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Vacciano prigioniero politico. Il Senato non lo libera più

Vacciano_FacebookSui social network qualcuno gli ha addirittura suggerito di iniziare lo sciopero della fame. “Ci sono motivi più seri per farlo e mi sembrerebbe persino offensivo nei confronti di persone che sono veramente in difficoltà”, mette subito in chiaro Giuseppe Vacciano, il senatore ex Movimento 5 Stelle (oggi nel Gruppo Misto) che ieri si è visto respingere per la quinta volta la richiesta di dimissioni dall’Aula di Palazzo Madama (90 voti a favore, 129 contrari e 7 astenuti). Però l’umore non è certo dei migliori. “Come mi sento? Non so se sono più demoralizzato o depresso”, risponde senza troppi giri di parole. Di fatto, sono due anni che il Senato lo tiene prigioniero. La prima volta che Vacciano ha provato a dimettersi era il 17 febbraio 2015. Sembrava una formalità, in un Paese in cui mediamente non si dimette nessuno. E invece l’Aula votò contro. Così come ha fatto pure il 16 settembre dello stesso anno e poi ancora il 13 luglio 2016, il 25 gennaio 2017 e infine ventiquattrore fa.

“Il ‘fronte del no’ alle mie dimissioni è trasversale – rivela il parlamentare campano –. C’è una parte del Pd, una di Forza Italia… Ho spiegato a tutti il perché del mio passo indietro, e l’essere passati da una quarantina a 90 sì è già qualcosa, anche se, com’è ovvio, non è sufficiente”. Chiaro che dietro a questo vero e proprio “accanimento” vi sia un calcolo politico. L’uscita di Vacciano rafforzerebbe infatti la pattuglia grillina in un’Aula in cui per la maggioranza i numeri sono ballerini. Col rischio però di far entrare Vacciano nel guinness dei primati in quanto a dimissioni rifiutate. “Non era mia intenzione entrare nel libro dei record parlamentari”, scherza per un attimo l’interessato prima di tornare serio: “Ho scritto cinque lettere e una trentina di solleciti, ho fatto discorsi pubblici e privati però, evidentemente, il mio atto politico risulta tutt’ora meno credibile di quello di Minzolini – dice –. Quel che è certo è che al Senato la logica non è di casa…”. Paradosso nel paradosso, pur avendo lasciato i 5 Stelle (“non condividevo più la linea di Grillo e Casaleggio e poi ho sempre detto che quella poltrona appartiene alla lista e non a me”) il senatore continua a seguirne seriosamente i dettami. Tanto da restituire la quasi totalità dello stipendio.

“Sono un dipendente della Banca d’Italia in aspettativa retribuita”, ricorda Vacciano, “perciò tranne il rimborso per le spese dei collaboratori dò mediamente indietro tremila euro al mese. Una volta sono arrivato a restituirne anche ottomila o diecimila”. Nonostante le battaglie perse finora, Vacciano questa guerra è comunque intenzionato a vincerla. Scontata, quindi, la decisione di ripresentare la richiesta di dimissioni. “Lascerò passare qualche giorno ma stavolta – conclude – nella lettera che l’accompagnerà mi toglierò qualche sassolino dalle scarpe”. Insomma, “fosse anche solo un giorno prima della fine della legislatura, io dal Senato voglio dimettermi”. A questo punto, non resta che dire: in bocca al lupo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 20 aprile 2017 per La Notizia

Forza Italia le prova tutte: ora è caccia al 2X1000

Silvio_Berlusconi_PortraitCi risiamo. Come se non bastassero le due già ricevute nelle scorse settimane (leggi qui e qui), venerdì 7 aprile parlamentari e responsabili territoriali di Forza Italia si sono visti recapitare una terza lettera. Stavolta in calce non c’è solo la firma del tesoriere Alfredo Messina, ma anche quella del responsabile nazionale dell’organizzazione, Gregorio Fontana (uno dei tre deputati questori della Camera). L’oggetto? “Destinazione 2X1000 redditi a Forza Italia”.

