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Archivi - settembre, 2012



L’Associazione Openpolis monitora l’attività di deputati e senatori e permette ai cittadini di essere sempre informati su quanto realmente prodotto dagli oltre 900 parlamentari italiani. Di Pietro primeggia fra i leader di partito davanti a Casini, Alfano, Maroni e Bersani. Male i “big”, quasi tutti con un basso indice di produttività. Mentre si moltiplicano i cambi di casacca: a pagare dazio soprattutto il Pdl

«La legge elettorale verrà a questo punto e con ogni probabilità riformata in Parlamento a maggioranza». In mezzo allo stallo che vige da mesi intorno al cambiamento del sistema di voto, uno degli assi portanti del dibattito politico, è il segretario del Pri Francesco Nucara ad indicare la strada maestra. Malgrado le buone intenzioni, serpeggia la paura – fra gli elettori, più che tra le forze politiche – che alla fine si tornerà a votare con il “Porcellum”. Sarebbe la terza volta, potrebbe non essere l’ultima. Ma chi sono i «nominati» che finora hanno lavorato meglio e quali, invece, quelli che hanno fatto peggio? E i partiti? Quali di quelli presenti in Parlamento hanno perso più membri dall’inizio dell’attuale legislatura? L’associazione Openpolis, che si autodefinisce un «osservatorio civico della politica che analizza quotidianamente i meccanismi complessi che muovono l’Italia», promuove l’open government e permette ai cittadini di essere costantemente informati sull’attività degli oltre 900 parlamentari che compongono Camera e Senato.

SECCHIONI E FANNULLONI - Antonio Borghesi (Idv) e Gianpiero D’Alia (Udc). Non saranno fra i parlamentari più conosciuti, eppure sono quelli che alla Camera e al Senato fanno registrare il più alto indice di produttività, calcolato sulla base di criteri che verificano quanto una data attività sia stata effettivamente produttiva. «Andiamo a vedere che fine hanno fatto gli atti presentati dal parlamentare, quanti sono stati discussi, votati o diventati legge, quanti, invece, sono rimasti solo intenzioni», si legge su www.openpolis.it. Insomma: non serve scaldare la poltrona ma “fare”. Nella top ten alla Camera compaiono Franco Narducci (2°), Pier Paolo Baretta (3°), Maria Antonietta Farina Coscioni (6°), Roberto Zaccaria (9°) e Maurizio Turco (10°) del Partito democratico, Donato Bruno (4°), Manlio Contento (7°) ed Edmondo Cirielli (8°) del Pdl e Stefano Stefani (5°) della Lega Nord. I big di partito hanno invece andamenti molto differenti. Al 16° posto della radicale Rita Bernardini si alterna il 156° del capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, così come alla 41esima posizione dell’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd) si contrappone la 496esima occupata dal suo collega di partito Massimo D’Alema. In altre faccende affaccendati, quasi tutti i pezzi grossi di Montecitorio navigano nei bassifondi. Rosy Bindi è 425esima, Walter Veltroni 457esimo, Giuseppe Fioroni occupa la posizione numero 510 e Giovanna Melandri la 551. Va un po’ meglio all’ex segretario Dario Franceschini e ad Enrico Letta (vice di Bersani alla guida del Pd), che sono rispettivamente al 255esimo e al 267esimo posto. Sul fronte opposto, quello del Pdl, l’andazzo è simile. Renato Brunetta è “solo” 367esimo, Mara Carfagna 494esima, Raffaele Fitto 533esimo, Michela Vittoria Brambilla 567esima, Denis Verdini 616esimo e Niccolò Ghedini (avvocato di Silvio Berlusconi) addirittura 621esimo. Anche in questo caso non mancano le “mosche bianche”. Jole Santelli, vicecapogruppo alla Camera del partito, è 56esima, mentre Giorgio Jannone (presidente della Commissione di controllo sulle attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale) è 85esimo. Tra le varie formazioni spicca l’attivismo dell’Italia dei valori. Molti dei deputati del partito di Antonio Di Pietro – che alla Camera conta 20 seggi – sono fra le prime cento posizioni. Il responsabile giustizia Federico Palomba è 37esimo, Fabio Evangelisti 47esimo e Francesco Barbato 92esimo. Al Senato, invece, alle spalle di D’Alia c’è Carlo Vizzini (Udc), presidente della commissione Affari costituzionali. Fra i “diligenti” di Palazzo Madama c’è un folto gruppo del Pdl formato da Lucio Malan (3°), Filippo Berselli (6°), Antonio D’Alì (7°), Antonio Azzolini (8°) e Giampaolo Bettamio (9°), a cui si uniscono i democratici Felice Casson (4°) e Stefano Ceccanti (5°) e il leghista Massimo Garavaglia (10°). E i pezzi da novanta? Nel Pdl Maurizio Gasparri è 95esimo, Altero Matteoli 158esimo, Gaetano Quagliariello 245esimo, Maurizio Sacconi 267esimo e Carlo Giovanardi 295esimo. Nel Pd spiccano i nomi di Enzo Bianco (20°) e di Anna Finocchiaro (76°); nell’Idv sono invece Luigi Li Gotti (12°), Elio Lannutti (17°), Pancho Pardi (34°) e Felice Belisario (43°) i più “produttivi”.

L’HIT PARADE DEI LEADER - A ridosso delle prime dieci posizioni alla Camera dei deputati c’è Antonio Di Pietro (11°), presidente dell’Italia dei valori. L’ex pubblico ministero è il primo, fra i leader di partito, ad occupare un posto così alto in graduatoria, grazie ad un indice di produttività di 681.0. Molto più staccati i segretari di Pd, Pdl, Udc e Lega Nord. I dati, aggiornati al 13 settembre 2012, vedono Pier Ferdinando Casini 268esimo, con un indice di produttività di 168.8, malgrado un numero di presenze – che si riferiscono alle votazioni elettroniche che si svolgono alla Camera e al Senato dall’inizio della legislatura – superiore a quello di Di Pietro (58,48% contro 46,20). Bisogna invece scendere di oltre duecento posizioni per trovare Angelino Alfano. Erede designato di Silvio Berlusconi alla guida del Popolo della Libertà, anche se ancora relegato nelle retrovie, l’ex ministro della Giustizia occupa la casella numero 471. Quasi sempre in “missione” (69,76%), Alfano ha un indice di presenze molto basso, appena il 10,98%. Non va meglio a Roberto Maroni, successore di Umberto Bossi a capo della Lega Nord. Il «rottamatore» del Carroccio è 503esimo, con una percentuale impressionante di missioni (82,49%), un bassissimo numero di presenze (6,38%) e un indice di produttività di appena 93.6. Il cucchiaio di legno, per dirla in termini rugbistici, spetta però al segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, solo 518esimo su 630 alla Camera: 70,01% le assenze, 85.7 l’indice di produttività.

