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Tag: Laura Boldrini



angelino-alfanoC’è chi ha già annunciato l’intenzione di farsi da parte. Come Rosy Bindi (Pd), che dopo 23 anni di Parlamento tornerà al suo vecchio amore: la teologia. Un’auto-rottamazione in piena regola, quella della presidente della commissione parlamentare Antimafia, com’era già successo 5 anni fa ai vari Walter Veltroni e Massimo D’Alema (che oggi non esclude il ritorno con Articolo 1-Mdp). Altri invece al prossimo giro rischiano di ritrovarsi fuori dal Parlamento ma non per scelta. Disoccupati della politica, verrebbe da dire. Categoria nella quale possono finire molti big: da Angelino Alfano (Ap) a Pier Luigi Bersani (Mdp) fino alla presidente della Camera, Laura Boldrini. Ma non solo. I calcoli, dentro ai partiti, sono già cominciati. Infatti ci sono da considerare le regole del Rosatellum bis, la legge elettorale che il Governo – su richiesta del Partito democratico – ha blindato a Montecitorio con la fiducia.

Un sistema misto proporzionale-maggioritario, in cui un terzo dei deputati è eletto in collegi uninominali e i restanti due terzi con un sistema proporzionale di lista. Due le soglie di sbarramento: 3% per la lista appunto (su base nazionale per entrambe le Camere) e 10% per le coalizioni. Ad oggi, con alleanze labili e sondaggi che visti gli ultimi precedenti vanno presi con le pinze, soprattutto per i partiti più piccoli di rientrare a Palazzo non v’è certezza.

Questioni sinistre – A partire da quelli a sinistra del Pd. Mdp, Sinistra Italiana e civatiani si “annusano” da tempo, ma anche nell’ottica di una lista unitaria mettere nuovamente piede dentro Camera e Senato non sarà facile. Stando all’ultima rilevazione di Emg Acqua per il TgLa7, infatti, i bersanian-dalemiani raccolgono oggi il 2,2% mentre il partito di Nicola Fratoianni non va oltre il 2,1%. Sulla carta non si preannuncia proprio un successone, insomma. Tanto che qualche maligno, dalle parti del Nazareno, ha agitato il fantasma della Sinistra Arcobaleno dei vari Fausto Bertinotti e Alfonso Pecoraro Scanio che alle Politiche del 2008 non riuscì a eleggere nemmeno un parlamentare. Oggi i 3 partiti contano una discreta rappresentanza fra Montecitorio e Palazzo Madama: 59 fra deputati e senatori i Democratici e Progressisti e 24 SI, che alla Camera “ingloba” pure i 4 eletti di Possibile, ovverosia Giuseppe CivatiBeatrice BrignoneLuca Pastorino e Andrea Maestri. Potenzialmente quindi sono tutti a rischio, a cominciare da Bersani (che ha dato una disponibilità di massima a ricandidarsi ma senza forzature), l’ex segretario della Cgil Guglielmo Epifani e Roberto Speranza. Ma anche l’ex viceministro dell’Economia, Stefano Fassina (quello del famoso “Fassina chi?” di renziana memoria), e lo stesso Fratoianni.

Che dire poi di Campo Progressista di Giuliano Pisapia? Al movimento dell’ex sindaco di Milano si sono già avvicinati alcuni parlamentari (come Bruno Tabacci e Dario Stefàno) e sul carro è già salita Boldrini. Fra la presidente della Camera e Pisapia ci sono “contatti quotidiani”, spiegano i ben informati. Ma anche in questo caso bisogna fare i conti col pallottoliere. Al momento, sempre stando al sondaggio di Emg, CP è all’1%. Numeri da lista civetta. Il che potrebbe costare alla numero uno di Montecitorio, entrata in Parlamento 4 anni fa con Sinistra Ecologia Libertà, la rielezione. Pure in questo caso, c’è chi ha evocato le vicissitudini del suo predecessore, quel Gianfranco Fini rimasto appiedato dopo che alle ultime elezioni Futuro e Libertà per l’Italia, nato dallo strappo con Silvio Berlusconi al grido di “che fai, mi cacci?”, ha raccolto un misero quanto inutile 0,47%. O dello stesso Bertinotti.

Cercasi deroga – Nel Centrodestra comunque c’è chi non è messo tanto meglio. Nelle intenzioni di Alternativa popolare c’è infatti la corsa solitaria, senza apparentamenti preventivi né da una parte né dall’altra. O almeno così ha detto nei giorni scorsi il neo coordinatore nazionale, Maurizio Lupi. Circostanza che rischia di costare cara al ministro degli Esteri e ad alcuni suoi fedelissimi, lo stesso Lupi e Beatrice Lorenzin in primis. Gli alfaniani sono oggi al 2,2%, al di sotto quindi della soglia di sbarramento. E la sconfitta di Fabrizio Micari alle Regionali siciliane del 5 novembre, data per certa, potrebbe rappresentare il colpo di grazia per i sogni di gloria di “Angelino”. In Forza Italia invece la strategia è decisa da tempo: Berlusconi ha intenzione di ricandidare solo 30 degli attuali parlamentari, tagliando i “rami secchi” e provocando così molti mal di pancia.

Anche nel Pd la situazione è ingarbugliata. Statuto alla mano, parecchi degli attuali deputati e senatori dovrebbero mollare lo scranno a causa del superamento del limite dei 3 mandati (15 anni). Fra questi pure il premier, Paolo Gentiloni, e i ministri Marco MinnitiDario Franceschini e Andrea Orlando. Più i capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda. Tutti, comunque, dovrebbero essere salvati con una “deroga”, com’era peraltro già accaduto al giro precedente. Chi invece al 99% (ma mai dire mai) saluterà il Parlamento dopo 34 anni da onorevole e senatore è Pier Ferdinando Casini. Al neopresidente della commissione d’inchiesta sulle banche, rivela chi lo conosce bene, è stato promesso un ruolo alle Nazioni Unite. Proprio così. Cadrà in piedi, “Pierferdy”, da buon democristiano che si rispetti. Chapeau.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 13 ottobre 2017 per La Notizia






hoax-2097358_960_720Ormai sono quotidianamente sulla bocca di tutti, tanto che la nostra Camera dei deputati, per esplicita volontà della presidente Laura Boldrini, ha dato vita ad una vera e propria campagna per stanarle al grido di #BastaBufale. Stiamo parlando delle famigerate fake news, le notizie false che circolano su Internet e sempre più spesso anche su WhatsApp e che, oltre ad alimentare in certi casi un clima d’odio nei confronti dei malcapitati (nella maggior parte dei casi politici), complici decine di migliaia di condivisioni sui social network, per molti sono diventati un business a tutti gli effetti. E che effetti. Qualcuno, come avevamo raccontato su La Notizia del 15 aprile scorso, il giorno dopo l’ultima bufala fatta circolare sulla sorella (peraltro venuta a mancare) della numero uno di Montecitorio, arriva addirittura a guadagnare la bellezza di 10mila dollari al mese mettendo online una panzana e incassando dalla pubblicità grazie al pay per click.

