Archivio mensile:marzo 2017

L’attacco al Pentagono dell’11 settembre nelle nuove foto dell’Fbi

9-11 Pentagon Emergency Response 3Ventisette scatti inediti di una giornata che gli Stati Uniti e il mondo intero non dimenticheranno mai.

Sedici anni dopo l’11 settembre 2001, l’Fbi ha pubblicato nuove immagini che mostrano gli effetti dell’attacco di al-Qaida al Pentagono in cui persero la vita 189 persone, 125 delle quali lavoravano per il dipartimento della Difesa americano. Molte delle foto diffuse sul sito Internet del Federal Bureau of Investigation (“9/11 Attacks and Investigation Images”) sono state scattate subito dopo l’impatto del Boeing 757 della American Airlines, che in volo tra Washington e Los Angeles era stato dirottato dai terroristi fedeli a Osama bin Laden.

Nelle immagini si vede l’edificio sede del quartier generale del Dipartimento della difesa Usa in fiamme, i pompieri che combattono contro l’incendio, l’arrivo dei soccorsi. Altre foto, stavolta aeree, mostrano invece l’enorme voragine lasciata dall’impatto della fusoliera sul lato occidentale dell’edificio, all’altezza del primo piano. In altre ancora ci sono gli investigatori tra le macerie e scorci dell’interno distrutto. L’aereo che colpì il Pentagono fu dirottato tra le 08.51 e le 08.54, pochi minuti dopo che un altro velivolo dell’American Airlines si era schiantato contro il World Trade Center. 

Auto blu e super pensioni. Pure la Consulta non scherza: il bilancio di previsione per quest’anno è di 54 milioni

Palazzo_della_Consulta_Roma_2006Una piccola sforbiciata rispetto agli anni passati c’è stata, sia chiaro, complice pure il fatto che a partire dal 1° maggio 2014 i compensi dei giudici sono stati ridotta del 22,6% passando da 465 mila 138 euro lordi a 360 mila. Nonostante tutto, però, la Corte costituzionale continua a costare decine di milioni di euro. Per la precisione: 54 milioni 649 mila 646 euro, stando al bilancio di previsione 2017 recentemente pubblicato sul sito istituzionale. Spese coperte grazie a un contributo statale di 55 milioni 200 mila euro, in sostanza la totalità della torta riguardante le entrate che nel documento ammontano a 56 milioni 43 mila 846 euro. Sfogliando le 8 pagine del bilancio c’è di tutto. A cominciare, ovviamente, dal capitolo che da sempre attira gli appetiti degli osservatori: quello della spesa per stipendi e oneri previdenziali degli ermellini.

A bilancio per l’anno in corso ci sono 2 milioni 530 mila euro solo per le loro retribuzioni. Come detto, ogni giudice percepisce un compenso annuo di 360mila euro lordi (120mila euro in più rispetto al tetto previsto per i dipendenti pubblici), mentre il presidente Paolo Grossi incassa una cifra più alta, 432mila euro lordi. Numeri che, per dire, negli ultimi anni hanno fatto storcere il naso a Roberto Perotti, economista bocconiano ed ex commissario governativo alla spending review, che nel suo ultimo libro (Status Quo) ha messo a confronto le retribuzioni dei giudici italiani e statunitensi al netto delle ritenute.

Vecchiaia serena – Il risultato? Per il professore, i componenti della Consulta tricolore incassano 197.146 euro l’anno mentre quelli a stelle e strisce si devono “accontentare” di 119.539 (181.951 lordi), pagando però molte meno tasse rispetto a Giuliano Amato e colleghi: 62.411 euro contro 162.855. Ma torniamo al bilancio. La spesa indubbiamente più alta è quella riguardante il personale: 29 milioni 14 mila 500 euro. Di questi, 8.480.000 euro se ne vanno per le retribuzioni dei dipendenti di ruolo (174), mentre per pagare l’unico a contratto la Consulta ha previsto di spendere quest’anno 95mila euro. Più alte sono invece le dotazioni previste per le missioni, 313 mila 500 euro, e per i compensi ad incaricati esterni e collegio esperti in contabilità pubblica, 375mila euro. E ancora: 48 mila euro se ne vanno in formazione e aggiornamento del personale, 62.500 per l’assicurazione contro gli infortuni, 68.500 per la “sicurezza e salute dei lavoratori sul luogo di lavoro” e 290.000 per le spese per i buoni pasto. Quasi 11,5 milioni verranno spesi invece per le pensioni: 3 milioni 849 mila 384 euro per riequilibrare il fondo relativo ai trattamenti degli ex giudici (22 più 12 superstiti) e 7 milioni 643 mila 562 euro per riequilibrare quello degli ex dipendenti (139 più 88 superstiti).

