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Mafia Capitale, indaga anche la Corte dei Conti: Finanza negli uffici del Campidoglio

Gli uomini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza si sono presentati nelle sedi del Dipartimento tutela ambientale, della Protezione civile, dell’Ama e del X Municipio. Per acquisire, su ordine della magistratura contabile, documenti legati a possibili danni erariali in relazione all’inchiesta penale della Procura di Roma sul Mondo di mezzo. Intanto Tronca conferma: “I dirigenti sottoposti a misure cautelari sospesi dal servizio, quelli indagati trasferiti ad altri incarichi”

Campidoglio-675Si sono presentati questa mattina. Su ordine della Procura della Corte dei Conti. Per acquisire documenti contabili collegati allo scandalo di Mafia Capitale. Mentre la giustizia penale fa il suo corso, anche la magistratura contabile si sta muovendo. Per indagare sui possibili danni erariali derivanti dal giro di appalti e fiumi di denaro movimentati da quella che la Procura di Roma, guidata da Giuseppe Pignatone, ha definito una vera e propria “associazione di stampo mafioso”. Così poche ore fa – secondo quanto risulta a IlFattoQuotidiano.it – gli uomini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza hanno fatto visita in diversi uffici del Campidoglio. Dal Dipartimento Tutela ambientale all’ufficio extradipartimentale Protezione civile. Ma anche alla sede dell’Ama, la partecipata incaricata dello smaltimento dei rifiuti di Roma, già al centro dell’inchiesta Mafia Capitale, e del X Municipio (Ostia).

Insomma, se sul fronte penale la giustizia ha già iniziato a fare il suo corso, con le prime condanne – in primo grado – già comminate fra gli altri all’ex assessore alla Casa dell’amministrazione Marino, Daniele Ozzimo (due anni e due mesi per corruzione), ora la vicenda potrebbe avere nuovi sviluppi. Quelli legati al fascicolo aperto dalla Procura della Corte dei Conti per accertare eventuali danni erariali e le relative responsabilità collegati alle condotte criminali dei protagonisti di Mafia Capitale sui quali stanno indagando gli uomini delle Fiamme gialle. Intanto sempre nelle stesse ore, nel corso dell’audizione in commissione Antimafia, il commissario straordinario del Comune di Roma Francesco Paolo Tronca ha spiegato di aver trovato “una realtà bloccata e intimorita, alla quale l’indagine Mafia Capitale ha dato il colpo di grazia.

Perciò “nessuno prende una decisione, nessuno fa una scelta, nessuno mette una firma, molti neppure ricevono e incontrano operatori economici, imprenditori, associazioni, ditte, nessuno segnala criticità o problematiche in atto”, ha spiegato l’ex prefetto di Milano. “Nei confronti dei dipendenti capitolini sottoposti a misure restrittive della libertà personale, sono stati adottati gli atti di sospensione cautelare dal servizio e sono stati attivati i connessi procedimenti disciplinari – ha concluso Tronca – al personale dirigente che risulta indagato, nelle more della definizione del procedimento penale, è stato attribuito un diverso incarico rispetto a quello ricoperto nel periodo dei fatti contestati”. Mentre “il personale non dirigente è stato assegnato presso altri uffici”. Una situazione nella quale potrebbero presto irrompere anche le risultanze dell’indagine avviata dalla magistratura contabile.

(Articolo scritto il 1 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Sanzioni ai dissidenti, Di Pietro sta con Grillo: “Assurde le accuse di fascismo e razzismo, la polizza l’ho inventata io”

Nel 2010 l’allora leader dell’Idv fu il primo a mettere nero su bianco una misura anti-voltagabbana. Da far firmare ai candidati alle Regionali. Con una penale da 100 mila euro in caso di tradimento. Per evitare nuovi casi-Scilipoti. “Giusto punire chi usa il partito come un taxi”, dice l’ex pm di Mani pulite. Che poi dà un consiglio al fondatore dei 5 Stelle: “Stia attento alla forma, altrimenti si rischia un effetto boomerang com’è successo a me. Alla fine sono rimasto cornuto e mazziato”   

di-pietro-675Questa volta Beppe Grillo è arrivato secondo.La ‘polizza anti-voltagabbana’ l’ho inventata io nel 2010 alla vigilia delle elezioni Regionali – dice fiero l’ex leader dell’Italia dei valori (Idv), Antonio Di Pietro, parlando con ilfattoquotidiano.it –. Sono contento che il fondatore del Movimento 5 Stelle abbia preso spunto da me, è giusto che chi viene eletto rispetti il volere popolare. Però mi permetto di dargli un consiglio, anzi due. Innanzitutto ‘voltagabbana’ è chi si fa eleggere in un partito e poi lo lascia per andare in un altro o comunque per farsi gli affari suoi, mentre tutt’altro discorso è avere opinioni diverse all’interno dello stesso partito. Il che invece è ampiamente comprensibile. In secondo luogo, il mio amico Beppe stia attento alla forma: in casi simili, alla fine, si rischia l’effetto boomerang”. Mentre proseguono le polemiche a distanza fra M5S e Pd sul documento che il partito di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio farà firmare ai propri candidati alle comunali di Roma (che prevede una multa da 150 mila euro per i dissidenti), l’ex pm di Mani pulite interviene nel dibattito ricordando il precedente che sei anni fa lo vide protagonista in prima persona. E aggiunge: “Una legge sui partiti? Mi auguro proprio che la facciano. Ma che c’azzecca? Qui il problema è un altro. E si chiama etica”.

