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Tag: Giorgia Meloni



Matteo_Salvini_-_Trento_2015Comprensibilmente delusi, ma pronti a capitalizzare pro domo loro quello che considerano comunque un risultato “straordinario”. I lepenisti d’Italia – da Matteo Salvini e Giorgia Meloni fino a Gianni Alemanno e Francesco Storace – hanno seguito con grande attenzione le notizie che arrivavano dalla Francia. La vittoria del centrista Emmanuel Macron era scontata, ma il 34 per cento circa raccolto dalla leader del Front National ringalluzzisce a suo modo il fronte sovranista di casa nostra. “Grazie Marine Le Pen – twitta il segretario della Lega – chi lotta non perde mai”. E anche la presidente di Fratelli d’Italia gioca in contropiede. “In Francia ha vinto la paura di ribellarsi allo status quo, la paura di tornare padroni delle proprie scelte – ha scritto l’ex ministra della Gioventù su Facebook -. I francesi hanno scelto il volto rassicurante del candidato del sistema” ma il dato raccolto dalla Le Pen “resta straordinario” e “sarà la base sulla quale nascerà il nuovo movimento sovranista francese”.

Per seguire lo spoglio Alemanno e Storace, rispettivamente segretario e presidente del Movimento nazionale per la sovranità, hanno invece riunito i militanti in un noto ristorante della Capitale. Nonostante la sconfitta, dicono l’ex sindaco di Roma e l’ex governatore del Lazio, il risultato della Le Pen “è un monito per il Centrodestra italiano a ritrovare l’unità partendo dalle idee sovraniste”. Linea sulla quale Forza Italia, che si era schierata col repubblicano François Fillon, sembra al momento non concordare pienamente (salvo rare eccezioni come Daniela Santanché). Berlusconi ha chiarito, in un’intervista a La Stampa, che “la signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre, anche se rappresentano sensibilità e stati d’animo diffusi in larghi strati della popolazione, non solo in Francia ma in tutta l’Europa”. E anche sull’euro, che Salvini e gli altri vorrebbero abbandonare, “la nostra soluzione, sostenuta da molti validi economisti, prevede il suo mantenimento soprattutto per le esportazioni e le importazioni e il recupero parziale della nostra sovranità monetaria con l’emissione di una seconda moneta nazionale, con tutti i vantaggi che questo comporterebbe”, ha messo ancora a verbale il Cavaliere.

Per Alemanno però i margini per costruire un percorso comune ci sono. I pilastri su cui deve fondarsi quello che l’ex primo cittadino, parlando con La Notizia, definisce un “sovranismo responsabile e di Governo” sono “l’interesse nazionale e l’uscita dalla crisi economica”. L’ultimo Governo Berlusconi – ricorda ancora Alemanno – “è stato destituito da un colpo di Stato di Bruxelles e Quirinale”, quindi “senza cedere” il Centrodestra deve portare avanti una “battaglia con l’Europa” e con “una Germania che non è disposta a fare compromessi ma che va affrontata a viso aperto”. Certo, “puntare all’unità è l’obiettivo, ma non deve essere un obbligo. Ci vuole coerenza. Berlusconi? Sa anche lui che l’accordo con Renzi è sconveniente oltreché impraticabile: si rischia di consegnare la vittoria nelle mani dei 5 Stelle”. Insomma, trovare la quadra non sarà cosa facile. Tutto starà alla reale volontà degli attori in scena. Vedremo.

Articolo scritto l’8 maggio 2017 per La Notizia






È quanto emerge dai dati pubblicati dal ministero dell’Interno. Che documentano come le quote rose siano minoritarie nelle amministrazioni degli enti locali. Solo il 13,6% guida un comune contro l’86,4% dei colleghi uomini. Forbice pronunciata anche tra vice-sindaci, consiglieri e assessori. Maglia nera a quattro regioni: in Basilicata, Calabria, Trentino-Alto Adige e Umbria nessuna prima cittadina nei centri con più di 15 mila abitanti

