Archivio mensile:ottobre 2011

L’Italia ha fallito. Anche nel calcio

Che l’Italia sia un paese che ha fallito è acclarato. Ieri Umberto Bossi, leader della Lega Nord, ha minacciato la crisi di Governo. «Dio volesse!», ha esclamato qualcuno. Ma che l’Esecutivo cada o meno conta poco: peggio di così le cose non possono andare.

Ma la notizia di giornata – sul fronte sportivo – è stata un’altra: Antonio “Totò” Di Natale è l’unico italiano presente nella lista dei 50 candidati al Pallone d’Oro, che sarà assegnato il prossimo 9 gennaio. Un segnale inequivocabile: anche il nostro calcio, dopo la politica, l’economia e compagnia cantante, ha fallito. Ma non perchè il numero 10 dell’Udinese non sia un ottimo giocatore – guida da due anni la classifica cannonieri della Serie A – ma semplicemente perchè ha 34 anni. Non è quindi un giovane talento, come Messi (24) o Cristiano Ronaldo (26), perchè guarda un po’ il nostro paese non investe sui giovani non solo a livello lavorativo, ma pure a livello calcistico. Le società italiane mettono sul piatto solo l’1 o 2% per i propri settori giovanili, mentre in Spagna, Inghilterra e Germania l’investimento va dal 6 al 10% (cinque o sei volte tanto). Nella lista per i candidati al più importante riconoscimento individuale a livello calcistico – che sarà scremata a novembre, quando i candidati saranno ridotti a 23 e poi (il 5 dicembre) a 3 – il Barcellona porta ben 9 giocatori, il Real Madrid 5. Non sono solo numeri, sono lampadine rosse che si accendono per segnalare un grave problema.

Poi c’è il capitolo degli stadi di proprietà. Quella della Juventus è sembrata una vera rivoluzione, poi si scopre che la struttura è stata costruita con acciaio non a norma e che c’è il rischio di chiusura. Ma dove viviamo? In Italia, quindi la risposta ai perchè e ai per come di tale idiozia e negligenza è già compresa. In Europa sono tante le squadre ad avere da anni un impianto tutto loro – si pensi all’Arsenal in Inghilterra e al Bayern Monaco in Germania -, fattore che frutta ingenti ricavi tramite un business collaterale che ripaga, in pochissimo tempo, degli sforzi economici necessari alla costruzione della struttura. E nel nostro paese? La legge sugli stadi, che ha avuto il via libera della commissione Cultura della Camera lo scorso 5 ottobre (notizia passata sottotraccia), e che sarà ora calendarizzata al Senato, arriva con enorme ritardo e presenta una serie considerevole di punti oscuri, primo fra tutti la gestione dell’affido dei lavori per la costruzione degli impianti. Secondo la legge, infatti, lo stadio può essere costruito “dalla società sportiva, una società di capitali dalla stessa controllata e perfino soggetti pubblici o privati che al fine di effettuare investimenti sullo stadio o sul complesso multifunzionale, stipulino un accordo con la medesima società sportiva per la cessione alla stessa del complesso multifunzionale o del solo stadio“. Il tutto con regole speciali e veloci, e con il rischio del tanto famigerato abusivismo edilizio (Legambiente sta monitorando molto attentamente la situazione).

Infine c’è il dossier Roma 2020, e quel taglio di 4,5 miliardi sui 9 previsti per il progetto che dovrebbe portare la Capitale ad ospitare, fra nove anni, le Olimpiadi. Il tutto grazie all’eliminazione del progetto-metropolitana (da allungare fino alla Farnesina) suggerito da Franco Carraro (a volte ritornano), attuale commissario straordinario della Fisi. Gli investimenti per Londra 2012 sono di 12 miliardi, noi ci presentiamo alla data del 15 febbraio 2012 – scadenza per la presentazione dei prospetti al Comitato Internazionale – con le tasche vuote e la speranza (o presunzione?) di ottenere la vittoria. Forse è per questo che nel mondo ridono di noi. Non che gli altri stiano chissà quanto meglio, ma un tantino meno peggio di noi sicuramente sì.