Che si tratti di un meccanismo da interrompere è lapalissiano. Però attenzione: anche se sembrerà strano, le fake news potrebbero non avere effetti così destabilizzanti sull’opinione pubblica come la maggior parte degli attori – istituzionali e non – pensa.

Basta allarmismo – O almeno a questa conclusione è arrivata una ricerca della Michigan State University e di Oxford, commissionato e finanziato da Google, che si muove in senso opposto rispetto alla discussione in atto finora su questo delicato argomento. Il risultato? Le fake news e l’informazione online non influenzerebbero in modo così determinante le opinioni degli utenti i quali, anche grazie alle innumerevoli possibilità di verifica che offre la Rete, possono appurare se un’informazione è vera o no costruendosi un’opinione più aderente alla realtà dei fatti. “È esagerato pensare che la ricerca online crei dei filtri in cui un algoritmo indovina quali informazioni un utente desidera – rivela lo studio –. Gli utenti maneggiano informazioni diverse per formare un loro punto di vista” e “questo dovrebbe rendere meno allarmisti”. Lo studio è stato condotto su 14mila utenti di sette differenti nazioni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania, Spagna e Italia.

Modus operandi – Agli utenti è stato chiesto come usano la ricerca online, i social media e altre piattaforme per informarsi su candidati (ricorderete le polemiche sul peso che le bufale circolate online hanno avuto nella vittoria di Donald Trump negli Usa), temi politici e per partecipare al processo democratico. Ebbene: più del 50% ha spiegato di aver usato “spesso” o “molto spesso” i motori di ricerca per verificare i fatti, che la disinformazione a volte può ingannare ma l’80% resta abbastanza scettico sulle informazioni trovate online. E ancora: in media, ogni utente consulta 4,5 diversi mezzi per farsi un’opinione (chi è interessato alla politica fa ricorso a 2,4 fonti offline e 2,1 online). L’andazzo varia da paese a paese. Negli Usa c’è una onnivoracità mediatica che non porta a cercare molte notizie di politica, in Francia e Germania gli internauti usano meno i motori di ricerca affidandosi ai media tradizionali. In Italia, dove – conferma la ricerca – l’influenza della Tv resta alta, oltre il 50% degli utenti interpellati mostra un’alta propensione per la ricerca online sia riguardo informazioni nuove sia per verificare notizie sbagliate. Discorso, questo, valido anche per Spagna e Polonia.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 6 maggio 2017 per La Notizia






Pietro_Grasso_2Il D-day è fissato per lunedì prossimo, 1° maggio. Da quel giorno, e fino al 2020, gli ex deputati si vedranno applicare il tanto contestato contributo di solidarietà sui vitalizi il cui importo supera i 70 mila euro lordi annui, come deciso nel corso dell’infuocata riunione dell’Ufficio di presidenza della Camera del 22 marzo scorso durante la quale è stata approvata la delibera presentata da Marina Sereni (Pd). Un taglio più simbolico che sostanziale: appena l’1,7%, visto che saranno risparmiati 2,4 milioni di euro l’anno quando, nel solo 2016, la stessa Camera ne ha sborsati 135,3 per pagare le pensioni dei suoi ex inquilini. Venti dei quali (le cui identità restano ancora ignote) hanno già manifestato l’intenzione di presentare ricorso affidandosi all’avvocato ex ed parlamentare del Pdl, Maurizio Paniz. Fin qui è storia nota.

Il problema però è un altro, e cioè che il “taglietto” deciso da Montecitorio non riguarderà pure Palazzo Madama. Proprio così. Da un mese a questa parte, infatti, il Consiglio di presidenza del Senato – organismo “gemello” di quello di Montecitorio con a capo la presidente Laura Boldrini – non si è mai riunito per discutere nel merito la proposta di delibera presentata dal Movimento 5 Stelle. Proposta fotocopia di quella bocciata, fra le proteste dei deputati pentastellati (42 dei quali sono stati sospesi da 5 a 15 giorni), più di un mese fa nell’altro ramo del Parlamento. In sostanza, ai fini del conseguimento della pensione, Di Maio, Fraccaro e co. proponevano di far confluire i contributi versati dai parlamentari nelle casse previdenziali “con le stesse regole che normano la vita dei cittadini che vivono fuori dai palazzi”.

È altamente probabile che anche nel Consiglio di presidenza di Palazzo Madama, dove i grillini sono rappresentati unicamente dalla senatrice-questore Laura Bottici, la proposta di delibera sarebbe andata incontro alla stessa sorte. Ma quantomeno se ne sarebbe discusso, magari trovando una – seppur timida – soluzione di compromesso. Invece niente. Così gli 836 ex inquilini del Senato che oggi percepiscono i ricchi assegni (82,8 milioni di euro il costo totale lo scorso anno) potranno continuare a farlo indisturbati. Dall’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella a Franco Bassanini (6.939 euro netti al mese per entrambi), passando per l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini (4.756) e Mirello Crisafulli (2.598), solo per citare qualche nome noto. Loro sì che possono stare davvero sereni.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 28 aprile 2017 per La Notizia






FakeNewsC’è chi, pensate, è riuscito a guadagnare anche 10mila dollari al mese con una “bufala” sul web. Sì, avete letto bene: 10mila dollari. Una cifra che magari un comune lavoratore porta a casa in un anno. Quello delle panzane online, infatti, non è solo un gioco, un passatempo per adolescenti che non sanno come occupare il loro tempo libero. Anche se la percezione dei più resta questa. Molto spesso, dietro ai siti o alle pagine social che spargono “veleno” in rete – la fake news sulla sorella della presidente della Camera Laura Boldrini è solo l’ultimo caso – c’è un vero e proprio business. Che coinvolge, spesso loro malgrado (spesso no), anche le società che si occupano della raccolta pubblicitaria. “Fare una stima di quanto valga questo ‘mercato’ sia a livello nazionale sia mondiale è ancora difficile”, spiega a La Notizia Paolo Attivissimo, giornalista e consulente informatico ma, soprattutto, ‘cacciatore di bufale’ sul web. Però “ci sono aziende che arrivano a guadagnare decine di migliaia di euro al mese con dei costi di gestione assolutamente risibili”. Di fatto “è tutto profitto”.

