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Tag: Milano



È quanto emerge da un’indagine del consigliere comunale Mattia Calise. Durata due anni. “Per la quale ho ricevuto intimidazioni denunciate in Procura”. Nella lista, oltre ai privati, anche la sede di un partito di maggioranza. Che vanta debiti per 30 mila euro. La candidata sindaco Bedori: “Aprire un’inchiesta sui singoli casi”. Di Battista: “Con noi al governo stop a corruzione e malaffare”

di-battista-675Abita in una casa popolare, ma vanta un Isee da 76 mila euro e un patrimonio di due milioni fra titoli e depositi bancari. Poi c’è il caso di un moroso, con un’abitazione di proprietà a Cologno Monzese, che vive in una casa popolare e ha un Isee da 98 mila euro. Bazzecole rispetto ad un noto ristorante del centro che deve al Comune 500 mila euro di affitti non pagati. E, come se non bastasse, dopo aver ceduto il ramo d’azienda, ha riaperto i battenti in un altro locale. Sempre del Comune, ovviamente, lasciando in eredità un conto mai saldato di altri 200 mila euro. Non poteva mancare neppure la politica. Fra i morosi c’è infatti anche la sede di un partito di maggioranza che deve alle casse dell’amministrazione municipale circa 30 mila euro. Sono solo alcuni casi dell’Affittopoli milanese denunciata oggi alla Camera dei deputati dal Movimento 5 Stelle (M5S). Un buco da 204,4 milioni di euro. A tanto ammonta il totale degli affitti non pagati al Comune di Milano. Che, poco o niente, ha incassato da 21.246 contratti ad uso abitativo e altri 1.039 ad uso commerciale.

COLPE BIPARTISAN – A rendere noti i dati è stato il consigliere comunale milanese del M5S, Mattia Calise. Un’indagine “che abbiamo trasmesso alla procura di Milano – ha spiegato nel corso della conferenza stampa a Montecitorio – anche perché ho ricevuto delle intimidazioni che sono andato immediatamente a denunciare e su cui non posso dire altro”. Dagli accertamenti eseguiti negli ultimi due anni (tanto è durato il lavoro dell’esponente 5 Stelle) “abbiamo rilevato come ci siano molti soggetti che nelle case popolari non dovrebbero stare”, ha proseguito Calise, “mentre per molte famiglie che versano in condizioni di povertà il Comune ha previsto la procedura di sfratto”. Ma da quanto va avanti questa storia? “Dal 2006”, ha risposto il consigliere comunale grillino: “Vuol dire che il problema coinvolge, in maniera bipartisan, sia la precedente amministrazione di centrodestra guidata da Letizia Moratti sia quella uscente di centrosinistra con a capo Giuliano Pisapia”. Proprio così. Una circostanza che coinvolge direttamente anche i due attuali candidati sindaci di Partito democratico e Forza Italia, Giuseppe Sala e Stefano Parisi. Il primo, infatti, dal 2009 al 2010 è stato direttore generale del Comune di Milano; il secondo, invece, è stato city manager di Palazzo Marino dal 1997 al 2000, ai tempi di Gabriele Albertini. “Ci sono gravissime responsabilità sia di questa che della precedente amministrazione – ha attaccato a tal proposito Patrizia Bedori, candidata sindaco del M5S a Milano –. Dov’erano Sala e Parisi, come hanno controllato, cosa hanno fatto e quali provvedimenti hanno preso” negli anni passati ad amministrare la cosa pubblica? Perciò “chiediamo che l’assessorato apra un’inchiesta sui singoli casi – ha concluso – perché il bene comune deve essere tutelato ed è ciò che vogliamo fare”. A stretto giro è arrivata la risposta dell’amministrazione Pisapia. “Polverone da campagna elettorale”, lo ha bollato l’assessore alla Casa, Daniela Benelli, “basato su conti fantasiosi o male interpretati. E che strumentalmente – ha aggiunto – nulla dicono delle azioni che il Comune e il gestore, MM Spa, hanno già messo in atto o hanno tuttora in corso per il recupero delle morosità”.

FUORI I BILANCI – Nel corso dell’incontro con la stampa, inoltre, Alessandro Di Battista, deputato del M5S e membro del direttorio, ha parlato anche dell’arresto di Fabio Rizzi, consigliere regionale della Lega Nord e presidente della commissione Sanità. Nonché estensore della recente riforma del sistema sociosanitario lombardo. Uno dei ‘bracci destri’ del governatore Roberto Maroni. “C’è una corruzione diffusissima, non c’è differenza tra Roma e Milano, tra Maroni e Marino. Perché oggi Salvini non chiede le dimissioni di Maroni?”, ha domandato Di Battista. In Lombardia “si vada a elezioni, Maroni ha evidentemente fallito. Salvini si assuma le proprie responsabilità”. A Roma come a Milano, ha aggiunto il deputato grillino, “il M5S vuole candidare persone oneste, che portino avanti un programma, persone che sappiano controllare i bilanci, che non abbiano grandi aziende alle spalle che gli finanziano la campagna elettorale. Sala? Per me non è questo grande candidato: deve ancora farci vedere il bilancio di Expo…”. E ancora: “I romani sono liberi di scegliere: se vogliono la continuità ci sono Bertolaso e Marchini, se vogliono le strade piene di buche e senza illuminazione e una città senza posti agli asili si prendano Giachetti. Se gli va bene il livello di sicurezza che c’è ora nelle periferie, se gli va bene ‘Affittopoli’ confermino il Pd. Se invece sceglieranno M5S – ha concluso Di Battista – saranno sicuri che contro il malaffare e la corruzione noi entreremo sempre a gamba tesa”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