sindaci-675È proprio vero: l’Italia non è un Paese per donne. Soprattutto in politica. A dirlo non sono solo la viva voce di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi, che hanno “consigliato” alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, di non correre per il Campidoglio perché “una mamma non può fare il sindaco”. O la parole pronunciate dall’0rmai ex candidata del Movimento 5 Stelle (M5S) a primo cittadino di Milano, Patrizia Bedori. “Mi avete chiamato casalinga, disoccupata, grassa e brutta”, ha scritto su Facebook attaccando frontalmente alcuni ex esponenti del M5S. A rivelarlo, invece, sono i dati messi nero su bianco dal Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del ministero dell’Interno. Che periodicamente analizza la presenza maschile e femminile nelle amministrazioni locali. Con risultati tutt’altro che incoraggianti per il ‘gentil sesso’.

SINDACHE CERCASI – Gli ultimi numeri a disposizione sono datati 8 marzo 2016, giorno della ‘Festa della donna’. Ma, come detto, c’è poco da festeggiare. Per capirlo basta un solo dato: su 7.684 sindaci italiani solo 1.048 sono donne. Appena il 13,6%. Insomma, poco più di una su dieci. I primi cittadini uomini, al contrario, sono 6.636. Cioè l’86,4%. In particolare, nei centri con una popolazione fino a 15 mila abitanti, i sindaci di sesso maschile sono 6.036, quelli di sesso femminile 982. In quelli con popolazione superiore a 15 abitanti, invece, ai 600 sindaci uomini si contrappongono appena 66 sindache. E anche quando si parla dei vice-sindaci, 4.448 in totale, i numeri non sorridono alle donne. Che sono 1.067 contro 3.381 uomini. Ovvero il 24% contro il 76%.

STESSA MUSICA – Il leitmotiv è lo stesso anche quando si parla delle altre cariche. Prendiamo per esempio gli assessori comunali. In totale, in Italia se ne contano 18.089. Le donne? Sono soltanto 6.442 (il 35,6%) contro gli 11.647 colleghi uomini (il 64,4%). Poi ci sono i presidenti dei consigli comunali. Stavolta, lo squilibrio è ancora più forte rispetto ai casi elencati finora. Infatti, solo 260 dei 1.185 vertici degli organi di indirizzo e controllo politico-amministrativo locale censiti sono di sesso femminile. Tradotto in percentuale significa il 22%, contro i 925 di sesso maschile (il restante 78%). Infine, ci sono i consiglieri comunali: dei 71.599 totali (50.273 nei comuni con popolazione fino a 15 mila abitanti e 3.064 negli altri), le donne sono il 33,6% (24.083) e gli uomini il 66,4% (47.516).

GIRO D’ITALIA – Ma il Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del Viminale ha pubblicato anche le statistiche suddividendo la presenza della ‘quote rosa’ nelle varie regioni dello Stivale. Ne consegue che in Basilicata, in Calabria, in Trentino-Alto Adige e in Umbria – nei comuni con popolazione superiore a 15 mila abitanti – la casella dei sindaci donne è ferma azero. Non se la passano meglio nemmeno Campania (3 prime cittadine donne contro 65 uomini), Sicilia (2 contro 59), Toscana(7 contro 46), Abruzzo (una contro 15) e Friuli-Venezia Giulia (una contro 10). Anche in Emilia-Romagna il rapporto è alquanto squilibrato: 45 sindaci di sesso maschile e appena 8 di sesso femminile (il 15%). Stesso discorso pure nel Veneto amministrato dal leghista Luca Zaia, dove le sindache sono il 18,5%: appena 10 contro i 44 colleghi uomini.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)






