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Vacciano prigioniero politico. Il Senato non lo libera più

Vacciano_FacebookSui social network qualcuno gli ha addirittura suggerito di iniziare lo sciopero della fame. “Ci sono motivi più seri per farlo e mi sembrerebbe persino offensivo nei confronti di persone che sono veramente in difficoltà”, mette subito in chiaro Giuseppe Vacciano, il senatore ex Movimento 5 Stelle (oggi nel Gruppo Misto) che ieri si è visto respingere per la quinta volta la richiesta di dimissioni dall’Aula di Palazzo Madama (90 voti a favore, 129 contrari e 7 astenuti). Però l’umore non è certo dei migliori. “Come mi sento? Non so se sono più demoralizzato o depresso”, risponde senza troppi giri di parole. Di fatto, sono due anni che il Senato lo tiene prigioniero. La prima volta che Vacciano ha provato a dimettersi era il 17 febbraio 2015. Sembrava una formalità, in un Paese in cui mediamente non si dimette nessuno. E invece l’Aula votò contro. Così come ha fatto pure il 16 settembre dello stesso anno e poi ancora il 13 luglio 2016, il 25 gennaio 2017 e infine ventiquattrore fa.

“Il ‘fronte del no’ alle mie dimissioni è trasversale – rivela il parlamentare campano –. C’è una parte del Pd, una di Forza Italia… Ho spiegato a tutti il perché del mio passo indietro, e l’essere passati da una quarantina a 90 sì è già qualcosa, anche se, com’è ovvio, non è sufficiente”. Chiaro che dietro a questo vero e proprio “accanimento” vi sia un calcolo politico. L’uscita di Vacciano rafforzerebbe infatti la pattuglia grillina in un’Aula in cui per la maggioranza i numeri sono ballerini. Col rischio però di far entrare Vacciano nel guinness dei primati in quanto a dimissioni rifiutate. “Non era mia intenzione entrare nel libro dei record parlamentari”, scherza per un attimo l’interessato prima di tornare serio: “Ho scritto cinque lettere e una trentina di solleciti, ho fatto discorsi pubblici e privati però, evidentemente, il mio atto politico risulta tutt’ora meno credibile di quello di Minzolini – dice –. Quel che è certo è che al Senato la logica non è di casa…”. Paradosso nel paradosso, pur avendo lasciato i 5 Stelle (“non condividevo più la linea di Grillo e Casaleggio e poi ho sempre detto che quella poltrona appartiene alla lista e non a me”) il senatore continua a seguirne seriosamente i dettami. Tanto da restituire la quasi totalità dello stipendio.

“Sono un dipendente della Banca d’Italia in aspettativa retribuita”, ricorda Vacciano, “perciò tranne il rimborso per le spese dei collaboratori dò mediamente indietro tremila euro al mese. Una volta sono arrivato a restituirne anche ottomila o diecimila”. Nonostante le battaglie perse finora, Vacciano questa guerra è comunque intenzionato a vincerla. Scontata, quindi, la decisione di ripresentare la richiesta di dimissioni. “Lascerò passare qualche giorno ma stavolta – conclude – nella lettera che l’accompagnerà mi toglierò qualche sassolino dalle scarpe”. Insomma, “fosse anche solo un giorno prima della fine della legislatura, io dal Senato voglio dimettermi”. A questo punto, non resta che dire: in bocca al lupo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 20 aprile 2017 per La Notizia

I collaboratori parlamentari sono senza regole e le Camere se ne fregano

Camera-Montecitorio-e1489039645650Non si sa nemmeno quanti sono in tutto. E già questo basterebbe per comprendere la reale portata del problema. Al punto che recentemente l’associazione che riunisce alcuni di loro ha indirizzato una nuova lettera ai questori di Montecitorio e Palazzo Madama per chiedere un repentino cambio di passo, dopo che alla precedente “non è arrivata risposta”. Proprio così. Stiamo parlando dei collaboratori parlamentari, quelli che spesso – in maniera non proprio edificante – vengono chiamati “portaborse”. Professionalità che affiancano deputati e senatori nel proprio lavoro quotidiano ma che, ancora oggi, sono praticamente privi di tutele. A cominciare da quelle contrattuali. Insomma, se all’Europarlamento si scopre addirittura che qualche deputato ha assunto come collaboratore un suo parente pagandolo la bellezza di oltre 120mila euro l’anno (nel 2005 Bruxelles ha adottato lo “Statuto dei deputati del Parlamento europeo” che all’articolo 21 regola la figura in questione), nel nostro Paese “non vi è alcun tipo di modello contrattuale al quale il parlamentare possa fare riferimento”, ha denunciato l’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp) presieduta da Valentina Tonti.

Non solo. “Non vi è alcuna relazione fra l’incarico ricoperto, il numero di ore lavorate e la retribuzione, non vi è alcuna chiarezza sul dovere di versamento delle tasse, contributi e non vi è alcun elemento di trasparenza”, ha accusato ancora l’Aicp, malgrado il fatto che “vi sia l’obbligo da parte del parlamentare di depositare presso gli uffici competenti il contratto del proprio collaboratore”. Così “permane il ricorso diffuso a contratti di lavoro atipici”, in particolare partite Iva e collaborazioni a progetto, “nonostante il rapporto di lavoro abbia, molto spesso, le caratteristiche del rapporto di lavoro subordinato”. Uno scandalo a tutti gli effetti, considerando il fatto che il Parlamento è il luogo dove si fanno le leggi e che oltre all’indennità (circa 5.000 euro) e alla diaria (circa 3.500 euro), ogni eletto riceve un rimborso spese per il proprio mandato. Stiamo parlando di 3.690 euro alla Camera e circa 4mila euro al Senato. Cifra – non proprio briciole – pensata per sostenere le attività istituzionali. Metà della quale, come ha ricordato nei giorni scorsi l’associazione Openpolis in un approfondimento sul tema, è sottoposta a rendicontazione quadrimestrale mentre l’altra metà è erogata forfettariamente. Cosa c’è tra le spese da certificare? Anche quella per il proprio collaboratore, ovvio.

Questo vuol dire che ogni deputato e senatore ha a disposizione una somma che può spendere per assumere un assistente. Eppure, come dicevamo, i dettagli del rapporto di lavoro sono lasciati alla piena discrezione del politico e dell’interessato. Ecco perché due giorni fa, dopo lo scoppio della vicenda europea, la Tonti ha commentato amaramente. “Solo laddove ci sono norme chiare e stringenti possono emergere irregolarità – ha detto –. A differenza di Bruxelles, non sappiamo quali siano gli esiti dei controlli fatti a campione dalle stesse Camere sulla documentazione dei nostri parlamentari perché non pubblici né conoscibili”. Come ha sottolineato l’Aicp, la professione è regolamentata anche in Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. Ma ai nostri onorevoli, si sa, su certe cose piace fare orecchie da mercante.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 9 marzo 2017 per La Notizia

Portaborse: pasto caldo alla mensa assicurato, ma regolamentazione della professione ancora lontana

Accordo raggiunto tra l’associazione dei collaboratori parlamentari e i deputati-questori. Grazie al quale potranno frequentare uno dei centri di ristorazione di Montecitorio. Ma restano inascoltate le vecchie richieste. Per ottenere regole contrattuali sul modello del Parlamento europeo. E rapporti di lavoro diretti con le amministrazioni di Camera e Senato. Mentre continuano a registrarsi casi di lavoro in nero 

camera-deputati-notte-675Da oggi anche loro avranno diritto ad un pasto caldo “a prezzi sostenibili” e “senza discriminazioni”. Servendosi in uno dei bar-mensa della Camera. Una conquista alla quale si è giunti al termine di una lunga mediazione fra l’organizzazione che li riunisce e i deputati-questori dopo la chiusura del ristorante di piazza San Silvestro gestito, fino a due anni fa, dalla Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini. I collaboratori parlamentari esultano. Per loro sono finiti i tempi dei panini mangiati velocemente nei bar del centro fra una seduta d’Aula e l’altra. Pagati, manco a dirlo, di tasca propria. A cifre non sempre popolari. Problema risolto, anche se ne rimangono tanti altri sul tappeto. E anche più importanti. Perché nonostante la soluzione sui pasti salutata con favore dall’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp) attraverso un apposito comunicato, “resta ancora molto da fare per riconoscere una piena dignità professionale alle centinaia di persone che lavorano tra Camera e Senato”, dice a ilfattoquotidiano.it la presidente Valentina Tonti.