Onorevole Di Pietro, dunque Grillo e Casaleggio avrebbero preso spunto da lei. Ma come funzionava la sua ‘polizza’?
In maniera molto semplice: i candidati nelle liste dell’Idv, se eletti, dovevano rimborsare le spese elettorali sostenute dal partito, versando una quota mensile di 1.500 euro che veniva trattenuta dalle strutture territoriali del partito stesso per il suo funzionamento.

In caso di ‘tradimento’?
In che senso? Non è certo un tradimento pensarla diversamente. Altra cosa invece è abbandonare il partito dopo essere stato eletto, fregandosene degli impegni presi con gli elettori. In tal caso era prevista una penale da 100 mila euro. Il motivo è molto semplice: durante la campagna elettorale un partito prende degli impegni politici con i propri elettori e investe sui suoi candidati anche importanti somme di denaro. Ma chi usa il partito come un taxi per farsi eleggere e poi pensare agli affari propri deve essere sanzionato in qualche modo. Altro che vincolo di mandato.

Adesso anche lei verrà accusato di fascismo e razzismo…
Ma che c’entrano il fascismo e il razzismo in questa storia? Si tratta di coerenza.

Dovrebbe chiederlo al Pd, i renziani sono scatenati.
Parliamo dello stesso Renzi che con i suoi voti di fiducia ricatta continuamente il Parlamento, i cui rappresentanti sono stati nominati dalle segreterie di partito grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta, e che se dovessero votare la sfiducia andrebbero a casa e nessuno li ricandiderebbe più? Per favore…

Quindi lei si schiera dalla parte dei fondatori del M5S. O sbaglio?
È ovvio, pur con le suddette precisazioni e anche qualche consiglio in più sul piano tecnico della stesura del documento di  impegno. A Grillo e Casaleggio va la mia solidarietà per gli attacchi che sono stati rivolti loro in queste ore. Partiamo da un presupposto: i cosiddetti ‘voltagabbana’ non solo tradiscono il partito che decide di candidarli, ma soprattutto compiono una vera e propria truffa nei confronti degli elettori. È un fenomeno che va contrastato a tutti i costi. Ma bisogna stare attenti.

In che senso?
Il documento che il M5S farà firmare ai propri candidati andrà stilato stando attenti alla forma, altrimenti si rischia un effetto boomerang, com’è successo a me…

Si riferisce al caso di quel consigliere regionale eletto a suo tempo nelle file dell’Idv in Puglia che, subito dopo il voto, lasciò il partito?
A lui e non solo a lui. Sa com’è finita? Che il giudice ha bollato l’atto di impegno firmato dal candidato come “vessatorio”, e quindi sarebbe stata necessaria una seconda sottoscrizione di conferma. Insomma, un cavillo giuridico che ci ha fatto perdere la causa.

A lei, sei anni fa, nessuno disse nulla?
Ci mancherebbe pure, alla fine sono rimasto cornuto e mazziato. Per questo dico a Grillo di stare attento affinché non succeda pure a lui.

Un fatto curioso. Intanto oggi il Pd, per bocca del vicesegretario Lorenzo Guerini, è tornato a chiedere una legge sui partiti. Cosa ne pensa?
Ben venga, ma servirà davvero a qualcosa? Il nocciolo della questione è l’etica. Se un eletto non sposa più la linea del partito per il quale è stato eletto si deve dimettere e, al giro successivo, si ripresenterà con un’altra formazione. Non fa in continuazione il salto della quaglia. In Parlamento c’è gente che ha cambiato sette-otto volte casacca. Ma si può?

Si riferisce a Dorina Bianchi (Ncd), recentemente nominata sottosegretario alla Cultura?
Lei, ma non solo. A Renzi va bene così. Sempre meglio guardare in casa d’altri che all’interno della propria.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 9 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Giubileo: 159 milioni di euro per Roma, ma a decidere come spenderli sarà solo Renzi

