Crea sito

Archivi - agosto, 2012



Prende corpo la ricandidatura del presidente del Consiglio e di alcuni suoi ministri dopo la fine della legislatura. Ad auspicare che ciò accada non ci sono solo esponenti di Pdl, Pd e Udc, ma anche i leader internazionali. Su tutti Obama, la cui rielezione passa soprattutto per il salvataggio dell’euro

«Sto diminuendo coscientemente la mia sensibilità auditiva quando mi viene fatta questa domanda». Il presidente del Consiglio Mario Monti scherza con i giornalisti che gli chiedono se sia sua intenzione ricandidarsi una volta terminata la legislatura. Eppure, malgrado il tira e molla fatto di annunci e smentite che va avanti da mesi, l’ex Commissario europeo sa bene cosa fare. Il piano per un «Monti dopo Monti» (che includerebbe anche alcuni suoi ministri) esiste. E non coinvolge solo attori della politica italiana. Se infatti, da una parte, ci sono frange di Pdl e Pd che sono favorevoli ad una simile ipotesi – con l’Udc a fare da trait d’union affinché ciò accada –, dall’altra sono i protagonisti della politica internazionale a spingere per la soluzione di continuità. Su tutti, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che vede in Monti un interlocutore privilegiato e che teme di perdere le elezioni di novembre proprio a causa dello sgretolamento dell’Europa e del crack dell’euro.

I “PRO-MONTI” ITALIANI - «Il dopo Monti siamo noi», ha dichiarato il leader del Partito democratico Pier Luigi Bersani presentando la “Carta degli intenti”. Ma per il numero uno di Largo del Nazareno la realtà, fra poco meno di un anno, potrebbe essere amara. E sarebbe una seconda batosta, visto che chi lo conosce bene giura e spergiura che il segretario dei democrat, dimessosi Berlusconi, avrebbe fatto carte false per andare alle urne. Salvo poi doversi arrendere alla volontà del presidente della Repubblica. Il nome del burattinaio scaltro che caldeggia l’ipotesi di un Monti-bis è noto da tempo: Pier Ferdinando Casini. In un’intervista rilasciata a la Repubblica il 29 luglio scorso il leader dell’Udc, da sempre il più fedele fra i componenti della «strana maggioranza» che sostiene il premier, si è detto pronto ad aprire il partito «a disponibilità esterne». Il primo ad essere il benvenuto nella grande «casa dei moderati», ancora nella fase di work in progress, è proprio Monti. Il quale non sarebbe certo retrocesso a comprimario – del resto, ha fatto sapere l’ex presidente della Camera nel suddetto colloquio, il capo dell’esecutivo «ha fatto in sei mesi ciò che per tanto tempo è stato evocato e mai realizzato» –, ma continuerebbe a recitare un ruolo da protagonista permettendo a Casini di salire al Colle. Ovviamente, per portare a termine il piano, c’è bisogno del maggior sostegno possibile. Dunque non è un caso che Luca di Montezemolo abbia per il momento congelato l’idea di “scendere in campo” – se ne riparlerà a settembre, ma il coordinatore nazionale di “Italia Futura” Federico Vecchioni ha già fatto sapere che il presidente della Ferrari farà il «padre nobile» – per dare il proprio sostegno al lavoro di Monti. Ma non c’è solo Montezemolo sul taccuino di Casini. Perché uno dei nomi caldi, in questi giorni, è quello dell’ex leader di Confindustria Emma Marcegaglia. Non a caso a giugno, nell’intervista rilasciata a Il Punto, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa aveva avvisato di stare «dialogando con ambienti esterni», fra cui l’unione degli industriali. Fra Montezemolo e Marcegaglia non corre buon sangue (il primo appoggiava Alberto Bombassei come nuovo numero uno di viale dell’Astronomia, la seconda il vittorioso Giorgio Squinzi), ma qui la posta in palio è alta: il futuro dell’Italia. Della contesa fanno parte anche i “montiani di ferro” di Pdl e Pd. Nel partito di Berlusconi il più convinto dell’operato del premier è Franco Frattini, che appare sempre più distante dalle posizioni interne al suo schieramento. Vuole le primarie, almeno a tutti gli alti livelli, e a fine settembre prenderà parte ad un meeting – che si sarebbe dovuto svolgere già a luglio – a cui parteciperanno le “anime moderate” di Pdl, Pd e Udc (tra cui Fioroni, Enrico Letta, Adornato e Cesa). Nel Pd sono invece Giorgio Tonini, Enrico Morando, Marco Follini e Paolo Gentiloni a sostenere che sia necessario «continuare con Monti». Di più: l’ex ministro delle Comunicazioni ha avvisato che il punto di rottura potrebbe essere la creazione di una lista a favore del premier. Bersani è avvisato.