SOLUZIONE ALL’ITALIANA – Quella che riguarda gli assistenti di deputati e senatori, un vero e proprio esercito di persone se si calcola che ogni parlamentare si avvale di almeno un collaboratore, è una questione che si perde negli annali. Da tempo a Montecitorio e Palazzo Madama si parla di regolamentare per legge la loro figura, magari sul modello di Germania, Gran Bretagna, Francia o del Parlamento europeo. Realtà nelle quali il rapporto contrattuale fra parlamentari e collaboratori è gestito dall’amministrazione della Camera di appartenenza. E nel nostro Paese? “Il collaboratore – spiega Tonti – viene retribuito con il rimborso spese per l’esercizio del mandato”: circa quattromila euro al mese inseriti nella busta paga degli eletti per pagare però anche consulenze, ricerche e uffici, soggetti a rendicontazione solo per metà. La classica soluzione all’italiana, dunque. A dire il vero, in passato era stato fatto un tentativo: a ottobre 2012 la Camera aveva approvato un provvedimento ispirato al modello vigente nel Parlamento europeo. Introducendo pure il divieto di assumere parenti, coniugi o affini entro il secondo grado. Com’è andata a finire? Come nel gioco dell’oca. Il disegno di legge fu incardinato al Senato, ma la fine anticipata della legislatura riportò la situazione al punto di partenza. E dal 2013 ad oggi tutto è rimasto fermo.

FERME AL PALO – “Questo Parlamento ha finora dimostrato di non voler affrontare con la necessaria determinazione la questione dei collaboratori”, aggiunge la presidente dell’Aicp. Al momento, chiusi nel cassetto della commissione Lavoro di Montecitorio, si contano quattro disegni di legge sul tema presentati da Partito democratico, Sinistra Italiana, Movimento 5 Stelle e Nuovo centrodestra. “La strada legislativa non è nemmeno la più efficace – spiega Tonti –. Oltre ai tempi propri dell’iter previsto per la discussione della norma, l’attuazione di un’eventuale legge sarebbe poi subordinata alle delibere degli uffici di presidenza di Camera e Senato. Che potrebbero comunque anche decidere senza una misura specifica”. Negli ultimi anni “abbiamo promosso l’approvazione di numerosi ordini del giorno riguardanti la nostra figura in occasione dell’esame del bilancio delle due Camere” ma “sono finora rimasti lettera morta”. Cosa chiede l’Aicp? “Che i collaboratori – spiega Tonti – vengano retribuiti direttamente dalla amministrazioni di Camera e Senato”.  Che però sembrano nicchiare, mentre continuano a registrarsi casi di persone che lavorano con contratti irregolari o addirittura pagate in nero dagli stessi onorevoli.

Twitter: @GiorgioVelardi  

(Articolo scritto il 30 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Privilegi, regalo di Pasqua in vista per gli alti burocrati parlamentari: “Dal Pd 3,5 milioni per le indennità di funzione”

La denuncia del segretario dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio, Riccardo Fraccaro (M5S). Che punta il dito contro la bozza di deliberazione che ripristina il ricco bonus per i dirigenti. E accusa il partito del premier: “Vuole cambiare verso alzando gli stipendi dei funzionari di Camera e Senato”

fraccaro_675Ci risiamo. A tre mesi dalla proroga del blocco delle indennità di funzione spettanti agli alti dirigenti della Camera, riesplode la polemica. A scatenarla è l’ennesima denuncia di Riccardo Fraccaro, deputato del Movimento 5 Stelle (M5S) e segretario dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio. Che carica a testa bassa contro il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il Partito democratico (Pd). L’ex sindaco di Firenze “vuole cambiare verso alzando gli stipendi dei funzionari del Parlamento e blindando questo aumento, che verrà agganciato alla disciplina costituzionale”, denuncia Fraccaro. Che mette sotto accusa “la bozza di deliberazione in tema di indennità e meccanismo di adeguamento retributivo messa a punto dai presidenti dem dei Comitati per gli affari del personale di Montecitorio e Palazzo Madama, Marina Sereni e Valeria Fedeli”, la cui approvazione riporterebbe, secondo l’esponente grillino, le indennità di funzione ai livelli del 2012. Per fare un esempio, quella del segretario generale della Camera dei deputati, che per effetto della sforbiciata del 2013 è stata ridotta a 662 euro al mese, tornerebbe a raggiungere i 2.200 euro

SI CAMBIA VERSO – “Il Pd – aggiunge Fraccaro – ha intenzione di reintrodurre le indennità di funzione del personale, per un costo complessivo di 3 milioni e mezzo di euro, legandole alle riforme”. Riferimento al ruolo unico dei dipendenti di Camera e Senato previsto nel nuovo articolo 40della Costituzione, come modificato dal ddl di riforma che porta il nome della ministra Maria Elena Boschi, al quale lo schema di deliberazione messo alla sbarra del M5s è collegato. Insomma, “invece di tagliare i costi della politica” il partito del segretario-premier “vuole alimentare sprechi e privilegi”, attacca il parlamentare grillino. Ma cos’è l’indennità di funzione? Si tratta, in sostanza, di una somma aggiuntiva in busta paga, spettante ai quadri direttivi, che “dovrebbe essere corrisposta solo a fronte di incarichi di particolare complessità”. Ma che invece, insorge Fraccaro, “con la proposta del partito di Renzi verrà elargita a pioggia calpestando la meritocrazia e favorendo le posizioni di vantaggio maturate sul piano dell’affiliazione politica”. Il tutto “gonfiando gli stipendi già dorati percepiti dai super-burocrati”.

STOP & GO – L’ultimo atto della querelle sulle indennità di funzione era andato in scena lo scorso dicembre. Quando il Comitato affari del personale della Camera, guidato appunto dalla vice presidente in quota Pd Marina Sereni, aveva deciso di prorogarne il blocco mantenendole ferme sui livelli più bassi raggiunti con la sforbiciata del 2013. Un provvedimento che era stato preceduto da roventi polemiche dopo che il M5S aveva denunciato il tentativo di ripristinare il ricco bonus ai livelli del 2012 nelle già pesanti buste paga dei burocrati della Camera. Denuncia alla quale era seguito un radicale cambio di rotta, che ha impedito ai discussi incentivi di sommarsi agli stipendi di dirigenti e funzionari a partire dal 1° gennaio 2016. E motivato con la necessità di arrivare in tempi brevi, spiegarono dal Comitato, “alla definizione del ruolo unico dei dipendenti di Camera e Senato” e “alla armonizzazione del relativo stato giuridico ed economico”.

