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Che affare le elezioni

Dal Pd alla Lega Nord, passando per i centristi, gli outsider e le mancate dichiarazioni di Pdl e Scelta Civica. Ecco i budget di spesa dei principali partiti in campo il prossimo 24 e 25 febbraio. A fronte di circa 23 milioni di euro utilizzati in totale, il rimborso da parte dello Stato sarà di 91 milioni di euro annui per 5 anni. Totale: 455 milioni di euro

Urna_elettoraleLa spending review ha colpito anche i partiti impegnati nella campagna elettorale. O almeno, leggendo i budget di spesa delle formazioni che si presenteranno alle elezioni del prossimo 24 e 25 febbraio, ci si accorge che rispetto alle precedenti tornate le segreterie hanno messo a dieta i propri candidati. Il Pd spenderà il 27% in meno delle Politiche del 2008, mentre l’Udc stringerà la cinghia e impiegherà addirittura 8 milioni e 300mila euro in meno rispetto alle Europee del 2009. Poi c’è chi punta sull’autofinanziamento(Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Fare per fermare il declino), chi – a sorpresa – fa sapere che «il consuntivo delle spese sarà rilasciato alla fine della campagna elettorale» (è il caso della lista “Scelta civica” di Mario Monti) e infine chi ha deciso di non rilasciare dichiarazioni in merito (il Pdl). Niente paura, comunque: dopo la tornata elettorale le casse dei partiti torneranno a rimpinguarsi. Ilmotivo? I “soliti” rimborsi elettorali. Malgrado la legge di riforma datata 6 luglio 2012, che ha ridotto i contributi pubblici a 91milioni di euro annui (63.700.000 euro come rimborso spese per le consultazioni e quale contributo per l’attività politica, più 27.300.000 euro a titolo di cofinanziamento, dice il provvedimento), per i partiti le elezioni restano un grande affare. Nell’arco della prossima Legislatura, infatti, la cifra complessiva stanziata dallo Stato sarà pari a 455milioni, alla luce di una stima di spesa di circa 23milioni di euro (a riferimento sono state prese le dodici principali forze in campo).

IL CENTROSINISTRA - Sei milioni e mezzo di euro. È questo il budget di spesa del Partito democratico per le Politiche. Trovare gli stanziamenti di Largo del Nazareno per la campagna elettorale non è stato difficile. Sul proprio sito Internet, infatti, il Pd ha predisposto un’apposita sezione (“Trasparenza 2012”) in cui ha diviso, voce per voce, tutte le uscite. Quasi i due terzi del budget a disposizione (4.600.000 euro) verranno impiegati per la comunicazione e saranno così suddivisi: 2milioni per le affissioni e altrettanti per il “Piano media” (Tv, radio, giornali e web); 300mila euro per la produzione di materiale fotografico e 300mila euro per altre spese di comunicazione; 500mila euro per manifestazioni ed eventi; 900mila euro permailing elettorali e infine 500mila euro per “altre spese”. «Il budget è in forte riduzione rispetto a quanto speso nelle elezioni precedenti», fanno sapere i democratici nella nota riassuntiva pubblicata sul portale. Se messo a confronto con le Politiche del 2008 l’importo è stato tagliato del 27%(allora vennero spesi 8.866.259 euro), mentre rispetto alle Europee del 2009 e alle Regionali del 2010 la riduzione è stata, rispettivamente, del 53% (13.942.883 euro) e del 31% (9.354.713 euro). Passiamo alle altre tre principali forze che compongono la coalizione di centrosinistra: Sinistra Ecologia e Libertà di Nichi Vendola, il Partito Socialista Italiano di Riccardo Nencini e il Centro Democratico diMassimo Donadi e Bruno Tabacci. Nel primo caso, a parlare a Il Punto delle spese sostenute dal partito per la campagna elettorale, è il tesoriere di Sel, Sergio Boccadutri. I 450mila euro previsti inizialmente «sono già stati spesi», dice. «Abbiamo portato avanti una campagna elettorale che ha riguardato alcune voci», come «la produzione di uno spot audio e uno video inhouse, a cui si è aggiunta una spesa di posizionamento prima dei trenta giorni del silenzio elettorale e la stampa di duemila copie di un giornalino di 8 pagine che è in distribuzione in tutta Italia e al cui interno ci sono sia il programma che i nomi dei candidati – per ogni area è stata realizzata una personalizzazione sulla base delle liste regionali – più una lettera di Vendola». Poi, conclude Boccadutri, «sono stati prodotti quattro manifesti che sono stati distribuiti in 300mila copie sul territorio ed è stata messa online la nuova versione del sito Internet di Sel, nel quale abbiamo caricato alcuni materiali che possono essere scaricati e utilizzati direttamente dalle strutture presenti sul territorio ». Poi c’è il Psi. Quanto messo sul piatto per le Politiche Nencini lo ha scritto in una nota pubblicata su www.partitosocialista. it in risposta al giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo, che in un articolo uscito sul quotidiano di via Solferino chiedeva trasparenza riguardo le spese sostenute dai partiti per le elezioni. «Abbiamo già indicato il nostro budget – fa sapere il segretario socialista – spenderemo 170mila euro» che arrivano «in parte da contributi dei candidati e in parte da fondi stanziati dal nostro bilancio». Inoltre, dice Nencini, «abbiamo aperto una sottoscrizione straordinaria rivolta a tutti i cittadini che vorranno dare il loro contributo alla nostra campagna elettorale. Una volta terminata, subito dopo le elezioni politiche, mi impegno a rendere noti gli importi». Infine c’è la formazione di Donadi e Tabacci. «Il nostro è un budget minimo: stiamo affrontando le spese necessarie a sostenere una campagna elettorale “dignitosa”», spiega Gregorio Donnarumma, segretario amministrativo e tesoriere nazionale di Centro Democratico. «Nei prossimi giorni – prosegue contattato da Il Punto – renderemo noti i dati, che saranno pubblicati in rete».