La norma, contenuta nel provvedimento che stanzia risorse per riqualificare la Capitale, affida la gestione dei fondi al presidente del Consiglio. E a nessun altro. Bocciato dall’Aula della Camera un emendamento di Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia) che chiedeva il coinvolgimento del sindaco nelle decisioni. Opposizioni all’attacco. Lombardi (M5S): “Si rischia uno scontro istituzionale senza precedenti se sarà eletto uno dei nostri”. Zaratti (Sel): “Scelta incomprensibile”. Civati (Possibile): “È la logica dell’uomo solo al comando”  

renzi-675C’è chi parla di “deriva plebiscitaria”, chi di “centralismo antidemocratico” e chi, addirittura, paventa il rischio di “uno scontro istituzionale senza precedenti”. Il pomo della discordia sono i 159 milioni di euro (94 per l’anno 2015 e i restanti 65 per il 2016) che il cosiddetto ‘decreto Giubileo’ stanzia tramite un fondo per “la realizzazione di interventi” volti a riqualificare Roma durante l’anno santo straordinario indetto da Papa Francesco. Con particolare riferimento alla mobilità, al decoro urbano e alle periferie. A decidere come verranno spesi i soldi, dice il provvedimento, saranno “uno o più decreti del presidente del Consiglio dei ministri”. Tradotto: solo Matteo Renzi avrà voce in capitolo sulla questione. Mentre saranno esclusi dalla partita il commissario straordinario, Francesco Paolo Tronca, e il nuovo sindaco di Roma, che sarà eletto in primavera. Una circostanza singolare, secondo le opposizioni. Che non a caso hanno cercato di invertire la rotta. Un emendamento presentato dal deputato Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), il quale chiedeva che le risorse fossero ripartite “di concerto” con il primo cittadino della Capitale, è stato però bocciato dall’aula di Montecitorio. A favore della modifica, insieme al partito di Giorgia Meloni, hanno votato anche Forza Italia, Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Sinistra italiana e Alternativa Libera-Possibile. Ma i 158 voti raccolti non sono serviti a farla passare.

QUI COMANDO IO – “Lo reputo un fatto molto grave”, dice Rampelli, “perché dopo la cacciata di Ignazio Marino il governo ha deciso di lasciare al loro posto i presidenti dei municipi e nominare un commissario straordinario, salvo poi scavalcarli completamente nel momento di decidere come e per cosa stanziare questi soldi. Trovo incompressibile – prosegue – che a decidere di un’amministrazione comunale sia il presidente del Consiglio. È l’ennesima testimonianza della deriva plebiscitaria alla quale stiamo andando incontro”, conclude Rampelli. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il M5S. “Oltre al fatto che la cifra stanziata è risibile e arriva con grave ritardo – attacca la deputata Roberta Lombardi – Renzi ha pensato bene di non dare voce al sindaco, espressione del voto popolare, ma di proseguire lungo la strada del centralismo antidemocratico. Roma ha 1,2 miliardi di disavanzo ai quali vanno aggiunti una serie infinita di debiti fuori bilancio con cui il prossimo primo cittadino si troverà a fare i conti. Si rischia uno scontro istituzionale senza precedenti, soprattutto se sarà eletto un sindaco espressione del M5S o delle altre forze di opposizione”.

ONERI E ONORI – “L’impressione è che Renzi voglia scaricare sui sindaci solo gli oneri lasciando per sé gli onori, e quanto previsto dall’articolo 6 del ‘decreto Giubileo’ non è che l’ultima dimostrazione”, spiega Filiberto Zaratti, deputato romano di Sinistra italiana. “È impensabile impegnare dei soldi su questioni come la mobilità, le periferie e il decoro urbano senza ascoltare ciò che ha da dire chi amministra quotidianamente la città – aggiunge –. Non vorremmo che questo fosse il modo per consultare i sindaci amici osteggiando gli avversari”. Per Giuseppe Civati, deputato ex Partito democratico oggi leader di Possibile, “la bocciatura di questo emendamento rientra nella logica dell’uomo solo al comando di matrice renziana, fatta di cambiali in bianco consegnate nelle mani del governo e nella quale gli equilibri costituzionali sono prerogativa di una singola persona. Spero solo – conclude – che alla fine nessuno si lamenti”.

(Articolo scritto il 19 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Basta chiamarli «tifosi»

