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Tag: governo Renzi



senza-lavoro-Da tanti, troppi anni il 1° maggio è diventato il giorno in cui va in scena la fiera delle banalità. Dal presidente della Repubblica ai partiti ai sindacati, il cui ruolo appare sempre più enigmatico (vedi il caso Alitalia), ci sentiamo ripetere che «serve fare di più per il lavoro», che «il lavoro è una priorità» etc. Moniti che vengono puntualmente disattesi a partire dal giorno seguente. A dicembre 2008 il tasso di disoccupazione in Italia si attestava al 6,8 per cento, oggi è all’11,9 (la media Ue è dell’8,6); quello giovanile è al 35,2 per cento con punte del 58,7 in Calabria.

Eppure negli ultimi nove anni si sono alternati la bellezza di 5 Governi. Da quello guidato da chi diceva che la crisi non esisteva perché «i ristoranti sono pieni» a quello con a capo l’enfant prodige di Rignano sull’Arno, il Belpaese si è trasformato da Repubblica fondata sul lavoro a Repubblica fondata su disoccupazione e inutili bonus. Ieri Repubblica ha calcolato che nei tre anni di Governo Renzi sono stati spesi 50 miliardi di euro di bonus – due volte la manovra dello scorso anno – che hanno avuto un impatto non proprio esplosivo sull’economia.

Non ci voleva un Premio Nobel per l’economia per capire che in un Paese nel quale il Pil cresce sì e no dell’uno per cento all’anno questi non sarebbero stati altro che un pannicello caldo. Ma ormai quel che è fatto è fatto. Così come forse non era difficile comprendere che invece di continuare a predicare la dottrina della «flessibilità», in un’Italia nella quale chi perde il posto si ritrova nelle mani di Dio, sarebbe stato più utile creare un sistema di reinserimento adeguato. Così non è stato. Quindi oggi suonano francamente stonati e ipocriti quegli appelli a metterci più impegno. Ad maiora!

Twitter: @GiorgioVelardi






Primo_Consiglio_dei_ministri_del_governo_GentiloniPersino il chiaro atto d’accusa di Pietro Grasso è rimasto inascoltato. Decretazione d’urgenza e voti di fiducia, disse il presidente del Senato pochi giorni prima del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre parlando agli studenti della Luiss, “mortificano il ruolo primario del Parlamento” che fatica a svolgere la propria funzione a causa della “frammentazione politica e del trasformismo”.

Il risultato? Mercoledì, proprio a Palazzo Madama, il Governo di Paolo Gentiloni ha posto l’ennesima questione di fiducia (passata con 145 voti sì e 107 no), stavolta sul cosiddetto decreto legge migranti che prevede l’apertura di nuovi centri di identificazione ed espulsione (Cie) e procedure più rapide per l’espulsione degli immigrati irregolari. Sarà che quello guidato dall’ex ministro degli Esteri è considerato come un Esecutivo “fotocopia” del precedente con a capo Matteo Renzi, fatto sta che l’andazzo è rimasto pressoché identico. Dal 12 dicembre, giorno in cui è entrato in carica, il Governo ha già usato lo strumento della fiducia 6 volte: una media di due al mese, come ha fatto notare Openpolis.

Il confronto – In precedenza, la stessa era già stata posta due volte per il decreto salva banche (sia alla Camera sia al Senato), due volte per il Milleproroghe (anche in questo caso in entrambi i rami del Parlamento) e a Palazzo Madama per l’approvazione del ddl sul codice penale. Non proprio benissimo, se si considera che il rapporto fra voti di fiducia e leggi approvate è al 40% e in questa legislatura ne sono già state poste 82: “solo” 10 sotto il Governo di Enrico Letta, 66 durante quello dell’ex sindaco di Firenze e segretario del Pd e 6 – appunto – da quello di Gentiloni. E potrebbe non essere finita qui se è vero, come riferito nei giorni scorsi da alcuni organi di stampa, che dopo due anni di tira e molla anche il ddl concorrenza si appresta a sbarcare nell’Aula di Palazzo Madama “blindato” dalla fiducia. Staremo a vedere. Quel che è certo, al momento, è che dal quarto Governo di Silvio Berlusconi in poi (2008/2011), soltanto Mario Monti e i “suoi” tecnici avevano raggiunto livelli superiori (45,13%) con una media di 3 al mese.

Oltre i limiti – Insomma, i nostri Esecutivi hanno un evidente problema di “fiducite”. Se n’era accorto, già una decina d’anni fa, pure l’oggi presidente emerito Giorgio Napolitano. Messaggio che l’ex capo dello Stato aveva più volte ribadito prima di passare il testimone a Sergio Mattarella. La fiducia, disse per esempio “Re Giorgio” nel 2011, “non dovrebbe eccedere limiti oltre i quali si verificherebbe una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”. Com’è andata a finire? Che due anni fa, come noto, il Governo Renzi decise addirittura di porla sulla legge elettorale, quell’Italicum che non solo non è stato “copiato” da mezza Europa (“Matteo” dixit) ma che è stato pure “rottamato” dalla Corte costituzionale, scatenando l’ira sia delle opposizioni sia della minoranza del Pd.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 aprile 2017 per La Notizia






