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Tag: Matteo Richetti



Vitalizi-1Sui vitalizi, uno dei privilegi più odiosi di cui gode ancora la nostra classe politica, si è detto e scritto di tutto. Così, proprio mentre la proposta di legge Richetti approvata il 26 luglio 2017 in prima lettura dalla Camera sembra destinata a finire su un binario morto, complice l’ostruzionismo dello stesso Pd, qualcuno continua a fare affermazioni un tantino strampalate, per usare un eufemismo. Ecco quindi una lista di 5 bufale (che da adesso in poi sarebbe bello non sentire più).  

Prima bugia: i vitalizi sono “diritti acquisiti”. In un post pubblicato sul suo sito Internet il 10 novembre 2014 Pietro Ichino (Pd) ha spiegato perché questa affermazione, ripetuta continuamente da ex parlamentari e consiglieri regionali preoccupati dal possibile taglio dei loro assegni, non corrisponde al vero. Per il giuslavorista, infatti, questo argomento «non ha alcun fondamento, né legislativo ordinario, né tanto meno di rango costituzionale». Tuttalpiù, ha chiarito ancora Ichino, possono essere considerate «oggetto di “diritto acquisito” solo le rate di vitalizio già percepite (se legittimamente percepite)».

Seconda bugia: serve una legge per abolire i vitalizi. A differenza delle pensioni dei “comuni mortali”, i vitalizi non sono “regolati” da leggi dello Stato. Sono materia parlamentare. Ecco perché non serve una norma, che le Camere dovrebbero discutere ed eventualmente approvare, per modificare lo status quo. Basta che gli Uffici di Presidenza di Montecitorio e Palazzo Madama si riuniscano, come avvenuto in recenti occasioni (la riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2012 e la “delibera Sereni” del 22 marzo 2017), decidendo il da farsi. Sull’argomento il 21 giugno scorso è intervenuto Giuseppe Tesauro, presidente emerito della Corte Costituzionale. «Occorre chiedersi, in particolare, se lo strumento della legge ordinaria (…) sia quello giusto e sia costituzionalmente consentito. (…) Nel quadro di un sistema delle fonti del diritto articolato in base ai criteri di gerarchia e di competenza, i regolamenti parlamentari sono abilitati dalla Costituzione a sostituirsi, nella disciplina di determinate materie ad essi riservate, alla stessa legge formale. (…) Di conseguenza, una legge non può intervenire in materie di competenza dei regolamenti», ha annotato Tesauro sul Mattino, «perché altrimenti verrebbe violata l’indipendenza costituzionale garantita a ciascuna Camera. (…) In sostanza, nessuna altra fonte primaria potrà disciplinare o modificare materie coperte da riserva di regolamento parlamentare, nemmeno temporaneamente. Anche perché la legge è il risultato di un’attività bicamerale, la cui adozione si traduce sempre nell’interferenza di un ramo del Parlamento nell’autonomia dell’altro; interferenza che, con riguardo ad una materia già disciplinata tramite regolamento (quale quella dei vitalizi), solleva più di un dubbio».  

Terza bugia: i vitalizi non esistono più. Mica tanto. Per il calcolo della pensione degli Onorevoli non c’è più il vantaggioso sistema retributivo, sostituito da quello contributivo grazie alla già citata riforma del 1° gennaio 2012. Però, e qui sta il nocciolo della questione, la suddetta riforma non ha minimamente sfiorato tutti quelli che hanno maturato l’assegno prima della sua entrata in vigore (col retributivo, appunto). Così, ancora nel 2016, i vitalizi incidevano sui bilanci di Camera e Senato per un totale di 218 milioni di euro. Più di 18 milioni al mese. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, lo ha definito «un sistema insostenibile» visto che «negli ultimi 40 anni la spesa è stata sempre più alta dei contributi». L’economista ha calcolato che il passaggio al contributivo per tutti porterebbe le Camere a risparmiare 76 milioni all’anno (760 milioni nei prossimi 10 anni).