Dice il vecchio detto che «la mamma del cretino è sempre incinta». È la verità. Lo dicono i fatti. Ce lo insegnano principalmente gli ultimi accadimenti registrati sui campi di calcio, diventati da tempo sfogatoi di rabbia repressa e malcostume. Una settimana fa abbiamo ascoltato, increduli, gli insulti degli ultras del Verona a Piermario Morosini, il giocatore del Livorno tragicamente scomparso in campo lo scorso 14 aprile a Pescara. La società ne ha preso subito le distanze, dedicandogli la giornata di Serie B di sabato 27 ottobre (come si legge sul sito Internet dell’Hellas: http://www.hellasverona.it/moro_sempre_con_noi.php), mentre per 4 tifosi identificati dagli inquirenti è stato applicato il daspo – ovvero il divieto di accedere alle manifestazioni sportive – per i prossimi 5 anni. Ma senza obbligo di firma. Il che fa un po’ sorridere, perché siamo in Italia e sappiamo già come andrà a finire. Poi partiranno i processi. Mediatici, ovviamente. Lì siamo i numeri uno al mondo. Ma andiamo avanti. Perché siccome – recita un altro vecchio adagio – «al peggio non c’è mai fine», ecco che quegli stessi “tifosi” che una settimana fa hanno condannato le deprecabili gesta dei “colleghi” veneti si sono resi a loro volta protagonisti di un’azione ignobile. Venerdì 26 ottobre, pochi istanti prima del fischio d’inizio di Livorno-Cesena (per la cronaca, finita 1-0), gli ultras livornesi si sono girati di spalle mentre veniva ricordato con un minuto di silenzio il caporale Tiziano Chierotti, caduto in Afghanistan il 25 ottobre in uno scontro a fuoco. Ovvio che non c’entri il tifo. Da Verona a Livorno l’unico leitmotiv è l’ignoranza, e nulla più. Non è la prima volta che ci troviamo ad assistere e condannare azioni simili. Ma il passato non ci ha insegnato nulla. Vi ricordate il coltello tirato dagli spalti al giocatore del Parma Dino Baggio in occasione della gara di Coppa Uefa fra gli emiliani e il Wisla Cracovia (giocata in Polonia)? Era il 1999, dodici anni fa, e la formazione allora allenata da Jerzy Kowalik fu squalificata per un anno dalle competizioni europee. E la monetina lanciata dai tifosi della Roma all’arbitro Frisk? 15 settembre 2004, e partita di Champions League (quella fra i giallorossi e la Dinamo Kiev, che a fine primo tempo vinceva 1-0) sospesa. Che dire, poi, del motorino volato giù dal secondo anello di San Siro durante Inter-Atalanta del maggio 2001? E dell’omicidio dell’agente di Polizia Filippo Raciti (derby Catania-Palermo, 2 febbraio 2007)? Infine, in rapida sequenza, l’omicidio di Gabriele Sandri, i danni agli stadi, i cori razzisti, gli striscioni offensivi, i casi di doping, “Calciopoli”, il “calcioscommesse”, un allenatore che picchia un giocatore, giocatori che si picchiano fra loro, tifosi che fanno lo stesso. E lo spettacolo che va a farsi benedire. «Colpa degli ultras», titolano il giorno dopo, a nove colonne, i giornali. Sbagliato. Non sono «ultras», neanche «tifosi». Sono nullità. Cominciamo a chiamarli come meritano, iniziamo a dare un senso ai termini che utilizziamo quando parliamo ogni giorno. Altrimenti non ne usciamo. Non si riescono a contrastare? Falso. Fermarli si può, molti di loro sono conosciuti dalle forze dell’ordine. E allora vanno “stangati”. Non è «stato di polizia», è giustizia. Quella che latita, in un Paese che si professa «democratico», e che andrebbe messa al primo posto. Altrimenti meglio chiudere baracca e burattini.

I soldi o lo sfratto

L’Ente di previdenza per gli impiegati in agricoltura sta avviando procedure di sfratto per i condomini che abitano in stabili di sua proprietà. Motivo: l’opposizione al rinnovo dei contratti di locazione, lievitati del 90% rispetto al precedente accordo. E c’è un “giallo” sui suoi bilanci 

«Vuoi sapere cosa ci hanno detto i loro avvocati nell’ultimo incontro di “mediazione”? Che l’unica concessione che ci possono fare è una rateizzazione in 36 mesi degli arretrati – pure quelli – che dobbiamo pagare. C’è chi deve dargli 10mila euro, e chi 40mila. Ti sembra normale, in un periodo come questo?». A porci queste domande è Giovanna Arcangeli, presidente del Comitato Spontaneo degli inquilini di via Primo Carnera 21, a Roma. Stabile di proprietà dell’Enpaia, l’Ente nazionale di previdenza per gli addetti e per gli impiegati in agricoltura. Una delle tante casse presenti nel nostro Paese, che si trovano a gestire un patrimonio immobiliare di non poco conto: circa 120mila unità, di cui 90mila ad uso abitativo (il 60 per cento è situato nella Capitale). Ma quello dell’Enpaia è un caso a parte, visto che ora molti inquilini degli stabili in suo possesso (tredici) rischiano lo sfratto. Il motivo: l’opposizione al rinnovo del canone di locazione, scaduto a fine 2009, e lievitato dell’80-90 per cento rispetto al precedente accordo (malgrado si tratti di Edilizia economica e popolare). Un aggravio di costi impossibile da sostenere, viste le condizioni in cui versa buona parte dei condomini dei palazzi in questione.