«Dottò, lei lo sa com’è Napoli. È una città complicata. Il sindaco sta provando a cambiare le cose, ma non è mica facile». È questo il parere del tassista che ci accompagna a Palazzo San Giacomo, dove incontriamo Luigi de Magistris. Da giugno dello scorso anno, primo cittadino di un realtà dalle tante contraddizioni. Da una parte ci sono i bambini che giocano a calcio in piazza del Plebiscito con le maglie di Hamšík, Cavani e Messi – erede dell’indimenticato Maradona –, dall’altra le zone dove la mano armata della criminalità continua a porre in secondo piano gli sforzi della nuova amministrazione. Fra queste c’è Scampia, «per cui l’amministrazione approverà a breve una delibera-quadro che prevede interventi concreti», rassicura de Magistris. E la politica nazionale? «Alle elezioni non escludo la presenza di una lista arancione. Una realtà che punti sul pubblico e sul privato e che si avvalga del forte contributo dei sindaci».

Sindaco, lei ha più volte ribadito la volontà di fare «la rivoluzione governando». Quindici mesi dopo la vittoria alle elezioni com’è cambiata la “sua” Napoli?

«C’è bisogno di fare una premessa: noi governiamo la città, da un anno e quattro mesi, senza soldi. Abbiamo dovuto fare i conti con un taglio orizzontale – il più alto d’Italia per complessivi da quando faccio il sindaco – di 350 milioni di euro. In una condizione simile o saremmo dovuti andare in dissesto, o la situazione sarebbe dovuta peggiorare rispetto alla precedente amministrazione. Invece la città è migliorata, in particolare sotto due aspetti: i rifiuti – sono fiero di aver restituito agli abitanti una Napoli senza immondizia, anche se resta ancora molto lavoro da fare – e il fatto di essersi rianimata da un punto di vista civico. Questa era una realtà depressa, mentre oggi i napoletani rispondono alle nostre iniziative e riempiono gli spazi pubblici. Abbiamo riportato la persona al centro dell’azione, e siamo l’unica città in Italia che malgrado i problemi finora esposti registra un trend positivo nella presenza di turisti».

Il vicesindaco Sodano ha dichiarato che il vostro vero problema è quello di essere fuori dalle vecchie logiche centrodestra- centrosinistra. Quante difficoltà ha trovato e sta trovando nello scardinare gli equilibri preesistenti?

«Tantissime, perché c’erano sistemi che abbiamo rotto e che riguardano i rifiuti, le burocrazie interne e le mediazioni politiche. Noi oggi prendiamo decisioni importanti confrontandoci con la città, con il consiglio comunale, aprendo dibattiti in rete. C’è una mediazione alta delle politica: personalmente non ho mai alzato il telefono per chiedere il permesso di prendere le decisioni. Quel sistema a cui fa riferimento Sodano resiste e in parte si oppone, anche perché noi non abbiamo nessuna sponda politica a livello nazionale. Napoli non ha avuto finora alcun sostegno né dal governo né dal Parlamento, i quali non hanno scritto nessuna pagina concreta sulla città da quando io sono sindaco. Questo avviene perché, a mio avviso, l’esperienza napoletana non viene vista ancora positivamente dagli apparati partitocratici che noi abbiamo scardinato».

Ne ha in parte già parlato lei poc’anzi, ma torniamoci su. Napoli è stata inserita, di recente, nella lista di città a rischio default. Che autunno sarà il vostro? 

«Noi siamo in pre-dissesto da un anno, è un miracolo non essere andati oltre. La situazione è grave, ma sono convinto che ne usciremo. Certo, il governo dovrebbe fare la sua parte. Noi abbiamo registrato interventi importanti su Milano, Roma, Catania e Palermo. E mentre il Capo dello Stato dice che senza Napoli non si può fare sviluppo, l’aiuto concreto dell’esecutivo – che vorremmo ci fosse – non arriva. Anche perché abbiamo ereditato un debito di 1,5 miliardi di euro, dovuto a politiche di inefficienza e sprechi portate avanti negli ultimi quindici anni da chi ci ha preceduto. Ciò vuol dire non poter fare assunzioni e concorsi, e non poter pagare le imprese. Domando: quanto può reggere ancora una città in queste condizioni senza un intervento concreto a livello centrale?».

