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La Francia alle urne con l’incubo terrorismo e l’incognita dell’uscita dalla Ue

d2f73543-2c64-4a4b-b6e3-5ac381186587_largeÈ una partita aperta a qualsiasi risultato, che rischia indubbiamente di essere condizionata dall’attentato di tre giorni fa nel cuore di Parigi, l’ottavo dall’attacco alla redazione di Charlie Hebdo (gennaio 2015). Ma le elezioni presidenziali francesi, con circa 47 milioni di elettori chiamati oggi alle urne per il primo turno, nascondono anche un altro significato. Il voto si è trasformato in un referendum sull’Europa e, sullo sfondo, c’è il rischio di una Frexit che secondo gli analisti, dopo l’addio della Gran Bretagna, l’Ue non riuscirebbe a sopportare. L’ultimo sondaggio, realizzato da Odoxa per Le Point dopo l’attacco sugli Champs-Élysées, vede il centrista Emmanuel Macron (En Marche!) in testa con il 24,5% dei consensi, seguito dalla leader del Front National Marine Le Pen che ha guadagnato l’1% (23%), dal repubblicano François Fillon e dal candidato di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, entrambi al 19%. Sostanzialmente fuorigioco Benoît Hamon, candidato di quel partito socialista che paga caro il fallimento di François Hollande. Il fatto che quasi tre elettori su 10 non sappiano ancora se e chi votare la dice comunque lunga sulla portata dello scontro.

Partiamo dagli scenari che gli europeisti considerano catastrofici, ovvero le vittorie della Le Pen o di Mélenchon. Il programma della candidata dell’estrema destra è chiaro: convocazione entro 6 mesi di un referendum sulla Frexit, rifiuto dei trattati commerciali internazionali, abbandono della Nato, espulsione automatica dei migranti irregolari e blocco a 10mila arrivi l’anno, solo per citare i punti salienti. Programma che, non a caso, piace parecchio a quel fronte sovranista italiano rappresentato dalla Lega di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, apertamente schierati con la Le Pen e pronti a cavalcare la sua eventuale vittoria. E che non dispiace al presidente americano Donald Trump, tanto che venerdì negli Stati Uniti molti hanno visto il cinguettio post-attentato del capo della Casa Bianca (“Il popolo francese non sopporterà più a lungo cose del genere. Avrà grosse conseguenze sulle elezioni presidenziali!”) come un assist a “Marine”. Poi come detto c’è il candidato de La France insoumise. Ex militante del partito socialista di François Mitterand, Mélenchon ha lasciato il Ps nel 2008 in rotta con Ségolène Royal. Anche il suo è un modello tendenzialmente protezionista-nazionalista e come la Le Pen, se eletto, “Jean-Luc” vuole rinegoziare con i partner europei i trattati alla base della Ue e dell’euro minacciando ripercussioni (come il congelamento dei contributi francesi al budget europeo) se non fossero soddisfatte le sue esigenze.

Sulla sponda opposta ci sono invece Macron e Fillon. Il primo, a cui guarda attentamente Matteo Renzi, è il solo che difende la Ue nella sua forma attuale. Macron intende rilanciare il motore franco-tedesco, in particolare per approfondire la zona euro con un bilancio autonomo e un ministro delle Finanze, conscio del fatto che tra i sei fondatori della Comunità europea la Francia è il secondo paese più importante e il partner privilegiato della Germania per guidare l’Europa. Fillon, favorito nella corsa all’Eliseo prima di essere travolto dal “Penelopegate” (lo scandalo del presunto impiego fittizio della moglie come assistente parlamentare), ha una visione della Ue più intergovernativa che comunitaria. Critico rispetto ad accordi commerciali come il Ceta, “François” è ovviamente contrario all’ipotesi-Frexit e si è detto pronto a lavorare con Angela Merkel per dotare la zona euro di una “governance politica”. Quattro storie, due destini per la Francia. Anche se per conoscere il vincitore sarà necessario il ballottaggio in programma domenica 7 maggio.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 22 aprile 2017 per La Notizia

L’attacco al Pentagono dell’11 settembre nelle nuove foto dell’Fbi

9-11 Pentagon Emergency Response 3Ventisette scatti inediti di una giornata che gli Stati Uniti e il mondo intero non dimenticheranno mai.

Sedici anni dopo l’11 settembre 2001, l’Fbi ha pubblicato nuove immagini che mostrano gli effetti dell’attacco di al-Qaida al Pentagono in cui persero la vita 189 persone, 125 delle quali lavoravano per il dipartimento della Difesa americano. Molte delle foto diffuse sul sito Internet del Federal Bureau of Investigation (“9/11 Attacks and Investigation Images”) sono state scattate subito dopo l’impatto del Boeing 757 della American Airlines, che in volo tra Washington e Los Angeles era stato dirottato dai terroristi fedeli a Osama bin Laden.

Nelle immagini si vede l’edificio sede del quartier generale del Dipartimento della difesa Usa in fiamme, i pompieri che combattono contro l’incendio, l’arrivo dei soccorsi. Altre foto, stavolta aeree, mostrano invece l’enorme voragine lasciata dall’impatto della fusoliera sul lato occidentale dell’edificio, all’altezza del primo piano. In altre ancora ci sono gli investigatori tra le macerie e scorci dell’interno distrutto. L’aereo che colpì il Pentagono fu dirottato tra le 08.51 e le 08.54, pochi minuti dopo che un altro velivolo dell’American Airlines si era schiantato contro il World Trade Center. 

Infrazioni europee, Italia ai primi posti in classifica: già versati a Bruxelles oltre 180 milioni di euro di multe

Tanto ci è costato finora il mancato rispetto delle regole Ue secondo i calcoli di Openpolis. Ottanta milioni spesi solo per il caos riguardante discariche e rifiuti. Altri 53 per gli aiuti di Stato a imprese che non ne avevano diritto. Nell’anno in corso i procedimenti aperti nei confronti del nostro Paese sono 82. Il 18% riguarda la materia ambientale

commissione-675Un andazzo non certo edificante, che finora è costato all’Italia la bellezza di 183 milioni di euro di multe e sanzioni. Parecchi soldi. Che pure il nostro Paese avrebbe potuto risparmiare se solo avesse rispettato le regole. Evidentemente così non è stato tanto che oggi, nonostante un calo certificato, siamo ancora uno degli Stati membri dell’Unione europea con il maggior numero di procedure di infrazione aperte. Sono 82 in totale i casi che attualmente riguardano il Belpaese: 60 per violazione del diritto dell’Unione europea e i restanti 22 per mancato recepimento di direttive. Certo, va meglio se confrontiamo questo dato con quelli che fanno riferimento agli anni scorsi: a fine 2010, per esempio, i procedimenti aperti nei confronti dell’Italia erano 128, scesi a 99 nel 2012 fino a toccare gli 89 nel 2015 e, appunto, gli 82 nei primi sei mesi dell’anno in corso.