Quarta bugia: il ricalcolo contributivo dei vitalizi spiana la strada a quello di tutte le prestazioni pensionistiche in essere. Lo ha sostenuto, fra gli altri, anche Rosaria Capacchione (Pd). Che evidentemente, pur essendo una (brava) giornalista, non ha letto attentamente il testo della pdl Richetti, approvata il 26 luglio dall’Aula della Camera, o i giornali. L’articolo 12 comma 5 stabilisce infatti che «in considerazione della difformità tra la natura e il regime giuridico dei vitalizi e dei trattamenti pensionistici, comunque denominati, dei titolari di cariche elettive e quelli dei trattamenti pensionistici ordinari, la rideterminazione di cui al presente articolo non può in alcun caso essere applicata alle pensioni in essere e future dei lavoratori dipendenti e autonomi».

Quinta bugia: al vitalizio non si può rinunciare. E dove sta scritto? Non sono tanti i casi di ex parlamentari o consiglieri regionali che hanno rifiutato l’assegno. Ma ci sono. Qualche nome? Enrico Endrich (ex parlamentare del MSI) e Luciano Benetton (ex senatore del PRI) ma anche gli ex consiglieri di Emilia-Romagna e Piemonte, Matteo Richetti e Mariano Rabino, oggi deputati di Pd e Ala-Scelta Civica. Insomma, volere è potere.






matteo-renzi-vitaliziTanto rumore per nulla. Sul taglio dei vitalizi il Parlamento prende (e perde) nuovamente tempo. Così la proposta di legge a prima firma Matteo Richetti (Pd), che sarebbe dovuta sbarcare ieri in Aula alla Camera, sarà discussa il 20 giugno. Ovvero fra tre settimane, sempre che non ci siano altri colpi di scena. Un rinvio, quello deciso dalla capigruppo di Montecitorio, che ha il retrogusto amaro della beffa. Non solo perché per dibattere della pdl Richetti ci sono voluti due anni (è stata depositata il 9 luglio 2015) ma soprattutto perché con la pausa estiva di mezzo e le elezioni fra settembre e ottobre la scelta di porre un freno al privilegio più odiato dagli italiani rischia di rimanere una di quelle promesse utili solo a raccattare qualche voto. La proposta del deputato “renziano”, ricordiamolo, prevede il ricalcolo col sistema contributivo degli assegni in essere, maturati con il ben più vantaggioso retributivo (per il presidente dell’Inps Tito Boeri si risparmierebbero 760 milioni di euro in 10 anni). E colpisce, nelle intenzioni, sia gli ex parlamentari (costo 218,1 milioni nel solo 2016) sia gli ex consiglieri regionali (costo 150 milioni lordi stando ai calcoli di “Itinerari previdenziali”).

Circostanza che ha mandato su tutte le furie gli interessati. Gli ex deputati e senatori hanno parlato nientemeno che di un “colpo duro allo Stato di diritto”, mentre gli ex consiglieri hanno mandato una lettera alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio denunciano un’“aggressione contro persone titolari di diritti legittimi” e promettendo battaglia qualora la norma venisse approvata. A ben vedere, però, questo “rischio” non c’è. “Avevamo chiesto di anticipare di sette giorni la discussione, al primo punto dopo la legge elettorale, ma il Pd si fa ostruzionismo da solo, e non ha voluto”, ha attaccato Roberto Fico (M5S). Per il presidente della commissione di Vigilanza Rai, attuale capogruppo dei grillini alla Camera, “a questo punto il mio grande sospetto è che il Pd spera che finisca la legislatura per non approvare mai la proposta di legge sui vitalizi. In calendario – ha fatto notare Fico – hanno addirittura messo la pdl sull’Umbria Jazz”. Non solo la Camera.

