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Tag: Camera dei deputati



Renzi_1Ci sono voluti mesi, in alcuni casi addirittura anni, per approvarli in almeno uno dei due rami del Parlamento. Ma adesso, vista l’ipotesi molto probabile di tornare alle urne prima della scadenza naturale della legislatura (2018), rischiano di essere condannati a morte certa. Di cosa stiamo parlando? Dei 73 provvedimenti che, secondo i calcoli dell’associazione Openpolis, dal 2013 ad oggi sono stati approvati da Camera o Senato ma che sono rimasti nel limbo, complici anche i veti incrociati tra le forze che compongono la maggioranza di Governo. E che dopo il referendum del 4 dicembre scorso e il cambio della guardia a Palazzo Chigi fra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, utile più che altro a scrivere una nuova legge elettorale e andare in fretta a votare, rischiano di essere ridotti a carta straccia. Alcuni, fra le altre cose, sono dei veri e propri cavalli di battaglia dell’ex sindaco di Firenze, colui che più degli altri spinge per le elezioni anticipate.

Nel dimenticatoio – In testa ci sono, senza dubbio, il conflitto d’interessi e il cosiddetto ius soli. Del primo provvedimento, Renzi parlò dal palco della Leopolda a novembre 2012. “Faremo la legge nei primi cento giorni”, assicurò. Poi a maggio 2015 fu l’allora ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi, a rincarare la dose. Com’è andata a finire? Il testo approvato il 25 febbraio 2016 alla Camera, relatore Francesco Sanna (Pd), è bloccato in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama. E lì, a meno di clamorosi colpi di scena, è destinato a rimanere. Anche sullo ius soli l’ex premier si è più volte espresso pubblicamente. L’ultima esattamente un anno fa, quando disse che il 2016 sarebbe stato l’anno dei diritti civili, compresa la legge sulla “nuova” cittadinanza. Eppure anche il provvedimento approvato ad ottobre 2015 in prima lettura dalla Camera è rimasto incagliato al Senato e tanti cari saluti.

Tempo scaduto – Che dire, poi, del ddl concorrenza? Pure stavolta le cose sono andate per le lunghe. Il ddl è stato adottato dal Consiglio dei ministri il 20 febbraio 2015, praticamente due anni fa. Il via libera della Camera è arrivato invece il 7 ottobre dello stesso anno, quello della commissione Industria di Palazzo Madama il 2 agosto 2016. Risultato: complice il referendum, la discussione è slittata sine die. Rischia di finire nel dimenticatoio, ma questa volta non casualmente (visto il niet dei partiti dei Centrodestra), il ddl che introduce il reato di tortura, approvato sia al Senato (marzo 2014) sia alla Camera (aprile 2015). Ma nel lungo elenco figurano anche la legge sulla tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo, la riforma del processo penale e quella dei partiti. Certo, si tratta di una situazione non proprio nuova, visto che anche alla fine della passata legislatura furono lasciati in sospeso lo stesso numero di provvedimenti. Ma forse mai come stavolta, in nome della “rottamazione”, bisognava invertire il trend.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 28 dicembre 2016 per La Notizia)






Accordo raggiunto tra l’associazione dei collaboratori parlamentari e i deputati-questori. Grazie al quale potranno frequentare uno dei centri di ristorazione di Montecitorio. Ma restano inascoltate le vecchie richieste. Per ottenere regole contrattuali sul modello del Parlamento europeo. E rapporti di lavoro diretti con le amministrazioni di Camera e Senato. Mentre continuano a registrarsi casi di lavoro in nero 

camera-deputati-notte-675Da oggi anche loro avranno diritto ad un pasto caldo “a prezzi sostenibili” e “senza discriminazioni”. Servendosi in uno dei bar-mensa della Camera. Una conquista alla quale si è giunti al termine di una lunga mediazione fra l’organizzazione che li riunisce e i deputati-questori dopo la chiusura del ristorante di piazza San Silvestro gestito, fino a due anni fa, dalla Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini. I collaboratori parlamentari esultano. Per loro sono finiti i tempi dei panini mangiati velocemente nei bar del centro fra una seduta d’Aula e l’altra. Pagati, manco a dirlo, di tasca propria. A cifre non sempre popolari. Problema risolto, anche se ne rimangono tanti altri sul tappeto. E anche più importanti. Perché nonostante la soluzione sui pasti salutata con favore dall’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp) attraverso un apposito comunicato, “resta ancora molto da fare per riconoscere una piena dignità professionale alle centinaia di persone che lavorano tra Camera e Senato”, dice a ilfattoquotidiano.it la presidente Valentina Tonti.

SOLUZIONE ALL’ITALIANA – Quella che riguarda gli assistenti di deputati e senatori, un vero e proprio esercito di persone se si calcola che ogni parlamentare si avvale di almeno un collaboratore, è una questione che si perde negli annali. Da tempo a Montecitorio e Palazzo Madama si parla di regolamentare per legge la loro figura, magari sul modello di Germania, Gran Bretagna, Francia o del Parlamento europeo. Realtà nelle quali il rapporto contrattuale fra parlamentari e collaboratori è gestito dall’amministrazione della Camera di appartenenza. E nel nostro Paese? “Il collaboratore – spiega Tonti – viene retribuito con il rimborso spese per l’esercizio del mandato”: circa quattromila euro al mese inseriti nella busta paga degli eletti per pagare però anche consulenze, ricerche e uffici, soggetti a rendicontazione solo per metà. La classica soluzione all’italiana, dunque. A dire il vero, in passato era stato fatto un tentativo: a ottobre 2012 la Camera aveva approvato un provvedimento ispirato al modello vigente nel Parlamento europeo. Introducendo pure il divieto di assumere parenti, coniugi o affini entro il secondo grado. Com’è andata a finire? Come nel gioco dell’oca. Il disegno di legge fu incardinato al Senato, ma la fine anticipata della legislatura riportò la situazione al punto di partenza. E dal 2013 ad oggi tutto è rimasto fermo.

