Archivio mensile:marzo 2013

Ciò che è giusto o sbagliato

patrizia-moretti-federico-aldrovandiViviamo in un mondo strano. Ma strano davvero.

Un mondo in cui la ragione sembra essere andata in letargo lasciando il posto all’irrazionalità pura, alle vittorie degli antieroi, al giusto che diventa sbagliato e allo sbagliato che – al contrario – diviene cosa corretta. In sostanza non riusciamo più a discernere cosa è bene da cosa è male, cosa è “dritto” da cosa, invece, assume derive insostenibili anche per coloro a cui il cuore e lo stomaco hanno sempre funzionato correttamente.

Prendi mercoledì 27 marzo. E come città scegli Ferrara. In particolare, vai sotto gli uffici del Comune dove lavora Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. Ma prima di fare ciò torna con la mente ad un giorno di inizio autunno di otto anni fa. Questo ragazzotto emiliano aveva 18 anni quando, la sera del 25 settembre 2005, decise di tornare a casa a piedi dopo aver trascorso qualche ora in compagnia dei suoi amici in un locale di Bologna. Federico aveva assunto stupefacenti, ma in quantità minima. Sul percorso di casa incontra una pattuglia della polizia. Un «invasato violento», lo definiscono i due agenti che – per fronteggiarlo – ne chiamano altrettanti in soccorso. Quattro contro uno. Federico non è l’incredibile Hulk. Ma lo affrontano in quattro. Si spezzano due manganelli, il ragazzo viene picchiato e poi gli agenti chiamano l’ambulanza. Per la cronaca, i sanitari trovano Federico con le mani ammanettate dietro la schiena, privo di sensi. Morirà poco dopo.

Volendo calcare la mano con la sintesi, vanno ricordate due cose. La prima: mentre la perizia medico legale disposta dal Pm dà la colpa della morte del 18enne all’assunzione di alcol e droga, quella fatta svolgere dai legali della famiglia parla di una «anossia posturale» (cioè di mancanza di ossigeno) dovuta ad un peso eccessivo caricato sulla parte posteriore del corpo del ragazzo. Qualcuno, insomma, gli è salito sopra e li è rimasto per un po’. La seconda: il 21 giugno dello scorso anno i quattro poliziotti sono stati condannati in via definitiva – dopo il primo grado e l’Appello è arrivata la pronuncia della Cassazione – a 3 anni e 6 mesi di reclusione per «omicidio colposo». Tre di loro, inoltre, sono stati anche condannati per aver depistato le indagini. Un quadro chiaro.

Eppure, tornando a ieri, è andato in scena uno spettacolo degno del teatro dell’assurdo. Alcuni agenti del Coisp, il COordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle forze di Polizia, hanno manifestato sotto l’ufficio della mamma di Federico. Un atto di solidarietà nei confronti dei loro colleghi. Solidarietà? A casa mia si è solidali con qualcuno che, ingiustamente, è accusato di un fatto che non ha commesso, o è finito vittima di un atteggiamento discriminatorio, di un furto, di una violenza. In quel caso, sì, è giustificata la solidarietà. Ma qui, come si dice in questi casi, la giustizia ha fatto il suo corso. E ha – come detto – condannato i quattro agenti. Dunque, mi domando: che senso aveva quella pantomima? Cosa hanno voluto dimostrare questi impavidi colleghi della “gang” nel disturbare una persona che sta lavorando ma, soprattutto, la memoria di un’altra che non c’è più?

Nulla. Assolutamente nulla. Inoltre basta fare una piccola ricerca in rete per scoprire che, poco più di venti giorni fa, lo stesso sindacato aveva inviato una lettera di protesta al presidente dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, per un articolo pubblicato su estense.com (quotidiano online ferrarese). Nel pezzo, la testata dava notizia di una iniziativa del Coisp – un tour a bordo di un camper circolante per Ferrara – stanco «della falcidia sociale, del discredito e del fango quotidiano che ci viene gettato addosso da “alcuni”. Quattro nostri colleghi oggi sono rinchiusi in una cella. Poliziotti in gabbia, in carcere, al pari o anzi più dei criminali incalliti».

Una vicenda, scrive ancora il Coisp (secondo quanto riportato dal sito Internet), «strumentalizzata da blog, giornali, televisione, cinema, libri. Il dolore e la morte in prima pagina hanno consentito, per anni, a giornali di vendere, a televisioni di fare ascolti, ad altri di lucrare con libri e cinema».