In questi mesi si è detto e scritto molto sulle defezioni nella sua giunta: Rossi, Vecchioni, Narducci e Realfonzo. Si è fatta, spesso, un po’ di confusione. Cerchiamo di mettere ordine… 

«Io prima dell’estate, con un’espressione scherzosa – ma fino ad un certo punto – dissi: “Costituiamo il gabinetto di guerra”. L’esperienza napoletana è una guerra contro la camorra, la partitocrazia, è una battaglia civile per il cambiamento e noi lottiamo come leoni anche per diciotto ore al giorno. Non tutti reggono una situazione simile. I casi citati sono molto diversi, e non è escluso che ce ne potrebbero essere degli altri: questo perché c’è chi potrebbe essere un ottimo assessore in tempi “di pace”, ma non è all’altezza in quelli “di guerra”».

Cos’è successo con loro, dunque?

«Roberto Vecchioni non è stato un componente della giunta, ma una scelta che ho fatto per ammirazione e passione nei confronti di un grande cantautore quale lui è. Il suo errore – mi prendo però anche le mie responsabilità – è stato quello di aver pensato di venire a fare l’artista, invece doveva mettere in campo anche una capacità manageriale. Quando si è trovato di fronte ad una situazione difficile come quella di Napoli non se l’è sentita di proseguire. Abbiamo però ottimi rapporti, collaborerà con il forum delle culture, a livello umano è rimasto tutto come prima. Raphael Rossi (ex presidente di Asìa, la società del comune di Napoli che si occupa di rifiuti, ndr) ha polemizzato con l’amministrazione ma non con me personalmente. Anche lui ha pagato il fatto di non essere la persona giusta per governare un momento di conflitto: ciò è avvenuto per la mancata capacità di conoscere fino in fondo Napoli. Ma più che focalizzarmi su di lui mi concentrerei su chi lo ha sostituito: Raffaele Del Giudice ha rappresentato un salto di qualità, perché conosce vicolo per vicolo questa città e ha – con i fatti – contrastato la camorra e saputo aprire un dialogo con i lavoratori».

Com’è andata con Giuseppe Narducci e Riccardo Realfonzo, invece? 

«Al primo (ex assessore alla Sicurezza, ndr) non avrei mai revocato la delega pur essendo stato molto deluso da lui – anche in questo caso, come in precedenza, faccio mea culpa –, perché pensavo portasse capacità politiche, praticità, risoluzione dei problemi e un contrasto effettivo alla delinquenza e alla camorra. Al contrario c’è stato da parte sua un atteggiamento molto burocratico e formalistico all’interno della giunta. Ma per quanto lui ha rappresentato e rappresenta io non lo avrei mai mandato via. Lui ha deciso di andarsene scatenando una polemica che francamente fa torto a lui, perché nel corso dei mesi ha condiviso tutti gli atti e la vita di questa giunta. Diverso è il caso di Realfonzo (ex assessore al Bilancio, ndr), l’unico assessore che avevo già indicato in campagna elettorale, che potrebbe essere – tornando a quanto ho detto poc’anzi – un buon assessore in tempi “di pace”. Anche da lui, viste le competenze, mi aspettavo di più. Invece dopo un anno il bilancio del suo lavoro, in un ruolo strategico, è stato deludente. Serviva una svolta. La sua reazione è umanamente comprensibile, però bisogna evitare le drammatizzazioni. Il giorno prima che gli comunicassi la mia decisione mi mandò un messaggio in cui mi scrisse che io ero il leader nazionale del movimento arancione, e che dovevo candidarmi alla presidenza del consiglio; poi successivamente ha rilasciato un’intervista a il Fatto Quotidiano e ha detto che ho metodi democristiani e che sono il peggior sindaco d’Italia. È una replica che non aiuta la politica».

Una delle note dolenti di Napoli è Scampia. Pochi giorni fa lei ha parlato di un progetto di riqualificazione dell’area, esponendo i costi (5 milioni solo per abbattere le vele). Al di là dell’aspetto urbanistico, cosa farà la giunta de Magistris sotto l’aspetto sociale? 

«Per agire su Scampia ci vogliono i soldi ma finora, malgrado le difficoltà, abbiamo fatto tante cose. Ho visitato personalmente tutte le scuole del quartiere, siamo partiti con il “porta a porta” raggiungendo ottimi risultati, abbiamo istituito l’isola ecologica. Ed è passato un solo anno. A breve approveremo una delibera-quadro su Scampia: partiremo da qui per poi andare a toccare anche altre zone della città. Sarà un’opera di programmazione, in modo tale che i cittadini sappiano quali sono gli impegni che vogliamo rispettare».

Cosa prevede la delibera, in concreto? 