GLI STABILI - Nata nel lontano 1936 come CNAIAF (Cassa nazionale di assistenza per gli impiegati agricoli e forestali), l’Enpaia assume tale denominazione del 1962. Come altri enti previdenziali pubblici, essa fu investita di una funzione sociale ben precisa: quella di risolvere il “problema casa” attraverso la destinazione di una quota significativa dei Fondi per l’acquisto di beni immobili, secondo piani di investimenti sottoposti all’esame e all’approvazione dei Ministeri vigilanti. Immobili che dovevano essere ad uso residenziale ed in favore della classi sociali disagiate. Quello di via Primo Carnera, di cui ci siamo interessati, ha alle spalle una storia su cui si potrebbe redigere un libro. La perizia dell’architetto Francesco Pellegrini ne ha ricostruito le vicende, partendo da un presupposto: lo stabile venne edificato su un’area destinata all’Edilizia economica e popolare (legge n. 167 del 18 aprile 1962) dalla Cooperativa Roma 70 (di stampo democristiano), che aveva a sua volta acquistato l’area stessa dalla Comprensorio Piano di Zona 39 Spa. Il 9 giugno 1984 il Comune di Roma rilascia la Concessione per l’esecuzione dei lavori di un «complesso edilizio». La Soprintendenza della Capitale, il 12 aprile dello stesso anno, aveva però chiesto che fossero apportate delle modifiche al progetto, «al fine di garantire una più idonea tutela della zona archeologica monumentale compresa nel comparto in oggetto». La Cooperativa – fatto singolare – presenta però una «Copia del visto della Soprintendenza» solo quattro giorni dopo (16 aprile). Dunque la Concessione non godeva del nulla osta necessario. Andiamo avanti. Lo stabile in questione viene poi venduto a Nulvi Srl – e non a Parsitalia Spa, una delle potenze immobiliaristiche della Capitale, che si dice disposta a cedere il proprio contratto preliminare di acquisto –, che a sua volta destina tutto ad Enpaia in meno di un anno. Quest’ultima, malgrado nell’articolo 1 del suo Statuto asserisce di essere una Fondazione «senza scopo di lucro», non rende noto il regime di 167 e affitta gli appartamenti a prezzo di mercato. Prima di arrivare due anni fa, come abbiamo visto, ad un aumento del canone di locazione dell’80-90 per cento e a chiedere anche gli arretrati ai suoi inquilini. Nel corso degli anni Enpaia è diventata prima Fondazione privata (legge n. 509 del 30 giugno 1994), ma non ha dismesso entro cinque anni il proprio patrimonio immobiliare come previsto dalla norma – «Non ci sono sanzioni stabilite dalla legge nel caso di mancata dismissione del patrimonio», ci dice l’avvocato Giuseppe Dante, legale degli inquilini –, e poi ente pubblico, secondo quanto deciso dal governo Monti con una legge approvata ad aprile. I contratti di locazione degli stabili sono stati rinnovati tramite un accordo fra i sindacati e l’Enpaia che, a detta degli inquilini, è stato approvato senza il loro consenso. Anche perché difficilmente, di fronte a simili condizioni, qualcuno avrebbe detto «Sì». Segue una domanda: come hanno fatto le parti sociali – Sunia, Uniat, Sicet, Federcasa, Confedilia e Unione Inquilini (che ha successivamente ritirato la firma) –  a sottoscrivere un accordo di questo genere? Semplice: nel Cda di Enpaia, nominato per il quadriennio 2009/2013, ci sono alcuni segretari nazionali di sigle sindacali. Diverse da quelle citate poc’anzi, certo, ma si tratta comunque di un fatto singolare, visto l’accaduto. Oggi nella cabina di comando di Enpaia ci sono Carlo Siciliani e Gabriele Mori, rispettivamente Presidente e Direttore generale dell’Ente. Siciliani, componente della giunta esecutiva di Confagricoltura, è stato anche presidente del Patronato Enapa (Ente Nazionale Assistenza Patrocinio Agricoltori). Mori, invece, ha un passato nella Dc e nell’Inps, ed è stato commissario straordinario dell’Enpals. Non solo: ha ricoperto anche la carica direttore generale di Agrifondo, di Consigliere Comunale e di Assessore al Comune di Roma. Attualmente è pure sindaco di Grottaferrata, comune alle porte di Roma.