FERME AL PALO – “Questo Parlamento ha finora dimostrato di non voler affrontare con la necessaria determinazione la questione dei collaboratori”, aggiunge la presidente dell’Aicp. Al momento, chiusi nel cassetto della commissione Lavoro di Montecitorio, si contano quattro disegni di legge sul tema presentati da Partito democratico, Sinistra Italiana, Movimento 5 Stelle e Nuovo centrodestra. “La strada legislativa non è nemmeno la più efficace – spiega Tonti –. Oltre ai tempi propri dell’iter previsto per la discussione della norma, l’attuazione di un’eventuale legge sarebbe poi subordinata alle delibere degli uffici di presidenza di Camera e Senato. Che potrebbero comunque anche decidere senza una misura specifica”. Negli ultimi anni “abbiamo promosso l’approvazione di numerosi ordini del giorno riguardanti la nostra figura in occasione dell’esame del bilancio delle due Camere” ma “sono finora rimasti lettera morta”. Cosa chiede l’Aicp? “Che i collaboratori – spiega Tonti – vengano retribuiti direttamente dalla amministrazioni di Camera e Senato”.  Che però sembrano nicchiare, mentre continuano a registrarsi casi di persone che lavorano con contratti irregolari o addirittura pagate in nero dagli stessi onorevoli.

Twitter: @GiorgioVelardi  

(Articolo scritto il 30 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Dei 22 componenti dell’ufficio di presidenza di Montecitorio hanno partecipato alla votazione solo in 13. Due astenuti. Consulente del ministero dei Trasporti, è stato sponsorizzato dalla presidente. Tra molte polemiche. Dei rappresentanti azzurri che non hanno partecipato alla votazione dell’ufficio di presidenza. E dei grillini che hanno contestato il metodo di selezione. Ecco il verbale dell’accesa seduta. Così come è stato raccontato a ilfattoquotidiano.it

stefano-menichini-675È stato scelto per “competenza, professionalità” e, soprattutto, parola di Laura Boldrini, perché ieri durante il colloquio ha spiegato che Montecitorio deve continuare ad essere “la casa della democrazia”. Proprio così. Stefano Menichini è il nuovo capo ufficio stampa della Camera. E proprio grazie alla sponsorizzazione della presidente. È stata lei che questo pomeriggio ha comunicato ai membri dell’Ufficio di presidenza la bontà della scelta. Una nomina quasi scontata, per la verità, visto che lo scorso 22 gennaio proprio ilfattoquotidiano.it aveva raccontato di come la corsa per l’ambita poltrona lasciata libera da Anna Masera (tornata a La Stampa) fosse ridotta ad un derby fra l’ex direttore di Europa, attuale consulente del ministero dei Trasporti, e l’ex direttrice de l’Espresso e D di Repubblica, Daniela Hamaui. La quale pare non abbia convinto gli illustri membri dell’ufficio di presidenza soprattutto su uno dei requisiti principali richiesti per conquistare la carica: la conoscenza del Parlamento e dei suoi meccanismi. Menichini ha così battuto la concorrenza dei 270 colleghi – tanti sono stati quelli che hanno inviato il curriculum per partecipare alla selezione – poi ridotti a 12 in vista della decisione finale. Ma cos’è accaduto durante la riunione odierna? Se è vero che la proposta della Boldrini è stata accolta a larga maggioranza, non sono mancate le critiche da parte di chi non ha per nulla condiviso il metodo con il quale si è giunti alla nomina. Ecco comunque il “verbale” dell’ufficio di presidenza così come è stato raccontato a ilfattoquotidiano.it.

CASA STREGATA – La seduta si è aperta con la presidente che ha ringraziato il comitato ristretto, costituito su sua indicazione all’interno dell’Ufficio di presidenza, spiegando che per l’occasione sono state audite persone di“elevata professionalità”. Una in particolare ha però raccolto i suoi favori: Stefano Menichini. Il quale, ha spiegato la Boldrini, era da scegliere per “competenza, professionalità” e perché, durante il colloquio, particolare che pare l’abbia letteralmente stregata (e vai a capire perché), ha dichiarato che Montecitorio deve continuare ad essere “la casa della democrazia”.

MI MANDA MATTEO – Subito dopo la ‘dichiarazione di voto’ della presidente è intervenuta Claudia Mannino (Movimento 5 Stelle), uno dei segretari dell’ufficio di presidenza, che ha anzitutto criticato il metodo con il quale è stato scelto il nuovo capo ufficio stampa. Non a caso, ieri, proprio lei aveva chiesto alla numero uno di Montecitorio di presentarsi all’ufficio di presidenza di oggi con una rosa di 3/4 nomi e condividere con i presenti la decisione finale. La Boldrini però aveva respinto l’invito ricordando che le regole della selezione erano già state decise in precedenti incontri. A quel punto fra le due si è aperto uno scontro. La Boldrini ha sostenuto che, oltre ai motivi esposti nel suo intervento, è stata anche colpita da ciò che ha detto Menichini alla fine del suo colloquio. E cioè che l’ex direttore di Europa ha spiegato di essere cosciente del fatto che l’aver diretto un giornale politicamente schierato (il quotidiano della Margherita e poi del Pd, ndr) poteva essere un ostacolo per una sua eventuale nomina. Ma che, nel caso in cui fosse stato scelto, avrebbe gestito la macchina parlamentare con la massima professionalità e terzietà. E qui, visti i sospetti di “lottizzazione politica” di matrice renziana sulla carica da assegnare che circolano da tempo anche tra i membri dell’ufficio di presidenza, la Mannino non si è trattenuta. Neanche con l’ironia: “Presidente, l’eccesso di onestà non mi pare fosse fra le motivazioni che l’hanno condotta alla scelta”. Battuta velenosa, nessuna replica della Boldrini.

FONTANA DI ACCUSE – A quel punto la parola è passata a Stefano Dambruoso. Il questore dell’ufficio di presidenza in quota Scelta civica ha spiegato che al posto di Menichini avrebbe preferito la nomina di un altro dei candidati. E cioè Maddalena Loy (ex Foglio, Rai e Unitàndr). Perciò ha chiesto alla presidente che quest’ultima venga presa in considerazione per entrare a far parte del gruppo di lavoro che curerà la comunicazione di Montecitorio. Insomma, un premio di consolazione. Ma le critiche alla Boldrini non si sono fermate. Dopo Dambruoso, contro di lei ha iniziato a cannoneggiare l’altro deputato questore, Gregorio Fontana (Forza Italia): “Tutta questa storia della selezione pubblica si poteva evitare – ha detto piccato – anche perché si sapeva da tempo che alla fine la scelta sarebbe ricaduta su Menichini”. La Boldrini non l’ha presa bene: “Che si sappia, ho deciso senza aver ricevuto alcuna pressione politica”.

