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Archivi - gennaio, 2016



Il ddl presentato a Palazzo Madama dal Partito democratico non fa riferimento ai quattro istituti salvati a novembre dal governo. Tra cui l’Etruria, dove il padre del ministro Boschi è stato vice presidente. De Petris (Si) ironizza: “E’ come buttare la palla in tribuna”. Artini (Alternativa Libera): “Un ddl di facciata che nasconde imbarazzo”. Pini (Lega): “Renzi cerca di sviare le attenzioni sul caso”. Villarosa (M5S): “L’esecutivo sa che il salva-banche è a rischio incostituzionalità”. Ma il renziano Marcucci replica: “Non ci interessa la polemica di un giorno ma capire come stanno le cose”. Ilfattoquotidiano.it ha visionato tutte le proposte depositate. Ecco cosa prevedono  

etruria-675Una pioggia di disegni e proposte di legge. Quattordici in totale: cinque alla Camera e nove al Senato. Per istituire una commissione di inchiesta parlamentare volta a fare luce sull’operato dei vertici dei quattro istituti di credito (Banca EtruriaBanca MarcheCarife e CariChieti) oggetto del contestato decreto “Salva banche” varato dal governo di Matteo Renzi il 22 novembre 2015. Ma non solo. Perché sfogliando i testi c’è anche chi punta il dito contro l’operato di Banca d’Italia e Consob, chiedendo che venga verificata l’ipotesi di omesso controllo sugli amministratori degli enti coinvolti. Chi chiede che siano valutati eventuali conflitti d’interessi, in particolare all’interno dell’esecutivo. E chi, ancora, vuole estendere l’inchiesta al suicidio del pensionato di Civitavecchia, Luigino D’Angelo. Il tutto non senza alimentare polemiche durissime. Perché le opposizioni giudicano l’unica proposta del Pd, presentata a Palazzo Madama dal renziano Andrea Marcucci (che nel testo di legge non cita mai le quattro banche), come il tentativo di “buttare la palla in tribuna”, per dirla con le parole della capogruppo del Misto, Loredana De Petris (Sinistra Italiana). Cioè di sviare l’attenzione dal recente scandalo che ha coinvolto, tra le altre, anche Banca Etruria, l’istituto di credito del quale il padre della ministra Maria Elena Boschi è stato vice presidente e il fratello dipendente. Accuse respinte dallo stesso Marcucci: “Non si fanno commissioni di indagine per alimentare polemiche di un giorno ma per capire come vanno le cose in un settore così delicato”. Ilfattoquotidiano.it ha visionato tutte le proposte depositate. Ecco cosa prevedono.

POKER STELLATO – Il partito che con maggiore ostinazione chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle popolari (e più in generale sul sistema bancario) è il Movimento 5 Stelle. Fra Montecitorio e Palazzo Madama, infatti, i grillini hanno presentato in totale quattro fra disegni e proposte di legge. L’ultima ieri alla Camera – depositata insieme ad una mozione che impegna il governo a rinviare l’applicazione del bail-in al 2018 – firmata da Alessio VillarosaDaniele Pesco e Ferdinando Alberti. Un testo stringente. Con il quale i tre deputati chiedono che vengano esaminate “le procedure seguite e gli atti assunti dal governo, dal ministero dell’Economia e delle Finanze, da Banca d’Italia e da Consob” al fine di verificare se “siano conformi alle disposizioni normative in vigore all’atto dell’avvio della procedura di risoluzione”. Ma anche che siano analizzate “le relazioni intercorse fra le Istituzioni dell’Unione europea e Banca d’Italia in merito alla individuazione della procedura da seguire per la risoluzione della crisi delle banche”, nonché “la correttezza e la tempestività delle informazioni comunicate agli azionisti, obbligazionisti e clienti, sia da parte delle banche che da parte degli organi di vigilanza e controllo”. Senza dimenticare gli “eventuali conflitti d’interesse tra membri del governo, delle banche, Banca d’Italia e altre banche coinvolte nell’operazione di risoluzione della crisi delle banche” stesse. Proposta che si accompagna a quella, depositata alla Camera il 30 settembre 2015 (circa due mesi prima rispetto al decreto del governo), prima firmataria Dalila Nesci, “sulle attività illecite delle banche e sull’esercizio dell’attività di vigilanza della Banca d’Italia”. Due, invece, i disegni di legge presentati dal M5S al Senato. Uno di cui è primo firmatario Gianni Girotto (che intende fare luce sul “settore dell’intermediazione creditizia e finanziaria”), l’altro presentato da Stefano Lucidi, riguardante anche Banco di Desio e della Brianza Spa e Banca popolare di Vicenza.

INTERESSI PARTICOLARI – Infatti, nelle proposte di legge depositate in entrambe le Camere, nel mirino non ci sono solo Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti. Nella pdl di Alternativa libera-Possibile, a prima firma Massimo Artini, le competenze della commissione d’inchiesta vengono estese anche al dissesto del Monte dei Paschi di Siena. Al fine di accertarne “le cause e le responsabilità, giuridiche e politiche”. Ma anche per valutare atti e decisioni “assunte dagli organi di amministrazione e di direzione” dei cinque istituti di credito, verificando “eventuali conflitti di interessi” e “comportamenti illeciti” a carico degli amministratori, dei dirigenti e dei dipendenti delle stesse banche. Non solo. A Montecitorio ci sono infatti altre due proposte depositate. Quella di Forza Italia, primo firmatario il capogruppo Renato Brunetta (‘gemella’ di quella su cui ha apposto il proprio nome il presidente dei senatori di FI, Paolo Romani, a Palazzo Madama), e quella di Scelta Civica, presentata da Giovanni Monchiero insieme ad altri colleghi di partito. Due i punti principali della pdl dei deputati forzisti. Prima di tutto “valutare”, oltre a quella di Palazzo Koch e Consob, “la condotta del governo in relazione alle vicende che hanno interessato Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti accertando l’eventuale sussistenza di interessi particolari e di conflitti di interessi a carico di membri del governo”. E poi “verificare se siano fondate le affermazioni espresse da Jonathan Hill, commissario dell’Unione europea per la stabilità finanziaria, secondo cui le banche italiane avrebbero venduto ai risparmiatori prodotti inadeguati e, in caso affermativo, le iniziative assunte dalle autorità di vigilanza”. Più genericamente, invece, la proposta di Monchiero si prefigge di “accertare le cause, le responsabilità e le conseguenze dei più recenti casi di dissesto del mercato bancario e finanziario” e le “eventuali responsabilità degli organi di amministrazione degli istituti nel dissesto degli stessi.

BANCHE CERCASI – L’unico testo messo a punto dal Partito democratico (Pd) è stato depositato al Senato a prima firma del renziano Andrea Marcucci. Il solo riferimento a Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti è contenuto nella relazione introduttiva, che ne cita le relative vicende a testimonianza di “come logiche deteriori abbiano avuto il sopravvento sull’interesse collettivo”. Ma delle quattro banche salvate recentemente dal governo si perde ogni traccia nel disegno di legge (ddl). L’articolo 1 istituisce “una commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, con particolare riguardo alla tutela dei risparmiatori”. Ampliando al periodo 2000-2015, come chiarisce successivamente il testo, la verifica sull’operato “degli organi di gestione degli istituti bancari coinvolti in situazioni di crisi o di dissesto” – ma senza indicare espressamente quali – e “l’efficacia delle attività di vigilanza”. Se il ddl del socialista Enrico Buemi attribuisce alla commissione compiti di accertamento “sui fallimenti delle banche e delle assicurazioni nonché sulla cattiva gestione del sistema finanziario ad esse collegato”, molto più mirato è, invece, il testo messo a punto dai senatori del gruppo Misto, prima firmataria Loredana De Petris (Sinistra italiana). Che chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta “sulle cause del dissesto della Cassa di risparmio di Ferrara Spa, della Banca delle Marche Spa, della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio Società cooperativa e della Cassa di risparmio della provincia di Chieti Spa”. Per verificare, tra l’altro, le modalità di emissione e collocamento al pubblico di titoli azionari e obbligazionari, “prassi e procedure di gestione del credito” con riferimento alla concessione di “prestiti non performanti”, oltre ai “criteri di nomina” dei rispettivi amministratori.

PERICOLO DI FUGA – Mano pesante anche dalla Lega Nord, che ha presentato due testi praticamente identici: uno alla Camera (primo firmatario Gianluca Pini) e l’altro al Senato (a prima firma Paolo Tosato). Oltre a verificare “la gestione finanziaria” di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti, deputati e senatori del Carroccio chiedono specifici accertamenti sulle “attività di speculazione finanziaria ad alto rischio” e sull’emissione di “titoli rischiosi che abbiano esposto il patrimonio degli istituti al pericolo di insolvenza”. Non solo. Tra i compiti della commissione d’inchiesta, i parlamentari della Lega includono anche quello di valutare “eventuali responsabilità” connesse “al suicidio del risparmiatore Luigino D’Angelo, avvenuto il 28 novembre 2015 a Civitavecchia”. Sempre al Senato, anche i Conservatori e Riformisti di Raffaele Fitto chiedono, con un ddl a prima firma della capogruppo Anna Cinzia Bonfrisco, che la commissione indaghi espressamente sulle vicende relative alle quattro banche interessate dalla procedura di risoluzione. Verificando, tra l’altro, il “rispetto dei principi di trasparenza delle operazioni, dei servizi, dei prodotti e degli strumenti di natura bancaria e finanziaria, compresi libretti di risparmio postale e buoni fruttiferi assistiti dalla garanzia dello Stato e di correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti”. Ma anche l’operato delle agenzie di rating rispetto ad eventuali “meccanismi di insider trading attraverso possibili fughe anticipate e selezionate di notizie riguardanti le modalità e le tempistiche dei declassamenti, condizionando così investimenti e transazioni internazionali”.

