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Renzi, Verdini, Trump. Chi ha vinto e chi ha perso in questo 2016

IMG_9940Alcuni lo ricorderanno come un anno a dir poco paradisiaco, altri ancora come quello delle grandi occasioni mancate. Dodici mesi vissuti in una sorta di purgatorio, insomma. Per qualcun altro, invece, sarà semplicemente da cancellare perché è stato un vero e proprio inferno. Meglio voltare pagina e farlo in fretta. Quando mancano poche ore alla fine del 2016 è possibile tracciare un bilancio di quali siano stati i top e i flop in politica, sport, musica, cinema. Gli avvenimenti che hanno caratterizzato il 2016, da gennaio fino a dicembre, del resto, sono stati numerosi. In Italia c’è stato il referendum costituzionale, ma anche le elezioni Amministrative che hanno visto la vittoria del Movimento 5 Stelle a Roma e Torino (con risultati ad oggi contrastanti). Mentre a livello internazionale l’evento clou sono state senza ombra di dubbio le elezioni americane, che hanno incoronato il repubblicano Donald Trump. Ma non solo. La vittoria del Leicester di Claudio Ranieri in Premier League e quella di tanti atleti azzurri a Rio 2016 – due nomi su tutti: Niccolò Campriani e “Bebe” Vio – fanno da contraltare al flop di Federica Pellegrini. Ecco vincitori e vinti di questo 2016.

INFERNO – Il flop dell’anno è indubbiamente quello dell’ex sindaco di Firenze ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che aveva puntato tutte le sue fiches sul referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. Com’è andata a finire è cosa nota. Oggi da segretario del Pd si aggira per le corsie del supermercato con il carrello della spesa al seguito, ma lo rivedremo nel 2017, questo è poco ma sicuro. Chi invece non è mai sparita dai radar è Maria Elena Boschi, un’altra delle grandi sconfitte del 2016 (i motivi sono gli stessi dell’ex premier). L’ex ministra delle Riforme è diventata sottosegretaria alla presidenza del Consiglio del Governo di Paolo Gentiloni. Insomma, è praticamente uscita dalla porta e rientrata dalla finestra. Che dire poi di Giorgio Napolitano? Il presidente emerito della Repubblica, un altro dei “padri” del ddl Boschi, sperava nel successo del Sì al referendum. Poi, metabolizzata la batosta, ha ammesso: “Con il No ho perso anch’io”. Averlo capito è già qualcosa. A Roberto Benigni, invece, è costata cara la giravolta in corso d’opera. All’inizio era “orientato a votare No”, poi si è schierato con Renzi e soci: non gli è andata bene. Virginia Raggi (M5S), prima sindaca donna della Capitale, doveva invece rivoltare Roma come un pedalino. Ma fra perquisizioni, arresti e una città bloccata non si può certo dire che ci stia riuscendo. Capitolo ministri. I nomi sono quelli di Federica Guidi e Giuliano Poletti. La prima è stata costretta a dimettersi ad aprile per la vicenda “Tempa Rossa”; sul secondo, dopo due gaffe nel giro di pochi giorni – le dichiarazioni sul voto anticipato per scongiurare il referendum sul Jobs Act e quelle, peggiori, sui giovani italiani che vanno all’estero – pende una mozione di sfiducia che pure la minoranza dem minaccia di votare. Altra grande sconfitta del 2016 è Hillary Clinton: doveva diventare la prima donna alla Casa Bianca, ma gli Usa le hanno preferito Trump. Non possiamo certo dimenticarci, infine, di Lapo Elkann e Federica Pellegrini. A fine novembre, il primo è stato arrestato a New York per aver simulato un sequestro dopo un festino a base di coca e sesso. Alle Olimpiadi di Rio, “Federica” doveva portare a casa almeno una medaglia. È tornata a mani vuote e con i nervi a fior di pelle. Di più: nei giorni scorsi è stata pure ufficializzata la crisi col fidanzato Filippo Magnini.