Proprio così. La dimostrazione plastica arriva dagli Stati Uniti, dove Paul Horner, specialista nella creazione di siti di fake news, ha recentemente rivelato al Washington Post di guadagnare, grazie a Google AdSense (il servizio di banner pubblicitari offerto da Google) 10mila dollari al mese. Soldi che Horner ha sostenuto di poter guadagnare anche in sole 24 ore se una “bufala” diventa virale.

Soldi-soldi-soldi – Non solo. Durante l’ultima campagna elettorale americana un gruppo di adolescenti macedoni ha dato vita a un centinaio di siti fittizi a sostegno di Donald Trump. Che siano risultati decisivi ai fini del risultato finale? Difficile da dire. Quel che è certo è che l’operazione ha permesso loro di guadagnare qualcosa come 5mila dollari al mese. Mica male. “Il meccanismo per fare profitto è quello delle inserzioni pubblicitarie ma spesso – chiarisce Attivissimo – le agenzie non sanno precisamente dove verranno pubblicati gli annunci. Un caso emblematico è quello di Breitbart News, un sito di estrema destra razzista e sessista tanto caro a Trump, che con questo sistema riesce ad incassare parecchi soldi pubblicando la réclame di grandi marchi i quali però sono all’oscuro di tutto”. E le agenzie pubblicitarie? “Traggono un profitto portando a casa una commissione”. Il più classico dei circoli viziosi, insomma. Anche in Italia il numero di siti di fake news e relative pagine social (soprattutto su Facebook) è in costante ascesa. A metà dicembre scorso uno di questi, LiberoGiornale.com (crasi fra due testate conosciute, Libero e Il Giornale, che nulla hanno a che vedere col portale in questione), è stato chiuso dopo aver pubblicato una notizia falsa sul premier Gentiloni che invitava gli italiani a fare sacrifici e a non lamentarsi.

Virilità e viralità – Un altro, Senzacensura.eu, è stato oscurato circa due anni fa. Il curatore, un adolescente molisano, spiegò al sito de L’Espresso di “viaggiare” sulle 500mila visualizzazioni al mese. I contenuti pubblicati erano fake news sugli immigrati. “Ogni mille visite guadagnavo due euro”, spiegò l’interessato: “Perché pubblicavo notizie infondate? Come gli uomini cercano la virilità, io inseguivo la viralità. Mi costruivo da solo i miei scoop. E provavo a guadagnarmi in questo modo qualche euro”. Nessuna impronta politica o razziale, insomma. “Molti di coloro che si sono ‘buttati’ in questo settore – conclude Attivissimo – sono assolutamente neutrali, non hanno un programma politico o quant’altro. È semplicemente un’idea imprenditoriale che definirei cinica, perché non si prendono minimamente in considerazione le conseguenze che la diffusione di certe ‘notizie’ possono avere”. 

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 15 aprile 2017 per La Notizia






Montecitorio-675Qualcuno li chiama cespugli, qualcun altro fronde. Ex grillini, ex leghisti, ex montiani, ex berlusconiani. Ce n’è davvero per tutti i gusti in un Parlamento che si è trasformato in una giungla e che in questa legislatura ha già fatto registrare il record di cambi di casacca: 458 fra Montecitorio (262) e Palazzo Madama (196). E potrebbe non essere finita qui. Il risultato? Alla Camera, ha calcolato Openpolis, dei 12 schieramenti esistenti solo sei (il 50%) hanno un minimo di 20 componenti, quelli previsti dall’articolo 14 del regolamento per la formazione di un gruppo.

Si tratta di Pd (238 deputati), M5S (91), Forza Italia (50), Gruppo Misto (47), Articolo 1 – Mdp e Alternativa popolare (26). Tutti gli altri esistono grazie a deroghe concesse dall’ufficio di presidenza: è il caso di Lega Nord (19 deputati), Sinistra Italiana – Possibile (17), Civici e Innovatori (16), Democrazia solidale – Centro democratico (14) e Fratelli d’Italia (11). Chiariamoci: il già citato regolamento concede all’ufficio di presidenza la facoltà di autorizzare la costituzione di un gruppo con meno di 20 iscritti a determinate condizioni.

Alla carica – Certo è che l’andazzo non è proprio dei migliori, soprattutto se si paragona quella in corso con la precedente legislatura quando a Montecitorio c’erano 8 gruppi, tutti con più di venti membri. Non è un caso che il Misto, quello che sia alla Camera sia al Senato “raccoglie” i parlamentari non iscritti a un gruppo, occupi proprio a Montecitorio la quarta posizione con appena 3 deputati in meno di FI. Ma chi c’è nel contenitore “capitanato” da Pino Pisicchio? Gli 11 “fittiani” dei Conservatori e Riformisti fra i quali Daniele Capezzone e l’ex An Massimo Corsaro, per esempio, più i tre “tosiani” di Fare!, gli ex leghisti Matteo Bragantini, Roberto Caon ed Emanuele Prataviera. Senza dimenticare gli ex 5 Stelle di Alternativa Libera (5), i 3 socialisti Carmelo Lo Monte, Pia Locatelli e Oreste Pastorelli o i 4 Udc Paola BinettiRocco ButtiglioneAngelo Cera e Giuseppe De Mita, nipote dell’“immortale” Ciriaco. Quattro sono pure i deputati della componente Idea-Usei (l’Unione sudamericana emigrati italiani): Renata BuenoVincenzo Piso, Eugenia Roccella e Guglielmo Vaccaro.

Tutti dentro – E le minoranze linguistiche? Ci sono pure quelle, capeggiate dall’altoatesino Daniel Alfreider. Undici, infine, sono i deputati non iscritti ad alcuna componente. Fra questi, pure la presidente della Camera Laura Boldrini, che il 3 marzo ha lasciato SI. Le cose vanno un tantino meglio a Palazzo Madama, dove per costituire un gruppo “bastano” 10 senatori. Sciolto quello dei “fittiani”, nessuno è sotto la soglia minima. Anche in questo caso però nel Misto c’è di tutto: dall’Idv a Insieme per l’Italia (il duo Sandro BondiManuela Repetti), da Liguria Civica (Maurizio Rossi) a Movimento X (Laura Bignami) fino ai Verdi, rappresentati da Cristina De Pietro.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 aprile 2017 per La Notizia






6lobbistiSono tutti favorevoli, almeno a parole. Dal ministro della Giustizia (oggi candidato alla segreteria del Pd), Andrea Orlando, fino alla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Passando per la presidente della Camera Laura Boldrini e il numero uno dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone. Peccato però che ancora oggi, a 41 anni esatti dalla presentazione della prima proposta in merito, l’Italia non si è ancora dotata di una legge che regoli l’attività di lobbying. Tutto, tragicamente vero. E finora anche questa legislatura, nonostante gli squilli di tromba, non ha fatto eccezione.