EMORRAGIA PDL - Ottanta parlamentari in meno dall’inizio della legislatura. A tanto ammonta il deficit – ma la si potrebbe tranquillamente definire “emorragia” – del Pdl, che dal 2008 ad oggi ha perso ben 64 deputati e 16 senatori. Come lui nessuno mai, alla luce del fatto che il Pd ha visto “partire” 11 deputati e 14 senatori (25 parlamentari in totale) e l’Udc addirittura guadagnarne 11 (4 alla Camera e 7 al Senato). Insomma, il partito è ad un bivio: il suo futuro è legato alla decisione di Berlusconi di ricandidarsi o meno in vista delle elezioni del 2013. Il Cavaliere, in base alla nuova legge elettorale che sarà varata (sempre che la si faccia), dovrà decidere come riorganizzare il partito. Basta “traditori” – come scrisse quel famoso 8 novembre 2011 alla Camera su un foglio abilmente immortalato dai fotografi –, stop agli errori fatti in passato. Al Popolo della Libertà è infatti costata cara la diaspora finiana, dopo il noto «che fai, mi cacci?» del presidente della Camera: Fli conta ora 26 deputati (all’inizio erano 40) e 14 senatori (in quest’ultimo caso in coabitazione con l’Api). Ma ad aver voltato le spalle all’ex premier ci sono anche fedelissimi come Gabriella Carlucci, passata all’Udc, e Giorgio Stracquadanio, ultimo in ordine di tempo ad aver abbandonato la nave per aderire al Gruppo Misto. Non vanno poi dimenticati Paolo Guzzanti e Silvano Moffa, uno dei recordman del cambio di casacca nella legislatura 2008/2013: prima Pdl, poi Fli, Gruppo Misto e infine Popolo e Territorio (stesso percorso seguito anche da Barbara Siliquini e Catia Polidori). Va meglio, come preannunciato, al Pd. Fra i nomi noti ad aver lasciato i democrat figurano Paola Binetti, Renzo Lusetti ed Enzo Carra, ora tutti deputati dell’Udc, e Francesco Rutelli, che nel novembre 2009 ha dato vita ad Alleanza per l’Italia (Api). Bilancio in rosso anche per Italia dei valori e Lega Nord. Di Pietro ha dovuto fare i conti con “l’alto tradimento” di Antonio Razzi, Domenico Scilipoti e altri 6 deputati (più 2 senatori, Giuseppe Astore e Giacinto Russo), mentre il Carroccio ha perso pezzi solo al Senato. Dopo lo scandalo che ha portato al totale riassetto dei vertici leghisti la “pasionaria” Rosy Mauro, Lorenzo Bodega e Piergiorgio Stiffoni sono infatti passati al Gruppo Misto. Non mancano poi i “transfughi cronici”. Oltre al già citato Moffa, ecco Americo Porfidia (Idv-Gruppo Misto-Popolo e Territorio-Gruppo Misto), Giampiero Catone (Pdl-Fli-Gruppo Misto-Popolo e Territorio) e Antonio Milo (Gruppo Misto-Popolo e Territorio-Gruppo Misto-Popolo e Territorio) alla Camera, Mario Baldassarri (Pdl-Fli-Gruppo Misto-Api/Fli), Adriana Poli Bortone (Pdl-Gruppo Misto-Api/Fli-Coesione Nazionale) ed Elio Massimo Palmizio (Pdl-Coesione Nazionale-Pdl-Coesione Nazionale) al Senato. Chissà se li rivedremo ancora in Parlamento. In quel caso, il consiglio è uno e uno solo: avere le idee chiare da subito.

Twitter: @GiorgioVelardi            






È diretto e ha le idee chiare, Giulio Sapelli, professore di Storia Economica all’Università degli Studi di Milano e autore de “L’inverno di Monti – Il bisogno della politica”. A Il Punto dichiara: «Fatta eccezione per alcune idee che ha avuto il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, il governo Monti mi ha profondamente deluso. Il problema della crescita si può risolvere aumentando il debito pubblico, non c’è nessun classico dell’economia che afferma il contrario. E se non si abbassano le tasse, nel 2013 in Italia assisteremo alla distruzione sistematica della piccola-media impresa».

Professore, nel suo libro ha scritto che «il nesso fra nazionalizzazione ed internazionalizzazione non si è rafforzato organicamente, ma imponendo l’euro. Una rete che imprigiona tutte le nazioni europee sotto l’usbergo di una banca centrale tedesca piuttosto che europea». Insomma, è stato un fallimento. E non c’è un “piano B”…
«L’euro senza l’unità politica dell’Europa è un fallimento, non c’è dubbio. Quando abbiamo creato la moneta unica senza Stato, cosa mai accaduta in nessuna parte del mondo, eravamo nel periodo di massimo splendore della new economy. Un momento di altissima crescita che sovrastò il resto. In questo modo le asincronie fra unità monetaria e frantumazione politica, e alta produttività tedesca contro bassa produttività soprattutto dell’Europa del Sud, non sono venute alla luce. Appena la crescita del commercio mondiale ha cominciato a diminuire – ed è questo il vero problema al giorno d’oggi, basta guardare i dati di India, Cina, Brasile e Russia –, e la recessione si è abbattuta sull’Europa e sugli Usa, il fatto di avere una moneta unica che impedisce le svalutazioni competitive e la presenza di una banca centrale che non è la Federal Reserve ci ha portato a rimanere intrappolati. Dobbiamo ringraziare alcuni incompetenti dal punto di vista tecnico che hanno copiato lo statuto della Bce da quello della Bundesbank…».

Ha aggiunto che l’epicentro di questa crisi risiede negli intermediari finanziari e quindi nelle banche. Lei ha sottolineato la necessità di una divisione tra quelle d’affari e quelle commerciali…
«Esattamente. In Italia c’è bisogno di ritornare alla legge del 1936, abolendo la riforma Amato e anche quella di Bill Clinton (1999, ndr), che negli Stati Uniti mise la parola fine sul Glass-Steagall Act (la legge bancaria del 1933 che introdusse riforme atte a bloccare la speculazione, ndr). Finché non ci sarà questa divisione non si uscirà dalla crisi finanziaria, perché le banche continueranno a comprare derivati over the counter con i soldi degli ignari depositanti».

Basta conoscerla un po’ per sapere che lei è uno dei primi detrattori del premier Monti. Faccio prima a chiederle se c’è qualcosa che questo governo ha fatto “di buono”...
«Alcune idee che ha avuto il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, come la detassazione al Sud delle assunzioni a tempo indeterminato e la parziale defiscalizzazione di alcune tasse sull’impresa. L’altra faccia della medaglia sono le uscite vergognose della professoressa Fornero, che se avesse operato in un altro Paese, dopo aver messo sul lastrico 350mila famiglie, si sarebbe già dimessa. Per il resto sono profondamente deluso. Ma credo che questo non sia neanche un governo di tecnici: ad esempio Lorenzo Ornaghi, che è un mio caro amico, lo vedo bene a fare qualsiasi cosa meno che il ministro. Se i tecnici sono questi – parlo riguardo la loro competenza – Dio ci salvi da loro».

Si parla da mesi del taglio delle Province. Secondo lei il problema sono le Regioni, che «rappresentano un fallimento istituzionale e finanziario». Perché?
«Lo Stato deve essere fondato sui Comuni. Le Regioni sono un “enfisema polmonare”. Lei si rende conto che la spesa dei ministeri è scesa del 20/25% e quella delle Regioni – anche se ce ne sono alcune virtuose, come Lombardia e Veneto – è aumentata del 150%? Chi dice che il problema sono i Comuni deve vergognarsi. Vuol dire non conoscere per niente come funziona la finanza pubblica».

Qual è la sua “ricetta”?
«Io non sono né un politico né un cuoco, ma un intellettuale. Per cui non ho “ricette”. Ho invece delle idee, e la prima è quella secondo cui in un momento di recessione non si possono aumentare le tasse. Secondo poi, nessun classico dell’economia dice che il debito pubblico è un problema per la crescita. Gli ideologi del sistema non guardano la realtà: il nocciolo della questione è l’assenza stessa di crescita, che si può risolvere aumentando il debito pubblico. Ci sono dei vincoli europei che lo impediscono? Allora va portata avanti una battaglia per cambiarli».

Monti, Merkel e Hollande dovrebbero rileggere Keynes?
«Certamente. Gli economisti più attuali sono lui e Minsky, che fra l’altro ha vissuto a lungo in Italia. A loro due aggiungo Caffè, Momigliano e Labini. La nostra è stata una grande tradizione, poi tutti questi “ragazzotti” hanno iniziato ad andare ad Harvard, con i risultati che conosciamo. Basta con la finanza, bisogna tornare a studiare l’industria».

In questo senso un ruolo chiave lo sta avendo il presidente della Bce Draghi, che non a caso è stato allievo di Federico Caffè, uno dei principali diffusori della teoria keynesiana…
«Anche Draghi ha avuto delle piccole sbandate, cadendo preda dei miti dell’economia neoclassica. Però è una persona di grande buonsenso e intelligenza, con cui ho avuto il piacere di lavorare all’Eni. È un pragmatico, non un fondamentalista, che unisce una buona preparazione teorica a grandi valori morali. Sta dando prova di grande machiavellismo – il mio è un complimento –, aggirando i vincoli della Bce e portando avanti una politica sullo stile della Fed».

Sulla necessità di un nuovo legame fra nazionalizzazione ed internazionalizzazione c’è l’incognita del voto negli Usa, il 6 novembre. Cosa accadrebbe se vincesse Romney?
«Sarebbe una catastrofe. Sul fronte repubblicano l’unica voce fuori dal coro è stata quella di Condoleezza Rice, la quale ha dichiarato che gli Usa devono continuare ad occuparsi del mondo. Sentire Romney mi fa paura, soprattutto quando dice che “Obama si occupa del mondo, io delle vostre famiglie”. Gli Stati Uniti sono diventati una grande forza di libertà e democrazia da quando hanno iniziato ad occuparsi del mondo. Se non avessimo avuto la spinta propulsiva della loro economia saremmo andati a fondo. Le politiche economiche dei repubblicani sono drammatiche. Obama, pur nella sua modestia, ha spinte di realismo kissingeriano molto positive. La sua politica economica gode del peso di un grande intellettuale come Ben Bernanke».