PURGATORIO – Ma c’è anche chi ha vissuto un anno in chiaroscuro. Né vincitore né vinto. È il caso di Denis Verdini, che col neonato gruppo Ala ha fatto da stampella al fu Governo Renzi per poi rimanere a bocca asciutta al momento di riempire le caselle dell’Esecutivo “fotocopia” di Gentiloni. Non è comunque detta l’ultima parola: l’appoggio esterno dei suoi può sempre tornare utile. È stato un 2016 dal sapore agrodolce anche per la coppia d’oro del M5S, quella formata da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. In prima linea durante la campagna elettorale per il referendum, entrambi si sono ritrovati loro malgrado invischiati nell’affaire Raggi (soprattutto dopo l’arresto di Raffaele Marra), stretti nella morsa delle correnti che stanno agitando i pentastellati e che vogliono minarne la scalata alla leadership. Anche Silvio Berlusconi può sorridere a metà. Ringalluzzito dalla vittoria del No il 4 dicembre – ma non gli sarebbe dispiaciuto un successo del Sì – l’ex premier è tornato ad occupare ancor più insistentemente le pagine dei giornali grazie al tentativo di scalata di Mediaset da parte di Vivendi. La doccia gelata per l’inquilino di Arcore è però arrivata lo scorso 15 dicembre. Giorno in cui il procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno e i pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio hanno ribadito davanti al gup Carlo Ottone De Marchi la richiesta di rinvio a giudizio per il Cavaliere, accusato di corruzione in atti giudiziari nel processo “Ruby ter”. E Gianni Cuperlo? Anche a lui l’anno poteva andare meglio. Prima oppositore di Renzi, poi sostenitori del Sì al ddl Boschi, infine di nuovo picconatore: “Il Pd senza congresso è morto, è un partito senz’anima”. Sarebbe bastato accorgersene prima. Negli Usa, invece, Barack Obama sognava un’uscita di scena sicuramente diversa. Sperava, soprattutto, di lasciare le chiavi dello Studio ovale alla Clinton. Invece ha dovuto ammettere che forse la candidata democratica non è stata capace “di farsi vedere ovunque”. A chi poteva andare meglio in ambito sportivo? Sicuramente a José Mourinho, Vincenzo Nibali, Alex Schwazer e Lionel Messi.

PARADISO – Tra i vincitori dell’anno che sta per volgere al termine figura senz’altro Donald Trump. Il tycoon ha vinto le elezioni americane avendo praticamente contro tutta la grande stampa e le celebrities (da George Clooney a Lady Gaga fino a Bruce Springsteen), schierate con la rivale Hillary. Alla stessa categoria è ascrivibile anche il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che con il suo giornale ha trainato la vittoria del No al referendum. In questo contesto non possiamo certo dimenticarci del leader della Lega Nord, Matteo Salvini, il primo a festeggiare quando la sconfitta di Renzi alle urne era ormai certa e pronto a lanciare la sfida a Silvio Berlusconi per la guida del Centrodestra. A Torino c’è invece Chiara Appendino. Battuto il sindaco uscente Piero Fassino (Pd) alle comunali di giugno, la prima cittadina del capoluogo piemontese sta facendo sicuramente meglio della sua collega romana, tanto che il suo nome già circola nelle segrete stanze per il ruolo di candidata premier del Movimento 5 Stelle. Vedremo. Tanti sono invece i protagonisti dello sport che quest’anno si sono distinti per le loro grandi imprese. Claudio Ranieri è il primo fra questi. L’ex allenatore di Juventus, Roma e Inter ha compiuto un vero e proprio miracolo calcistico portando il “piccolo” Leicester alla vittoria della Premier League, prima volta in assoluto nella storia del club. Dopo un Europeo vissuto da protagonista con l’Italia, nonostante l’eliminazione ai quarti di finale contro la Germania ai calci di rigore, anche Antonio Conte sta brillando in Inghilterra: il suo Chelsea è primo in classifica con 6 punti di vantaggio sul Liverpool. Mentre Cristiano Ronaldo, attaccante del Real Madrid, ha messo in bacheca un triplete da brivido: Champions League, Europeo e Pallone d’Oro (il quarto in carriera). Davvero niente male. Dalle Olimpiadi arrivano invece le belle storie di Niccolò Campriani e Beatrice “Bebe” Vio. Il fiorentino, classe ’87, è rientrato dal Brasile con due ori (carabina 10 metri aria compressa e carabina 50 metri da 3 posizioni). Sempre a Rio, stavolta alle Paralimpiadi, la schermitrice ha vinto la medaglia d’oro nella prova individuale battendo in finale la cinese Zhou Jingjing. E che dire di Zanardi? Alle Paralimpiadi il leggendario Alex, 50 anni compiuti, ha prima vinto l’oro nella cronometro di handbike e poi l’argento nella gara individuale in linea di handbike H5. La colonna sonora? Sicuramente Andiamo a comandare di Fabio Rovazzi, rivelazione dell’estate 2016 (e non solo).

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 31 dicembre 2016 per La Notizia 

La fregatura è sempre dietro l’angolo

call-centerPochi giorni fa una mia cara amica, in cerca di lavoro, è andata a fare un colloquio rispondendo ad un annuncio che ha letto sul giornale.

Si trattava, in sostanza, di un call center, che – diceva l’annuncio – «cerca 28 operatori, anche prima esperienza». Cosa offrono? «Contratto a norma, orario part time, turni flessibili, no vendita telefonica, fisso 500 euro mensili più provvigioni».

La mia amica ha parlato con uno dei responsabili del call center. Il lavoro è quello di fissare degli appuntamenti con dei consulenti che poi proporranno ai clienti l’acquisto di un prodotto. Quindi la vendita telefonica c’è eccome (il contratto può essere chiuso o meno, ma comunque dietro la telefonata c’è un fine preciso). Il «contratto a norma» si trasforma in una «partita Iva»: non credo serva spiegare quali costi abbia aprirne una. E pure il secondo punto dell’annuncio decade.