PIATTO RICCO – Ma di che cifre stiamo parlando? Alla Camera dei deputati il segretario generale, cui spetta uno stipendio annuo superiore ai 300 mila euro, incassava fino al 31 dicembre 2012 altri 2.200 euro netti al mese contro i 662 attualmente percepiti per effetto del taglio del 2013. Ai vice segretari e al capo avvocatura, invece, spettavano 1.450 euro poi ridotti a 652. Il consigliere capo servizio e il consigliere capo della segreteria del presidente percepivano 1.197 euro rispetto agli attuali 598. Il consigliere capo ufficio della segreteria generale si era visto praticamente dimezzare l’indennità di funzione da 882 a 485 euro. Quella del consigliere capo ufficio o titolare di incarico di coordinamento equiparato era scesa da 630 a 378 euro mensili. E anche il coordinatore di unità operativa di V livello ed equiparati avevano subito una decurtazione: da 441 a 286 euro. Per armonizzare il trattamento economico tra Palazzo Madama e Montecitorio, la bozza di deliberazione prevede, all’articolo 1, che l’ammontare delle indennità di funzione per il personale iscritto nel ruolo unico dei dipendenti del Parlamento è fissato sul “valore più basso” tra quelli stabiliti al Senato e alla Camera alla data del 31 dicembre 2012. Ma non basta. Sul tavolo c’è anche un emendamento delle organizzazioni sindacali interne che prevede di calcolare le indennità di funzione “sulla base della media dei valori” stabiliti per i due rami del Parlamento sempre al 31 dicembre 2012. Se passasse, gli importi percepiti dagli alti burocrati sarebbero addirittura maggiori.

SORPRESA PASQUALE – Una modifica della disciplina vigente che farebbe la felicità, secondo Fraccaro, di un esercito di burocrati: “Come ad esempio i 123 dipendenti di IV livello su 265 e i 138 funzionari di V livello su 151”. Un rischio che per il segretario dell’Ufficio di presidenza va scongiurato “fissando dei tetti perenni alle retribuzioni ed eliminando le varie indennità dei funzionari”. Per evitare che, dopo la delusione per il regalo di Natale sfumato, la bella sorpresa possa arrivare, stavolta, nell’uovo di Pasqua.

(Articolo scritto il 19 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Senato, resa dei conti tra ex berlusconiani: i verdiniani chiedono lo scioglimento del gruppo di Fitto

Da compagni della rivoluzione liberale a fratelli coltelli. Barani (Ala) consegna una lettera formale a Pietro Grasso: “Non hanno più i numeri, i Conservatori e riformisti vadano nel Misto”. Dopo l’ultimo addio di Pagnoncelli, la componente dell’ex governatore della Puglia conta ora solo 9 membri. Uno in meno di quanti richiesti dal regolamento. La guerra innescata dal mancato invito del capogruppo della componente di Verdini ad una riunione di minoranza. Ma Bonfrisco (Cr) replica: “Non sono stata io a convocarla, vicenda figlia della frammentazione del centrodestra”  

fittoS’erano tanto amati. Tutti insieme, o quasi, appassionatamente, nella grande famiglia del berlusconismo. Ma il passato è d’obbligo. Perché oggi, tra i vecchi amici di un tempo, non corre più buon sangue. E dalla favola della rivoluzione liberale, la nuova sceneggiatura dello psicodramma del centrodestra racconta il dramma dei fratelli coltelli. Protagonista dell’ultimo sgarbo tra ex condomini del fu Popolo della libertà, il capogruppo di Ala, la componente che fa capo a Denis Verdini nata il 29 luglio 2015 dalla scissione con Forza Italia, Lucio Barani. Che martedì scorso ha consegnato, insieme al suo vice Riccardo Mazzoni, una lettera al presidente del Senato Pietro Grasso. Oggetto: richiesta di scioglimento, a norma di regolamento, del gruppo dei Conservatori e riformisti, riferimento parlamentare dell’ex governatore della Puglia Raffaele Fitto. Sceso sotto il numero legale di 10 componenti (il minimo richiesto per formare un gruppo a Palazzo Madama) dopo l’addio di Lionello Pagnoncelli che, il 29 gennaio scorso, seguendo le orme di Eva Longo e Ciro Falanga, ha fatto le valigie per traslocare proprio fra i banchi dei rivali verdiniani.

LETTERA AVVELENATA – “Grasso ha riconosciuto la fondatezza della mia richiesta e mi auguro che già nei prossimi giorni vengano presi provvedimenti – spiega Barani a ilfattoquotidiano.it –. Mi risulta che il presidente abbia già comunicato agli altri capigruppo il contenuto della mia lettera”. Una questione che, effettivamente, regolamento alla mano sembrerebbe fondata: in base all’articolo 14 comma 6, quando i componenti di un gruppo – che non rappresenta un partito presente con il medesimo contrassegno alle ultime elezioni per il Senato, come nel caso dei Conservatori e riformisti – si riducono a meno di 10, “il gruppo è dichiarato sciolto” e i parlamentari che ne facevano parte, qualora entro tre giorni non aderiscano ad altri gruppi, vengono iscritti al Misto. “Lo scopo della norma è evidente – prosegue Barani –. Innanzitutto evitare una ripartizione impropria delle risorse spettanti ai gruppi che, in caso di scioglimento, i Conservatori e riformisti dovranno in parte restituire”. Inoltre, aggiunge il capogruppo di Ala, “occorre ripristinare gli equilibri nelle commissioni permanenti che, in questo momento, tengono conto di una componente che non ha più i numeri sufficienti ad esistere”.

FRATELLI COLTELLI – Insomma, un bel guaio per la componente nata il 3 giugno 2015 dalla scissione capeggiata da Fitto in polemica con Silvio Berlusconi e il Patto del Nazareno. Ma cosa ha scatenato il duro affondo dei verdiniani? Tutto comincia da una riunione delle forze di minoranza, tenutasi a ridosso del rinnovo delle presidenze delle commissioni del Senato. E organizzata, secondo Barani, dalla capogruppo dei fittiani Anna Cinzia Bonfrisco. All’ordine del giorno, l’assegnazione dei ruoli spettanti alle opposizioni e gli emendamenti al ddl Cirinnà sulle unioni civili attualmente all’esame dell’Aula. Incontro al quale, però, il capogruppo di Ala non è stato invitato. Uno sgarbo che i verdiniani non hanno preso affatto bene. “Una vera e propria discriminazione, tipica dei metodi fascisti. E solo perché avevamo votato sì alla riforma costituzionale del governo”, lamenta il presidente dei senatori verdiniani. Che lancia l’ultima bordata: “A differenza loro, che si definiscono minoranza, noi ci consideriamo opposizione – conclude Barani –. La differenza? Non diciamo ‘no’ a prescindere ma valutiamo e votiamo, provvedimento per provvedimento, ciò che riteniamo utile al Paese”.