Una scelta “incomprensibile” per i sindacati. Contenuta negli schemi di decreti con i quali Palazzo Chigi si prepara a riorganizzare l’assetto del delicato dipartimento. E che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare. Perplessità anche sulla nuova figura di vertice del direttore operativo, titolare della gestione delle emergenze: “Ci auguriamo che non si riveli una casella per sistemare l’amico di turno”

protezione-civile675“L’Italia è uno dei Paesi a maggior rischio sismico del Mediterraneo”, informa il sito del Dipartimento della Protezione civile che fa capo alla Presidenza del Consiglio. Eppure, tra le novità contenute negli schemi di decreti con i quali Palazzo Chigi si prepara a riorganizzarne l’assetto – e che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare – l’ufficio preposto alla gestione del rischio sismico (e vulcanico) viene declassato a semplice servizio. Una scelta che diverse sigle sindacali non esitano a definire “incomprensibile”. Come pure forti perplessità ha suscitato l’idea di istituire la nuova figura del direttore operativo per supportare il capo del Dipartimento nel “coordinamento e direzione unitaria delle attività di emergenza”. Una figura che, tra le associazioni di categoria dei lavoratori della Presidenza del Consiglio, più di qualcuno ha già definito un “duplicato” del vice capo Dipartimento.

EMERGENZA SI CAMBIA – Nata nel 1982, sulla scia delle polemiche per i drammatici ritardi dei soccorsi e la caotica gestione del post terremoto dell’Irpinia del 1980, la Protezione civile fu istituita per dotare il Paese di un organismo capace di “assicurare assistenza alla popolazione in caso di grave emergenza”. L’ultima riforma del Dipartimento preposto alla sua direzione risale al novembre 2012, quando a Palazzo Chigi sedeva ancora Mario Monti. Ora il governo guidato da Matteo Renzi pensa di ridisegnarne l’assetto. Con due decreti: il primo (del presidente del Consiglio) che abroga la disciplina introdotta dal senatore a vita, il secondo (del segretario generale) che la sostituisce con la nuova. Restano, ma vengono ridisegnati, i sei uffici in cui si articola il Dipartimento: Volontariato e risorse del Servizio Nazionale (attualmente Volontariato, formazione e comunicazione); Promozione e integrazione del Servizio Nazionale (rimpiazza i Rischi idrogeologici e antropici); Attività tecnico-scientifiche per la previsione e prevenzione dei rischi (subentra al Rischio sismico e vulcanico che, come detto, vengono declassati a servizi nell’ambito del nuovo ufficio); Attività per il superamento dell’emergenza e il supporto agli interventi strutturali (al posto della Gestione delle emergenze); Risorse umane e strumentali e servizi generali di funzionamento (ritocca le competenze dell’attuale VI ufficio Risorse umane e strumentali trasformandolo nel V); Amministrazione e bilancio (che da V ufficio diventerà il VI). Al vertice della catena resta il capo del Dipartimento – incarico attualmente ricoperto da Fabrizio Curcio, ex direttore dell’Ufficio emergenze che lo scorso anno ha preso il posto di Franco Gabrielli, dopo la sua nomina a prefetto di Roma – che assicura l’indirizzo, il coordinamento e il controllo delle attività. Affiancato dal vice capo del Dipartimento (in carica c’è Angelo Borrelli): la nuova disciplina conferma i suoi poteri sostitutivi del capo in caso di assenza, impedimento o vacanza dell’incarico. Affidandogli il coordinamento delle incombenze amministrative necessarie al funzionamento della struttura e alla gestione dei Fondi strutturali dell’Unione europea. Oltre che delle attività relative al contenzioso. Tra le figure di vertice, come detto, la new entry è il direttore operativo. Vero e proprio deus ex machina delle emergenze, potrà avvalersi di un intero ufficio articolato in cinque servizi.

C’È CHI DICE NO – Modifiche che non piacciono a varie organizzazioni sindacali. Due le criticità sottolineate dal segretario generale del Dirstat, Arcangelo D’Ambrosio. “Innanzitutto, va assolutamente rivista l’idea di accorpare tutti i rischi in un unico ufficio, comprimendo quello attualmente dedicato al rischio sismico in un singolo servizio – obietta –. Quanto all’introduzione di un dirigente di prima fascia in staff al capo Dipartimento, con ruolo di direttore operativo, sembra prefigurare di fatto un duplicato di funzione già esistente, quella cioè del vice capo Dipartimento. Ci auguriamo che non si riveli una casella creata al solo scopo di sistemare l’amico di turno”. E ancora. “Anche la gestione delle emergenze convogliata in un ufficio di staff è del tutto singolare – prosegue D’Ambrosio –. Si rischia di replicare ciò che è avvenuto con l’accorpamento del Corpo Forestale nei Carabinieri, con il risultato di svilire e disperdere specifiche professionalità”. Condivisibile invece “l’intenzione di rimettere mano alle posizioni organizzative”, conclude il segretario del Dirstat: “Potrebbe essere l’occasione per garantire un po’ di trasparenza e pubblicità che in Presidenza è sempre stata lacunosa”. Il riordino del Dipartimento, secondo il coordinatore della Flp-Pcm Lauro Crispino, è “fortemente sbilanciato verso l’attività emergenziale, al punto da prefigurare un ufficio sovraordinato a tutta l’organizzazione”. Inoltre, appare “incomprensibile anche la pervicacia dimostrata nel voler declassare l’ufficio Sismico ad un servizio”. Nello specifico, prosegue Crispino, “tale riorganizzazione parrebbe concepita per il consolidamento di interessi personali in nome dei quali anche le regole di attribuzione e di rinnovo degli incarichi di prima fascia sono state adattate”. La conferma? “Non potrebbero essere interpretate in modo diverso le figure di vertice poste alle dirette dipendenze del capo Dipartimento – accusa il rappresentante della Flp –. In particolar modo l’ennesimo direttore generale di staff, di cui avremmo fatto volentieri a meno”. Unica nota positiva “la prefigurazione di posizioni organizzative e di reclutamento di 15 dirigenti”. A patto che, conclude Crispino, “non costituisca l’ennesima boutade per garantire la sopravvivenza di contratti dirigenziali, conferiti anche ad estranei alla pubblica amministrazione, sulla base del principio di intuitu personae”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 28 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