La cosa bella arriva ora: i 500 euro mensili, dal 1° gennaio 2013, non ci sono più. Si lavora «solo a provvigione», si sente dire la mia amica. E mica è finita qui. Le viene consegnata una tabella che stabilisce le retribuzioni in base al numero di contratti che il consulente chiuderà (sempre previo appuntamento dell’operatore). Da 0 a 9 contratti: 0 euro; da 10 a 14 contratti: 200 euro; da 15 a 19 contratti: 300 euro; da 20 a 40 in poi: 400 euro. Capito? Se tu chiudi 9 contratti – il che, per chi ha avuto esperienze di call center, è già un numero elevato visti i tempi – non prendi comunque niente. Hai lavorato gratis, e a partita Iva.

Si trattava, in sostanza, di una truffa. La mia amica ha lasciato perdere, e ha fatto bene. Ma molti quel posto lo avranno accettato. Ecco: se vi trovate anche voi a vivere una situazione del genere, mandate questa gente a farsi benedire. E fate attenzione, perché la fregatura è sempre dietro l’angolo.

Twitter: @mercantenotizie

Ci sono le elezioni? E gli autisti si fermano

Chi sarà il successore di Lombardo in Sicilia? Lo sapremo lunedì. Nel frattempo, a fare notizia, sono i possibili disagi riguardanti il trasporto pubblico. Sciopero di protesta? Macchè! Ben 300 dipendenti dell’Amat (la municipalizzata auto-trasporti), per la maggior parte autisti, faranno i rappresentanti di lista. Dunque sabato, domenica e lunedì «sarà necessario prevedere una considerevole riduzione dei servizi – ha avvisato l’azienda – In queste ore, alla luce delle comunicazioni di nomina a rappresentante di lista che stanno pervenendo ancora ora, si sta predisponendo un piano adeguato per far fronte alla massiccia carenza di personale». Sul fronte politico è testa a testa fra Nello Musumeci (candidato del Pdl e La Destra), e Rosario Crocetta (ex sindaco antimafia di Gela, sostenuto da Pd e Udc). Attenzione, però, all’incognita Grillo. Il candidato del Movimento 5 Stelle si chiama Giancarlo Cancelleri, di professione geometra, “grillino” della prima ora. Potrebbe rompere le uova nel paniere a tutti gli altri aspiranti governatori. Anche se la paura dei siciliani è quella di ritrovarsi a vivere la solita storia. Cambiare tutto per non cambiare nulla. Un’altra volta. L’ennesima.

Football alla cantonese – da “Il Punto” del 20/07/2012

Lippi, Drogba, Anelka, Keyta, Kanouté. Sono gli ultimi volti noti del pallone finiti in Cina, la nuova frontiera dello sport più seguito al mondo. Giuseppe Materazzi: «In futuro vedremo molti italiani chiudere la carriera nella Repubblica Popolare»

Fino a pochi anni fa i fuoriclasse da 30/40 gol a stagione si limitavano a guardarli in televisione. Ora li comprano, pagandoli a peso d’oro. E li riempiono di denari con contratti faraonici. Accordi con cui (spesso) il calcio europeo non può competere, eccezion fatta per le squadre di proprietà di sceicchi e nababbi. È la Cina la nuova frontiera del football, la “terra promessa” del terzo millennio. Quella in cui sono approdati, di recente, anche il “nostro” Marcello Lippi e l’ivoriano Didier Drogba, fresco vincitore della Champions League 2012 con il Chelsea. Ma l’impressione è quella di essere solo all’inizio.

TRADIZIONE ZERO – Un Paese, la Cina, che manca completamente di tradizione calcistica. Basti pensare che il campionato di Serie A, la Chinese Super League, è nato nel 1951 ma è diventato di stampo professionistico più di quarant’anni dopo (1994). Oggi comprende 16 squadre, tre delle quali la fanno da padrone: il Guangzhou Evergrande, lo Shanghai Shenhua e il Dalian Aerbin. Malgrado si siano spesso trovati a festeggiare i trionfi delle squadre e delle nazionali europee, i tifosi cinesi non hanno mai gioito per una vittoria della loro nazionale di calcio. La selezione dei “migliori” giocatori della Repubblica Popolare ha partecipato una sola volta al Campionato del mondo, nel 2002, in Giappone e Corea del Sud. Fu una spremuta di gol (presi), visto che nel Girone C in cui era inserita insieme a Brasile, Turchia e Costa Rica, la Cina incassò 9 gol in tre partite senza segnarne nemmeno uno. Qualcosa in più la squadra è riuscita a combinare nella Coppa d’Asia: i due secondi posti raggiunti nel 1984 e nel 2004 restano però i risultati migliori mai raggiunti. A ciò fa da contraltare il boom degli ultimi anni a livello di club. Un’impennata di ingaggi, di yuan e dollari portati in giro per il mondo dentro lunghe e profonde ventiquattrore. Gli ultimi a “cedere” alle tentazioni cinesi sono stati Frédéric Kanouté, ex attaccante del Siviglia, e Seydou Keita, proveniente dalla squadra più forte del pianeta, il Barcellona pigliatutto di Pep Guardiola.