MI FACCIA IL PIACERE – Accuse che la Bonfrisco rispedisce al mittente. “Non posso rispondere di responsabilità non mie. La riunione delle opposizioni fu convocata dal capogruppo di Forza Italia, Paolo Romani, e non da me”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Non conosco il carteggio tra il presidente Grasso e il gruppo Ala – assicura la senatrice dei Conservatori e riformisti –. Per certo, il tema è stato posto nell’ultima conferenza dei capigruppo: quando il presidente si esprimerà sul da farsi prenderemo atto della sua decisione nel rispetto dell’istituzione che rappresenta”. Di sicuro “non andremo a caccia di parlamentari solo per evitare lo scioglimento: noi proponiamo un progetto politico, chi vuole sposarlo è il benvenuto”. E con Barani? “Fra me e lui non c’è alcuna questione personale – conclude –. Questa vicenda è solo l’ennesimo effetto della frammentazione del centrodestra”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 12 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Regolamentazione delle lobby: dopo l’immobilismo di Palazzo Madama la proposta di legge si sposta alla Camera

Adriana Galgano (Scelta Civica) ha deciso di presentare anche a Montecitorio il testo dei senatori ex 5 Stelle Orellana e Battista. Che, approvato in commissione Affari costituzionali ad aprile 2015, è caduto nel dimenticatoio. La deputata: “Decisione che nasce dopo aver sperimentato il fortissimo peso dei gruppi di pressione anche e soprattutto in Parlamento”

corso-lobbistiokC’è ancora qualcuno che ci prova. Nonostante le tante promesse mancate. Ultime in ordine di tempo quelle fatte dal governo di Matteo Renzi. Il quale, per bocca del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha parlato – oltre un anno e mezzo fa – di “regolamentare le lobby per combattere la corruzione”. E invece? Della legge per disciplinare il lavoro dei cosiddetti “portatori di interessi” non si vuole proprio discutere. Già: non si vuole. Perché un testo base c’è, e porta la firma di due senatori ex Movimento 5 Stelle: Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista. Solo che è fermo in commissione Affari costituzionali aPalazzo Madama dal 9 aprile 2015, giorno in cui è stato approvato. Oltre nove mesi. Malgrado i numerosi richiami dell’Antitrust.

MAL DI TESTO Ecco perché adesso quello stesso testo sarà presentato anche a Montecitorio. Per dare una forte accelerazione ad una discussione che, malgrado timidi quanto vani tentativi (ultimi in ordine di tempo quelli degli ex ministri Giulio SantagataMario Catania e dell’ex premier Enrico Letta), va avanti da qualche decennio senza mai giungere a conclusione. A firmare la proposta di legge a Montecitorio è Adriana Galgano, deputata di Scelta Civica, insieme al collega di partito Salvatore Matarrese. “Questa decisione – spiega Galgano a ilfattoquotidiano.it – nasce dopo aver sperimentato come le pressioni delle lobby siano fortissime, anche e soprattutto in Parlamento”. Anche perché “c’è un interesse di molti ex deputati e senatori a svolgere un’attività di questo tipo”, aggiunge l’esponente del partito che fu di Mario Monti. La quale ricorda un episodio che l’ha riguardata in prima persona. “Nel corso dell’approvazione del ddl concorrenza – spiega – ho condotto una battaglia per la liberalizzazione dei farmaci di fascia C”, cioè quelli non concessi dal servizio sanitario nazionale ma che necessitano di ricetta.

GELIDA MANINA E cos’è successo? “Nonostante un risparmio stimato di 500 milioni di euro per i cittadini e il parere favorevole del ministero dello Sviluppo economico affinché questa circostanza si concretizzasse, la longa manus delle lobby ha fatto in modo che la liberalizzazione fosse bloccata. Peraltro – dice Galgano – accampando motivazioni risibili, come l’aumento del consumo dei farmaci stessi: ciò è totalmente falso visto che per acquistarli serve comunque la prescrizione medica”. Ecco perché adesso un emendamento che si muove in questa direzione verrà presentato proprio da Orellana al Senato, dove il provvedimento è sbarcato dopo l’approvazione della Camera. “Noi l’abbiamo definita un’operazione di co-politiching – conclude la deputata – visto che veniamo da gruppi parlamentari diversi: sarà utile per capire, una volta di più, l’influenza dei gruppi di pressione”.

PUBBLICO REGISTRO Ma cosa prevede nello specifico la proposta di legge? Prima di tutto l’istituzione di un “Comitato per il monitoraggio della rappresentanza di interessi” presso il segretariato generale della presidenza del Consiglio, più quella di un “Registro pubblico dei rappresentanti di interessi”. Al quale non potranno iscriversi i condannati in via definitiva per reati contro lo Stato e la pubblica amministrazione. Chi svolgerà l’attività senza essere iscritto al registro, inoltre, sarà punito con una sanzione amministrativa che può toccare i 200 mila euro. “Abbiamo messo da parte le differenze di schieramento perché riteniamo che entrambe le questioni vadano nell’interesse esclusivo dei cittadini – spiega invece Orellana –. Faremo il possibile affinché si concludano positivamente”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 14 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

La massoneria ci riprova: dopo il silenzio di Grasso, lettera ai partiti per fare museo nel palazzo del Senato

Il Gran Maestro Bisi non ha avuto risposta al suo dossier per chiedere che sia riconcesso uno spazio al Grande Oriente d’Italia. Ora ci riprova con due missive indirizzate ai capigruppo

giustiniani-Una lettera. Anzi, due. Spedite direttamente al presidente del Senato, Pietro Grasso, e ai capigruppo delle forze politiche che siedono a Palazzo Madama. Dal Partito democratico a Forza Italia fino al Movimento 5 Stelle e ai ‘verdiniani’ di Ala. Insomma, stavolta il Grande Oriente d’Italia (Goi) è davvero determinato a riprendersi ciò che, a suo dire, gli spetta di diritto. Ovvero una porzione di Palazzo Giustiniani, la struttura che attualmente ospita l’appartamento di rappresentanza della seconda carica dello Stato e gli uffici dei senatori a vita un tempo di proprietà della più numerosa comunione massonica italiana, da utilizzare come sede del museo storico della massoneria. Circa centro metri quadrati all’interno dei quali esporre, nelle intenzioni del Goi, anche alcuni indumenti indossati dal massone italiano più famoso del mondo, Giuseppe Garibaldi. Una vicenda della quale ilfattoquotidiano.it si è recentemente occupato, anticipando i contenuti di un dossier che il Gran Maestro, Stefano Bisiha messo a punto e poi inviato al presidente del Senato. Accompagnato da una lunga lettera nella quale viene ripercorsa una questione che, fra grembiuli massonici, camicie nere e cavilli burocratici è iniziata oltre cento anni fa.

Missiva alla quale il presidente del Senato non ha però ancora fornito risposta, nonostante Bisi l’abbia spedita quasi due mesi fa, il 12 novembre 2015. Nelle due pagine e mezzo scritte di proprio pugno, il numero uno del Grande Oriente d’Italia ha ricordato a Grasso “il mancato adempimento da parte del Senato della Repubblica delle obbligazioni nascenti dall’atto transattivo intercorso il 14.11.1991 tra Intendenza di Finanza, Senato e Società Urbs”, appositamente costituita dal Goi nel 1911 per l’acquisto della struttura. Poi espropriata dal fascismo nel 1926. Accordo, quello firmato ai tempi in cui a presiedere l’Aula di Palazzo Madama c’era Giovanni Spadolini, che prevedeva “la concessione in uso da parte del Senato alla Urbs, e quindi al Grande Oriente d’Italia, di una porzione limitata dei locali stessi da adibire a museo storico della massoneria italiana. (…) Mi auguro che si possa aprire un canale di comunicazione per portare ad attuazione piena l’accordo transattivo del 1991 e fornire così finalmente una risposta adeguata alle altre finalità sottese che – conclude Bisi – attengono alla stessa memoria storica del nostro Paese”.