In Italia, invece, si fatica a capire cosa succederà il prossimo anno…
«Se non si abbassano le tasse inizierà la distruzione sistematica della piccola-media impresa. Monti cammina nella realtà ma non si accorge di ciò che accade, se continuiamo così nel 2013 ci sarà una recessione spaventosa. In molti dovrebbero rileggere il Manuale della Finanza pubblica del professor Francesco Forte…».

Twitter: @GiorgioVelardi






Una parte del mondo politico lavora per il Monti-bis, ma il tema dell’occupazione salda i rapporti fra il partito di Di Pietro e il sindacato dei metalmeccanici guidato da Landini all’insegna dei referendum. Il sondaggista Noto: «La Fiom può valere un balzo in avanti del 2/2,5%». A danno del Pd

L’autunno non è caldo, è bollente. Ci sono casi di crisi aziendali che non finiscono sui giornali». Ancora una volta, con un linguaggio diretto e spesso non in sintonia con quello dei suoi predecessori, è il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi a disegnare lo scenario che attende l’Italia nei prossimi mesi. Perché quello del lavoro è, e resterà a lungo, il tema «bollente» – per dirla come il numero uno degli industriali – del dibattito pubblico. È sufficiente leggere i dati, del resto; basta osservare quanto sta accadendo a tre storiche realtà della nostra penisola come Ilva, Alcoa e Carbosulcis per capire che qualcosa non va. Eppure le forze politiche che appoggiano il governo Monti sembrano guardare con disinteresse agli ultimi accadimenti. E al di là di qualche semplice annuncio-spot («Basta tasse», ripete quotidianamente il segretario del Pdl Angelino Alfano, mentre il Pd è preoccupato dall’avanzata del «rottamatore» Renzi e al centro è partita la campagna acquisti dell’Udc), il silenzio comincia a fare rumore. Proprio intorno alla questione dell’occupazione potrebbe saldarsi un nuovo asse, che sposterebbe i già fragili equilibri elettorali nel centrosinistra: quello fra l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro e la Fiom, il sindacato dei lavoratori metalmeccanici guidato da Maurizio Landini.

REFERENDUM E ADDIO PD – Il punto d’incontro fra le due realtà non è solo l’ostinata opposizione al governo Monti e ai provvedimenti che quest’ultimo ha finora varato. Negli ultimi mesi i contatti fra Di Pietro e Landini si sono intensificati, e l’appoggio della Fiom ai due referendum sul lavoro che l’Idv ha presentato pochi giorni fa in Cassazione (hanno aderito anche Sel, i Verdi, il Prc e il Pdci. La raccolta delle firme inizierà a metà ottobre) non è che la punta dell’iceberg. Attraverso i due quesiti (a cui si aggiungono quelli sull’abolizione della diaria dei parlamentari e sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti), la formazione guidata dall’ex pm chiede il ripristino dell’articolo 18 (modificato con la riforma Fornero) e quello del valore universale dei diritti previsti dal contratto nazionale di lavoro (eliminato dal governo Berlusconi con l’articolo 8 del decreto legge n. 138 del 2011). Due dei capisaldi del più antico sindacato industriale italiano, che dall’insediamento dell’esecutivo guidato dall’ex Commissario europeo ha visto venire meno il dialogo con il Partito democratico. Il punto di non ritorno è stato la mancata partecipazione dei vertici del Pd alla manifestazione della Fiom tenutasi a Roma lo scorso 9 marzo. Quello sull’adesione (o meno) all’appuntamento di piazza fu un balletto che durò un mese, e che spaccò la compagine bersaniana. Alla ferrea posizione dell’ala veltroniana – con l’ex segretario che definì «incoerente» un’eventuale partecipazione dei democrat – si contrapposero i vari Fassina, Damiano e Orfini. Proprio il responsabile culturale del partito arrivò a dichiarare: «Appoggiamo un governo assieme a Sacconi e Gasparri, per le ragioni che conosciamo e condividiamo, e adesso, proprio chi non esita a sostenere la necessità di prolungare il più possibile questa esperienza, persino oltre il voto, trova imbarazzante la compagnia di qualche metalmeccanico Fiom…». Poi giunse la notizia che su quel palco sarebbero saliti i No-Tav e il partito si compattò per il «no» alla partecipazione, con dei distinguo. Perché ci fu chi come Vincenzo Vita parlò di «decisione tattica e politicistica » e chi, come Giuseppe Civati, definì la vicenda «un cortocircuito della politica, un pretesto scelto male». Fassina, Damiamo e Orfini rimasero a casa, e tornò il sereno. Da quel giorno il Pd sa di aver perso buona parte dei voti degli iscritti alla Fiom. E le conseguenze, in vista delle prossime elezioni, si faranno certamente sentire.

CANTIERE APERTO – All’interno del sindacato il dialogo è aperto. Perché, come per i partiti politici, anche fra le parti sociali ci sono le “correnti”. E non tutti concordano con l’avvicinamento della Fiom all’Italia dei valori. C’è chi vorrebbe rimanere ancorato al Pd e chi, come l’ala vicina al presidente del comitato centrale Giorgio Cremaschi e alla sua “Rete 28 Aprile”, chiede «una profonda trasformazione democratica del sindacato e la sua indipendenza politica». Lo stesso Cremaschi, di recente, ha fatto sapere che «non è compito della Fiom aggiungere dei personaggi alla foto di Vasto». Chiaro il messaggio e il destinatario. Ma il 4 settembre scorso, dalle colonne de il Manifesto, è stato Gianni Rinaldini (predecessore di Landini alla guida della Fiom e oggi coordinatore dell’area “la Cgil che vogliamo”) a chiedere formalmente a Di Pietro di presentare i due quesiti referendari insieme ad «un arco di forze molto vasto e rappresentativo di aree sindacali, politiche, intellettuali, giuslavoristi, soggetti editoriali che su queste questioni si sono battute e si battono. Un atto di generosità e di apertura dell’Idv – proseguiva Rinaldini – consentirebbe di condurre una battaglia politica con uno schieramento e un insieme di culture ed esperienze all’altezza dell’obiettivo che ci si pone: riportare la democrazia nei posti di lavoro. Tutti insieme possiamo farcela ». Ma un altro indizio che costituisce la prova del nascente avvicinamento lo si trova in Emilia Romagna, regione “rossa” per eccellenza. Qui il consigliere regionale dell’Idv Franco Grillini e il segretario regionale della Fiom Bruno Papignani non nascondono il loro «rapporto speciale», come lo ha definito il dipietrista. «L’Idv appoggia tutte le nostre proposte – ammette Papignani –, mentre il Pd ha un pregiudizio nei nostri confronti. Dentro al partito c’è un problema legato alla qualità delle persone». Forse il sindacalista non ha ancora digerito il mancato invito alla Festa democratica di Reggio Emilia, iniziata il 25 agosto e terminata cinque giorni fa. Il Pd ha invitato Cgil, Cisl e Uil, più svariati ministri dell’attuale governo (da Passera a Fornero, da Cancellieri a Patroni Griffi), ma non la Fiom. E neanche Di Pietro. «In questo momento non ci sono le condizioni», hanno precisato i responsabili dell’evento. Sintomo che il giocattolo si è rotto. E non basta la colla per rimetterne insieme i pezzi.