La norma, contenuta nel provvedimento che stanzia risorse per riqualificare la Capitale, affida la gestione dei fondi al presidente del Consiglio. E a nessun altro. Bocciato dall’Aula della Camera un emendamento di Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia) che chiedeva il coinvolgimento del sindaco nelle decisioni. Opposizioni all’attacco. Lombardi (M5S): “Si rischia uno scontro istituzionale senza precedenti se sarà eletto uno dei nostri”. Zaratti (Sel): “Scelta incomprensibile”. Civati (Possibile): “È la logica dell’uomo solo al comando”  

renzi-675C’è chi parla di “deriva plebiscitaria”, chi di “centralismo antidemocratico” e chi, addirittura, paventa il rischio di “uno scontro istituzionale senza precedenti”. Il pomo della discordia sono i 159 milioni di euro (94 per l’anno 2015 e i restanti 65 per il 2016) che il cosiddetto ‘decreto Giubileo’ stanzia tramite un fondo per “la realizzazione di interventi” volti a riqualificare Roma durante l’anno santo straordinario indetto da Papa Francesco. Con particolare riferimento alla mobilità, al decoro urbano e alle periferie. A decidere come verranno spesi i soldi, dice il provvedimento, saranno “uno o più decreti del presidente del Consiglio dei ministri”. Tradotto: solo Matteo Renzi avrà voce in capitolo sulla questione. Mentre saranno esclusi dalla partita il commissario straordinario, Francesco Paolo Tronca, e il nuovo sindaco di Roma, che sarà eletto in primavera. Una circostanza singolare, secondo le opposizioni. Che non a caso hanno cercato di invertire la rotta. Un emendamento presentato dal deputato Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), il quale chiedeva che le risorse fossero ripartite “di concerto” con il primo cittadino della Capitale, è stato però bocciato dall’aula di Montecitorio. A favore della modifica, insieme al partito di Giorgia Meloni, hanno votato anche Forza Italia, Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Sinistra italiana e Alternativa Libera-Possibile. Ma i 158 voti raccolti non sono serviti a farla passare.

QUI COMANDO IO – “Lo reputo un fatto molto grave”, dice Rampelli, “perché dopo la cacciata di Ignazio Marino il governo ha deciso di lasciare al loro posto i presidenti dei municipi e nominare un commissario straordinario, salvo poi scavalcarli completamente nel momento di decidere come e per cosa stanziare questi soldi. Trovo incompressibile – prosegue – che a decidere di un’amministrazione comunale sia il presidente del Consiglio. È l’ennesima testimonianza della deriva plebiscitaria alla quale stiamo andando incontro”, conclude Rampelli. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il M5S. “Oltre al fatto che la cifra stanziata è risibile e arriva con grave ritardo – attacca la deputata Roberta Lombardi – Renzi ha pensato bene di non dare voce al sindaco, espressione del voto popolare, ma di proseguire lungo la strada del centralismo antidemocratico. Roma ha 1,2 miliardi di disavanzo ai quali vanno aggiunti una serie infinita di debiti fuori bilancio con cui il prossimo primo cittadino si troverà a fare i conti. Si rischia uno scontro istituzionale senza precedenti, soprattutto se sarà eletto un sindaco espressione del M5S o delle altre forze di opposizione”.

ONERI E ONORI – “L’impressione è che Renzi voglia scaricare sui sindaci solo gli oneri lasciando per sé gli onori, e quanto previsto dall’articolo 6 del ‘decreto Giubileo’ non è che l’ultima dimostrazione”, spiega Filiberto Zaratti, deputato romano di Sinistra italiana. “È impensabile impegnare dei soldi su questioni come la mobilità, le periferie e il decoro urbano senza ascoltare ciò che ha da dire chi amministra quotidianamente la città – aggiunge –. Non vorremmo che questo fosse il modo per consultare i sindaci amici osteggiando gli avversari”. Per Giuseppe Civati, deputato ex Partito democratico oggi leader di Possibile, “la bocciatura di questo emendamento rientra nella logica dell’uomo solo al comando di matrice renziana, fatta di cambiali in bianco consegnate nelle mani del governo e nella quale gli equilibri costituzionali sono prerogativa di una singola persona. Spero solo – conclude – che alla fine nessuno si lamenti”.

(Articolo scritto il 19 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Guido CrosettoC’è una data che fa da spartiacque nella carriera politica di Guido Crosetto: il 6 dicembre 2012. Giorno in cui, ospite di “Omnibus” su La7, l’ex sottosegretario alla Difesa esce di scena a puntata in corso. «Non ho più niente da dire e non voglio continuare a parlare del vuoto», afferma prima di lasciare lo studio. «Alle parole ho preferito i fatti, e nelle settimane successive me ne sono andato dal Pdl», dice contattato da “Il Punto”.