Breve riassunto delle puntate precedenti: complice l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e l’alta percentuale di “morosi” che, nonostante i ripetuti solleciti e la minaccia di essere esclusi dalle liste, non hanno ancora versato quanto pattuito (800 euro al mese), FI si ritrova con un “buco” di oltre 2 milioni di euro. Non proprio briciole. Circostanza che fa aleggiare sul partito di Silvio Berlusconi lo spettro del default. Così, per cercare di limitare i danni, Messina e Fontana hanno preso carta e penna e lanciato un appello rivolto stavolta a coordinatori regionali, provinciali e delle grandi città. “Quest’anno è di estrema importanza rafforzare l’impegno sulla campagna per destinare il 2X1000 delle dichiarazioni dei redditi a Forza Italia – scrivono –. (…) Nella difficile situazione di bilancio che conoscete, si tratta di una risorsa preziosa che non possiamo assolutamente trascurare”. Ma in che modo dovranno muoversi gli interessati con militanti e simpatizzanti di FI? “Occorre contattarli uno ad uno al più presto”, chiariscono i due dirigenti forzisti, “tenendo conto del fatto che è già in corso la distribuzione ai lavoratori dipendenti del CU (la certificazione unica, ndr) 2017”. Non solo. “È indispensabile programmare tutte le iniziative di sensibilizzazione possibili”, per esempio “sensibilizzare i centri di assistenza fiscale e i professionisti che si occupano di dichiarazione dei redditi, sollecitandoli a ricordare a tutti i contribuenti che esiste questa opportunità”.

I risultati finali “saranno monitorati per provincia” e “saranno valutati direttamente dal presidente Berlusconi e dal comitato di presidenza”. Come andrà a finire? Vedremo. Nel 2016, proprio grazie al 2X1000, Forza Italia raccolse 615.761 euro. Un bel gruzzoletto, non c’è che dire, ma niente a che vedere con la cifra incassata dal Pd: 6 milioni 400 mila euro, il 50,5% della torta. Ad avercene.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto l’11 aprile 2017 per La Notizia

Lettera aperta a Nanni Moretti (e a tutti gli intellettuali di “sinistra” rimasti in Italia) – di Mariaelena Prinzi

Nanni_MorettiGentile Sig. Moretti,

Non conoscendola direttamente non mi permetto inutili e fastidiose confidenze. Sono una giovane insegnante, ho poco più di trent’anni, sono cresciuta a Monteverde tra le “sue” vie e un tempo ero innamorata dei suoi film.

Ebbene sì, un tempo.

Ormai sono grande e dovrei sapere che nulla è per sempre, dunque nemmeno lei e la sua arte. Era il 1998 quando, con la sua consueta ironia, supplicava un D’Alema intrappolato in un televisore di dire qualcosa di sinistra. Ma purtroppo non accadeva nulla. E sempre in quella pellicola, con un tono tra il serio e il faceto, spiegava ad un incredulo giornalista francese “l’anomalia Berlusconi”. E poi è venuta l’epoca dei girotondi e de “Il caimano” (2006).

E poi? E ora?

Cosa sta facendo, signor Moretti? Capisco il suo impegno artistico per produrre film di qualità che, ahimè, ormai sono distribuiti anche nelle grandi multisala (mi conceda uno sfogo nostalgico per quei piccoli cinema in via d’estinzione che programmavamo film indipendenti) ma una parola, un mezzo girotondo, un tweet – ormai anche il Santo Padre li usa – potrebbe anche farlo. Le sarà giunta voce che alla Camera è in arrivo il disegno di legge sulla scuola presentato dai ministri Giannini, Madia e Padoan, che mina alla base il principio cardine dell’insegnamento: la sua libertà. Come sanciscono gli articoli 33 e 34 della Costituzione. Gli dia un’occhiata, così per scrupolo. Se dovesse concordare con quanto proposto, beh mi scuso in anticipo per il disturbo arrecatole. Ma se per sbaglio non dovesse essere… D’accordo, ci dica qualcosa.