Eppure, pensate, due anni fa – era il 9 aprile 2015 – la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha adottato come testo base quello dei due senatori ex M5S, Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista. Sembrava la “volta buona”, per dirla col gergo renziano. Invece? Che fine ha fatto il disegno di legge? È arenato nella secche dell’organismo parlamentare, come ha spiegato a La Notizia lo stesso Orellana, “e il fatto che non sia ancora stato scelto il sostituto della presidente Finocchiaro e che il relatore, Francesco Campanella, non sia più in commissione, certamente non aiutano”. Un quadro tutt’altro che rassicurante, insomma, che lascia presagire come anche stavolta, quando manca un anno alla fine del quinquennio, si arriverà ad un nulla di fatto. Ecco perché c’è chi, per uscire dall’impasse, immagina un’unica soluzione.

Paravento – “Visto che il Parlamento ha dimostrato di non avere alcuna volontà di approvare la legge, il Governo Gentiloni dovrebbe intervenire con un decreto”, dice senza mezzi termini Pier Luigi Petrillo, professore di Teorie e tecniche del Lobbying all’Università Luiss, considerato uno dei massimi esperti italiani in materia. Misura resa necessaria, argomenta Petrillo, “dal combinato disposto tra il finanziamento privato alla politica e il reato di traffico di influenze illecite, al momento piuttosto difficile da dimostrare”, che rischiano di diventare una bomba in campagna elettorale. Certo, sarebbe ingiusto dare la colpa dello stallo esclusivamente agli attuali eletti. “Perché la politica non è mai intervenuta a dovere? Semplice: non vuole far emergere il fatto che in alcuni casi è stata suddita di certi gruppi di pressione. Meglio usare quello delle lobby come un ‘paravento’”, spiega il docente. Non solo. “Per tanti anni in Italia il vuoto normativo ha consentito alla politica e soprattutto ai partiti di scegliere a quali interessi dare spazio e a quali no, secondo una logica clientelare – aggiunge Petrillo –. Al contrario, una legge avrebbe portato ad un’ulteriore erosione del consenso delle forze politiche”.

Confusione – A sentire l’esperto, a poco sembrano servire anche quei piccoli passi in avanti fatti recentemente. Come l’introduzione da parte della Camera di un registro dei portatori di interessi o le agende degli incontri con aziende e stakeholder del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e del viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini. O i regolamenti approvati da alcune Regioni. “Regole diverse da un ente all’altro rischiano di creare solo confusione e schizofrenia”, dice a questo proposito Petrillo: “Quello che è lobby per la Toscana non lo è per il Molise e così via. Di più: Montecitorio confina questa attività alle proprie sedi, come se il lobbista svolgesse il suo lavoro solo recandosi fisicamente nel Palazzo. Ciò è assurdo”. Quello che l’Esecutivo deve fare è quindi “avviare una sperimentazione, introducendo poche regole chiare per un periodo non eccessivamente lungo per poi intervenire con norme più dettagliate e specifiche, come quelle tedesche o canadesi”, conclude l’esperto. Chissà se qualcuno gli darà ascolto.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 15 marzo 2017 per La Notizia






Dei 22 componenti dell’ufficio di presidenza di Montecitorio hanno partecipato alla votazione solo in 13. Due astenuti. Consulente del ministero dei Trasporti, è stato sponsorizzato dalla presidente. Tra molte polemiche. Dei rappresentanti azzurri che non hanno partecipato alla votazione dell’ufficio di presidenza. E dei grillini che hanno contestato il metodo di selezione. Ecco il verbale dell’accesa seduta. Così come è stato raccontato a ilfattoquotidiano.it

stefano-menichini-675È stato scelto per “competenza, professionalità” e, soprattutto, parola di Laura Boldrini, perché ieri durante il colloquio ha spiegato che Montecitorio deve continuare ad essere “la casa della democrazia”. Proprio così. Stefano Menichini è il nuovo capo ufficio stampa della Camera. E proprio grazie alla sponsorizzazione della presidente. È stata lei che questo pomeriggio ha comunicato ai membri dell’Ufficio di presidenza la bontà della scelta. Una nomina quasi scontata, per la verità, visto che lo scorso 22 gennaio proprio ilfattoquotidiano.it aveva raccontato di come la corsa per l’ambita poltrona lasciata libera da Anna Masera (tornata a La Stampa) fosse ridotta ad un derby fra l’ex direttore di Europa, attuale consulente del ministero dei Trasporti, e l’ex direttrice de l’Espresso e D di Repubblica, Daniela Hamaui. La quale pare non abbia convinto gli illustri membri dell’ufficio di presidenza soprattutto su uno dei requisiti principali richiesti per conquistare la carica: la conoscenza del Parlamento e dei suoi meccanismi. Menichini ha così battuto la concorrenza dei 270 colleghi – tanti sono stati quelli che hanno inviato il curriculum per partecipare alla selezione – poi ridotti a 12 in vista della decisione finale. Ma cos’è accaduto durante la riunione odierna? Se è vero che la proposta della Boldrini è stata accolta a larga maggioranza, non sono mancate le critiche da parte di chi non ha per nulla condiviso il metodo con il quale si è giunti alla nomina. Ecco comunque il “verbale” dell’ufficio di presidenza così come è stato raccontato a ilfattoquotidiano.it.

CASA STREGATA – La seduta si è aperta con la presidente che ha ringraziato il comitato ristretto, costituito su sua indicazione all’interno dell’Ufficio di presidenza, spiegando che per l’occasione sono state audite persone di“elevata professionalità”. Una in particolare ha però raccolto i suoi favori: Stefano Menichini. Il quale, ha spiegato la Boldrini, era da scegliere per “competenza, professionalità” e perché, durante il colloquio, particolare che pare l’abbia letteralmente stregata (e vai a capire perché), ha dichiarato che Montecitorio deve continuare ad essere “la casa della democrazia”.