Anche a Palazzo Madama ieri si è parlato delle pensioni degli ex parlamentari. Al termine della riunione del consiglio di presidenza, è stato dato mandato ai tre senatori Questori (Antonio De Poli dell’Udc, Lucio Malan di FI e Laura Bottici del M5S) di esaminare le 12 proposte di modifica presentate dai vari gruppi sulla regolamentazione dei vitalizi. L’obiettivo? Effettuare una verifica sulla costituzionalità, la legittimità delle fonti e la compatibilità con la proposta di legge all’esame della Camera. L’impegno è di concludere questo vaglio prima dell’estate, circostanza che ha mandato su tutte le furie la Bottici. “Secondo me si blocca tutto – ha detto senza mezzi termini la senatrice pentastellata –. Il fatto del doppio turno Camera-Senato, che ci sono 12 proposte e noi abbiamo un mese di tempo per trovare una sintesi, poi ad agosto le Aule sono chiuse e dopo avremo la campagna elettorale è tutta fuffa per non togliersi i privilegi”.

Twitter: @GiorgioVelardi






Matteo_Renzi_2Ai tempi della vittoria alle primarie del 2013 contro Gianni Cuperlo e Pippo Civati, quando Matteo Renzi stava “costruendo” la sua prima segreteria, i fedelissimi ripetevano all’unisono: “Da chi sarà composta? Luca Lotti e gli altri”. Oggi il “braccio ambidestro” del nuovo-vecchio segretario è al Governo: ministro dello Sport con delega all’Editoria. Così la certezza della nuova squadra che sarà annunciata dall’ex premier nei prossimi giorni porta il nome di Maurizio Martina. Pur non essendo un “renziano” della prima ora, l’ex premier lo ha scelto come suo secondo nel ticket per le primarie. Superfluo dire che sarà il vice-segretario, pur senza mollare la poltrona di ministro dell’Agricoltura. E gli altri? In queste ore le ipotesi si rincorrono e nessuno vuole scoprire le carte.

La volta buona – Ma oltre a Martina qualche certezza c’è. Il ruolo di responsabile organizzazione – per esempio – sarà affidato ad Andrea Rossi, 40enne emiliano-romagnolo braccio destro del presidente Stefano Bonaccini. Il suo nome circola da diversi mesi, cioè da quando Renzi aveva manifestano l’intenzione di operare un “rimpasto” della segreteria uscente che poi, causa la sconfitta al referendum, non c’è mai stato. Ora però per lui sembra essere “la volta buona”, per dirla col leader dem. In squadra dovrebbe poi essere confermato un altro fedelissimo, Matteo Ricci, che oltre al ruolo di vicepresidente del partito da ottobre 2016 ricopre pure quello di responsabile Enti locali. Fra le new entry, uno dei nomi dati per certo è quello della viceministra dello Sviluppo economico, Teresa Bellanova.

Le trattative – In segreteria dovrebbero poi trovare spazio anche Chiara Gribaudo, deputata torinese molto attenta ai temi del lavoro e dei diritti civili che alle primarie ha sostenuto l’ex premier, e l’ex lettiana Anna Ascani. Ci saranno Matteo Richetti (portavoce della mozione congressuale), l’economista Tommaso Nannicini e l’imprescindibile Lorenzo Guerini. Così come alcuni sindaci. I nomi che circolano con insistenza sono quelli di Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria), Davide Galimberti (Varese) e Dimitri Russo, primo cittadino di Castel Volturno (Caserta), città che Renzi visiterà prossimamente. Nell’ottica di “una squadra plurale e unitaria”, per dirla con Martina, dovrebbero poi fare il loro ingresso figure vicine ad Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ma è ancora presto per sapere chi.