E se poi le venisse voglia di commentare anche la legge elettorale appena passata alla Camera con la fiducia, che, come lei ricorderà, ha solo due precedenti nella nostra storia repubblicana – la legge Acerbo del 1923 e la legge Scelba del 1953 – e che, come avrà notato, è il 41esimo provvedimento a cui viene messa la fiducia, lo faccia. Vede, io sono cresciuta nell’“epoca del berlusconismo” e mi sono incredibilmente salvata. E ascoltavo con attenzione e interesse le sue critiche. Ma vede, tutto sommato è facile criticare chi si trova dall’altra parte della “barricata”; arduo è farlo con chi ci sta accanto o dice di esserlo.

Vengo al punto.

Se dovesse sentire l’irrefrenabile desiderio di dire qualcosa di sinistra, qualsiasi cosa, lo faccia. Perché vede purtroppo c’è stata una moria e, oltre al signor Bertinotti e al signor Cossutta, i comunisti sono spariti. E quei pochi che si definiscono ancora tali esitano, hanno paura di criticare. Eppure loro, al contrario della sottoscritta, la storia l’hanno vissuta e non studiata sui libri e sanno quale prezzo pagò il Pci per non aver rinnegato prontamente alcuni movimento violenti extraparlamentari che si definivano “di sinistra”.

Ma questa è un’altra storia. Mi scuso, probabilmente l’ho annoiata e, solo a fatica, è giunto a queste ultime righe. Ma l’ho dichiarato sin dall’inizio: sono soltanto una giovane insegnante. Magari un po’ sognatrice e logorroica, come tanti colleghi, ma nulla di più.

La saluto con le parole di Gaber, che magari lei avrà anche avuto la fortuna di conoscere: “Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. Sì qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso. No niente rimpianti (…), perché ormai il sogno si è rattrappito”.

E se fosse sparito?

Mariaelena Prinzi (Docente e Giornalista)

Professione Onorevole – da “Il Punto” del 21/09/2012

L’Associazione Openpolis monitora l’attività di deputati e senatori e permette ai cittadini di essere sempre informati su quanto realmente prodotto dagli oltre 900 parlamentari italiani. Di Pietro primeggia fra i leader di partito davanti a Casini, Alfano, Maroni e Bersani. Male i “big”, quasi tutti con un basso indice di produttività. Mentre si moltiplicano i cambi di casacca: a pagare dazio soprattutto il Pdl

«La legge elettorale verrà a questo punto e con ogni probabilità riformata in Parlamento a maggioranza». In mezzo allo stallo che vige da mesi intorno al cambiamento del sistema di voto, uno degli assi portanti del dibattito politico, è il segretario del Pri Francesco Nucara ad indicare la strada maestra. Malgrado le buone intenzioni, serpeggia la paura – fra gli elettori, più che tra le forze politiche – che alla fine si tornerà a votare con il “Porcellum”. Sarebbe la terza volta, potrebbe non essere l’ultima. Ma chi sono i «nominati» che finora hanno lavorato meglio e quali, invece, quelli che hanno fatto peggio? E i partiti? Quali di quelli presenti in Parlamento hanno perso più membri dall’inizio dell’attuale legislatura? L’associazione Openpolis, che si autodefinisce un «osservatorio civico della politica che analizza quotidianamente i meccanismi complessi che muovono l’Italia», promuove l’open government e permette ai cittadini di essere costantemente informati sull’attività degli oltre 900 parlamentari che compongono Camera e Senato.