Ma non è tutto. Perché alla luce del silenzio di Grasso, il Gran Maestro del Goi ha preso nuovamente carta e penna e il 16 dicembre scorso ha scritto un’altra lettera. Indirizzandola, stavolta, a Luigi Zanda (Pd), Renato Schifani (Area popolare), Michele Giarrusso (M5S), Paolo Romani (FI), Lucio Barani (Ala), Mario Ferrara (Gal), Cinzia Bonfrisco (Conservatori e Riformisti), Gian Marco Centinaio (Lega Nord), Karl Zeller (Per le Autonomie) e Loredana De Petris (Gruppo Misto). Una missiva in questo caso più stringata, una pagina e mezzo circa, attraverso la quale Bisi chiede ai capigruppo dei partiti rappresentati a Palazzo Madama, “anche a nome di 23mila cittadini di questa Repubblica (cioè il totale degli iscritti al Goi, ndr), di contribuire alla soluzione di quanto sottoscritto per la realizzazione della piccola area museale della massoneria italiana”. Risposte? Per il momento nessuna. E chissà se arriveranno mai.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 5 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Produzione legislativa in Italia, rapporto di Openpolis: governo pigliatutto mentre il Parlamento sta a guardare

5208949152_32edf4cc84_oUno squilibrio diventato ormai una prassi consolidata. E che sembra non avere fine. Da una parte il Parlamento e dall’altra il governo, con quest’ultimo che la fa da padrone se si analizza l’esercizio della funzione legislativa in Italia. Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, infatti, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Una percentuale significativa, pari al 77,8% del totale. Con il primato che spetta al governo di Enrico Letta: nel periodo in cui è stato in carica, il Parlamento ha presentato soltanto l’11,1% delle leggi approvate contro l’88,89%. Ecco perché, nel suo ultimo rapporto, Openpolis parla senza mezzi termini di «un premierato all’italiana».

Comanda il governo. Nel nuovo studio, l’osservatorio civico sulla politica italiana ha preso in considerazione la XVI Legislatura e i primi tre anni della XVII. Periodo nel quale, come noto, si sono alternati quattro governi: quelli di Silvio Berlusconi e Mario Monti fra il 2008 e il 2013 e quelli di Enrico Letta e Matteo Renzi dal 2013 ad oggi. Con una costante: la produzione legislativa del nostro Parlamento è praticamente rimasta sempre in mano al governo. Deputati e senatori? Di fatto stanno a guardare. Prima di essere sostituito da quello guidato dall’ex commissario europeo, l’esecutivo del Cavaliere ha presentato l’80,29% delle leggi approvate, mentre Camera e Senato si sono fermate al 19,71%. La musica non è cambiata nemmeno con l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi. Certo, si sono registrate percentuali più basse: 68,14% (governo) contro 31,86% (Parlamento). Ma la sostanza è rimasta la stessa. Per non parlare poi degli ultimi due esecutivi. Letta, come detto, ha battuto ogni record lasciando a Camera e Senato soltanto le briciole, ma anche il premier-segretario del Partito democratico – il gruppo che dal 2013 ad oggi ha presentato il 73,33% delle 30 proposte di legge di iniziativa parlamentare che hanno completato l’iter – sembra essere sulla buona strada. Finora il suo governo ha presentato l’80,43% delle leggi approvate contro il 18,84% del Parlamento.

Parlamento svilito. Ma non è tutto. Ci sono infatti altri tre aspetti da tenere in considerazione: quello dei tempi di approvazione delle leggi, quello della percentuale di successo dei ddl e quello del ricorso al voto di fiducia. Nel primo caso, non solo la percentuale di successo per le iniziative del governo è molto più alta, ma anche i tempi di approvazione sono più rapidi. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (circa 4 mesi), il Parlamento ce ne mette 408. Più di un anno. Anche se nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto ai cinque anni precedenti, quelle del Parlamento sono più veloci. Comunque una magra consolazione alla luce di quanto detto finora. Anche perché mentre le proposte di deputati e senatori diventano legge lo 0,87% delle volte, per quelle del governo la percentuale sale al 32,02%. Risultato spesso raggiunto sfruttando l’escamotage della fiducia. In media, nelle ultime due legislature, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti prima (45,13%) e Renzi poi (34,06%). Più “moderati” nell’utilizzo di questo strumento i governi Berlusconi (16,42%) e Letta (27,78%).

Regioni (e popolo) al palo. E le Regioni? Dal 2008 ad oggi queste hanno presentato 119 disegni di legge, ma soltanto 5 hanno completato l’iter. E tutti nei cinque anni precedenti. Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato in materia di sicurezza stradale mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi. Non pervenute, invece, le leggi di iniziativa popolare: nelle ultime due legislatura solamente un disegno di legge presentato dai cittadini è diventato legge.

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Fondo contro l’incidentalità notturna, silenzio del governo sui soldi a disposizione e su come vengono spesi

La denuncia della senatrice Maria Mussini. Che con un’interrogazione ha chiesto ai ministri Padoan, Delrio e Giannini di rendere note le cifre. Da utilizzare, secondo una legge del 2007, per sovvenzionare le attività di educazione stradale nelle scuole. Ma non solo. La vicepresidente del gruppo Misto a Palazzo Madama attacca: “Fatto inaccettabile, mancano anche le relazioni sulla gestione delle risorse da presentare obbligatoriamente al Parlamento”

incidenti-notturni675Si chiama “Fondo contro l’incidentalità notturna”. È stato istituito nel 2007, ai tempi del secondo governo di Romano Prodi, presso la presidenza del Consiglio dei ministri. Allo scopo di finanziare campagne di sensibilizzazione e di formazione degli utenti della strada, ricerca e sperimentazione nel settore di contrasto della guida in stato di ebbrezza o dopo aver assunto sostanze stupefacenti. Ma anche per sovvenzionare corsi volti all’educazione stradale degli studenti nelle scuole. Un intento lodevole. Almeno sulla carta. Perché il problema, a più di otto anni dalla sua creazione, è che non si sa quanti soldi ci sono a disposizione nel fondo per le suddette attività. Milioni di euro che avrebbero dovuto alimentarlo, sommandosi così agli 1,5 milioni stanziati da Palazzo Chigi nel triennio 2007-2009, giungendo in buona parte dalle multe comminate ai cittadini in violazione di alcuni articoli del codice della strada. Soldi pubblici, insomma. Di cui però nessuno sembra sapere nulla. Compresi il governo di Matteo Renzi, il quale, chiamato a rispondere sulla questione, non ha ancora fornito alcuna risposta, e il Dipartimento politiche antidroga della presidenza del Consiglio (delegato alla gestione del fondo), interpellato sull’argomento da ilfattoquotidiano.it.