Articolo scritto il 4 maggio 2017 con Stefano Iannaccone per La Notizia






Camera-Montecitorio-e1489039645650Tutti la vogliono (o quasi). Ma alla fine, per sapere che fine ha fatto la tanto agognata legge sui partiti, rischiamo di dover chiamare Chi l’ha visto? Provvedimento che torna d’attualità ogni qual volta c’è un caso che coinvolge il M5S. L’ultimo proprio due giorni fa, quando a Genova il tribunale civile ha accolto il ricorso presentato da Marika Cassimatis, vincitrice delle ‘comunarie’ poi “scomunicata” da Beppe Grillo. Ma poi tutto finisce sempre in una bolla di sapone. Eppure quando l’8 giugno 2016 l’Aula di Montecitorio ha dato il via libera alla legge in prima lettura (relatore Matteo Richetti del Pd) tutti pensavano ad un’approvazione rapida anche da parte dell’altro ramo del Parlamento.

Andamento lento – Dal partito dell’allora segretario-premier Matteo Renzi arrivarono commenti tonitruanti. “Finalmente – dichiarò la vicepresidente della Camera Marina Sereni – una normativa che interviene per regolare la vita interna dei partiti, dando così piena attuazione all’articolo 49 della Carta costituzionale. Una legge non troppo invasiva, rispettosa dell’autonomia delle singole forze politiche, ma che al tempo stesso introduce regole molto importanti per garantire trasparenza e partecipazione democratica”. Tutto molto bello, almeno a parole. E invece? Il testo è arenato nelle secche della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Dove, spiega a La Notizia un senatore di opposizione, non sono stati neppure fissati i termini per la presentazione degli emendamenti. Tradotto: è molto probabile che anche questo provvedimento rimarrà un’altra delle incompiute di questa legislatura. Insieme, tanto per dirne una, a quello sul conflitto d’interessi, bloccato sine die sempre in prima commissione al Senato.

Che pasticcio – “È una situazione grave”, dice senza mezzi termini il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Andrea Mazziotti (Civici e Innovatori). “Se c’è una legge di cui si sta vedendo la necessità è proprio questa. Fra l’altro – aggiunge – il provvedimento lascia massima libertà ai partiti ma li incentiva ad adottare regole statutarie chiare, e non pasticciate o sparse in mille documenti come quelle del M5S. Che questa legge non sia andata avanti, lasciando la determinazione delle regole alla magistratura, com’è accaduto a Genova, è uno sbaglio della politica. Mi auguro che ci sia un’accelerazione e che si arrivi al traguardo”. La speranza, si sa, è l’ultima a morire.

Twitter: @GiorgioVelardi

 Articolo scritto il 12 aprile 2017 per La Notizia






PartitodemocraticoFranceschiniani, renziani, bersaniani, Giovani Turchi, Sinistra è cambiamento. E via discorrendo. È una galassia di anime sparse e tradizioni disparate, il Pd. Il cui principale problema, disse una volta l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “risiede nel suo atto di origine” visto che “si è dato vita ad una semplice fusione a freddo fra apparati”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E oggi, dopo la crisi di Governo scatenata dalla vittoria del No al referendum e le conseguenti dimissioni di Matteo Renzi, si misurano con il bilancino i pesi delle varie correnti, si sale e scende dal carro del vincitore – stavolta è toccato all’ex sindaco di Firenze, domani chissà – ci si divide sul da farsi. Chi vorrebbe le dimissioni di Renzi anche da segretario e chi no; chi pensa che “Matteo” debba restare comunque alla guida del Governo e chi invece glielo sconsiglia vivamente; chi vorrebbe andare subito a votare e chi intende addirittura arrivare fino alla fine della legislatura. In quest’ultimo caso con il chiaro intento di rottamare definitivamente l’uomo che della rottamazione ha fatto il suo cavallo di battaglia. Ma com’è composta la galassia dem? Ecco le 5 principali correnti che “agitano” il partito.