L’ex sindaco di Milano favorito per il ministero degli Affari regionali. All’ex governatore dell’Emilia Romagna potrebbe andare la casella di vice ministro dello Sviluppo economico. Agli Esteri il Pd spinge Amendola per rimpiazzare Pistelli. E alla Cultura ipotesi Cesaro di Scelta civica per il dopo Barracciu. Ecco le ultime sul toto nomine che impazza in Parlamento. In ballo anche due ambite presidenze di commissione a Palazzo Madama: alla Giustizia in arrivo D’Ascola di Ncd e ai Lavori pubblici il dem Ranucci. I verdiniani si chiamano invece fuori (per ora)

Renzi-6755L’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, alla fine, potrebbe spuntarla per la poltrona di ministro degli Affari regionali. Casella vacante – e coperta dall’interim del premier Matteo Renzi – dal 30 gennaio dell’anno scorso, data delle dimissioni rassegnate da Maria Carmela Lanzetta. Al partito di Angelino Alfano potrebbe andare anche la presidenza di una commissione ‘pesante’ del Senato, dove Nico D’Ascola è in pole per raccogliere il testimone dall’azzurro Francesco Nitto Palma alla Giustizia. Per ricostituire la compagine governativa ci sono da assegnare anche i vice ministeri degli Esteri e dello Sviluppo economico: il primo liberato dal trasloco di Lapo Pistelli alla vice presidenza dell’Eni, il secondo da quello di Claudio De Vincenti a Palazzo Chigi. Per completare l’opera c’è poi da rimpiazzare la dimissionaria (ex) sottosegretaria alla Cultura Francesca Barracciu. Ma il giro di valzer delle poltrone non finisce qui. Con qualche mese di ritardo rispetto alla prassi che fissa l’appuntamento a metà mandato, il Senato dovrà procedere al rodaggio delle presidenze di commissione. E in ballo, oltre alla scricchiolante poltrona di Nitto Palma, c’è anche quella di Altero Matteoli ai Lavori pubblici.

NCD ALL’INCASSO Quella delle commissioni è una partita non più rinviabile. Il fischio finale dovrebbe arrivare entro il 20 gennaio. E il borsino del toto-presidenze è praticamente blindato. Secondo quanto riferiscono fonti qualificate a ilfattoquotidiano.it, per sostituire l’ex ministro del quarto governo Berlusconi alla guida della commissione Giustizia in pole position c’è Nico D’Ascola, senatore del Nuovo centrodestra già avvocato dello studio Ghedini e di Claudio Scajola. Mentre nella corsa per rimpiazzare l’azzurro Matteoli, il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Raffaele Ranucci del Partito democratico. A parte queste due caselle è certo che non ci saranno stravolgimenti, anche per non alterare gli equilibri tra le forze che animano la maggioranza di governo. E le correnti interne ai partiti. Di fatto, quindi, sembrano sicuri di mantenere il proprio posto Anna Finocchiaro (Affari costituzionali), Pier Ferdinando Casini (Esteri), Nicola Latorre (Difesa), Andrea Marcucci (Istruzione), Paola De Biasi (Sanità), Giuseppe Marinello (Ambiente), Maurizio Sacconi (Lavoro), Mauro Marino (Finanze), Giorgio Tonini (Bilancio) più i due esponenti della minoranza dem Massimo Mucchetti (Industria) e Vannino Chiti (Politiche europee). Stesso discorso per Roberto Formigoni (Agricoltura), nonostante, soprattutto all’interno del Pd, in molti non gradiscano le posizioni oltranziste del ‘Celeste’ sulle unioni civili. Meglio evitare, almeno per ora, un casus belli all’interno della maggioranza.

BALLO DI GOVERNO Poi c’è da quadrare il cerchio della squadra di governo. Tra i nomi in lizza per un biglietto di ingresso nell’esecutivo la new entry, come detto, è il senatore di Ncd, Gabriele Albertini. Nonostante la preferenza di Renzi per una donna agli Affari regionali (Dorina Bianchi, Federica Chiavaroli, Rosanna Scopelliti e Laura Bianconi tra le più accreditate per le quote rosa) la linea che starebbe prendendo piede nel partito di Alfano è quella di lasciare la poltrona ad un esponente del Nord per riequilibrare geograficamente gli incarichi interni. E per questa ragione a spuntarla potrebbe essere, alla fine, proprio l’ex sindaco di Milano. L’alternativa su cui sui sta ragionando è quella di promuovere il piemontese Enrico Costaagli Affari regionali liberando al collega di partito D’Ascola la poltrona di viceministro della Giustizia. Ma a sentire i ragionamenti di Transatlantico, la vera priorità del presidente del Consiglio sarebbe quella di mettere a posto le cose all’interno del Pd. Scongiurando nuove trincee della minoranza dem con le amministrative ormai all’orizzonte. Per smorzare la tensione, l’ipotesi più accreditata è quella di lasciare all’ex presidente della regione Emilia Romagna, Vasco Errani, la carica di vice ministro dello Sviluppo economico. Poltrona rivendicata anche da Scelta civica che preme per Giulio Cesare Sottanelli. Che difficilmente, però, potrà spuntarla contro il fedelissimo di Bersani. Ma alla fine il fu partito di Mario Monti potrebbe anche accontentarsi dell’assegnazione del sottosegretariato alla Cultura ad Antimo Cesaro. Sarà quasi certamente il Pd, infine, a raccogliere l’eredità di Pistelli alla Farnesina. Dove l’attuale responsabile Esteri della segreteria dem, Vincenzo Amendola, non dovrebbe avere concorrenza per occupare l’ultimo sottosegretariato ancora vacante.