La luce rossa sempre accesa e quel voyeurismo incontrollato

Il Grande Fratello, il personaggio immaginario creato da George Orwell e presente nel romanzo 1984, sembra aver preso vita. Da anni – e ce ne rendiamo conto proprio questa sera, visto che (ahinoi) in tv inizierà la 12esima edizione del programma condotto da Alessia Marcuzzi – siamo costantemente “accecati” dalla luce dei riflettori, che nostro malgrado ci informano in maniera maniacale e con eccessiva dovizia di particolari di fatti di cronaca (ma non solo).

Quanto accaduto nell’ultima settimana ha poi avvalorato ancor di più la tesi espressa poc’anzi. Sono due i fatti che hanno colpito la mia attenzione. Il primo è quello relativo alla morte di Mu’ammar Gheddafi, il dittatore libico ucciso giovedì scorso da un gruppo di ribelli appartenenti al Cnt (Consiglio nazionale di transizione), dopo 42 anni di tirannia. Il video della sua cattura, ripreso con un telefonino – ce ne siamo resi conto dalla scadente qualità delle immagini – ha fatto il giro del mondo in poche ore. Lo abbiamo visto e rivisto in tutte le salse. Ma peggio ancora è accaduto dopo la sua morte, avvenuta in circostanze ancora tutte da chiarire. Perchè, per fugare i dubbi dei pochissimi che non credevano alla morte del raìs, il suo corpo è stato esposto come trofeo (o bottino di guerra, utilizzare il termine che più vi garba) al mercato dei polli di Misurata. Con, fra un grido di gioia e l’altro, le foto ricordo dell’evento del millennio, manco fossimo a Los Angeles nella famosa notte degli Oscar. Piccola nota a margine di questa prima parte dell’articolo: se il nuovo volto della Libia è questo, tanti auguri!

Ma veniamo a quanto accade fra le mura di casa nostra. Potremmo stare qui a parlarne per giorni e mesi. Forse anni. Ma c’è un episodio – il secondo e ultimo – che pochi giorni fa mi ha lasciato incredulo e sconcertato nel momento in cui ne leggevo il resoconto. Claudia Losito – nome sconosciuto ai più, me compreso, semplicemente perchè non è nessuno se non la compagna di Remo Nicolini, già fidanzato di Guendalina Tavassi, la concorrente del Grande Fratello 11 (a volte ritornano, guarda un po’) – ha partorito in diretta televisiva. Sì, avete letto e capito bene. Il suo parto è stato trasmesso in diretta da Pomeriggio Cinque, il programma condotto da Barbara D’Urso in onda ogni pomeriggio su Canale5. C’è un però, che ha reso questo “evento” assai pericoloso per i pazienti dell’ospedale Santo Spirito in Saxia, che si trova a Roma sul Lungotevere (vicino a San Pietro), dove la donna ha dato alla luce il suo primogenito: le troupe targate Mediaset hanno occupato le corsie del nosocomio, creando non pochi grattacapi al personale clinico, mentre nel parcheggio della struttura le macchine degli operatori hanno parcheggiato nei posti riservati ai motorini (e molti degli infermieri e dei medici usano proprio questo mezzo di locomozione per andare al lavoro). La presidente della Regione Lazio Renata Polverini ha chiesto spiegazioni a riguardo, ma siamo sicuri che il tutto si risolverà in una bolla di sapone.

Quel che è più grave, a mio avviso, è che Pomeriggio Cinque è una testata giornalistica (il direttore è Claudio Brachino): ergo, il programma deve rispettare tutte quelle norme deontologiche che regolano la trasmissione di determinati contenuti. Ne cito due in particolare: la Carta di Treviso e il Codice dentologico, appunto. Il primo documento, firmato il 5 ottobre 1990 da Ordine dei giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro, tutela i minori coinvolti – principalmente – in fatti di cronaca. Per carità, un parto non è un fatto di cronaca, ma le immagini di un bambino appena nato non dovrebbero essere trasmesse di fronte a milioni di persone. O no? Il secondo atto – a cui può essere collegata pure la legge sulla privacy – all’art. 6 recita:

La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l’informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti“.

Il problema, in questo caso, è che un parto non è nemmeno una notizia (ma forse, dopo aver visto il servizio sui calzini del Giudice Raimondo Mesiano, per Mediaset lo è diventata). Se volete fare i voyeur e guardare il video in questione, eccovi il link: http://video.corriere.it/parto-tv-polemiche-la-diretta/1534dfa8-fb19-11e0-b6b2-0c72eeeb0c77. Buona visione!