IL “GIALLO” DEI BILANCI - Domanda: in che modo l’Enpaia giustifica l’aumento del canone di locazione agli inquilini dei suoi stabili? Risposta: «La garanzia dei diritti dei lavoratori iscritti è conseguita con la redditività degli investimenti mobiliari ed immobiliari». Ciò farebbe pensare che le casse dell’Ente siano in rosso. E invece, stando a quanto si legge nei bilanci che la Fondazione ha pubblicato sul proprio sito Internet (e di cui si parla anche su Previdenza Agricola, il magazine dell’Enpaia) non è così. Nel consuntivo 2011, infatti, è scritto che «nonostante il problematico contesto generale, la Fondazione ha chiuso in utile l’esercizio e presenta una situazione finanziaria tranquilla e con risorse accumulate tali da garantire appieno i diritti previdenziali degli iscritti (…). L’anno si è quindi chiuso, dopo le imposte e gli accantonamenti ai Fondi di riserva, con un utile netto di 1,2 milioni di euro». Questo, invece, quanto dichiarato nel previsionale dell’anno in corso: «I dati del bilancio per il 2012 mettono in evidenza un utile di euro 97.648 dopo aver previsto accantonamenti ai diversi fondi esistenti per complessivamente euro 153.090.944». Ma intorno al nodo dei bilanci c’è un vero e proprio “giallo”. Per spiegarne il motivo va necessariamente fatto un preambolo. Prima del suo fallimento, gli enti previdenziali hanno investito 124 milioni di euro in azioni Lehman Brothers, la banca d’affari finita in bancarotta nel settembre 2008. L’Enpaia, come riporta “L’indagine conoscitiva sulla situazione economico-finanziaria delle casse privatizzate anche in relazione alla crisi dei mercati internazionali” (novembre 2008), è «la Cassa con l’esposizione diretta più significativa in termini assoluti verso Lehman Brothers». Gli investimenti, si legge nel documento, sono «per 45 milioni di euro. La perdita è stata di 36 milioni di euro (70 per cento del valore del titolo) che l’Ente ha portato nel bilancio del 2008 e ripianato con i fondi di riserva». In questo contesto è interessante leggere due audizioni dinanzi la “Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forma obbligatorie di previdenza e assistenza sociale”, a cui hanno partecipato Siciliani e Mori. In quella del 14 aprile 2010, a specifica domanda del presidente di Commissione Giorgio Jannone (Pdl) – «In quale occasione erano stati acquistati questi titoli?» – Mori risponde: «Voglio ricordare che i titoli della Lehman Brothers avevano il rating A3, più dello Stato Italiano. Pertanto – prosegue il direttore generale dell’Enpaia – mi ha sempre fortemente sorpreso il polverone sollevato rispetto ai titoli Lehman Brothers». Il termine «polverone» fa infuriare Elio Lannutti, senatore dell’Idv, che tuona contro Mori: «Non si permetta di dire che si è trattato di un polverone». L’esponente del partito di Di Pietro e Jannone sottolineano poi che malgrado quanto affermato da Mori, secondo cui l’Enpaia ha «fatto fronte alla perdita con i fondi di riserva, quindi il bilancio dell’ente non ne ha assolutamente risentito», le perdite ci sono state «anche se sono state ammortizzate con qualche voce di bilancio». Siciliani, che prende le difese del collega, dice che «la lingua italiana è bizzarra…» (in riferimento alla parola «polverone»), aggiungendo che è «presidente da poco», ma che ha «seguito molte trasmissioni televisive sulla vicenda» (sic!). Nell’altra audizione, datata 21 marzo 2012, si parla proprio della questione del rinnovo dei contratti di locazione. «L’unico nostro grande intervento – dice Mori – è stato quello di sottoscrivere con i sindacati degli inquilini il rinnovo dei contratti agevolati; tali contratti hanno raggiunto un livello di costo inferiore del 30 per cento rispetto al mercato (…). Proprio perché abbiamo la finalità di garantire i diritti dei lavoratori iscritti all’ente, dobbiamo anche avviare delle procedure – se volete forzose – per coloro che non intendono sottoscrivere i contratti». Dunque: Mori dichiara che i contratti sono agevolati, ma dovrebbe spiegare per quale motivo ci sono degli inquilini (lo leggerete più avanti) che arrivano a pagare 1.200 euro di affitto in regime di P.E.E.P. (Piano per l’Edilizia Economico Popolare); e aggiunge che tali accordi «prevedono interventi particolari di canone per i casi sociali che vengono dimostrati». «Cosa che non è assolutamente vera», affermano in coro gli inquilini. Infine: nella stessa sede, Jannone e Lannutti tornano a chiedere ai due dirigenti dell’Enpaia una relazione che illustri la situazione finanziaria dell’Ente, che faccia luce anche sulla retribuzione dei suoi organi collegiali. Relazione che, stando a quanto affermato dai due Onorevoli – che Il Punto ha contattato – non è ancora arrivata sul tavolo della Commissione.