«Primo punto, l’abbattimento delle vele e la costruzione di aree verdi, centri sociali e laboratori. Riqualificheremo i parchi, e fisseremo un cronoprogramma stringente per l’assegnazione degli alloggi popolari in costruzione grazie ai fondi residui. Interverremo su chi, in modo abusivo e criminale, occupa abitazioni comunali. Abbiamo ottenuto i fondi per il completamento della cosiddetta “Università della Medicina”. E realizzeremo l’unità operativa della Polizia municipale. Poi – cosa a cui tengo molto – assegneremo gratuitamente un immobile molto grande alle associazioni che si impegnano concretamente sul territorio. Ai cittadini chiediamo, in cambio, di mobilitarsi: un quartiere ha bisogno della partecipazione attiva dei suoi abitanti».

A fine luglio, prima di venire a visitare la città, il ministro Severino ha dichiarato che mentre in Sicilia, dopo la morte di Falcone e Borsellino, si sviluppò un clima nuovo, qui a Napoli spesso le persone sono dalla parte della criminalità e non dalla giustizia. Come si esce da questa situazione? 

«Spiace che un ministro della Giustizia non abbia un quadro serio e concreto di quanto accade a Napoli. E che non si renda conto dei paragoni che fa. Tutti sappiamo cos’è successo a Falcone e Borsellino. La reazione della gente era doverosa, e la Severino dovrebbe anche sapere che dopo la stagione delle bombe le mafie hanno abbandonato tale strategia – che non portava risultati – cercando invece di penetrare nelle istituzioni. Un ministro della Giustizia “tecnico” dovrebbe anche sapere che servono meno caccia bombardieri e più benzina alla Polizia e ai Carabinieri, e che in un quartiere come Scampia – ma anche in tanti altri – ci sono cittadini che quotidianamente si impegnano sul territorio contrastando le piazze di spaccio. E spesso lo fanno in silenzio. Napoli si è risvegliata, si è rimessa in moto. Noi continuiamo a lavorare, ma da persone come lei mi aspetto meno demagogia e superficialità».

Ha fatto discutere la sua proposta di creare un quartiere a luci rosse. Ci spiega di cosa si tratta?

«Vorrei destinare un’area della città dove le coppie – quindi non c’entra nulla la prostituzione – che non hanno una casa possano andare senza avere paura di essere aggrediti o derubati. Un luogo di socialità come ne esistono anche in altre città d’Europa. Non mi piace, da cittadino prima che sindaco, chiudere gli occhi. Quindi l’altro tema, quello della prostituzione, va affrontato. C’è un aumento del fenomeno in tutta Italia, anche se a Napoli i dati sono più bassi rispetto a Roma e Milano. La priorità è punire i criminali e gli sfruttatori, partendo da un dato di fatto: c’è un’offerta perché c’è una domanda. Quindi noi vogliamo individuare zone non dove la prostituzione sia legalizzata, ma dove si può esercitare permettendo alle forze dell’ordine di avere maggiore controllo e dove possono essere recuperate più facilmente molte “vittime”, andando verso un contrasto del fenomeno. È un tema su cui bisogna discutere, e sui mi auguro ci possa essere un dibattito laico in consiglio che porti alla migliore soluzione possibile».

Entro fine mese sarà presentato il programma del movimento arancione. Com’è nato e cos’è davvero? 

«È un movimento nato nel periodo della campagna elettorale del 2011, unendo soprattutto Milano e Napoli. È un luogo adatto a chi vuole cambiare la politica, e a giorni pubblicheremo un manifesto – fatto di proposte che non guardano al contingente ma ai prossimi anni, senza aggregazioni ma con contenuti economici, sociali e politici – e gli daremo un nome. Ad ottobre lanceremo la prima iniziativa, e indicheremo i modi in cui intendiamo organizzarci e finanziarci, mettendo in rete un documento che apriremo ai cittadini che vogliono inserire i loro contenuti. È un movimento che dovrà operare da Nord a Sud, che non è contro i partiti ma distante da loro».

Ci sarà una lista arancione alle prossime elezioni? 

«Dipenderà da alcuni fattori. Per esempio dalla legge elettorale e dal fatto che io non mi posso candidare, perché Napoli ha bisogno di guardare negli occhi le persone a cui affidano il cambiamento. Io sarò uno dei trascinatori del movimento e ci metterò la faccia, anche perché stiamo registrando molte adesioni. Non escludo quindi che una lista ci possa essere. Non è certa, ma è pos- sibile. I sindaci daranno un contributo perché rappresentano una grande risorsa democratica per un Paese che deve continuare ad andare avanti malgrado le difficoltà».

In politica economica quali sono le linee guida del movimento? 