Chi ha ucciso Giuseppe Uva?

La storia di Giuseppe Uva è una di quelle che fa indignare. Non so quanti di voi la conoscano (spero tanti).  È una di quelle vicende che l’opinione pubblica classifica come “omicidi di Stato“, perchè a morire – secondo il significato di questa espressione – sono cittadini comuni picchiati e/o uccisi dalle forse dell’ordine.

Giuseppe Uva, gruista di Varese di 34 anni, muore alle ore 11:10 del 14 giugno 2008 nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo a Varese. La notte fra il 13 e il 14 giugno, alle 3:00, Uva viene fermato dai Carabinieri insieme ad un suo amico, Alberto Biggiogero: i due, per una goliardata, hanno spostano delle transenne che dovevano essere utilizzate il giorno seguente per la festa delle ciliegie sistemandole in mezzo alla strada impedendo, di fatto, la percorribilità della stessa. Primo indizio a cui fare attenzione: le parole di uno degli agenti che fermano Giuseppe e Alberto. «Uva, proprio te stavo cercando. Stanotte ci divertiamo». I ragazzi vengono portati nella Caserma di Via Saffi: mentre Biggiogero aspetta di essere interrogato sente le urla dell’amico, che grida più volte «Basta, basta». Alberto chiama allora il 118: «Mandate subito un’ambulanza in Caserma, stanno pestando a sangue un ragazzo». L’addetto del 118, sbalordito dalla richiesta, compone pochi secondi dopo il numero del comando: «Mi ha chiamato una persona dicendomi di mandare un’ambulanza lì da voi perchè stanno picchiando un ragazzo. Che succede?». Il carabiniere, dall’altra parte, minimizza: «È solo un ubriaco, non mandate alcun mezzo. Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi». Quello che accade poco dopo ha dell’incredibile: da Via Saffi, infatti, viene richiesta un’ambulanza al 118. Bisogna effettuare un T.S.O., ovvero un Trattamento sanitario obbligatorio. Detto in parole povere: un trattamento che viene effettuato davanti al rifiuto di un soggetto che soffre di una grave patologia psichiatrica o infettivologica non altrimenti gestibile, a tutela della sua salute e sicurezza e/o della salute pubblica.  Un T.S.O. per una persona che – anche se fosse – ha alzato un po’ il gomito?

Giuseppe muore poche ore dopo il ricovero in ospedale. La sorella Lucia, avvisata dell’accaduto, si precipita al nosocomio, e trova il fratello senza vita, interamente ricoperto di lividi. Fa delle foto, approfittando dell’allontanamento dei medici. Non le pubblico perchè qualcuno potrebbe rimanere sconvolto dalla loro visione: le trovate su Internet, ma lo spettacolo non è dei migliori. Gli agenti parlano di un Giuseppe inquieto, di un uomo ingestibile che sbattendo da una parte all’altra della stanza si è procurato da solo tutte le lesioni. Ma sul suo corpo ci sono tre indizi (aggiungeteli al precedente) che fanno pensare alle torture: due bruciature di sigaretta (una sulla faccia e una sulla mano destra), la perdita di sangue dall’ano e delle gravi lesioni ai testicoli. Tutte cose che, anche in preda al più perfido autolesionismo, sono difficilmente immaginabili. Giuseppe pesava 73 kg.

Ora però viene il bello: lo sapete chi è l’unico indagato (per omicidio colposo) per la morte di Giuseppe? Il medico dell’ospedale di Varese che lo ha visitato, colpevole di aver somministrato al paziente dei tranquillanti che gli hanno provocato un’embolia polmonare. Altro fattore interessante: nel referto medico stilato quando Giuseppe arriva all’ospedale non si parla dei lividi sul suo corpo. Stessa cosa avviene nell’autopsia (ci sono solo delle “escoriazioni“). E ancora: le telecamere dei luoghi in cui Uva è passato (Caserma e ospedale) quella notte non funzionavano. Ma, cosa forse più clamorosa, Alberto Biggiogero, unico testimone di quanto accaduto, non è mai (mai) stato interrogato dai magistrati, e la sua testimonianza non è prevista al processo.