COME TE NESSUNO MAI – Ovviamente questo trend al ribasso non basta, considerando soprattutto il fatto che dal 1952 ad oggi, secondo i dati della Corte di giustizia europea elaborati dall’associazione Openpolis, l’Italia è il paese che più spesso è finito davanti alla corte con 642 ricorsi per inadempimenti. Nessuno ha fatto peggio visto che Francia e Grecia, che si piazzano subito dietro di noi staccando Germania e Spagna, si sono fermate rispettivamente a 416 e 400 ricorsi. In totale, quindi, dei 3.828 ricorsi arrivati alla Corte di giustizia europea negli ultimi 63 anni, il 16,77% ha riguardato l’Italia. Nel dettaglio, delle 82 infrazioni che attualmente coinvolgono il nostro Paese, il 18,29% è in materia ambientale mentre un 9,75% riguarda affari interni. Nei primi sei mesi del 2016 le infrazioni aperte sono state 14, tutte ancora nella fase della messa in mora e tutte (tranne due) per mancato recepimento di direttive Ue.

RISPONDERE PREGO – Al calo delle infrazioni fa però da contraltare l’aumento dei casi Eu Pilot nei confronti dell’Italia. Si tratta nello specifico di un sistema lanciato nel 2008 che rappresenta il meccanismo di risoluzione dei problemi di implementazione del diritto dell’Ue e di scambio di informazioni tra la Commissione e gli Stati membri, concepito per la fase antecedente all’apertura formale della procedura di infrazione. Se nel 2012 i casi che ci riguardavano da vicino erano 107, nel 2013 sono aumentati a 122 e nel 2014 hanno raggiunto quota 128. A fine 2015 il nostro risultava essere il Paese più coinvolto con 139 casi sui 1.348 totali (il 10,3%). Gli Stati membri della Ue hanno 70 giorni di tempo per rispondere ai reclami Eu Pilot: in media l’Italia risponde in 78. Solo tre paesi fanno peggio: Danimarca (81), Cipro (93) e Francia (95).

FUORI I SOLDI – Il mancato rispetto delle regole europee, come detto, ci costa parecchio, tanto che fino a questo momento l’Italia ha versato nelle casse di Bruxelles oltre 180 milioni di euro. Ad oggi invece stiamo pagando per quattro procedure d’infrazione. La prima risale al 2003 e riguarda la non corretta applicazione di tre direttive: una sui rifiuti, un’altra sui rifiuti pericolosi e un’altra ancora sulle discariche. In totale, negli anni l’Italia ha pagato solo per questo motivo 79,8 milioni di euro: l’infrazione più dispendiosa per il nostro Paese. Ma ad esserci costata particolarmente cara è stata anche la violazione relativa ai contratti di formazione lavoro. In questo caso è arrivata la condanna per gli aiuti di Stato alle imprese nel periodo compreso fra il 1995 e il 2001 per contratti di formazione lavoro ad alcune categorie di lavoratori che non ne avevano diritto in base alle regole comunitarie. Il conto? Anche stavolta molto salato: 53 milioni di euro. Le ultime due infrazioni sono quelle per il mancato recupero degli aiuti concessi a favore delle imprese nel territorio di Venezia e Chioggia, 30 milioni, e per l’emergenza rifiuti in Campania, 20 milioni.

(Articolo scritto il 13 luglio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Ungheria, fra insulti ai rom e nuova legge elettorale

Viktor-OrbanL’Ungheria continua a far palare di sé in negativo. L’ultima notizia che arriva dal Paese guidato da Viktor Orbán è quella che riguarda Zsolt Bayer, esponente di Fidesz, il partito del premier, secondo cui bisogna «eliminare gli animali zingari». Di professione giornalista e molto vicino allo stesso Orbán, dalle colonne del Magyar Hirlap Bayer Bayer ha aggiunto che i rom «non sono degni di vivere come esseri umani» perché «fanno i loro bisogni dappertutto» e sono degli «assassini». Non si tratta comunque del primo episodio di razzismo che coinvolge l’Ungheria. Pochi giorni fa la Fifa, la Federazione calcistica internazionale, ha deciso che la nazionale guidata da Sándor Egervári giocherà a porte chiuse il prossimo match di qualificazione a Brasile 2014 a causa «dei cori antisemiti uditi più volte» durante una partita amichevole disputata nell’agosto 2012 contro Israele. Più in generale, comunque, è la situazione interna al Paese a preoccupare le organizzazioni internazionali. Lo scorso 4 gennaio la Corte suprema ha giudicato incostituzionale la nuova legge elettorale approvata in Parlamento tre mesi fa, che prevedeva – secondo gli oppositori – un meccanismo studiato ad arte per permettere al centrodestra di vincere nuovamente nel 2014. Il pomo della discordia era la necessità di una pre-registrazione per esercitare il diritto di voto da effettuare entro quattordici giorni dalla data delle consultazioni. Il tutto mentre gli studenti hanno annunciato che, se il premier non farà dietrofront sul progetto di riforma dell’Università, daranno vita a manifestazioni ad oltranza.

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Elezioni alle porte, Europa nel mirino – da “Il Punto” del 21/12/2012

monti_merkel_getty_02Sono finiti i tempi del «ce lo chiede l’Europa». Sostituiti dal ritorno in campo (sì-no-forse) di Berlusconi; dalle politiche «germanocentriche» di Monti (copyright del Cavaliere) che vanno riviste; dallo spread che è «un imbroglio»; dall’andare oltre l’agenda del Professore perché «alle primarie ha vinto quella di Bersani» (Vendola dixit); dal fare in modo che quanto è accaduto in questi mesi non sia reso vano ma anzi si faccia, per dirla col gergo musicale, il bis (è ciò che pensa il trio Casini-Fini-Montezemolo). Con le elezioni alle porte il tema del rapporto fra il nostro Paese e i partner europei, Germania su tutti, è all’ordine del giorno. E non sempre i toni sono rassicuranti. A destra come a sinistra – tranne che al centro, per i motivi che ben conosciamo – si discute, ci si agita, si minaccia il compimento di gesti estremi. Nel Pdl il ritorno di Berlusconi ha spaccato il partito. Soprattutto, ha fatto sobbalzare dalla sedia quegli esponenti che dell’europeismo hanno fatto da sempre il loro cavallo di battaglia. L’ex ministro degli Esteri Franco Frattini e il capogruppo del Pdl al Parlamento europeo Mario Mauro hanno alzato le barricate. Il primo ha fatto sapere che «se il Cavaliere fa una campagna anti-Unione europea io mi ritiro». Il secondo, che sarebbe addirittura il “manovratore” del capogruppo del Ppe Joseph Daul – che nei giorni scorsi ha detto «no» alla «politica-spettacolo» in Italia, aggiungendo che far cadere il governo Monti è stato «un grave errore» – ha invece dichiarato che «pensare di scaricare sull’Europa le mancate riforme che attengono a precise responsabilità politiche del nostro Paese è una scorciatoia da non prendere». Di più: l’entusiasmo per il ritorno al dialogo fra Pdl e Lega, condizionato dalla decisione di Berlusconi di candidarsi a Palazzo Chigi (Maroni è contrario), fa mettere da parte (volutamente?) un passaggio fondamentale: il Carroccio sta raccogliendo le firme per un referendum su euro ed Europa. «Sosteniamo che un referendum consultivo sul mantenimento della moneta unica sia la strada più corretta per rendere più democratica la costruzione dell’integrazione comunitaria e per far decidere in prima persona ai popoli che tipo di moneta vogliono», fanno sapere da via Bellerio. Poi c’è l’altra metà del campo. Perché anche Pier Luigi Bersani, per utilizzare il suo slang, ha le sue gatte da pelare. Il segretario del Pd è stato chiaro: «La mia ricetta contro la crisi ricalca quella di Monti più qualcosa. Sì al rigore, accompagnato da equità e crescita». Ma, come detto in precedenza, Nichi Vendola non viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. «Se c’è l’agenda Monti io non ci sto – ha tuonato il leader di Sel –. Se abbiamo fatto le primarie per scherzo dobbiamo dirlo al nostro popolo». Apriti cielo. Infine, ci sono Beppe Grillo e Mario Monti. Il leader del M5S, fra epurazioni ed editti via web, solo un mese fa è tornato a parlare di Bruxelles come di «un luogo che assomiglia a un club Med, un dolce esilio dei trombati alle elezioni nazionali». E “Super Mario”? Tutti lo vorrebbero ancora a capo del governo italiano. E quei “tutti” sono Hollande, Merkel, Obama, Barroso, Van Rompuy, Rehn… In alternativa, pare sia pronta per lui la presidenza dell’Eurogruppo, pianoB a cui si lavora da tempo («È una personalità europea di primo piano, sarebbe perfetto», affermava nel marzo scorso l’attuale numero uno, Junker). In un quadro simile, le «regole d’oro» del Fiscal compact incombono – entreranno in vigore il 1° gennaio 2013. L’unica certezza in mezzo a tanta confusione.