SONDAGGI ALLA MANO… Una recente simulazione di IPR Marketing, basata sui dati raccolti negli ultimi sondaggi effettuati e realizzata in base all’ipotesi di nuova legge elettorale circolata nelle ultime settimane (un sistema proporzionale con premio di maggioranza compreso fra il 10 e il 15% al primo partito, e una soglia di sbarramento del 5%), ha reso noto come senza la grande coalizione (Pd-Pdl-Udc) l’Italia rischierebbe lo stallo politico. Con una maggioranza alla Camera di 316 seggi – che salgono a 360 per assicurare la governabilità – il Pd che corre in lista con Psi e Api raccoglierebbe 232 seggi con un premio di maggioranza fissato al 10% e 254 con premio al 15%. Nessun livello di governabilità garantito neanche con l’asse Pd-Sel: fra 268 e 288 i seggi che i due partiti otterrebbero a seconda del premio. Stessa sorte anche per la “strana alleanza” fra Bersani e Casini e per quella che coinvolge democratici, centristri e vendoliani. Resta la “grande ammucchiata”, che assicurerebbe una maggioranza senza precedenti, compresa fra i 435 e i 445 deputati. Quale peso potrebbe avere dunque la formazione di un partito-Fiom che correrebbe insieme all’Idv? «Prima di tutto bisogna capire quale sarà la nuova legge elettorale, cosa che attualmente nessuno sa per certo – dice a Il Punto il direttore di IPR Marketing Antonio Noto – La Fiom è un sindacato minoritario ma importante, che ha un grande appeal per ciò che riguarda le tematiche che mette in campo. Inoltre, ha una visibilità a livello mediatico che può costituire un valore aggiunto in campagna elettorale. Con l’apporto del sindacato dei metalmeccanici, l’Italia dei valori potrebbe avere un vantaggio che oscilla fra il 2 e il 2,5%. Non è poco: oggi, secondo i nostri dati, Fli è al 2,5%, La Destra non arriva al 2% e il Psi è fermo all’1%. Va aggiunto poi che pur non avendo un numero di iscritti pari a quello della Cgil, il sindacato di Landini potrebbe ottenere un buon seguito, anche se la campagna elettorale non si baserà solo sul problema-lavoro». A conti fatti l’Idv farebbe un balzo in avanti significativo salendo all’8/8,5%, superando sia Sel (6%) che l’Udc (7%) e passando dagli attuali 34/36 deputati a 42/46 (da sottrarre a Pd e Sel insieme). «Un’alleanza dopo il voto fra Pd e Sel non garantirebbe la maggioranza alla Camera, secondo la bozza di legge elettorale circolata nelle ultime settimane – prosegue Noto –, quindi l’apporto dell’Idv assicurerebbe una maggiore stabilità. Al di là del gioco delle alleanze, c’è però da capire se i “poteri forti” legittimeranno un eventuale governo fortemente spostato a sinistra, oppure se si cercherà di mettere fuorigioco le ali estreme puntando su un accordo con le forze moderate. In questo caso l’Idv, pur con un risultato lusinghevole, verrebbe escluso. Neanche un’ipotesi estrema di alleanza, ovvero quella fra Movimento 5 Stelle, Idv e Fiom garantirebbe stabilità. Questa legge elettorale è pensata per arginare il rischio che un outsider possa vincere le elezioni e avere poi le mani libere. Certo – conclude il sondaggista – se non fosse abolito il “Porcellum” con Grillo al 30% alleato con l’Idv sarebbe tutta un’altra storia».

Twitter: @GiorgioVelardi 






«Esercizi profondi di concertazione nel passato hanno generato i mali contro i quali oggi noi lottiamo, e a causa dei quali i nostri figli e nipoti oggi non trovano facilmente lavoro». Così parlò Mario Monti lo scorso 11 luglio dal palco dell’assemblea annuale dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana. Era il giorno in cui Silvio Berlusconi confermava le indiscrezioni del Corriere della Sera e annunciava una nuova “discesa in campo”, ma anche quello in cui Vittorio Grilli veniva nominato ministro dell’Economia. Nulla però fece rumore quanto le frasi del premier. Arrivate, oltretutto, a pochi giorni di distanza dalla bocciatura – con seguente ridimensionamento “istituzionale” – del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che aveva dato solo «sei meno meno» all’operato dell’esecutivo, definito la riforma del mercato del lavoro una «boiata», e si era detto «totalmente d’accordo» con il Camusso-pensiero. Il quale, come abbiamo imparato a conoscere in questi nove mesi, è agli antipodi con quello dello stesso Monti e del ministro del Welfare Elsa Fornero. Insomma, ostracizzare i provvedimenti messi nero su bianco dal governo e criticare a spada tratta tutti gli sforzi che i “Monti boys” stanno difficilmente facendo avrebbe portato ad una crescita dello spread. Quindi meglio ingoiare il rospo e via. Perché «ce lo chiede l’Europa», «siamo ad un passo dal baratro» e via discorrendo. Poi però, a soli tre mesi di distanza, è successo quello che forse nessuno si sarebbe mai immaginato. E cioè che il presidente del Consiglio, a poche ore dall’inizio del vertice fra il governo e le imprese che si è svolto la scorsa settimana, abbia annunciato come «molto della sorte dei lavoratori, degli imprenditori e del Paese è nelle mani delle parti sociali italiane, e non solo e non tanto in quelle del governo». Questo perché, aggiungeva Monti alla fine del “tavolo”, «bisogna abbattere lo spread della produttività. E bisogna fare in fretta: l’Europa ci guarda». Scendendo su un terreno molto più discorsivo e colloquiale, potremmo citare la tecnica del bastone e della carota: alternare alle cattive maniere (le critiche alla concertazione) quelle buone («serve uno sforzo congiunto»). Ma rischieremmo di mancare clamorosamente il bersaglio. Perché quella di nove giorni fa non è la sola “piroetta” dell’ex Commissario europeo. Prima il balletto sulle liberalizzazioni, poi il teatrino sui poteri forti – «In Italia non ne conosco, magari questo Paese ne avesse di più», disse a novembre. Poi a giugno denunciò: «Negli ultimi tempi il governo ha perso il sostegno di Confindustria e dei poteri forti» –, infine la marcia indietro sulla questione di cui si è parlato finora. Nel mezzo ci sono i numeri in crescendo di debito pubblico, disoccupazione e richieste di cassa integrazione (secondo l’Inps, ad agosto sono stati autorizzati alle imprese 67 milioni di ore di Cig, +18,7% rispetto allo stesso periodo del 2011); le questioni di Alcoa, Carbosulcis e di altre migliaia di piccole e media imprese in difficoltà; un Parlamento in letargo che rischia il “miracolo” al contrario di varare una legge elettorale peggio del “Porcellum”. E pensare che l’indimenticato Tommaso Padoa Schioppa, noto per la frase sui «bamboccioni», poche settimane dopo essere diventato ministro dell’Economia (2006) disse: «Concertazione e accordo sono parole del linguaggio musicale»…

Twitter: @GiorgioVelardi






È netto Mario Segni, storico “leader referendario” degli Anni ’90, quando parla di ciò che sta accadendo al sistema politico italiano. Dice che sulla bocciatura del referendum (che avrebbe dovuto cancellare il “Porcellum”) da parte della Consulta «la classe politica ha una terribile responsabilità: quella di avere provocato e dettato la sentenza», in modo da poter mettere nero su bianco una legge elettorale che rischia di segnare «l’uscita politica dell’Italia dall’Europa. E che, visto quanto si prospetta, è una vergognosa presa in giro degli italiani».

Segni, lei che ha contribuito ad un cambiamento di rotta significativo sulla questione elettorale, ad aprile ha dichiarato che «la Bce dovrebbe temere la nuova legge», e che la stessa è «un delitto contro l’Italia». È ancora di questo avviso, viste le novità?  
«Più che mai. Anzi, ripeto e amplifico quanto ho detto qualche mese fa. Il problema fondamentale oggi è l’Europa, e fuori dal continente l’Italia ha un destino drammatico. Restare al suo interno vuol dire percorrere una strada durissima, fatta di lacrime e sangue. Chi può guidare il Paese su un percorso durissimo ma necessario? Solamente un governo politico che abbia ottenuto la legittimazione degli elettori vincendo le elezioni. Bersani e Casini dicono che l’alleanza la faranno dopo. Sì, per poi sfasciarla in tre mesi. Che forza può avere un esecutivo fondato sulla trattativa fra due partiti che dicono cose diverse, che non si sono presentati assieme? Andremmo incontro ad un possibile rovesciamento da parte del Parlamento. È una strada scellerata. Il ritorno al proporzionale significa ritorno a governi brevi e deboli, che non possono reggere questo sforzo immane».

Secondo lei la continua melina delle varie formazioni, malgrado i richiami del Capo dello Stato, nasconde la volontà di proseguire con il “Porcellum”?
«Le dico che i partiti possono addirittura riuscire in un “miracolo” che non avrei mai previsto. E cioè, visto quanto si prospetta, fare qualcosa di peggio del “Porcellum”. Quando sento che metà dei seggi sarebbero conservati per i designati dall’alto, allora penso che questa è una vergognosa presa in giro degli italiani, della democraticità del sistema e dell’indispensabile bisogno di governabilità. È un percorso in cui non vedo una personalità “alta” che riesca a dire che il problema non è se il Pd prende qualche voto in più e Berlusconi qualcuno in meno, ma il futuro di 60 milioni di persone».