MOLTO DI PERSONALE – La riunione volge al termine. Interviene Roberto Capelli (Democrazia Solidale): “Condivido la scelta di Menichini, era nella mia top three insieme a Maddalena Loy e Claudio Giua (ex direttore dello sviluppo e innovazione del Gruppo Espresso). Altra dichiarazione di voto, arriva da Ferdinando Adornato (Area popolare). “Conosco Stefano (Menichini, ndr) personalmente, può garantire professionalità e terzietà”, dice. Non c’è da stupirsi visto che proprio lui nei giorni scorsi, come riferito dall’agenzia di stampa Dire, aveva inserito l’ex direttore di Europa in una short list formata da 4 “giornalisti di chiara fama”. Fine degli interventi. La Boldrini mette ai voti la proposta. Menichini viene scelto a larga maggioranza: solo Mannino e Fontana si astengono. Triplice fischio: la seduta è tolta.

(Articolo scritto con Primo Di Nicola il 10 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Sono i nomi che circolano con maggiore insistenza fra i 270 candidati che hanno inviato un curriculum. Per succedere ad Anna Masera. Mentre continuano le polemiche ai vertici di Montecitorio. Iniziate con le dimissioni di Roberto Giachetti dalla guida del Comitato per la comunicazione. In rotta con la presidente Laura Boldrini. Fino all’ultimo ufficio di presidenza. Che ha affidato a un gruppo di 5 deputati la compilazione di una lista di 10 nomi. Fra i quali sarà effettuata la scelta finale. Mannino (M5S): “Metodo incomprensibile, negata la trasparenza”

Menichini_675Nei corridoi di Montecitorio c’è già chi è pronto a scommettere che la corsa per la successione ad Anna Masera alla guida dell’ufficio stampa della Camera si sia ridotta a un derby. Quello fra l’ex direttore di Europa, Stefano Menichini (nella foto), oggi consulente del ministero dei Trasporti (“Incarico che lascerò in caso di nomina”, fa sapere l’interessato). E l’ex direttrice de l’Espresso e di D di Repubblica, Daniela Hamaui. Entrambi, contattati da ilfattoquotidiano.it, confermano che fra i circa 270 curriculum arrivati sulla scrivania della presidente, Laura Boldrini, ci sono anche i loro. Un esercito di candidati tra i quali si dovrà decidere a breve a chi assegnare l’ambita poltrona (circaseimila euro di stipendio netti al mese) ancora vacante.

ALTA TENSIONE Un cambio della guardia che, dal giorno in cui la Masera ha annunciato il suo ritorno a La Stampa, sta però alimentando non poche tensioni all’interno dell’ufficio di presidenza di Montecitorio. A cominciare dalle rumorose dimissioni di Roberto Giachetti (Pd), che il 2 dicembre scorso ha lasciato, in aperta polemica con la Boldrini, la guida del Comitato per la comunicazione e l’informazione esterna. Cioè l’organo che proprio in occasione della nomina della Masera seguì per la prima volta l’iter per l’assegnazione dell’incarico. “Non sono nelle condizioni di poter continuare a lavorare”, accusò sbattendo la porta l’attuale candidato del Pd alle primarie per le comunali di Roma. Da quel momento, però, i toni sono rimasti alti. Passano dieci giorni e a rinfocolare la polemica arriva infatti anche una lettera della deputata del Movimento 5 Stelle, Claudia Mannino, indirizzata alla presidente della Camera, per sollecitare la nomina del successore di Giachetti.

MAGNIFICI DIECI Appello rimasto inascoltato fino all’ufficio di presidenza di giovedì 21 gennaio. Quando, dopo aver proposto che ad occuparsi della selezione fosse l’intero Ufficio di presidenza – i cui membri avrebbero dovuto indicare due nomi a testa fra i 270 candidati per scremare la lista ad una trentina di concorrenti – Boldrini è stata costretta a tornare sui suoi passi. Visti i malumori scatenati dalla soluzione prospettata, alla fine la presidente ha nominato un sottogruppo di lavoro formato da 5 membri: Anna Rossomando, Giovanni Sanga (entrambi del Pd), Ferdinando Adornato (Area Popolare), Gianni Melilla (Sinistra Italiana) e la stessa Mannino (M5S). A loro è stato chiesto di redigere, entro il 29 gennaio, una lista di 10 nomi dalla quale sarà scelto il nuovo capo ufficio stampa di Montecitorio. Tutto risolto? Nemmeno per sogno. Almeno a sentire la componente grillina del sottogruppo appena insediato. “La decisione presa dalla Boldrini dimostra la superficialità nello gestire questa partita per la nomina di una figura che, fra le altre cose, dovrà curare la comunicazione della Camera nei mesi della campagna referendaria – accusa la Mannino –. È un metodo incomprensibile, che pregiudica qualsiasi forma di trasparenza e che usurpa il lavoro svolto in questi anni dal comitato”.






È quanto emerge in un volume presentato dalla presidente Laura Boldrini. Che traccia un bilancio dell’attività svolta a Montecitorio. Mettendola anche a confronto con le performance del passato. Cresciuta l’attività di sindacato ispettivo con interpellanze e interrogazioni. Certificato anche l’abuso del ricorso ai decreti. Soprattutto da parte del governo Renzi

boldrini675Lavoriamo poco? Venite a vedere le carte. Pare di sentirli, i parlamentari sempre sotto accusa per “fannullismo” e poca voglia di lavorare. Soprattutto dopo le critiche per i troppi giorni di vacanza che si sono assegnati per l’esame della legge di Stabilità e il ponte dell’Immacolata. Sembra di vederli gridare ad alta voce i loro meriti. E lo fanno attraverso il presidente della Camera, Laura Boldrini. Che, l’attivismo degli inquilini di Montecitorio, lo ha fatto addirittura raccogliere in un volume (“Cifre e fatti. L’attività della Camera dei deputati a 33 mesi dall’inizio della legislatura”). Con numeri e percentuali, per tracciare un bilancio di tre anni di attività parlamentare. Periodo nel quale, certificano i dati ufficiali presentati nel corso della cerimonia di saluto della Boldrini alla stampa parlamentare, l’Aula di Montecitorio si è riunita per un numero di sedute superiore rispetto allo stesso periodo della passata legislatura: 536 contro 423. Anche se in confronto ad essa la distribuzione delle ore tra le varie attività ha visto una flessione del tempo dedicato a quella legislativa ed un corrispondente aumento di quello impiegato per attività di indirizzo e controllo. Non solo: i dati presentati attestano anche il ricorso sfrenato ai decreti legge da parte del governo. Per non parlare di un altro record che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha ormai ipotecato: quello dei voti di fiducia. Ai quali l’esecutivo in carica si è affidato ben 34 volte da febbraio 2014, da quando cioè è entrato in carica al posto di Enrico Letta. Doppiato dal suo “rottamatore”, insieme persino a Silvio Berlusconi.