VERDINIANI FUORI GIOCO Questioni quindi molto delicate, quelle delle presidenze di commissione e degli incarichi di governo, rilanciate dall’intervista alla ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi, al Corriere della Sera. “Ci sono da ricoprire i ruoli di vice ministro degli Esteri e dello Sviluppo economico, e quello di ministro degli Affari regionali – aveva spiegato –. Non è un rimpasto: sono integrazioni che servono per far funzionare meglio il governo”. Un’intervista non certo passata inosservata e diventata ieri argomento di conversazione sui divanetti di Montecitorio. “E’ solo una coincidenza o piuttosto, alla vigilia delle votazioni sulla riforma costituzionale, un’operazione di moral suasion per evitare sorprese su un provvedimento al quale l’esecutivo ha legato la sua sorte?”, ragionava un autorevole deputato del centrosinistra. Di sicuro, rinvio dopo rinvio, finora Renzi non ha mostrato particolare fretta. Anzi, è possibile che le attese nomine non avvengano simultaneamente. Quel che è certo, almeno per ora, è che Alleanza liberalpopolare-autonomie (Ala), il gruppo capeggiato da Denis Verdini, non sembrerebbe della partita. “Accettare la presidenza di una commissione equivarrebbe ad entrare in maggioranza, figurarsi occupare una poltrona nel governo – spiega un parlamentare di Ala –. Non è questo il nostro intento: per ora continueremo a valutare i singoli provvedimenti e a decidere, caso per caso, se votarli o meno”.

(Articolo scritto il 12 gennaio 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)






Dalle Marche alla Campania e al Piemonte. Fino al Veneto e alla Sardegna. Con l’ex saggio di Napolitano e il suo movimento molti fuoriusciti dal Nuovo centrodestra. Come l’ex europarlamentare Roberta Angelilli nel Lazio. In Emilia Romagna, Carlo Giovanardi cura la crescita sul territorio. Mentre in Abruzzo c’è anche l’ex governatore Gianni Chiodi

quagliariello-675Sono già in tanti. Ma il loro numero è destinato a salire nelle prossime settimane, quando verranno costituiti i comitati regionali di quello che, giura il suo fondatore e leader, “non sarà l’ennesimo partitino”. Ma “un movimento alternativo a Matteo Renzi e al suo governo”. E così Idea, acronimo che sta per Identità e Azione, la nuova creatura che Gaetano Quagliariello ha tenuto a battesimo qualche settimana fa a Roma, sta muovendo velocemente i primi passi nelle Regioni. Dall’Abruzzo alla Campania e al Lazio. Fino al Veneto. Del resto, nel presentarla alla stampa, l’ex ministro delle Riforme costituzionali del governo di Enrico Letta era stata chiaro: “I nostri interlocutori non sono i parlamentari, perché la nostra non è un’operazione di palazzo, ma chi sta nei territori”. Ecco perché molti degli aderenti al progetto che hanno lasciato il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano vengono dai contesti locali. Stanchi, proprio come Quagliariello, che prima di dire addio al partito si era dimesso dal ruolo di coordinatore nazionale, della linea politica del capo del Viminale. Accusato di essere diventato la stampella di Renzi.

ROMAGNA MIA – Se in Parlamento, per ora, Idea conta solo 8 fra deputati e senatori (Andrea Augello, Luigi Compagna, Carlo Giovanardi e lo stesso Quagliariello a Palazzo Madama; Renata Bueno, Vincenzo Piso, Eugenia Roccella e Guglielmo Vaccaro a Montecitorio), numeri non sufficienti per dare vita a gruppi autonomi, è in Emilia Romagna, dove è stato designato come coordinatore Pierluigi Pollini, già membro dell’assemblea nazionale di Ncd, e Puglia che il movimento raccoglie i maggiori consensi. Nel primo caso, anche grazie al lavoro di Giovanardi, già il 26 ottobre scorso i coordinatori provinciali di Ncd di Piacenza, Romano Tribi, di Reggio Emilia, Christian Immovili, di Modena, Alessandro Lei, il sindaco di Monzuno (Bologna), Marco Mastacchi, i consiglieri comunali di Modena, Luigia Santoro, e di Rimini, Eraldo Giudici, più i presidenti di 31 circoli regionali hanno sottoscritto un documento con il quale hanno denunciato “l’arroganza del governo e del Partito democratico”. Il tutto “direttamente collegabile all’incomprensibile atteggiamento del Ncd – è scritto nella nota – disponibile ad accettare qualsiasi forzatura pur di non mettere in discussione la sua partecipazione al governo sino a teorizzare un’alleanza strategica con la sinistra con una vera e propria mutazione genetica della originale vocazione del partito”. Più chiaro di così.