SENZA RISPOSTA – A sollevare il caso è stata la vicepresidente del Gruppo Misto di Palazzo Madama, Maria Mussini. “Sono mesi che chiedo senza sosta chiarezza sul fondo – spiega la senatrice ex Movimento 5 Stelle –. Ad aprile, peraltro, il governo ha accolto un mio ordine del giorno assumendosi l’impegno di un’azione mirata a incrementarlo finalizzandolo anche alla ricerca”. Poi però, come spesso capita, il tutto è caduta nel dimenticatoio. “A quel punto ho indirizzato ai ministri Pier Carlo Padoan (Economia), Graziano Delrio (Trasporti) e Stefania Giannini (Istruzione) un’interrogazione, con la quale ho chiesto espressamente loro di quantificare le risorse a disposizione nel fondo e, soprattutto, di spiegare come vengono spese”. Inoltre, “vorrei anche sapere quando saranno presentate alle Camere le relazioni sulla gestione di questi soldi, come prevede la legge”. Infatti, ricorda Mussini, “per decreto il capo della Polizia sarebbe obbligato a trasmettere trimestralmente al Viminale un resoconto dell’entità del Fondo”, mentre “tre ministeri, Interno, Trasporti e Istruzione (Miur), sarebbero chiamati a riferire annualmente sull’impiego di quei soldi”. Invece, rivela, “l’unica relazione disponibile è quella del Miur del 2011”.

DECISIONE INAMMISSIBILE – Ma non è tutto. Nonostante il silenzio dell’esecutivo (nessuno degli interpellati ha risposto all’interrogazione), la parlamentare ex 5 Stelle è tornata alla carica sull’argomento grazie al disegno di legge sull’omicidio stradale, che dopo essere stato approvato a Montecitorio è ora in discussione a Palazzo Madama. Presentando emendamenti aggiuntivi riguardanti proprio il fondo contro l’incidentalità notturna. Risultato? Le proposte di modifica al testo firmate da Mussini sono state ammesse e votate in commissione Giustizia al Senato, della quale lei è componente, salvo poi essere dichiarate inammissibili per l’Aula. Un banale errore? Difficile dare una risposta certa. Anche perché proprio la vicepresidente del Gruppo Misto di Palazzo Madama non ha risparmiato critiche al provvedimento licenziato il 28 ottobre scorso dall’altro ramo del Parlamento. “Nel testo votato dalla Camera – attacca Mussini – sono state inserite aggravanti che non hanno nulla di penale, come per esempio lo stato assicurativo del mezzo”. Mentre, conclude, “non viene affatto curato il fronte della prevenzione che per me rimane l’unico strumento davvero efficace per ridurre le morti”.

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(Articolo scritto il 7 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Contributi ai gruppi parlamentari: da Camera e Senato 106 milioni di euro incassati in due anni

Sono le cifre contenute nell’ultimo dossier Openpolis. Che ha analizzato i bilanci di tutte le forze presenti in Parlamento. Partito democratico primatista con 38 milioni. Seguito da Movimento 5 Stelle con 13. Ecco come sono stati spesi i soldi

camera_675Centosei milioni 700 mila euro di contributi stanziati ai gruppi parlamentari nei primi due anni di legislatura. Con il Partito democratico (Pd) a fare la parte del leone incassando, fra Camera e Senato, 38,5 milioni. E il Movimento 5 Stelle (M5S) ad occupare il secondo gradino del podio con 13,4 milioni. Sono questi i numeri resi noti dall’ultimo dossier di Openpolis dal titolo “Paga pantalone”. Uno studio che ha come oggetto proprio il contributo che le varie forze che siedono in Parlamento ricevono per le loro attività istituzionali e il loro funzionamento. “Una cifra in crescita – scrive l’osservatorio nel report – che ha raggiunto i 50 milioni di euro all’anno”. Da non confondere, però, con il finanziamento pubblico ai partiti. Il quale, secondo quanto previsto dalla legge varata due anni fa dal governo di Enrico Letta, sarà definitivamente abolito dal 2017.

PD PIGLIATUTTO – Per sopravvivere nei prossimi tre anni, comunque, i partiti potranno fare affidamento proprio sui contributi di Camera e Senato, calcolati sulla base della loro composizione. Ovvero: più è grande il gruppo e più soldi riceverà. Insomma, Matteo Renzi può dormire sonni tranquilli, visto che “il crescente numero di parlamentari iscritti al Pd” in entrambi i rami del Parlamento “non farà che aumentare il contributo che riceve il gruppo, un incremento tendenziale ad oggi pari a 1,3 milioni di euro all’anno”, scrive Openpolis. Ma in che modo i dem spendono i soldi che arrivano loro? Le uscite maggiori si registrano alla voce stipendi: 5,6 milioni di euro alla Camera nel 2013, cresciuti a 7,5 milioni nel 2014 (il 70,3% del bilancio), e 1,9 milioni al Senato, che hanno superato i 3 milioni lo scorso anno (67,4%). Aumentati anche i costi per le consulenze, passate da 205 mila a 329 mila euro dal 2013 al 2014 solo a Montecitorio. E che dire della comunicazione? Se a Palazzo Madama (dove il Pd conta 112 senatori) sono stati spesi ‘solo’ duemila euro in più, alla Camera la cifra è esplosa passando da 257 mila a 1,9 milioni di euro. Non è un caso, dunque, che i 4,3 milioni di euro di avanzo del 2013 siano crollati a 486 mila euro nel 2014. Mentre al Senato la cifra si è dimezzata di circa il 50%: da 2 a 1,1 milioni.

RISCHI A 5 STELLE – La medaglia d’argento, come detto, va al M5S. In questo caso, però, l’emorragia subita in termini di espulsioni e uscite volontarie (35 parlamentari hanno finora lasciato il Movimento) rischia di portare ad una “perdita tendenziale all’anno” che, calcola Openpolis“sarebbe pari a 2 milioni di euro”. Come per il Pd, anche il movimento di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio spende una fetta cospicua dei suoi bilanci parlamentari per le spese del personale, passate da 867 mila a 2 milioni di euro a Montecitorio (la cifra comunque più bassa rispetto a tutti gli altri gruppi) e da 1 a 1,5 milioni al Senato. Lo stesso discorso vale per le consulenze: i 189 mila euro del 2013 sono diventati 479 mila nei dodici mesi successivi alla Camera, mentre al Senato i 58 mila sono cresciuti attestandosi a 143 mila. Uscite sostanziose che, nonostante tutto, hanno permesso ai grillini di chiudere entrambi gli anni di legislatura con un avanzo di gestione: 961 mila euro nel 2014 alla Camera (erano 1,75 milioni l’anno precedente) e 305 mila 800 euro a Palazzo Madama (quasi 1,1 milioni nel 2013).

SILVIO IN ROSSO – Chi non se la passa per niente bene, invece, è Forza Italia (FI). Il partito di Silvio Berlusconi, che alle elezioni del 2013 si era presentato sotto l’egida del Popolo della Libertà (Pdl), è fra quelli che ha subito le perdite maggiori da inizio legislatura, causate in particolar modo dalla scissione del Nuovo centrodestra (Ncd). Ciò ha comportato “una tendenziale contrazione del contributo ricevuto pari a 5 milioni di euro”, scrive l’osservatorio. Quello che balza all’occhio, leggendo i bilanci di FI, sono i costi dei dipendenti rapportati al numero di deputati e senatori (95 in totale) di cui dispone oggi il partito. “Fra tutti – fa notare Openpolis – il gruppo di Forza Italia alla Camera risulta essere quello che maggiormente sente il peso del personale: incide infatti per l’85% delle entrate” (a Palazzo Madama la percentuale scende al 67%). Ma se proprio a Montecitorio alcune voci di spesa sono diminuite, per esempio le consulenze, andate incontro a 5 mila euro di tagli (da 327 mila a 322 mila euro), è al Senato che i costi sono lievitati. Le consulenze stesse sono passate da 32 mila a 249 mila euro; le collaborazioni da 36 mila a 389 mila euro; le somme impegnate per gli studi da appena 100 euro a 147 mila 900 euro. Non c’è quindi da stupirsi del fatto che, mentre a Montecitorio l’avanzo di FI sia di 298 mila euro nel 2014, a Palazzo Madama il rosso si attesti a 319 mila 192 euro. Ammortizzato solo grazie agli oltre 2 milioni di euro di avanzo del 2013. Insomma, tempi non facili per il Cavaliere.