Franceschiniani (o Area Dem) – È la componente guidata dall’attuale ministro della Cultura ed ex segretario del partito, Dario Franceschini. Quella numericamente più forte in Parlamento, visto che al suo interno annovera un centinaio fra deputati (una settantina) e senatori (una trentina). Calcolatrice alla mano, circa un quarto dell’intera pattuglia parlamentare. Di Area Dem fanno parte molti esponenti di spicco del Pd, a cominciare dai due capigruppo a Montecitorio e Palazzo Madama, Ettore Rosato e Luigi Zanda, ma anche la vicepresidente della Camera Marina Sereni e l’ex sindaco di Torino Piero Fassino (che non è parlamentare). E che dire di Francesco Saverio Garofani? Pure lui “franceschiniano”, il 21 luglio 2015 è diventato presidente della commissione Difesa della Camera subentrando ad Elio Vito (Forza Italia). Nella lunga lista figurano anche la vicesegretaria dem Debora Seracchiani, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, i sottosegretari Pier Paolo Baretta, Antonello Giacomelli, Gianclaudio Bressa e Luigi Bobba. Più i componenti della segreteria Francesca Puglisi (Scuola), Emanuele Fiano (Riforme) e Chiara Braga (Ambiente). Ultima, ma non meno importante, “Lady Pesc” Federica Mogherini. Cosa vogliono i franceschiniani? L’ha chiarito Zanda non più tardi di tre giorni fa: “La maggioranza va ricercata con l’obiettivo di proseguire fino alla naturale conclusione della legislatura”. 

Renziani (o Giglio magico) – La pattuglia dei renziani che fa capo al premier dimissionario è meno numerosa rispetto a quella dei franceschiniani, visto che le candidature per le liste delle Politiche 2013 furono gestite dai bersaniani, molti dei quali convertitisi al credo di “Matteo”. I cosiddetti “renziani doc” sono una sessantina, la quasi totalità dei quali siede alla Camera (50). I nomi più noti sono quello della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, del “Gianni Letta di Renzi”, cioè il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, e dell’altro vicesegretario dem Lorenzo Guerini. Più Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd anche noto come “Bonitaxi”: è stato l’autista di uno dei camper con cui nel 2012 Renzi ha girato l’Italia in cerca di consensi. Ma non va dimenticato nemmeno Ernesto Carbone, il deputato che prestò a Renzi la Smart blu con la quale il 13 febbraio 2014 l’allora segretario dem si recò a Palazzo Chigi per incontrare Enrico Letta prima della sua defenestrazione. E gli altri? Nel “giglio magico” ci sono anche il commissario alla spending review Yoram Gutgeld, il ministro dei Trasporti Graziano Delrio e quello degli Esteri Paolo Gentiloni, i sottosegretari Davide Faraone, Ivan Scalfarotto e Angelo Rughetti, l’europarlamentare Simona Bonafè, il presidente della commissione Istruzione e Cultura del Senato Andrea Marcucci, il responsabile Giustizia della segreteria David Ermini, la senatrice Rosa Maria Di Giorgi, i deputati Matteo Richetti, Lorenza Bonaccorsi, Roberto Giachetti ed Edoardo Fanucci. Infine, ecco spuntare quello che bonariamente Dagospia ha definito “il Sancho Panza” di Renzi, ovvero il sindaco di Firenze Dario Nardella. Qual è la linea dei renziani? Tornare al voto il prima possibile. Punto.

Giovani Turchi (o Rifare l’Italia) – Alle ultime primarie, quelle vinte da Renzi nel 2013, appoggiarono Gianni Cuperlo. Poi sono entrati in maggioranza, salvo prepararsi adesso a tenere le mani libere: non si sa mai. I leader di questa corrente, che in Parlamento conta una cinquantina di adepti, sono il ministro della Giustizia Andrea Orlando (la cui aspirazione, dicono, è quella di candidarsi al prossimo congresso) e il presidente del partito Matteo Orfini, ex dalemiano. Gli altri nomi: i senatori Francesco Verducci e Stefano Esposito (ex assessore ai Trasporti della giunta Marino), le deputate Giuditta Pini, Valentina Paris e Chiara Gribaudo e i deputati Khalid Chaouki, Antonio Misiani e Fausto Raciti (segretario del Pd siciliano). Orizzonte: “La legislatura è finita, senza nuovi accordi resta solo il voto”, ha detto ieri Orfini.