I “PRO-MONTI” STRANIERI - Ma se in Italia sono in molti a volere ancora Monti, nel resto del mondo la situazione non è dissimile. L’ex Commissario europeo è riuscito a conquistarsi in pochi mesi la stima di tutti i maggiori partner internazionali. Primo fra tutti, il presidente americano Obama, che tra poco meno di cento giorni affronterà la sfida per la rielezione sfidando il repubblicano Mitt Romney. Quello che lo attende sarà un cammino in salita. Non tanto per il valore dell’avversario (lo testimonia la serie di gaffe messe in fila da Romney nel suo ultimo viaggio), quanto perché la crisi che continua a mordere alle caviglie l’Europa ha effetti devastanti anche sugli Stati Uniti, che pure l’hanno scatenata. Vedere per credere quanto sta accadendo alla California, lo stato americano più popoloso, che in pochi mesi ha visto fallire città come Stockton (300mila abitanti, più o meno come la nostra Venezia) e San Bernardino (200mila). Obama è molto preoccupato per il percorso da gambero che sta portando avanti l’Europa, complici anche i diktat della Germania che rallentano qualsiasi possibilità di ripresa immediata. Ecco dunque che Monti potrebbe essere l’uomo giusto al posto giusto – anche nell’immediato futuro – per ammorbidire la linea dura della Merkel, godendo del sostegno Usa e di quello del presidente francese François Hollande. A testimonianza di ciò lo stesso presidente del Consiglio, poche ore prima dell’importante riunione del board della Bce a Francoforte (la scorsa settimana), ha lanciato un messaggio poco rassicurante per tutti: «Se lo spread dovesse rimanere a livelli troppo elevati per troppo tempo, il rischio è quello di avere in Italia un governo non europeista, non favorevole all’euro e non orientato alla disciplina fiscale». Il che vorrebbe dire far scorrere i titoli di coda sul nostro Paese e sull’intera Eurozona. Non è dunque casuale che, malgrado il dietrofront dopo aver lanciato la «pazza idea» di uscire dall’euro, Obama si sia informato tramite l’ambasciatore americano a Roma David Thorne sulla reale volontà di Berlusconi di ricandidarsi. Nel partito internazionale “Pro-Monti” compare anche il nome di Vladimir Putin, da sempre vicinissimo al Cavaliere. Un ulteriore segnale dell’aurea salvifica che proietta il presidente del Consiglio al proseguimento del soggiorno a Palazzo Chigi.