Lei faceva riferimento ai listini bloccati. Cicchitto (Pdl) ha fatto sapere che si tratta di una mossa necessaria per assicurare l’ingresso in Parlamento di «una serie di parlamentari di alto livello»…
«Si tratta, com’è chiaro, di un meccanismo che serve per tenere dentro le Aule i dirigenti dei partiti. Ma mi preme aggiungere un altro aspetto, che esula in parte da questo discorso…».

Mi dica.
«Una delle proposte sul tappeto è incostituzionale, e questo non sfuggirà al Capo dello Stato. Mi spiego: l’ipotesi del premio di maggioranza al partito attribuisce più seggi ad una forza – la prima – senza che ciò sia giustificato e motivato da quello che è il fondamento di un sistema maggioritario, ovvero assicurare la governabilità. Il maggioritario è un sacrificio alla rappresentatività in nome di un altro bene, ovvero la governabilità. Se nel “Porcellum” il premio di maggioranza assicurava stabilità, nel nuovo sistema non serve a nulla».

Di che tipo di legge elettorale ha bisogno l’Italia?
«La grande riforma iniziata vent’anni fa con i nostri referendum si conclude solamente con il presidenzialismo. Nel frattempo avevamo una soluzione che avrebbe aiutato moltissimo l’Italia, proposta al referendum: il ritorno al “Mattarellum”. Ritengo che questa classe politica abbia una terribile responsabilità: quella di avere provocato la sentenza della Corte costituzionale, che è stata una sentenza politica, voluta e in certi momenti addirittura dettata dallo stesso mondo politico, forte della volontà di una legge che “faremo noi dopo”. Credo che oggi siano in tanti quelli a cui rimorda un po’ la coscienza».

Si parla della possibilità di una grande coalizione. Di recente, intervistato da “Avvenire”, il presidente dell’Udc Buttiglione ha dichiarato che «per noi questa è la prima ipotesi». È uno scenario realizzabile?
«Se c’è la volontà di fare una grande maggioranza ci si presenti agli elettori chiedendo i voti. Credo che non sarebbe un’ipotesi felice, ma avrebbe una sua legittimità. Attenzione, però: il governo di grande coalizione, conosciuto in molte democrazie – anche in Paesi che hanno sistemi maggioritari –, significa governo di tutti. Quello che si prospetta in Italia sarebbe l’esecutivo di Alfano, Bersani e Casini. E gli altri? Si sta usando la storia per camuffare accordi di un pezzo di politica che vuole semplicemente tornare al potere».

Non è un mistero che ci sia la possibilità che Monti resti a Palazzo Chigi, o faccia il ministro dell’Economia nel corso della prossima legislatura…
«La soluzione migliore, forse l’unica via d’uscita, è una coalizione che chieda i voti per fare dopo le elezioni un governo Monti sulla linea europea. Sarebbe un governo forte perché legittimato dal voto popolare, e potrebbe riuscire nell’impresa. Ma mi pare che pensino un’altra cosa: Monti come ripiego, come mediazione tra i partiti dopo il voto, una riedizione dei vecchi “governi balneari”. Un governo debolissimo, senza investitura popolare, che i partiti condizionerebbero e sfascerebbero quando vogliono. Insomma un disastro. Non lo auguro a lui e tantomeno all’Italia».

Come giudica l’operato dell’esecutivo guidato dall’ex Commissario europeo?
«Monti è stato chiamato in un momento terribile. Credo che alcune cose fatte siano discutibili, ma nel complesso non c’è dubbio che il suo governo ci abbia allontanato dal baratro, anche se molti discorsi sono tuttora aperti».

In conclusione, non posso non chiederle un parere sulle schermaglie in corso a sinistra fra Bersani, Di Pietro e Grillo. Chi ci guadagna e chi ci rimette, a suo avviso?   
«Penso che l’unico ad averne tratto vantaggio sia stato Roberto Benigni, che come di consueto ha fatto uno spettacolo meraviglioso. È sempre il migliore di tutti».

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Dopo le dimissioni di Lombardo, l’isola tornerà alle urne per scegliere il loro nuovo presidente. Il vincitore dovrà fare i conti con una situazione ai limiti della sostenibilità

Lo chiamano «laboratorio». E automatica scatta la domanda: cosa si sta sperimentando? Il nuovo corso per una Regione in ginocchio, oppure lo scacchiere delle prossime alleanze a livello nazionale? Quel che è certo è che la Sicilia ha bisogno di ripartire. Velocemente. Di chiudere le ultime due parentesi e di aprirne un’altra, che destini al dimenticatoio le legislature di Totò Cuffaro (condannato a 7 anni per favoreggiamento aggravato alla mafia) e Raffaele Lombardo, che ha rassegnato le dimissioni il 31 luglio scorso e su cui pende l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. In vista delle elezioni che si svolgeranno il 28 ottobre prossimo, però, la confusione è tanta. La lista dei candidati per la poltrona di Palazzo d’Orleans è in continua scrematura, ma sono soprattutto le strategie dei vari partiti – spesso contrapposte a quelle in piedi a livello nazionale – a destare sorprese. Chi la spunterà fra Gianfranco Micciché, Nello Musumeci, Rosario Crocetta e Claudio Fava?

TUTTI CONTRO TUTTI - Una nota espressione popolare dice che «chi ci capisce è bravo». Frase perfetta per la situazione siciliana. Dove, negli ultimi mesi, è successo di tutto. Candidature proposte e poi ritirate, prima della decisione di scendere nuovamente in campo (è il caso di Micciché, appoggiato pure da Fli), convergenze sul nome dell’esponente di un partito con cui a Roma non c’è dialogo da tempo immemore (così il Pdl sceglie Musumeci de la Destra), e ticket in vista di un prossimo patto di legislatura su una figura che non rispetta del tutto i valori di uno dei due schieramenti (l’omosessuale Crocetta del Pd voluto da uomini dell’Udc). Poi c’è chi balla da solo: Claudio Fava di Sel, che potrebbe però raccogliere il sostegno dell’Idv. Insomma, di carne al fuoco ce n’è parecchia. Ma la «primavera» di cui necessita la Sicilia sembra più araba che italica. Perché la nomina di due nuovi assessori da parte di Lombardo mezz’ora prima di lasciare l’incarico (fatta salva l’ordinaria amministrazione) è solo la punta dell’iceberg di una gestione a dir poco “allegra” della Regione. Tanto che alla metà di luglio per la Sicilia era stato paventato il rischio default – con il premier Monti e il presidente Napolitano che erano dovuti intervenire in prima persona per monitorare la situazione –, poi bollato come «temporanea mancanza di liquidità». Cambia la forma, non la sostanza. E il futuro non appare roseo. Perché dal «laboratorio» potrebbe uscire una soluzione densa che rischierebbe di ingolfare ancora di più le condutture. E a rimetterci, manco a dirlo, sarebbero ancora una volta i siciliani.