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Libertà è partecipazione – da “Il Punto” del 7/12/2012

Colloquio con Frank La Rue, il relatore speciale dell’Onu per la protezione della libertà d’espressione e di stampa. «Quella del giornalista dovrebbe essere la più libera di tutte le professioni, credo che la diffamazione vada depenalizzata. Il governo Monti? È di transizione e deve fare scelte precise. A breve chiederò un incontro ufficiale»

«The worst case». Il caso peggiore. Frank La Rue, il relatore speciale dell’Onu per la protezione della libertà d’espressione e di stampa, usa queste tre parole quando parla dell’Italia. Focalizzandosi, in particolare, sulla concentrazione del potere mediatico nel nostro Paese. Lo abbiamo incontrato la scorsa settimana, durante una visita-lampo a Roma. Il suo nome è legato a doppio filo alle nomine all’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, avvenute nel giugno scorso. Il 27 aprile, due mesi prima che le stesse fossero formalizzate, La Rue inviò una lettera al sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura. Scrisse: «Vorrei ribadire la mia preoccupazione relativa alla procedura istituita dal Parlamento italiano per la nomina dell’autorità di regolamentazione dell’Agcom, che dovrebbe essere assolutamente indipendente. Invito il governo italiano e il Parlamento – proseguiva la missiva – ad aprire il processo di nomina al pubblico», fornendo «le informazioni sui candidati sulla base dei programmi, tenendo consultazioni con la società civile come un segnale forte di trasparenza e di partecipazione aperta». Elementi che, insieme alla libertà di espressione, «sono fondamentali di ogni società democratica». La Rue concludeva dicendo: «In quanto relatore speciale Onu, vorrei offrire il mio sostegno e la cooperazione tecnica per queste iniziative. Sarei più che felice di viaggiare in Italia per assistere e rafforzare questo processo».

Che ne è stato del suo appello?

«Nessuno ha mai risposto. Speravo che con l’esecutivo guidato da Mario Monti potesse avvenire una rottura con il passato. Magari considerando i diritti umani una priorità. Invece tutto è rimasto com’è».

Perché, secondo lei?

«Non amo fare commenti parlando in generale, mi piacerebbe invece venire in visita ufficiale per investigare meglio ed essere più preciso…».

Nella sua ultima relazione, ad ottobre, lei cita l’Italia una sola volta. È sotto la dicitura «Country visits – Pending requests». Fra parentesi una data: 2009. Allora c’era Berlusconi…

«Ho chiesto diverse volte al suo governo un incontro ma, semplicemente, non c’è mai stata nessuna risposta. Ogni volta dicevano che ero il benvenuto ma dovevo aspettare il momento giusto. Che non è mai arrivato. Ora sto pensando di chiedere a questo governo di organizzare un incontro ufficiale. Vedremo quale sarà la risposta ma spero accetteranno perché in un periodo di transizione bisogna rafforzare i diritti e la partecipazione dei cittadini. Ciò può portare grandi benefici alla democrazia e al governo stesso».

Freedom House ha detto che dopo la caduta del governo Berlusconi in Italia c’è una maggiore libertà d’informazione. È davvero così?

«Credo ci sia una maggiore libertà di stampa, perché Berlusconi ha perso parte del suo controllo ed è una cosa buona. Però nel vostro Paese ci sono diversi punti critici…».

Quali, per esempio?

«Penso che l’Italia debba deregolamentare il fatto che ogni giornale e ogni forma di mezzo di comunicazione deve essere registrato. Per me questa è una violazione della libertà di espressione e della libertà di stampa. In molti Paesi del mondo non ci sono queste regole riguardo la registrazione, in particolar modo per ciò che riguarda i giornalisti. Nonostante sia importante, la professione non deve essere vincolata ad un particolare titolo di studio: il giornalista deve studiare ed essere preparato, ma questa non deve essere una condizione vincolante. I cronisti, poi, non devono essere obbligati a costituire un’organizzazione professionale, come succede in alcuni Stati. Si tratta di un’altra violazione della libertà di espressione. Personalmente credo nelle associazioni della stampa, ma non ci deve essere obbligatorietà».

In Italia accade tutto il contrario di quanto lei afferma…

«Quella del giornalista dovrebbe essere la più libera di tutte le professioni. Pensi al caso del citizen journalism, i cittadini-giornalisti. In situazioni particolarmente critiche, come il terremoto in Giappone o la guerra in Siria, ci sono persone che si armano di videocamera o cellulare con fotocamera e scendono nelle strade a documentare la situazione, postando poi sul web i loro contributi. Queste persone dovrebbero essere protette esattamente come i giornalisti di professione. Il fatto che in Italia ci siano delle condizioni per essere un giornalista e dei regolamenti per aprire un mezzo di comunicazione non è positivo. Queste sono solo reminiscenze del passato».

Nelle ultime settimane si è dibattuto molto di diffamazione, di mandare in galera i giornalisti ma non i direttori etc… Una matassa complicata da sbrogliare. Qual è la sua opinione in proposito?

«Credo che la diffamazione debba essere depenalizzata, rimanendo solo passibile di azione civile ed avere dei limiti. Non ci dovrebbe essere neanche la sanzione economica. Al limite, se proprio ci deve essere una multa, dovrebbe trattarsi di una somma simbolica. La diffamazione è usata come una forma di intimidazione, gli inglesi lo definiscono chilling effect».

Insomma, lo Stato che dovrebbe proteggere i giornalisti in realtà li sottopone a un “ricatto”…

«Una delle cose che mi spaventano è che nel mondo vedo aumentare i pericoli per i giornalisti: a quello di persecuzione legale sulla base della diffamazione si affiancano i crimini religiosi e un aumento di aggressioni fisiche ed uccisioni. Se il giornalismo diventa una professione così pericolosa, l’obbligo di un Paese  dovrebbe essere quello di proteggere particolarmente i giornalisti, non metterli ancora più in pericolo. I cronisti dovrebbero essere protetti in maniera speciale per il servizio che offrono alla società».

In Italia non abbiamo una legge sul conflitto di interessi…

«Io credo nei media pubblici, che devono essere assolutamente indipendenti. Di conseguenza, gli organi dirigenziali non devono essere eletti dal governo e ancora meno dal primo ministro, e devono essere assolutamente sganciati da tutti i partiti politici. L’Italia dovrebbe imboccare questa strada. Per questo, ad aprile, ho chiesto di essere invitato durante il processo di elezione dei membri dell’Agcom. Ma, come ho già detto, nessuno mi ha mai risposto e la nomina è avvenuta seguendo le solite regole. Questo non va bene».