IL CENTRODESTRA - Mistero, invece, su quanto speso dal Pdl. Da via dell’Umiltà, dopo giorni di richieste, ci hanno risposto che «nessuno è autorizzato a rilasciare dichiarazioni di questo tipo». Cercando sul sito Internet del Popolo della Libertà e su forzasilvio.it (il network ufficiale di Berlusconi) non ci sono notizie in merito al budget per le Politiche. In rete sono reperibili alcune dichiarazioni di Ignazio Abrignani, responsabile del settore elettorale, secondo cui «il budget sarà ridottissimo», praticamente «pari allo zero». Prendiamo nota, anche se rimane difficile pensare che un partito strutturato come il Pdl, che ha ricevuto 206.518.945 euro di rimborso per le Politiche del 2008, non voglia fornire risposte a riguardo e che – come rivelato a Il Punto da una fonte interna al partito – «in alcune Regioni sono state addirittura riutilizzate le bandiere fatte realizzare cinque anni fa». Poi c’è la Lega Nord. Il budget di spesa per le elezioni il nuovo tesoriere, Stefano Stefani, lo ha reso noto poche settimane fa in un colloquio con la Repubblica. Il Carroccio spenderà 5 milioni di euro, cifra comprensiva delle spese che saranno sostenute sia per le Politiche che per le Regionali. Abbiamo provato a contattare il successore di Francesco Belsito per capire le cifre spese “solo” per la corsa aMontecitorio e PalazzoMadama, ma dal suo entourage ci hanno comunicato che Stefani «non vuole aggiungere nulla a quanto ha già dichiarato». Buona parte delle spese, circa un milione e 600mila euro, saranno impiegati solo per la Lombardia, mentre al Veneto saranno “devoluti” 840mila euro e al Piemonte 354mila. Cifre più contenute quelle messe in campo da La Destra di Francesco Storace. Il partito dell’ex ministro della Sanità spenderà un milione e 600mila euro che serviranno, spiega a Il Punto il tesoriere, Livio Proietti, «per la propaganda statistica, dinamica e per i media, compreso Internet ». A questa cifra, dice Proietti, «vanno aggiunti 200mila euro per manifesti e affissioni. L’importo al momento è stato coperto con i contributi dei candidati capilista, con le sottoscrizioni dei simpatizzanti e con la cessione dei futuri contributi elettorali». Fratelli d’Italia, il neonato partito capitanato da Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, punta invece sull’autofinanziamento. Ogni candidato è chiamato a donare un contributo volontario (la rendicontazione arriverà dopo le elezioni) mentre i capilista nelle varie Regioni sono tenuti a versare una cifra minima di 50mila euro. Sul sito Internet del gruppo è poi possibile effettuare donazioni con carta di credito.

L’ARMATA MONTIANA - Una campagna all’insegna della riduzione dei costi è quella portata avanti anche dall’Udc di Pier Ferdinando Casini. Come per il Pd, anche i centristi hanno dedicato una pagina del proprio sito Internet alla “trasparenza”. L’ex presidente della Camera e la sua formazione hanno un budget di spesa di 3 milioni e 200mila euro, cioè 8 milioni e 300mila euro in meno rispetto alle Europee del 2009 e 3 milioni e 300mila euro inmeno delle Regionali del 2010. Il «media mix», come lo hanno definito i centristi, è così distribuito: 200mila euro per grafica e eventi; 708.307 euro per le affissioni; 522.966 per la Tv; 621.847 euro per la radio; 162mila euro per la stampa; 200mila euro per il web e infine 616.627 euro per le affissioni su bus e mezzi pubblici. Dell’armata montiana fa parte anche Futuro e Libertà per l’Italia di Gianfranco Fini. Anche in questo caso, a spiegarci qualcosa in più sul denaro speso per le Politiche 2013, è il tesoriere del partito, Luigi Muro. «È notorio che il nostro partito, non avendo finanziamento pubblico in quanto è nato dopo le elezioni, è andato avanti con contribuzioni private e in particolare con i contributi dei parlamentari. Circa una anno fa decidemmo di tassare di 50mila euro ogni parlamentare, qualcuno fece un apposito mutuo», afferma Muro, il quale specifica che «con quella somma ricavata si è “sopravvissuti” e in prossimità delle elezioni i candidati,mi riferisco a quelli che hanno posizioni migliori, hanno ulteriormente versato dei contributi per un ammontare complessivo di circa 150/180mila euro». Soldi che sono serviti «per stampare un manifesto unico che abbiamo inviato ai coordinamenti regionali e poi credo che ogni candidato localmente abbia ulteriormente impegnato risorse proprie per piccole manifestazioni locali», conclude il tesoriere di Fli. La terza e ultima forza che compone il centro è proprio la lista “Scelta civica – con Monti per l’Italia”. Abbiamo cercato a più riprese di sapere la somma a disposizione del presidente del Consiglio uscente e dei suoi candidati, finché lunedì mattina una e-mail ci ha informati che «prima della fine della campagna elettorale non sarà rilasciato il preventivo delle spese sostenute da Scelta Civica. Il consuntivo delle spese sarà rilasciato alla fine della campagna elettorale ».