RISPONDERE PREGO – Numero di sedute a parte, sinora l’Aula si è riunita per un totale di 2.889 ore e 56 minuti, 694 ore in più rispetto alla passata legislatura (2.195 ore e 15 minuti). Di queste, 1.741 ore sono state dedicate all’attività legislativa,736 ore a quella di indirizzo e controllo. Mentre le restanti 364 sono state impiegate per altre attività. A confronto con lo stesso periodo della sedicesima legislatura, aumenta notevolmente il numero di interpellanze e interrogazioni, sia a risposta scritta sia orale. Le interpellanze passano da 945 a 1.196, di cui 833 concluse (69,65%) e 363 da svolgere; le interrogazioni a risposta orale da 1.424 a 1.892, di cui 1.241 concluse (65,59%) e 651 ancora da svolgere. Un vero e proprio boom è quello che fanno registrare, invece, le interrogazioni a risposta in commissione: erano 4.101 nello stesso periodo della precedente legislatura, sono 7.186 oggi, ma la maggioranza di queste (3.758) sono ancora da svolgere. Fanno registrare un segno più anche le interrogazioni a risposta scritta, cresciute da 10.586 a 11.392. Peccato però che, secondo i numeri del dossier, fino a questo momento la maggior parte degli interroganti sia rimasto a bocca asciutta, visto che ben 8.903 sono ancora senza risposta. Mentre quelle concluse sono 2.489 (21,85%). In definitiva, sono stati presentati 21.666 atti di sindacato ispettivo, ma solo 7.991 hanno visto il loro iter completato con una risposta (il 36,88%contro il 41,55% della XVI legislatura). Cresciuto anche il numero e la durata delle sedute delle 14 commissioni permanenti, riunitesi 11.066 volte per un totale di 6.096 ore contro le 10.322 volte della XVI, impegnata per 5.292 ore.

GOVERNO FAMELICO – Sempre secondo il dossier, nei primi 33 mesi di legislatura sono state finora approvate dalle due Camere 186 leggi: 74 di ratifica, 58 di conversione, 10 di bilancio, 3 collegate alla manovra di finanza pubblica, 6 europee (e di delegazione europea) e 35 di vario argomento. Ma l’aspetto più importante riguarda la fase dell’iniziativa. Da chi sono stati infatti proposti i provvedimenti? Ben 154 di quelli sinora approvati (l’82,7%) sono stati promossi dal governo, mentre soltanto 30 (il 16,1%) portano la firma di uno o più parlamentari e 2 sono i testi di iniziativa mista (l’1%). Un dato che fa il paio con il ricorso smodato ai decreti legge. Sono 69 quelli presentati dai due governi che si sono avvicendati nel corso dell’attuale legislatura: quello di Enrico Letta e quello di Matteo Renzi. Ma se il primo si è dovuto fermare a 25, complice il fatto di essere stato scalzato dall’ex sindaco di Firenze, quest’ultimo ha quasi raddoppiato i numeri del predecessore presentando finora 44 decreti legge. Di questi, 31 sono stati convertiti con modificazioni, dice il dossier presentato dalla presidente Boldrini, 2 sono stati convertiti tali e quali, 7 sono decaduti e 4 sono in corso di conversione.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)






dall-osso-il-deputato-m5s-affettoMi è capitato, recandomi alla Camera dei deputati nei mesi scorsi, di incrociare gli sguardi affascinati degli studenti venuti a visitare quel posto che – malgrado tutto – conserva ancora qualcosa di magico. I ragazzi guardavano il Transatlantico con occhi spalancati. Perché li si è scritta la storia di quel Paese che è anche il loro e che (speriamo) fra qualche anno li vedrà protagonisti.

Gli anni scolastici, appunto. Quelli della spensieratezza. Dello studiare e basta, dei pomeriggi passati a casa degli amici a darsi una mano nei compiti e a «cazzeggiare». Ma anche quelli degli sfottò in classe nei confronti di quei compagni che, per i più svariati motivi, non sono proprio come gli altri. Tutto ciò è sempre apparso ai miei occhi come un simbolo di debolezza e codardia. Anche perché, poi, gli stessi che irridono i più deboli si guardano bene dal ripetere simili comportamenti con quelli considerati “pericolosi”. Bulli part-time, insomma. Acefali, di fatto.

Qualche giorno fa, proprio a Montecitorio, sembrava di essere tornati a scuola. Seduta notturna, è molto tardi. Si discute sul cosiddetto “decreto del fare”. Prende la parola Matteo Dall’Osso, 35 anni, deputato del Movimento 5 Stelle. La sua è una storia particolare. Da dieci anni, Matteo è infatti affetto da sclerosi multipla. Non serve spiegare di che tipo di malattia si tratta, tutti – più o meno – sappiamo di cosa stiamo parlando. Dicevamo: Dall’Osso comincia a leggere il suo intervento ma poco dopo, complice la stanchezza, perde lucidità. Si ferma. Il presidente di turno, il collega di partito Luigi Di Maio, gli chiede se vuole continuare. Gli trema la mano. Lui non demorde e va avanti. Arriva addirittura a scusarsi mentre – ed è questo il punto – dai banchi vicini alcuni “colleghi” cominciano a irriderlo (guarda il video: http://bit.ly/13fUNCc).

Sono quelli di Pd e Scelta Civica. E allora ti fermi un attimo a pensare. Ragioni. Elabori. E ricordi che i primi sono quelli che si indignano – giustamente, sia chiaro – se gli esponenti di un partito che non ha mai fatto della tolleranza il suo cavallo di battaglia rivolgono offese gratuite nei confronti di una loro illustre collega, ministra dell’Integrazione, arrivando addirittura a paragonarla ad un animale. Un orango, per chi avesse rimosso. I secondi, invece, sono gli stessi che per mesi hanno visto e sentito il loro leader ripetere in modo netto quella parola, equità, che dovrebbe dunque evitare qualsiasi forma di giudizio discriminante.