Perché non si è provveduto ad un vero cambiamento?

«Forse perché qualcuno ha avuto paura di cambiare le regole. Credo invece che questo sia il momento per fare dei cambiamenti, ma ci vuole coraggio. Un governo di transizione deve fare una scelta: essere di passaggio per arrivare alla prossima legislatura oppure decidere di organizzare un cambio di passo, anche se questo può richiedere del tempo».

Avrà sicuramente letto della candidatura del giornalista americano Wolfgang Achtner, che si è proposto per la guida del “Tg1” senza ricevere alcuna risposta dal Consiglio di amministrazione della Rai. Cosa ne pensa?

«Credo che come non ci dovrebbero essere condizioni per praticare il giornalismo non ci dovrebbe essere neanche una “nazionalita” che lo impedisca. Basta citare il caso dei corrispondenti esteri. Se questi possono riportare le notizie dagli altri Paesi perché non possono anche lavorare per un media estero, sia esso pubblico o privato? Non c’è niente di male. Una sentenza della Corte dei diritti umani interamericana ha riguardato proprio un giornalista straniero che era andato in Costa Rica, dove non gli era stato permesso di fare il suo lavoro. Il verdetto ha stabilito invece che lui doveva poter svolgere la sua professione, perché non ci devo essere condizioni per fare il giornalista».

Grecia, nel 2012 la metà delle aziende ha tagliato gli stipendi – da “Il Punto” del 23/11/2012

Le proteste continuano ad infiammare Atene e le altre città della Grecia. Ma quel che è peggio sono i dati che arrivano dal paese più colpito dalla crisi che sta flagellando l’Europa. Il tasso di disoccupazione è salito ad agosto al 25,4 per cento, mentre solo un anno fa, nello stesso periodo, era a quota 18,4. Poi c’è quello che riguarda i giovani (15-24 anni) e le donne senza lavoro: 58 per cento nel primo caso, 33 nel secondo. In tutto ciò, le nuove misure di austerity volute dalla troika (Bce, Fmi ed Unione europea) continuano a far precipitare la situazione. Tanto che nel 2012 circa il 50 per cento delle aziende greche è ricorso a tagli degli stipendi e riduzioni del personale. A rendere nota la notizia è stato il quotidiano Kathimerini, che nell’edizione del 15 novembre scorso ha pubblicato i dati di uno studio che la compagnia Aon Hewitt (specializzata nella consulenza per la gestione delle risorse umane) ha condotto su 165 imprese. Le multinazionali, invece, hanno resistito, visto che solo il 9,1 per cento ha ridotto i salari e il 17,9 ha licenziato i dipendenti. Sempre il quotidiano conservatore ha fatto sapere che a breve la metà dei 30 traghetti che partono dai porti del Pireo, Lavrio e Rafina, potrebbe essere temporaneamente soppressa a causa dell’elevato costo del carburante – che negli ultimi tre anni è lievitato del 107 per cento – che le compagnie di navigazione non riescono più a pagare. Dal 2009 al 2011, aggiunge ancora Kathimerini, il settore della navigazione marittima costiera ha accumulato debiti per oltre un miliardo a causa della crisi.

Twitter: @GiorgioVelardi

Il fallimento delle fusioni a freddo – da “Il Punto” del 5/10/2012

C’erano una volta Pdl e Pd. I due partiti che alle ultime elezioni politiche (2008) raccolsero, sommandoli, il 71 per cento dei voti degli italiani. Soggetti nati per evitare l’ingresso in Parlamento di “partitini” e ali estreme (colpevoli di minare l’italica ossessione bipolare) e per dare l’idea di solidità, indivisibilità, uguaglianza di vedute. È accaduto l’esatto contrario. Non solo sotto il profilo numerico – dopo il caso-Lazio le due formazioni raccolgono insieme circa il 45,5 per cento dei consensi – ma soprattutto sotto quello programmatico. Alzi la mano chi ha capito quali siano, ad oggi, le proposte di Pdl e Pd in vista del ritorno alle urne (e faccia lo stesso anche chi ha compreso la linea di Casini, al di là del «Monti dopo Monti»). Da una parte, quella del Pdl, le stravaganti esternazioni di Berlusconi stanno gettando nel caos più completo un partito già ampiamente in confusione, rischiando di vanificare gli sforzi internazionali del presidente del Consiglio. Dall’altra c’è un Pd che con Bersani propone la patrimoniale, sconfessando una parte del lavoro dei tecnici (eppure la fiducia ai provvedimenti l’hanno votata anche loro), e con Renzi loda Marchionne. Insomma, il Popolo della Libertà e il Partito democratico sono un fallimento per la politica italiana. E la causa dell’accaduto non è nemmeno di difficile reperibilità: l’aver voluto mettere sotto lo stesso tetto, forzatamente, uomini e donne con un passato e con idee diverse. In alcuni casi addirittura agli antipodi. Prendiamo il dibattito in corso fra i democrat riguardo le alleanze e i matrimoni gay. In un angolo c’è la componente cattolica dello schieramento, quella formata principalmente da Giuseppe Fioroni e Rosy Bindi, che si oppone alla volontà di Nichi Vendola di sposare il suo compagno (dunque alle unioni fra persone dello stesso sesso) e che di fatto preferirebbe un accordo con i «moderati». Nell’altro ci sono i vari Ignazio Marino, Sandro Gozi e Paola Concia che la pensano all’opposto (ricordate quanto accaduto a luglio nel corso dell’Assemblea nazionale del partito?). Lo stesso discorso può essere allargato all’eventuale Monti-bis, visto che un gruppetto di deputati e senatori – che comprende Tonini, Morando, Ichino e Gentiloni – è favorevole ad un governo politico guidato da “Super-Mario”. Nel Pdl c’è invece l’eterna questione degli ex An: restano, se ne vanno, scindono, si accordano al ribasso, dicono «basta» ma poi assorbono come spugne le stilettate dei forzisti. La fusione fra il partito che nel 1994 segnò la “discesa in campo” di Berlusconi e la creatura di Gianfranco Fini è stata una iattura. L’inizio della fine, sia delle politiche “liberali” di Forza Italia – se mai si siano viste – che della costruzione di una destra di stampo europeo da parte degli eredi del Movimento sociale italiano. Quel che è successo dopo è cosa nota. Il presidente della Camera cacciato in plenaria insieme a tutta la sua “banda”, la formazione di Fli, le campagne di certa stampa vicina a Berlusconi e la vicenda della casa di Montecarlo, che ha vissuto l’ennesimo atto una settimana fa. In tutto ciò, ovviamente, le Camere sono rimaste impantanate, prima delle manovre lacrime e sangue varate in fretta e furia dai “professori” per evitare danni irreparabili. In uno scenario simile c’è, paradossalmente, il rischio di rivivere una stagione tale e quale. Ecco perché Beppe Grillo, alla fine di ogni intervento sul suo blog, scrive: «Ci vediamo in Parlamento, sarà un piacere».