Bersaniani (o Area riformista) – È quella che, semplificando, viene chiamata “minoranza dem”. Ne fanno parte l’ex segretario Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, l’ex capogruppo alla Camera che il 15 aprile 2015 si dimise in polemica con la decisione del Governo di porre la fiducia sulla legge elettorale, l’Italicum. Ma il fronte dei “bersaniani”, che in questi anni ha perso per strada qualche pezzo ma che può ancora contare su una sessantina fra deputati e senatori, è formato pure da Davide Zoggia, Nico Stumpo, Miguel Gotor, Danilo Leva, l’ex segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani e l’ex ministro dell’Istruzione del Governo Letta Maria Chiara Carrozza. “Bisogna rimettere il Paese su binari normali: si vota nel 2018 e il congresso del Pd si celebra a fine 2017”, ha spiegato Bersani. Per loro, dunque, la linea è questa.

Sinistra è cambiamento – Nata “per unire e non per dividere” e “per raccogliere fino in fondo la sfida di Governo e di cambiamento che tutti i democratici hanno di fronte”: così recita il sito della corrente che ha come esponente di spicco il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e che ha preso forma dopo l’approvazione dell’Italicum, schierandosi a favore del Sì al referendum. È l’ala dialogante col Governo al cui interno figurano molti ex Ds, fra i quali Cesare Damiano. Ma non solo. Ci sono, per esempio, i sottosegretaria Paola De Micheli (già lettiana) e Luciano Pizzetti e i deputati Matteo Mauri e Micaela Campana. La loro è una posizione “attendista”. “Personalmente auspico un governo che faccia una legge elettorale: senza una che sia coerente tra Camera e Senato non si può votare”, le parole di Damiano.   

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 10 dicembre 2016 per La Notizia






Lo sostiene l’ex ministro degli Interni Rosa Russo Iervolino. Ma allo stesso modo la pensa anche il senatore Maurizio Migliavacca. A otto anni dalla nascita, ilfattoquotidiano.it è andato a sentire le opinioni di alcuni di coloro che parteciparono alla creazione del Partito democratico. Da Follini a Finocchiaro, da Pollastrini a Lanzillotta. Ricavandone un quadro molto critico

assemblea-costituente-pd675C’è chi parla di “un Partito democratico diventato di destra con una scelta di campo precisa”. Chi sottolinea il “tradimento delle idee della base e l’assenza di democrazia interna”. E ancora chi, con toni meno polemici ma comunque fermi, chiede “un maggior radicamento sul territorio per evitare di mobilitare il partito solo nei periodi elettorali”. Il senso, però, è quello di un Pd che non ha rispecchiato il sogno di molti. Non solo delle nuove generazioni di parlamentari nati e cresciuti all’ombra del renzismo, come Matteo Richetti, che ha recentemente parlato di “un partito senza identità” che “non è più di nessuno”. Ma soprattutto dei suoi fondatori. Dopo la sortita di Franco Monaco e la risposta di Arturo Parisi, ilfattoquotidiano.it ha interpellato alcuni esponenti di spicco dei democratici che otto anni fa, a vario titolo, hanno lavorato alla nascita del partito. Ricavandone un quadro molto critico. Tanto che alcuni di loro, come Sergio Cofferati e Marco Follini tra gli altri, hanno addirittura preferito intraprendere altre strade.