PATTO, DOPPIO PATTO E… - Già, perché la Sicilia sembra essere il simbolo della confusione che impera a livello nazionale. Pd e Udc fanno le prove generali per una possibile, futura alleanza in vista del 2013. Ma la costruzione dell’asse fra «progressisti» e «moderati» procede a rilento. La testimonianza arriva direttamente dalle parole del segretario del Pd Bersani, che nei giorni scorsi ha fatto sapere che «tra Casini e Vendola, io mi tengo Nichi». Dall’altra parte della barricata non l’hanno presa benissimo. «Non siamo sorpresi, è legittimo che Bersani voglia organizzare il campo della sinistra – ha commentato a caldo il presidente dei centristi Buttiglione –. Noi abbiamo sempre detto che di quel campo non facciamo parte. Se Bersani avrà i voti per governare con Vendola governi faccia pure. Altrimenti si aprirà un’altra partita, quella della grande coalizione». Nell’Udc ci pensano, al “tutti dentro”. Tanto che lo stesso Buttiglione, intervistato da Avvenire il 29 agosto, l’ha addirittura descritta come «la nostra prima ipotesi». Le cose in Sicilia hanno però preso, nel corso di questi mesi, un’altra piega. In un primo momento l’alleanza fra i due partiti sembrava dovesse portare all’investitura di Giampiero D’Alia. Poi è stato lo stesso capogruppo dell’Udc al Senato a farsi da parte, proponendo l’ex sindaco antimafia di Gela Rosario Crocetta (Pd), che sogna di avere in squadra il pm di Palermo Antonio Ingroia, gode dell’appoggio di Ivan Lo Bello (leader della Confindustria siciliana, uno dei più forti oppositori di Lombardo) ma non di quello tout court del suo partito, visto che l’ex viceministro D’Antoni avrebbe preferito Pippo Baudo, Raffaele Bonanni (Cisl) o Gianni Riotta. E neanche Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia nel 1992, si è espressa in termini entusiastici: «L’accordo con gli eredi del cuffarismo segna una rottura profonda nel centrosinistra, e testimonia l’affanno di un Pd siciliano senza idee». Nel centrodestra le cose non girano tanto meglio. Qui ha pesato come un macigno il voltafaccia dell’artefice del  61 a 0 del 2011, Gianfranco Micciché, uno nato in Forza Italia (negli Anni ’90 è stato coordinatore regionale in Sicilia), poi scissionista e infine fondatore di Grande Sud. Ebbene l’ex ministro e sottosegretario ha prima deciso di proporre la sua candidatura, poi di ritirarla decidendo di appoggiare il candidato del Pdl e de la Destra Nello Musumeci, e infine di stringere un patto con l’ex “nemico” Lombardo (nel 2010 la spaccatura del Pdl Sicilia in Fli e in un gruppo di ex forzisti che hanno poi dato vita a Forza del Sud costrinse il governatore al quarto rimpasto di governo), con Fli e con il Movimento popolare siciliano, rimettendoci nuovamente la faccia. Un «alto tradimento» che Berlusconi non ha ancora digerito, e che – dicono fonti a lui vicine – lo ha mandato su tutte le furie. Micciché, in un colloquio telefonico con il Cavaliere, ci ha scherzato su: «Presidente, non si preoccupi. Sarò io a vincere, non la sinistra». E Musumeci? Storace ne sta sostenendo la candidatura a spada tratta. Su Twitter il segretario ha più volte ribadito che vincerà il suo uomo, ex presidente della Provincia di Catania ed ex Parlamentare europeo, uno che ha vissuto sotto scorta per sette anni a causa di reiterate minacce mafiose. A dargli appoggio anche Gasparri, La Russa e quel Gianni Alemanno su cui Storace ha spesso sparato a zero negli ultimi mesi. Ma si sa: vincere fa gola a tutti, e allora scurdammoce ‘o passat. Attenzione però a Claudio Fava. Giornalista catanese, 55 anni, è il coordinatore nazionale del partito di Vendola. Ha scelto di correre perché «l’Udc è legata alle esperienze di Cuffaro e Lombardo, che ha distrutto la Sicilia con le clientele. Crocetta predica la rivoluzione ma pratica il silenzio sul passato». Un sondaggio Ipsos ha rivelato come al momento Fava sia in vantaggio su Crocetta, anche se su tutti – secondo un’altro rilevazione, quella di Datamonitor – in testa ci sarebbe Musumeci (28 per cento), con il Pdl primo partito (20 per cento). Si tratterebbe, comunque, di un altro suicidio per il centrosinistra. L’ennesimo.

SPRECHI E MALAFFARE - Una cosa però è certa: chiunque vincerà le elezioni del prossimo ottobre dovrà scontrarsi con una situazione ai limiti della sostenibilità. Fra sprechi, uffici con un numero abnorme di personale e altri che invece sono in chiaro deficit, nominare la Sicilia significa evocare lo spettro del fallimento, sfiorato solo pochi mesi fa e bollato da Lombardo come «battage mediatico vergognoso». Non stupisce dunque il fatto che in tempi di banda larga, certificati online e spending review, la Regione abbia deciso nel maggio scorso di assumere ben trenta commessi di piano – comunemente conosciuti come “camminatori” – con il compito di portare le pratiche da un ufficio all’altro. Ma i nodi da sciogliere sono innumerevoli. Basta sciorinare un dato, quello sullo spropositato numero di dipendenti regionali: 17.995 per una Regione che conta poco più di cinque milioni di abitanti, contro i circa 3mila della Lombardia, che ne ha praticamente il doppio (9.992mila). C’è un dirigente ogni sei impiegati, e la cifra destinata alle pensioni dei consiglieri regionali è pari a 20,5 milioni di euro. Ovvio che tutto ciò abbia arrugginito gli ingranaggi. Emblematico è, ad esempio, il caso della «Commissione per la qualità della legislazione» (già il nome è tutto un programma): composta da nove deputati e costituita nel 2008, è costata finora la bellezza di 250mila euro di indennità. L’aspetto interessante è però un altro: dall’inizio del 2012, essa si è riunita solamente tre volte (22 febbraio, 13 marzo e 29 maggio), per un lasso di tempo che non supera le due ore totali. L’altra faccia della medaglia (quella sfregiata, però) è l’Ufficio sismico regionale. Che conta un unico dipendente affiancato da qualche lavoratore precario. La lista degli sprechi è ancora lunga. E tocca, inevitabilmente, anche la sanità. Per questa voce la Sicilia spende, ogni anno, circa 9 miliardi e mezzo di euro, lievitati di 520 milioni nel 2011. A destare scalpore è il numero di dipendenti del 118 (i cui costi sono aumentati lo scorso anno di 111 milioni di euro, tanto da provocare la reazione stizzita della Corte dei Conti), che sono 3.337 per “soli” 256 mezzi. Insomma, è come se voi vi sentiste male, chiamaste un’ambulanza, e venissero a curarvi in tredici. E perché non citare, in questo calderone bollente, le auto blu. Il governo Monti decide che devono essere tagliate? Evidentemente in Sicilia la notizia non è arrivata, visto che con 3.158 vetture è la quinta Regione nella graduatoria stilata dal Formez (il centro servizi, assistenza, studi e formazione per l’ammodernamento delle Pubbliche amministrazioni). Nel 2011 la spesa dell’Assemblea per acquisto e noleggio auto è stata pari a 250mila euro, a cui vanno però aggiunti i 100mila per le spese di gestione e i 124mila per quelle del personale (per il 2013, complice una misura contenuta in un provvedimento che prevede tagli alla spesa pubblica, l’amministrazione non potrà utilizzare più di 50 auto blu). Prosegue, poi, il problema collegato allo smaltimento dei rifiuti. Nel luglio del 2010 il governo Berlusconi aveva dichiarato lo «stato di emergenza», nominando lo stesso Lombardo come Commissario straordinario fino al 31 dicembre 2012. Ma le cose non sembrano essere migliorate, visto che oltre ai debiti contratti dalla Regione con le aziende sono a rischio anche 13mila posti di lavoro. Insomma c’è bisogno di idee concrete e anche (probabilmente) della bacchetta magica. Qualcuno però ha già preso l’accetta in mano per tagliare il superfluo. Con accadimenti paradossali. Ad agosto, in piena canicola complici i vari Caronte e Lucifero e alla luce di un debito monstre con l’Enel, l’assessorato all’Istruzione e alla Formazione professionale ha deciso di spengere gli impianti di condizionamento. «Bisogna risparmiare». Bastava pensarci prima.

Twitter: @GiorgioVelardi






E’ successo ancora, o almeno è ciò che riportano agenzie di stampa e quotidiani online. Sta diventando una guerra civile: lavoratori di aziende in difficoltà che combattono contro altri lavoratori, le forze dell’ordine. Mentre qualcuno siede beato nelle sue stanze climatizzate, con il portafoglio imbottito e la macchina da decine di migliaia di euro in garage.

Questo Paese difficilmente si rialzerà. Fa male dirlo, ma è così. Paghiamo anni di immobilismo, di governi privi di qualsiasi spessore politico, che non hanno saputo in alcun modo gestire situazioni che ad un certo punto sono esplose come bombe a mano. Sull’Alcoa, poi, siamo al paradosso dei paradossi. Come la Fiat, anche l’azienda americana ha goduto di cospicui aiuti e agevolazioni da parte dello Stato: le stime parlano di 2 miliardi di euro fra il 1996 e il 2005.