Le Iene“, il noto di programma di Italia1, si è interessato a questa vicenda. E in una sola settimana – visto che siamo in un paese telecratico – sono venuti fuori dei particolari più che interessanti. Una nuova perizia disposta dal Tribunale ha decretato qualcosa di incredibile: Giuseppe Uva non è morto per colpa dei farmaci che gli sono stati somministrati in ospedale quella notte. C’è di più: il cadavere viene riesumato, e sui pantaloni indossati quella notte dal ragazzo – oltre che di sangue – ci sono tracce biancastre e brunastre, che potrebbero essere di sperma e feci. Sperma e feci. Che il 34enne sia stato violentato? A questo punto è un’ipotesi altamente probabile.

Ma perchè tanta violenza nei confronti di Giuseppe? Perchè uno dei Carabinieri che lo ha fermato quella notte ha detto: «Proprio te stavo cercando. Ora ci divertiamo»? Indiscrezioni parlano di una relazione extraconiugale fra la moglie di un agente e Uva. Potrebbe essere questo uno dei “moventi”? Non lo sappiamo, forse non lo sapremo mai. Certo è che Giuseppe non c’è più e nessuno, finora, è riuscito a spiegarci come e perchè sia morto.

Tutti all’attacco di Sdc. Chi sarà il prossimo?

Piccola nota a margine per i lettori di questo post: l’articolo che trovate di seguito era stato pubblicato su ComunicLab.it (http://www.comuniclab.it/), il magazine del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza di Roma. Dopo poche ore dalla messa online, però, lo stesso è stato rimosso, probabilmente per la stretta somiglianza con un precedente pezzo già presente sul sito. Lo ripropongo qui, in uno spazio tutto mio, dove non c’è il rischio di ripetizioni di alcun genere.

Giornalisti e volti noti della televisione italiana continuano a “sparare” contro le Facoltà di Scienze della Comunicazione. Il motivo? Oscuro. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Massimo Giletti, ma nel “cerchio magico” figurano anche Vespa, la Gelmini e Pierluigi Diaco. Come fermare questa malattia? Comunicando, comunicando, comunicando. 

Dev’essere un malanno di stagione, visto il numero di contagiati assai elevato. Oppure, secondo voi, è qualcosa di patologico? Fatto sta che gli “allergici” alle Facoltà di Scienze della Comunicazione aumentano sempre di più. E da domenica, nell’esclusivo club dei contrari ai corsi di laurea in questione, c’è anche Massimo Giletti. Si, proprio lui, il conduttore de “L’Arena”, programma di successo della domenica pomeriggio di casa Rai giunto alla sua settimana edizione.

Nell’ultima puntata, nel corso del dibattito intorno ad un tema totalmente nuovo – i giovani e il mondo del lavoro, con ospiti “illustri” quali Pier Luigi Celli, il ministro della Gioventù Giorgia Meloni e Francesco Boccia (Pd) – Giletti offre il suo personalissimo e preziosissimo punto di vista: «Sono sempre colpito da quante persone si iscrivono a Scienze della Comunicazione. Non è che uscendo da lì si diventa giornalista. Ci sono altre facoltà che hanno bisogno di studenti». Sulla seconda parte della frase, per carità, non c’è nulla da eccepire. Anzi: ognuno sceglie di intraprendere un percorso formativo in base a quelle che sono le proprie aspirazioni. Ma perché sparare contro Scienze della Comunicazione in cui – alla Sapienza di Roma – insegnano pure noti colleghi fra cui Giorgino, Vianello, Petrone, Costanzo etc…? Mistero. Evidentemente è chic riempirsi la bocca con quelle tre parole: Scienze-della-Comunicazione. Chissà, magari le utilizzano pure come scioglilingua per eliminare la zeppola! Comunque, a Giletti va la tessera numero 4 di questa esclusiva “loggia” (perdonatemi, ma nel regno del qualunquismo voglio utilizzare anch’io un’espressione ormai di moda!).