Twitter: @GiorgioVelardi

Patto anti-scissione – da “Il Punto” del 28/09/2012

Il piano per evitare che il partito imploda a causa del passo indietro degli ex An. Che starebbero trattando con il Cavaliere seggi “sicuri” alla Camera alle prossime elezioni. Gli ex ministri sono in fibrillazione: hanno paura di non essere ricandidati

«Berlusconi è diventato come un taxi: tutti vogliono salire a bordo della sua auto. E il giorno dopo le elezioni, ottenuto ciò che volevano, i suoi “passeggeri” scenderanno in blocco. Anche perché, come lei capirà, questa è l’ultima occasione in cui il Cavaliere potrà far eleggere qualcuno». Comincia così il colloquio de Il Punto con un ex esponente del Pdl che svela le grandi manovre interne al partito. Rivelazioni che arrivano nel giorno in cui la situazione nel Lazio precipita quasi fino a schiantarsi, con Berlusconi chiamato alla personale “discesa in campo” – in attesa che dica ufficialmente se sarà o meno della contesa per le politiche del 2013 – per evitare l’effetto domino ad un mese dalle elezioni in Sicilia e con le comunali di Roma alle porte (senza dimenticare la Lombardia, dove tra Roberto Formigoni e la Lega Nord è in atto una tregua armata).

ACCORDI E COMPROMESSI - «Ovviamente – aggiunge il nostro interlocutore – fra quelli che usufruiranno del passaggio di Berlusconi ci sono anche gli ex An». Pomo della discordia da mesi, nelle segrete stanze di via dell’Umiltà. Sempre prossimi alla scissione, spesso contrari alle linee guida del partito, i discendenti del Movimento Sociale non hanno mai nascosto il loro malumore, complici anche le dichiarazioni al vetriolo di qualche ex forzista della prima ora come Nunzia De Girolamo («Meglio Renzi di La Russa e Gasparri», ha fatto sapere la deputata campana) e Giancarlo Galan, e le lotte intestine fra le correnti. Ma se il Pdl sembra già sull’orlo del baratro, l’ennesima diaspora – dopo aver già perso 80 fra deputati e senatori dall’inizio della legislatura, come vi avevamo raccontato la scorsa settimana – segnerebbe la morte definitiva del partito. Fra l’altro alla fine di ottobre si voterà in Sicilia. Una Regione strategica nei piani di Berlusconi, dove il Popolo della Libertà ha deciso di appoggiare il candidato de La Destra Nello Musumeci. Quindi meglio evitare cataclismi e scendere a compromessi. Quali, per esempio? «Pare che gli ex An abbiano già chiesto al Cavaliere circa 20 seggi alla Camera in vista delle prossime elezioni. Prima i numeri erano più alti – si parlava di 50 posti –, poi però il rischio di una scissione postuma ha portato ad un ridimensionamento». Dunque le polveri sembrano poter prendere fuoco, malgrado i tentativi dell’ex premier di tenere serrate le fila e dare la parvenza di solidità e compattezza.

PAURA FRA GLI EX MINISTRI - Il Pdl oscilla, nei sondaggi, fra il 17 e il 21%. Alle elezioni del 2008 raccolse il 37,38% (conquistando 276 seggi alla Camera e 146 al Senato), alle Europee di un anno dopo il 35,3, staccando di quasi 10 punti il Pd. Oggi le statistiche dicono altro. Fotografano una realtà fatta di scandali, dimissioni, cambi di casacca e fallimenti, vedi quello del segretario Angelino Alfano (che non ha saputo risollevare le sorti del partito malgrado la personale investitura di Berlusconi). Il rischio è quello, per utilizzare un’espressione in voga da qualche mese a questa parte, di andare incontro ad una spending review elettorale senza precedenti, perdendo più di un terzo dei seggi. E a temere maggiormente ci sono i pesci grossi. Non è un caso, dunque, che solo poche settimane fa in un’intervista a Il Mattino Fabrizio Cicchitto abbia dichiarato che «un terzo dei parlamentari va scelto dai partiti con i listini bloccati. Di questo strumento si è fatto un pessimo uso – spiegava il capogruppo alla Camera dalle colonne del quotidiano campano –, ma senza di essi una serie di parlamentari di alto livello non sarebbero entrati o non entrerebbero più in Parlamento. Serve equilibrio, non demagogia». A questo proposito, la nostra fonte afferma: «Ci sono ex ministri che temono non solo per la loro rielezione, ma addirittura per la ricandidatura. È emblematico il caso della Lombardia, anche se in tutto il Nord ci sarà un crollo». Piccola digressione, necessaria per spiegare chi rischia davvero fra Milano e dintorni. Nella circoscrizione 1, ad esempio, sono inseriti Ignazio La Russa, Maurizio Lupi, Paolo Romani e Gianfranco Rotondi; nella 2 l’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini; nella 3 un ex An di lusso come Massimo Corsaro. Ma la Regione governata da Formigoni non è l’unica fonte di preoccupazione per i “senatori” del Pdl. «In Veneto (circoscrizione 2, ndr) è stato eletto Renato Brunetta. Con l’aria che tira sembra però che ora voglia candidarsi in Campania, in virtù di una casa che possiede a Ravello (comune in provincia di Salerno, ndr)». Un luogo che l’ex ministro della Funzione pubblica ha nel cuore: è quello dove, nel luglio 2011, ha sposato Titti Giovannoni. E dove ormai è di casa: chiedere per credere all’Hotel Bonadies, che Brunetta ha definito «la mia seconda famiglia». Più in generale, «sono in molti quelli che cercano di spostarsi. Il Lazio era un bacino solido, ma dopo quanto accaduto recentemente è venuto meno. Insomma, si stanno muovendo le tombe di famiglia pur di conservare il posto», conclude ironicamente l’interlocutore.

CARO “PORCELLUM”… - Dal palco di Atreju Angelino Alfano ha rassicurato tutti: la legge elettorale si farà entro la prima decade di ottobre. Anzi, ha incalzato il segretario, «chiediamo a coloro i quali in modo indiretto stanno difendendo il “Porcellum” di farlo pubblicamente». Peccato che, a ben guardare, sia proprio il Pdl a trarre i maggiori vantaggi dal mantenimento dell’attuale sistema di voto. I tempi per l’approvazione stringono, e il fatto che dopo mesi di trattative e di richiami del Capo dello Stato la situazione sia uguale a prima fa pensare che i cavilli – vedi il nodo che riguarda la reintroduzione o meno delle preferenze – siano in realtà dei semplici escamotage per annacquare il tutto. Ne è sicuro anche Pino Pisicchio, capogruppo alla Camera dell’Api, che il 20 settembre scorso ha scritto su Europa (organo ufficiale del Pd) che «i recenti resoconti descrivono un preoccupante impasse al Senato, dov’è partito il confronto». Questo perché – argomentava Pisicchio – «abbandonato lo schema originario che reggeva sull’intesa tra i partiti che sostengono il governo Monti, si profila l’ipotesi concreta di un blitz del Pdl e della Lega, forte dei numeri favorevoli al Senato, con la possibile adesione dell’Udc, se l’impianto includesse il voto di preferenza. Impostazione che, per la storica avversione del Partito democratico alle preferenze, rappresenta un considerevole gesto di rottura del patto tra i partiti della “strana maggioranza”». Il rischio concreto è «la produzione del nulla, con l’inesorabile ritorno del “Porcellum”, poiché il voto alla Camera non solo propone una diversa platea elettorale quanto a numerosità della maggioranza del Senato, ma anche la votazione segreta della legge elettorale». Esattamente quello che sembra volere il Pdl. Cambiare tutto per non cambiare niente. In pieno stile gattopardesco.