MELINA DEMOCRATICA – “La proposta che ho sottoscritto parte dal caso delle quattro banche per comprendere un periodo più lungo, utile a capire i meccanismi di funzionamento del sistema nel suo complesso – spiega però Marcucci contattato da ilfattoquotidiano.it –. Non si fanno commissioni di indagine per alimentare polemiche di un giorno ma per capire come vanno le cose in un settore così delicato”. Peccato che non tutti la pensino come lui. “Il Pd? Cerca di buttare la palla in tribuna”, osserva Loredana De Petris. La presidente del gruppo Misto del Senato in quota Sinistra italiana critica l’assenza di riferimenti alle vicende di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti nel ddl del Pd. “Durante il governo Berlusconi, in seguito al crac della Parmalat, si istituì una commissione ad hoc mirata sui protagonisti dello scandalo – ricorda –. Oggi come allora non si può istituire una commissione d’inchiesta prescindendo da una seria indagine sulle modalità di gestione delle quattro banche sottoposte a procedura di risoluzione e sull’attività di vigilanza svolta nei confronti delle stesse”. E aggiunge: “Il Pd sta facendo melina. Avevamo chiesto, insieme al M5S, che i ddl per l’istituzione della commissione fossero esaminati in Aula contestualmente alla discussione sulle mozioni di sfiducia contro il ministro Boschi, ma non è stato possibile”. L’ex grillino Massimo Artini condivide e rilancia: “Il ddl Marcucci? Solo un testo di facciata che nasconde tutto l’imbarazzo del Pd – accusa il deputato di Alternativa libera, che ha incluso nell’oggetto dell’inchiesta anche il Monte dei Paschi di Siena –. Visto che chiede di prendere in esame i fatti tra il 2000 e il 2015, mi chiedo allora perché non includere anche gli anni ’90, quando è iniziato il processo di privatizzazione del sistema bancario”.

EFFETTI COLLATERALI – Per il leghista Gianluca Pini, invece, in questo modo “Renzi sta cercando in tutti i modi di sviare le attenzioni concentrate su Banca Etruria”, ma “sono sicuro che l’istituzione di una commissione di inchiesta, che noi preferiremmo fosse monocamerale, accerterà le responsabilità non solo dei vertici delle banche oggetto del contestato decreto, compresa quella di cui è stato vicepresidente il padre della Boschi, ma anche di Bankitalia”. Per Pini, infatti, Palazzo Koch “non ha vigilato come avrebbe dovuto concentrando le proprie attenzioni su situazioni collaterali di gravità assai minore, spingendo per esempio alla fusione le piccole banche con effetti suicidi. Vogliamo andare fino in fondo – conclude – non lasceremo che questa vicenda finisca nel dimenticatoio”. Per Alessio Villarosa (M5S), infine, oltre ai tentativi del Pd di annacquare la vicenda c’è un altro problema, addirittura “molto più grave” degli altri. “Il decreto sulle banche emanato dal governo rischia di essere nullo – spiega il deputato – perché uno degli articoli presenti al suo interno fa riferimento ad una norma non ancora entrata in vigore quando è stato emanato”. Risultato: “Se venissero presentati dei ricorsi alla Consulta, e questa dovesse dichiarare incostituzionale il decreto, oltre alle somme espropriate lo Stato dovrà pagare pure i danni, le spese legali ed eventuali interessi di mora”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 29 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Una scelta “incomprensibile” per i sindacati. Contenuta negli schemi di decreti con i quali Palazzo Chigi si prepara a riorganizzare l’assetto del delicato dipartimento. E che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare. Perplessità anche sulla nuova figura di vertice del direttore operativo, titolare della gestione delle emergenze: “Ci auguriamo che non si riveli una casella per sistemare l’amico di turno”

protezione-civile675“L’Italia è uno dei Paesi a maggior rischio sismico del Mediterraneo”, informa il sito del Dipartimento della Protezione civile che fa capo alla Presidenza del Consiglio. Eppure, tra le novità contenute negli schemi di decreti con i quali Palazzo Chigi si prepara a riorganizzarne l’assetto – e che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare – l’ufficio preposto alla gestione del rischio sismico (e vulcanico) viene declassato a semplice servizio. Una scelta che diverse sigle sindacali non esitano a definire “incomprensibile”. Come pure forti perplessità ha suscitato l’idea di istituire la nuova figura del direttore operativo per supportare il capo del Dipartimento nel “coordinamento e direzione unitaria delle attività di emergenza”. Una figura che, tra le associazioni di categoria dei lavoratori della Presidenza del Consiglio, più di qualcuno ha già definito un “duplicato” del vice capo Dipartimento.

EMERGENZA SI CAMBIA – Nata nel 1982, sulla scia delle polemiche per i drammatici ritardi dei soccorsi e la caotica gestione del post terremoto dell’Irpinia del 1980, la Protezione civile fu istituita per dotare il Paese di un organismo capace di “assicurare assistenza alla popolazione in caso di grave emergenza”. L’ultima riforma del Dipartimento preposto alla sua direzione risale al novembre 2012, quando a Palazzo Chigi sedeva ancora Mario Monti. Ora il governo guidato da Matteo Renzi pensa di ridisegnarne l’assetto. Con due decreti: il primo (del presidente del Consiglio) che abroga la disciplina introdotta dal senatore a vita, il secondo (del segretario generale) che la sostituisce con la nuova. Restano, ma vengono ridisegnati, i sei uffici in cui si articola il Dipartimento: Volontariato e risorse del Servizio Nazionale (attualmente Volontariato, formazione e comunicazione); Promozione e integrazione del Servizio Nazionale (rimpiazza i Rischi idrogeologici e antropici); Attività tecnico-scientifiche per la previsione e prevenzione dei rischi (subentra al Rischio sismico e vulcanico che, come detto, vengono declassati a servizi nell’ambito del nuovo ufficio); Attività per il superamento dell’emergenza e il supporto agli interventi strutturali (al posto della Gestione delle emergenze); Risorse umane e strumentali e servizi generali di funzionamento (ritocca le competenze dell’attuale VI ufficio Risorse umane e strumentali trasformandolo nel V); Amministrazione e bilancio (che da V ufficio diventerà il VI). Al vertice della catena resta il capo del Dipartimento – incarico attualmente ricoperto da Fabrizio Curcio, ex direttore dell’Ufficio emergenze che lo scorso anno ha preso il posto di Franco Gabrielli, dopo la sua nomina a prefetto di Roma – che assicura l’indirizzo, il coordinamento e il controllo delle attività. Affiancato dal vice capo del Dipartimento (in carica c’è Angelo Borrelli): la nuova disciplina conferma i suoi poteri sostitutivi del capo in caso di assenza, impedimento o vacanza dell’incarico. Affidandogli il coordinamento delle incombenze amministrative necessarie al funzionamento della struttura e alla gestione dei Fondi strutturali dell’Unione europea. Oltre che delle attività relative al contenzioso. Tra le figure di vertice, come detto, la new entry è il direttore operativo. Vero e proprio deus ex machina delle emergenze, potrà avvalersi di un intero ufficio articolato in cinque servizi.

C’È CHI DICE NO – Modifiche che non piacciono a varie organizzazioni sindacali. Due le criticità sottolineate dal segretario generale del Dirstat, Arcangelo D’Ambrosio. “Innanzitutto, va assolutamente rivista l’idea di accorpare tutti i rischi in un unico ufficio, comprimendo quello attualmente dedicato al rischio sismico in un singolo servizio – obietta –. Quanto all’introduzione di un dirigente di prima fascia in staff al capo Dipartimento, con ruolo di direttore operativo, sembra prefigurare di fatto un duplicato di funzione già esistente, quella cioè del vice capo Dipartimento. Ci auguriamo che non si riveli una casella creata al solo scopo di sistemare l’amico di turno”. E ancora. “Anche la gestione delle emergenze convogliata in un ufficio di staff è del tutto singolare – prosegue D’Ambrosio –. Si rischia di replicare ciò che è avvenuto con l’accorpamento del Corpo Forestale nei Carabinieri, con il risultato di svilire e disperdere specifiche professionalità”. Condivisibile invece “l’intenzione di rimettere mano alle posizioni organizzative”, conclude il segretario del Dirstat: “Potrebbe essere l’occasione per garantire un po’ di trasparenza e pubblicità che in Presidenza è sempre stata lacunosa”. Il riordino del Dipartimento, secondo il coordinatore della Flp-Pcm Lauro Crispino, è “fortemente sbilanciato verso l’attività emergenziale, al punto da prefigurare un ufficio sovraordinato a tutta l’organizzazione”. Inoltre, appare “incomprensibile anche la pervicacia dimostrata nel voler declassare l’ufficio Sismico ad un servizio”. Nello specifico, prosegue Crispino, “tale riorganizzazione parrebbe concepita per il consolidamento di interessi personali in nome dei quali anche le regole di attribuzione e di rinnovo degli incarichi di prima fascia sono state adattate”. La conferma? “Non potrebbero essere interpretate in modo diverso le figure di vertice poste alle dirette dipendenze del capo Dipartimento – accusa il rappresentante della Flp –. In particolar modo l’ennesimo direttore generale di staff, di cui avremmo fatto volentieri a meno”. Unica nota positiva “la prefigurazione di posizioni organizzative e di reclutamento di 15 dirigenti”. A patto che, conclude Crispino, “non costituisca l’ennesima boutade per garantire la sopravvivenza di contratti dirigenziali, conferiti anche ad estranei alla pubblica amministrazione, sulla base del principio di intuitu personae”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 28 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