Dopo la fuoriuscita dal Pdl, insieme a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, è nato Fratelli d’Italia. Qualcuno l’ha definita «il Renzi del centrodestra». Si sente così?

«No, mi sento una persona normale che ha voglia di un centrodestra normale. E che pensa che ci sia “l’altro modo” di essere di centrodestra. Quello che avrebbe dovuto essere il Pdl, un partito che anche grazie alle bordate mie e di Giorgia (Meloni, ndr) sta cercando di cambiare rotta. Oltre alla necessità di mettere in lista persone che rappresentino il territorio, ci sarebbe bisogno di un progetto politico chiaro e di una maggiore democrazia interna».

I detrattori del suo movimento hanno sottolineato l’assenza di un orizzonte politico…

«Noi siamo di centrodestra, non rinneghiamo la nostra posizione politica. Nel Pdl sia io che la Meloni e La Russa avremmo avuto i primi posti nelle rispettive Regioni, ma abbiamo preferito fare una scelta di dignità. A differenza di altri, che prima si fanno eleggere e poi fondano i partiti, noi tre abbiamo deciso di giocarci la nostra scommessa prima».

Siete comunque in coalizione con il Pdl…

«Guardiamo al Pdl ma siamo alternativi al Pdl. Se il partito ha perso il 20% dei consensi un motivo ci sarà. Noi dobbiamo essere un riferimento credibile per i moderati italiani, da quelli che hanno votato Renzi alle primarie del Pd a quelli che una volta sceglievano Alleanza nazionale».

La Russa ha parlato di un «4% certo» e di una «potenzialità del 14%». Secondo lei dove potete arrivare?

«È un problema che non mi sono posto. Mi sono preso delle responsabilità e sono cosciente del fatto che potrei non essere eletto. Ma non è ciò che mi interessa. Piuttosto, intendo concentrarmi sul progetto».

Nel frattempo, per rendere possibile l’apparentamento in Lombardia, Maroni vi ha chiesto di cambiare nome: «Optino per il solo “Centrodestra nazionale” o lo mutino in “Fratelli di Lombardia”. In caso contrario, valuteremo il da farsi». Cosa farete?

«Dovremmo utilizzare “Fratelli d’Italia per la Lombardia”. Credo comunque che il problema non sia semantico. Quando si decide di correre insieme lo si fa sulla base dei programmi, delle persone e delle scelte. Sia io che Giorgia Meloni conosciamo bene Maroni con il quale, anche in tempi non sospetti, abbiamo condiviso molte battaglie. Nell’anno di governo tecnico sono stato uno dei pochi a votare con la Lega contro Monti. È più facile che “Bobo” si trovi d’accordo con me che con molti del Pdl…».

È rimasto sorpreso dal dietrofront del segretario leghista? Ad un certo punto il rapporto fra Pdl e Carroccio sembrava inconciliabile…

«No, perché c’è la necessità di rappresentare un elettorato con delle idee diverse. In questo senso mi fa piacere che il Pdl si stia “convertendo” alle battaglie che ho portato avanti contro la politica del governo Monti».

Di recente lei ha manifestato una certa simpatia per Oscar Giannino, arrivando ad indicarlo come il possibile candidato premier del vostro movimento. Ha ricevuto risposta?

«Oscar è mio amico da anni, mi dispiace vederlo fuori del centrodestra. Bisogna unire le idee senza farsi dividere da Berlusconi: il centrodestra deve esistere oggi e dopo il Cavaliere. Lui, per ora, ha deciso di portare avanti una battaglia solitaria».

Cosa pensa della “salita in politica” di Monti?

«Me lo aspettavo, personalmente non l’ho mai considerato un “tecnico”. L’errore commesso è stato quello di dare troppo potere ad una persona da cui non si avevano garanzie di reiterata imparzialità. Ha solo fatto vedere chi è veramente».