CICLONE GUANGZHOU – Il primo, 34 anni, dopo sette stagioni in Andalusia (209 presenze e 88 gol) ha sposato il progetto del Beijing Guoan – formazione nata nel 1992 e vincitrice della Chinese Super League nel 2009, attualmente terza in campionato – firmando un contratto biennale. Accordo della stessa durata anche quello siglato da Keyta (32), che dopo 14 trofei conquistati con i blaugrana ha lasciato la Spagna per accasarsi al Dalian Aerbin. A cifre pazzesche, per quello che può essere considerato sì un buon giocatore, ma non certo un top player: 7 milioni di euro all’anno. Ma ancora di più sono i soldi che ha investito la squadra attualmente in testa al torneo, il Guangzhou Evergrande. L’ultimo ingaggio faraonico la società in cui milita una vecchia conoscenza del calcio tedesco come Lucas Barrios, lo ha messo in panchina. Scherzi della retorica a parte, dopo indiscrezioni e smentite, Marcello Lippi – ex allenatore della Juventus ma soprattutto commissario tecnico dell’Italia mondiale di Germania 2006 – ha accettato l’offerta del presidente Liu Jong Zhuo portando con sé i suoi più stretti collaboratori: Narciso Pezzotti (assistente allenatore) e Michelangelo Rampulla (preparatore dei portieri). Nei prossimi tre anni, Lippi guadagnerà 30 milioni di euro in totale, 10 a stagione. Ma chi c’è dietro al Guangzhou? La Evergrande Real Estate Group, uno dei colossi nel campo dell’edilizia (in Cina, ma non solo), quotata alla Borsa di Hong Kong e attualmente valutata fra i 3 e 5 miliardi di euro. Il nome della società cinese era già balzato agli onori delle cronache nella stagione 2011, quando ingaggiò dai brasiliani del Fluminense il trequartista Darío Conca, per cui può essere fatto lo stesso discorso valido per Keyta. L’argentino è un atleta dalle buone doti tecniche, ma lo stipendio da 900mila euro al mese (8 milioni di euro l’anno per due anni e mezzo di contratto), che lo rendono il quarto giocatore più pagato al mondo dopo Cristiano Ronaldo, Lionel Messi e Samuel Eto’o, pare quantomeno esagerato in un Paese povero come la Cina. Gli stessi parametri sono quelli su cui viaggiano altri due volti noti del calcio internazionale: Nicolas Anelka e Didier Drogba. Entrambi provenienti dal Chelsea (il primo si è trasferito nel Paese di mezzo a dicembre, il secondo alla fine di giugno), si sono ritrovati allo Shanghai Shenhua. Metteranno in tasca, rispettivamente, 10,6 e 12 milioni a stagione.

I NOSTRI “CINESI” – I tifosi cinesi impazziscono per le squadre italiane. In particolare per Milan, Inter e Juventus. Non è dunque un caso che la Lega Calcio abbia siglato un accordo pluriennale per disputare la finale della Supercoppa Italiana (prossimo appuntamento il 12 agosto, quando allo Stadio Nazionale di Pechino si sfideranno Juventus e Napoli) in Cina. Ma gli italiani che per ora hanno deciso di intraprendere una carriera nella Repubblica Popolare non arrivano a riempire le dita di una mano. Il primo in assoluto a vivere l’esperienza cinese è stato Giuseppe Materazzi, padre del Campione del mondo Marco, che nel 2003 ha allenato il Tianjin Teda. «Da dieci anni a questa parte sono cambiate molte cose – esordisce Materazzi contattato da Il Punto –. Nel corso della mia esperienza, con la squadra che allenavo, ho avuto modo di giocare in città dove il calcio era molto seguito e c’era una buona organizzazione, con strutture all’avanguardia. In altre, invece, c’era una totale mancanza di programmazione: gli stadi erano addirittura privi delle docce negli spogliatoi, a fine partita alcuni inservienti ci portavano due secchi pieni d’acqua per lavarci; oppure, prima delle partite, era preferibile cambiarsi in albergo e poi recarsi al campo». La Cina sarà davvero la nuova frontiera per il football? «Credo di sì, anche perché alle spalle ci sono tantissimi interessi e investimenti – aggiunge l’ex allenatore di Lazio, Bari e Cagliari –. Lo sviluppo del calcio potrebbe ricalcare quello del Paese stesso, che fino ad alcuni decenni fa era molto povero. E il fatto che siano stati ingaggiati personaggi come Lippi e Drogba vuol dire che il business sta cominciando ad essere importante». E i calciatori italiani? Anche loro, fra qualche anno, prenderanno un volo di sola andata per il Paese di mezzo? Risponde Materazzi: «Sicuramente sì, anche perché il nostro calcio ha tanti giovani interessanti e molti giocatori che ad un certo punto potrebbero decidere di andare a chiudere la carriera in un campionato come quello cinese». Sempre nel Tianjin Teda ha giocato, per una sola stagione (2009), Damiano Tommasi, ex faro del centrocampo della Roma e oggi presidente dell’Aic (Associazione Italiana Calciatori). Mentre Fabio Firmani, ex Catania e Lazio, ha vestito nel 2011 la maglia del Guizhou Renhe, disputando 18 partite e segnando 2 gol.