“Non posso rilasciare interviste ma non smentisco quelle dichiarazioni”. Così a ilfattoquotidiano.it l’ex deputato e giornalista. Che secondo Libero ha invitato i parlamentari di Forza Italia “a non fare barricate” contro l’amico fiorentino del premier Matteo Renzi. “È bravo davvero, sono un suo estimatore per la comune militanza ciellina”

carrai-675Renato Farina si scusa, rispondendo alle domande de ilfattoquotidiano.it: “Sono un dipendente del gruppo parlamentare di Forza Italia (alla Camera, ndr) e, per contratto, non posso rilasciare interviste. Non è stata una mia dichiarazione al giornalista, ma non smentisco niente”. La dichiarazione in questione, riportata oggi dal quotidiano Libero, è un vero e proprio spot alla nomina, alla guida della cybersecurity, di Marco Carrai, amico fidatissimo del premier Matteo Renzi. “Perché è bravo davvero”, assicurava l’ex parlamentare berlusconiano ai deputati azzurri. “Non è il caso di fare barricate su Marco Carrai alla cybersecurity del governo”, ragionava Farina, oggi animatore del Mattinale, il bollettino quotidiano voluto dal capogruppo di Fi Renato Brunetta, che detta la linea sui principali temi d’attualità della giornata. Insomma, un invito a non ostacolare la nomina del fedelissimo del numero uno di Palazzo Chigi da parte dell’ex vicedirettore di Libero che non nasconde di essere un “estimatore di Carrai per la comune militanza ciellina”.

NIENTE IN ORDINE Curioso, in ogni caso, che a sponsorizzare la nomina di Carrai (nella foto con Agnese Landini, moglie del premier) a capo della cybersecurity sia lo stesso Farina, assurto all’onore delle cronache per i suoi legami con i servizi segreti sotto lo pseudonimo di ‘Betulla’. Furono i magistrati Armando Spataro e Ferdinando Pomarici a scoprire la sua collaborazione, dal 1999 al 2006, con il Sismi allora diretto da Niccolò Pollari. Farina ha raccontato la sua versione dei fatti in un libro, Alias agente Betulla, pubblicato nel 2008, un anno dopo aver patteggiato una condanna a sei mesi (commutati in una multa di 6.800 euro) per favoreggiamento nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento dell’ex imam di Milano Abu Omar. Che gli è costata anche la radiazione dall’Ordine dei giornalisti (Odg), per violazione del divieto di intrattenere rapporti con i servizi segreti. Evitata giocando d’anticipo: chiese la cancellazione dagli elenchi prima dell’adozione del provvedimento disciplinare. Quando poi, nel settembre 2014, il consiglio dell’Ordine della Lombardia ammise con voto unanime la sua domanda di reiscrizione, il giornalista di Repubblica, Carlo Bonini, si dimise polemicamente dal consiglio nazionale dello stesso Odg.

ALL’ULTIMO DOSSIER “La sua riammissione nell’Ordine – disse Bonini – oltraggia non solo la memoria di Giuseppe D’Avanzo, un amico di cui ho pudore a parlare, per me un padre non solo della professione, ma soprattutto quello che ha dato al giornalismo. E il silenzio è dei complici”. Il riferimento è all’attività di dossieraggio contro magistrati, politici e giornalisti svolta dalla struttura con la quale Farina collaborava. E sulla quale anche il Copasir, organo di controllo parlamentare sui servizi segreti, ha avviato una indagine. L’anno scorso l’ultimo colpo di scena: ospite di Fatti e misfatti su TgCom24, Pollari scagionò ‘Betulla’: “Non è il giornalista Farina, ma è un’altra persona”. E lui, proprio al Fatto quotidiano, confermò. Stavolta smentendo se stesso.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 25 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Sono i nomi che circolano con maggiore insistenza fra i 270 candidati che hanno inviato un curriculum. Per succedere ad Anna Masera. Mentre continuano le polemiche ai vertici di Montecitorio. Iniziate con le dimissioni di Roberto Giachetti dalla guida del Comitato per la comunicazione. In rotta con la presidente Laura Boldrini. Fino all’ultimo ufficio di presidenza. Che ha affidato a un gruppo di 5 deputati la compilazione di una lista di 10 nomi. Fra i quali sarà effettuata la scelta finale. Mannino (M5S): “Metodo incomprensibile, negata la trasparenza”

Menichini_675Nei corridoi di Montecitorio c’è già chi è pronto a scommettere che la corsa per la successione ad Anna Masera alla guida dell’ufficio stampa della Camera si sia ridotta a un derby. Quello fra l’ex direttore di Europa, Stefano Menichini (nella foto), oggi consulente del ministero dei Trasporti (“Incarico che lascerò in caso di nomina”, fa sapere l’interessato). E l’ex direttrice de l’Espresso e di D di Repubblica, Daniela Hamaui. Entrambi, contattati da ilfattoquotidiano.it, confermano che fra i circa 270 curriculum arrivati sulla scrivania della presidente, Laura Boldrini, ci sono anche i loro. Un esercito di candidati tra i quali si dovrà decidere a breve a chi assegnare l’ambita poltrona (circaseimila euro di stipendio netti al mese) ancora vacante.

ALTA TENSIONE Un cambio della guardia che, dal giorno in cui la Masera ha annunciato il suo ritorno a La Stampa, sta però alimentando non poche tensioni all’interno dell’ufficio di presidenza di Montecitorio. A cominciare dalle rumorose dimissioni di Roberto Giachetti (Pd), che il 2 dicembre scorso ha lasciato, in aperta polemica con la Boldrini, la guida del Comitato per la comunicazione e l’informazione esterna. Cioè l’organo che proprio in occasione della nomina della Masera seguì per la prima volta l’iter per l’assegnazione dell’incarico. “Non sono nelle condizioni di poter continuare a lavorare”, accusò sbattendo la porta l’attuale candidato del Pd alle primarie per le comunali di Roma. Da quel momento, però, i toni sono rimasti alti. Passano dieci giorni e a rinfocolare la polemica arriva infatti anche una lettera della deputata del Movimento 5 Stelle, Claudia Mannino, indirizzata alla presidente della Camera, per sollecitare la nomina del successore di Giachetti.

MAGNIFICI DIECI Appello rimasto inascoltato fino all’ufficio di presidenza di giovedì 21 gennaio. Quando, dopo aver proposto che ad occuparsi della selezione fosse l’intero Ufficio di presidenza – i cui membri avrebbero dovuto indicare due nomi a testa fra i 270 candidati per scremare la lista ad una trentina di concorrenti – Boldrini è stata costretta a tornare sui suoi passi. Visti i malumori scatenati dalla soluzione prospettata, alla fine la presidente ha nominato un sottogruppo di lavoro formato da 5 membri: Anna Rossomando, Giovanni Sanga (entrambi del Pd), Ferdinando Adornato (Area Popolare), Gianni Melilla (Sinistra Italiana) e la stessa Mannino (M5S). A loro è stato chiesto di redigere, entro il 29 gennaio, una lista di 10 nomi dalla quale sarà scelto il nuovo capo ufficio stampa di Montecitorio. Tutto risolto? Nemmeno per sogno. Almeno a sentire la componente grillina del sottogruppo appena insediato. “La decisione presa dalla Boldrini dimostra la superficialità nello gestire questa partita per la nomina di una figura che, fra le altre cose, dovrà curare la comunicazione della Camera nei mesi della campagna referendaria – accusa la Mannino –. È un metodo incomprensibile, che pregiudica qualsiasi forma di trasparenza e che usurpa il lavoro svolto in questi anni dal comitato”.






Il provvedimento è sparito dall’ordine del giorno della commissione Giustizia di Palazzo Madama. Rischiando di non vedere mai la luce. La denuncia dell’associazione Antigone: “Testo svuotato dopo le audizioni delle forze dell’ordine”. Silenzio del premier e del Guardasigilli, Andrea Orlando. Mentre il governo studia il modo per evitare nuove condanne da parte di Strasburgo

agenti-diaz-675La proposta di legge per l’introduzione nel codice penale italiano del reato di tortura si è fermata a un tweet. Quello scritto dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, l’8 aprile 2015. Il giorno dopo la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova. La “macelleria messicana”, come la definì uno degli agenti che la notte del 21 luglio 2001 fecero irruzione nella Diaz. “Quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in Parlamento con il reato di tortura”, diceva nove mesi fa Renzi rispondendo in 140 caratteri all’ex leader dei no-global Luca Casarini. “Questa – aggiungeva – è la risposta di chi rappresenta un Paese”. Peccato che ad oggi quella risposta non sia ancora arrivata. Anzi: c’è seriamente il rischio che non arrivi mai. Perché il provvedimento, già approvato in prima lettura sia dal Senato sia dalla Camera fra marzo 2014 e aprile 2015, è attualmente arenato nelle secche della commissione Giustizia di Palazzo Madama presieduta da Francesco Nitto Palma (Forza Italia). Di più: “È addirittura scomparso dall’ordine del giorno della stessa commissione”, denuncia a ilfattoquotidiano.it il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. Proprio così. Nel silenzio del premier e del ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

SENZA TRACCIA – Una circostanza singolare. Soprattutto per chi, come Renzi, ha fatto dei diritti civili un cavallo di battaglia. Aggiunge Gonnella: “Dopo la condanna per il caso di Arnaldo Cestaro (il manifestante più anziano torturato alla Diaz che con la sua denuncia ha portato alla punizione da parte di Strasburgo, ndr) sono accaduti due fatti a mio avviso molto gravi”. Per prima cosa, a maggio dello scorso anno, “la commissione Giustizia di Palazzo Madama ha audito in maniera ‘informale’ tutti i capi delle forze di polizia e i vertici dell’Associazione nazionale magistrati, senza però produrre un resoconto di quanto è stato detto – dice il presidente di Antigone –. Chi c’era racconta di un’Anm favorevole al varo di questa misura, mentre le forze dell’ordine si sono dette contrarie chiedendo che il testo uscito dalla Camera fosse modificato”. Detto, fatto. Così “la proposta di legge, che già non era perfettamente in linea con i dettami della Convenzione Onu del1984, è stata stravolta: il reato di tortura è diventato generico, un pannicello caldo senza alcuna valenza reale”, attacca Gonnella. L’aspetto più controverso è la reintroduzione del plurale quando si parla delle violenze. Tradotto: “Per configurarsi il reato di tortura i maltrattamenti perpetrati nei confronti di un soggetto devono essere plurimi, un solo episodio non basta – spiega Gonnella –. Un fatto paradossale e inaccettabile”.