CIAO ANGELINO – In Puglia, invece, a guidare la pattuglia dei fuoriusciti dal Nuovo centrodestra c’è Domi Lanzilotta, membro dimissionario della direzione del partito. Il quale, il 24 novembre, ha preso carta e penna e scritto una lettera di fuoco ai vertici regionali della compagine alfaniana. Che, “sebbene regolarmente invitati, hanno inopinatamente disertato il tavolo del centrodestra pugliese convocato per mettere in campo alle prossime elezioni amministrative una proposta comune in grado di battere la sinistra – ha attaccato Lanzilotta –. La nostra pubblica denuncia di questo atto di diserzione ha avuto come sola risposta un assordante ‘silenzio assenso’ che ci consente oggi, con la coscienza a posto di chi le ha provate tutte, di considerare irreversibile l’abbandono da parte di Ncd della linea che, nonostante taluni atteggiamenti irresponsabili, ci ha visto in prima linea alle elezioni regionali”. Una linea, dice ancora il testo della missiva, “inequivocabilmente alternativa alla sinistra, che noi intendiamo continuare a perseguire e che ci costringe oggi per coerenza a rassegnare le dimissioni dagli organi nazionali e territoriali del partito”. Con Lanzilotta hanno lasciato Ncd in 18: i membri dell’assemblea nazionale Francesco Tricase, Stefano Diperna, Stanislao Morea, Giuseppe Corrado, Maria Cicirelli, Vincenzo Guerra, Francesco Palazzo, Damiano Binetti, Matteo Savastano, Savino Santarella, Giuseppe Calia, Claudio Sgambati, Giovanni Volpe e i componenti del coordinamento regionale Leo Vicino, Fabio Colella, Francesco Perchinunno, Antonella Lella e Pasquale Coccia. Nomi ai quali si aggiunge quello dell’ex consigliere regionale Davide Bellomo, fuoriuscito dal Movimento Politico Schittulli (che prende il nome dal candidato governatore di Raffaele Fitto e Area Popolare sconfitto alle Regionali 2015 dal democratico Michele Emiliano), tra i fondatori del neonato movimento. E dell’imprenditore Paolo Dell’Erba, anch’egli candidato alle scorse Regionali.

VENGO ANCH’IO – Ma non è tutto. Perché, anche in molte altre Regioni, Idea ha raccolto in queste settimane numerosi consensi. Nel Lazio, per esempio, hanno già aderito in 5: oltre al consigliere regionale Daniele Sabatini (nominato responsabile) ci sono anche l’ex vicesindaco di Latina, Enrico Tiero, i consiglieri municipali di Roma Jessica De Napoli e Stefano Erbaggi, e l’ex parlamentare europeo Roberta Angelilli, con un passato in Azione Giovani prima e Alleanza Nazionale poi. In Campania c’è invece il terzetto composto da Francesco Ranieri, sindaco di Terzigno (Napoli), scelto come responsabile regionale, Pietro Diodato (membro della direzione nazionale di Ncd) e Alessandro Sansoni. Molti anche gli aderenti in Sardegna: la consigliera comunale di Alghero, Maria Grazia Salaris, più l’ex coordinatore provinciale del Nuovo Centrodestra Walter AneddaGianfranco Picciau, anch’egli membro della direzione nazionale di Ncd. Il consigliere comunale di Pisa, Raffaele LatrofaRoberto Ferraro e Alberto Magnolfi rappresentano invece la Toscana. In Friuli-Venezia Giulia figura il nome del consigliere comunale di Gorizia, Ciro Del Pizzo, mentre a breve anche Paolo Rovis, consigliere comunale di Trieste, dovrebbe sciogliere la riserva e aderire. In Abruzzo, oltre al consigliere regionale Mauro Di Dalmazio, c’è pure l’ex presidente della Regione, Gianni Chiodi. Il quale, pur rimanendo comunque in Forza Italia, ha deciso di entrare far parte di Idea sfruttando il principio vigente all’interno del movimento: la possibilità del doppio tesseramento. Discretamente qualificata la truppa degli aderenti anche in Marche, Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria con, rispettivamente, Vittoriano Solazzi (ex presidente del consiglio regionale), Nicolò Mardegan (ex coordinatore Ncd Milano), Stefano Casali (consigliere regionale), Claudia Porchietto (consigliere regionale) e Tiziana Notarnicola, membro della direzione nazionale di Ncd, ormai prossima all’uscita dal partito insieme ad altri esponenti locali. E potrebbe non essere finita qui.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 21 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)






L’ex pm ed ex leader dell’Italia dei valori duro con il premier e i suoi ministri: “Il problema non è solo la Boschi, che rischia di passare per vittima quando invece non lo è”. Ma anche contro i due organismi di controllo. A cominciare da via Nazionale: “È innegabile che ci sia stata un’omissione di atti d’ufficio”. Poi un consiglio ai magistrati: “Devono evitare che le prove vengano inquinate. In casi come questo gli inquirenti trovano quello che vogliono fargli trovare”

di-pietro-675Il conflitto di interessi? “Se c’è riguarda tutti, non solo una singola ministra”. Addirittura “è l’intero governo che va sfiduciato”. Il ruolo di Banca d’Italia e Consob nel crac di Banca Etruria? “Non c’è dubbio che vi sia stata da parte loro un’omissione di atti d’ufficio”. Antonio Di Pietro, ex componente del pool di Mani Pulite ed ex leader dell’Italia dei valori (Idv), due volte ministro, commenta così la vicenda che ha visto migliaia di clienti dell’istituto che annoverava fra i propri vertici anche il padre della ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi, perdere milioni di euro di risparmi investiti in obbligazioni subordinate. “Mi auguro che nelle sue indagini la magistratura non abbia tentennamenti di alcun tipo – aggiunge l’ex pubblico ministero contattato da ilfattoquotidiano.it –. Va evitato qualsiasi pericolo di inquinamento delle prove. Io al tempo intervenivo ad horas, bloccando tutto ciò che poteva alterarle. Comprese le persone”. Cioè, anche con gli arresti.