«Noi siamo contro le economie liberiste e il capitalismo senile. Il capitalismo è entrato in una crisi strutturale e non legata solo allo spread. Ciò significa provare a costruire dal basso forme di economia diverse, riscoprendo i servizi pubblici come un valore reale. Al tempo stesso vogliamo essere molto attenti a quel mondo privato – cooperative, piccole e media imprese –, che però non hanno nell’accumulazione del capitale l’obiettivo dell’investimento. Riteniamo poi che parte della proprietà pubblica debba essere consegnata ai cittadini che, nei vari quartiere e attraverso assemblee del popolo, decidono cosa fare di parti di città per attività di ogni tipo».

Poi? 

«La patrimoniale sui grandi patrimoni e le transazioni finanziarie. Poi deve essere applicata un’aliquota uguale all’Iva sui capitali scudati che rientrano dall’estero – ne guadagneremmo circa 15 miliardi di euro –, più l’immediata sospensione dell’acquisto di inutili e dispendiose commesse militari e l’interruzione delle missioni militari. Unita a ciò va portata avanti una riduzione forte del costo del lavoro per far ripartire le imprese, favorendo gli investimenti soprattutto nelle aree più depresse ».

La stampa parla di rapporti non idilliaci fra lei e Di Pietro, riguardo soprattutto agli attacchi dell’Idv al Pd e quelli a Napolitano sulla trattativa… 

«Il problema non sono le alleanze politiche. Chi governa, come faccio io a Napoli, deve avere un profilo istituzionale e può dire cose fortissime senza mancare di rispetto alle istituzioni. Anche quando prendono decisioni che non si condividono. Nella vicenda di Palermo io sono dalla parte dei magistrati, senza se e senza ma. Quelli coraggiosi e onesti, che cercano la verità, devono essere messi nelle condizioni di portare avanti le loro inchieste».

E i rapporti con Di Pietro? 

«Sono buoni. Partecipo molto poco all’attività di partito, ma a Vasto abbiamo parlato a lungo, analizzando le cose da fare. Credo che il nostro rapporto si evolverà quando lui si renderà conto che io non sono un pericolo per l’Idv, ma una risorsa».

Cosa pensa del coinvolgimento di Nicola Mancino nella trattativa? 

«Io l’ho conosciuto bene: è quello che ha presieduto la sezione disciplinare del Csm che mi strappò ingiustamente la toga di pubblico ministero perché facevo inchieste molto simili a quelle che vengono portate avanti in questo momento. Non potrei mai stare dalla sua parte, mi sembra ovvio».

Lei ha chiesto un dibattito pubblico a Grillo, con cui in passato ha avuto più di qualche scambio polemico. Cosa ha alimentato, secondo lei, il fenomeno del comico genovese? 

«Grillo ha una politica fatta di blog – cosa che ho fatto e faccio tutt’ora anche io, sfruttando i social network –, e sbaglia quando pensa che solamente lui possa rappresentare il bene del Paese. Il Movimento 5 Stelle non è antipolitica, anzi condivido un buon 80% di quello che dicono i suoi componenti. Un buon banco di prova è quello di Parma, dall’operato di Pizzarotti secondo me capiremo molte cose. La sua capacità di realizzazione dipenderà da ciò che faranno gli altri: se continueranno ad esserci “ammucchiate” o politiche vaghe da parte degli altri schieramenti, Grillo otterrà un risultato straordinario. Come movimento arancione li considero una risorsa, e spero di potermi confrontare con loro. Però devono evitare di guardare solo il loro orticello, altrimenti commetteranno errori simili a quelli che contestano agli altri partiti».

Se Renzi vincesse le primarie del Pd cosa cambierebbe? 

«Prima di tutto gli farei i complimenti. È giovane, fa il sindaco di Firenze, ci mette la faccia e delle idee, molte delle quali non condivido. Personalmente non lo considero un innovatore della politica: le sue proposte non sono quelle che secondo me possono portare a costruire una sinistra europea ed internazionale, che lotta contro la povertà e le disuguaglianze. È un misto di quanto dicono Pd e Pdl, quindi credo che ci si potrà incontrare per fare qualcosa di importante, ma vedo molto difficile una possibile alleanza fra me e lui».

In conclusione: bisogna tornare a scattare una nuova foto di Vasto, strappando quella del Palazzaccio? 

(Sorride) «Penso che le foto portino male, meglio non farle…».

Twitter: @GiorgioVelardi 






Ha ragione l’ex ministro Giancarlo Galan quando, parlando delle dimissioni di Nicole Minetti, dice che «l’errore è stato candidarla», e che «la caccia alle streghe è una roba medievale». Perché mentre il Paese è con un piede nella fossa, la Sicilia rischia di essere «la nostra Grecia», il debito pubblico, la disoccupazione e il tasso di povertà aumentano, noi stiamo qui a domandarci: «Ma che fa la Nicole, lascia o no?». No, non lascia. E la richiesta avanzata per alzarsi una volta per tutta dalla poltrona che impropriamente occupa fa capire davvero qual è il senso di questo affaire: il denaro.