CORSI E RICORSI – Non è tutto. Perché quella di Cestaro, che è stato risarcito con 45 mila euro dallo Stato italiano per le violenze subite nel 2001, non è una vicenda isolata. Altre cento persone, infatti, attendono il pronunciamento di Strasburgo per le violenze subite alla Diaz e alla caserma Nino Bixio di Bolzaneto, l’altro teatro dei pestaggi al tempo del G8 di Genova. Per evitare l’ennesima condanna, il 9 gennaio scorso il ministero degli Esteri, per conto del governo, ha proposto ai ricorrenti una “conciliazione amichevole”: 45 mila euro a testa di risarcimento dei danni morali subiti per gli abusi commessi a Bolzaneto. “Un’altra circostanza gravissima”, commenta Gonnella. “Di fatto, il governo propone di monetizzare le violenze, così com’è già avvenuto a novembre 2015 per casi analoghi avvenuti nel carcere di Asti, per paura che una nuova condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo porti con sé l’ennesimo richiamo a varare una legge che introduca anche in Italia il reato di tortura. Spero che Renzi e Orlando intervengano in prima persona – conclude il presidente di Antigone –. Solo loro possono sbloccare questa impasse”.

PER COLPA DI CHI – Ma le responsabilità non sono soltanto dei soggetti indicati da Gonnella. Infatti c’è dell’altro, come testimoniano le parole del senatore Felice Casson (Pd). “Purtroppo ciò che sta accadendo non mi sorprende”, dice amareggiato. “Da tre legislature – ricorda l’esponente dem – Camera e Senato provano a mandare in porto un simile provvedimento, senza mai riuscirci”. La colpa? “Principalmente dei partiti di centrodestra”, risponde. “In passato erano soprattutto gli esponenti di Alleanza Nazionale ad opporsi fermamente a questa legge” mentre “oggi, con alcune eccezioni, il testimone è passato ai gruppi di quell’area presenti in Parlamento, compresa la Lega Nord, i quali pensano che si tratti di una norma punitiva nei confronti delle forze dell’ordine”. Invece “non è così”, argomenta l’ex magistrato. Che ci tiene a sottolineare come “il problema sia prima di tutto etico: chi lavora in nome e per conto dello Stato deve avere a cuore il bene delle persone, e chi sbaglia deve pagare – conclude –. Se ci sono delle mele marce è giusto sanzionarle altrimenti le conseguenze ricadranno anche su chi svolge i propri compiti rispettando le regole”. Non tutti però la pensano allo stesso modo. “Il testo approvato dalla Camera mette in serio rischio il lavoro delle forze dell’ordine e può avere effetti devastanti”, dice a ilfattoquotidiano.it il senatore ex Nuovo centrodestra, Carlo Giovanardi. “Spacciare per tortura casi come quelli di Cucchi, Uva o Aldrovandi – prosegue – stravolge completamente le finalità di una norma che invece deve indicare fattispecie chiare ed equilibrate”. Insomma, le posizioni appaiono distanti. Chissà che alla fine questo non diventi il pretesto per chiudere il provvedimento nel cassetto. Ancora una volta.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 20 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






La norma, contenuta nel provvedimento che stanzia risorse per riqualificare la Capitale, affida la gestione dei fondi al presidente del Consiglio. E a nessun altro. Bocciato dall’Aula della Camera un emendamento di Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia) che chiedeva il coinvolgimento del sindaco nelle decisioni. Opposizioni all’attacco. Lombardi (M5S): “Si rischia uno scontro istituzionale senza precedenti se sarà eletto uno dei nostri”. Zaratti (Sel): “Scelta incomprensibile”. Civati (Possibile): “È la logica dell’uomo solo al comando”  

renzi-675C’è chi parla di “deriva plebiscitaria”, chi di “centralismo antidemocratico” e chi, addirittura, paventa il rischio di “uno scontro istituzionale senza precedenti”. Il pomo della discordia sono i 159 milioni di euro (94 per l’anno 2015 e i restanti 65 per il 2016) che il cosiddetto ‘decreto Giubileo’ stanzia tramite un fondo per “la realizzazione di interventi” volti a riqualificare Roma durante l’anno santo straordinario indetto da Papa Francesco. Con particolare riferimento alla mobilità, al decoro urbano e alle periferie. A decidere come verranno spesi i soldi, dice il provvedimento, saranno “uno o più decreti del presidente del Consiglio dei ministri”. Tradotto: solo Matteo Renzi avrà voce in capitolo sulla questione. Mentre saranno esclusi dalla partita il commissario straordinario, Francesco Paolo Tronca, e il nuovo sindaco di Roma, che sarà eletto in primavera. Una circostanza singolare, secondo le opposizioni. Che non a caso hanno cercato di invertire la rotta. Un emendamento presentato dal deputato Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), il quale chiedeva che le risorse fossero ripartite “di concerto” con il primo cittadino della Capitale, è stato però bocciato dall’aula di Montecitorio. A favore della modifica, insieme al partito di Giorgia Meloni, hanno votato anche Forza Italia, Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Sinistra italiana e Alternativa Libera-Possibile. Ma i 158 voti raccolti non sono serviti a farla passare.

QUI COMANDO IO – “Lo reputo un fatto molto grave”, dice Rampelli, “perché dopo la cacciata di Ignazio Marino il governo ha deciso di lasciare al loro posto i presidenti dei municipi e nominare un commissario straordinario, salvo poi scavalcarli completamente nel momento di decidere come e per cosa stanziare questi soldi. Trovo incompressibile – prosegue – che a decidere di un’amministrazione comunale sia il presidente del Consiglio. È l’ennesima testimonianza della deriva plebiscitaria alla quale stiamo andando incontro”, conclude Rampelli. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il M5S. “Oltre al fatto che la cifra stanziata è risibile e arriva con grave ritardo – attacca la deputata Roberta Lombardi – Renzi ha pensato bene di non dare voce al sindaco, espressione del voto popolare, ma di proseguire lungo la strada del centralismo antidemocratico. Roma ha 1,2 miliardi di disavanzo ai quali vanno aggiunti una serie infinita di debiti fuori bilancio con cui il prossimo primo cittadino si troverà a fare i conti. Si rischia uno scontro istituzionale senza precedenti, soprattutto se sarà eletto un sindaco espressione del M5S o delle altre forze di opposizione”.

ONERI E ONORI – “L’impressione è che Renzi voglia scaricare sui sindaci solo gli oneri lasciando per sé gli onori, e quanto previsto dall’articolo 6 del ‘decreto Giubileo’ non è che l’ultima dimostrazione”, spiega Filiberto Zaratti, deputato romano di Sinistra italiana. “È impensabile impegnare dei soldi su questioni come la mobilità, le periferie e il decoro urbano senza ascoltare ciò che ha da dire chi amministra quotidianamente la città – aggiunge –. Non vorremmo che questo fosse il modo per consultare i sindaci amici osteggiando gli avversari”. Per Giuseppe Civati, deputato ex Partito democratico oggi leader di Possibile, “la bocciatura di questo emendamento rientra nella logica dell’uomo solo al comando di matrice renziana, fatta di cambiali in bianco consegnate nelle mani del governo e nella quale gli equilibri costituzionali sono prerogativa di una singola persona. Spero solo – conclude – che alla fine nessuno si lamenti”.

(Articolo scritto il 19 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Ecco i punti più interessanti del libro del deputato Massimo Parisi (Ala). Costruito attraverso i rapporti scritti che lo stesso Verdini inviava al leader azzurro. Tra gennaio 2014 e gennaio 2015, data di nascita e morte del celebre accordo stretto nella sede del Pd. Con racconti inediti e giudizi sprezzanti anche sugli esponenti del Pd. Renzi? “È solo un chiacchierone. Dice sempre le stesse cose. Per ora è stato un perfetto trasformista”. La Boschi? “Più adatta al tema forme che al tema riforme”

verdini-renzi-6751È il racconto di una vicenda che ha indubbiamente segnato la recente storia politica italiana. Ma non solo. A sentire l’autore, il deputato di Alleanza liberalpopolare-autonomie (Ala), Massimo Parisi, è anche “il primo tassello di un progetto politico nuovo” che sarà definito negli anni a venire. Il Patto del Nazareno, libro edito da Rubbettino presentato oggi a Roma alle 18 alla sala del Tempio di Adriano, racconta, principalmente attraverso i report che Denis Verdini era solito inviare a Silvio Berlusconi, quanto è accaduto fra il 18 gennaio 2014 e il 31 gennaio 2015, data di nascita e di morte del celebre accordo stretto nella sede del Pd fra Matteo Renzi e il leader di Forza Italia. “L’idea iniziale era quella di scrivere un libro che esaltasse Renzi e Berlusconi come nuovi padri costituenti, poi le cose sono andate diversamente”, spiega Parisi. Tanto che “il primo titolo che avevo immaginato era Quelli che fecero l’Italicum”. Ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere il libro in anteprima. Eccone, di seguito, i 10 punti principali.