Clienti truffati, vertici della banca coinvolti, omessi controlli da parte di chi doveva vigilare: Di Pietro, ce n’è quanto basta per scrivere l’ennesima brutta pagina di storia italiana.
È così. Questa situazione deriva dal fatto che nel nostro Paese il sistema dei controlli, con particolare riferimento a quelli sulle banche, fa acqua sia sul piano normativo sia effettivo. Tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Banca d’Italia e Consob, hanno fatto scaricabarile. Unito a ciò, mancano delle leggi precise per verificare che chi è addetto al controllo svolga bene il suo dovere. E quali sono le sanzioni in caso di violazioni. Non si può certo dire che situazioni come queste siano nuove agli occhi dell’opinione pubblica. Ma si è sempre rinviato il problema sine die.

A proposito di Bankitalia e Consob: il Fatto Quotidiano ha reso pubblica la lettera con cui due anni fa il governatore Ignazio Visco avvisò i manager di Banca Etruria del “degrado irreversibile” dell’istituto. Missiva rimasta però segreta. Un fatto grave, o no?
Penso che ci sia la necessità di un forte intervento della magistratura per ‘cristallizzare’ le prove documentali che si trovano nei vari uffici. Quante altre lettere come quella resa nota dal Fatto, utili alle indagini, ci sono? I magistrati le hanno in mano? Me lo auguro. In questi casi, a volte, gli inquirenti trovano quello che vogliono fargli trovare. Io al tempo intervenivo ad horas, bloccando tutto ciò che poteva inquinare le prove. Comprese le persone. Ricordo ancora le critiche…

Secondo lei, oltre a questi due organismi, chi altri ha responsabilità sulla vicenda?
Ci sono vari soggetti coinvolti e numerosi livelli di responsabilità. È però indubbia quella politica dell’intero governo.

Sta dicendo che le possibili dimissioni della ministra Maria Elena Boschi, o una sua eventuale sfiducia in Parlamento, non risolverebbero il problema?
Certe decisioni sono state assunte dall’esecutivo nella sua interezza: è l’intero organo collegiale che casomai va sfiduciato. Se c’è, il conflitto di interessi riguarda tutti, non solo una singola ministra. La quale rischia di passare per vittima quando invece non lo è. Personalmente, trovo positivo il fatto che si parli di una mozione di sfiducia: così si discute pubblicamente di un problema sperando che si arrivi all’approvazione di un provvedimento che eviti altri casi simili.

Su Banca Etruria sono già stati avviati tre filoni d’inchiesta. Compresa un’indagine sul conflitto di interessi originato dalla relazione della Banca d’Italia sul commissariamento dell’istituto nel febbraio 2015. Come valuta l’operato della magistratura?
In questo momento, la magistratura fa bene a indagare senza mettere le mani avanti incriminando una persona invece di un’altra, con il rischio, come ho già detto in precedenza, di far passare per vittima chi invece non lo è. Mi auguro che sul piano penale vengano differenziati i comportamenti. Ma non ci devono essere tentennamenti di alcun tipo.

Ma se fosse lei il pubblico ministero a capo dell’inchiesta agirebbe, o si sarebbe già mosso, diversamente?
Avrei già proceduto fermando lo status quo.

In che senso?
Come ho già detto in precedenza, sarei andato a prendere le carte in modo da far rimanere illibate le prove, evitando così qualsiasi possibilità di un loro inquinamento. L’unico pericolo reale, al momento, è proprio questo. E non si può limitare con provvedimenti cautelari personali ma reali.

Sempre il Fatto ha reso noto come il procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, che sta indagando proprio su Banca Etruria, sia contemporaneamente consulente di Palazzo Chigi, nominato a febbraio 2015 dal governo Renzi. Siamo alle solite: chi controlla il controllore?
Credo che sia lo stesso Rossi ad aver capito di avere contemporaneamente il piede in due scarpe. Bene farebbe a lasciare l’incarico ad un altro collega. Succederà? Non lo so. Certamente, a questo punto, la palla passa nelle mani del procuratore generale: è lui che dovrà valutare il da farsi.

Nel frattempo, proprio su Rossi, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha aperto un fascicolo accogliendo la richiesta presentata dal membro laico Pierantonio Zanettin (Forza Italia). Si prefigura un’ipotesi di conflitto di interessi?
Sul piano tecnico, nel caso specifico, non ci sono profili di questo tipo: infatti Palazzo Chigi non risulta fra i soggetti oggetto di indagine. C’è però un problema di opportunità. Trovo sia interesse di entrambe le parti quello di far svolgere le indagini a persone che non hanno rapporti di alcun tipo. Serve una maggiore tranquillità per arrivare ad una decisione indipendente e inattaccabile.

A suo avviso bisognerebbe indagare anche i vertici di Bankitalia e Consob? Hanno chiare responsabilità su quanto è accaduto?
Non so quali specifici soggetti abbiano delle effettive responsabilità, ma non c’è dubbio che vi sia stata un’omissione di atti d’ufficio. Bankitalia è arrivata fino al punto di accertare il fatto, poi non ha agito sostenendo di non avere potere normativi sufficienti. Non credo che sia così: non ho mai visto un medico diagnosticare una grave malattia e poi lasciare morire il paziente.

Torniamo alla Boschi. Renzi la difende a spada tratta: sembra di rivedere i berlusconiani che negavano qualsiasi tipo di conflitto d’interessi per l’uomo di Arcore…
In verità il presidente del Consiglio difende se stesso. Il problema qui è un altro.