Per coloro che avessero perso il passaggio, pare infatti che nel face to face avuto pochi giorni fa con il (suo) Cavaliere, l’ex ballerina di “Colorado Cafè” – e igienista dentale – abbia chiesto un milione di euro cash per fare le valigie e sbolognare una volta per tutte. Roba da film dalla trama con i controfiocchi. Perché i partiti sono sì diventati delle aziende – o delle associazioni a delinquere, ma sono punti di vista –, ma una circostanza del genere (a memoria storica) non si ricorda.

Non solo. Perché la richiesta avanzata dalla consigliera regionale lombarda è anche quella di un contratto vitalizio con Mediaset. Di fatto: un ricatto. La Minetti dice al Pdl (e quindi a Berlusconi): «Non parlo per il bene di tutti e del partito». Tradotto: «Se “canto” il Popolo della Libertà esplode, quindi o cedete alle mie richieste oppure non sarò la sola a dover rassegnare le dimissioni». Attenzione, perché c’è anche un’altra opzione: ovvero che la bella Nicole lasci il partito fondato nel 2007 con l’annuncio del Predellino, ma che alla fine rimanga comunque in Regione. Una soluzione che non piace per niente a Berlusconi che, dopo il suo “ritorno in campo”, è impegnato come non mai nella fase di epurazione delle facce scomode e dei dissidenti.

La sensazione è comunque quella di essere solo all’inizio. Non mi stupirei di ritrovare la Minetti sulla copertina di qualche giornale di proprietà (diretta o indiretta) della famiglia Berlusconi, pronta a raccontare la «sua» verità e a far saltare qualche testa. Del resto, Nicole dovrà ricordare per sempre che senza il Cavaliere, oggi, non sarebbe dov’è. E allora quale occasione migliore di questa per usarla e fare un po’ di “ripulisti”? La cifra richiesta, alla fine, è nulla visto il conto in banca dell’ex premier. Vuoi vedere che finisce così?

Twitter: @GiorgioVelardi






Sono passati due giorni dalla chiusura delle urne per le elezioni amministrative. Finiti (più o meno) gli entusiasmi, e cominciata la seconda fase in vista dei ballottaggi, è il momento di tirare le somme.

Sono tre, a mio avviso, i punti che vale la pena sottolineare. Il primo è, sicuramente, la sconfitta di Berlusconi. Non della Moratti (di quella parleremo dopo), ma del Premier, che ”ci ha messo la faccia” e ne è uscito con i lividi, come un pugile surclassato dall’avversario. Basta citare un dato su tutti: nel 2006 per il numero uno del Pdl erano arrivate 50.000 preferenze, oggi sono 27.000. Che i suoi guai, sia dal punto di vista sessuale che giudiziario, abbiano detto i loro frutti (marci, in questo caso)? Pare proprio di sì. Secondo elemento degno di nota, la non-vittoria del Partito Democratico, almeno in quella due città considerate un vero banco di prova per Bersani e soci. A Torino e Bologna sono arrivate due vittorie, ma erano facilmente previdibili; a Milano e Napoli, invece, sono emerse in maniera forte due figure (Pisapia e De Magistris) che non sono naturale espressione del Pd. Pisapia è una creatura vendoliana (e attenzione proprio all’avanzata, in previsione futura, del leader di Sinistra e Libertà), appoggiato dai democratici che però alle primarie avevano proposto Boeri. De Magistris è invece elemento di spicco dell’Italia dei Valori, e ha avuto la meglio sull’ex prefetto Morcone, candidato scelto come primo oppositore al favorito Lettieri. Infine, l’avanzata del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che ha sfondato in Emilia (9, 66%) ed è cresciuto nelle città del Nord (oltre il 5% a Torino e Trieste, il 3,42% a Milano). Segno che, molto probabilmente,gli elettori sono stanchi della politica tradizionale e cercano una forma di evasione in realtà diverse. A tutto ciò va aggiunto il ruolo ancora marginale del Terzo Polo, che potrebbe però rientrare prepotentemente in gioco (e ne vedremo della belle) in vista dei ballottaggi.