Tutti a bordo – Non è finita. Nella categoria 4, “acquisto di beni e servizi”, salta all’occhio la considerevole somma di 584 mila euro per il noleggio, l’assicurazione, la manutenzione e le spese di funzionamento delle autovetture (un altro dei capitoli di spesa da sempre più dibattuti). Non scherza nemmeno l’uscita prevista per il “noleggio attrezzature d’ufficio e servizi integrati di gestione documentale e stampa”: 463 mila euro. Mentre 400 mila euro verranno impiegati per la manutenzione dei sistemi informatici e 223 mila per “telefonia e manutenzione impianto”. Degni di nota sono anche i 264 mila euro per il funzionamento della struttura sanitaria. Per partecipazioni a “incontri multilaterali” con altre Corti costituzionali, convegni e conferenze, la Consulta prevede di tirar fuori 125 mila euro; 111 mila saranno invece utilizzati per comprare materiali d’ufficio e informatici. E le spese per il restauro e la manutenzione delle opere d’arte? Tranquilli, ci sono pure quelle, anche se sono più contenute: “solo” 64 mila euro.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 29 marzo 2017 per La Notizia

Sindaci minacciati ma in trincea. Migliaia di intimidazioni soltanto negli ultimi quattro anni

sindaciNinni Gemmato è il sindaco di Terlizzi, comune di circa 27mila abitanti in provincia di Bari. Lo scorso 7 marzo, alle 10.30 del mattino, il suo staff ha trovato una pallottola attaccata col nastro adesivo alla porta del suo ufficio. Ventiquattro ore prima, Gemmato aveva ricevuto anche una lettera con all’interno la fotocopia proprio di un proiettile. Prima di lui, il 4 marzo, era toccato a Pasquale Chieco, primo cittadino di Ruvo di Puglia al quale era stata incendiata la casa di campagna. Sono solo alcuni degli episodi avvenuti nelle scorse settimane. Ma non gli unici. Le minacce a sindaci, assessori e consiglieri comunali, infatti, stanno purtroppo diventando circostanze all’ordine del giorno.

I numeri dell’Osservatorio sul fenomeno delle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali, istituito il 2 luglio 2015 col decreto del ministro dell’Interno su sollecitazione dell’Associazione nazionale dei comuni (Anci), ne sono la dimostrazione plastica. Nei primi tre mesi del 2017 sono stati 15 i sindaci che hanno subito atti intimidatori mentre solo fra gennaio e maggio 2016 i casi “censiti” sono stati 180: il 78% al Sud e nelle Isole, il 9% al Nord-Ovest, l’8% al Nord-Est e infine il 5% al Centro.

I numeri – A finire nel mirino, nel 44% dei casi, sono stati proprio i primi cittadini. Ma – come detto – non mancano nemmeno le minacce a consiglieri comunali (20%), assessori comunali (15%), assessori regionali (5%), vice sindaci (5%) e consiglieri municipali (4%). Un fenomeno rilevante e preoccupante, considerato pure il tributo di sangue pagato fra il 2010 e il 2013 dal sindaco di Pollica Angelo Vassallo, da quello di Cardano al Campo Laura Prati e da Alberto Musy, il consigliere comunale di Torino morto dopo un lungo periodo di coma. Non solo. Nel triennio 2013-2015, sempre secondo i dati del ministero dell’Interno, gli amministratori che hanno subito intimidazioni sono stati 2.098. Nel raffronto tra 2013 e 2014, a livello nazionale si è registrato un aumento del 19,4%, passando dai 674 casi a 805 (di cui 5 attribuiti alla criminalità organizzata). Nel 2015, invece, gli atti intimidatori sono stati in tutto 619, con incrementi rispetto ai dodici mesi precedenti in Sardegna, Basilicata, Friuli Venezia-Giulia e Piemonte.

Giro di vite – Fenomeni di questo tipo, fa sapere l’Associazione guidata dal sindaco di Bari Antonio Decaro, non sono ascrivibili unicamente alla malavita organizzata, visto che la responsabilità degli amministratori locali è cresciuta al punto da sovraesporre gli stessi primi cittadini agli occhi dell’opinione pubblica. Per questo motivo, l’Anci propone un inasprimento della fattispecie penale inerente la violenza e le minacce di natura intimidatoria nei confronti dei sindaci, la copertura assicurativa per gli amministratori che subiscono danni – sia materiali sia immateriali – a seguito di atti di intimidazione e la costituzione dell’Associazione come parte civile nei procedimenti contro le attività criminose di stampo mafioso. Ma non solo. Per Decaro e colleghi è infatti necessaria la “riattivazione” dell’Osservatorio del Viminale, la cui ultima riunione tecnica si è svolta a luglio 2016. Praticamente otto mesi fa.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 29 marzo 2017 per La Notizia

Sempre più episodi di bullismo. Parla Maria Rita Parsi: altro che contesto sociale. La colpa è di scuola e politica

maria-rita-parsi_03Di casi come quello di Giugliano, in quarant’anni di carriera, Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta, ne ha visti parecchi. “In tanti si affretteranno a dare la colpa al contesto sociale in cui questa violenza, che andava avanti da anni, cioè da quando questi ragazzini frequentavano le elementari, è avvenuta”, dice la professoressa a La Notizia. Ma “ci sono cause e responsabilità molto più profonde, a cominciare da quelle della scuola come agenzia educativa e della politica”.

Andiamo con ordine. Quali sono le responsabilità del sistema scolastico?
Manca l’attenzione di docenti ed educatori a individuare problematiche e drammi delle giovani generazioni. Le quali, con particolare riferimento a ragazzi affetti da disabilità o ritardi sui quali vengono perpetrate violenze, si ritrovano spesso a vivere in condizioni di assoluta solitudine.