MI MANDA MATTEO – Subito dopo la ‘dichiarazione di voto’ della presidente è intervenuta Claudia Mannino (Movimento 5 Stelle), uno dei segretari dell’ufficio di presidenza, che ha anzitutto criticato il metodo con il quale è stato scelto il nuovo capo ufficio stampa. Non a caso, ieri, proprio lei aveva chiesto alla numero uno di Montecitorio di presentarsi all’ufficio di presidenza di oggi con una rosa di 3/4 nomi e condividere con i presenti la decisione finale. La Boldrini però aveva respinto l’invito ricordando che le regole della selezione erano già state decise in precedenti incontri. A quel punto fra le due si è aperto uno scontro. La Boldrini ha sostenuto che, oltre ai motivi esposti nel suo intervento, è stata anche colpita da ciò che ha detto Menichini alla fine del suo colloquio. E cioè che l’ex direttore di Europa ha spiegato di essere cosciente del fatto che l’aver diretto un giornale politicamente schierato (il quotidiano della Margherita e poi del Pd, ndr) poteva essere un ostacolo per una sua eventuale nomina. Ma che, nel caso in cui fosse stato scelto, avrebbe gestito la macchina parlamentare con la massima professionalità e terzietà. E qui, visti i sospetti di “lottizzazione politica” di matrice renziana sulla carica da assegnare che circolano da tempo anche tra i membri dell’ufficio di presidenza, la Mannino non si è trattenuta. Neanche con l’ironia: “Presidente, l’eccesso di onestà non mi pare fosse fra le motivazioni che l’hanno condotta alla scelta”. Battuta velenosa, nessuna replica della Boldrini.

FONTANA DI ACCUSE – A quel punto la parola è passata a Stefano Dambruoso. Il questore dell’ufficio di presidenza in quota Scelta civica ha spiegato che al posto di Menichini avrebbe preferito la nomina di un altro dei candidati. E cioè Maddalena Loy (ex Foglio, Rai e Unitàndr). Perciò ha chiesto alla presidente che quest’ultima venga presa in considerazione per entrare a far parte del gruppo di lavoro che curerà la comunicazione di Montecitorio. Insomma, un premio di consolazione. Ma le critiche alla Boldrini non si sono fermate. Dopo Dambruoso, contro di lei ha iniziato a cannoneggiare l’altro deputato questore, Gregorio Fontana (Forza Italia): “Tutta questa storia della selezione pubblica si poteva evitare – ha detto piccato – anche perché si sapeva da tempo che alla fine la scelta sarebbe ricaduta su Menichini”. La Boldrini non l’ha presa bene: “Che si sappia, ho deciso senza aver ricevuto alcuna pressione politica”.

MOLTO DI PERSONALE – La riunione volge al termine. Interviene Roberto Capelli (Democrazia Solidale): “Condivido la scelta di Menichini, era nella mia top three insieme a Maddalena Loy e Claudio Giua (ex direttore dello sviluppo e innovazione del Gruppo Espresso). Altra dichiarazione di voto, arriva da Ferdinando Adornato (Area popolare). “Conosco Stefano (Menichini, ndr) personalmente, può garantire professionalità e terzietà”, dice. Non c’è da stupirsi visto che proprio lui nei giorni scorsi, come riferito dall’agenzia di stampa Dire, aveva inserito l’ex direttore di Europa in una short list formata da 4 “giornalisti di chiara fama”. Fine degli interventi. La Boldrini mette ai voti la proposta. Menichini viene scelto a larga maggioranza: solo Mannino e Fontana si astengono. Triplice fischio: la seduta è tolta.

(Articolo scritto con Primo Di Nicola il 10 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Ilfattoquotidiano.it è entrato in possesso di un documento dei collegi dei questori. Dove sono elencati gli interventi possibili. A cominciare dallo status dei parlamentari per superare le differenze di trattamento tra deputati e senatori. Malan (Forza Italia): “Effetti solo sulle situazioni in essere, nessuna estensione delle indennità ai futuri inquilini di Palazzo Madama dopo la riforma costituzionale”. Si punta all’integrazione anche dei settori informatico, tecnico-immobiliare e sanitario. Nuove regole per la redazione dei bilanci e un solo polo bibliotecario

grasso-boldrini675Parola d’ordine: razionalizzazione. Ovvero risparmiare accorpando i servizi fotocopia per ritoccare al ribasso i relativi costi. Se fosse un’azienda privata non ci sarebbe nulla di strano. Soprattutto in tempo di crisi economica. Ma trattandosi di Camera Senato il discorso è molto più delicato. Certo, l’effetto sarà una sorta di spending review. Ma in ballo, tornando al paragone con il privato, sembra di trovarsi davanti a un vero e proprio piano di ristrutturazione industriale. Messo nero su bianco in due documenti redatti dai collegi dei Questori di entrambi i rami del Parlamento, che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare e che di qui ai prossimi mesi dovrebbero tradursi in atti concreti. Anche alla luce della riforma costituzionale ormai prossima all’approvazione finale delle Aule (ma con l’incognita del referendum). In tema di risorse, tuttavia, la coperta è corta. E se anche nel 2016 proseguirà il trend del contenimento dei costi, il margine si sta progressivamente riducendo. Non a caso, quest’anno, bilanci alla mano, la Camera riuscirà a tagliare le spese solo dello 0,93% mentre al Senato la cura dimagrante produrrà un calo dello 0,09%. Un segnale positivo, certo. Ma si può fare di più. Per questo i Questori hanno predisposto una lista di “settori da integrare e unificare”. Quello amministrativo, per esempio. Ma anche l’informatico, il tecnico-immobiliare e dei servizi sanitari.

TUTTI PER UNO – In testa alla lista c’è però un punto che ruota intorno agli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama. “Con riferimento allo Status dei parlamentari occorre procedere all’armonizzazione delle discipline vigenti presso i due rami del Parlamento – chiarisce il documento recentemente approvato dal consiglio di presidenza del Senato –, circa le competenze spettanti ai deputati e senatori, in carica e cessati dal mandato, nonché ai loro aventi diritto, anche alla luce delle prospettive della riforma costituzionale in itinere”. Un punto che ha finito per alimentare il sospetto che nel documento dei Questori si nasconda in realtà un espediente per estendere anche ai futuri senatori – che in base alla riforma dovrebbero svolgere il mandato gratuitamente percependo unicamente l’indennità corrisposta dai rispettivi consigli regionali di provenienza – gli emolumenti previsti per quelli in carica. “Un equivoco”, assicura il senatore questore Lucio Malan di Forza Italia. “L’armonizzazione si riferisce esclusivamente ai trattamenti in essere e non a quelli futuri – chiarisce –. Con la creazione di un ruolo unico dei parlamentari si supereranno le discrasie di trattamento tra deputati e senatori e non si produrrà alcun effetto sui futuri inquilini di Palazzo Madama qualora la riforma superasse la prova del referendum”. Semmai, il problema si porrà per gli ex senatori. “Perché sarebbe paradossale un Senato di senatori non pagati che, però, paga i vitalizi agli ex”, fa notare ancora Malan.