SECCHIONI E FANNULLONI - Antonio Borghesi (Idv) e Gianpiero D’Alia (Udc). Non saranno fra i parlamentari più conosciuti, eppure sono quelli che alla Camera e al Senato fanno registrare il più alto indice di produttività, calcolato sulla base di criteri che verificano quanto una data attività sia stata effettivamente produttiva. «Andiamo a vedere che fine hanno fatto gli atti presentati dal parlamentare, quanti sono stati discussi, votati o diventati legge, quanti, invece, sono rimasti solo intenzioni», si legge su www.openpolis.it. Insomma: non serve scaldare la poltrona ma “fare”. Nella top ten alla Camera compaiono Franco Narducci (2°), Pier Paolo Baretta (3°), Maria Antonietta Farina Coscioni (6°), Roberto Zaccaria (9°) e Maurizio Turco (10°) del Partito democratico, Donato Bruno (4°), Manlio Contento (7°) ed Edmondo Cirielli (8°) del Pdl e Stefano Stefani (5°) della Lega Nord. I big di partito hanno invece andamenti molto differenti. Al 16° posto della radicale Rita Bernardini si alterna il 156° del capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, così come alla 41esima posizione dell’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd) si contrappone la 496esima occupata dal suo collega di partito Massimo D’Alema. In altre faccende affaccendati, quasi tutti i pezzi grossi di Montecitorio navigano nei bassifondi. Rosy Bindi è 425esima, Walter Veltroni 457esimo, Giuseppe Fioroni occupa la posizione numero 510 e Giovanna Melandri la 551. Va un po’ meglio all’ex segretario Dario Franceschini e ad Enrico Letta (vice di Bersani alla guida del Pd), che sono rispettivamente al 255esimo e al 267esimo posto. Sul fronte opposto, quello del Pdl, l’andazzo è simile. Renato Brunetta è “solo” 367esimo, Mara Carfagna 494esima, Raffaele Fitto 533esimo, Michela Vittoria Brambilla 567esima, Denis Verdini 616esimo e Niccolò Ghedini (avvocato di Silvio Berlusconi) addirittura 621esimo. Anche in questo caso non mancano le “mosche bianche”. Jole Santelli, vicecapogruppo alla Camera del partito, è 56esima, mentre Giorgio Jannone (presidente della Commissione di controllo sulle attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale) è 85esimo. Tra le varie formazioni spicca l’attivismo dell’Italia dei valori. Molti dei deputati del partito di Antonio Di Pietro – che alla Camera conta 20 seggi – sono fra le prime cento posizioni. Il responsabile giustizia Federico Palomba è 37esimo, Fabio Evangelisti 47esimo e Francesco Barbato 92esimo. Al Senato, invece, alle spalle di D’Alia c’è Carlo Vizzini (Udc), presidente della commissione Affari costituzionali. Fra i “diligenti” di Palazzo Madama c’è un folto gruppo del Pdl formato da Lucio Malan (3°), Filippo Berselli (6°), Antonio D’Alì (7°), Antonio Azzolini (8°) e Giampaolo Bettamio (9°), a cui si uniscono i democratici Felice Casson (4°) e Stefano Ceccanti (5°) e il leghista Massimo Garavaglia (10°). E i pezzi da novanta? Nel Pdl Maurizio Gasparri è 95esimo, Altero Matteoli 158esimo, Gaetano Quagliariello 245esimo, Maurizio Sacconi 267esimo e Carlo Giovanardi 295esimo. Nel Pd spiccano i nomi di Enzo Bianco (20°) e di Anna Finocchiaro (76°); nell’Idv sono invece Luigi Li Gotti (12°), Elio Lannutti (17°), Pancho Pardi (34°) e Felice Belisario (43°) i più “produttivi”.