Però a venire meno è stato innanzitutto il primo baluardo: la famiglia. Non crede?
Indubbiamente. Ci sono famiglie all’interno delle quali vengono compiuti abusi nei confronti di minori i quali a loro volta li ripetono all’esterno a mo’ di rivalsa. Però vede, c’è un paradosso: spesso i nuclei in crisi sono quelli che non cercano soluzioni e cure per i loro problemi. In questo senso, l’istituzione scolastica avrebbe dovuto assumere il ruolo di “supplente”, individuando le situazioni più critiche e aiutando alunni e genitori a ritrovare la serenità perduta.

In che modo? Si spieghi.
In Italia ci sono quarantunomila strutture scolastiche. Quarantunomila. Bene: a mio parere ognuna dovrebbe essere “trasformata” in un centro culturale polivalente, aperto al territorio dalla mattina alla sera con all’interno un’equipe medica psicopedagogica al servizio costante sia degli insegnanti sia di padri e madri. Ma è un approccio che non sembra interessare a nessuno. Cosa succede allora? Che l’agenzia educativa per eccellenza diventa il virtuale.

Ecco, la rete. Che ruolo gioca su chi compie violenza?
Negli ultimi anni c’è stata una vera e propria globalizzazione della violenza e la crudeltà è stata adottata come codice di comunicazione. Oggi i giovani cercano e trovano i loro modelli di riferimento non più all’interno del mondo reale, ma su Internet. Universo nel quale, complice l’assenza di regole e mediazioni, vengono continuamente veicolati comportamenti e contenuti che inneggiano alla violenza, spesso emulativi di fiction o film.

Però lei lo sa meglio di me: c’è una scuola di pensiero secondo la quale le serie Tv più violente hanno uno scarso impatto sui comportamenti dei ragazzi…
Chi sostiene questa posizione se ne deve assumere in toto la responsabilità. Prodotti come Gomorra e Romanzo Criminale possono essere infatti apprezzabili da un punto di vista cinematografico e artistico, ma l’impatto che certe scene e atteggiamenti hanno su adulti e adolescenti è molto rilevante e per altri versi inquietante. Ci sono studi che dimostrano come la mente umana, soprattutto quando si è piccoli, catturi queste immagini essendone poi fortemente condizionata nel ripeterle. Così come pure esistono tanti ragazzi che crescono nella solitudine e nell’indifferenza e vengono allevati nell’assenza di guide affettive ed educative, così da non provare alcuna empatia nei confronti delle persone sulla quali compiono violenza. È preoccupante.

E la politica?
Ha responsabilità enormi. Da anni ha smesso di guardare ai bisogni e alle problematiche delle persone e al loro benessere arroccandosi su se stessa. Se la politica sceglie di comprare più armi o di innalzare le tasse a livelli allucinanti senza migliorare i servizi per le famiglie e la burocrazia poi non può lavarsene le mani.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 25 marzo 2017 per La Notizia

Legge sulle lobby, dal Parlamento solo melina. Provvedimento fermo da due anni a Palazzo Madama

6lobbistiSono tutti favorevoli, almeno a parole. Dal ministro della Giustizia (oggi candidato alla segreteria del Pd), Andrea Orlando, fino alla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Passando per la presidente della Camera Laura Boldrini e il numero uno dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone. Peccato però che ancora oggi, a 41 anni esatti dalla presentazione della prima proposta in merito, l’Italia non si è ancora dotata di una legge che regoli l’attività di lobbying. Tutto, tragicamente vero. E finora anche questa legislatura, nonostante gli squilli di tromba, non ha fatto eccezione.

Eppure, pensate, due anni fa – era il 9 aprile 2015 – la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha adottato come testo base quello dei due senatori ex M5S, Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista. Sembrava la “volta buona”, per dirla col gergo renziano. Invece? Che fine ha fatto il disegno di legge? È arenato nella secche dell’organismo parlamentare, come ha spiegato a La Notizia lo stesso Orellana, “e il fatto che non sia ancora stato scelto il sostituto della presidente Finocchiaro e che il relatore, Francesco Campanella, non sia più in commissione, certamente non aiutano”. Un quadro tutt’altro che rassicurante, insomma, che lascia presagire come anche stavolta, quando manca un anno alla fine del quinquennio, si arriverà ad un nulla di fatto. Ecco perché c’è chi, per uscire dall’impasse, immagina un’unica soluzione.

Paravento – “Visto che il Parlamento ha dimostrato di non avere alcuna volontà di approvare la legge, il Governo Gentiloni dovrebbe intervenire con un decreto”, dice senza mezzi termini Pier Luigi Petrillo, professore di Teorie e tecniche del Lobbying all’Università Luiss, considerato uno dei massimi esperti italiani in materia. Misura resa necessaria, argomenta Petrillo, “dal combinato disposto tra il finanziamento privato alla politica e il reato di traffico di influenze illecite, al momento piuttosto difficile da dimostrare”, che rischiano di diventare una bomba in campagna elettorale. Certo, sarebbe ingiusto dare la colpa dello stallo esclusivamente agli attuali eletti. “Perché la politica non è mai intervenuta a dovere? Semplice: non vuole far emergere il fatto che in alcuni casi è stata suddita di certi gruppi di pressione. Meglio usare quello delle lobby come un ‘paravento’”, spiega il docente. Non solo. “Per tanti anni in Italia il vuoto normativo ha consentito alla politica e soprattutto ai partiti di scegliere a quali interessi dare spazio e a quali no, secondo una logica clientelare – aggiunge Petrillo –. Al contrario, una legge avrebbe portato ad un’ulteriore erosione del consenso delle forze politiche”.