CALCIOPOLI AL VAPORE – Ma nel campionato in cui ha militato un altro volto noto del calcio internazionale come Paul Gascoigne (2003), e mentre l’Inter inizia una cooperazione con la China Railway Construction Corporation per la costruzione del nuovo stadio nerazzurro, non mancano gli episodi di corruzione. Anche la Cina vanta infatti la sua Calciopoli: un terremoto che negli ultimi sei anni ha coinvolto Nan Yong, ex numero uno della Chinese Football Association, più 4 arbitri, decine di giocatori e addirittura Li Tong, marketing manager Nike per la Cina. Bravi per antonomasia a copiare tutto, i cinesi hanno preso anche la parte peggiore dello sport più seguito al mondo. Del resto – come recitava il titolo del famoso film di Marco Bellocchio datato 1967 – La Cina è vicina.

Twitter: @GiorgioVelardi     

2011, un anno in 3.000 battute

Stiamo per lasciarci alle spalle anche il 2011. L’anno in cui l’Italia ha festeggiato i 150 anni di Unità – spesso più sulla carta che reale –, ma anche dodici mesi in cui abbiamo assistito a rivoluzioni epocali, in primis quelle che i media hanno etichettato come “Primavera araba” (l’ultimo baluardo resta la Siria di Assad). Il 2011 ha visto cadere despoti e dittatori storici: da Mubarak a Gheddafi, senza dimenticare la morte di Osama Bin Laden – leader del movimento terroristico saudita Al Qaeda – per mano statunitense.

Proprio gli americani, declassati per la prima volta nella loro storia dall’agenzia di rating Standard&Poor’s. E’ stata l’economia, anche quest’anno, a farla da padrona, e in Italia lo sappiamo bene: 5 manovre, un cambio di Governo, lo spread che sale e scende e un futuro che, se con Monti appariva all’inizio tutto rose e fiori, sembra ora in chiaroscuro. In mezzo ci sono stati la condanna a 24 anni per Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, uccisa a Via Poma nel 1990, e l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per il delitto Kercher a Perugia; il ritrovamento del corpo di Yara Gambirasio, la giovane scomparsa a Brembate (Be) il 26 novembre 2010; la morte di Melania Rea, la 29enne trovata senza vita in un bosco nei pressi di Teramo; gli sbarchi a Lampedusa e i morti in mare; la strage di Utoya (Norvegia), dove Anders Behring Breivik uccide a sangue freddo oltre 70 persone – la maggior parte erano giovani del laburisti –.

Ma il 2011 è stato anche, e soprattutto, l’anno del terribile terremoto in Giappone: 8,9 gradi della scala Richter, centinaia di morti e migliaia di dispersi, più il pericolo radioattivo dovuto al danneggiamento della centrale di Fukushima. E poi: le nozze reali di William e Kate da una parte e quelle di Alberto di Monaco e Charlene dall’altra, e pure la vittoria dei “Sì” ai referendum del 12 e 13 giugno per cancellare le norme su acqua e legittimo impedimento e fermare il nucleare, anticipata dalla sconfitta storica del centrodestra a Milano, con la «rivoluzione arancione» di Pisapia. Non vanno dimenticate le alluvioni che, negli ultimi mesi dell’anno, hanno sconvolto l’Italia: ad ottobre il Levante ligure e la Lunigiana – 12 morti –, poi a novembre è toccato a Genova e a Messina (e zone limitrofe) fare i conti con la pioggia e il fango. Muoiono diverse persone, e scoppiano le immancabili polemiche.

Un anno in cui abbiamo pianto personaggi noti e meno noti, a cominciare da Steve Jobs, “papà” di Apple, che a marzo era tornato sulle scene per il lancio dell’iPad 2 e che ad ottobre ci ha lasciati, dopo una lunga malattia. Ottobre è anche il mese in cui il mondo della Moto Gp ha dato il triste addio a Marco Simoncelli, morto dopo un terribile incidente a Sepang (Malesia) a soli 24 anni. E poi la francese Maria Schneider, scolpita nella memoria per il suo ruolo in “Ultimo tango a Parigi”, Liz Taylor – che ha portato con sé 2 Oscar e 7 mariti –, Wouter Weylandt, il ciclista belga morto durante il Giro d’Italia, Amy Winehouse e Sergio Bonelli, editore di “Tex Willer” e “Dylan Dog”. Venerdì 15 aprile, a Gaza, viene ucciso Vittorio Arrigoni, volontario italiano, per mano di un gruppo islamico salafita.