MILANO – Il capoluogo lombardo ha offerto la maggiore sorpresa di queste elezioni. Giuliano Pisapia è in vantaggio sul sindaco uscente Letizia Moratti, ma servirà comunque il ballottaggio per decretare ufficialmente un vincitore. Ma in cosa il centro-destra ha sbagliato in questa campagna elettorale? O forse sarebbe meglio chiedersi: ha fatto qualcosa di giusto? La risposta è no. Tanta propaganda (ed errori fantozziani, vedi i manifesti anti-toghe di Lassini) ma poche proposte concrete per continuare un percorso che la Moratti ha cominciato nel 2006. Lo ha detto lei stessa: “Abbiamo sbagliato i toni di questa campagna“. Giusto, brava. Ma forse andava capito prima di andare in tv a dare del delinquente al tuo principale sfidante dicendo, fra l’altro, una fesseria. Ho pensato, per un attimo di essere un cittadino milanese indeciso, e mi sono chiesto: “Voterei mai una persona che mente in questo modo per accapararsi qualche voto in più, screditando l’avversario fino a questo punto?“. La risposta penso non serva neanche esporla tanto è chiara. Palmeri, del Terzo Polo, ha ottenuto il 5,5% dei consensi: a conti fatti, se anche la nuova forza di centro decidesse di appoggiare la Moratti (41,6%), quest’ultima non riuscirebbe ad agganciare Pisapia (che ha preso il 48,1%). Per il centro-destra, e per la Lega Nord, perdere Milano dopo 18 anni (prima il leghista Formentini, poi le due legislature di Albertini e infine la Moratti, nel 2006) sarebbe da suicidio. Ma si sa, come dice il vecchio detto, che “chi è causa del suo mal pianga se stesso“.

NAPOLI – Altro risultato inaspettato, non parigrado a quello di Milano, ma comunque rilevante, è quello che arriva dalla principale città campana. Gianni Lettieri, candidato del centro-destra, è in vantaggio con il 38,3% dei voti. Subito dietro, con il 27,2%, c’è come detto Luigi De Magistris, che ha superato la concorrenza dell’altro aspirante sindaco di centro-sinistra Mario Morcone (19,8%). A differenza di Milano, qui l’alleanza fra Pd e Idv ci sarà quasi sicuramente, e i conti darebbero ragione all’ex magistrato (che supererebbe Lettieri di poco meno del 9%). L’ex sindaco e presidente di Regione Bassolino ha dichiarato: “Serviva un candidato unitario“. Per una voltà, ahimè, ha avuto ragione, ma il secondo tempo potrebbe esaudire la sua richiesta.

TORINO e BOLOGNA - Sono già definite invece le situazioni del capoluogo piemontese e di quello emiliano. A Torino prosegue la “saga” del centro-sinistra, che dopo Chiamparino (eletto nel 2001 e rinominato nel 2006) vede ora l’affermazione dell’ex segretario dei Ds Piero Fassino. Una vittoria schiacciante (56,6%) quella maturata contro Michele Coppola del Pdl (27,3%) e Vittoria Bertola della Lista Grillo (5%). A Bologna si è sfiorato di un soffio il ballottaggio, ma alla fine Virginio Merola ha avuto la meglio di Manes Bernardini (Pdl) e Massimo Bugani (Lista Grillo). A CagliariTrieste, infine, servirà una seconda tornata per decidere il nome del nuovo primo cittadino. Nel capoluogo sardo c’è sostanziale parità fra Fantola del Pdl (45%) e Zedda (centro-sinistra, 44,8%), ma occhio al 4,3% del candidato del Terzo Polo Artizzu, che potrebbe fare da ago della bilancia. A Trieste la situazione sembra meglio definita, con Cosolini che stacca momentaneamente di tredici punti percentuali il candidato del centro-destra Antonione.

LE PROVINCE - Si è votato anche per il rinnovo di undici consigli provinciali. Quattro le conferme: tre per il centro-sinistra (Gorizia, Lucca e Ravenna) e una per il centro-destra (Treviso), mentre saranno sei i ballottaggi. Il Pdl strappa Campobasso al centro-sinistra.






Tutti i quotidiani, giovedì mattina, aprivano con la querelle fra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia durante il faccia a faccia televisivo a “Sky Tg24“. Sul finire del dibattito, come saprete, il sindaco uscente ha accusato lo sfidante di essere stato condannato per il furto di un veicolo, prima che il reato fosse amnistiato, mentre Pisapia (rifiutandosi di stringere la mano alla Moratti) ha annunciato la querela (guarda il video).

La verità sta nel mezzo, e il perchè presto detto. Nei cosiddetti “anni di piombo“, Pisapia è stato membro del “Collettivo” studentesco della libreria di via Decembrio a Milano, gruppo legato ai terroristi di “Prima Linea“. Il furgone a cui ha fatto riferimento la Moratti venne rubato da Massimiliano Barbieri, Roberto Sandalo e Marco Donat Cattin (figlio dell’esponente della Dc Carlo) il 19 settembre 1978, e doveva servire per il rapimento di William Sisti, capo del servizio d’ordine del “Movimento lavoratori per il socialismo“. Barbieri venne arrestato, e due anni dopo insieme ai due suoi compagni parlò del piano andato poi a vuoto. Sul ruoto di Pisapia i tre diedero versioni contrastanti, ma nel 1980 l’attuale candidato sindaco di Milano venne arrestato con le accuse di partecipazione alla banda armata “Prima Linea” e concorso morale nel furto del furgone. Restò 4 mesi in carcere, poi venne prosciolto per la banda armata e rinviato a giudizio in Corte d’Assise per l’altro reato. La vicenda si concluse con un’amnistia, ma la Corte aggiunse che “nei confronti di Pisapia poteva essere emessa solamente una pronuncia di assoluzione per insufficienza di prove“. Pisapia rinunciò all’amnistia e fece ricorso alla Corte d’Assise d’Appello, che lo assolse nel merito (anno 1986). Questa seconda parte la Moratti l’ha dimenticata. Peccato che sia quella maggiormente rilevante. Poi se vogliamo discutere del fatto che il suo rivale ha un passato non certo tranquillo (“Prima Linea“, formazione seconda solo alle “Brigate Rosse“, ha ucciso in quegli anni 23 persone) è un altro discorso, che (forse) dovrebbe essere affrontato.