Confusione – A sentire l’esperto, a poco sembrano servire anche quei piccoli passi in avanti fatti recentemente. Come l’introduzione da parte della Camera di un registro dei portatori di interessi o le agende degli incontri con aziende e stakeholder del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e del viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini. O i regolamenti approvati da alcune Regioni. “Regole diverse da un ente all’altro rischiano di creare solo confusione e schizofrenia”, dice a questo proposito Petrillo: “Quello che è lobby per la Toscana non lo è per il Molise e così via. Di più: Montecitorio confina questa attività alle proprie sedi, come se il lobbista svolgesse il suo lavoro solo recandosi fisicamente nel Palazzo. Ciò è assurdo”. Quello che l’Esecutivo deve fare è quindi “avviare una sperimentazione, introducendo poche regole chiare per un periodo non eccessivamente lungo per poi intervenire con norme più dettagliate e specifiche, come quelle tedesche o canadesi”, conclude l’esperto. Chissà se qualcuno gli darà ascolto.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 15 marzo 2017 per La Notizia

I collaboratori parlamentari sono senza regole e le Camere se ne fregano

Camera-Montecitorio-e1489039645650Non si sa nemmeno quanti sono in tutto. E già questo basterebbe per comprendere la reale portata del problema. Al punto che recentemente l’associazione che riunisce alcuni di loro ha indirizzato una nuova lettera ai questori di Montecitorio e Palazzo Madama per chiedere un repentino cambio di passo, dopo che alla precedente “non è arrivata risposta”. Proprio così. Stiamo parlando dei collaboratori parlamentari, quelli che spesso – in maniera non proprio edificante – vengono chiamati “portaborse”. Professionalità che affiancano deputati e senatori nel proprio lavoro quotidiano ma che, ancora oggi, sono praticamente privi di tutele. A cominciare da quelle contrattuali. Insomma, se all’Europarlamento si scopre addirittura che qualche deputato ha assunto come collaboratore un suo parente pagandolo la bellezza di oltre 120mila euro l’anno (nel 2005 Bruxelles ha adottato lo “Statuto dei deputati del Parlamento europeo” che all’articolo 21 regola la figura in questione), nel nostro Paese “non vi è alcun tipo di modello contrattuale al quale il parlamentare possa fare riferimento”, ha denunciato l’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp) presieduta da Valentina Tonti.

Non solo. “Non vi è alcuna relazione fra l’incarico ricoperto, il numero di ore lavorate e la retribuzione, non vi è alcuna chiarezza sul dovere di versamento delle tasse, contributi e non vi è alcun elemento di trasparenza”, ha accusato ancora l’Aicp, malgrado il fatto che “vi sia l’obbligo da parte del parlamentare di depositare presso gli uffici competenti il contratto del proprio collaboratore”. Così “permane il ricorso diffuso a contratti di lavoro atipici”, in particolare partite Iva e collaborazioni a progetto, “nonostante il rapporto di lavoro abbia, molto spesso, le caratteristiche del rapporto di lavoro subordinato”. Uno scandalo a tutti gli effetti, considerando il fatto che il Parlamento è il luogo dove si fanno le leggi e che oltre all’indennità (circa 5.000 euro) e alla diaria (circa 3.500 euro), ogni eletto riceve un rimborso spese per il proprio mandato. Stiamo parlando di 3.690 euro alla Camera e circa 4mila euro al Senato. Cifra – non proprio briciole – pensata per sostenere le attività istituzionali. Metà della quale, come ha ricordato nei giorni scorsi l’associazione Openpolis in un approfondimento sul tema, è sottoposta a rendicontazione quadrimestrale mentre l’altra metà è erogata forfettariamente. Cosa c’è tra le spese da certificare? Anche quella per il proprio collaboratore, ovvio.

Questo vuol dire che ogni deputato e senatore ha a disposizione una somma che può spendere per assumere un assistente. Eppure, come dicevamo, i dettagli del rapporto di lavoro sono lasciati alla piena discrezione del politico e dell’interessato. Ecco perché due giorni fa, dopo lo scoppio della vicenda europea, la Tonti ha commentato amaramente. “Solo laddove ci sono norme chiare e stringenti possono emergere irregolarità – ha detto –. A differenza di Bruxelles, non sappiamo quali siano gli esiti dei controlli fatti a campione dalle stesse Camere sulla documentazione dei nostri parlamentari perché non pubblici né conoscibili”. Come ha sottolineato l’Aicp, la professione è regolamentata anche in Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. Ma ai nostri onorevoli, si sa, su certe cose piace fare orecchie da mercante.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 9 marzo 2017 per La Notizia

Agenda digitale, Italia quartultima nella classifica Ue. E buttiamo fiumi di incentivi

Grafico_Agenda-digitaleUn Paese in zona retrocessione. Non ci sono solo i dati dell’Ocse a testimoniare il fatto che l’Italia fatichi ad agganciare il treno delle più importanti economie continentali. C’è pure un altro terreno sul quale il Belpaese è parecchio indietro rispetto ai propri partner. È quello che riguarda l’attuazione della cosiddetta Agenda digitale, cioè l’insieme di azioni e norme per lo sviluppo delle tecnologie, dell’innovazione e dell’economia digitale. Ebbene: nei giorni scorsi la Commissione europea ha pubblicato i valori, aggiornati a fine 2016, del Desi, l’indice che misura il grado di diffusione del digitale negli Stati Ue. Dove siamo? Soltanto in 25esima posizione, quartultimo posto prima di Romania, Bulgaria e Grecia. Insomma, c’è chiaramente qualcosa che non va.