Ovviamente la vicenda è diventata un caso. Sono stati emanati due comunicati, uno per parte. «Nessun deputato del gruppo Scelta civica si è permesso di offendere o anche solo irridere il deputato Matteo Dall’Osso. Respingiamo dunque al mittente il tentativo meschino di strumentalizzare il tema della disabilità solo per alimentare una volgare polemica politica con cui screditarci. Invitiamo il M5S e chi lo guida a non ricorrere mai più a mezzucci indegni e lesivi della dignità delle persone affette da handicap, oltre che del decoro del Parlamento», hanno rilanciato i montiani. Mentre per il Pd si tratta di «un caso che non ha alcun fondamento», anche perché «basta osservare il comportamento del vice presidente di turno in quel momento per accertarsi che non c’è alcun riscontro alle accuse lanciate contro i deputati di maggioranza». Insomma, in fin dei conti la maestra non ha visto e quindi nessuno ha colpe.

Questa mattina La Stampa ha pubblicato un’intervista a Matteo Dall’Osso. Leggo un passaggio e mi commuovo. «Tutti i giorni faccio le scale per venire in Aula. Sono partito da una condizione in cui non muovevo le gambe, la mano, non vedevo da un occhio e non riuscivo a parlare. Oggi la mia vicenda è diventata un case history internazionale. Figuriamoci se mi preoccupo di certe cose». Ne leggo un altro e capisco tutto. «Offeso? Non per me, per le istituzioni. Se qualcuno mi ha chiesto scusa? Sì, anche in Aula. Un deputato di Scelta Civica mi ha chiamato al telefono. Con la mano davanti alla bocca. Per non farsi vedere». Appunto.

Twitter: @GiorgioVelardi   






C’è stato un tempo in cui Gianfranco Fini era indicato da molti come il leader di una destra italiana di respiro internazionale. Una destra che aveva chiuso a chiave nel cassetto un passato poco glorioso per la storia del nostro Paese e che guardava al futuro con accenti meno marcati su temi quali l’immigrazione, le disuguaglianze, le pari opportunità. C’è stato, appunto. Perché la parabola discendente compiuta dall’attuale presidente della Camera rischia oggi di provocarne addirittura la fuoriuscita dal Parlamento. Stando agli ultimi sondaggi, Futuro e Libertà per l’Italia sarebbe ben lontano dalla soglia di sbarramento (4 per cento) stabilita dalla legge elettorale per accedere ai “palazzi”. Per Spincon (istituto di sondaggi online indipendente), infatti, solo l’1,8 per cento degli italiani voterebbero per il partito di Fini, mentre per Emg la percentuale salirebbe al 2,7 per cento (media: 2,3 per cento). Si tratta, comunque, del capitolo conclusivo di una storia dal finale amaro, sia per l’ex leader di Alleanza nazionale che per molti suoi compagni di viaggio. Una vicenda cominciata nel marzo del 2009, quando An fu sciolta per confluire nel Popolo della Libertà. Un partito in cui i rapporti di forza erano evidentemente squilibrati già in partenza. Questo perché Fini non aveva a che fare con un leader qualsiasi, ma con Silvio Berlusconi. L’uomo più potente del Paese. Colui che ad aprile del 2010, in occasione della Direzione nazionale del Pdl, lo cacciò pubblicamente da una creatura che era nata, cresciuta e modellata a sua immagine e somiglianza, in cui il dissenso non era (e in parte ancora non è) contemplato. «Un match senza precedenti, nel quale a prevalere è più la distanza personale che quella politica», scrisse il Giornale commentando l’accaduto. Da quell’incontro ravvicinato con il “peso massimo”, Fini uscì con le ossa rotte. Pensò che lo strappo gli avrebbe permesso di accaparrarsi le simpatie anche di chi fino a quel momento lo bollava ancora come «fascista», malgrado lui nel 2003, nel corso di un viaggio a Yad Vashem (Israele), definì il ventennio mussoliniano «il male assoluto». Così non andò. Per rimanere in vita Fli si è accodato a Udc e Api, dando vita ad un Terzo polo che si è sbriciolato ancora prima della conclusione dei lavori, e ha perso pezzi importanti quali Ronchi, Urso, Scalia, Rosso, Viespoli, Barbareschi… Nel frattempo di sottofondo, per Fini, c’erano gli echi della vicenda della casa di Montecarlo, che periodicamente regala aggiornamenti non certo esaltanti per moglie e cognato. Quel che è certo è che la settimana scorsa sarà ricordata a lungo dal presidente della Camera. Lunedì 5, ai funerali di Pino Rauti, storico segretario del Movimento sociale italiano che non accettò mai la “svolta di Fiuggi”, Fini viene pesantemente contestato dai camerati, che arrivano addirittura a sputargli addosso e ad accostarlo a Pietro Badoglio. «Un paio di tipi muscolosi hanno provato ad avvicinarsi, allora mi sono alzata e gli ho puntato contro l’ombrello», ha rivelato Assunta Almirante (moglie dello scomparso Giorgio, di cui il leader di Fli è stato a lungo il “delfino”), che lo ha difeso. Pochi giorni più tardi, poi, Fini tende la mano ad Alfano – «Con lui si potrà davvero aprire una pagina nuova per tutti i moderati italiani. E personalmente ne sarò lieto» – ma il segretario del Pdl lo gela: «La sua storia con l’elettorato di centrodestra è chiusa». Dice il vecchio adagio: «Chi è causa del suo mal pianga se stesso».

Twitter: @GiorgioVelardi 






L’Associazione Openpolis monitora l’attività di deputati e senatori e permette ai cittadini di essere sempre informati su quanto realmente prodotto dagli oltre 900 parlamentari italiani. Di Pietro primeggia fra i leader di partito davanti a Casini, Alfano, Maroni e Bersani. Male i “big”, quasi tutti con un basso indice di produttività. Mentre si moltiplicano i cambi di casacca: a pagare dazio soprattutto il Pdl

«La legge elettorale verrà a questo punto e con ogni probabilità riformata in Parlamento a maggioranza». In mezzo allo stallo che vige da mesi intorno al cambiamento del sistema di voto, uno degli assi portanti del dibattito politico, è il segretario del Pri Francesco Nucara ad indicare la strada maestra. Malgrado le buone intenzioni, serpeggia la paura – fra gli elettori, più che tra le forze politiche – che alla fine si tornerà a votare con il “Porcellum”. Sarebbe la terza volta, potrebbe non essere l’ultima. Ma chi sono i «nominati» che finora hanno lavorato meglio e quali, invece, quelli che hanno fatto peggio? E i partiti? Quali di quelli presenti in Parlamento hanno perso più membri dall’inizio dell’attuale legislatura? L’associazione Openpolis, che si autodefinisce un «osservatorio civico della politica che analizza quotidianamente i meccanismi complessi che muovono l’Italia», promuove l’open government e permette ai cittadini di essere costantemente informati sull’attività degli oltre 900 parlamentari che compongono Camera e Senato.