L’HIT PARADE DEI LEADER - A ridosso delle prime dieci posizioni alla Camera dei deputati c’è Antonio Di Pietro (11°), presidente dell’Italia dei valori. L’ex pubblico ministero è il primo, fra i leader di partito, ad occupare un posto così alto in graduatoria, grazie ad un indice di produttività di 681.0. Molto più staccati i segretari di Pd, Pdl, Udc e Lega Nord. I dati, aggiornati al 13 settembre 2012, vedono Pier Ferdinando Casini 268esimo, con un indice di produttività di 168.8, malgrado un numero di presenze – che si riferiscono alle votazioni elettroniche che si svolgono alla Camera e al Senato dall’inizio della legislatura – superiore a quello di Di Pietro (58,48% contro 46,20). Bisogna invece scendere di oltre duecento posizioni per trovare Angelino Alfano. Erede designato di Silvio Berlusconi alla guida del Popolo della Libertà, anche se ancora relegato nelle retrovie, l’ex ministro della Giustizia occupa la casella numero 471. Quasi sempre in “missione” (69,76%), Alfano ha un indice di presenze molto basso, appena il 10,98%. Non va meglio a Roberto Maroni, successore di Umberto Bossi a capo della Lega Nord. Il «rottamatore» del Carroccio è 503esimo, con una percentuale impressionante di missioni (82,49%), un bassissimo numero di presenze (6,38%) e un indice di produttività di appena 93.6. Il cucchiaio di legno, per dirla in termini rugbistici, spetta però al segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, solo 518esimo su 630 alla Camera: 70,01% le assenze, 85.7 l’indice di produttività.

EMORRAGIA PDL - Ottanta parlamentari in meno dall’inizio della legislatura. A tanto ammonta il deficit – ma la si potrebbe tranquillamente definire “emorragia” – del Pdl, che dal 2008 ad oggi ha perso ben 64 deputati e 16 senatori. Come lui nessuno mai, alla luce del fatto che il Pd ha visto “partire” 11 deputati e 14 senatori (25 parlamentari in totale) e l’Udc addirittura guadagnarne 11 (4 alla Camera e 7 al Senato). Insomma, il partito è ad un bivio: il suo futuro è legato alla decisione di Berlusconi di ricandidarsi o meno in vista delle elezioni del 2013. Il Cavaliere, in base alla nuova legge elettorale che sarà varata (sempre che la si faccia), dovrà decidere come riorganizzare il partito. Basta “traditori” – come scrisse quel famoso 8 novembre 2011 alla Camera su un foglio abilmente immortalato dai fotografi –, stop agli errori fatti in passato. Al Popolo della Libertà è infatti costata cara la diaspora finiana, dopo il noto «che fai, mi cacci?» del presidente della Camera: Fli conta ora 26 deputati (all’inizio erano 40) e 14 senatori (in quest’ultimo caso in coabitazione con l’Api). Ma ad aver voltato le spalle all’ex premier ci sono anche fedelissimi come Gabriella Carlucci, passata all’Udc, e Giorgio Stracquadanio, ultimo in ordine di tempo ad aver abbandonato la nave per aderire al Gruppo Misto. Non vanno poi dimenticati Paolo Guzzanti e Silvano Moffa, uno dei recordman del cambio di casacca nella legislatura 2008/2013: prima Pdl, poi Fli, Gruppo Misto e infine Popolo e Territorio (stesso percorso seguito anche da Barbara Siliquini e Catia Polidori). Va meglio, come preannunciato, al Pd. Fra i nomi noti ad aver lasciato i democrat figurano Paola Binetti, Renzo Lusetti ed Enzo Carra, ora tutti deputati dell’Udc, e Francesco Rutelli, che nel novembre 2009 ha dato vita ad Alleanza per l’Italia (Api). Bilancio in rosso anche per Italia dei valori e Lega Nord. Di Pietro ha dovuto fare i conti con “l’alto tradimento” di Antonio Razzi, Domenico Scilipoti e altri 6 deputati (più 2 senatori, Giuseppe Astore e Giacinto Russo), mentre il Carroccio ha perso pezzi solo al Senato. Dopo lo scandalo che ha portato al totale riassetto dei vertici leghisti la “pasionaria” Rosy Mauro, Lorenzo Bodega e Piergiorgio Stiffoni sono infatti passati al Gruppo Misto. Non mancano poi i “transfughi cronici”. Oltre al già citato Moffa, ecco Americo Porfidia (Idv-Gruppo Misto-Popolo e Territorio-Gruppo Misto), Giampiero Catone (Pdl-Fli-Gruppo Misto-Popolo e Territorio) e Antonio Milo (Gruppo Misto-Popolo e Territorio-Gruppo Misto-Popolo e Territorio) alla Camera, Mario Baldassarri (Pdl-Fli-Gruppo Misto-Api/Fli), Adriana Poli Bortone (Pdl-Gruppo Misto-Api/Fli-Coesione Nazionale) ed Elio Massimo Palmizio (Pdl-Coesione Nazionale-Pdl-Coesione Nazionale) al Senato. Chissà se li rivedremo ancora in Parlamento. In quel caso, il consiglio è uno e uno solo: avere le idee chiare da subito.