OCCHIO AI BILANCI – E gli altri gruppi, come se la passano? Nei primi due anni di legislatura, la Lega Nord ha potuto usufruire di 4,6 milioni di euro di contributi: una percentuale molto alta è stata spesa in comunicazione (oltre l’11% a Montecitorio e il 12% a Palazzo Madama). Certo è, però, che bisogna stare attenti ai conti: infatti nel 2014 il Carroccio ha fatto registrare un disavanzo di 125 mila euro alla Camera e di 312 mila euro al Senato, anche in questo caso ammortizzati grazie agli avanzi degli anni precedenti. Lo stesso discorso vale per Sinistra Ecologia Libertà (Sel). Il partito di Nichi Vendola, il cui gruppo è presente solo a Montecitorio, ha ricevuto quasi 3 milioni di euro in due anni. Si tratta di “uno dei gruppi che ha potuto sopportare una chiusura di 2014 in negativo – rileva Openpolis – grazie all’avanzo di bilancio ereditato nel 2013” (182 mila 300 euro). Poi c’è Scelta Civica, che alla Camera conta 23 deputati (al Senato è completamente sparita) e che, come nei casi già citati, deve stare attenta al portafogli. Primo perché le uscite dal gruppo (22) hanno portato una perdita tendenziale di 1,1 milioni di euro l’anno; secondo perché nel 2014 la differenza fra entrate e uscite ha fatto registrare un rosso di 166 mila 900 euro. E Area popolare, fusione fra Ncd e Udc? È il gruppo che ha guadagnato maggiormente dai cambi di casacca: 3 milioni 980 mila euro (+67%).

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 3 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Comunicazione parlamentare, Grasso e Boldrini alle prese con la grana degli uffici stampa: nomi e criteri in alto mare

Ci sono da rinnovare i contratti dei giornalisti di Palazzo Madama. Ma soprattutto stanno per lasciare i responsabili delle due strutture. Bisogna scegliere il metodo di selezione dei sostituti. Con un bando pubblico o per nomina diretta? Mannino (M5S) all’attacco: “Sciogliere il comitato per la Comunicazione di Montecitorio”

grasso-boldrini675Vertici degli uffici da cambiare. Giornalisti da confermare o licenziare. Criteri di selezione in alto mare. Con i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, alle prese con la patata bollente. E il presidente di un organismo parlamentare delicato come il comitato per la comunicazione della Camera sull’orlo delle dimissioni. E tutto perché si deve cambiare. Non solo a Montecitorio, ma anche a Palazzo Madama. Con l’anno nuovo, gli uffici stampa di entrambi i rami del Parlamento potrebbero andare infatti incontro a cambiamenti radicali. Nel primo caso perché l’attuale numero uno, Anna Masera, scaduto il contratto biennale che la lega alla Camera tornerà a La Stampa. Ma sul metodo di selezione del suo sostituto è in corso uno scontro politico. Al Senato, invece, perché Iolanda Cardarelli, che dal 2009 guida l’ufficio stampa e Internet, andrà in pensione. In questo caso a sceglierne il successore sarà l’ufficio di presidenza, come previsto dal regolamento. Ma non si ancora se saranno confermati i tre addetti stampa di cui dispone attualmente Palazzo Madama. Il tutto fra le proteste degli esponenti del Movimento 5 Stelle (M5S). Scontenti dei metodi di scelta delle due nuove figure.

FUORI CONCORSO – Il prossimo 31 dicembre la Masera, che dal 1° gennaio 2014 gestisce sia l’ufficio stampa sia la comunicazione di Montecitorio, tornerà a lavorare per il quotidiano torinese. Per il quale, prima di richiedere l’aspettativa visto il nuovo incarico istituzionale, ricopriva il ruolo di caporedattore e social media editor. Ovvio, quindi, che dovrà essere scelto un successore. Ma in che modo avverrà questa nomina, che deve comunque passare attraverso la votazione dell’ufficio di presidenza? Attraverso un bando, come successo la volta scorsa vagliando decine di curricula, oppure no? I maligni dicono che la presidente dell’Assemblea, Laura Boldrini, vorrebbe ‘commissariare’ questo ufficio, affidando il coordinamento dello stesso ad uno degli addetti stampa della Camera. Il tutto per costruire ancora meglio la propria immagine in vista delle prossime elezioni. I nomi sul tavolo sono quattro: Fabio Rosati, Gennaro Pesante, Ida Bressa e l’ex inviato parlamentare di Radio Radicale Roberto Iezzi, dato come favorito vista anche la lunga esperienza maturata fra Montecitorio e Palazzo Madama. Contattato sull’argomento, però, il portavoce della Boldrini, Roberto Natale, smentisce l’ipotesi del ‘commissariamento’. “Da parte della presidente non c’è alcuna intenzione di muoversi lungo questa direzione portando l’ufficio stampa sotto la sua segreteria personale – spiega ailfattoquotidiano.it –. Rimarrà chiarissima la distinzione fra la comunicazione della presidente e quella della Camera”. Anche perché, tiene a precisare Natale, “ricordo che è stata proprio Boldrini a innovare la prassi per la quale, fino a questa legislatura, era solo il presidente a scegliere il capo ufficio stampa. Tutto ciò coinvolgendo il comitato per la comunicazione”.

GIACHETTI IN BILICO – Ma i ritardi nella scelta del metodo di selezione del nuovo capo ufficio stampa della Camera non piacciono per niente al M5S. “A meno che non si faccia una corsa contro il tempo, non ci sono margini per indire un nuovo bando per nominare il successore della Masera”, dice la deputata Claudia Mannino, segretaria d’Aula nonché componente del comitato per la comunicazione di Montecitorio guidato dal vicepresidente dell’Assemblea, Roberto Giachetti (Pd). “Mi stupisce il fatto che si voglia tornare indietro – aggiunge –, anche perché il lavoro fatto in questi due anni è stato innovativo e, con la campagna referendaria per la riforma costituzionale alle porte, mi sembra assurdo manipolare questo ruolo affidandolo esclusivamente alla presidenza. Domani (mercoledì 2 dicembre, ndr) è in programma un nuovo ufficio di presidenza nel quale l’argomento in questione non è nemmeno all’ordine del giorno”. Per questo “risulta inutile continuare a mantenere attivo questo comitato, che già si riunisce raramente – conclude la deputata grillina –. In via informarle, ho già chiesto a Giachetti di abolirlo: stiamo valutando di inviare una richiesta ufficiale”. Non è però da escludere, secondo quanto spiegano fonti parlamentari a ilfattoquotidiano.it, che lo stesso Giachetti possa anticipare tutti dimettendosi dall’incarico.