La tessera numero 1 ce l’ha, infatti, un altro dei “santoni” della televisione italiana: Bruno Vespa. Chi non ricorda la preghiera rivolta dal conduttore di “Porta a Porta” agli spaesati studenti del Liceo Giuseppe Peano di Cuneo? Era il 2009, e al termine di una puntata della sua trasmissione Vespa dichiarò: «Abbiamo bisogno di ingegneri. Abbiamo bisogno di tecnici importanti. Una sola preghiera: non vi iscrivete a Scienza della Comunicazione (in realtà è “Scienze”, ma vabbè, ndr). Non fate questo tragico errore che paghereste per il resto della vita». Il motivo? Anche qui è oscuro: la trasmissione era in conclusione, quindi applausi, buonanotte e sogni d’oro (d’oro). Vespa non ha mai risposto alle decine di lettere che gli studenti di Comunicazione indignati – senza bastoni e pietre – gli hanno scritto chiedendo spiegazioni. Evidentemente era troppo impegnato a costruire uno dei suoi famosi plastici. Ah, per la cronaca: l’ex direttore del “Tg1” ha un figlio, Federico, che a 23 anni (ventitré) ha iniziato a collaborare con “La Gazzetta dello Sport”, prima di approdare a “Rtl 102.5”, “Radio Ies” e “Sky Sport”. Raccomandato? No, è bravo! Lui.

MariastellaMarystarGelmini ha invece in tasca la tessera numero 2. Sì, proprio lei, il ministro dell’Istruzione che si vanta di aver contribuito alla costruzione del tunnel che collega il Gran Sasso alla Svizzera. Evitiamo qualsiasi commento sulla questione, in Europa e nel mondo ancora ridono al ricordo di tale amenità. Già, amenità, proprio lo stesso termine che la Gelmini ha utilizzato l’11 gennaio scorso a “Ballarò” per etichettare le materie studiate dai ragazzi di Sdc. Spiegazioni? Io, pochi secondi dopo averle sentito sparare l’ennesimo colpo di pistola, ho avuto paura che mi cominciassero a sanguinare le orecchie a furia di ascoltare le sue argomentazioni. E invece? Tesi raffazzonate e vacue: insomma, il ministro ha lanciato il sasso e ritirato la mano, come spesso capita alla nostra classe politica. La sua dichiarazione, come nei casi precedenti, ha provocato arrabbiatura, “dolore” e (a posteriori) pure qualche grassa e grossa risata, quando ci siamo trovati di fronte a quel fantozziano comunicato citato poc’anzi, pubblicato sul sito del suo dicastero. Ma gli studenti di Sdc sono davvero portati più degli altri a doversi scontrare con quel tragico destino chiamato disoccupazione? Secondo i dati di Almalaurea i laureati del 2004 in Scienze della Comunicazione, a cinque anni dalla laurea, lavorano nell’87% dei casi, mentre la media nazionale è dell’82%. Anche i neolaureati triennali del 2008 lavorano più della media nazionale: 49% contro 42,4%. Non vi basta? Ecco allora i dati delle lauree specialistiche nel settore della comunicazione: 60% di occupati contro il 57% della media nazionale. Ma allora, detto in maniera spicciola: di cosa stiamo parlando?

Ora però reggetevi forte, perché arriva il momento del detentore della tessera più importante. Non la numero 1 ma la numero 3, ma stavolta è quella più prestigiosa. Perché Pierluigi Diaco non è un giornalista come tutti gli altri. No! Non voglio parlare di lui personalmente. Lascio alle parole di Aldo Grasso il ritratto di questo “grande” esponente del giornalismo italiano: «La storia di Diaco è la storia esemplare di una resistibile ascesa sociale nel demi-monde della tv romana, cominciata prestissimo con una raccolta devozionale degli interventi di Sandro Curzi (non è il solo danno combinato da quel vanitosone, pace all’anima sua) e proseguita poi con serrati corteggiamenti ai Veltroni e ai Fassino ma anche ai Belpietro, ai Costanzo, alle De Filippi. Il ritratto più riuscito di questo blando avventuriero del piccolo schermo lo si deve a Filippo Facci: “Pierluigi Diaco, professione giovane e dj, creativo, nientologo del tutto, tuttologo del niente”. Assolutamente privo di ironia, corteggia spudoratamente la banalità e programma con pignoleria la sua carriera: cerca di entrare nelle grazie di chiunque detenga un potere senza mai dispiacere l’interlocutore, inondandolo anzi di melassa e di condiscendenze. Le doti principali di Diaco sembrano essere appunto l’adulazione e l’opportunismo: è di sinistra ma anche di destra (lavora per la radio «giovane» del ministro Giorgia Meloni), dice di amare le donne ma anche gli uomini, parla da orecchiante ma anche da cultore di idées reçues, espresse preferibilmente in un italiano incerto. È giovane ma anche vecchio. Non ha un pensiero, ma finge di averlo, come tutti i cosiddetti opinionisti tv, insomma è un perfetto para-guru. Il conduttore ideale di questa Rai». Ma cosa avrà mai fatto il buon Pierluigi per avere – come dicevamo – la membership card più importante? Ha lanciato una raccolta firme per far chiudere le Facoltà di Scienze della Comunicazione, etichettando gli studenti di questi corsi di laurea come «mocciosi, banali e privi di idee». Con il benestare della Gelmini, si intende. In conclusione vorrei/vorremmo (mi permetto di parlare a nome di tutti gli studenti di Comunicazione d’Italia) comunicargli una cosa molto semplice: noi, dal ”nientologo del tutto, tuttologo del niente”, non prendiamo lezioni.    