Infine: la nomina di Mario Draghi alla Bce, lo scandalo che ha coinvolto l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, l’affaire P4 e un nuovo – l’ennesimo – filone del calcioscommesse, l’oro della Pellegrini nei 400 stile libero e nei 200 a Shangai, il diciottesimo scudetto del Milan, la liberazione del militare israeliano Gilad Shalit dopo cinque anni di prigionia e la Spagna che cambia volto, con l’elezione del leader del Partido Popular Mariano Rajoy alle elezioni politiche.

Buon 2012 a tutti.

Feltri, Borghezio e l’idiozia delle loro parole

Il tanto decantato Articolo 21 della nostra Costituzione sancisce la libertà di espressione del pensiero. Ognuno può dire ciò che vuole, dunque, senza ledere il buon costume. Se negli ultimi due giorni questo non è stato leso, o peggio calpestato, è solo perchè a fare notizia sono due personaggi che grazie alle provocazioni e alle sparate hanno costruito la loro immagine: Vittorio Feltri e Mario Borghezio.

Lunedì 25 luglio, in un fondo pubblicato a pagina 3 de “Il Giornale” (http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=12GIET), Feltri ha etichettato i giovani partecipanti al congresso del partito Laburista come “Incapaci di reagire” perchè, a detta sua, Breivik era uno e loro 500, e quindi si sarebbero potuti difendere evitando la strage. Avrebbero dovuto fare come gli animali, che pensano prima al branco e poi al singolo, ma così non è stato. Se ci fossimo trovati a parlare di una situazione diversa, il discorso dell’esperto giornalista sarebbe stato pienamente condivisibile. Qui, però, la vicenda è un’altra: uno squilibrato che spara all’impazzata sulla folla, senza un obiettivo specifico, ma per uccidere il più possibile (alla fine sono morte più di 70 persone). Non ti tratta di egoismo o di egotismo, come dice lui, ma di attimi in cui la razionalità va a farsi benedire. Anche il direttore di Libero Maurizio Belpietro, in quel mai chiarito “agguato” subito lo scorso anno, fuggì rifugiandosi dentro casa, lasciando sola la sua guardia del corpo in balia del presunto aggressore. Chissà se anche a lui Feltri ha parlato di egoismo ed egotismo per essere fuggito, in difesa della propria incolumità.

L’altro personaggio al centro delle cronache è Mario Borghezio, straconosciuto eurodeputato leghista, al centro delle cronache per le continue boutade a cui ci ha abituati. Quella di martedì 26 luglio ha fatto più notizia delle altre, perchè l’esponente del Carroccio ha dichiarato, intervendo a “La Zanzara” su Radio24: “Il “no” alla società multirazziale, la critica dura alla viltà di un’Europa che pare rassegnata all’invasione islamica e financo la necessità di una risposta identitaria e cristiana di tipo templare al dilagare delle ideologie mondialiste, sono ormai patrimonio comune degli europei, fra cui il sottoscritto“. Tradotto: le idee del mostro di Oslo non sono poi così male.

Nel pomeriggio, intervenendo a Radio Ies, Borghezio ha rincarato la dose: “Ho avuto come l’impressione che questa strage sia servita a qualcosa. Io non penso che lo squilibrato abbia agito con queste finalità, ma chiediamoci: come è possibile che uno così noto alla autorità possa girare in questo modo? Io in Europa rappresento la Padania, non l’Italia – continua l’europarlamentare -. Sono secessionista, sono sempre stato votato solo da padani e in liste padane. Mi sento padano, ma ho la carta d’identità italiana e sono rispettoso delle leggi della Repubblica italiana. Io sono contro quelli che magnano a Roma. Io a Roma ce magno molto poco perchè ci vado poco e malvolentieri. Ma tanta gente di Roma mi chiede di creare sezioni padane nella Capitale! Io non odio i romani, che sono bravissima gente, odio la politica romana!“, conclude.

Non voglio aggiungere alcun commento all’idiozia delle loro parole.

Prima di guardare in casa d’altri meglio badare alla propria

Nell’edizione di lunedì 25 luglio di uno dei più importanti giornali britannici, The Indipendent, arriva l’ennesimo attacco al nostro paese. Stavolta, a finire sotto accusa, è nientemeno che l’«ipocrita simpatia» degli abitanti della penisola.

Secondo quanto scrive l’ex corrispondente dall’Italia, Peter Popham, gli inglesi che vengono in vacanza in Italia non devono farsi ingannare da questa arma a doppio taglio, che riesce a penetrare anche la loro anima «burbera e severa». Il nostro è un paese dominato dalle corporazioni, chiuso verso gli immigrati, con le università dominate dai baroni (ma come, non è quello che diceva la Gelmini, ministro del Governo di quel Berlusconi tanto demonizzato?) che danno posti di lavoro ad amici e parenti, continua il giornalista. Per carità, Popham non sbaglia. Anzi, ha ragione su quasi tutta la linea.