(A fine intervista domando a Crosetto se ha visto la puntata di “Servizio Pubblico” alla quale è stato ospite Berlusconi. Mi risponde: «L’ho sentito dopo la trasmissione. Gli ho detto: “I coglioni non sono una cosa che si comprano al supermercato. Hai dimostrato di averli, ma non mi stupisce”»).

Twitter: @mercantenotizie






Il segretario de La Destra Francesco Storace lancia la sua candidatura alla Regione. «Diamo vita ad un centrodestra unitario, evitiamo gli errori del passato. Io e la Polverini contro? Solo senza un’alleanza comune, ma sarebbe una pazzia. Punterò su sanità, economia e agricoltura»

Il leader de La Destra si candida alla guida della Regione LazioFrancesco Storace è pronto a rilanciare la Regione Lazio. Non sarebbe la prima volta, visto che il segretario de La Destra ha già ricoperto l’incarico di governatore dal 2000 al 2005. «Però stavolta serve la volontà di creare un centrodestra unitario, evitiamo di ripetere l’esperienza siciliana», dice lui dal suo ufficio della Pisana all’indomani della manifestazione di domenica a Roma, che ha mobilitato quasi duemila sostenitori.

Storace, lei ha lanciato la sua candidatura alla guida della Regione Lazio. È pronto? 

«Sì, e sono molto rispettoso delle scelte che dovremo fare come centrodestra. Spero che quest’ultimo si manifesti, ciò vale sia a livello locale che nazionale. Non ho intenzione di ripetere l’esperienza siciliana, dalla quale abbiamo capito che schierando due candidati si va incontro alla sconfitta. Se si decide di creare uno schieramento unitario e c’è un candidato che è più accreditato di me nei sondaggi ne parliamo, altrimenti ognuno fa la sua corsa. Scegliendo una “scartoffia” la sinistra vince».

Lei ha definito Renata Polverini «una combattente che tutti devono rispettare». Eppure la ex governatrice, che nei giorni della bufera disse che «sicuramente » non avrebbe più governato il Lazio, pare stia pensando al “ritorno in campo”. Da alleati a possibili sfidanti? 

«Si tratta di uno scenario che potrebbe manifestarsi senza un’alleanza unitaria, ma sarebbe una pazzia. La Polverini va rispettata, non trovo giusto quanto si dice di lei nei corridoi della Pisana. Però non credo che attualmente sia messa meglio nei sondaggi. Io le dissi che la cosa più giusta, una volta rassegnate le dimissioni, sarebbe stata quella di indire subito le elezioni proponendo la sua candidatura. Lei mi rispose che non voleva più sentir parlare della Regione…».

In caso di successo da dove ripartirebbe il Lazio di Storace? 

«Dalla sobrietà in politica. Vede, il problema non sono solo le auto blu. Ad esem pio bisogna intervenire sugli enti e sulle società della rete. Personalmente, ricondurrei la responsabilità di gestione ad un amministratore unico in modo che sia più facile operare un controllo. Non serve una pletora di persone che accontenti o scontenti il politico che le ha segnalate».

Poi c’è la questione della sanità… 

«Insieme al sociale, all’economia e al rapporto con l’Europa. Per quanto riguarda la sanità va operata una netta inversione di tendenza. Io mi pongo il problema del risparmio, anche se è una follia pensare che la salute sia un costo e non un diritto. Oggi però il peso della spesa ospedaliera grava sulla Regione. Noi dobbiamo fare in modo che sul territorio il cittadino trovi lo strumento sanitario che eviti il ricorso alla cura ospedaliera. Si metterebbe in moto un meccanismo virtuoso che garantirebbe un abbattimento dei costi. Prima di essere “azzoppato” dal Lazio-gate proposi il piano per l’apertura di 100 ambulatori sul territorio. Quello del disavanzo è stato un problema comune a tutti i governatori che si sono succeduti in questi anni, da Badaloni alla Polverini. Ora è arrivato il momento di dire basta alle polemiche e di costruire la sanità di domani. E poi punterei molto sull’agricoltura…».

Perché? 