Agli albori del patto. Uno dei primi episodi raccontati dal deputato di Ala nel suo libro è quello relativo alla possibilità che l’incontro fra Renzi Berlusconi potesse tenersi a Firenze e non nella Capitale. Qualche giorno prima del vertice al Nazareno, Parisi si reca quindi nello studio di Verdini per sconsigliargli il manifestarsi di un simile scenario: così “sembrerebbe che anche Berlusconi viene a omaggiare Renzi e a Firenze dobbiamo farci le amministrative”. Verdini risponde facendo leggere al suo interlocutore un promemoria del 14 gennaio 2014 che ha spedito al leader di FI: “Io ti consiglio ancora di vedere Renzi a Roma, presso la sede del Pd, per una serie di motivi”, scrive. Primo: “Sfatare un tabù: pensa al tuo ingresso a largo del Nazareno e al giro del mondo che faranno quelle immagini”. Due: “Questa trattativa, al di là della sostanza, che in questo caso è vita, ti riporta al centro della politica e degli assetti futuri delle istituzioni”. Infine: “Pensa all’importanza di un incontro pubblico con il segretario del Partito democratico, proprio nei mesi in cui volevano renderti ‘impresentabile’ e trattarti da ‘pregiudicato’ espulso dalla politica. Ora invece ricevuto nella sede del Pd, saresti uno dei padri fondatori della Terza Repubblica”.

Lo zio dell’Italicum. L’ex braccio destro del Cavaliere non parteciperà al faccia a faccia. “Ho detto a Renzi che lo chiamerà Gianni Letta per fissare ora e giorno dell’incontro e le relative modalità. (…) Penso che ti potrei essere utile e sarei anche orgoglioso di essere al tuo fianco in un momento così decisivo, ma non c’è bisogno che tu mi dica niente: capisco che per una questione d’immagine è meglio passare la palla a Gianni”, scrive Verdini. Ma il senatore toscano ha già intavolato la trattativa con Roberto D’Alimonte, “lo zio dell’Italicum”, come ama autodefinirsi. Il confronto fra i due si tiene domenica 12 gennaio 2014 a Firenze e dura quattro ore. “Anche in questo caso tutto avviene al riparo di telecamere e giornalisti, giacché i due si vedono nell’abitazione di D’Alimonte”, annota Parisi. È un nuovo report di Verdini a Berlusconi del 14 gennaio 2014 a raccontare com’è andata: “L’incontro è stato lungo e molto approfondito sia sul piano tecnico che su quello sociologico. (…) Per sua stessa ammissione, la conoscenza, i dati e le simulazioni che io gli ho illustrato e consegnato erano quasi del tutto identici ai suoi. (…) Dopo le basi che io e D’Alimonte abbiamo gettato – conclude – il suo successivo incontro con Renzi è stato ottimo per il possibile accordo. Di questo ho avuto notizia da entrambi”.

Telefonare Palazzo Chigi. Un altro episodio curioso, raccontato nel libro, è quello che avviene durante il vertice a Largo del Nazareno. “L’incontro dura molto più del previsto – scrive Parisi –. Alle 6 della sera, Berlusconi e Letta sono ancora seduti sul divanetto dell’ufficio di Renzi. (…) Il telefonino del segretario del Pd squilla di frequente e, stando al racconto che Berlusconi farà poco dopo a Verdini, a chiamare con insistenza è Palazzo Chigi”. Dall’altra parte del telefono, a chiamare ripetutamente Renzi, è l’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta, “un altro toscano che di questa storia sarà però soltanto prima spettatore e poi vittima” che “aspetta con impazienza notizie e forse ha già in fondo capito che anche la vita del suo governo è appesa a quel vertice”.

Il perfetto trasformista. Leggendo il testo si capisce come, almeno nelle fasi iniziali del loro rapporto, Verdini non avesse grande stima di Renzi. Quando, durante la campagna del 2013 per le primarie per la leadership (poi perse dall’allora sindaco di Firenze contro Pier Luigi Bersani), Parisi cerca di mettere in guardia Verdini “dal rischio ‘Renzi’ e dalla possibilità che ottenesse un successo clamoroso e che ce lo ritrovassimo come avversario”, egli risponde: “È solo un chiacchierone. Dice sempre le stesse cose”. E ancora, il 27 dicembre 2013: “Se fosse uno sciatore”, Renzi “sarebbe uno specialista degli slalom, ma ora il bluff sta necessariamente per essere visto. Tolta la rottamazione, che è un concetto piuttosto semplice, non è ancora chiaro che cosa sia esattamente il renzismo”. Di più: “Abbiamo letto tante autorevoli analisi sulla sua carica innovativa e la sua radicale discontinuità, il ricambio generazionale, il rinnovamento politico-culturale, la rigenerazione morale ed esistenziale. (…) Renzi riesce a promuovere molto bene la confezione” ma “per ora è stato un perfetto trasformista”.

Le segretarie del segretario. Tranchant sono invece i giudizi che Verdini dà dei componenti della segreteria del Pd guidata dal futuro premier. “Più che di una segreteria politica – scrive Parisi citando il report del 28 dicembre 2013 – si tratta di un gruppo di segretarie e segretari di Renzi”. Luca Lotti? “L’unica cosa che si sa di lui è che è un collaboratore di Renzi. Non solo per età e inesperienza, il profilo appare oggettivamente modesto”. Francesco Nicodemo? “Forse l’unica cosa che può aver eccitato Renzi è che questo tipo ha passato gli ultimi mesi a insultarsi con i comunicatori più vicini a Bersani, tali Stefano Di Traglia e Chiara Geloni”. Debora Serracchiani? “Studia faziosità da Rosy Bindi”. Federica Mogherini? “La solita solfa gné-gné-pacifismo-femminismo-europeismo”. Pina Picierno? “Veltroniana, franceschiniana, bersaniana e fervente anti-renziana alle scorse primarie, ma poi evidentemente pentita: un altro salto sul carro del vincitore ben riuscito”. Maria Elena Boschi? “Bella è certamente bella, a dir poco. Più adatta al tema forme che al tema riforme, si potrebbe dire”. Marianna Madia? “Ha già girato praticamente tutte le correnti del Pd”. L’unico su cui Verdini esprime apprezzamento è il vicesegretario Lorenzo Guerini: “Forse è l’unico elemento davvero bravo e interessante. Simpatico e concreto, appare (e forse è) effettivamente lontano dallo stereotipo del sinistro torvo, ideologico e trinariciuto”.

Non trattate con Nardella. Il 18 dicembre 2013 il Corriere della Sera dà notizia di un faccia a faccia fra il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, e Dario Nardella (al tempo deputato del Pd) sulla legge elettorale. I due avrebbero ragionato su una rivisitazione del Mattarellum. “L’incontro ha un impatto deflagrante: i due mediatori non sanno a quel momento dello stato avanzato (ma riservato) dei contatti Verdini-Renzi – rivela Parisi –. Verdini di per sé fa spallucce, tuttavia quando lo stato maggiore del partito si riunisce e Brunetta insiste sull’opportunità di proseguire nel contatto con Nardella, Verdini perde le staffe e i due di fronte a numerosi testimoni si prendono a male parole, fin quando, esasperato dall’insistenza del capogruppo, il fiorentino di ghiaccio viola la riservatezza cui è vincolato da settimane, tira fuori il telefonino e mostra un sms”. Il mittente è Matteo Renzi. Scrive: “Non trattate di legge elettorale con Nardella”.

L’accordo è rotto (anzi no). Più volte, come racconta Parisi, il patto del Nazareno sembra sull’orlo di rompersi. Evidente, anche se “non trapela minimamente sui giornali della domenica”, è “il disappunto di Verdini” nei confronti di Renzi al termine del fatidico incontro al Nazareno. I due avevano concordato una legge elettorale sul ‘modello spagnolo’, ma davanti a Berlusconi e Letta il segretario dem cambierà le carte in tavola. A Sant’Andrea delle Fratte, infatti, lo ‘Spagnolo’ diventerà ‘Italicum’. Renzi, come riporta il deputato di Ala, spiegherà ai suoi interlocutori che contro questo sistema “si coalizzerebbero tutti, da Napolitano a Enrico Letta, (…) con effetti devastanti sulla stessa tenuta della legislatura”. Un cambiamento sostanziale: il computo dei seggi viene spostato dal livello del collegio alla distribuzione nazionale. Ma non solo: ci sono le questioni relative alle ‘liste civetta’ e alla soglia da raggiungere per conquistare il premio di maggioranza. Senza dimenticare gli emendamenti ‘salva Lega’ e ‘Lauricella’. Il momento di massima tensione, in questa fase, è però il durissimo faccia a faccia fra Brunetta e la Boschi del 10 marzo 2014. Il capogruppo di FI chiede un incontro a Renzi (“un quarto d’ora nella pausa pranzo”) per parlare della questione delle ‘quote rosa’. Il segretario dem, già sbarcato a Palazzo Chigi, decide però di non convocare l’ex ministro. Morale: nell’ufficio del presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, al tempo il forzista Francesco Paolo Sisto, Brunetta sbotta. “Il patto è rotto”, dice. “Il patto è rotto”, ripete. “Ne nasce una furibonda rissa verbale fra Brunetta e la Boschi: non l’avevo mai vista incazzata, e la ministra dimostra di tener testa al suo antagonista”, scrive Parisi. Alla fine la situazione tornerà alla normalità. Il patto è salvo. Per ora.