E qual è?
Quando al governo c’era Berlusconi io e altri, a cominciare dalla società civile e dal sistema dell’informazione, denunciavamo quanto accadeva. Perché era nostro dovere farlo. Oggi invece, con Renzi a Palazzo Chigi, tutti si sono girati dall’altra parte. Ciò mi lascia molto amareggiato.

Insomma, ha ragione Roberto Saviano a denunciare l’uso di due pesi e due misure?
È così. Il problema non è la società civile ma come essa viene aiutata a capire come stanno realmente le cose. Tutti i giorni, a sistema informativo riunito, veniamo ‘colpiti’ dagli slogan di Renzi che assomigliano a quelli di un venditore ambulante. Senza alcun contraddittorio. Di più: quando qualcuno lo contesta, come successo al Fatto, diventa un ‘criminale’.

Oggi è come ai tempi di Tangentopoli?
È peggio di prima perché ciò che un tempo poteva essere perseguito sul piano tecnico-giudiziario ora non lo è: si è ingegnerizzato il sistema della tangente. In certi casi è diventato legale ciò che una volta non lo era. Infine, è intervenuto uno scoramento dell’opinione pubblica a cui si è fatto credere che spesso le colpe sono di chi ha scoperto il reato, non di chi lo ha commesso.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 18 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)






È quanto emerge in un volume presentato dalla presidente Laura Boldrini. Che traccia un bilancio dell’attività svolta a Montecitorio. Mettendola anche a confronto con le performance del passato. Cresciuta l’attività di sindacato ispettivo con interpellanze e interrogazioni. Certificato anche l’abuso del ricorso ai decreti. Soprattutto da parte del governo Renzi

boldrini675Lavoriamo poco? Venite a vedere le carte. Pare di sentirli, i parlamentari sempre sotto accusa per “fannullismo” e poca voglia di lavorare. Soprattutto dopo le critiche per i troppi giorni di vacanza che si sono assegnati per l’esame della legge di Stabilità e il ponte dell’Immacolata. Sembra di vederli gridare ad alta voce i loro meriti. E lo fanno attraverso il presidente della Camera, Laura Boldrini. Che, l’attivismo degli inquilini di Montecitorio, lo ha fatto addirittura raccogliere in un volume (“Cifre e fatti. L’attività della Camera dei deputati a 33 mesi dall’inizio della legislatura”). Con numeri e percentuali, per tracciare un bilancio di tre anni di attività parlamentare. Periodo nel quale, certificano i dati ufficiali presentati nel corso della cerimonia di saluto della Boldrini alla stampa parlamentare, l’Aula di Montecitorio si è riunita per un numero di sedute superiore rispetto allo stesso periodo della passata legislatura: 536 contro 423. Anche se in confronto ad essa la distribuzione delle ore tra le varie attività ha visto una flessione del tempo dedicato a quella legislativa ed un corrispondente aumento di quello impiegato per attività di indirizzo e controllo. Non solo: i dati presentati attestano anche il ricorso sfrenato ai decreti legge da parte del governo. Per non parlare di un altro record che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha ormai ipotecato: quello dei voti di fiducia. Ai quali l’esecutivo in carica si è affidato ben 34 volte da febbraio 2014, da quando cioè è entrato in carica al posto di Enrico Letta. Doppiato dal suo “rottamatore”, insieme persino a Silvio Berlusconi.

RISPONDERE PREGO – Numero di sedute a parte, sinora l’Aula si è riunita per un totale di 2.889 ore e 56 minuti, 694 ore in più rispetto alla passata legislatura (2.195 ore e 15 minuti). Di queste, 1.741 ore sono state dedicate all’attività legislativa,736 ore a quella di indirizzo e controllo. Mentre le restanti 364 sono state impiegate per altre attività. A confronto con lo stesso periodo della sedicesima legislatura, aumenta notevolmente il numero di interpellanze e interrogazioni, sia a risposta scritta sia orale. Le interpellanze passano da 945 a 1.196, di cui 833 concluse (69,65%) e 363 da svolgere; le interrogazioni a risposta orale da 1.424 a 1.892, di cui 1.241 concluse (65,59%) e 651 ancora da svolgere. Un vero e proprio boom è quello che fanno registrare, invece, le interrogazioni a risposta in commissione: erano 4.101 nello stesso periodo della precedente legislatura, sono 7.186 oggi, ma la maggioranza di queste (3.758) sono ancora da svolgere. Fanno registrare un segno più anche le interrogazioni a risposta scritta, cresciute da 10.586 a 11.392. Peccato però che, secondo i numeri del dossier, fino a questo momento la maggior parte degli interroganti sia rimasto a bocca asciutta, visto che ben 8.903 sono ancora senza risposta. Mentre quelle concluse sono 2.489 (21,85%). In definitiva, sono stati presentati 21.666 atti di sindacato ispettivo, ma solo 7.991 hanno visto il loro iter completato con una risposta (il 36,88%contro il 41,55% della XVI legislatura). Cresciuto anche il numero e la durata delle sedute delle 14 commissioni permanenti, riunitesi 11.066 volte per un totale di 6.096 ore contro le 10.322 volte della XVI, impegnata per 5.292 ore.