ALTO TRADIMENTO – In prima linea nell’accusare il partito di uno spostamento a destra c’è la vecchia guardia. L’ex sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, per esempio, esprime un giudizio tranchant: “Il Pd non rispecchia il progetto iniziale. Avrebbe dovuto unire le culture riformiste, laiche e cattoliche con principi semplici alla base: democrazia, giustizia sociale e solidarietà. Ma oggi – prosegue l’ex primo cittadino partenopeo ed ex ministro degli Interni – la democrazia nel partito è scarna, quasi inesistente”. Le colpe, secondo Iervolino, sono in gran parte di Matteo Renzi. Autore, a suo dire, di “politiche che sono di destra, in particolare sul tema dei diritti sociali”. Insomma “il cambiamento è avvenuto sia nel contenuto politico che nei metodi. Il nostro patrimonio si è disperso negli anni – conclude – ma la situazione è precipitata negli ultimi tempi”. L’europarlamentare Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, non è più tenero nel giudizio. Tanto che, come noto, ha preferito lasciare il partito dopo le primarie in Liguria, perse con l’ombra dei brogli. “Il Pd non fa più riferimento ai valori ai quali dovrebbe ispirarsi”, cioè “quelli che riguardano i diritti delle persone e del lavoro”. Certo, non tutte le colpe sembrano essere dell’attuale segretario-premier, perché “qualche problema c’era stato anche prima della segreteria di Renzi, ad esempio con il governo Monti”, osserva Cofferati. “In quella fase il Pd ha deviato dalla sua strada proprio sui diritti, ma erano deviazioni giustificate dal carattere temporaneo del governo. Con Renzi questi cambiamenti sono stati strutturali – chiosa l’ex sindacalista –. Ora sono la linea ufficiale del Pd”. “Non è certamente questo il Pd che avevamo immaginato durante l’atto di nascita”, dice sulla stessa lunghezza d’onda il senatore Maurizio Migliavacca, che per quattro anni (dal 2009 al 2013) ha ricoperto il ruolo di coordinatore organizzativo del partito. “Io e gli altri fondatori avevamo pensato una forza politica saldamente ancorata all’alveo del centrosinistra, una forza che camminasse su due gambe: gli elettori e gli iscritti”. Un disegno tradito. “Mentre il numero dei primi, se pur con risultati altalenanti, tutto sommato tiene, gli iscritti diminuiscono a vista d’occhio – spiega Migliavacca –. Un segnale certamente non positivo”.

TOCCO DI CLASSE – Anche per un altro dei fondatori, Marco Follini (uscito nel 2013), “la premessa iniziale con la quale è nato il Partito democratico è venuta meno perché nel frattempo è cambiato il Paese”. Si tratta, insomma, di “un percorso incompiuto al quale è impossibile oggi come oggi dare un voto”, dice l’ex segretario dell’Udc. Secondo cui è necessario aprire un dibattito per capire “qual è l’idea di Italia che si intende mettere in campo: la direzione che il partito deve intraprendere ne è solo la conseguenza”. Anche perché “il Pd aveva fra i suoi obiettivi quello di accorciare le distanze – spiega Follini –. Mi riferisco in particolar modo a quelle riguardanti il divario dei redditi e l’altro fra Nord e Sud. Obiettivi di questa portata richiedono, adesso, qualcosa di più di un ragionamento di partito: “Bisogna dare vita ad una nuova fase costituente nella quale domandarsi, per esempio, se la politica è essenzialmente scelta di un leader, e allora le primarie sono un must, oppure se deve tornare ad essere, come io credo, un confronto di idee. È solo su questo sfondo – aggiunge – che si può affrontare il tema della natura del Pd, partito del socialismo europeo oppure partito della Nazione sul modello centrista”. In definitiva, quindi, per Follini “il consenso deve fare riferimento a un’idea”, altrimenti non si va da nessuna parte. Problemi evidenti, insomma. Testimoniati anche dalle parole della senatrice Anna Finocchiaro, oggi presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama: “Dobbiamo investire molto di più nel radicamento sul territorio, non bisogna mobilitarsi solo nei periodi elettorali. Un altro compito – aggiunge – è quello di fare formazione delle classi dirigenti, un nostro tallone d’Achille. Tuttavia, penso che sulla linea politica stiamo sviluppando l’idea originaria del partito, anche andando controcorrente. Mi riferisco in particolare al diritto di cittadinanza e alle politiche sull’immigrazione”. Per Finocchiaro, comunque, serve una “maggiore ambizione”. Perché, conclude, “bisogna sempre alzare l’asticella degli obiettivi da raggiungere”.