L’attacco della Moratti a Pisapia rischia quindi di trasformarsi in un boomerang: i sondaggi la danno in vantaggio, ma chissà che questa vicenda non si tramuti in un clamoroso autogol, malgrado l’appoggio ricevuto dal Presidente del Consiglio Berlusconi. La Lega si è dissociata (e non è la prima volta nell’ultimo periodo), e pare che alcuni membri dello staff del sindaco non sapessero nulla di questo coniglio tenuto maldestramente nel cilindro fino alla fine. Che avvenga quello che la comunicazione politica chiama “Underdog effect“, cioè la corsa a votare il candidato che è sfavorito nei sondaggi? Da ieri è più probabile che ciò accada.






Predicare bene e razzolare male. Un vecchio detto che calza a pennello alla Lega Nord e a Matteo Salvini. Il perchè è presto detto: in vista delle prossime elezioni il Carroccio ha fatto dello sgombero dei campi nomadi uno dei suoi cavalli di battaglia, tanto da portare già alla chiusura di quello di Via Triboniano. Poi ci sono i manifesti, con quel “foeura di ball” tanto caro a Umberto Bossi.

Ma in un video registrato a sua insaputa, Matteo Salvini scivola e dice tutto e il contrario di tutto, in particolare in merito alla questione del campo di transito di via Idro che si vuole attuare e finanziare con 5 milioni di euro. “Ci saranno altri due o tre campi in altri quartieri – afferma Salvini, che poi prosegue – Se in via Idro so che in ogni caso i rom rimangono, non vado lì a fare la campagna“. Interpellato a riguardo, l’europarlamentare leghista si è difeso dicendo: “È vero che in via Idro ci sarà un’area di transito per i nomadi, come da piano Maroni. Sarà un’area recintata, sorvegliata anche con telecamere, a pagamento, e non saranno ammessi i pregiudicati. Se fossi un residente di via Idro sarei ben contento del cambiamento”.

Secca è arrivata però la replica dell’opposizione, che per bocca di Raffaella Piccinni (ex Lega, ora nell’Idv) afferma: “La Lega evidentemente ha due programmi: la linea dura che sbandiera in campagna elettorale, e un programma occulto che prevede la costruzione di campi nomadi che definiscono “di transito”, ma che hanno le sembianze di un ghetto”.

Per un pugno di voti, però, si è disposti a tutto. Anche a questo.






Avrete letto tutti, in questi giorni, la polemica esplosa a Milano dopo l’affissione dei manifesti con su scritto: “Via le Br dalle procure“.  L’autore dell’iniziativa, quel Roberto Lassini candidato consigliere comunale, è finito come ovvio nell’occhio del ciclone. Ha presentato la lettera di dimissioni, fatto scoppiare la bagarre all’interno del partito tanto da mettere l’una contro l’altra Letizia Moratti e Daniela Santanchè, provocato la reazione stizzita della Lega Nord e infine inviato una lettera di scuse ai giudici e una (a quanto pare mai arrivata) al Presidente della Repubblica.

In questo quadro già abbastanza complicato c’è poi un elemento che emerge con una certa prepotenza: il silenzio/assenso di Silvio Berlusconi. Il Presidente del Consiglio non ha mai parlato della vicenda, anche se è notizia di oggi che il Premier avrebbe espresso la sua solidarietà a Lassini nel corso di una telefonata avvenuta pochi giorni fa. “Berlusconi ha cercato di consolarmi assicurandomi che mi capiva sino in fondo e che mi era vicino. Si è sfogato a sua volta dicendomi di ritenersi un perseguitato dalle toghe e mi ha convinto ancora di più della necessità di riformare la giustizia. Io comunque ho chiesto scusa per quei manifesti perché sono indifendibili, ma ritengo che il Presidente faccia bene ad alzare la voce contro certa magistratura“, ha dichiarato in un’intervista a “Libero” l’ex sindaco di Turbigo.

Fosse stato per me non mi sarei dimesso da niente - ha continuato Lassini – Questa è tutta una pagliacciata. Il Parlamento è pieno di ladri, che cazzo vogliono da me?“. Per la serie: se ti butti dal ponte io ti seguo. Sembra un ragionamento da bambini dell’asilo, ma invece lo fanno coloro che ci governano.