SERVIZI IN COMUNE – Ma le novità non finiscono qui. “Nell’ambito delle attività amministrative, particolare rilievo va poi dato al settore delle gare e contratti – si legge ancora nel documento –. Lo schema prevede che le Amministrazioni procedano periodicamente ad una verifica dei fabbisogni comuni per i quali sia possibile svolgere congiuntamente le procedure di selezione del contraente. Effettuate tali verifiche si potranno definire in comune i capitolati delle gare che, una volta deliberate da entrambi i Collegi dei Questori, potranno essere condotte da un’unica amministrazione, di volta in volta individuata, con funzione di centrale unica di committenza”. Il documento impegna le amministrazioni di Camera e Senato “a procedere congiuntamente” ad una ricognizione per “individuare concretamente le procedure di gara che potranno essere svolte in comune nel corso dei prossimi due anni”. E “a sottoporne gli esiti ai collegi dei Questori entro il 31 marzo 2016”. Lo stesso discorso va fatto anche per quanto riguarda il settore informatico. L’obiettivo è quello di “pervenire alla istituzioni di un Polo informatico parlamentare volto ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse professionali e tecnologiche disponibili, a rendere omogenei i servizi offerti e a rafforzare i processi di innovazione”. Nella lista delle armonizzazioni c’è anche l’unificazione dei servizi sanitari. “Si tratta di una prospettiva sulla quale i due collegi hanno già concordato in un’ottica di contenimento dei costi,  l’ottimizzazione delle procedure e di miglioramento dei servizi offerti agli utenti (parlamentari e personale), con la specificazione che a tale unificazione si potrà procedere adottando presso entrambi i rami del Parlamento un medesimo modello organizzativo, che faccia leva anche su un rapporto convenzionale con un soggetto esterno, comunque individuato attraverso un’apposita procedura ad evidenza pubblica”.

BIBLIOTECA BICAMERALE – Che dire, poi, del settore tecnico-immobiliare? Anche in questo caso, “si procederà all’individuazione di spazi che, in aggiunta a quelli già utilizzati a tal fine (come avviene con il Palazzo del Seminario per le Commissioni bicamerali), potranno essere messi a disposizione per lo svolgimento di attività e servizi comuni, o che potranno comunque consentire una razionalizzazione logistica nella prospettiva della riforma costituzionale in itinere”. Il tutto attraverso una “armonizzazione delle regole di contabilità e di redazione dei due bilanci”. Ma i processi di integrazione riguarderanno anche il settore della documentazione e ricerca. Con particolare riferimento al Polo bibliotecario che “appare suscettibile di un’ulteriore evoluzione”. Il punto di approdo finale “potrà essere l’istituzione della Biblioteca del Parlamento. Un analogo processo di gestione unificata – inoltre – dovrà riguardare gli archivi storici delle due Camere”. Nel settore delle Commissioni bicamerali e di inchiesta, infine, “sono già oggi in atto forme di collaborazione tra le due Amministrazioni che potranno essere estese a tutti gli organi bicamerali. Forme ulteriori di collaborazione, nella prospettiva di incrementare il livello già esistente di coordinamento, dovranno interessare anche il supporto delle attività di segreteria delle delegazioni parlamentari presso le Assemblee internazionali”. Tutto ciò in tempi rapidi, con “i vertici delle due Amministrazioni che riferiranno ai competenti organi di direzione politica sull’andamento di tali processi”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 10 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Sono i nomi che circolano con maggiore insistenza fra i 270 candidati che hanno inviato un curriculum. Per succedere ad Anna Masera. Mentre continuano le polemiche ai vertici di Montecitorio. Iniziate con le dimissioni di Roberto Giachetti dalla guida del Comitato per la comunicazione. In rotta con la presidente Laura Boldrini. Fino all’ultimo ufficio di presidenza. Che ha affidato a un gruppo di 5 deputati la compilazione di una lista di 10 nomi. Fra i quali sarà effettuata la scelta finale. Mannino (M5S): “Metodo incomprensibile, negata la trasparenza”

Menichini_675Nei corridoi di Montecitorio c’è già chi è pronto a scommettere che la corsa per la successione ad Anna Masera alla guida dell’ufficio stampa della Camera si sia ridotta a un derby. Quello fra l’ex direttore di Europa, Stefano Menichini (nella foto), oggi consulente del ministero dei Trasporti (“Incarico che lascerò in caso di nomina”, fa sapere l’interessato). E l’ex direttrice de l’Espresso e di D di Repubblica, Daniela Hamaui. Entrambi, contattati da ilfattoquotidiano.it, confermano che fra i circa 270 curriculum arrivati sulla scrivania della presidente, Laura Boldrini, ci sono anche i loro. Un esercito di candidati tra i quali si dovrà decidere a breve a chi assegnare l’ambita poltrona (circaseimila euro di stipendio netti al mese) ancora vacante.

ALTA TENSIONE Un cambio della guardia che, dal giorno in cui la Masera ha annunciato il suo ritorno a La Stampa, sta però alimentando non poche tensioni all’interno dell’ufficio di presidenza di Montecitorio. A cominciare dalle rumorose dimissioni di Roberto Giachetti (Pd), che il 2 dicembre scorso ha lasciato, in aperta polemica con la Boldrini, la guida del Comitato per la comunicazione e l’informazione esterna. Cioè l’organo che proprio in occasione della nomina della Masera seguì per la prima volta l’iter per l’assegnazione dell’incarico. “Non sono nelle condizioni di poter continuare a lavorare”, accusò sbattendo la porta l’attuale candidato del Pd alle primarie per le comunali di Roma. Da quel momento, però, i toni sono rimasti alti. Passano dieci giorni e a rinfocolare la polemica arriva infatti anche una lettera della deputata del Movimento 5 Stelle, Claudia Mannino, indirizzata alla presidente della Camera, per sollecitare la nomina del successore di Giachetti.