SQUADRA CHE VINCE… - Ovvio che il premier non affronterà da solo il secondo tempo della sua carriera politica. Perché, come dice il vecchio adagio, «squadra che vince non si cambia». E allora è già nero su bianco una lista di ministri “tecnici” da elevare al rango di “politici”. Il candidato più illustre a rimanere nell’agone è il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca. Col suo cognome i titolisti giocano da settimane. E lui, fra ammiccamenti e mezze ammissioni, sembra gradire le avances che arrivano da sinistra. Barca non è certo un “signor nessuno”. Classe 1954, è figlio di Luciano, uno dei più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer e direttore de l’Unità e Rinascita. Non a caso a maggio, intervistato nel corso del programma di Radio2 Un giorno da pecora, il ministro ha dichiarato che alle ultime elezioni ha «votato a sinistra del Pd». Bersani, dicono, lo reputa un (possibile) ottimo acquisto. Mentre Giuseppe Civati, consigliere comunale «rottamatore» della Lombardia, il 16 giugno ha scritto su Twitter: «A me piace Barca, per dirne uno». Insomma, il Pd che si divide sui punti e le virgole converge sul nome del ministro. Che sarà in buona compagnia. Perché se il regista del «Monti dopo Monti» sarà – come detto – Pier Ferdinando Casini, c’è da aspettarsi che l’Udc apra le porte a personaggi del calibro di Corrado Passera (ministro dello Sviluppo Economico), Lorenzo Ornaghi (Beni culturali), Andrea Riccardi (Cooperazione e Integrazione), Francesco Profumo (Istruzione e Ricerca) e Paola Severino (Giustizia). Che l’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo non fosse entrato in politica per rimanerci poco più di un anno è apparso chiaro da subito. Ma c’è un particolare che va preso in considerazione con estremo interesse: il 20 per cento di Ntv, la società di Montezemolo e Della Valle che fa da “antagonista” a Ferrovie dello Stato nel settore del trasporto ferroviario, è detenuto dalla Imi Investimenti, società del Gruppo Intesa controllata al cento per cento dalla capogruppo. Certo: Passera non ha più alcun ruolo nella banca torinese, e i maligni dicono che i rapporti fra lui e Montezemolo si siano raffreddati dopo le critiche di quest’ultimo al “timido” piano di liberalizzazioni del governo Monti. Provvedimento per il quale il ministro ha avuto un ruolo chiave. Ma le ruggini, spesso, vengono smacchiate, e si torna amici come prima. Meno complesso il discorso per Ornaghi e Riccardi, visto che entrambi sono di forte estrazione cattolica. Il primo, rettore dell’Università Cattolica, è stato vicepresidente del Cda del quotidiano Avvenire (2002/2011) e molto vicino alle posizioni del cardinale Camillo Ruini, sostenitore della presenza della Chiesa nel mondo della cultura. Riccardi è invece fondatore della Comunità di Sant’Egidio, nata nel 1968 e non scevra da critiche a tratti feroci, come quella dell’ambasciatore italiano ad Algeri Franco De Courten alla fine degli Anni ’90. Più “semplice” il motivo per cui potremmo rivedere in Parlamento il ministro della Giustizia Paola Severino (anche lei di salda cultura cattolica). Oltre ad essere vice-rettore dell’Università Luiss – di proprietà di Confindustria –, la Guardasigilli ha fra i suoi assistiti anche Francesco Gaetano Caltagirone, suocero di Casini. Il regista del «Monti dopo Monti». Da cui potrebbe trarre un considerevole vantaggio.

Twitter: @GiorgioVelardi






I dati del ministero dell’Interno indicano che dal 2010 sono circa 25 gli enti locali che hanno dichiarato il dissesto economico. E la situazione non è destinata a migliorare, visto che con la “spending review” alcune importanti città italiane rischiano il default. L’Anci dichiara: «C’è il pericolo di un pesante conflitto istituzionale e politico»

C’è una parola che in questi ultimi anni abbiamo imparato a conoscere bene. È default. Insolvenza, fallimento. Mancanza di liquidità. E c’è chi, in Italia, vive quotidianamente con questa spada di Damocle che pende sulla testa. Sono i nostri sindaci. Da Nord a Sud, passando per il Centro: tutti contro quella che è stata ribattezzata «Tagling review ». Perché la revisione della spesa pubblica decisa dal governo Monti, che vedrà lo Stato risparmiare 26 miliardi di euro entro i prossimi tre anni, mette seriamente a rischio la stabilità dei Comuni. Il muro contro muro fra l’Anci (l’Associazione nazionale dei comuni italiani) e l’esecutivo guidato dall’ex Commissario europeo non ha portato finora al raggiungimento di un accordo comune. Anzi, a margine dell’incontro che si è svolto a Roma lo scorso 24 luglio fra una delegazione di primi cittadini e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, il numero uno dell’associazione Graziano Delrio ha paventato il rischio «di un pesante conflitto istituzionale e politico, anche nei confronti delle nostre forze politiche di riferimento in Parlamento».