Poi però a Iacopino si chiede di «censurare pesantemente il comportamento dell’articolista in nome della mancanza di deontologia professionale e di correttezza dell’informazione». Quel che più brucia, però, è che gli agenti che ieri hanno compiuto un atto vile – arrivando addirittura a voltarsi quando la signora Moretti è scesa mostrando loro la foto del figlio senza vita – non saranno sanzionati. Ci sarà solo «un giudizio morale assolutamente negativo», ha fatto sapere il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. In un Paese che ha fatto finire la moralità sotto la suola delle proprie scarpe queste parole hanno il retrogusto amaro dello scherzo di Carnevale.

Twitter: @GiorgioVelardi

Carceri, problema europeo

Quello della grave condizione dei penitenziari non è un dramma solo italiano. Ecco i dati del primo osservatorio europeo indipendente sulle condizioni di detenzione

Carceri_1_1«La situazione è gravissima, in gioco c’è l’onore dell’Italia». Nel corso della visita nel carcere milanese di San Vittore, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato così della condizione al collasso che caratterizza i nostri penitenziari. Circostanza che fa risultare il nostro Paese maglia nera in Europa, alla luce di un tasso di sovraffollamento che supera il 140%. Il capo dello Stato ha dichiarato che se fosse stato per lui avrebbe firmato l’amnistia «non una ma dieci volte», specificando però che c’è stata «l’assenza delle condizioni politiche». L’Italia non è comunque l’unica Nazione in cui le carceri sono un “problema”. Sfogliando i dati dello European Prison Observatory, il primo osservatorio europeo indipendente sulle condizioni di detenzione sostenuto dalla Ue e coordinato da Antigone (che ha monitorato 8 Stati: Regno Unito, Francia, Spagna, Grecia, Lettonia, Polonia e Portogallo, oltre all’Italia), si scopre una realtà complessa per buona parte dei Paesi del Continente.

FRANCIA E GRECIA - Particolarmente difficile è la situazione di Francia e Grecia. Il Paese attualmente guidato da François Hollande ha assistito ad una drammatica crescita della propria popolazione carceraria, aumentata del 36%rispetto al 2001. Oggi nei penitenziari francesi ci sono 64.787 detenuti, 3.809 in più del 2010. Ma a preoccupare è un altro dato: quello delle morti in carcere, che nel 2012 sono state addirittura 535, il numero più elevato fra tutti gli Stati su cui è stata posta l’attenzione. I progetti di edilizia carceraria degli ultimi anni non sono stati in grado di ridurre il sovraffollamento, pari al 113,2%, creando un maggiore isolamento dei detenuti e comportamenti violenti anche contro il personale di polizia penitenziaria. Basse, invece, sono le percentuali di minori e donne detenute, che si attestano rispettivamente all’1,1 e al 3,4%; il 20% dei carcerati è invece di origine straniera (si tratta di un dato rimasto sostanzialmente stabile fra il 2008 e il 2012). Percentuale che fa ben sperare è invece quella dei detenuti che scontano una condanna definitiva: 88,8%, il che sta a significare un utilizzo tutto sommato contenuto della carcerazione preventiva. Poi, come detto, c’è la Grecia, il cui sistema è caratterizzato da condizioni di vita estremamente degradate. La popolazione carceraria ellenica è composta da 12.479 persone, con una percentuale spropositata di detenuti stranieri: 63,2% (nel 2008 era del 48,3%). Dopo l’Italia, inoltre, la Grecia è il Paese con il più alto tasso di sovraffollamento, pari al 136,5%, in crescita rispetto al 2010 quando era diminuito fino a toccare quota 123. A questi problemi, dice l’osservatorio nella sua analisi, se ne aggiungono altri due: la carenza di personale e l’abuso della carcerazione preventiva, a cui su unisce una cospicua presenza di detenuti accusati o condannati per crimini legati alla droga. Con il suo 4,7%, infine, la Grecia è la Nazione con la più alta percentuale di minori dietro le sbarre.