MAGNIFICI DIECI Appello rimasto inascoltato fino all’ufficio di presidenza di giovedì 21 gennaio. Quando, dopo aver proposto che ad occuparsi della selezione fosse l’intero Ufficio di presidenza – i cui membri avrebbero dovuto indicare due nomi a testa fra i 270 candidati per scremare la lista ad una trentina di concorrenti – Boldrini è stata costretta a tornare sui suoi passi. Visti i malumori scatenati dalla soluzione prospettata, alla fine la presidente ha nominato un sottogruppo di lavoro formato da 5 membri: Anna Rossomando, Giovanni Sanga (entrambi del Pd), Ferdinando Adornato (Area Popolare), Gianni Melilla (Sinistra Italiana) e la stessa Mannino (M5S). A loro è stato chiesto di redigere, entro il 29 gennaio, una lista di 10 nomi dalla quale sarà scelto il nuovo capo ufficio stampa di Montecitorio. Tutto risolto? Nemmeno per sogno. Almeno a sentire la componente grillina del sottogruppo appena insediato. “La decisione presa dalla Boldrini dimostra la superficialità nello gestire questa partita per la nomina di una figura che, fra le altre cose, dovrà curare la comunicazione della Camera nei mesi della campagna referendaria – accusa la Mannino –. È un metodo incomprensibile, che pregiudica qualsiasi forma di trasparenza e che usurpa il lavoro svolto in questi anni dal comitato”.






È quanto emerge in un volume presentato dalla presidente Laura Boldrini. Che traccia un bilancio dell’attività svolta a Montecitorio. Mettendola anche a confronto con le performance del passato. Cresciuta l’attività di sindacato ispettivo con interpellanze e interrogazioni. Certificato anche l’abuso del ricorso ai decreti. Soprattutto da parte del governo Renzi

boldrini675Lavoriamo poco? Venite a vedere le carte. Pare di sentirli, i parlamentari sempre sotto accusa per “fannullismo” e poca voglia di lavorare. Soprattutto dopo le critiche per i troppi giorni di vacanza che si sono assegnati per l’esame della legge di Stabilità e il ponte dell’Immacolata. Sembra di vederli gridare ad alta voce i loro meriti. E lo fanno attraverso il presidente della Camera, Laura Boldrini. Che, l’attivismo degli inquilini di Montecitorio, lo ha fatto addirittura raccogliere in un volume (“Cifre e fatti. L’attività della Camera dei deputati a 33 mesi dall’inizio della legislatura”). Con numeri e percentuali, per tracciare un bilancio di tre anni di attività parlamentare. Periodo nel quale, certificano i dati ufficiali presentati nel corso della cerimonia di saluto della Boldrini alla stampa parlamentare, l’Aula di Montecitorio si è riunita per un numero di sedute superiore rispetto allo stesso periodo della passata legislatura: 536 contro 423. Anche se in confronto ad essa la distribuzione delle ore tra le varie attività ha visto una flessione del tempo dedicato a quella legislativa ed un corrispondente aumento di quello impiegato per attività di indirizzo e controllo. Non solo: i dati presentati attestano anche il ricorso sfrenato ai decreti legge da parte del governo. Per non parlare di un altro record che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha ormai ipotecato: quello dei voti di fiducia. Ai quali l’esecutivo in carica si è affidato ben 34 volte da febbraio 2014, da quando cioè è entrato in carica al posto di Enrico Letta. Doppiato dal suo “rottamatore”, insieme persino a Silvio Berlusconi.

RISPONDERE PREGO – Numero di sedute a parte, sinora l’Aula si è riunita per un totale di 2.889 ore e 56 minuti, 694 ore in più rispetto alla passata legislatura (2.195 ore e 15 minuti). Di queste, 1.741 ore sono state dedicate all’attività legislativa,736 ore a quella di indirizzo e controllo. Mentre le restanti 364 sono state impiegate per altre attività. A confronto con lo stesso periodo della sedicesima legislatura, aumenta notevolmente il numero di interpellanze e interrogazioni, sia a risposta scritta sia orale. Le interpellanze passano da 945 a 1.196, di cui 833 concluse (69,65%) e 363 da svolgere; le interrogazioni a risposta orale da 1.424 a 1.892, di cui 1.241 concluse (65,59%) e 651 ancora da svolgere. Un vero e proprio boom è quello che fanno registrare, invece, le interrogazioni a risposta in commissione: erano 4.101 nello stesso periodo della precedente legislatura, sono 7.186 oggi, ma la maggioranza di queste (3.758) sono ancora da svolgere. Fanno registrare un segno più anche le interrogazioni a risposta scritta, cresciute da 10.586 a 11.392. Peccato però che, secondo i numeri del dossier, fino a questo momento la maggior parte degli interroganti sia rimasto a bocca asciutta, visto che ben 8.903 sono ancora senza risposta. Mentre quelle concluse sono 2.489 (21,85%). In definitiva, sono stati presentati 21.666 atti di sindacato ispettivo, ma solo 7.991 hanno visto il loro iter completato con una risposta (il 36,88%contro il 41,55% della XVI legislatura). Cresciuto anche il numero e la durata delle sedute delle 14 commissioni permanenti, riunitesi 11.066 volte per un totale di 6.096 ore contro le 10.322 volte della XVI, impegnata per 5.292 ore.

GOVERNO FAMELICO – Sempre secondo il dossier, nei primi 33 mesi di legislatura sono state finora approvate dalle due Camere 186 leggi: 74 di ratifica, 58 di conversione, 10 di bilancio, 3 collegate alla manovra di finanza pubblica, 6 europee (e di delegazione europea) e 35 di vario argomento. Ma l’aspetto più importante riguarda la fase dell’iniziativa. Da chi sono stati infatti proposti i provvedimenti? Ben 154 di quelli sinora approvati (l’82,7%) sono stati promossi dal governo, mentre soltanto 30 (il 16,1%) portano la firma di uno o più parlamentari e 2 sono i testi di iniziativa mista (l’1%). Un dato che fa il paio con il ricorso smodato ai decreti legge. Sono 69 quelli presentati dai due governi che si sono avvicendati nel corso dell’attuale legislatura: quello di Enrico Letta e quello di Matteo Renzi. Ma se il primo si è dovuto fermare a 25, complice il fatto di essere stato scalzato dall’ex sindaco di Firenze, quest’ultimo ha quasi raddoppiato i numeri del predecessore presentando finora 44 decreti legge. Di questi, 31 sono stati convertiti con modificazioni, dice il dossier presentato dalla presidente Boldrini, 2 sono stati convertiti tali e quali, 7 sono decaduti e 4 sono in corso di conversione.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)