Verdini jr. diventa renziano. A un certo punto, nel testo di Parisi, compare anche il figlio di Denis Verdini, Tommaso. Di buon mattino, il 20 gennaio 2014, dopo una notte passata in discoteca, il 25enne viene svegliato dal padre. Il motivo? Per comunicare con Verdini senior, che “ha poca confidenza con il computer”, nel weekend Renzi invia le proprie mail alla casella di posta elettronica del giovane. Il quale, ‘a sua insaputa’, è un sostenitore del premier. O almeno così ha detto a quest’ultimo lo stesso Verdini. Una volta venuto a conoscenza dell’involontario endorsement, Tommaso starà al gioco tanto da inviare a Renzi un sms: “Matteo sono molto contento di come sono andate le cose, ho molta fiducia in te, l’ho sempre avuta… In bocca al lupo. Post scriptum: in casa Verdini vada come vada hai sempre un alleato”. E poi? “In verità nel corso dei mesi successivi – annota l’autore –Tommaso si è realmente convertito al renzismo”.

Pistola schizza piscio. Fondamentale è anche il lungo report che Verdini invia a Berlusconi il 7 aprile 2014, pochi giorni dopo una dura intervista di Brunetta al Corriere (“Renzi vuole distruggerci”) e un fuori onda fra Maria Stella Gelmini e Giovanni Toti nel quale quest’ultimo dice che il Cavaliere “non sa cosa fare con Renzi, perché ha capito che questo abbraccio mortale ci sta distruggendo, ma non sa come sganciarsi”. Parisi riporta il contenuto del documento: “Io, malgrado ciò che scrivono i quotidiani (debitamente imbeccati da qualcuno dei nostri) non ho alcun interesse individuale a portare avanti il rapporto con Renzi – scrive Verdini –. Se sono un convinto sostenitore dell’esigenza di proseguire questa strada è solo perché sono certo che sia quella giusta principalmente per te e per il nostro movimento politico. (…) Quando avevamo le pistole cariche non le abbiamo usate, ora che, come si dice in Toscana, abbiamo una pistola ‘schizza piscio’, vorremmo far paura a chi ha il cannone!”. Si tratta di un documento ‘storico’. All’interno del quale, secondo Parisi, avviene una “conversione laica”, l’“ingresso” di Verdini “nella chiesa del Nazareno”. Il premier “somiglia a quel genio della politica e dell’impresa che nel 2001 propose agli italiani un ‘contratto con gli italiani’”, scrive il leader di Ala. Cioè proprio Berlusconi. In un altro report (15 maggio), dopo la pubblicazione del colloquio tra Alan Friedman e il Cavaliere nel quale egli si dice molto deluso da Renzi seppellendo il Nazareno, Verdini chiede all’ex premier di essere “sollevato” dall’incarico di “ufficiale di collegamento” con il numero uno di Palazzo Chigi.

Il cerchio tragico. L’ultimo report è datato 27 marzo 2015, circa due mesi dopo l’elezione al Colle di Sergio Mattarella che ha messo la parola “fine” sull’accordo. Verdini, oltre che a Berlusconi, lo invia a Gianni Letta e Fedele Confalonieri, che del patto sono stati sponsor ‘esterni’. Quelle che l’ex plenipotenziario di FI mette nero su bianco sono parole dure. “Dopo aver buttato via in un colpo solo il patrimonio politico del patto del Nazareno – domanda Verdini – intendi cestinare anche l’immenso patrimonio politico che hai costruito in vent’anni? Ti sei rinchiuso nel castello incantato con intorno personaggi che il partito non apprezza e non rispetta e li stai usando come clave per regolare non si sa quali conti e perché”. Sono i componenti di quello che il senatore toscano chiama “cerchio magico”, chiedendosi però se non sia “tragico”. Addirittura “un mediocre sinedrio fatto di arroganza, di superficialità e anche, lasciamelo dire, di incompetenza”. Seguono gli addii di Raffaele FittoDaniele Capezzone e dello stesso Verdini. Il resto è storia.

(Articolo scritto il 18 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Le indagini sono scattate dopo una segnalazione all’ufficio anticorruzione del Comune. Nella quale viene messo in luce “l’acquisto di prodotti farmaceutici non prescrivibili ai bambini”. Fra questi, medicinali per curare l’ipertensione, l’ansia e la gotta. Ma sotto la lente d’ingrandimento sono finite anche le forniture di cibo: in dispensa salsicce secche, pancetta e salmone 

neonati675La questione potrebbe sbarcare presto in Parlamento. Con vari deputati e senatori pronti a sollevarla. Tre chilogrammi di salsicce secche, quattro e mezzo di pancetta tesa, addirittura dieci di salmone. Senza contare le bottiglie di vino. Ma non solo. Medicinali come il Lasix, un diuretico usato per curare l’ipertensione, il Tranquirit, un ansiolitico con cui vengono trattati stati di tensione anche a sfondo depressivo, o il Diclofenac, un antinfiammatorio indicato per le patologie reumatiche croniche come l’artrosi o per attacchi acuti di gotta. Tutti prodotti acquistati dai due asili nido comunali di Rieti, cittadina a 80 chilometri a Nord di Roma, per bambini di età compresa fra i tre mesi e i tre anni. Avete capito bene. Tanto che la Procura ha deciso di aprire due diverse inchieste per accertare eventuali irregolarità: una per l’acquisto dei farmaci, sulla quale indaga il Nucleo Antisofisticazione e Sanità (Nas) di Viterbo, l’altra per quello delle derrate alimentari, affidata alla Guardia di Finanza di Rieti. Indagini entrambe aperte dopo una segnalazione dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Simone Petrangeli (Sinistra Ecologia Libertà) risalente al 24 dicembre 2013.

ALTA PRESSIONE Nella lettera, redatta da un dirigente del settore servizi sociali e inviata all’ufficio anticorruzione del Comune, si segnala come “da una verifica a campione dei farmaci acquistati presso gli asili nido comunali su ordine della coordinatrice, Adonella Scopigno, venivano evidenziati dagli uffici l’acquisto di prodotti farmaceutici non prescrivibili ai bambini”. Prodotti che, sempre secondo quanto sottolineato nella missiva – alla quale sono state allegate le dichiarazioni dei pediatri assegnati dall’Ausl di Rieti nei due asili –, sarebbero stati acquistati per “fronteggiare eventuali emergenze che dovessero presentarsi anche tra il personale”. Circostanza che però “appare incomprensibile”, è scritto nella lettera, perché “la prescrizione di farmaci per la pressione alta” (il Lasix, appunto) o quella di “Tranquirit, Moment, Aulin e Oki esula dalle competenze dei pediatri e non rappresenta in alcun modo la normale dotazione di un armadietto di pronto soccorso pediatrico né, in ultima analisi – spiega ancora la denuncia – tali farmaci possono essere considerati funzionali ad emergenze che dovessero riguardare il personale comunale quali scottature, abrasioni, urti accidentali”. Anche perché “per il personale comunale è previsto uno specifico servizio di vigilanza medica”. Rilievi a seguito dei quali è scattata la perquisizione dei Nas. Che, su disposizione del pubblico ministero Giuseppe Saieva, hanno acquisito tutte le fatture dei medicinali acquistati fra il 2010 e il 2014.

ABBUFFATE INFANTILI Poi c’è l’altra questione, cioè quella relativa agli alimenti. Fra i quali, oltre agli episodi già citati in precedenza, ci sono anche trentasei code di gambero – costate 372,24 euro ma difficilmente presenti nella dieta dei bambini – e ottantanove chilogrammi di carne, acquistati in ventiquattrore pochi giorni prima di Natale. Senza dimenticare 16 pandori e altrettanti panettoni, per i quali sono stati pagati 135 euro e 68 centesimi in totale. Più che un menù per i piccoli ospiti dell’asilo sembra la spesa per un cenone di Natale. Ma a stabilirlo dovrà essere la magistratura.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 14 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Adriana Galgano (Scelta Civica) ha deciso di presentare anche a Montecitorio il testo dei senatori ex 5 Stelle Orellana e Battista. Che, approvato in commissione Affari costituzionali ad aprile 2015, è caduto nel dimenticatoio. La deputata: “Decisione che nasce dopo aver sperimentato il fortissimo peso dei gruppi di pressione anche e soprattutto in Parlamento”

corso-lobbistiokC’è ancora qualcuno che ci prova. Nonostante le tante promesse mancate. Ultime in ordine di tempo quelle fatte dal governo di Matteo Renzi. Il quale, per bocca del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha parlato – oltre un anno e mezzo fa – di “regolamentare le lobby per combattere la corruzione”. E invece? Della legge per disciplinare il lavoro dei cosiddetti “portatori di interessi” non si vuole proprio discutere. Già: non si vuole. Perché un testo base c’è, e porta la firma di due senatori ex Movimento 5 Stelle: Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista. Solo che è fermo in commissione Affari costituzionali aPalazzo Madama dal 9 aprile 2015, giorno in cui è stato approvato. Oltre nove mesi. Malgrado i numerosi richiami dell’Antitrust.