Però? Qui è necessario usare questa nota congiunzione, perchè gli inglesi hanno da sempre espresso giudizi di valore sul nostro paese, senza mai badare prima a ciò che accade in casa loro. In questi giorni il loro primo ministro è al centro di uno scandalo di vaste proporzioni che ha coinvolto i vertici della polizia (che si sono dimessi) e che ha portato alla chiusura di uno dei più antichi giornali di cui il Regno Unito disponeva, il News of the World di Rupert Murdoch. «Quest’ultimo – dice Popham – vedrà ridimensionato il suo ruolo all’interno del circolo mediatico dopo quanto accaduto, mentre Berlusconi rimarrà al suo posto e continuerà a trattare l’Italia come un suo feudo privato». Siamo sicuri che il magnate australiano pagherà per quanto accaduto? Lui stesso, nei giorni scorsi, ha più volte ribadito che non lascerà la guida della News Corporation. Le previsioni e i pronostici di un pur bravo e attento giornalista, francamente, lasciano il tempo che trovano.

Noi aspettiamo i fatti, poi valutiamo. Magari, la prossima volta, prima di guardare se l’erba del vicino è più verde, si pensi ad annaffiare la propria. Si fa più bella figura.

La nuova frontiera della sitcom ora coinvolge i trans di Via Gradoli

Si chiamano Carlà (nome che ai più ricorderà qualcosa, o meglio qualcuno), Esmeralda, Minnie e Lady Ritona. Sono le protagoniste di Trans, la nuova sitcom in onda su Internet ambientata a Via Gradoli (Roma) e ispirata neanche a dirlo ai fatti che hanno coinvolto l’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo.

La rivoluzionaria frontiera della web tv all’italiana, definita dallo sceneggiatore e regista Marco Costa «un prodotto studiato per combattere il pressappochismo televisivo, contro il relativismo culturale», è stata presentata al Gay Village giovedì 21 luglio.

Le interpreti sono quattro transessuali sudamericani che «si dividono fra il difficile ma appagante lavoro di prostitute e combattono contro i piccoli grandi problemi della vita». Oltre a loro ci sono anche un pusher cocainomane e un onorevole (il cui nome è Luigi Piersanti), cliente abituale dei trans.

Non mancano scene sarcastiche e c’è addirittura spazio per le risate registrate in sottofondo. Una vera e propria “opera d’arte”, insomma, pronta a far nuovamente parlare di sé.

Viagra, Cialis e Levitra gratis!

Se pensate che il processo breve, la legge sulle intercettazioni telefoniche e la nomina dei nuovi sottosegretari siano inseriti in maniera totalmente sbagliata nell’agenda politica italiana, forse non avete letto questa notizia.

Giovedì 6 maggio, con un’interpellanza parlamentare classificata come “urgente“, 37 deputati di Pdl, Iniziativa Responsabile e Fli hanno chiesto al ministro della Salute di dare gratis il Viagra, il Cialis e il Levitra a chi ha avuto il cancro alla prostata (si fa riferimento solo a chi ha subito l’asportazione della prostata in seguito a un carcinoma). La richiesta nasce da un problema: per questi farmaci “è necessario un piano terapeutico del medico specialista e la loro rimborsabilità deve essere concordata insieme all’azienda titolare del medicinale“. Fin qui, direte voi, tutto bene. Anzi, a ben vedere, è anche un gesto nobile.  Poi si vanno a leggere i nomi di quei parlamentari che hanno o hanno avuto questo tipo di problema, e si trova quello del Presidente del Consiglio. Tra i firmatari della richiesta, inoltre, compare anche Umberto Scapagnini, ex sindaco di Catania ed ex medico personale di Berlusconi. Ma è pura malizia, sia chiaro. Per una volta pensiamo che chi ci governa abbia voluto davvero pensare alla collettività.

Il tutto è poi finito in una bolla di sapone. Il sottosegretario alla salute Francesca Martini ha infatti dichiarato: “La prescrizione di sildenafil, tadalafil e vardenafil (ovvero i tre farmaci citati in precedenza, ndr) per via orale a carico del Servizio sanitario nazionale è limitata ai pazienti con disfunzione erettile da danno transitorio o parziale del midollo spinale o del plesso pelvico, secondo un piano terapeutico specialistico“.

La classe di un uomo straordinario di nome Barack Obama

A me Barack Obama piace. Anzi, è sempre piaciuto, addirittura prima che diventasse Presidente degli Stati Uniti. E l’episodio di cui hanno parlato oggi i giornali e i telegiornali di tutto il mondo rafforza la sua immagine in maniera clamorosa, perchè c’è modo e modo di attaccare l’avversario, ma farlo con classe è la migliore delle strade da percorrere.

Mio padre mi ha insegnato una cosa (perdonate la parolaccia!): “Puoi dire a qualcuno che è uno stronzo in due modi: 1- Glielo dici a brutto muso, rischiando di provocarne la reazione stizzita; 2- Glielo dici con il sorriso, ottenendo lo stesso risultato (quello che gli vuoi comunicare è il fatto che per te sia uno stronzo), e vedrai che magari chi hai davanti rifletterà sulle tue parole“.