«Perché va rimessa in moto, e non escludo di ragionare su una delega presidenziale in tal senso. L’investimento nel campo dell’agricoltura è proficuo: ha un costo minore rispetto ad altri campi e garantisce vantaggi maggiori. Ci sono, infine, la cultura e il turismo. Settori che, con l’oculato utilizzo dei fondi europei, possono essere un volano importante per la ripresa».

Sia lei che Teodoro Buontempo, nella convention di domenica scorsa a Roma, avete parlato con toni non certo esaltanti dei vostri ex colleghi di An. Cosa pensa dell’atteggiamento che continuano a tenere i vari Gasparri, La Russa, Matteoli…? Pare che uno dei tre, ma non le dico chi, non sia molto contento della sua candidatura…

«Noi dobbiamo fare contenti i cittadini, non i partiti. È ovvio che ci possano essere delle preferenze, ma noi non vogliamo dare vita ad un centrodestra choosy. Domenica, alla nostra manifestazione, c’erano entusiasmo e passione per la ricerca di un punto di riferimento. È inutile starsi ad attardare. Il discorso di Buontempo è stato molto duro: noi pretendiamo rispetto per chi ha fatto per cinque anni una traversata nel deserto, andando contro chi oggi si sta invece interrogando sulla propria rifondazione. Se si vuole ricostruire un centrodestra vero ci deve essere la convergenza di tutti, nessuno escluso».

L’unica che si batte per cambiare le cose è Giorgia Meloni… 

«È curioso che chi sta nel Pdl pensi ad altro, magari sostenendo ancora Berlusconi. Se uno esce dal partito perché il Cavaliere torna in campo poi non può creare una lista satellite che lo appoggi. Sarebbe un controsenso. Noi siamo più liberi di decidere se sostenere o meno Berlusconi, dipende dalle idee e dai programmi. Credo comunque che il percorso di Giorgia sia molto più coerente rispetto a quello di La Russa e Gasparri. A me lei piace molto come soggetto politico: mi permetto di suggerirle un approccio meno pesante nei confronti del leader del Pdl perché lei potrebbe essere un’alternativa importante alla sinistra nei prossimi anni».

Nel frattempo, dopo le critiche aspre, sembra essere tornato il sereno fra lei e Alemanno. «Storace è una persona con cui mi auguro si possano trovare le convergenze programmatiche e politiche sia al Comune che alla Regione», ha fatto sapere il sindaco di Roma… 

«Ad Alemanno chiedo che le cose cambino prima di tutto in termini di contenuti. Si riuscirà a trovare la quadra? Lo vedremo. Se ci sarà la buona volontà gli ostacoli saranno superati, altrimenti si resterà così come si è adesso. A differenza di altri io non sono ossessionato dal potere. Sono stato presidente di Regione e ministro della Sanità, ma una volta lasciati gli incarichi non ho perso tempo a piangere. Ho ricominciato dal territorio e la gente mi ha votato. Questa è la cosa di cui vado più fiero».

Ultima domanda: Berlusconi fa bene a ricandidarsi? 

«Aspettiamo di capire bene cosa vuole fare veramente, la politica ci ha abituati a continui colpi di scena. Però viene da domandarsi quale sia l’alternativa. Nel Pdl il dopo-Berlusconi può essere deciso solo con il consenso del Cavaliere».