SPAGNA E REGNO UNITO - Anche in Spagna i numeri non fanno dormire sonni tranquilli. La popolazione carceraria è composta da 69.037 persone, -4.892 rispetto a due anni fa. Oltre all’elevato tasso di sovraffollamento, 98,7%, a caratterizzare il sistema spagnolo è la grave situazione relativa all’assistenza sanitaria. Secondo quanto afferma lo European Prison Observatory, a seguito della crisi economica l’amministrazione penitenziaria spagnola ha ridotto le prestazioni mediche, accadimento che ha prodotto la carenza di cure specialistiche con particolare riferimento alla salute mentale dei detenuti. Come la Francia, anche la Spagna presenta una percentuale elevata di reclusi che scontano una condanna definitiva: 81,9% (l’Italia è ferma invece al 58,8%).Alta, se messa a confronto con gli altri 8 Stati, è la percentuale di donne nei penitenziari: 7,6%. Spostandosi in Regno Unito la situazione è pressoché la stessa. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad una crescita esponenziale della popolazione detenuta, oggi formata da 95.161 soggetti (+10.436 rispetto al 2010). Il sovraffollamento è pari al 108%; i minori detenuti sono appena l’1,9%, anche se nel Regno Unito, dove l’età della responsabilità penale è particolarmente bassa, coloro che hanno commesso reati e hanno meno di 18 anni sono affidati ad apposite istituzioni indirizzate alla rieducazione. A fare da contraltare a numeri non certo esaltanti c’è l’esplosione dell’uso di misure non detentive e di altre forme di pena, che rendono la Gran Bretagna uno dei Paesi maggiormente attenti in questo ambito insieme a Francia e Spagna.

GLI ALTRI PAESI - A chiudere il quadro ci sono PoloniaLettonia e Portogallo. In quest’ultimo caso, malgrado un tasso di criminalità relativamente basso se messo a confronto con gli altri Paesi europei, il numero di detenuti è cresciuto in fretta negli ultimi anni, fino ad attestarsi a 13.490 persone (2012), il 18,40% delle quali di origine straniera. Al tasso praticamente nullo di minori dietro le sbarre (0,6%) fanno da contraltare il numero di detenuti morti in carcere nell’ultimo anno (211) e il dato che riguarda il sovraffollamento: 111%. La Polonia avrebbe invece bisogno di una riforma più radicale del proprio sistema penitenziario, sottolinea l’osservatorio. I fattori dominanti sono la mancanza di lavoro e di cure mediche adeguate per i detenuti, nonché il mancato adeguamento delle strutture carcerarie – in cui sono rinchiusi 85.419 detenuti, con un tasso di sovraffollamento del 99,7%– agli standard europei. La Lettonia, infine, con i suoi 300 detenuti ogni 100mila abitanti presenta il tasso più alto di carcerazione fra i Paesi dell’osservatorio e uno dei più alti dell’intera Unione europea. Quali sono le cause principali che hanno portato ad una situazione ai limiti della sostenibilità? «Uno dei motivi scatenanti sta nel fatto che negli ultimi anni la minorità sociale è stata drasticamente affidata ai sistemi punitivi », afferma a Il Punto Mauro Palma, ex presidente del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa e presidente onorario di Antigone. Una seconda causa, prosegue, è che «in sistemi democratici avanzati, che prevedono competizioni elettorali abbastanza frequenti e che sono caratterizzati da insicurezza sociale, il consenso è stato fondato sull’assecondare la mai appagata richiesta di sicurezza individuale quale surrogato della mancata sicurezza sociale, quindi sul proporre sempre più carcere». A ciò si unisce «un taglio a livello europeo di risorse ai sistemi di protezione sociale, con conseguente riflesso sul sistema detentivo, nonché una diversa dislocazione delle stesse risorse esistenti. Se si spendono più soldi per costruire strutture detentive piuttosto che utilizzarli per creare nuovi luoghi di accoglienza esterna si fa una scelta politica». Infine c’è quella che il presidente onorario di Antigone definisce «la categoria dell’indistinto », ovvero il mettere “tutti con tutti”, che porta in carcere con pene alte persone con profili delittuosi del tutto diversi. «Questa mancata distinzione è evidente per particolari tipi di reati, come quelli che riguardano l’uso di sostanze stupefacenti. Occorre quindi un’opera ampia di “depurazione” del sistema per garantire condizioni maggiormente dignitose per tutti, detenuti e non», conclude Palma.