“Le criticità sono molteplici”, dice senza mezzi termini Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio sull’Agenda digitale del Politecnico di Milano. “Prima di tutto – spiega a La Notizia – c’è un problema infrastrutturale: l’Italia ha investito meno di altri paesi nel garantire connettività a famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni”. Così facendo “sono ancora poche le persone che possono usufruire di connessioni Internet a banda larga” e “anche quei piccoli passi in avanti che sono stati fatti non hanno ancora portato a risultati adeguati”.

Strategia miope – In sostanza: “Nel 2016 il ministero dello Sviluppo economico ha messo sul piatto 2,6 miliardi di euro per ‘coprire’ le cosiddette aree bianche, cioè quelle che sono a fallimento di mercato e sulle quali lo Stato decide comunque di investire per incentivare l’offerta di connettività”. Però? “Ci vorranno anni prima di recuperare il gap con i competitor europei, che nel frattempo non sono certo rimasti a guardare”, prosegue Gastaldi: “La verità è che abbiamo capito tardi quanto le tecnologie digitali siano centrali per la nostra economia”. Anni di miopia non si correggono in poco tempo con ingenti investimenti, è il ragionamento. Non solo. L’altra grande questione è infatti quella che riguarda la digitalizzazione della pubblica amministrazione: qui siamo scivolati da un già poco incoraggiante 17esimo posto al 21esimo. “La nostra Pa è travolta dalla burocrazia – dice Gastaldi –. Il digitale è l’unica arma che abbiamo per combatterla, peccato che al contrario si pensi solo a varare altre norme e leggi, cioè nuova burocrazia. Non proprio un approccio vincente…”.

Risorse al vento – Eppure per ridurre il gap le risorse ci sarebbero. “Dal 2014 al 2020 l’Europa mette a disposizione circa 1,6 miliardi l’anno per attuare l’Agenda digitale italiana” ma “molti di questi soldi non li stiamo usando perché manca un coordinamento fra i vari attori”, specialmente tra Regioni e Agenzia per l’Italia digitale. Proprio a proposito dell’organismo diretto da Antonio Samaritani, “il suo lavoro è fondamentale”, dice Gastaldi, così come la nomina di Mr. Amazon Diego Piacentini a commissario straordinario per il Digitale. Ma anche in questo caso non è tutto rose e fiori. Lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale, ad esempio, presenta ancora delle criticità. “Un milione di italiani ha oggi una chiave digitale per accedere ai servizi della Pa” ma “sono ancora troppo pochi i servizi offerti e Spid è scarsamente usato”, rivela Gastaldi. Serve cambiare passo. “Piacentini ha individuato delle priorità sulle quali lavorare con l’Agid”, conclude il direttore dell’Osservatorio sull’Agenda digitale. Chissà però se presto dalla teoria si riuscirà alla pratica.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo pubblicato l’8 marzo 2017 su La Notizia

Otto marzo, c’è poco da festeggiare. Tra partiti e grandi aziende la parità dei sessi è ancora un miraggio

8-marzo-mimosaTrenta per cento. È questa la quota di donne in alcuni dei luoghi che contano della politica (non solo quella italiana) e dell’economia. Certo, si tratta di numeri in crescita rispetto al passato, come ha rivelato l’ultimo dossier di Openpolis dal titolo “Trova l’intrusa”. Ma se dal mero dato quantitativo, chiarisce l’associazione, si passa all’aspetto qualitativo le cose cambiano parecchio. Così, analizzando le varie situazioni, si scopre per esempio che se da un lato è vero che alle ultime amministrative due donne, Virginia Raggi e Chiara Appendino (entrambe del Movimento 5 Stelle), sono state elette sindache di importanti città come Roma e Torino, dall’altro nei 106 capoluoghi di provincia le prime cittadine sono appena 9, l’8,4%. La parità, nonostante slogan e buoni propositi, resta dunque un miraggio.

Prendiamo il Parlamento. La legislatura in corso è quella che ha visto la maggior presenza femminile di sempre. Alla Camera le deputate sono il 31,30% del totale degli eletti, ma quelle che occupano poltrone “di peso” sono il 19,23%. Al Senato le cose viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda. La presenza di quote rosa fra gli scranni scende infatti al 29,6% mentre aumenta il numero di quelle che ricoprono incarichi importanti: 25,58%. Un po’ poco, obiettivamente, rispetto a quelli appannaggio dei colleghi maschi.

Indietro tutta – Che dire poi del Governo? Se tre anni fa quello guidato da Matteo Renzi faceva registrare una percentuale femminile del 26,23% (16 su 61 tra ministri, viceministri e sottosegretari), Paolo Gentiloni è partito senza scelte eclatanti in fatto di parità, con il 27,78% di ministre: 5 su 18 di cui due senza portafoglio. Questo vuol dire che nel Consiglio dei ministri il 40% dei ministri senza portafoglio è donna; le viceministre sono il 14,29% del totale mentre tra i sottosegretari il 31,43% è donna. La musica non cambia nemmeno nelle giunte e nei consigli regionali, fa notare ancora Openpolis. Le governatrici sono appena 2, Debora Serracchiani (Friuli-Venezia, Pd) e Catiuscia Marini (Umbria, Pd), e le donne restano lontane dalla gestione dei capitoli più importanti. Le assessore sono infatti molto più rare nelle tre materie che compongono la quasi totalità dei budget regionali: bilancio (dove sono appena il 15%), urbanistica, infrastrutture e trasporti (24%) e sanità (25%).