Twitter: @mercantenotizie






C’è un’immagine che spopola negli ultimi giorni sui social network. In questa sono presenti tutti i candidati alle primarie del Pdl (Alfano, Crosetto, Meloni, Samorì, Santanchè…) con il volto di Berlusconi. E sotto uno slogan: «Oppure Silvio». È ormai chiaro che il Popolo della Libertà sarà guidato ancora dal suo fondatore. Il Cavaliere, malgrado i continui passi di lato, non ha intenzione di lasciare il campo a nessuno. Compreso Alfano. Che negli ultimi giorni ha ovviamente visto il suo progetto sbriciolarsi in mille pezzi. Mercoledì scorso, giorno in cui il tema delle primarie ha tenuto banco nella tensione generale, il segretario ha telefonato al collega di partito Crosetto, anch’egli in corsa per la guida del partito. «Guido dimmi, cosa devo fare?», ha chiesto Alfano all’ex sottosegretario alla Difesa. Un episodio singolare, sintomo della confusione che impera nel partito. «Non direi singolare, nel Pdl sono tutti allo sbando», rivela un ex componente del partito che ha assistito al colloquio fra i due esponenti. «Cosa farà Berlusconi? Prenderà il Pdl e ne cambierà il nome per provocare la scissione di una parte del gruppo dirigente (gli ex An, ndr). Sarà una separazione “provocata”», aggiunge ancora la nostra fonte. Ma è analizzando le sette parole chiave pronunciate da Alfano un anno e mezzo fa che si capisce il fallimento degli obiettivi prefissati.

Onestà. Quando fu nominato segretario, per «acclamazione», Angelino Alfano pronunciò una frase che scosse i più: «Dobbiamo lavorare perché il Pdl diventi un partito degli onesti. E visto che è un nuovo inizio, va detto che non tutti lo sono». Ma da un anno a questa parte le cose non sembrano essere cambiate granché. I casi Fiorito e Zambetti hanno aggravato ancora di più la situazione, andando ad ingolfare le fila di indagati e condannati del Pdl. L’ex capogruppo alla Regione Lazio è in carcere con l’accusa di aver «distratto» dalle case del partito ingenti somme di denaro, episodio che ha provocato le dimissioni della governatrice Renata Polverini. L’ex assessore alla Casa della Regione Lombardia, invece, avrebbe pagato 200mila euro alla ‘ndrangheta in cambio di un pacchetto di 4mila voti risultati decisivi per la sua elezione alle Regionali del 2010 (Zambetti raccolse in totale 11.217 preferenze). Al Pirellone fra gli indagati, che superano le dieci unità, ci sono anche Franco Nicoli Cristiani, Guido Bombarda (che già nel 2004 era finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione e truffa ai danni dell’Unione europea) e Massimo Ponzoni, tutti Pdl.

Sanzioni. Che non ci sono. Perché, strano ma vero, né Fiorito né Zambetti sono stati ancora espulsi dal Pdl. «Er Batman de Anagni» è stato sospeso, ma risulta ancora un componente del partito. Questo perché i Probiviri non si sono ancora riuniti. Pare che i 9 componenti del “tribunalino” aspettino che Fiorito esca dal carcere per ascoltarlo e prendere una decisione definitiva. Stesso discorso vale per Zambetti. Eppure Alfano ha recentementefatto sapere che «ladri, rubagalline, malfattori e gaglioffi» sarebbero stati «cacciati» dal Pdl. Promettendo «tolleranza zero». Ma i buoni propositi sono rimasti parole.

Merito. C’è un solo modo affinché questo permei il Pdl e la restante parte della politica italiana: la riforma della legge elettorale. Lasciare le cose come stanno, costringendo i cittadini a tornare alle urne e votare per la terza vota con il “Porcellum”, sarebbe un gravissimo errore. Non per i partiti, ovviamente. Se la legge Calderoli non fosse modificata almeno in parte Berlusconi potrebbe fare repulisti, inserendo nel listino bloccato i fedelissimi ed “epurando” i dissidenti. Un altro fallimento di Alfano che, insieme a Bersani e Casini, è da più di un anno all’opera per cambiare il sistema di voto. Senza ottenere risultati concreti.

Partecipazione e passione. Il Pdl è scivolato nei sondaggi, e oggi oscilla fra il 15 e il 18%. Un crollo verticale, se si pensa che alle elezioni del 2008 la formazione sfiorò il 40%. Le lotte intestine fra gli ex An e gli ex forzisti hanno fatto disinnamorare l’elettorato, facendo perdere al Popolo della Libertà qualsiasi capacità di coalizione. Lo testimoniano le «sberle» – tanto per utilizzare l’espressione usata dai leghisti dopo la disfatta alle Amministrative del 2011 – prese sul territorio fra lo scorso anno e quello in corso (vedi il caso-Sicilia). Oggi sono in pochi quelli che sceglierebbero di rivotare per Berlusconi, a meno che non si torni al passato rifondando Forza Italia e rompendo con la componente più a destra del partito.