RISCHIO CRAC – Se fino a due anni fa i Comuni che avevano dichiarato il dissesto economico non riempivano le dita di una mano, oggi – secondo dati del ministero dell’Interno – il loro numero si aggira intorno ai 25. E nella black list non ci sono (come si potrebbe facilmente pensare) solamente quelli del Sud, ma anche città del Centro e del Nord Italia. Attualmente sono dieci i Comuni che rischiano il default, fra cui Napoli, Palermo e Reggio Calabria. Il colpo di grazia potrebbe darlo una norma (art. 6, comma 17) inserita nel decreto legge sulla spending review, che chiede ai Comuni di mettere a bilancio un fondo di svalutazione del 25 per cento dei residui attivi più vecchi di cinque anni. Si tratta di entrate inserite in bilancio e non ancora incassate. Secondo stime de Il Sole 24 Ore sono 2,3 i miliardi di euro in ballo, dunque i fondi di svalutazione dovranno bloccare almeno 580 milioni. Ad avere la peggio potrebbero essere proprio due delle città citate in precedenza, visto che fra le municipalità con i bilanci più appesantiti dai residui attivi da svalutare ci sarebbero Napoli (700 milioni di euro) e Palermo (181). Trema anche Torino (499). Ma le difficoltà non si esauriscono qui. «Dal 2007 al 2013, tra tagli e risparmi, sono stati chiesti ai comuni 22 miliardi di contributi», ha recentemente dichiarato Delrio. E ovviamente, a pesare come un macigno, ci sono i 500 milioni di euro in meno previsti per l’anno in corso e i 2 miliardi del 2013/2014. Con un emendamento al decreto sulla spending review nelle casse dei Comuni (via Regioni) entreranno 800 milioni. Ma, avverte il numero uno dell’Anci, «i soldi saranno utilizzati per pagare le imprese. Dunque per i nostri bilanci non cambia nulla». Infine c’è la Corte dei Conti, con il presidente Luigi Giampaolino che sette giorni fa ha fatto sapere che le amministrazioni locali sono «molto esposte a vincoli e restrizioni». Per Regioni, Province e Comuni il calo è «vicino al 20 per cento», mentre le amministrazioni centrali sono «meno colpite dagli effetti di contenimento».

IMU E PATTO DI STABILITÀ – Molto più allarmante il messaggio lanciato da Alessandro Cattaneo, giovane sindaco di Pavia e vice presidente vicario dell’Anci. «Alcuni Comuni, tra cui anche capoluoghi come Lecce, iniziano ad avere difficoltà di cassa e ad agosto potrebbero non riuscire a pagare gli stipendi. Il capoluogo pugliese ha incassato un terzo del gettito previsto dall’Imu». Eccolo un altro problema delle amministrazioni locali. Per quanto riguarda la “super Ici” (che dal prossimo anno dovrebbe tornare interamente ai Comuni), infatti, se da una parte il ministero dell’Economia e delle Finanze ha fatto sapere che l’incasso della prima rata è in linea con le attese – 9,6 i miliardi di euro finiti nelle casse pubbliche: 5,6 andranno ai Comuni e 4 allo Stato –, dall’altra c’è chi afferma la presenza di un ammanco di gettito del 5 per cento. L’Anci ritiene la quota veritiera: «Si tratta di una percentuale media, ciò vuol dire che in diversi centri la mancanza è superiore », ha dichiarato il segretario generale Angelo Righetti. In sostanza, se grandi centri come Roma e Milano si sono classificati al primo e secondo posto per riscossione, ci sono realtà come Napoli, Firenze e Bergamo che hanno fatto registrare il segno meno. Al capoluogo campano mancherebbero 37 milioni, a quello toscano 11, mentre a Bergamo 15. La maglia nera va a Elva, piccolo comune in provincia di Cuneo (102 abitanti), che ha raccolto solo 4.507 euro. Il rischio è quello di una stangata sulle aliquote per le prossime due rate, a settembre e dicembre. Poi c’è il Patto di stabilità, di cui da anni si sottolinea l’eccessiva rigidità, visto che in sostanza pone ai Comuni regole sempre più restrittive. Le quali, spesso, costringono i sindaci a non poter prevedere attività a favore della cittadinanza. «Il Patto di stabilità di fatto strozza la spesa in conto capitale degli Enti locali », ha dichiarato il sindaco di Bari Michele Emiliano. «Occorre quindi una rivisitazione delle modalità di determinazione, con l’allentamento dei vincoli alla spesa per consentire ai Comuni di effettuare i pagamenti alle imprese creditrici e di riprendere gli investimenti, con effetti rivitalizzanti capaci di rilanciare l’economia locale e nazionale». Nel frattempo, secondo quanto anticipato nei giorni scorsi dal quotidiano La Stampa, il governo sta pensando ad un progetto «blocca-dissesti», che consenta alle amministrazioni locali in difficoltà di avviare un meccanismo virtuoso di gestione dei bilanci.