SECCHIONI E FANNULLONI - Antonio Borghesi (Idv) e Gianpiero D’Alia (Udc). Non saranno fra i parlamentari più conosciuti, eppure sono quelli che alla Camera e al Senato fanno registrare il più alto indice di produttività, calcolato sulla base di criteri che verificano quanto una data attività sia stata effettivamente produttiva. «Andiamo a vedere che fine hanno fatto gli atti presentati dal parlamentare, quanti sono stati discussi, votati o diventati legge, quanti, invece, sono rimasti solo intenzioni», si legge su www.openpolis.it. Insomma: non serve scaldare la poltrona ma “fare”. Nella top ten alla Camera compaiono Franco Narducci (2°), Pier Paolo Baretta (3°), Maria Antonietta Farina Coscioni (6°), Roberto Zaccaria (9°) e Maurizio Turco (10°) del Partito democratico, Donato Bruno (4°), Manlio Contento (7°) ed Edmondo Cirielli (8°) del Pdl e Stefano Stefani (5°) della Lega Nord. I big di partito hanno invece andamenti molto differenti. Al 16° posto della radicale Rita Bernardini si alterna il 156° del capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, così come alla 41esima posizione dell’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd) si contrappone la 496esima occupata dal suo collega di partito Massimo D’Alema. In altre faccende affaccendati, quasi tutti i pezzi grossi di Montecitorio navigano nei bassifondi. Rosy Bindi è 425esima, Walter Veltroni 457esimo, Giuseppe Fioroni occupa la posizione numero 510 e Giovanna Melandri la 551. Va un po’ meglio all’ex segretario Dario Franceschini e ad Enrico Letta (vice di Bersani alla guida del Pd), che sono rispettivamente al 255esimo e al 267esimo posto. Sul fronte opposto, quello del Pdl, l’andazzo è simile. Renato Brunetta è “solo” 367esimo, Mara Carfagna 494esima, Raffaele Fitto 533esimo, Michela Vittoria Brambilla 567esima, Denis Verdini 616esimo e Niccolò Ghedini (avvocato di Silvio Berlusconi) addirittura 621esimo. Anche in questo caso non mancano le “mosche bianche”. Jole Santelli, vicecapogruppo alla Camera del partito, è 56esima, mentre Giorgio Jannone (presidente della Commissione di controllo sulle attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale) è 85esimo. Tra le varie formazioni spicca l’attivismo dell’Italia dei valori. Molti dei deputati del partito di Antonio Di Pietro – che alla Camera conta 20 seggi – sono fra le prime cento posizioni. Il responsabile giustizia Federico Palomba è 37esimo, Fabio Evangelisti 47esimo e Francesco Barbato 92esimo. Al Senato, invece, alle spalle di D’Alia c’è Carlo Vizzini (Udc), presidente della commissione Affari costituzionali. Fra i “diligenti” di Palazzo Madama c’è un folto gruppo del Pdl formato da Lucio Malan (3°), Filippo Berselli (6°), Antonio D’Alì (7°), Antonio Azzolini (8°) e Giampaolo Bettamio (9°), a cui si uniscono i democratici Felice Casson (4°) e Stefano Ceccanti (5°) e il leghista Massimo Garavaglia (10°). E i pezzi da novanta? Nel Pdl Maurizio Gasparri è 95esimo, Altero Matteoli 158esimo, Gaetano Quagliariello 245esimo, Maurizio Sacconi 267esimo e Carlo Giovanardi 295esimo. Nel Pd spiccano i nomi di Enzo Bianco (20°) e di Anna Finocchiaro (76°); nell’Idv sono invece Luigi Li Gotti (12°), Elio Lannutti (17°), Pancho Pardi (34°) e Felice Belisario (43°) i più “produttivi”.

L’HIT PARADE DEI LEADER - A ridosso delle prime dieci posizioni alla Camera dei deputati c’è Antonio Di Pietro (11°), presidente dell’Italia dei valori. L’ex pubblico ministero è il primo, fra i leader di partito, ad occupare un posto così alto in graduatoria, grazie ad un indice di produttività di 681.0. Molto più staccati i segretari di Pd, Pdl, Udc e Lega Nord. I dati, aggiornati al 13 settembre 2012, vedono Pier Ferdinando Casini 268esimo, con un indice di produttività di 168.8, malgrado un numero di presenze – che si riferiscono alle votazioni elettroniche che si svolgono alla Camera e al Senato dall’inizio della legislatura – superiore a quello di Di Pietro (58,48% contro 46,20). Bisogna invece scendere di oltre duecento posizioni per trovare Angelino Alfano. Erede designato di Silvio Berlusconi alla guida del Popolo della Libertà, anche se ancora relegato nelle retrovie, l’ex ministro della Giustizia occupa la casella numero 471. Quasi sempre in “missione” (69,76%), Alfano ha un indice di presenze molto basso, appena il 10,98%. Non va meglio a Roberto Maroni, successore di Umberto Bossi a capo della Lega Nord. Il «rottamatore» del Carroccio è 503esimo, con una percentuale impressionante di missioni (82,49%), un bassissimo numero di presenze (6,38%) e un indice di produttività di appena 93.6. Il cucchiaio di legno, per dirla in termini rugbistici, spetta però al segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, solo 518esimo su 630 alla Camera: 70,01% le assenze, 85.7 l’indice di produttività.