Piccolo flashback, prendendo in prestito l’ottima ricostruzione fatta pochi giorni fa da “Pubblico”: quando nel 1996 la Alcoa acquisisce la Alumix – società a partecipazione statale poi privatizzata – per circa 400 miliardi di lire, “compra” anche le tariffazioni agevolate che Enel aveva garantito alla stessa Alumix. Altro beneficio, dunque. Nel 2005 il governo Berlusconi cosa fa? Rinnova le agevolazioni. Interviene però la Commissione Europea, che dimostra come questi aiuti siano illegittimi e distorsivi della concorrenza.

«L’Italia – dice la Commissione – deve farsi restituire dall’Alcoa 295 milioni di euro erogati dal 2005». Ma siccome prima si dice che il Paese ha le casse vuote – quindi giù con nuove tasse – e poi quando potremmo riempirle di diritto non lo facciamo, nessuno fa un passo e tutto rimanere fermo. Morale: nel 2011 l’Italia viene deferita alla Corte di Giustizia europea per non aver incassato il denaro.

Infine, meraviglia delle meraviglie, è sempre lo stesso esecutivo che con il cosiddetto «decreto salva Alcoa», nel 2010, prevede per un numero cospicuo di soggetti sconti sull’elettricità. A noi, invece, toccano gli aumenti. E ora quegli stessi lavoratori che hanno pagato direttamente i benefici dei loro datori di lavoro si ritrovano per strada. Complimenti a tutti, meritate un grosso applauso.

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Se mi chiedessero: «A chi vorresti stringere la mano?», risponderei Alex Zanardi. Quanto successo oggi – la vittoria della medaglia d’oro alle Paralimpiadi, specialità handbike – è qualcosa di magico. Ma forse era scritto, che doveva andare così.

Perché la vita può toglierti tanto ma non tutto. Non il sorriso, non la forza, non la voglia di combattere. Ci vorrebbero più Alex Zanardi, in giro. Sono gli eroi che questo Paese merita, di cui l’Italia ha bisogno.

Grazie Alex, orgoglio azzurro.

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L’Ente di previdenza per gli impiegati in agricoltura sta avviando procedure di sfratto per i condomini che abitano in stabili di sua proprietà. Motivo: l’opposizione al rinnovo dei contratti di locazione, lievitati del 90% rispetto al precedente accordo. E c’è un “giallo” sui suoi bilanci 

«Vuoi sapere cosa ci hanno detto i loro avvocati nell’ultimo incontro di “mediazione”? Che l’unica concessione che ci possono fare è una rateizzazione in 36 mesi degli arretrati – pure quelli – che dobbiamo pagare. C’è chi deve dargli 10mila euro, e chi 40mila. Ti sembra normale, in un periodo come questo?». A porci queste domande è Giovanna Arcangeli, presidente del Comitato Spontaneo degli inquilini di via Primo Carnera 21, a Roma. Stabile di proprietà dell’Enpaia, l’Ente nazionale di previdenza per gli addetti e per gli impiegati in agricoltura. Una delle tante casse presenti nel nostro Paese, che si trovano a gestire un patrimonio immobiliare di non poco conto: circa 120mila unità, di cui 90mila ad uso abitativo (il 60 per cento è situato nella Capitale). Ma quello dell’Enpaia è un caso a parte, visto che ora molti inquilini degli stabili in suo possesso (tredici) rischiano lo sfratto. Il motivo: l’opposizione al rinnovo del canone di locazione, scaduto a fine 2009, e lievitato dell’80-90 per cento rispetto al precedente accordo (malgrado si tratti di Edilizia economica e popolare). Un aggravio di costi impossibile da sostenere, viste le condizioni in cui versa buona parte dei condomini dei palazzi in questione.

GLI STABILI - Nata nel lontano 1936 come CNAIAF (Cassa nazionale di assistenza per gli impiegati agricoli e forestali), l’Enpaia assume tale denominazione del 1962. Come altri enti previdenziali pubblici, essa fu investita di una funzione sociale ben precisa: quella di risolvere il “problema casa” attraverso la destinazione di una quota significativa dei Fondi per l’acquisto di beni immobili, secondo piani di investimenti sottoposti all’esame e all’approvazione dei Ministeri vigilanti. Immobili che dovevano essere ad uso residenziale ed in favore della classi sociali disagiate. Quello di via Primo Carnera, di cui ci siamo interessati, ha alle spalle una storia su cui si potrebbe redigere un libro. La perizia dell’architetto Francesco Pellegrini ne ha ricostruito le vicende, partendo da un presupposto: lo stabile venne edificato su un’area destinata all’Edilizia economica e popolare (legge n. 167 del 18 aprile 1962) dalla Cooperativa Roma 70 (di stampo democristiano), che aveva a sua volta acquistato l’area stessa dalla Comprensorio Piano di Zona 39 Spa. Il 9 giugno 1984 il Comune di Roma rilascia la Concessione per l’esecuzione dei lavori di un «complesso edilizio». La Soprintendenza della Capitale, il 12 aprile dello stesso anno, aveva però chiesto che fossero apportate delle modifiche al progetto, «al fine di garantire una più idonea tutela della zona archeologica monumentale compresa nel comparto in oggetto». La Cooperativa – fatto singolare – presenta però una «Copia del visto della Soprintendenza» solo quattro giorni dopo (16 aprile). Dunque la Concessione non godeva del nulla osta necessario. Andiamo avanti. Lo stabile in questione viene poi venduto a Nulvi Srl – e non a Parsitalia Spa, una delle potenze immobiliaristiche della Capitale, che si dice disposta a cedere il proprio contratto preliminare di acquisto –, che a sua volta destina tutto ad Enpaia in meno di un anno. Quest’ultima, malgrado nell’articolo 1 del suo Statuto asserisce di essere una Fondazione «senza scopo di lucro», non rende noto il regime di 167 e affitta gli appartamenti a prezzo di mercato. Prima di arrivare due anni fa, come abbiamo visto, ad un aumento del canone di locazione dell’80-90 per cento e a chiedere anche gli arretrati ai suoi inquilini. Nel corso degli anni Enpaia è diventata prima Fondazione privata (legge n. 509 del 30 giugno 1994), ma non ha dismesso entro cinque anni il proprio patrimonio immobiliare come previsto dalla norma – «Non ci sono sanzioni stabilite dalla legge nel caso di mancata dismissione del patrimonio», ci dice l’avvocato Giuseppe Dante, legale degli inquilini –, e poi ente pubblico, secondo quanto deciso dal governo Monti con una legge approvata ad aprile. I contratti di locazione degli stabili sono stati rinnovati tramite un accordo fra i sindacati e l’Enpaia che, a detta degli inquilini, è stato approvato senza il loro consenso. Anche perché difficilmente, di fronte a simili condizioni, qualcuno avrebbe detto «Sì». Segue una domanda: come hanno fatto le parti sociali – Sunia, Uniat, Sicet, Federcasa, Confedilia e Unione Inquilini (che ha successivamente ritirato la firma) –  a sottoscrivere un accordo di questo genere? Semplice: nel Cda di Enpaia, nominato per il quadriennio 2009/2013, ci sono alcuni segretari nazionali di sigle sindacali. Diverse da quelle citate poc’anzi, certo, ma si tratta comunque di un fatto singolare, visto l’accaduto. Oggi nella cabina di comando di Enpaia ci sono Carlo Siciliani e Gabriele Mori, rispettivamente Presidente e Direttore generale dell’Ente. Siciliani, componente della giunta esecutiva di Confagricoltura, è stato anche presidente del Patronato Enapa (Ente Nazionale Assistenza Patrocinio Agricoltori). Mori, invece, ha un passato nella Dc e nell’Inps, ed è stato commissario straordinario dell’Enpals. Non solo: ha ricoperto anche la carica direttore generale di Agrifondo, di Consigliere Comunale e di Assessore al Comune di Roma. Attualmente è pure sindaco di Grottaferrata, comune alle porte di Roma.