La “legge bavaglio”? La fece già il centrosinistra, ma fanno tutti finta di non ricordare

Faccio una premessa: sono contrario alla cosiddetta “legge bavaglio” e ad una classe politica (tutta, da destra a sinistra) che non riesce a risollevare le sorti di questo paese. Ma è proprio di un provvedimento che in questi giorni si sta discutendo con così tanto fermento – facessero le riforme, invece – nelle aule parlamentari che vi voglio parlare: il ddl sulle intercettazioni.

Più o meno sapete già di cosa si tratta, ma la vera novità è arrivata qualche giorno fa, quando l’onorevole Maurizio Paniz (Pdl) ha dichiarato durante un’intervista a Radio 24: «Il giornalista che pubblica ciò che non può pubblicare dovrebbe subire una sanzione pensale. Il carcere magari è un percorso più lungo. Che ne so, ci vorrebbe una sanzione da 15 giorni a un anno, poi il giudice graduerà a seconda della violazione, vedrà se sono possibili riti alternativi, pene pecuniarie o multe o – ribadisce Paniz – se il giornalista debba andare in carcere. Cosa che è tutto sommato molto rara nel nostro ordinamento per questa tipologia di situazione». È il mondo al contrario: la Camera è impantanata a votare l’autorizzazione o meno all’arresto (nell’ordine) di Papa, Tedesco, Milanese e Romano – tutti tranquillamente a spasso, tranne Papa che è a Poggioreale – e i giornalisti che fanno il loro mestiere, cioè informare, rischiano di finire dietro le sbarre.

Ma c’è di più, perchè l’ipocrisia della nostra classe politica non ha mai fine. Oggi i partiti di opposizione – tutti, nessuno escluso – si stracciano le vesti per protestare contro quello che dicono essere un «attacco alla democrazia». Ma quanti di voi sanno che il 17 aprile 2007 l’allora governo di centro-sinistra propose un ddl sulle intercettazioni a firma del ministro della Giustizia in carica Clemente Mastella con le stesse caratteristiche di quello attuale? Vi dò i numeri della votazione alla Camera: 447 sì e 7 astenuti. Neanche un deputato contrario. Uno, che ne so, che sbagliò a premere il pulsante durante la votazione. Niente. Ergo: hanno votato tutti in maniera compatta, dal Pdl al Pd, dall’Italia dei Valori (non c’era Antonio Di Pietro, ma il portavoce Donadi entusiasta affermò: «L’unanimità è un segno della forza del Parlamento») a Rifondazione comunista, che in quella legislatura sedeva – eccome – in Parlamento.

Pensate, votò a favore pure Giulia Bongiorno, diventata – dopo Manuela Arcuri, prima di scoprire la magagna – nuova eroina dell’opposizione. Vi cito qualche altro nome di politici con scarsa memoria, diciamo così: Carmelo Briguglio, Benedetto Della Vedova e Flavia Perina (oggi tutti portabandiera di Fli), Lorenzo Cesa e Luca Volontè (Udc) e persino Dario Franceschini (che martedì scorso ha detto: «Faremo di tutto per opporci a questa porcheria») e Massimo D’Alema, che arrivò addirittura a minacciare: «Parlate di 3-5mila euro di multa… ma li dobbiamo chiudere quei giornali». Il ddl non fu mai votato al Senato per la fine anticipata della legislatura. Democratici, eh?