soluzione migliore».

Twitter: @GiorgioVelardi