EMORRAGIA PDL - Ottanta parlamentari in meno dall’inizio della legislatura. A tanto ammonta il deficit – ma la si potrebbe tranquillamente definire “emorragia” – del Pdl, che dal 2008 ad oggi ha perso ben 64 deputati e 16 senatori. Come lui nessuno mai, alla luce del fatto che il Pd ha visto “partire” 11 deputati e 14 senatori (25 parlamentari in totale) e l’Udc addirittura guadagnarne 11 (4 alla Camera e 7 al Senato). Insomma, il partito è ad un bivio: il suo futuro è legato alla decisione di Berlusconi di ricandidarsi o meno in vista delle elezioni del 2013. Il Cavaliere, in base alla nuova legge elettorale che sarà varata (sempre che la si faccia), dovrà decidere come riorganizzare il partito. Basta “traditori” – come scrisse quel famoso 8 novembre 2011 alla Camera su un foglio abilmente immortalato dai fotografi –, stop agli errori fatti in passato. Al Popolo della Libertà è infatti costata cara la diaspora finiana, dopo il noto «che fai, mi cacci?» del presidente della Camera: Fli conta ora 26 deputati (all’inizio erano 40) e 14 senatori (in quest’ultimo caso in coabitazione con l’Api). Ma ad aver voltato le spalle all’ex premier ci sono anche fedelissimi come Gabriella Carlucci, passata all’Udc, e Giorgio Stracquadanio, ultimo in ordine di tempo ad aver abbandonato la nave per aderire al Gruppo Misto. Non vanno poi dimenticati Paolo Guzzanti e Silvano Moffa, uno dei recordman del cambio di casacca nella legislatura 2008/2013: prima Pdl, poi Fli, Gruppo Misto e infine Popolo e Territorio (stesso percorso seguito anche da Barbara Siliquini e Catia Polidori). Va meglio, come preannunciato, al Pd. Fra i nomi noti ad aver lasciato i democrat figurano Paola Binetti, Renzo Lusetti ed Enzo Carra, ora tutti deputati dell’Udc, e Francesco Rutelli, che nel novembre 2009 ha dato vita ad Alleanza per l’Italia (Api). Bilancio in rosso anche per Italia dei valori e Lega Nord. Di Pietro ha dovuto fare i conti con “l’alto tradimento” di Antonio Razzi, Domenico Scilipoti e altri 6 deputati (più 2 senatori, Giuseppe Astore e Giacinto Russo), mentre il Carroccio ha perso pezzi solo al Senato. Dopo lo scandalo che ha portato al totale riassetto dei vertici leghisti la “pasionaria” Rosy Mauro, Lorenzo Bodega e Piergiorgio Stiffoni sono infatti passati al Gruppo Misto. Non mancano poi i “transfughi cronici”. Oltre al già citato Moffa, ecco Americo Porfidia (Idv-Gruppo Misto-Popolo e Territorio-Gruppo Misto), Giampiero Catone (Pdl-Fli-Gruppo Misto-Popolo e Territorio) e Antonio Milo (Gruppo Misto-Popolo e Territorio-Gruppo Misto-Popolo e Territorio) alla Camera, Mario Baldassarri (Pdl-Fli-Gruppo Misto-Api/Fli), Adriana Poli Bortone (Pdl-Gruppo Misto-Api/Fli-Coesione Nazionale) ed Elio Massimo Palmizio (Pdl-Coesione Nazionale-Pdl-Coesione Nazionale) al Senato. Chissà se li rivedremo ancora in Parlamento. In quel caso, il consiglio è uno e uno solo: avere le idee chiare da subito.

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I nostri parlamentari (più i loro familiari e i giudici della Corte Costituzionale) non saranno toccati dal taglio di 17 miliardi di euro che nel 2015 colpirà il Servizio sanitario nazionale. Motivo? La loro salute è gestita da un Fondo di solidarietà a cui sono iscritte, secondo i dati del 2010, oltre 5.000 persone. Il costo? Più di 10 milioni di euro  

Un «refuso». Così il ministro del Welfare Elsa Fornero ha definito quello che sembrava essere l’ennesimo schiaffo – o «paccata», nel senso più spregiativo del termine – per gli italiani: l’estensione del ticket per gli esami specialistici ai disoccupati. «Un provvedimento che comporterebbe un aggravio per il bilancio familiare fino a centinaia di euro mensili», ha dichiarato immediatamente Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale per la salute nelle Regioni italiane. Fornero ha fatto dietrofront, facendo sapere che il ticket resterà gratis, e che il «refuso» sarà cancellato con un emendamento al ddl lavoro. Potremmo discutere sulla professionalità dei tecnici, ma andiamo oltre. Perché una delle espressioni d’ordinanza del governo Monti è spending review. In italiano «revisione della spesa». Cosa verrà tagliato in concreto non è ancora dato sapere, anche se il ministro Passera ha sentenziato che «lo spazio per ridurre costi inutili c’è». E fra questi, perché no, ci sono anche le spese sanitarie per i nostri parlamentari. I quali non hanno nulla a che fare con il Servizio sanitario nazionale (che rischia di veder ridotte le proprie risorse di 17 miliardi di euro nel 2015), visto che provvedono alla loro salute attraverso un’assistenza integrativa (Asi) gestita da un Fondo di solidarietà alimentato con detrazioni mensili dalla busta paga ed estensibile anche ai familiari. Che, nel solo 2010, è costato quasi 10 milioni e 200mila euro. Ma se il fondo è autofinanziato qual è il problema? Che la quota versata ogni trenta giorni è “scalata” dallo stipendio, pagato con i soldi degli italiani.

L’ESERCITO DEI 5.000 – I dati a disposizione, che fanno riferimento all’anno 2010 – quando i deputati radicali, incontrando non poche resistenze e arrivando a minacciare lo sciopero della fame, chiesero spiegazioni a riguardo e poi pubblicarono i risultati su Internet –, parlano di oltre 5mila persone iscritte: 630 deputati in carica e 1.109 loro familiari; 1.329 titolari di assegno vitalizio e 1.388 loro familiari; 484 titolari di assegno vitalizio di reversibilità e 25 loro familiari; 2 giudici emeriti della Corte Costituzionale e 2 familiari dei giudici della Consulta titolari di reversibilità. Ogni mese i deputati versano 526,66 euro a testa, che vanno ad alimentare il Fondo di solidarietà, approvato dall’Ufficio di Presidenza della Camera il 12 aprile 1994 (come si legge nella prima pagina del regolamento) e amministrato dal Collegio dei Deputati Questori. Prova provata di quanto detto finora, all’articolo 13 del documento è specificato che «il Fondo di solidarietà assume i compiti relativi all’assistenza sanitaria integrativa ai deputati e ai loro familiari». Nel “Regolamento di assistenza sanitaria integrativa dei deputati” sono invece reperibili le altre informazioni utili a capire il funzionamento della “macchina”. I deputati in carica sono iscritti d’ufficio al sistema di assistenza sanitaria integrativa – uno di loro ci dice che ne avrebbe «fatto a meno», ma che è «obbligatorio» –, mentre possono essere inclusi anche i deputati cessati dal mandato titolari o in attesa di assegno vitalizio, i familiari beneficiari e non di una quota dell’assegno vitalizio, e infine giudici, giudici emeriti e familiari dei giudici della Corte Costituzionale (in quest’ultimo caso beneficiari del trattamento di reversibilità). All’articolo 2 (Altri soggetti iscritti) è scritto che i deputati e i giudici possono estendere l’iscrizione al sistema di assistenza sanitaria a coniugi, figli e soggetti ad essi equiparati (non coniugati e fino al 26esimo anno di età), figli inabili su lavoro in modo permanente ed assoluto, coniugi separati o divorziati che percepiscono però un assegno di mantenimento e conviventi more-uxorio (riconosciute dunque le famiglie di fatto, ma per ora solo se i conviventi non sono dello stesso sesso, come dimostra la vicenda dell’Onorevole Anna Paola Concia, che ha avviato un contenzioso per estenderla alla sua compagna). I costi sono irrisori, visto che alcuni dei parlamentari che hanno deciso di estendere l’Asi ci hanno parlato di cifre che oscillano fra i 50/70 euro in più a persona. Tante uscite ma poche entrate, dunque. E ci si meraviglia se poi i conti sono in rosso.