MAL DI TESTO Ecco perché adesso quello stesso testo sarà presentato anche a Montecitorio. Per dare una forte accelerazione ad una discussione che, malgrado timidi quanto vani tentativi (ultimi in ordine di tempo quelli degli ex ministri Giulio SantagataMario Catania e dell’ex premier Enrico Letta), va avanti da qualche decennio senza mai giungere a conclusione. A firmare la proposta di legge a Montecitorio è Adriana Galgano, deputata di Scelta Civica, insieme al collega di partito Salvatore Matarrese. “Questa decisione – spiega Galgano a ilfattoquotidiano.it – nasce dopo aver sperimentato come le pressioni delle lobby siano fortissime, anche e soprattutto in Parlamento”. Anche perché “c’è un interesse di molti ex deputati e senatori a svolgere un’attività di questo tipo”, aggiunge l’esponente del partito che fu di Mario Monti. La quale ricorda un episodio che l’ha riguardata in prima persona. “Nel corso dell’approvazione del ddl concorrenza – spiega – ho condotto una battaglia per la liberalizzazione dei farmaci di fascia C”, cioè quelli non concessi dal servizio sanitario nazionale ma che necessitano di ricetta.

GELIDA MANINA E cos’è successo? “Nonostante un risparmio stimato di 500 milioni di euro per i cittadini e il parere favorevole del ministero dello Sviluppo economico affinché questa circostanza si concretizzasse, la longa manus delle lobby ha fatto in modo che la liberalizzazione fosse bloccata. Peraltro – dice Galgano – accampando motivazioni risibili, come l’aumento del consumo dei farmaci stessi: ciò è totalmente falso visto che per acquistarli serve comunque la prescrizione medica”. Ecco perché adesso un emendamento che si muove in questa direzione verrà presentato proprio da Orellana al Senato, dove il provvedimento è sbarcato dopo l’approvazione della Camera. “Noi l’abbiamo definita un’operazione di co-politiching – conclude la deputata – visto che veniamo da gruppi parlamentari diversi: sarà utile per capire, una volta di più, l’influenza dei gruppi di pressione”.

PUBBLICO REGISTRO Ma cosa prevede nello specifico la proposta di legge? Prima di tutto l’istituzione di un “Comitato per il monitoraggio della rappresentanza di interessi” presso il segretariato generale della presidenza del Consiglio, più quella di un “Registro pubblico dei rappresentanti di interessi”. Al quale non potranno iscriversi i condannati in via definitiva per reati contro lo Stato e la pubblica amministrazione. Chi svolgerà l’attività senza essere iscritto al registro, inoltre, sarà punito con una sanzione amministrativa che può toccare i 200 mila euro. “Abbiamo messo da parte le differenze di schieramento perché riteniamo che entrambe le questioni vadano nell’interesse esclusivo dei cittadini – spiega invece Orellana –. Faremo il possibile affinché si concludano positivamente”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 14 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






L’ex sindaco di Milano favorito per il ministero degli Affari regionali. All’ex governatore dell’Emilia Romagna potrebbe andare la casella di vice ministro dello Sviluppo economico. Agli Esteri il Pd spinge Amendola per rimpiazzare Pistelli. E alla Cultura ipotesi Cesaro di Scelta civica per il dopo Barracciu. Ecco le ultime sul toto nomine che impazza in Parlamento. In ballo anche due ambite presidenze di commissione a Palazzo Madama: alla Giustizia in arrivo D’Ascola di Ncd e ai Lavori pubblici il dem Ranucci. I verdiniani si chiamano invece fuori (per ora)

Renzi-6755L’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, alla fine, potrebbe spuntarla per la poltrona di ministro degli Affari regionali. Casella vacante – e coperta dall’interim del premier Matteo Renzi – dal 30 gennaio dell’anno scorso, data delle dimissioni rassegnate da Maria Carmela Lanzetta. Al partito di Angelino Alfano potrebbe andare anche la presidenza di una commissione ‘pesante’ del Senato, dove Nico D’Ascola è in pole per raccogliere il testimone dall’azzurro Francesco Nitto Palma alla Giustizia. Per ricostituire la compagine governativa ci sono da assegnare anche i vice ministeri degli Esteri e dello Sviluppo economico: il primo liberato dal trasloco di Lapo Pistelli alla vice presidenza dell’Eni, il secondo da quello di Claudio De Vincenti a Palazzo Chigi. Per completare l’opera c’è poi da rimpiazzare la dimissionaria (ex) sottosegretaria alla Cultura Francesca Barracciu. Ma il giro di valzer delle poltrone non finisce qui. Con qualche mese di ritardo rispetto alla prassi che fissa l’appuntamento a metà mandato, il Senato dovrà procedere al rodaggio delle presidenze di commissione. E in ballo, oltre alla scricchiolante poltrona di Nitto Palma, c’è anche quella di Altero Matteoli ai Lavori pubblici.

NCD ALL’INCASSO Quella delle commissioni è una partita non più rinviabile. Il fischio finale dovrebbe arrivare entro il 20 gennaio. E il borsino del toto-presidenze è praticamente blindato. Secondo quanto riferiscono fonti qualificate a ilfattoquotidiano.it, per sostituire l’ex ministro del quarto governo Berlusconi alla guida della commissione Giustizia in pole position c’è Nico D’Ascola, senatore del Nuovo centrodestra già avvocato dello studio Ghedini e di Claudio Scajola. Mentre nella corsa per rimpiazzare l’azzurro Matteoli, il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Raffaele Ranucci del Partito democratico. A parte queste due caselle è certo che non ci saranno stravolgimenti, anche per non alterare gli equilibri tra le forze che animano la maggioranza di governo. E le correnti interne ai partiti. Di fatto, quindi, sembrano sicuri di mantenere il proprio posto Anna Finocchiaro (Affari costituzionali), Pier Ferdinando Casini (Esteri), Nicola Latorre (Difesa), Andrea Marcucci (Istruzione), Paola De Biasi (Sanità), Giuseppe Marinello (Ambiente), Maurizio Sacconi (Lavoro), Mauro Marino (Finanze), Giorgio Tonini (Bilancio) più i due esponenti della minoranza dem Massimo Mucchetti (Industria) e Vannino Chiti (Politiche europee). Stesso discorso per Roberto Formigoni (Agricoltura), nonostante, soprattutto all’interno del Pd, in molti non gradiscano le posizioni oltranziste del ‘Celeste’ sulle unioni civili. Meglio evitare, almeno per ora, un casus belli all’interno della maggioranza.

BALLO DI GOVERNO Poi c’è da quadrare il cerchio della squadra di governo. Tra i nomi in lizza per un biglietto di ingresso nell’esecutivo la new entry, come detto, è il senatore di Ncd, Gabriele Albertini. Nonostante la preferenza di Renzi per una donna agli Affari regionali (Dorina Bianchi, Federica Chiavaroli, Rosanna Scopelliti e Laura Bianconi tra le più accreditate per le quote rosa) la linea che starebbe prendendo piede nel partito di Alfano è quella di lasciare la poltrona ad un esponente del Nord per riequilibrare geograficamente gli incarichi interni. E per questa ragione a spuntarla potrebbe essere, alla fine, proprio l’ex sindaco di Milano. L’alternativa su cui sui sta ragionando è quella di promuovere il piemontese Enrico Costaagli Affari regionali liberando al collega di partito D’Ascola la poltrona di viceministro della Giustizia. Ma a sentire i ragionamenti di Transatlantico, la vera priorità del presidente del Consiglio sarebbe quella di mettere a posto le cose all’interno del Pd. Scongiurando nuove trincee della minoranza dem con le amministrative ormai all’orizzonte. Per smorzare la tensione, l’ipotesi più accreditata è quella di lasciare all’ex presidente della regione Emilia Romagna, Vasco Errani, la carica di vice ministro dello Sviluppo economico. Poltrona rivendicata anche da Scelta civica che preme per Giulio Cesare Sottanelli. Che difficilmente, però, potrà spuntarla contro il fedelissimo di Bersani. Ma alla fine il fu partito di Mario Monti potrebbe anche accontentarsi dell’assegnazione del sottosegretariato alla Cultura ad Antimo Cesaro. Sarà quasi certamente il Pd, infine, a raccogliere l’eredità di Pistelli alla Farnesina. Dove l’attuale responsabile Esteri della segreteria dem, Vincenzo Amendola, non dovrebbe avere concorrenza per occupare l’ultimo sottosegretariato ancora vacante.

VERDINIANI FUORI GIOCO Questioni quindi molto delicate, quelle delle presidenze di commissione e degli incarichi di governo, rilanciate dall’intervista alla ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi, al Corriere della Sera. “Ci sono da ricoprire i ruoli di vice ministro degli Esteri e dello Sviluppo economico, e quello di ministro degli Affari regionali – aveva spiegato –. Non è un rimpasto: sono integrazioni che servono per far funzionare meglio il governo”. Un’intervista non certo passata inosservata e diventata ieri argomento di conversazione sui divanetti di Montecitorio. “E’ solo una coincidenza o piuttosto, alla vigilia delle votazioni sulla riforma costituzionale, un’operazione di moral suasion per evitare sorprese su un provvedimento al quale l’esecutivo ha legato la sua sorte?”, ragionava un autorevole deputato del centrosinistra. Di sicuro, rinvio dopo rinvio, finora Renzi non ha mostrato particolare fretta. Anzi, è possibile che le attese nomine non avvengano simultaneamente. Quel che è certo, almeno per ora, è che Alleanza liberalpopolare-autonomie (Ala), il gruppo capeggiato da Denis Verdini, non sembrerebbe della partita. “Accettare la presidenza di una commissione equivarrebbe ad entrare in maggioranza, figurarsi occupare una poltrona nel governo – spiega un parlamentare di Ala –. Non è questo il nostro intento: per ora continueremo a valutare i singoli provvedimenti e a decidere, caso per caso, se votarli o meno”.