Twitter: @mercantenotizie

Qui scoppiano le carceri

Condannati-preventivi-300x200Ci sono due problemi, in Italia, invisibili ai più: quello della carcerazione preventiva e del sovraffollamento dei penitenziari. Temi che hanno spinto Annalisa Chirico, giornalista e membro del Comitato nazionale dei Radicali Italiani, a scrivere Condannati preventivi – Le manette facili di uno stato fuorilegge (Rubbettino, 10 euro, pp. 150).

Questo libro squarcia il velo di Maya su tematiche che,malgrado la gravità della situazione, sembrano lasciare indifferenti. Com’è nata l’idea di affrontarlo?

«Mi capita spesso di visitare i penitenziari italiani. L’idea di scrivere un libro che si focalizzasse sul problema della carcerazione preventiva e che raccontasse le storie di persone più o meno note incappate nelle sue maglie è nata da una visita in carcere all’Onorevole Alfonso Papa nell’ottobre 2011. Ho seguito la sua vicenda e dopo le pronunce dellaCassazione, che hanno smontato l’impianto accusatorio a suo carico, ho deciso di parlare di chi è in prigione senza una sentenza di condanna definitiva. Nelle celle “illegali” italiane quasi un detenuto su due è in attesa di giudizio. Non a caso di recente la Corte di Strasburgo è tornata a sanzionare il nostro Paese…».

Il caso Tortora pare non averci insegnato nulla…

«Dalle campagne di Toni Negri ed Enzo Tortora degli Anni ‘80, fino ad oggi, sul tema della carcerazione preventiva niente è cambiato. Con la riforma del Codice di procedura penale ci sono stati dei ritocchi legislativi, che si sono però accompagnati ad uno sfasamento tra la norma scritta e la prassi. Di fatto la carcerazione preventiva è diventata un antidoto all’irragionevole durata dei processi. Si tratta di una perenne violazione della Costituzione che non crea scandalo neanche fra i più ferrei difensori della nostra Carta».

In Condannati preventivi le storie di detenuti illustri si alternano a quelle di gente comune. Qual è quella che l’ha colpita di più?

«Sicuramente la storia di Adriana, una badante romena che prestava assistenza ad una vedova ottantenne di Albano Laziale. A gennaio 2008 l’anziana muore e lei viene accusata di omicidio, scontando tre anni di carcere preventivo. Al processo d’appello Adriana viene assolta perché il fatto non sussiste. Motivo? La donna non era morta di percosse ma d’infarto, il che si sarebbe potuto capire con una perizia fatta ad arte in primo grado; invece i periti nominati dall’accusa e gli errori macroscopici commessi hanno mandato in galera un’innocente. Ciò testimonia che la giustizia italiana sta diventando un “manicomio”, visto che ci troviamo con 9 milioni di procedimenti pendenti e 130mila prescrizioni nell’anno appena concluso. Il nostro è un sistema in cui i magistrati sono l’unica categoria che non ha nessun tipo di responsabilità».

Entrambi i provvedimenti del ministro Severino, “Salva-Carceri” e “Svuota-Carceri”, si sono rivelati fallimentari. Si aspettava di più dal governo tecnico?

«Avrebbe dovuto fare di più,non soltanto nell’ambito della giustizia ma anche in quello dell’economia. Dal deludente decreto sulle liberalizzazioni c’è stata la metamorfosi politica di un esecutivo che grazie al ministro Severino ci ha insegnato cosa sono i “provvedimenti spot”. L’unico punto su cui ha agito è stato quello delle porte girevoli, ma per tutto il resto si è cercato di svuotare le carceri con un cucchiaino e si è privata di 27milioni di euro la legge Smuraglia sul lavoro dei detenuti. E anche in tema di responsabilità civile dei magistrati c’è stato un totale immobilismo».

Crede che con il prossimo governo, di qualsiasi colore esso sia, ci sarà una svolta?

«Temo di no perché nel nuovo Parlamento non ci saranno i Radicali e perché non vedo persone disposte a portare avanti una campagna di civiltà e libertà per un sistema carcerario rispettoso della dignità umana. La politica non mi sembra in grado di opporre a movimenti“giustizialisti”come quelli di Grillo e Ingroia una cultura liberale ossequiosa del principio della presunzione di innocenza».

Twitter: @mercantenotizie