PRESTAZIONI E COSTI – Ma quali sono le prestazioni che vengono erogate dall’Asi? Si va dagli accertamenti diagnostici alle terapie psichiatriche, psicoterapeutiche e psicologiche, passando attraverso il parto, l’assistenza infermieristica per intervento chirurgico, la fisioterapia e le cure termali. Perché del resto, come disse tempo fa il “prode” Onorevole Domenico “Mimmo” Scilipoti, «i trattamenti termali hanno benefici sull’apparato respiratorio, sulla circolazione sanguigna e sulle malattie dermatologiche. In più incrementano il turismo e i posti di lavoro». E quanto costa, tutto ciò, alle nostre tasche? Nel 2010 la cifra ha toccato quota 10 milioni e 117mila euro (nel 2008 furono quasi 13 milioni, nel 2009 circa 11). Parliamo, a conti fatti, di 28mila euro al giorno, 810mila euro al mese. Si passa dal rimborso di 2 milioni e 743mila euro dei deputati in carica ai 5 milioni e 347mila di quelli titolari di assegno vitalizio. Mentre per i giudici della Corte Costituzionale si scende ad appena – verrebbe da dire – 8mila euro. Quali sono i settori di spesa più gettonati? Al primo posto ci sono ricoveri ed interventi (3.173.526 euro), a cui fanno immediatamente seguito le cure odontoiatriche (3.092.755, il 30 per cento dell’intero budget). Molto più staccate le altre voci, anche se saltano all’occhio i 974mila euro circa per le cure fisioterapiche, i 257mila per la psicoterapia, i 204.171 per le cure termali e, addirittura, i 488.164 euro per gli occhiali. Infine ci sono i 37.412 euro per le protesi ortopediche, i 28.138 euro per le vene varicose («sclerosante») e i 153.190 per i ticket sanitari. Perché, se malauguratamente un deputato dovesse trovarsi in un qualsiasi ospedale di periferia e fosse costretto a pagare di tasca propria, può chiedere un successivo rimborso alla Camera. Ovviamente, per alcune voci di spesa, ci sono dei massimali. Ad esempio per le cure odontoiatriche il plafond è di 23.240,56 euro a famiglia per 5 anni. «Ci si possono impiantare i denti d’oro», dice un altro dei deputati beneficiari del trattamento. Per le cure termali l’importo limite annuo è di 1.240 euro, mentre le visite generiche e quelle omeopatiche vengono gestite singolarmente (non più di 150 euro cadauna la prima, massimo 55 euro la seconda). Dulcis in fundo, ecco i plafond annui di 3.100 euro per la psicoterapia e di 3.500 euro per le protesi acustiche bilaterali. E la chirurgia estetica? Nel “Tariffario per l’assistenza sanitaria integrativa dei deputati” c’è anche quella (pag. 8), ma sono rimborsate al 90 per cento solo medicazioni di ustioni Nas, chemiochirurgia della cute e infiltrazione di cheloide. Protesi al seno e nasini alla francese non sono (per ora) contemplati.

PAGA “PANTALONE” – Avete presente quanto accaduto negli ultimi mesi alla sanità pubblica? Pazienti “parcheggiati” e addirittura legati alle barelle, ambulanze che non ci sono – e allora ci si affida a quelle private, con i tragicomici risultati che vi abbiamo raccontato nel numero 10 de Il Punto –, medici ed infermieri costretti a doppi e tripli turni perché si è in carenza di personale. Ebbene, a margine di tutto ciò, nella Capitale la Asl Roma A (quella a cui appartengono anche il Policlinico Umberto I e il Fatebenefratelli) ha stipulato una convenzione con la Camera dei deputati in data 27 aprile 2009. La quale mette a disposizione «medici dirigenti dipendenti operanti presso i propri Servizi di Anestesia e Rianimazione, nonché infermieri professionali dipendenti operanti nell’Area dell’emergenza, e cinque unità di personale infermieristico che svolgono l’orario di servizio di 36 ore settimanali interamente presso i presidi di palazzo Montecitorio e palazzo Marini». La convenzione, al via qualche mese più tardi (1° novembre), è stata rinnovata pochi giorni fa. Nel 2009 il costo era di 220mila euro, lievitato addirittura a 960mila nel 2010. «La Asl Roma A assicura – senza ulteriore onere per la Camera – la sostituzione temporanea con altro personale degli infermieri, qualora si verificasse l’impossibilità, per assenza di alcuni di essi comunque motivata, di assicurare la copertura dei turni di servizio presso i presidi», si prosegue. Oltre le 36 ore settimanali lo “straordinario” è a carico della Camera. Pure. Poi ci sono altre convenzioni, che messe insieme superano i 500mila euro. La prima, di 31mila euro, è con Ambulanze Città di Roma Srl («Servizio di Ambulanza»); la seconda, di 435mila euro, con il Policlinico Gemelli per «Assistenza medica d’urgenza»; infine ce ne sono altre tre con studi privati, il cui valore va oltre i 130mila euro. Tanto per non farsi mancare nulla. Insomma alla fine, in un modo o nell’altro, paga Pantalone. Con buona pace della nostra anima.

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