Fuorigioco – Ma non c’è solo la politica. Un capitolo a parte meritano infatti anche le grandi aziende e i loro consigli di amministrazione (Cda). Lo scorso anno, ha calcolato l’associazione, le donne sono arrivate ad occupare 687 poltrone in Cda e organi di controllo. Un record se, come detto precedentemente, si guarda esclusivamente al dato numerico. Scavando si scopre però che in queste realtà le donne hanno per lo più incarichi non esecutivi: nel 68,56% dei casi si tratta di amministratrici indipendenti, quindi di figure non legate ai dirigenti esecutivi o agli azionisti, chiamate a vigilare nel solo interesse della società. Man mano che si sale al vertice, per di più, queste diminuiscono: solo il 3% è presidente o presidente onorario e solo il 2,47% amministratrice delegata. Si tratta di un problema che non riguarda solo l’Italia, sia chiaro. Ecco perché, purtroppo, c’è ancora poco da festeggiare.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 7 marzo 2017 per La Notizia

Rivive il Patto del Nazareno per sbloccare lo stallo sulla legge elettorale. Pd e Forza Italia verso un nuovo accordo

Renzi-BerlusconiUn nuovo patto tra Pd e Forza Italia, anche se “è meglio non scomodare il Nazareno” perché “sappiamo com’è andata a finire…”. Sarà. Certo è che l’indiscrezione raccolta da La Notizia farebbe pensare alla riedizione plastica del famoso accordo stretto il 18 gennaio 2014 nella sede del Pd fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Per andare al sodo bisogna prima riavvolgere il nastro tornando al 12 dicembre scorso, giorno della nomina di Anna Finocchiaro a ministro per i Rapporti con il Parlamento del “nuovo” Governo Gentiloni. Nomina arrivata dopo la vittoria del No al referendum che ha lasciato vuota l’importante casella di presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.

La sostituzione della Finocchiaro sarebbe dovuta arrivare in tempi rapidissimi, complice la voglia dell’ex premier di approvare una nuova legge elettorale per tornare al voto il prima possibile. Poi però le cose sono andate diversamente: la Consulta che ha “smontato” l’Italicum, il pressing di Bruxelles sui conti pubblici, l’inchiesta Consip che coinvolge il padre di Renzi e il suo braccio destro Luca Lotti. Senza dimenticare, ultima in ordine di tempo, la scissione dentro al Pd, arrivata a complicare ulteriormente i giochi proprio dentro la prima commissione del Senato.

Ballando al buio – Non è un mistero, come avevamo già raccontato, che il Pd voglia piazzare su quella poltrona uno fra Roberto Cociancich, Stefano Collina e Francesco Russo. Mentre gli scissionisti di Mdp, rimasti in maggioranza, hanno intenzione di riproporre il nome di Doris Lo Moro, che insieme a Maurizio Migliavacca siede in commissione (Miguel Gotor è uscito due giorni fa perché il neonato gruppo ha diritto a due soli posti). Qui viene il bello: i membri della commissione sono 27 ma la maggioranza – Pd più alleati – si ferma a 13, contando pure Lo Moro e Migliavacca. Senza di loro si scende a 11. Ecco quindi entrare in gioco Forza Italia. “Si potrebbe raggiungere un accordo fra noi e il Pd”, rivela un importante parlamentare berlusconiano. Un accordo che permetterebbe ai dem di portare a casa la guida dell’organismo scongiurando i pericoli che potrebbero scaturire dai mal di pancia dei due esponenti di Mdp. Il tutto con un presupposto: “Non siamo disponibili a trattare al buio”, chiarisce l’azzurro. Tradotto: il testo della nuova legge elettorale dovrà essere condiviso e condivisibile.

Tutti per uno – Un particolare mica da ridere, vista la posizione di Berlusconi per il quale “non c’è nessuna alternativa al proporzionale”. Mentre Renzi, dopo la bocciatura dell’Italicum, ha rilanciato il Mattarellum. Calcolatrice alla mano, in Affari costituzionali FI conta 3 membri: Claudio FazzoneAnna Maria Bernini e Lucio Malan. E, guarda caso, 11 più tre fa 14: cioè la maggioranza. Certo, i verdiniani Riccardo Mazzoni e Antonio Milo sono pronti al soccorso, ma a quel punto Movimento 5 Stelle e Mdp alzerebbero le barricate. Ecco perché alla fine il “delitto perfetto” potrebbe essere nientemeno che la resurrezione del Nazareno.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 marzo 2017 per La Notizia

Cambi di casacca, ecco i recordman del Parlamento. Ultimo caso Formisano, ma Compagna ha già cambiato 6 gruppi