Regole e primarie. Il partito è spaccato fra chi le vuole – l’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni e il sindaco di Roma Gianni Alemanno su tutti – e chi invece le reputa inutili, credendo che la rinascita debba passare da Berlusconi. Certo è che, mentre il Partito democratico porta oltre tre milioni di persone alle urne, il Pdl si avvita su se stesso provocando ulteriore malumore fra i votanti. E pensare che c’era chi, come Gaetano Quagliariello, avrebbe voluto che le primarie fossero «regolate per legge».

Twitter: @mercantenotizie






Primarie sì, primarie no. Primarie forse. Nel Pdl che sta ancora digerendo la nuova “discesa in campo” di Berlusconi, c’è chi chiede a gran voce che la scelta del candidato premier avvenga attraverso la consultazione degli elettori. «Noi siamo per farle a tutti i livelli, ma nel momento in cui Berlusconi si candida si possono serenamente evitare», ha dichiarato il segretario Angelino Alfano. Proprio lui, che sembrava ormai essere diventato a tutti gli effetti il leader giovane e capace del partito: quello che dialoga con Monti, Bersani e Casini. Colui che avrebbe dovuto riporre nel cassetto l’immagine sbiadita del Cavaliere, provato dall’ultima legislatura finita come ben sappiamo, e ridare anima e corpo al Pdl. Ora però il consiglio che viene dato agli eventuali sfidanti è quello di fare un passo indietro: il rischio è di finire schiacciati sotto il peso (politico) dell’ex premier. Analizzando lo scenario, sorge però spontanea una domanda: siamo sicuri che le cose stiano davvero così? L’elettorato del Pdl è realmente convinto che senza Berlusconi il partito sia destinato all’ecatombe? Ecco, forse è arrivato il momento di scoprirlo. Non è un caso che sia la fronda degli ex An – quella che, agli occhi dei più, sembra ormai prossima all’epurazione – a fare quadrato affinché le primarie si svolgano lo stesso: da Gianni Alemanno a Giorgia Meloni, passando per Andrea Augello e Franco Frattini. Quest’ultimo, dicono i ben informati, pare abbia posto al centro del suo impegno politico la costruzione della famigerata «casa dei moderati». Ad oggi impossibile, vista la chiusura del leader dell’Udc Casini dovuta proprio al nuovo corso aperto dal Cavaliere. Certo, il blocco dei discendenti del Movimento sociale non è del tutto compatto. Basti pensare a quanto dichiarato dall’ex ministro Altero Matteoli (leggi l’intervista a pag. 24), da sempre contrario a questo meccanismo che considera «come una fuga dei partiti dalle proprie responsabilità». Convinti che le primarie siano un passaggio necessario sono anche i “formattatori”. I quali, appresa la notizia che Berlusconi avrebbe abbandonato il ruolo di “padre nobile” del Pdl, si sono subito affrettati a dargli il benvenuto fra i candidati al volere popolare. Loro non l’hanno presa per niente bene. Anche perché, hanno fatto sapere, «al di là dall’essere “antiche” o “obsolete”, (le primarie) sono state approvate dall’ufficio di presidenza appositamente convocato lo scorso 8 giugno, il cui documento finale è stato sottoscritto da tutti i dirigenti di partito presenti all’incontro. Hanno già smacchiato la loro firma dal documento?». In questo senso dovrebbe essere proprio Berlusconi a dare un segnale, convocando le primarie e dimostrando a tutti che è ancora lui il leader, senza «se» e senza «ma», della sua creatura. Quella a cui – sempre per singola volontà – ha dato vita in una fredda domenica d’inverno del 2007 a piazza San Babila, con il famoso annuncio del “Predellino”. Il cerchio si è chiuso e, come il gioco dell’oca, si è tornati al punto di partenza. Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. Dunque Silvio si muova in questa direzione. O ha paura di uscire sconfitto?

Twitter: @GiorgioVelardi