GOVERNO FAMELICO – Sempre secondo il dossier, nei primi 33 mesi di legislatura sono state finora approvate dalle due Camere 186 leggi: 74 di ratifica, 58 di conversione, 10 di bilancio, 3 collegate alla manovra di finanza pubblica, 6 europee (e di delegazione europea) e 35 di vario argomento. Ma l’aspetto più importante riguarda la fase dell’iniziativa. Da chi sono stati infatti proposti i provvedimenti? Ben 154 di quelli sinora approvati (l’82,7%) sono stati promossi dal governo, mentre soltanto 30 (il 16,1%) portano la firma di uno o più parlamentari e 2 sono i testi di iniziativa mista (l’1%). Un dato che fa il paio con il ricorso smodato ai decreti legge. Sono 69 quelli presentati dai due governi che si sono avvicendati nel corso dell’attuale legislatura: quello di Enrico Letta e quello di Matteo Renzi. Ma se il primo si è dovuto fermare a 25, complice il fatto di essere stato scalzato dall’ex sindaco di Firenze, quest’ultimo ha quasi raddoppiato i numeri del predecessore presentando finora 44 decreti legge. Di questi, 31 sono stati convertiti con modificazioni, dice il dossier presentato dalla presidente Boldrini, 2 sono stati convertiti tali e quali, 7 sono decaduti e 4 sono in corso di conversione.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)






La Sicilia invoca norme per l’apertura di due casinò a Taormina e Palermo, impianti “da considerare a pieno titolo quali strumenti di promozione e di richiamo turistici”. La Lombardia, al contrario, vorrebbe che fossero approvate “misure per il contrasto del fenomeno della ludopatia e razionalizzazione dei punti di rivendita di gioco pubblico”. La Toscana chiede l’introduzione del principio di separazione bancaria, cioè la divisione tra banche d’affari e commerciali per proteggere risparmiatori e correntisti dalle speculazioni finanziarie dei mercati. Le Marche reclamano il “divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi”, mentre la Sardegna pretende l’istituzione di un “regime di zona franca fiscale e doganale integrale” nel proprio territorio.

FERME AL PALO. Screditate dopo l’ondata di scandali degli ultimi anni, le Regioni risultano attivissime nel formulare norme. Queste sono solo alcune delle 43 proposte di legge di iniziativa regionale, previste dall’articolo 121 della nostra Costituzione, depositate dall’inizio della legislatura a Montecitorio (25) e Palazzo Madama (18). Stando anche ai dati pubblicati dall’associazione Openpolis, però, soltanto 4 di queste sono attualmente in discussione nelle aule parlamentari. Delle restanti 39 si sono perse le tracce: assegnate alle varie commissioni, non sono mai state nemmeno calendarizzate. Insomma dopo le legge di iniziativa popolare, chiuse a chiave nei cassetti del Palazzo e sistematicamente ignorate da Camera e Senato, la storia si ripete. Colpa di un governo pigliatutto e del suo bulimico ricorso al voto di fiducia. Ma non solo.

SENZA APPELLO. A leggere i numeri degli anni passati si scopre infatti che non si tratta di una novità assoluta per il Parlamento. Anzi. Nella passata legislatura sono stati presentati 73 disegni di legge regionali ma appena 2, proposti da Sicilia e Friuli-Venezia Giulia allo scopo di ridurre i componenti delle rispettive assemblee regionali, hanno passato l’esame dell’aula tramutandosi in legge. Un misero 2,73%. C’è da dire, inoltre, che dal 2013 ad oggi non tutte le Regioni hanno depositato le loro proposte alle Camere. Lo hanno fatto in 14 su 20, con la Puglia in testa (8). Seguono la Sicilia (6), il Piemonte (5), la Lombardia e la Sardegna (4) e la Calabria (3). Due a testa, invece, sono i disegni di legge arrivati a Montecitorio e Palazzo Madama da Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Marche e Lazio. Chiudono Veneto, Toscana e Campania con uno ciascuno. All’appello mancano l’Abruzzo, la Basilicata, il Molise, l’Umbria, il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta.

PURO BUROCRATESE. Sfogliando i progetti di legge si scopre pure che molti di questi sono scritti in puro “burocratese”. Il 5 febbraio 2014, per esempio, il consiglio regionale del Piemonte ne ha depositato uno per chiedere l’“inserimento dell’articolo 97-bis nel decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, ndr), in materia di funzioni dei segretari comunali”. E che dire della Puglia, che reclama l’“integrazione al comma 1 dell’articolo 15 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, in materia di detrazioni d’imposta per spese sostenute dal disabile grave, ai sensi del comma 3 dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, in materia di premio assicurativo per l’auto”?

VOTO A PERDERE. Senza dimenticare quello della Liguria: “Modifica al comma 186-bis dell’articolo 2 della legge 23 dicembre 2009, n. 191, recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge finanziaria 2010), inserito dall’articolo 1, comma 1-quinquies, del  decreto-legge 25 gennaio 2010, n. 2, recante interventi urgenti concernenti enti locali e regioni, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 marzo 2010, n. 42”. Un vero rompicapo. Più chiare, invece, le proposte con cui Emilia-Romagna e, ancora, Sicilia invocano – rispettivamente – “modifiche all’articolo 48 della Costituzione in materia di attribuzione del diritto di elettorato attivo nelle elezioni regionali e degli enti locali ai cittadini che hanno compiuto il sedicesimo anno di età” e “disposizioni in tema di impignorabilità della prima casa e dei beni mobili e immobili strumentali all’esercizio di imprese, arti e professioni e di riforma del sistema di riscossione esattoriale”. Poco importa comunque. Visto che, molto probabilmente, nessuna di queste vedrà mai la luce. Con buona pace dei promotori. E alla faccia della Costituzione.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 20 marzo 2015 per ilfattoquotidiano.it)