LA «VIRTUOSA» SALERNO – Nel mare magnum delle città a rischio per colpa della spending review c’è (a sorpresa) Salerno. Parlando della situazione del suo Comune, il sindaco Vincenzo De Luca (che si è detto pronto a chiudere il Municipio) ha coniato un’espressione: «Paradosso dell’efficienza». Il perché lo spiega direttamente il primo cittadino campano a Il Punto: «In due anni abbiamo perso un terzo dei trasferimenti dello Stato, dovendo fare i conti con 20 milioni di euro in meno di entrate. A Salerno, e in pochi altri Comuni italiani, il bilancio previsionale del 2012 è stato approvato a dicembre. Se si fa una manovra a luglio, con il nostro bilancio totalmente impegnato, è del tutto evidente che ci troviamo nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Dunque la nostra efficienza ci porta ad essere penalizzati due volte». Prosegue De Luca: «Il taglio lineare non distingue fra le spese correnti e quelle del personale. Noi siamo fra i primi quattro comuni d’Italia per la rete di asili nido – e di gran lunga il primo Comune del Mezzogiorno per il posto negli asili nido nella fascia da 0 a 3 anni: 26,5 ogni 100 –, e il primo capoluogo italiano per la raccolta differenziata (70 per cento, ndr). Tutto è investito sulla qualità della vita e sulle politiche per la persona». A cosa va incontro Salerno con questi tagli? «Rischiamo di avere contenziosi con le imprese con cui abbiamo contratti in essere, e di trovarci a dover bloccare gli stipendi o a tagliare i servizi. Stimo Monti, ma credo sia arrivato il momento di una revisione profonda delle politiche che riguardano gli enti locali dopo anni di devastazione nel rapporto fra centro e Comuni. Io sono per usare la spada, ma in maniera intelligente. Se non abbiamo la possibilità di accendere mutui e di sganciare dal Patto di stabilità le spese per gli investimenti, è chiaro che si va a bloccare la possibilità di creare economia, con un vasto programma di opere pubbliche e manutenzione urbana. Ma nell’area meridionale sarebbe bene sganciare dal Patto anche le quote di cofinanziamento per i fondi europei, altrimenti si blocca la possibilità di adoperarli ». Poi il primo cittadino lancia l’allarme: «Se nel Meridione si elimina la liquidità si va incontro ad una devastazione civile. Se gli unici soldi a circolare sono quelli delle organizzazioni criminali, allora concluderemo questa stagione con una esplosione di usura e di penetrazione della malavita nell’economia. Creare le macerie con le nostre mani mi pare atroce: ho il dovere di sperare che non sia così. Fino ad oggi non siamo arrivati ad un punto d’incontro, mi auguro che prevalga la sensibilità necessaria».

LA PAROLA AI SINDACI Abbiamo incontrato molti di loro lo scorso 24 luglio, a Roma, in quella che – scomodando un passato non certo glorioso per il nostro Paese – è stata definita «La marcia su Roma dei sindaci italiani». Ognuno ha portato nella Capitale, oltre alla fascia tricolore, le proprie difficoltà. Molte delle quali ereditate da precedenti gestioni non certo eccellenti. «Il mio comune si è già accorto degli effetti che hanno avuto le manovre dello scorso anno» dichiara a Il Punto Roberto Castiglion, sindaco di Sarègo, in provincia di Vicenza. «Ci sono stati 300mila euro di ammanco al nostro bilancio che abbiamo dovuto ripianare riducendo le spese – prosegue –. Con questi tagli dovremo sicuramente prevedere nuove e importanti misure di contenimento, proprio perché non vorremmo utilizzare l’ultima “arma” a nostra disposizione, ovvero l’aumento delle tasse». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Virginio Merola, primo cittadino di Bologna e delegato alle politiche istituzionali dell’Anci, che rivela come quello con cui il suo comune dovrà fare i conti «sarà l’ennesimo taglio a bilancio approvato. Noi siamo favorevoli alla revisione della spesa, non alla politica dei tagli, che rendono insostenibile la vita dei cittadini. Dire che si deve tagliare una data cifra non è un ragionamento di merito, ma un colpo mortale ai territori. Bisogna permettere ai Comuni di spendere per gli investimenti e di essere autonomi nella riscossione dell’Imu», conclude. Era presente in Piazza Sant’Andrea della Valle anche il già citato Alessandro Cattaneo. «Abbiamo varcato il limite», esordisce interpellato da Il Punto. «Il rischio concreto è quello di vedere compromessi i servizi essenziali. Noi sindaci ci occupiamo delle scuole, del trasporto pubblico, garantiamo l’assistenza per i ragazzi disabili. Tutto ciò rischia di essere messo fortemente in discussione, per questo contestiamo due aspetti. Il primo: è troppo comodo prendersela con gli enti locali, ultima catena delle istituzioni. Secondo: il metodo. Non si può colpire indistintamente chi ha dimostrato di essere efficiente e governare bene e chi, al contrario, ha sprecato le risorse pubbliche. Vogliamo che venga premiata la virtuosità».