Twitter: @GiorgioVelardi            

Punto per punto, ecco la manovra economica del Governo

Quarantacinque miliardi e mezzo di euro ripartiti in due anni: 20 miliardi nel 2012 e i restanti 25,5 nel 2013. A tanto ammonta il peso della manovra che il Consiglio dei Ministri ha varato all’unanimità nella serata di venerdì 12 luglio per arrivare al pareggio di bilancio entro il 2013, come chiesto dalla Banca Centrale Europea. Un provvedimento «lacrime e sangue», ricco di “tagli”: dai costi della politica (finalmente) alla cancellazione delle provincie con meno di 30.000 abitanti, passando per la tassazione per i redditi oltre i 90 e 150.000 euro (rispettivamente del 5 e 10%) e l’accorpamento di 1.970 piccoli comuni. Vediamo in dettaglio tutti i contenuti del decreto legge messo nero su bianco dall’Esecutivo.

CONTRIBUTO DI SOLIDARIETÀ – Nella conferenza stampa che ha tenuto insieme a Tremonti appena concluso il Cdm straordinario per il varo della manovra, Berlusconi ha detto: «Il mio cuore gronda sangue. Il vanto mio e del Governo era quello di non aver mai messo le mani nelle tasche degli italiani. La situazione internazionale, però, è cambiata. Siamo addolorati ma soddisfatti». E allora ecco il primo provvedimento: il cosiddetto “contributo di solidarietà”. In sostanza si tratta di una ritenuta, che il datore di lavoro verserà allo stato dopo averla trattenuta dagli stipendi dei lavoratori che superano i 90 e 150 mila euro annui, e che sarà rispettivamente del 5 e del 10% (per ciò che riguarda i dipendenti pubblici). Per i liberi professionisti, invece, era stata paventata un’addizionale Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche) che avrebbe colpito le aliquote più alte (quella del 41% e del 43%), ma la stessa è stata poi annullata. In questo modo dovrebbe entrare nelle casse dello stato circa un miliardo di euro.

NUOVE IMPOSTE – A parte, comprensibilmente, i titoli di Stato, per tutte le rendite finanziarie il decreto stabilisce un’aliquota di tassazione unica pari al 20%. La tassa sui depositi bancari scende quindi di sette punti percentuali (era al 27%), mentre salirà dal 12,5% il “capital gain“, ovvero la tassa da versare sul differenziale (in positivo) dei titoli azionari. Aumenteranno le tasse sui giochi e le accise su carburanti e tabacco, ed in più verrà istituita una nuova “Robin Hood Tax” a carico delle società energetiche. Il tutto porterà ad un rientro di circa due miliardi di euro.

PREVIDENZA E IMPIEGO – Non sono state toccate le pensioni, così come voluto dalla Lega Nord. Viene però anticipato al 2016 (e non più al 2020) il progressivo innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile per le donne che lavorano nel settore privato, che sarà completato entro il 2027. Per i lavoratori della pubblica amministrazione il Trattamento di fine rapporto (Tfr) viene posticipato di due anni (ma solo per coloro che optano per il pensionamento anticipato), e le promozioni bloccate prima della fine del rapporto stesso. Attenzione anche alla tredicesima: se le pubbliche amministrazioni non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa previsti la stessa verrà bloccata. Sul fronte scuola saranno assunti 30.300 docenti e 36.000 unità del personale amministrativo, sia tecnico che ausiliario.

I TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA – «Sono stati forse eccessivi ma determinati dal confronto con l’opinione pubblica», ha detto il Premier parlando del taglio ai costi della politica. Cosa prevede? Si parte dall’accorpamento dei Comuni con meno di 8.500 abitanti (sono 1.500), ed in più saranno abolite le provincie con meno di 30.000 abitanti (34). Ci sarà inoltre uno stop ai doppi incarichi (chi vuole portare avanti la propria attività vedrà la propria indennità ridotta del 50%) e l’obbligo di volare in “economy class” per tutti gli eletti. Infine, ci saranno anche dei nuovi limiti al numero di assessori provinciali e comunali. I posti che “salteranno” saranno 54.000 – ma il personale andrà comunque ricollocato – mentre l’introito sarà pari a 8,5 miliardi di euro.

ENTI LOCALI E MINISTERI – Tocca a loro pagare il prezzo più alto della manovra: meno 9,5 miliardi fra il 2012 e il 2013. Solo il prossimo anno i Comuni riceveranno 1,7 miliardi di euro in meno, le Province 700 milioni e le Regioni 3,6. Con il decreto sarà anticipato al 2012 il Federalismo fiscale, che consentirà ai Comuni di riempire le tasse con la nuova IMU (Imposta Municipale Unica). Critico il Governatore della Lombardia Formigoni: «Così il Federalismo è morto, inconsistente, insussistente». Anche ai Ministeri toccherà tirare la cinghia: meno 6 miliardi nel 2012 e altri 2,5 nel 2013 (i tagli non saranno lineari: per conoscere con precisione le detrazioni bisognerà aspettare la Legge di Stabilità).

MERCATO DEL LAVORO – Viene introdotto nel codice penale il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, che sarà punito con una reclusione dai 5 agli 8 anni, mentre le festività laiche saranno spostate alle domeniche: stop quindi a 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno. Saranno poi rivisti i criteri per le pensioni di invalidità e gli assegni di reversibilità.

FISCO E LIBERALIZZAZIONI – I titolari di negozi e attività devono ricordare di emettere lo scontrino fiscale o la fattura. Pena: la chiusura immediata del locale (finora si andava incontro ad una sanzione amministrativa). Mossa fatta per combattere ancora di più l’evasione fiscale. L’altra introduzione è quella di un’ulteriore tracciabilità di tutte le transazioni superiori ai 2.500 euro, con comunicazione all’Agenzia delle Entrate delle operazioni per le quali è prevista l’applicazione dell’Iva. Capitolo liberalizzazioni: non vengono toccati né l’esame di Stato né la struttura degli Ordini, come richiesto dal Comitato Unitario dei Professionisti (Cup), ed in più si incentiverà un accesso libero alle professioni, con l’obbligo di formazione ed un equo compenso per chi svolge un tirocinio.

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Il “mercante di notizie”, un (piccolo) aiuto per districarsi nel mare magnum delle news

Diciamoci la verità: fra canali all news, edizioni online dei principali quotidiani, trasmissioni di infotainment e quant’altro, oggi sembra di vivere in un vero e proprio mercato delle notizie.

Molte riflessioni, approfondimenti e dati passano in secondo piano, affogando nel mare magnum di tutti i prodotti elencati pocanzi. Ecco allora che di fronte al mercato delle notizie è giusta e necessaria la presenza di un “mercante di notizie“: qualcuno che delle news analizzi il “lato B“, e che sia il punto di partenza di un nascente spirito critico, smarrito nell’Italia in cui viviamo.

Chiunque voglia collaborare, commentare, diventare partecipe di questo progetto può liberamente farlo. La forza della rete è anche, e soprattutto, questa. A presto!