Ci sono da rinnovare i contratti dei giornalisti di Palazzo Madama. Ma soprattutto stanno per lasciare i responsabili delle due strutture. Bisogna scegliere il metodo di selezione dei sostituti. Con un bando pubblico o per nomina diretta? Mannino (M5S) all’attacco: “Sciogliere il comitato per la Comunicazione di Montecitorio”

grasso-boldrini675Vertici degli uffici da cambiare. Giornalisti da confermare o licenziare. Criteri di selezione in alto mare. Con i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, alle prese con la patata bollente. E il presidente di un organismo parlamentare delicato come il comitato per la comunicazione della Camera sull’orlo delle dimissioni. E tutto perché si deve cambiare. Non solo a Montecitorio, ma anche a Palazzo Madama. Con l’anno nuovo, gli uffici stampa di entrambi i rami del Parlamento potrebbero andare infatti incontro a cambiamenti radicali. Nel primo caso perché l’attuale numero uno, Anna Masera, scaduto il contratto biennale che la lega alla Camera tornerà a La Stampa. Ma sul metodo di selezione del suo sostituto è in corso uno scontro politico. Al Senato, invece, perché Iolanda Cardarelli, che dal 2009 guida l’ufficio stampa e Internet, andrà in pensione. In questo caso a sceglierne il successore sarà l’ufficio di presidenza, come previsto dal regolamento. Ma non si ancora se saranno confermati i tre addetti stampa di cui dispone attualmente Palazzo Madama. Il tutto fra le proteste degli esponenti del Movimento 5 Stelle (M5S). Scontenti dei metodi di scelta delle due nuove figure.

FUORI CONCORSO – Il prossimo 31 dicembre la Masera, che dal 1° gennaio 2014 gestisce sia l’ufficio stampa sia la comunicazione di Montecitorio, tornerà a lavorare per il quotidiano torinese. Per il quale, prima di richiedere l’aspettativa visto il nuovo incarico istituzionale, ricopriva il ruolo di caporedattore e social media editor. Ovvio, quindi, che dovrà essere scelto un successore. Ma in che modo avverrà questa nomina, che deve comunque passare attraverso la votazione dell’ufficio di presidenza? Attraverso un bando, come successo la volta scorsa vagliando decine di curricula, oppure no? I maligni dicono che la presidente dell’Assemblea, Laura Boldrini, vorrebbe ‘commissariare’ questo ufficio, affidando il coordinamento dello stesso ad uno degli addetti stampa della Camera. Il tutto per costruire ancora meglio la propria immagine in vista delle prossime elezioni. I nomi sul tavolo sono quattro: Fabio Rosati, Gennaro Pesante, Ida Bressa e l’ex inviato parlamentare di Radio Radicale Roberto Iezzi, dato come favorito vista anche la lunga esperienza maturata fra Montecitorio e Palazzo Madama. Contattato sull’argomento, però, il portavoce della Boldrini, Roberto Natale, smentisce l’ipotesi del ‘commissariamento’. “Da parte della presidente non c’è alcuna intenzione di muoversi lungo questa direzione portando l’ufficio stampa sotto la sua segreteria personale – spiega ailfattoquotidiano.it –. Rimarrà chiarissima la distinzione fra la comunicazione della presidente e quella della Camera”. Anche perché, tiene a precisare Natale, “ricordo che è stata proprio Boldrini a innovare la prassi per la quale, fino a questa legislatura, era solo il presidente a scegliere il capo ufficio stampa. Tutto ciò coinvolgendo il comitato per la comunicazione”.

GIACHETTI IN BILICO – Ma i ritardi nella scelta del metodo di selezione del nuovo capo ufficio stampa della Camera non piacciono per niente al M5S. “A meno che non si faccia una corsa contro il tempo, non ci sono margini per indire un nuovo bando per nominare il successore della Masera”, dice la deputata Claudia Mannino, segretaria d’Aula nonché componente del comitato per la comunicazione di Montecitorio guidato dal vicepresidente dell’Assemblea, Roberto Giachetti (Pd). “Mi stupisce il fatto che si voglia tornare indietro – aggiunge –, anche perché il lavoro fatto in questi due anni è stato innovativo e, con la campagna referendaria per la riforma costituzionale alle porte, mi sembra assurdo manipolare questo ruolo affidandolo esclusivamente alla presidenza. Domani (mercoledì 2 dicembre, ndr) è in programma un nuovo ufficio di presidenza nel quale l’argomento in questione non è nemmeno all’ordine del giorno”. Per questo “risulta inutile continuare a mantenere attivo questo comitato, che già si riunisce raramente – conclude la deputata grillina –. In via informarle, ho già chiesto a Giachetti di abolirlo: stiamo valutando di inviare una richiesta ufficiale”. Non è però da escludere, secondo quanto spiegano fonti parlamentari a ilfattoquotidiano.it, che lo stesso Giachetti possa anticipare tutti dimettendosi dall’incarico.

SELEZIONE PUBBLICA – Al Senato la questione è apparentemente più semplice, anche se non mancano i mal di pancia. L’unica certezza al momento è che, come detto, l’attuale capo ufficio stampa e Internet, Iolanda Cardarelli, andrà in pensione dopo sei anni alla guida dell’importante organo parlamentare. A nominare il suo successore sarà direttamente l’ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Il motivo? A differenza di Montecitorio, il capo ufficio stampa del Senato è un funzionario interno al quale sono affidate ulteriori competenze (come quella riguardante la gestione della libreria) e non per forza un giornalista. Diverso è il caso dei tre addetti stampa interni allo stesso ufficio. I quali in scadenza di contratto – che viene rinnovato ogni tre anni – saranno scelti direttamente dal presidente dell’Assemblea, Pietro Grasso, secondo quanto previsto da una recente delibera dell’ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Al momento non esistono certezze sulla conferma degli attuali componenti: Marco Tagliavini, assunto tramite selezione pubblica nel 2001, Laura Trovellesi ed Eli Benedetti (entrambi a Palazzo Madama dal 2006). Un modus operandi che, come per Montecitorio, scontenta il M5S. Dice Laura Bottici, questore dei grillini al Senato: “Speravo in un cambio di rotta, in una selezione di professionalità fatta attraverso un bando pubblico. So che è difficile cambiare abitudini – conclude –, ma mi auguravo una scelta di professionisti indipendenti e non nominati”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 1° dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)