SELEZIONE PUBBLICA – Al Senato la questione è apparentemente più semplice, anche se non mancano i mal di pancia. L’unica certezza al momento è che, come detto, l’attuale capo ufficio stampa e Internet, Iolanda Cardarelli, andrà in pensione dopo sei anni alla guida dell’importante organo parlamentare. A nominare il suo successore sarà direttamente l’ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Il motivo? A differenza di Montecitorio, il capo ufficio stampa del Senato è un funzionario interno al quale sono affidate ulteriori competenze (come quella riguardante la gestione della libreria) e non per forza un giornalista. Diverso è il caso dei tre addetti stampa interni allo stesso ufficio. I quali in scadenza di contratto – che viene rinnovato ogni tre anni – saranno scelti direttamente dal presidente dell’Assemblea, Pietro Grasso, secondo quanto previsto da una recente delibera dell’ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Al momento non esistono certezze sulla conferma degli attuali componenti: Marco Tagliavini, assunto tramite selezione pubblica nel 2001, Laura Trovellesi ed Eli Benedetti (entrambi a Palazzo Madama dal 2006). Un modus operandi che, come per Montecitorio, scontenta il M5S. Dice Laura Bottici, questore dei grillini al Senato: “Speravo in un cambio di rotta, in una selezione di professionalità fatta attraverso un bando pubblico. So che è difficile cambiare abitudini – conclude –, ma mi auguravo una scelta di professionisti indipendenti e non nominati”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 1° dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Massoneria: il Grande Oriente d’Italia vuole rientrare nel palazzo del Senato

Il gran maestro Stefano Bisi ha preparato un dossier. Per indirizzarlo al presidente Grasso. Chiede che siano onorati vecchi accordi. Formalizzati negli anni Novanta dopo una lunga controversia. Per riavere almeno parte dei locali della vecchia sede espropriata dal fascismo. Per allestirci un museo con vecchi cimeli massonici. A cominciare dagli indumenti di Garibaldi

Articolo_Massoniera_ilFatto.itIl presidente del Senato, Pietro Grasso, è avvisato: la massoneria vuole tornare a Palazzo Giustiniani. Proprio così. E questa volta fa sul serio. Il Grande Oriente d’Italia (Goi), la più numerosa comunione massonica italiana, è pronto ad andare fino in fondo. Rivendicando ciò che, stando agli accordi che lo stesso Goi sostiene di avere formalizzato tra la fine degli Anni ’80 e l’inizio del decennio successivo con l’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini, gli “spetterebbe di diritto”. Ovvero “una limitata porzione dei locali” della struttura che oggi ospita l’appartamento di rappresentanza della seconda carica dello Stato e gli uffici dei senatori a vita da utilizzare come “sede del museo storico della massoneria italiana”. Oltre cento metri quadrati all’interno dei quali esporre, fra le altre cose, alcuni degli indumenti indossati dal primo libero “Muratore d’Italia”, Giuseppe Garibaldi. Avete capito bene, proprio di una rivendicazione pressante si tratta. All’interno di una lunga e complicata vicenda arricchita da numerose carte bollate.

ACCORDI VANI Una storia che tra grembiuli massonici, camicie nere e cavilli burocratici promette comunque scintille già nelle prossime settimane. “Il Goi è una delle poche istituzioni, se non l’unica nel nostro Paese, a non essere mai stata risarcita, nemmeno simbolicamente, della perdita dei propri diritti a causa della violenza fascista”, spiega a ilfattoquotidiano.it il numero uno Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi. Già, perché questa storia ha origini lontane. Che risalgono addirittura a oltre un secolo fa. Precisamente al 16 febbraio 1911, giorno in cui la società Urbs (appositamente costituita dal Grande Oriente d’Italia) acquistò Palazzo Giustiniani per un milione 55 mila lire. Sette piani e 405 vani che, da quel momento, divennero la sede nazionale della comunione massonica con a capo Ettore Ferrari. Almeno fino al 1926. Quando, con un decreto legge ad hoc, il fascismo sottrasse al Goi il cosiddetto “vaticano verde”. Caduto il regime mussoliniano, “i tentativi di riconquistare legalmente la nostra sede sono risultati del tutto vani – aggiunge Bisi – sia per gli errori di gestione commessi dagli avvocati a cui ci siamo affidati sia per la diffusa ostilità nei confronti del Grande Oriente d’Italia da parte della magistratura, ancora fortemente segnata dal fascismo”. Sarà. Comunque, da quel momento è cominciata la guerra a suon di carte bollate. Tanto che solo a luglio del 1961, spiegano al Goi, l’allora gran maestro Publio Cortini e il ministro delle Finanze dell’epoca, il democristiano Giuseppe Trabucchi, stipularono una convenzione attraverso la quale il demanio concedeva per vent’anni alla Urbs 48 locali all’interno di Palazzo Giustiniani. Canone annuo: un milione di lire. Prevedendo anche la possibilità di un “rinnovo di comune accordo fra le parti”. E ancora: diciassette anni dopo, presso la stessa sede, la società ottenne in concessione altri 25 locali. Ad un costo stavolta molto più alto: 9 milioni 600 mila lire l’anno.

ASPETTA E SPERA Ma non è tutto. Il 1° luglio 1981, dopo che il Goi aveva concluso l’acquisto di Villa il Vascello (sua attuale sede nazionale), a Roma, l’ufficio del Registro della Capitale contestò alla Urbs “l’occupazione senza titolo” dei locali di Palazzo Giustiniani. Diffidandola a lasciare gli immobili entro trenta giorni. “Eppure noi – dice Bisi – da un anno stavamo portando avanti le trattative per definire i termini di una nuova concessione”. Risultato? Nonostante il ricorso al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, che concesse la sospensiva al provvedimento che di fatto “sfrattava” la loggia massonica dal Palazzo, fra marzo e maggio 1988 il Grande Oriente d’Italia riconsegnò i locali al Senato. Ma non certo a mani vuote. Fu infatti messa nero su bianco una transazione, definitivamente firmata il 14 novembre 1991 dal presidente della Urbs, Pietro Ruspini, e dall’Intendenza di Finanza di Roma, tramite la quale la presidenza del Senato (con la partecipazione del ministero delle Finanze) e la società si accordavano affinché a quest’ultima fosse concessa “una limitata porzione dei locali rilasciati per destinarli a sede del museo storico della massoneria italiana”. L’accordo prevedeva, protestano adesso i vertici massonici, la consegna dei locali in questione addirittura entro dodici-diciotto mesi.

DOSSIER PER GRASSO Eppure, “nonostante i numerosi pareri favorevoli di ministero delle Finanze, presidenza del Senato e Consiglio di Stato alla concessione dei locali di Palazzo Giustiniani al Goi – prosegue il numero uno del Grande Oriente d’Italia – la nomina di un nuovo presidente di Palazzo Madama, Carlo Scognamiglio, e l’improvvisa morte di Spadolini prima ritardarono e poi di fatto impedirono il mantenimento degli impegni presi. In tutti questi anni ci siamo scontrati contro un muro di gomma rappresentato dagli apparati burocratici del Senato e con la sostanziale indifferenza dei suoi nuovi presidenti”. Ecco perché il Gran Maestro e i suoi hanno messo a punto un dossier nel quale vengono ripercorse tutte le tappe dell’annosa questione. “Nelle prossime settimane lo invieremo al presidente Grasso, nella speranza che finalmente ci venga dato quanto ci spetta – conclude Bisi –. Basta considerare la massoneria soltanto come qualcosa di negativo: pur con i nostri difetti siamo un pezzo della storia d’Italia”. Chissà se anche a Palazzo Madama la pensano allo stesso modo.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 29 ottobre 2015 su ilfattoquotidiano.it)