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Football alla cantonese – da “Il Punto” del 20/07/2012

Lippi, Drogba, Anelka, Keyta, Kanouté. Sono gli ultimi volti noti del pallone finiti in Cina, la nuova frontiera dello sport più seguito al mondo. Giuseppe Materazzi: «In futuro vedremo molti italiani chiudere la carriera nella Repubblica Popolare»

Fino a pochi anni fa i fuoriclasse da 30/40 gol a stagione si limitavano a guardarli in televisione. Ora li comprano, pagandoli a peso d’oro. E li riempiono di denari con contratti faraonici. Accordi con cui (spesso) il calcio europeo non può competere, eccezion fatta per le squadre di proprietà di sceicchi e nababbi. È la Cina la nuova frontiera del football, la “terra promessa” del terzo millennio. Quella in cui sono approdati, di recente, anche il “nostro” Marcello Lippi e l’ivoriano Didier Drogba, fresco vincitore della Champions League 2012 con il Chelsea. Ma l’impressione è quella di essere solo all’inizio.

TRADIZIONE ZERO – Un Paese, la Cina, che manca completamente di tradizione calcistica. Basti pensare che il campionato di Serie A, la Chinese Super League, è nato nel 1951 ma è diventato di stampo professionistico più di quarant’anni dopo (1994). Oggi comprende 16 squadre, tre delle quali la fanno da padrone: il Guangzhou Evergrande, lo Shanghai Shenhua e il Dalian Aerbin. Malgrado si siano spesso trovati a festeggiare i trionfi delle squadre e delle nazionali europee, i tifosi cinesi non hanno mai gioito per una vittoria della loro nazionale di calcio. La selezione dei “migliori” giocatori della Repubblica Popolare ha partecipato una sola volta al Campionato del mondo, nel 2002, in Giappone e Corea del Sud. Fu una spremuta di gol (presi), visto che nel Girone C in cui era inserita insieme a Brasile, Turchia e Costa Rica, la Cina incassò 9 gol in tre partite senza segnarne nemmeno uno. Qualcosa in più la squadra è riuscita a combinare nella Coppa d’Asia: i due secondi posti raggiunti nel 1984 e nel 2004 restano però i risultati migliori mai raggiunti. A ciò fa da contraltare il boom degli ultimi anni a livello di club. Un’impennata di ingaggi, di yuan e dollari portati in giro per il mondo dentro lunghe e profonde ventiquattrore. Gli ultimi a “cedere” alle tentazioni cinesi sono stati Frédéric Kanouté, ex attaccante del Siviglia, e Seydou Keita, proveniente dalla squadra più forte del pianeta, il Barcellona pigliatutto di Pep Guardiola.

CICLONE GUANGZHOU – Il primo, 34 anni, dopo sette stagioni in Andalusia (209 presenze e 88 gol) ha sposato il progetto del Beijing Guoan – formazione nata nel 1992 e vincitrice della Chinese Super League nel 2009, attualmente terza in campionato – firmando un contratto biennale. Accordo della stessa durata anche quello siglato da Keyta (32), che dopo 14 trofei conquistati con i blaugrana ha lasciato la Spagna per accasarsi al Dalian Aerbin. A cifre pazzesche, per quello che può essere considerato sì un buon giocatore, ma non certo un top player: 7 milioni di euro all’anno. Ma ancora di più sono i soldi che ha investito la squadra attualmente in testa al torneo, il Guangzhou Evergrande. L’ultimo ingaggio faraonico la società in cui milita una vecchia conoscenza del calcio tedesco come Lucas Barrios, lo ha messo in panchina. Scherzi della retorica a parte, dopo indiscrezioni e smentite, Marcello Lippi – ex allenatore della Juventus ma soprattutto commissario tecnico dell’Italia mondiale di Germania 2006 – ha accettato l’offerta del presidente Liu Jong Zhuo portando con sé i suoi più stretti collaboratori: Narciso Pezzotti (assistente allenatore) e Michelangelo Rampulla (preparatore dei portieri). Nei prossimi tre anni, Lippi guadagnerà 30 milioni di euro in totale, 10 a stagione. Ma chi c’è dietro al Guangzhou? La Evergrande Real Estate Group, uno dei colossi nel campo dell’edilizia (in Cina, ma non solo), quotata alla Borsa di Hong Kong e attualmente valutata fra i 3 e 5 miliardi di euro. Il nome della società cinese era già balzato agli onori delle cronache nella stagione 2011, quando ingaggiò dai brasiliani del Fluminense il trequartista Darío Conca, per cui può essere fatto lo stesso discorso valido per Keyta. L’argentino è un atleta dalle buone doti tecniche, ma lo stipendio da 900mila euro al mese (8 milioni di euro l’anno per due anni e mezzo di contratto), che lo rendono il quarto giocatore più pagato al mondo dopo Cristiano Ronaldo, Lionel Messi e Samuel Eto’o, pare quantomeno esagerato in un Paese povero come la Cina. Gli stessi parametri sono quelli su cui viaggiano altri due volti noti del calcio internazionale: Nicolas Anelka e Didier Drogba. Entrambi provenienti dal Chelsea (il primo si è trasferito nel Paese di mezzo a dicembre, il secondo alla fine di giugno), si sono ritrovati allo Shanghai Shenhua. Metteranno in tasca, rispettivamente, 10,6 e 12 milioni a stagione.

I NOSTRI “CINESI” – I tifosi cinesi impazziscono per le squadre italiane. In particolare per Milan, Inter e Juventus. Non è dunque un caso che la Lega Calcio abbia siglato un accordo pluriennale per disputare la finale della Supercoppa Italiana (prossimo appuntamento il 12 agosto, quando allo Stadio Nazionale di Pechino si sfideranno Juventus e Napoli) in Cina. Ma gli italiani che per ora hanno deciso di intraprendere una carriera nella Repubblica Popolare non arrivano a riempire le dita di una mano. Il primo in assoluto a vivere l’esperienza cinese è stato Giuseppe Materazzi, padre del Campione del mondo Marco, che nel 2003 ha allenato il Tianjin Teda. «Da dieci anni a questa parte sono cambiate molte cose – esordisce Materazzi contattato da Il Punto –. Nel corso della mia esperienza, con la squadra che allenavo, ho avuto modo di giocare in città dove il calcio era molto seguito e c’era una buona organizzazione, con strutture all’avanguardia. In altre, invece, c’era una totale mancanza di programmazione: gli stadi erano addirittura privi delle docce negli spogliatoi, a fine partita alcuni inservienti ci portavano due secchi pieni d’acqua per lavarci; oppure, prima delle partite, era preferibile cambiarsi in albergo e poi recarsi al campo». La Cina sarà davvero la nuova frontiera per il football? «Credo di sì, anche perché alle spalle ci sono tantissimi interessi e investimenti – aggiunge l’ex allenatore di Lazio, Bari e Cagliari –. Lo sviluppo del calcio potrebbe ricalcare quello del Paese stesso, che fino ad alcuni decenni fa era molto povero. E il fatto che siano stati ingaggiati personaggi come Lippi e Drogba vuol dire che il business sta cominciando ad essere importante». E i calciatori italiani? Anche loro, fra qualche anno, prenderanno un volo di sola andata per il Paese di mezzo? Risponde Materazzi: «Sicuramente sì, anche perché il nostro calcio ha tanti giovani interessanti e molti giocatori che ad un certo punto potrebbero decidere di andare a chiudere la carriera in un campionato come quello cinese». Sempre nel Tianjin Teda ha giocato, per una sola stagione (2009), Damiano Tommasi, ex faro del centrocampo della Roma e oggi presidente dell’Aic (Associazione Italiana Calciatori). Mentre Fabio Firmani, ex Catania e Lazio, ha vestito nel 2011 la maglia del Guizhou Renhe, disputando 18 partite e segnando 2 gol.