«NOI COMBATTIAMO» - Abbiamo incontrato alcuni condomini dello stabile di via Primo Carnera 21 lo scorso 14 giugno, presso la sede dell’undicesimo Municipio di Roma. Le loro testimonianze, che potete vedere ed ascoltare collegandovi al sito del settimanale Il Punto (www.ilpuntontc.com), pongono l’accento su alcuni aspetti controversi della vicenda. Il signor Daniele, invalido al cento per cento e con moglie e figli a carico, ci ha raccontato che «nello stabile ci sono molti problemi con l’acqua. Da quanto è stato aperto l’Ospedale Santa Lucia, a noi ne arriva di meno. I più “colpiti” sono gli inquilini del settimo e dell’ottavo piano. Spesso non possiamo utilizzare la lavatrice per lavare i panni, o abbiamo problemi se vogliamo fare una doccia». Massimo, invece, è un genitore separato. Non ha perso la forza di combattere «per la mia ex moglie e per i miei due figli. Uno dei quali è invalido al cento per cento, è un bambino autistico. Economicamente la situazione è molto difficile – ci racconta –. Io lavoro in un’azienda che è sistematicamente sull’orlo della cassa integrazione, mentre la mia ex moglie è un’impiegata pubblica. Mio figlio necessita di un’assistenza più che continua, e le spese non sono totalmente coperte dalle istituzioni. Se oggi non sei un libero professionista, difficilmente riesci a gestire una situazione simile. A quanto ammonta il canone di locazione? Circa 1.200 euro al mese». «Io vivo qui dal dicembre del 1987», ci dice la signora Linda, dipendente del Comune di Roma. «Sono separata e ho avuto seri problemi di salute: sono anch’io invalida. Quella che mi trovo a percorrere è una strada in salita. Oggi come oggi non posso permettermi di pagare 800 euro al mese di affitto, a meno che – dice provocatoriamente – la soluzione non sia quella di andare a mangiare alla Caritas. Quando ciò accadrà andrò all’Enpaia: voglio sentire quale sarà la risposta dei dirigenti. Mi auguro che chi di dovere si metta una mano sulla coscienza. Nella speranza che ce l’abbiano». Il 19 giugno, il Sindaco di Roma Gianni Alemanno ha scritto al prefetto Giuseppe Pecoraro e al questore Fulvio Della Rocca a proposito degli sfratti in corso nelle abitazioni di proprietà degli enti previdenziali, fra cui l’Enpaia. Parlando di un «aggravamento dell’emergenza abitativa per tutti i soggetti a basso reddito, che si trovano nella condizione di non poter gestire il rinnovo dei contratti del canone di locazione», Alemanno ha proposto l’apertura di un tavolo per trovare una soluzione. Ma forse ora potrebbe essere troppo tardi.

Twitter: @GiorgioVelardi     

Essere puniti per aver lavorato bene

A Pratola Serra, piccolo comune di 3.700 anime in provincia di Avellino, è successa una cosa che non dovrebbe fare notizia. E cioè che una vigilessa ha fatto rispettare un’ordinanza del sindaco, vietando ad un’auto di parcheggiare in un’area del centro che era stata pedonalizzata per la «festa della polpetta».

In mezzo a casi di malaffare (Roma docet), l’agente che ha fatto il suo dovere è andata però incontro a sanzione disciplinare. Motivo? La suddetta macchina aveva a bordo Giuseppe De Mita (Udc), vicepresidente della giunta regionale campana e nipote del più famoso Ciriaco (ex presidente del Consiglio e più volte ministro), che voleva trionfalmente arrivare a ridosso degli stand senza scendere dalla vettura.

Il rifiuto della vigilessa pare abbia mandato su tutte le furie l’autista di De Mita jr – altra categoria che andrebbe soppressa, quella degli Ncc, arroganti e spocchiosi senza motivo alcuno -, che non è comunque riuscito a spuntarla. Quando il sindaco del paese, centrista pure lui, è venuto a conoscenza dell’accaduto, ha combinato la sanzione alla donna. Forse ora il primo cittadino dovrebbe dimettersi, e con lui Giuseppe De Mita. Perché il rispetto delle regole è condizione che vige per tutti, nessuno escluso. Poi non andiamo a lamentarci se all’estero siamo sinonimo di «malaffare». Il malaffare è gente come questa, che incancrenisce e fa morire l’Italia.
Twitter: @GiorgioVelardi

Violenta lite per un biglietto, un uomo arrestato nel metrò a Termini

articolo a cura di Mirko Carnevale

Grida di dolore, lacrime di rabbia, di indignazione. Un ragazzo giace a terra, in ginocchio, i polsi stretti dietro la schiena da manette di acciaio. Attorno a lui degli agenti di Polizia sotto gli occhi di tutti lo maltrattano, lo gettano per terra, cercano di reprimere ogni suo tentativo di ribellione. Scene di ordinaria disperazione in una metropoli multietnica come Roma.