IL “GIALLO” DEI BILANCI - Domanda: in che modo l’Enpaia giustifica l’aumento del canone di locazione agli inquilini dei suoi stabili? Risposta: «La garanzia dei diritti dei lavoratori iscritti è conseguita con la redditività degli investimenti mobiliari ed immobiliari». Ciò farebbe pensare che le casse dell’Ente siano in rosso. E invece, stando a quanto si legge nei bilanci che la Fondazione ha pubblicato sul proprio sito Internet (e di cui si parla anche su Previdenza Agricola, il magazine dell’Enpaia) non è così. Nel consuntivo 2011, infatti, è scritto che «nonostante il problematico contesto generale, la Fondazione ha chiuso in utile l’esercizio e presenta una situazione finanziaria tranquilla e con risorse accumulate tali da garantire appieno i diritti previdenziali degli iscritti (…). L’anno si è quindi chiuso, dopo le imposte e gli accantonamenti ai Fondi di riserva, con un utile netto di 1,2 milioni di euro». Questo, invece, quanto dichiarato nel previsionale dell’anno in corso: «I dati del bilancio per il 2012 mettono in evidenza un utile di euro 97.648 dopo aver previsto accantonamenti ai diversi fondi esistenti per complessivamente euro 153.090.944». Ma intorno al nodo dei bilanci c’è un vero e proprio “giallo”. Per spiegarne il motivo va necessariamente fatto un preambolo. Prima del suo fallimento, gli enti previdenziali hanno investito 124 milioni di euro in azioni Lehman Brothers, la banca d’affari finita in bancarotta nel settembre 2008. L’Enpaia, come riporta “L’indagine conoscitiva sulla situazione economico-finanziaria delle casse privatizzate anche in relazione alla crisi dei mercati internazionali” (novembre 2008), è «la Cassa con l’esposizione diretta più significativa in termini assoluti verso Lehman Brothers». Gli investimenti, si legge nel documento, sono «per 45 milioni di euro. La perdita è stata di 36 milioni di euro (70 per cento del valore del titolo) che l’Ente ha portato nel bilancio del 2008 e ripianato con i fondi di riserva». In questo contesto è interessante leggere due audizioni dinanzi la “Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forma obbligatorie di previdenza e assistenza sociale”, a cui hanno partecipato Siciliani e Mori. In quella del 14 aprile 2010, a specifica domanda del presidente di Commissione Giorgio Jannone (Pdl) – «In quale occasione erano stati acquistati questi titoli?» – Mori risponde: «Voglio ricordare che i titoli della Lehman Brothers avevano il rating A3, più dello Stato Italiano. Pertanto – prosegue il direttore generale dell’Enpaia – mi ha sempre fortemente sorpreso il polverone sollevato rispetto ai titoli Lehman Brothers». Il termine «polverone» fa infuriare Elio Lannutti, senatore dell’Idv, che tuona contro Mori: «Non si permetta di dire che si è trattato di un polverone». L’esponente del partito di Di Pietro e Jannone sottolineano poi che malgrado quanto affermato da Mori, secondo cui l’Enpaia ha «fatto fronte alla perdita con i fondi di riserva, quindi il bilancio dell’ente non ne ha assolutamente risentito», le perdite ci sono state «anche se sono state ammortizzate con qualche voce di bilancio». Siciliani, che prende le difese del collega, dice che «la lingua italiana è bizzarra…» (in riferimento alla parola «polverone»), aggiungendo che è «presidente da poco», ma che ha «seguito molte trasmissioni televisive sulla vicenda» (sic!). Nell’altra audizione, datata 21 marzo 2012, si parla proprio della questione del rinnovo dei contratti di locazione. «L’unico nostro grande intervento – dice Mori – è stato quello di sottoscrivere con i sindacati degli inquilini il rinnovo dei contratti agevolati; tali contratti hanno raggiunto un livello di costo inferiore del 30 per cento rispetto al mercato (…). Proprio perché abbiamo la finalità di garantire i diritti dei lavoratori iscritti all’ente, dobbiamo anche avviare delle procedure – se volete forzose – per coloro che non intendono sottoscrivere i contratti». Dunque: Mori dichiara che i contratti sono agevolati, ma dovrebbe spiegare per quale motivo ci sono degli inquilini (lo leggerete più avanti) che arrivano a pagare 1.200 euro di affitto in regime di P.E.E.P. (Piano per l’Edilizia Economico Popolare); e aggiunge che tali accordi «prevedono interventi particolari di canone per i casi sociali che vengono dimostrati». «Cosa che non è assolutamente vera», affermano in coro gli inquilini. Infine: nella stessa sede, Jannone e Lannutti tornano a chiedere ai due dirigenti dell’Enpaia una relazione che illustri la situazione finanziaria dell’Ente, che faccia luce anche sulla retribuzione dei suoi organi collegiali. Relazione che, stando a quanto affermato dai due Onorevoli – che Il Punto ha contattato – non è ancora arrivata sul tavolo della Commissione.

«NOI COMBATTIAMO» - Abbiamo incontrato alcuni condomini dello stabile di via Primo Carnera 21 lo scorso 14 giugno, presso la sede dell’undicesimo Municipio di Roma. Le loro testimonianze, che potete vedere ed ascoltare collegandovi al sito del settimanale Il Punto (www.ilpuntontc.com), pongono l’accento su alcuni aspetti controversi della vicenda. Il signor Daniele, invalido al cento per cento e con moglie e figli a carico, ci ha raccontato che «nello stabile ci sono molti problemi con l’acqua. Da quanto è stato aperto l’Ospedale Santa Lucia, a noi ne arriva di meno. I più “colpiti” sono gli inquilini del settimo e dell’ottavo piano. Spesso non possiamo utilizzare la lavatrice per lavare i panni, o abbiamo problemi se vogliamo fare una doccia». Massimo, invece, è un genitore separato. Non ha perso la forza di combattere «per la mia ex moglie e per i miei due figli. Uno dei quali è invalido al cento per cento, è un bambino autistico. Economicamente la situazione è molto difficile – ci racconta –. Io lavoro in un’azienda che è sistematicamente sull’orlo della cassa integrazione, mentre la mia ex moglie è un’impiegata pubblica. Mio figlio necessita di un’assistenza più che continua, e le spese non sono totalmente coperte dalle istituzioni. Se oggi non sei un libero professionista, difficilmente riesci a gestire una situazione simile. A quanto ammonta il canone di locazione? Circa 1.200 euro al mese». «Io vivo qui dal dicembre del 1987», ci dice la signora Linda, dipendente del Comune di Roma. «Sono separata e ho avuto seri problemi di salute: sono anch’io invalida. Quella che mi trovo a percorrere è una strada in salita. Oggi come oggi non posso permettermi di pagare 800 euro al mese di affitto, a meno che – dice provocatoriamente – la soluzione non sia quella di andare a mangiare alla Caritas. Quando ciò accadrà andrò all’Enpaia: voglio sentire quale sarà la risposta dei dirigenti. Mi auguro che chi di dovere si metta una mano sulla coscienza. Nella speranza che ce l’abbiano». Il 19 giugno, il Sindaco di Roma Gianni Alemanno ha scritto al prefetto Giuseppe Pecoraro e al questore Fulvio Della Rocca a proposito degli sfratti in corso nelle abitazioni di proprietà degli enti previdenziali, fra cui l’Enpaia. Parlando di un «aggravamento dell’emergenza abitativa per tutti i soggetti a basso reddito, che si trovano nella condizione di non poter gestire il rinnovo dei contratti del canone di locazione», Alemanno ha proposto l’apertura di un tavolo per trovare una soluzione. Ma forse ora potrebbe essere troppo tardi.

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A Pratola Serra, piccolo comune di 3.700 anime in provincia di Avellino, è successa una cosa che non dovrebbe fare notizia. E cioè che una vigilessa ha fatto rispettare un’ordinanza del sindaco, vietando ad un’auto di parcheggiare in un’area del centro che era stata pedonalizzata per la «festa della polpetta».

In mezzo a casi di malaffare (Roma docet), l’agente che ha fatto il suo dovere è andata però incontro a sanzione disciplinare. Motivo? La suddetta macchina aveva a bordo Giuseppe De Mita (Udc), vicepresidente della giunta regionale campana e nipote del più famoso Ciriaco (ex presidente del Consiglio e più volte ministro), che voleva trionfalmente arrivare a ridosso degli stand senza scendere dalla vettura.

Il rifiuto della vigilessa pare abbia mandato su tutte le furie l’autista di De Mita jr – altra categoria che andrebbe soppressa, quella degli Ncc, arroganti e spocchiosi senza motivo alcuno -, che non è comunque riuscito a spuntarla. Quando il sindaco del paese, centrista pure lui, è venuto a conoscenza dell’accaduto, ha combinato la sanzione alla donna. Forse ora il primo cittadino dovrebbe dimettersi, e con lui Giuseppe De Mita. Perché il rispetto delle regole è condizione che vige per tutti, nessuno escluso. Poi non andiamo a lamentarci se all’estero siamo sinonimo di «malaffare». Il malaffare è gente come questa, che incancrenisce e fa morire l’Italia.
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