DITTA IN PERDITA – La senatrice Linda Lanzillotta, anche lei tra le fondatrici del Pd, ha avuto invece un percorso accidentato, essendo uscita dal partito nel 2009 con l’adesione all’Alleanza per l’Italia (Api) di Francesco Rutelli. A Palazzo Madama, nel 2013, è stata poi eletta nelle liste di Scelta Civica, prima di tornare alla base nel febbraio 2015. Nuotando controcorrente, a suo modo di vedere il problema del Pd non è stato rappresentato tanto da Matteo Renzi quanto dal suo predecessore: Pier Luigi Bersani. “Il Pd doveva essere a vocazione maggioritaria, come spiegò Walter Veltroni nel discorso del Lingotto. Questa concezione è stata tradita con la segreteria di Bersani, quando prevaleva il principio della ‘Ditta’”, ragiona Lanzillotta. E ora, invece? “Renzi ripropone lo stesso progetto iniziale – risponde –. Si sta ponendo di nuovo gli obiettivi previsti alla fondazione. In questo senso il Pd sta ripercorrendo la rotta interrotta con Bersani”. “Se c’è una continuità con il Partito democratico nato otto anni fa? In molti fanno fatica a vederla”, risponde Marina Magistrelli, senatrice per tre legislature e vicina all’ex premier, Romano Prodi. “Il nostro motto, ‘uniti per unire’, in buona parte si è perso”, spiega. Aggiungendo che “la colpa non è solo di Renzi, che pure deve assolutamente evitare la deriva del partito della Nazione, la quale rimetterebbe in discussione l’essenza stessa del Pd” e che “in tanti non capirebbero né gradirebbero”. Ma di errori, per Magistrelli, ne hanno commessi tutti. Compreso l’ex segretario. “Ho creduto in Bersani e l’ho appoggiato, ma nell’ultima fase della campagna elettorale in vista delle elezioni del 2013 ha commesso diversi errori che hanno indebolito la spinta elettorale del partito, dice. Ecco perché ora “serve aprire una seria discussione politico-programmatica per capire che cosa vuole davvero diventare il Pd”.

RIPIANTIAMO L’ULIVO – Ma non è tutto. Perché c’è anche chi sogna un partito di respiro maggiormente internazionale. Come Barbara Pollastrini, ex ministro per le Pari opportunità del secondo governo Prodi, anche lei tra le fondatrici del Pd. Secondo la quale “quello di oggi assomiglia ma non è il Partito democratico che avevamo sognato e che vorrei”. Anche in Europa. Dove, dice la deputata dem, “bisognerebbe, nell’alveo del Pse, dialogare e contaminarsi con altre esperienze come Syriza e Podemos. Magari recuperando lo spirito dell’Ulivo e mettendo da parte una logica di autosufficienza”. Anche per Pollastrini, insomma, quella del Pd è ad oggi una “scommessa riuscita a metà” e da “immaginare nuovamente”. Un partito che però “deve essere saldamente ancorato alla sinistra e al centrosinistra, senza strizzare troppo l’occhio ad un centrismo da ancien règime. Una forza che guardi alle periferie e recuperi un uso sobrio del potere, che stia dalla parte degli svantaggiati. Se si pensa che l’obiettivo sia solo vincere e stare comunque al governo – conclude – si smarrisce l’anima del progetto iniziale”.

(Articolo scritto con Stefano Iannaccone il 9 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)