Sono le 19.50 circa e ci troviamo alla fermata della metro B di Termini, direzione Laurentina. Quel ragazzo, di colore e di corporatura piuttosto importante, avrebbe secondo le prime indiscrezioni varcato i tornelli di ingresso del metrò sprovvisto di biglietto, da qui il legittimo richiamo da parte di uno dei vigilantes che avrebbe però usato dei toni poco garbati, sicuramente non consoni alle norme di civile convivenza. Da qui la lite è degenerata passando dalle parole alle mani, fino all’intervento di altri vigilantes prima, e delle forze dell’ordine dopo, che con la forza hanno cercato di quietare gli animi. Dall’altra parte dei binari, in direzione Rebibbia, alcuni connazionali del ragazzo assistendo alla scena hanno cominciato a gridare e ad inscenare una colorita protesta alla quale alcune guardie giurate in servizio presso la stazione hanno risposto con provocazioni varie, cercando in tutti i modi lo scontro fisico. Fortunatamente ciò non è avvenuto, anche grazie al buon senso dei presenti, sia italiani che stranieri, che hanno cercato di far ragionare i giovani, comprendendo e condividendo la loro indignazione. Nel frangente di tempo, durato circa 10 minuti, i treni in entrata in stazione sono stati preventivamente bloccati, temendo che qualcuno potesse inavvertitamente finire sulle rotaie. Il giovane è stato nel frattempo portato via dalle autorità e alcuni agenti hanno raggiunto sul lato opposto i ragazzi che stavano protestando. Anche qui i poliziotti hanno dimostrato poco buon senso, aggredendo verbalmente i presenti e spintonando una ragazza, anch’essa di colore, fino a farla cadere a terra. Dopodiché, la situazione è tornata alla normalità e nella stazione si è ristabilita la calma.

Queste sono scene che scuotono la mente e fanno riflettere. Viviamo tutti sotto tensione e circondati da disperazione, basta un niente per innescare una scintilla. I regolamenti ci sono ed è giusto che vadano rispettati e fatti rispettare sempre e comunque, ma penso che ciò che più è importante e prioritario rispettare è la dignità umana, anche perché infondo la legge senza l’uomo è solo un mucchio di parole al vento.

La nuova frontiera della sitcom ora coinvolge i trans di Via Gradoli

Si chiamano Carlà (nome che ai più ricorderà qualcosa, o meglio qualcuno), Esmeralda, Minnie e Lady Ritona. Sono le protagoniste di Trans, la nuova sitcom in onda su Internet ambientata a Via Gradoli (Roma) e ispirata neanche a dirlo ai fatti che hanno coinvolto l’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo.

La rivoluzionaria frontiera della web tv all’italiana, definita dallo sceneggiatore e regista Marco Costa «un prodotto studiato per combattere il pressappochismo televisivo, contro il relativismo culturale», è stata presentata al Gay Village giovedì 21 luglio.

Le interpreti sono quattro transessuali sudamericani che «si dividono fra il difficile ma appagante lavoro di prostitute e combattono contro i piccoli grandi problemi della vita». Oltre a loro ci sono anche un pusher cocainomane e un onorevole (il cui nome è Luigi Piersanti), cliente abituale dei trans.

Non mancano scene sarcastiche e c’è addirittura spazio per le risate registrate in sottofondo. Una vera e propria “opera d’arte”, insomma, pronta a far nuovamente parlare di sé.

Un paese che guarda al passato (e non al futuro)

Aprendo quest’oggi i giornali, e leggendo gli aggiornamenti sui siti dei vari quotidiani, sono rimasto colpito da due storie simili fra loro, che testimoniano come il nostro sia un paese ancorato al passato in maniera forte e che non guarda al futuro.

Roma, quartiere San Paolo. È la mezzanotte di venerdì quando un giovane ricercatore della Facoltà di Lettere all’Università Roma Tre viene avvicinato da un gruppo di quattro ragazzi su due motorini. “Sei un camerata?“, gli chiedono. Lui, sorpreso dalla domanda, risponde di sì. Scatta la furia dei quattro teppisti, che lo picchiano selvaggiamente con calci e pugni e lo colpiscono con i caschi. Morale: trentacinque giorni di prognosi, vista una frattura allo zigomo, due al setto nasale e una frattura perioculare. Il 30enne è ora in ospedale, in attesa di essere operato.

Bari, treno che da Matera porta al capoluogo pugliese. Un controllore delle Ferrovie Appulo Lucane avrebbe insultato un extracomunitario che, sprovvisto di biglietto, si sarebbe sentito dire: “Speriamo che venga Hitler, che ti tagli la testa e che ti metta nel forno crematorio“. Un fatto davvero increscioso, una frase di una gravità inaudita. Un passeggero, presente sulla tratta, ha girato un video, pubblicato su “You Tube” dall’associazione “Il grillaio” di Altamura (vedi qui il servizio del “Tg3″). Lo stesso sarà utile per fare luce su quanto accaduto e, in caso di appurata colpevolezza, per un serio provvedimento disciplinare.

Due notizie in cui si percepisce un clima di ritorno agli anni di piombo da una parte, e addirittuta a quelli delle dittature (in questo caso quella nazista) dall’altra. Siamo nel 2011 e usiamo ancora termini quali fascismonazismo, comunismo. La gente non capisce, o meglio fatica a capire, che sono passati svariati decenni da quelle epoche storiche che hanno segnato profondamente la storia del nostro paese. Bisognerebbe evitare di pronunciare ancora certe parole, mettendole in cantina ricoperte dalla polvere. Il comportamento di alcuni nostri politici di certo non aiuta, ma i cittadini guardino avanti e non indietro. Potrebbe essere un buon inizio. Continuando così, sarà al contrario l’inizio della fine.