Obama ha eseguito alla lettera quanto dice il punto numero 2. Qualche giorno fa Donald Trump, il miliardario considerato uno dei suoi possibili sfidanti nella corsa alla presidenza, aveva messo in discussione le origini americane del Presidente, tanto da costringere il suo entourage a pubblicare su tutti i giornali il certificato di nascita di Barack. Durante la cena con i corrispondenti (classico appuntamento annuale), però, è arrivata la risposta di Obama. “Come diventebbe la Casa Bianca con Trump Presidente? Eccola!“. E parte l’immagine di una White House trasformata in un grande casinò con tanto di piscina idromassaggio nel giardino (in riferimento a una delle principali attività economiche di Trump, attivo nel settore delle case da gioco). Tutto ciò sotto gli occhi del paperone, che ha incassato il colpo senza proferire parola. La simpatica scenetta è stata poi anticipata dal “video della nascita di Obama“, che altro non era che il cartone della Disney “Il Re Leone“.

La grandezza e al tempo stesso la semplicità di uomini straordinari si vede in questi piccoli gesti. E Obama è un uomo straordinario.

Neri che vogliono diventare bianchi

Il sito Internet de “La Stampa” ha pubblicato un articolo interessante, che documenta come sempre più uomini, donne e bambini africani facciano uso di sostanze per sbiancare la loro pelle. Si, avete capito bene. Dite la verità, la prima persona che vi viene in mente è Michael Jackson. Eppure pensate che, dopo la sua morte, si è scoperto che il passaggio dall’essere nero a bianco non è stato “volontario”, ma frutto di una malattia (la vitiligine) che gli era stata diagnostica nel lontano 1984.

Forse memori di quanto accaduto al “Re del Pop“, molti africani ripudiano oggi il colore della loro pelle e cercano lo sbiancamento. Lo fanno utilizzando prodotti che l’Unione Europea ha messo al bando nel 2001, quali “Clair and White“, “X-White” e “L’Abidjannaise“. “Pozioni magiche” che sono irritanti, pericolose per l’ambiente ma, soprattutto, potenzialmente cancerogene, vista la presenza dell’idrochinone (un fenolo usato in dermatologia come depigmentante nel melasma, l’alterazione a livello cromatico della cute, caratteristica della gravidanza) che è presente in percentuali superiori al 5%.

Leggere notizie simili, nel 2011, fa riflettere. Soprattutto se si parla ancora di problematiche legate al colore della pelle. “Gli uomini ci preferiscono così” si giustificano infatti molte delle donne intervistate a riguardo. “Purtroppo non si tratta più di casi isolati – dice la dermatologa Suzanne Oumou Niang dell’ospedale “Aristide Le Dantec” di Dakar – In Giamaica più sei nero più sei puro. In Africa, paradossalmente, avviene il contrario. Queste creme contengono costicosteroidi dagli effetti collaterali micidiali. Il guaio è che si possono acquistare ovunque, senza bisogno di prescrizioni mediche. Provocano acne, smagliature, macchie nere, ascessi, quando va bene. Quando va male, sono causa di retinopatie, diabete e tumori“.

Una possibile soluzione al problema potrebbe essere l’istruzione sanitaria: insegnare agli abitanti dei paesi in questione gli effetti devastanti di questi prodotti può essere un buon inizio. Anche se la soluzione adottata dalla Ue dieci anni fa sembra la migliore.

L’Inghilterra è in trepida attesa per il matrimonio reale. Ma quanto gli costa?

Dagospia l’aveva simpaticamente definita la “Purga Cameron“: la manovra decisa dal primo ministro conservatore che in Inghilterra, entro il 2015, taglierà 81 miliardi, ridurrà i fondi per il welfare di altri 7, brucerà mezzo milione di posti di lavoro pubblici e alzerà l’età della pensione per uomini e donne a 66 anni nel 2020.

Era l’ottobre scorso, sono passati quasi sette mesi, e il focus dell’attenzione mediatica nel regno di Sua Maestà si è spostato sul “matrimonio del secolo” fra William e Kate. Giornali e telegiornali di tutto il mondo (i nostri, manco a dirlo, sono in pole position) ci aggiornano quotidianamente su quanti piatti e bicchieri con le facce dei futuri coniugi sono state vendute, dimenticandosi di dire quanto questo atteso evento costerà alle tasche degli inglesi.

Sebbene il business turistico potrebbe far incassare alla Gran Bretagna circa 600 milioni di sterline, la perdita di giorni lavorativi potrebbe provocare un danno all’economia di ben 5 miliardi. Il 29 aprile, data delle nozze, sarà infatti festa nazionale. Sommati ai festeggiamenti per la Pasqua, gli inglesi avranno a disposizione ben undici giorni di vacanza (tre sono lavorativi, ma in molti hanno sfruttato le arretrate ferie estive in questo periodo), fermando di fatto la produzione.

Ne vale la pena? Finchè i nostri cervelli saranno occupati da notizie inutili e vuote, la risposta è ““.