CALCIOPOLI AL VAPORE – Ma nel campionato in cui ha militato un altro volto noto del calcio internazionale come Paul Gascoigne (2003), e mentre l’Inter inizia una cooperazione con la China Railway Construction Corporation per la costruzione del nuovo stadio nerazzurro, non mancano gli episodi di corruzione. Anche la Cina vanta infatti la sua Calciopoli: un terremoto che negli ultimi sei anni ha coinvolto Nan Yong, ex numero uno della Chinese Football Association, più 4 arbitri, decine di giocatori e addirittura Li Tong, marketing manager Nike per la Cina. Bravi per antonomasia a copiare tutto, i cinesi hanno preso anche la parte peggiore dello sport più seguito al mondo. Del resto – come recitava il titolo del famoso film di Marco Bellocchio datato 1967 – La Cina è vicina.

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Inchiostro rosso sangue – da “Il Punto” dell’11/05/2012

Sono 85 i cronisti uccisi in Messico dal 2000 ad oggi. Più di 45 solo negli ultimi sei anni, da quando al potere c’è Felipe Calderón. I narcos e la criminalità organizzata sono le cause principali degli omicidi. Ma spesso dietro questi casi c’è il benestare di politici collusi con la malavita  

L’hanno trovata morta nella sua abitazione a Xalapa, nello stato orientale di Veracruz, 300 chilometri dalla capitale Città del Messico. Il suo corpo è stato rinvenuto in bagno, con chiari segni di percosse e di strangolamento. Regina Martinez era una giornalista. Una cronista coraggiosa. Che non si è arresa – malgrado la spietata “caccia ai reporter” che si è scatenata in Messico negli ultimi due lustri – e che ha perso la vita in «circostanze ancora da chiarire». Il movente appare però nitido. Gli ultimi articoli che Regina (corrispondente della rivista Proceso, settimanale indipendente fondato nel 1976) aveva scritto riguardavano due esponenti politici del Partido Revolucionario Institucional candidati alla Camera dei deputati, e i rapporti fra la polizia e i narcotrafficanti. Una vicenda che si intreccia con quella di 84 suoi colleghi, uccisi dal 2000 ad oggi. Più di 45 solo dal 2006, anno in cui il cristiano-conservatore Felipe Calderón ha preso il potere. Vite spezzate dalla criminalità organizzata e da una politica con essa collusa, tanto che secondo un rapporto della Press Emblem Campaign il Messico è (insieme al Pakistan) il Paese in cui è più difficile operare la professione.

OLTRE IL SILENZIO – Yolanda Ordaz de la Cruz, Miguel Ángel Lòpez Velasco, Noel Lòpez Olguìn, Raùl Régulo Garza Quirino. Potremmo continuare, la lista è – purtroppo – lunga. Tutti i nomi che avete appena letto sono di giornalisti uccisi negli ultimi anni. Yolanda Ordaz era una cronista del quotidiano Notiver, trovata senza vita a Veracruz (stesso stato in cui viveva Regina Martinez). Uccisa nel luglio 2011 mentre stava indagando sull’assassinio del vicedirettore della sua testata, di sua moglie e di suo figlio. Anche Miguel Ángel Lòpez Velasco è stato assassinato insieme alla sua famiglia. Aveva 55 anni e anche lui scriveva per Notiver. Era redattore per La Verdad de Jàltipan Noel Lòpez Olguìn, ammazzato dopo una prigionia durata oltre due mesi. Raùl Régulo Garza Quirino, collaboratore del settimanale La Ùltima Palabra, è stato invece freddato a gennaio da un gruppo di uomini armati mentre era a bordo della sua auto. Ma a fare clamore sono stati anche i casi di Hugo Cesar Muruato (giornalista radiofonico di Chihuahua, dov’è concentrato il 30 per cento dei 41mila omicidi dovuti alla guerra fra Stato e narcos degli ultimi anni); di Marìa Elizabeth Macìas, caporedattrice di Colonia Madero, decapitata; di Marcela Yarce e Rocio Gonzalez Trapaga, amiche e colleghe, i cui corpi sono stati sono stati ritrovati nel parco Iztapalapa, in un quartiere di Città del Messico. Era settembre 2011. Malgrado l’esistenza di una procura speciale per indagare sui crimini della libertà di espressione (la Fiscalía Especial), nessuno di questi casi è mai stato risolto. Il 6 marzo scorso il Senato messicano ha approvato un emendamento costituzionale che considera l’omicidio di un giornalista un crimine contro la libertà di espressione. Un provvedimento necessario, arrivato però con grave ritardo.

LADY CORAGGIO – C’è però chi non si arrende, e continua a combattere oltre ogni intimidazione, minaccia e sopruso. La storia di Lydia Cacho è l’emblema di chi il bavaglio non vuole metterlo. Di chi non intende autocensurarsi. Di chi, a rischio della propria vita, racconta lo sporco nascosto nelle pieghe della società. Lydia è giornalista, scrittrice ed attivista per i diritti delle donne e dei bambini. Nel 2003 scrive alcuni articoli per il quotidiano Por Esto!, in cui denuncia i presunti abusi sessuali nei confronti di minori nella città di Cancún. Due anni dopo esce il suo primo libro, Los Demonios del Éden (“I demoni dell’Eden”), in cui svela un ecosistema di prostituzione e pedopornografia che ha il benestare di politici e uomini d’affari, e in cui viene accusato in maniera esplicita il famoso proprietario di alberghi Jean Succar Kuri. Sono coinvolti – secondo quanto racconta lei nel volume – anche altri personaggi di spicco della società messicana. Uno di questi, Kamel Nacif Borge, la cita per diffamazione. Lydia viene arrestata illegalmente, malmenata, minacciata a poi rilasciata su cauzione. Una sospensione della libertà voluta, come riveleranno le intercettazioni telefoniche rese pubbliche pochi mesi più tardi, dal Governatore dello stato di Puebla Mario Marìn Torres e dallo stesso Borge. Nel 2007 la Corte Suprema del Messico ammette che la decisione di arrestare Lydia Cacho era priva di fondamento, e la Commissione nazionale Onu per i diritti umani la invita a lasciare il Paese per salvaguardare la propria incolumità. Lei non abbandona il Messico, anzi. Nel 2010 esce in tutte le librerie la sua opera seconda, Las esclavas del poder (“Le schiave del potere”), un’inchiesta sulla tratta di giovani donne. Le minacce non finiscono, ma lei assicura che malgrado qualcuno «voglia mettere a tacere il mio lavoro, questo non succederà».