Camera-risparmi-e1475146143897A Montecitorio i suoi (ormai ex) colleghi di gruppo l’hanno ribattezzato “la meteora”. Come altro definire, del resto, Aniello Formisano detto Nello? Nemmeno Wikipedia, pensate, è riuscita a stargli dietro. Già, perché il deputato di Torre del Greco, eletto 4 anni fa tra le file di Centro Democratico, è riuscito nella titanica impresa di passare – nell’arco di appena 19 giorni – da Civici e Innovatori ad Articolo 1 – Movimento democratico e progressista. Così, senza colpo ferire. “Da giovane ero comunista”, ha spiegato al Corriere: “Non sono un fuoriuscito, sono un rientrato…”. Proprio così ha detto. Ma non sarà che per lei Mdp è un taxi, caro onorevole Formisano? “Non scherziamo”, si è inalberato l’interessato: “Se facciamo riferimento all’impostazione ulivista i partiti sono un mezzo per affermare i valori”. Sarà.

Certo è che quello di Formisano non è un caso isolato. Anzi. Dall’inizio della legislatura (marzo 2013) ad oggi, stando ai dati pubblicati da Openpolis, ci sono stati la bellezza di 447 cambi di casacca con 373 parlamentari coinvolti: il 39,26% del totale. In media, ha calcolato l’associazione, ogni 30 giorni 9 eletti decidono di traslocare da un gruppo all’altro. Cifre monstre, se si considera che nella passata legislatura (2008/2013) i passaggi furono in tutto 261 e coinvolsero 180 fra deputati e senatori. La rottura interna al Pd, ufficializzata non più tardi di 48 ore fa, comunque, è solo la punta dell’iceberg.

Andirivieni – Di scuse se ne possono trovare quante se ne vogliono, comprese quelle tirate in ballo da alcuni: la legge elettorale con le liste bloccate, alias il famigerato Porcellum, e (addirittura) la fine delle ideologie. Molto più semplicemente, spesso dietro alla decisione di fare le valige e cambiare “casa” si cela un mero calcolo politico. Qualcuno, poi, c’ha proprio preso gusto. Sempre nella pattuglia degli scissionisti dem, per dire, è finito Adriano Zaccagnini. Candidato ed eletto alle ultime politiche con il Movimento 5 Stelle, il deputato romano ha abbandonato i grillini 4 mesi dopo l’ingresso in Parlamento passando nel Gruppo Misto. A ottobre 2014, Zaccagnini ha deciso di sposare il progetto di Sinistra italiana ma, finita la luna di miele, a settembre 2016 è tornato nel Misto. Prima dell’ultimo cambio di gruppo, in Mdp appunto. Che dire poi di Paola Pinna? La deputata sarda è riuscita in un’altra grande impresa: spostarsi dai 5 Stelle al Pd, suo attuale partito, passando per il Misto e Scelta civica. Pinna e Zaccagnini sono comunque in ottima compagnia.

Liberi tutti – Degna di nota è anche la parabola di Fucsia Nissoli. Entrata alla Camera pure lei con Scelta civica, la deputata di Treviglio è passata per il Misto prima di rientrare nel partito fondato da Monti e infine aderire (a dicembre 2013) a Democrazia Solidale-Centro Democratico. Anche Giuseppe Ruvolo e Riccardo Conti, in questa legislatura, hanno cambiato 3 volte casacca. Il primo, eletto con il Popolo della Libertà, è passato per Grandi Autonomie e Libertà (Gal) e Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (i verdiniani): oggi indossa la maglia dell’Udc. Percorso simile è quello fatto da Conti, che prima di aderire pure lui all’Udc (partito col quale era stato eletto in Parlamento nel 2006) ha transitato in Forza Italia, Misto e Ala. E Salvatore Margiotta? Potevamo dimenticarci di lui? No che non potevamo. Seguiteci: il senatore potentino è rimasto nel Pd dal 19 marzo 2013 al 10 dicembre 2014, poi è passato al Misto fino al 20 gennaio 2016, infine è andato in Area popolare e dal 1° marzo 2016 – incredibile ma vero – è rientrato nei dem.

L’inarrivabile – Il primatista dei cambi di casacca nell’attuale legislatura è senza ombra di dubbio Luigi Compagna. Che di spostamenti da un gruppo all’altro, fate attenzione, ne ha fatti ben 6. Una lunga carriera politica alle spalle iniziata negli Anni ’90 con il Partito Repubblicano, in 4 anni Compagna è entrato e uscito due volte da Gal e Area Popolare fermandosi per un po’ nel Misto fino ad accasarsi tra i Conservatori e Riformisti. Tre passaggi di gruppo li hanno fatti anche Sandro Bondi e Manuela Repetti. Insieme, come nella vita. Da Forza Italia, la coppia di ex fedelissimi di Berlusconi è passata ai “nemici” verdiniani prima di congedarsi dopo soli 6 mesi e andare al Misto. Alla prossima puntata.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 2 marzo 2017 per La Notizia

Gentiloni stai davvero sereno. Il viceministro Bubbico è passato con Mdp, ma rassicura: “Fiducia doverosa”

11190908283_4814201231_bSi sono costituiti ieri sia a Montecitorio (37 deputati guidati da Francesco Laforgia) sia a Palazzo Madama (14 senatori capitanati da Maria Cecilia Guerra) i gruppi di Articolo 1 – Movimento democratico e progressista. Al Senato, fra i membri c’è anche il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico.