(Articolo scritto il 12 gennaio 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)






Alla vigilia di Natale, l’azienda sanitaria locale ha deciso di stanziare la somma destinata ad alcuni organi d’informazione per la “diffusione di informazioni istituzionali”. Il direttore generale uscente, Silveri: “Nessun rischio di asservimento della stampa”. Ma il presidente dell’ordine dei giornalisti regionale scrive alla Procura della Repubblica: “Quali criteri di scelta sono stati adottati?”

conferenza-stampa-675Una torta da 63.500 euro più Iva. Soldi pubblici che grazie ad una delibera, la numero 2235 approvata il 24 dicembre 2015 dall’Azienda sanitaria locale (Asl) de L’Aquila, si spartiranno per due anni 16 testate abruzzesi: quotidiani online, blog, soprattutto televisioni. Un bel regalo di Natale che la Asl aquilana, diretta fino al 31 dicembre scorso da Giancarlo Silveri, ha voluto fare a pochi eletti. A quale scopo? “Alle testate televisive e giornalistiche – è scritto nel documento – dovrà essere richiesta la diffusione di informazioni istituzionali riguardanti l’Azienda, la diffusione dei comunicati redatti dall’ufficio stampa aziendale, la realizzazione di spot, redazionali, interviste e quant’altro considerato utile al raggiungimento degli obiettivi del Piano della Comunicazione dell’Azienda Sanitaria”. Pubblicità trasformata in servizi giornalistici, insomma. Una circostanza che sta scatenando polemiche sul territorio, in particolar modo fra gli addetti ai lavori.

Sedici, come detto, le testate coinvolte. A cominciare da Tele Sirio, “la prima web tv d’Abruzzo”, come recita il suo sito, alla quale andrà la fetta più grossa del totale: 12mila euro. Due in meno, invece, sono quelli che incasserà L’AqTv, in onda su due distinti canali del digitale terrestre in Abruzzo. Radio L’Aquila e Abruzzo Web riceveranno 6 mila euro a testa, mentre le testate online Il Capoluogo e Primadanoi dovranno accontentarsi, rispettivamente, di 4.500 e 4 mila euro. Nella lista però figurano anche Marsica Live, sito diretto da Eleonora Berardinetti, figlia del consigliere regionale Lorenzo Berardinetti, e Periodico vola (ad entrambe andranno 2.500 euro). Senza dimenticare L’EditorialeL’Aquila BlogAbruzzo 24ore, CentrabruzzonewsOnda TvAntenna 2, TV6 e Aquila TV, che riceveranno duemila euro ciascuna.

A gestire i rapporti con gli organi di informazione citati poc’anzi sarà Pierluigi Tancredi, ex assessore e consigliere regionale dell’Aquila in quota centrodestra, oggi responsabile delle relazioni esterne dell’azienda sanitaria, “al fine di determinare, con caratteristiche di contingenza e/o programmatorie, il contenuto giornalistico sinallagmatico del corrispettivo economico”, è scritto nella delibera. Nella quale vengono anche esplicitati i criteri di scelta delle testate e della suddivisione delle somme. “Per quanto riguarda gli importi massimi di affidamento per ciascuna testata – spiega l’atto –, sono proposti da questo servizio sulla base di vari parametri, peraltro non sempre riscontrabili con precisione e già utilizzati in passato quali la diffusione sul territorio, la capacità di attrarre utenze sulla base dei pochi dati di ascolto e di lettura che è stato possibile ottenere, la capacità tecnica di produrre spot, format, redazionali, interviste e approfondimento sui temi sanitari”.

Ma non sarebbe stato meglio utilizzare quei soldi per l’assistenza dei pazienti? “La Asl spende ogni anno circa 600 milioni di euro per curare i malati: quella assegnata alle sedici testate con questa delibera è una cifra minima utile, a mio avviso, ad informare correttamente i cittadini in un momento in cui la sanità sta andando incontro a cambiamenti epocali alla luce del decreto Lorenzin”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giancarlo Silveri. Il quale rigetta anche qualsiasi possibile rischio di ‘asservimento’ della stampa. “Nell’assegnazione delle somme, definite in modo formale con i vari organi coinvolti, non è stata fatta una divisione fra buoni e cattivi – assicura l’ormai ex manager della Asl aquilana – Trovo giusto che i comunicati che l’azienda redige vengano pubblicati al fine di evitare qualsiasi forma di allarmismo derivante dalle scelte prese dal governo centrale. Al giorno d’oggi fare del terrorismo psicologico è facile: ho quindi ritenuto opportuno poter avere la possibilità di divulgare il nostro punto di vista su ciò che realmente accade”.

“Non si capisce sulla base di quali criteri siano state scelte alcune testate invece che altre: sarebbe stato opportuno per la Asl indire un bando pubblico onde evitare di ritrovarsi di fronte a figli e figliastri”, attacca però il presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta. Il quale, contattato da ilfattoquotidiano.it, spiega di aver inviato questa mattina una lettera al direttore generale dell’azienda e alla Procura della Repubblica de L’Aquila per ottenere copia della documentazione prodotta al fine di prevenire qualsiasi violazione deontologica. “I giornalisti hanno delle regole precise stabilite da numerose carte – ricorda Pallotta –. Il principio cardine di questa professione è l’autonomia: non ci possono né devono essere versamenti di denaro i quali rischierebbero di minare la credibilità delle testate e dei colleghi coinvolti”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 7 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Il Gran Maestro Bisi non ha avuto risposta al suo dossier per chiedere che sia riconcesso uno spazio al Grande Oriente d’Italia. Ora ci riprova con due missive indirizzate ai capigruppo

giustiniani-Una lettera. Anzi, due. Spedite direttamente al presidente del Senato, Pietro Grasso, e ai capigruppo delle forze politiche che siedono a Palazzo Madama. Dal Partito democratico a Forza Italia fino al Movimento 5 Stelle e ai ‘verdiniani’ di Ala. Insomma, stavolta il Grande Oriente d’Italia (Goi) è davvero determinato a riprendersi ciò che, a suo dire, gli spetta di diritto. Ovvero una porzione di Palazzo Giustiniani, la struttura che attualmente ospita l’appartamento di rappresentanza della seconda carica dello Stato e gli uffici dei senatori a vita un tempo di proprietà della più numerosa comunione massonica italiana, da utilizzare come sede del museo storico della massoneria. Circa centro metri quadrati all’interno dei quali esporre, nelle intenzioni del Goi, anche alcuni indumenti indossati dal massone italiano più famoso del mondo, Giuseppe Garibaldi. Una vicenda della quale ilfattoquotidiano.it si è recentemente occupato, anticipando i contenuti di un dossier che il Gran Maestro, Stefano Bisiha messo a punto e poi inviato al presidente del Senato. Accompagnato da una lunga lettera nella quale viene ripercorsa una questione che, fra grembiuli massonici, camicie nere e cavilli burocratici è iniziata oltre cento anni fa.

Missiva alla quale il presidente del Senato non ha però ancora fornito risposta, nonostante Bisi l’abbia spedita quasi due mesi fa, il 12 novembre 2015. Nelle due pagine e mezzo scritte di proprio pugno, il numero uno del Grande Oriente d’Italia ha ricordato a Grasso “il mancato adempimento da parte del Senato della Repubblica delle obbligazioni nascenti dall’atto transattivo intercorso il 14.11.1991 tra Intendenza di Finanza, Senato e Società Urbs”, appositamente costituita dal Goi nel 1911 per l’acquisto della struttura. Poi espropriata dal fascismo nel 1926. Accordo, quello firmato ai tempi in cui a presiedere l’Aula di Palazzo Madama c’era Giovanni Spadolini, che prevedeva “la concessione in uso da parte del Senato alla Urbs, e quindi al Grande Oriente d’Italia, di una porzione limitata dei locali stessi da adibire a museo storico della massoneria italiana. (…) Mi auguro che si possa aprire un canale di comunicazione per portare ad attuazione piena l’accordo transattivo del 1991 e fornire così finalmente una risposta adeguata alle altre finalità sottese che – conclude Bisi – attengono alla stessa memoria storica del nostro Paese”.

Ma non è tutto. Perché alla luce del silenzio di Grasso, il Gran Maestro del Goi ha preso nuovamente carta e penna e il 16 dicembre scorso ha scritto un’altra lettera. Indirizzandola, stavolta, a Luigi Zanda (Pd), Renato Schifani (Area popolare), Michele Giarrusso (M5S), Paolo Romani (FI), Lucio Barani (Ala), Mario Ferrara (Gal), Cinzia Bonfrisco (Conservatori e Riformisti), Gian Marco Centinaio (Lega Nord), Karl Zeller (Per le Autonomie) e Loredana De Petris (Gruppo Misto). Una missiva in questo caso più stringata, una pagina e mezzo circa, attraverso la quale Bisi chiede ai capigruppo dei partiti rappresentati a Palazzo Madama, “anche a nome di 23mila cittadini di questa Repubblica (cioè il totale degli iscritti al Goi, ndr), di contribuire alla soluzione di quanto sottoscritto per la realizzazione della piccola area museale della massoneria italiana”. Risposte? Per il momento nessuna. E chissà se arriveranno mai.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 5 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)