«SISTEMA CORROTTO» – «La violenza contro i giornalisti in Messico è un problema ancestrale. La situazione è peggiorata quando è iniziato il confronto con il narcotraffico, che coinvolge persone che appartengono a governo, polizia ed esercito. Dal 2000, con l’avvento al potere del Pan (Partito d’Azione Nazionale, ndr), la condizione dei cronisti è migliorata perché si possono trattare temi che in precedenza erano tabù. L’altra faccia della medaglia è però il fatto che molti colleghi sono finiti nel mirino della criminalità e sono morti». Lo dice a Il Punto un giornalista messicano, di cui preferiamo non rivelare il nome. «Dal 2009 ad oggi – prosegue – hanno perso la vita 30 reporter, altri 4 sono spariti e ci sono stati 26 attacchi contro le sedi dei mezzi di informazione. Il grosso problema è che nessuno di questi casi è stato risolto. Ora è in corso la discussione di una legge che permette alle autorità di investigare sulla morte dei giornalisti, ma dopo anni di omicidi sembra essere una presa in giro». Il punto nevralgico della questione è un altro: «In Messico il sistema giudiziario è torbido, la corruzione esistente impedisce che le cose migliorino. In questo ambito – con alcune eccezioni – gli stipendi sono molto bassi. Con i loro soldi i narcos possono comprare qualsiasi cosa e qualsiasi persona. Per fortuna ci sono molti colleghi, oltre a Lydia Cacho, che malgrado tutto continuano a fare il loro lavoro con dedizione». Con Calderón la situazione non è migliorata: «Lui pensava di risolvere la situazione con l’esercito, invece si è scatenata una guerra. I narcos sono armati fino ai denti, sono già morte decine di migliaia di persone. Mi piacerebbe che si dicesse più spesso che le armi di cui dispongono i narcotrafficanti arrivano dagli Stati Uniti, con cui ci sono collegamenti importantissimi che gli permettono di attraversare la frontiera con la droga ed avere informazioni riservate». Il primo luglio ci sono le elezioni: «Se tornasse al potere il Pri (Partito Rivoluzionario Industriale, ndr) potrebbe essere raggiunto un accordo con i narcos per evitare che questi ultimi usino ancora la violenza. Con il Pan e con la sinistra una cosa simile non potrebbe accadere. Anche con un patto del genere non è detto che la situazione per la stampa migliori».

PROBLEMA GLOBALE – Quello di giornalisti uccisi e minacciati dalla criminalità e dal “potere” non è però un problema che indossa solo la bandiera tricolore del Messico. Secondo la già citata Press Emblem Campaign, nei primi tre mesi del 2012 sono 31 i cronisti che hanno perso la vita in altre aree del mondo. Una cifra che è raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2011. Solo in Siria – dove proseguono le rivolte contro il regime di Bashar al-Assad – sono caduti 9 reporter, 5 stranieri e 4 delle testate nazionali. Fra i primi anche l’americana Marie Colvin e il francese Rem Ochlick, morti alla fine di febbraio durante un bombardamento nella città di Homs. Il presidente della Ong con sede a Ginevra, Blaise Lampen, ha sottolineato come «il pesante tributo pagato in Siria colloca il Paese in prima linea tra i luoghi più pericolosi per i giornalisti». Ma sulla black list degli Stati a rischio ci sono anche Somalia (3 morti), India (2), Bolivia (2), Nigeria (2), Afghanistan, Filippine, Thailandia, Haiti, Honduras, Colombia e Brasile. Lo scorso anno sono morti 106 giornalisti. Solo un terzo a causa di incidenti. Numeri, storie e persone che volevano solo fare il mestiere più bello del mondo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Sanità “alla greca” anche in Italia? – da “Il Punto” del 30/03/2012

Per mesi, prima del cambio della guardia a Palazzo Chigi fra Silvio Berlusconi e Mario Monti, ci siamo domandati se avremmo fatto la fine della Grecia. Il pericolo sembra sventato, ma è ancora troppo presto per abbassare la guardia. La difficile situazione in cui versa la sanità italiana ci porta però ad essere nuovamente accostati alla Repubblica Ellenica.

Le corrispondenze che quotidianamente arrivano da Atene, capitale di un paese sempre più in ginocchio dopo la «cura da cavallo» prescritta dalla troika formata da Bce, Fondo monetario internazionale e Unione europea per evitare il default, ci hanno raccontato dello sciopero di ospedali pubblici e centri sanitari avvenuto lo scorso 29 febbraio. Strutture chiuse per 24 ore in segno di protesta contro la decisione del Ministero della Sanità di chiudere 50 ospedali pubblici e di ridurre del 17 per cento la retribuzione per il lavoro straordinario, stando a quanto denuncia la Federazione Nazionale dei Medici Ospedalieri di Grecia (Oenge). Secondo l’Ordine dei Medici, «l’unico obiettivo del governo è il taglio delle spese nel settore sanità». Ma lo sciopero di fine febbraio è stato la ciliegina sulla torta di una situazione al collasso.

Lo scorso novembre un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato l’esistenza di un sistema parallelo di prestazioni e pagamenti in nero nella sanità pubblica greca, tanto che – stando a quanto scrive il più famoso e autorevole quotidiano economico al mondo – le liste d’attesa vengono aggiornate secondo le mazzette (in greco fakelaki) che i medici intascano dai malati. Un testimone ha rivelato di aver pagato 5mila euro per operarsi al cuore. Cosa c’è di strano, oltre al danno economico? La beffa, visto che l’intervento era coperto dalla sanità pubblica. Per evitare lungaggini “mortali”, però, meglio tirare fuori i soldi che rischiare di passare all’altro mondo. Ma ci sono altri tre dati che spaventano. Il primo riguarda i debiti che le strutture pubbliche hanno contratto nei confronti delle multinazionali farmaceutiche, da cui acquistano i medicinali. Sempre secondo il WSJ, fra il 2007 e il 2009 il passivo ha raggiunto la cifra di 5,4 miliardi di euro. Lo Stato, per cercare di rimediare alla drammatica situazione, ha pagato le case farmaceutiche con dei titoli di stato. In secondo luogo c’è la situazione al collasso di alcuni ospedali. Al Metaxàs, la grande clinica oncologica del Pireo, 2 infermieri gestiscono 54 pazienti, bisognosi di cure costanti. A Dafnì, un sobborgo della capitale, l’ospedale psichiatrico si è trovato nell’impossibilità di acquistare il cibo per i malati. Terzo (dato forse più preoccupante, visto il risvolto sociale): uno studio pubblicato su Lancet, rivista medica di fama mondiale, ha constatato l’aumento del tasso di abuso di droga e di malati di HIV in Grecia. In quest’ultimo caso, fra il 2010 e il 2011, si è registrato un +52 per cento. La metà è da attribuire ai consumatori di droga per endovena. Ma lo studio ha svelato un retroscena allarmante: alcuni contagiati si sono infettati apposta per ricevere i 700 euro che lo Stato fornisce ai malati di HIV e per avere accesso, con maggiore facilità, ai programmi che mirano a sostituire le droghe con versione sintetiche dell’eroina (ad esempio il metadone). Alla metà di marzo, poi, Medici Senza Frontiere ha fatto sapere che la malaria è diventata endemica (cioè costantemente presente) nella parte meridionale del Paese. È la prima volta che accade dopo la caduta del regime dei colonnelli (Anni ’70).

Nel 2011 la Grecia ha speso per la sanità 16 miliardi di euro: 10 provenienti dallo Stato, 6 dai privati. Il 36 per cento il meno rispetto al 2010, quando erano stati messi sul piatto 9 miliardi in più. Ogni mese il deficit cresce di 100 milioni di euro, mentre la sanità privata continua ad incassare denari portando sempre più famiglie ad indebitarsi pur di ricevere assistenza. Sanità “alla greca” anche in Italia? Preferiamo “assaggiare” altre ricette.