Senatore, Gentiloni può “stare sereno”?
Sono meridionale e perciò scaramantico, eviterei di usare certe espressioni… La serenità va conquistata di giorno in giorno, agendo per confermare gli obiettivi annunciati.

Continuerete ad appoggiare il Governo o no?
I neonati gruppi di Democratici e progressisti confermano la fiducia all’Esecutivo, una fiducia che personalmente reputo doverosa perché l’Italia possa essere aiutata a ritrovare la via migliore per rilanciarsi e tornare a crescere. Si tratta ora di capire come questa nostra volontà possa essere effettivamente declinata.

Lei continuerà a far parte dell’Esecutivo?
Sono pronto a fare un passo indietro in ogni circostanza.

Il premier sapeva che avrebbe lasciato il Pd?
Certamente. Della decisione che ho assunto ho informato per tempo sia lui sia il ministro Minniti.

Quali sono le vostre priorità?
Il problema principale è quello di affrontare la questione economico-sociale. Gentiloni sta lavorando per garantire stabilità, rassicurare i mercati e mantenere un rapporto proficuo coi partner europei. Va interrotto in tutti i modi il processo recessivo in atto da troppo tempo.

Veniamo al Pd. Nei giorni scorsi Renzi ha detto che dietro la scissione c’è la regia di D’Alema…
Ha detto bene Bersani: l’artefice della nostra fuoriuscita è stato l’ex segretario. Nel Pd c’è una visione e un metodo che ci auguriamo sia lo stesso Renzi a correggere. Qui non è in discussione una persona ma il destino del Paese. Vanno superati quegli atteggiamenti ascrivibili ad arroganza e provincialismo.

A cosa si riferisce?
Una manifestazione tipica del provincialismo è quella di cercare le soluzioni altrove. Tradotto: non serve andare in California, basta guardare alla complessità del mondo e alle nostre risorse inespresse.

Orlando o Emiliano potrebbero “ricucire” lo strappo?
Vorrei tanto che fosse Renzi a fare opera di pacificazione, prendendo atto del fatto che non è il capo di una tribù ma di una comunità ricca e articolata.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 marzo 2017 per La Notizia

Da Boccia a Chaouki e Lumia: ecco la squadra di Emiliano

Michele_EmilianoHa deciso di rimanere nel Pd e correre per la guida della segreteria, giocando una partita senza esclusione di colpi. Come dimostrano le parole pronunciate non più tardi di 48 ore fa, quando ha detto tranchant che se qualcuno vuole togliersi dai piedi Matteo Renzi allora deve votare per lui. Lui è Michele Emiliano, governatore della Puglia che proprio non ci sta a fare l’agnello sacrificale lasciando campo libero all’ex premier e segretario dem uscente e al ministro della Giustizia Andrea Orlando. Anzi.

Così, come pure i suoi sfidanti, l’ex sindaco di Bari sta organizzando le truppe in vista della battaglia congressuale. Truppe che saranno formate da parlamentari, governatori, consiglieri regionali. Più la cosiddetta “società civile”. In molti per adesso non vogliono esporsi pubblicamente, anche perché la presentazione delle candidature alla segreteria scadrà il 6 marzo e non si possono commettere errori. Quel che è certo è che a tirare la volata del presidente pugliese c’è un pezzo da novanta del partito come Francesco Boccia, numero uno della commissione Bilancio di Montecitorio, secondo il quale “con Emiliano segretario del Pd tutte le anime della sinistra possono tornare a casa”. Schierato col governatore c’è anche un altro barese doc come Dario Ginefra, di cui il 5 giugno 2016 Emiliano, particolare succoso, è stato testimone di nozze.

Terza via – Non solo. Sempre dalla Camera arrivano anche altri quattro nomi. Si tratta di Simone Valiante (vicino all’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni), Antonio Castricone, Colomba Mongiello, pure lei pugliese, e Khalid Chaouki. Nome, quest’ultimo, che ha sorpreso non pochi, visto che nel mare magnum delle correnti del Pd il deputato di origine marocchina “nuota” in quella dei Giovani Turchi – o Rifare l’Italia – capitanata da Matteo Orfini e Orlando. Sarebbe stato logico, quindi, immaginare un suo appoggio a Renzi o al Guardasigilli. Invece Chaouki ha scelto la “terza via”. Poi, come detto, ci sono i governatori. Due in questo caso i nomi caldi, fra conferme e smentite: quelli di Mario Oliverio (Calabria), su cui però aleggia il punto interrogativo, e Rosario Crocetta, numero uno della Sicilia. In un primo tempo era stato tirato in ballo anche Nicola Zingaretti (Lazio), che però ha annunciato il proprio sostegno a Orlando. Un secco “no” è arrivato pure da Sergio Chiamparino (Piemonte): “Emiliano mi appare come l’altra faccia di Renzi, ne è speculare nell’idea che sembra avere della leadership”.   

In marcia – Dalla Sicilia vengono anche Pino Apprendi e il potente senatore della commissione Antimafia Giuseppe “Beppe” Lumia. Il primo, deputato dell’Ars, presiederà il comitato elettorale di Emiliano sull’Isola. Secondo quanto riferito a La Notizia da più fonti, anche il parlamentare, inseparabile di Crocetta, farà il “portatore d’acqua” per il presidente pugliese. In attesa che altri sposino la sua causa.

Articolo scritto il 1° marzo 2017 per La Notizia