GLI OUTSIDER - Per concludere ci sono quelli che sono indicati come gli “outsider” di questa campagna elettorale: Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, Fare per fermare il declino di Oscar Giannino e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Partiamo proprio dalla formazione del comico genovese che, non essendomai stata in Parlamento e non potendo quindi contare su alcuna forma di finanziamento o rimborso elettorale (uno dei punti clou del programma dei “grillini”, che ne chiedono l’abolizione e che, per bocca del leader politico, hanno fatto sapere che rifiuteranno i rimborsi stessi), ha puntato sull’autofinanziamento. Sul sito delMovimento si possono effettuare donazioni spontanee: «L’obiettivo – scrive Grillo – è raccogliere un milione di euro. Ogni spesa sarà documentata e l’eventuale residuo sarà destinato al conto corrente per i terremotati dell’Emilia». Le cifre donate, è specificato ancora sul portale del 5 stelle, «verranno utilizzate per pagare le spese legali, per la promozione del M5S nel periodo pre-elettorale, per la tournée non-stop che partirà subito dopo la Befana fino alle elezioni per tutta Italia, per organizzare eventi nazionali e per fornire ogni supporto online agli attivisti».Mentre andiamo in stampa la cifra raccolta è pari a 477.263 euro, raggiunta grazie a 10.925 donazioni (una media di circa 44 euro cadauna). Quella dell’autofinanziamento è la formula utilizzata anche dal partito del noto giornalista economico Oscar Giannino. Su www.fermareildeclino.it un apposito grafico informa gli internauti che il budget previsto per la campagna elettorale è di 2.082.356 euro: all’appello mancano ancora 728.824 euro (è stato finora raggiunto il 65% di copertura). Il 10%del denaro raccolto fino a questomomento arriva dai tesseramenti, il 55%dalle donazioni. «La quasi totalità della cifra, pari al 95%– dichiara a Il Punto il tesoriere del movimento, Lorenzo Gerosa – viene impiegata per la campagna elettorale. Una prima fase è stata dedicata alla conoscenza del brand, con delle affissioni in tutta Italia; a ciò hanno fatto seguito una serie di eventi su tutto il territorio nazionale e una seconda fase di affissioni. Per l’ultimo periodo faremo delle “vele” (la pubblicità sui mezzi pubblici, ndr) e andremo avanti potenziando la parte web, su cui siamo già presenti». Il resto delle risorse è dedicato alle spese per sondaggi (3%), personale (1%) e Ict (tecnologie di informazione e comunicazione, 1%). Gerosa ci tiene a precisare che «la grandissima parte di quanto abbiamo ricevuto sono microdonazioni. La maggioranza dei nostri 65mila aderenti ha versato somme comprese fra i 20 e i 50 euro. Donazioni sopra i 10mila euro si contano sulle dita di una mano. Il nostro movimento è di proprietà di coloro che hanno deciso di sceglierci, anche nell’ambito del finanziamento». In conclusione del nostro excursus sulle spese elettorali c’è Rivoluzione civile. Il budget di spesa sostenuto dal movimento che racchiude al suo interno Italia dei valori, Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi non è reperibile sul sito Internet di Ingroia&co., dov’è invece possibile «aiutare a fare la Rivoluzione» donando un contributo volontario. Oltre al denaro pervenuto in questo modo, stando alle informazioni fornite a Il Punto dallo staff del magistrato palermitano, Rc ha a disposizione una cifra pari a 2.200.000 euro messi insieme grazie agli stanziamenti dei partiti che lo compongono. Un milione di euro è arrivato da quello di Antonio Di Pietro (che, va ricordato per dovere di cronaca, ha donato l’ultima tranche dei rimborsi elettorali del 2008, pari a 1.700.000 euro, ai terremotati dell’Emilia Romagna), 600mila da quello di Paolo Ferrero, 500mila da quello di Oliviero Diliberto e i restanti 100mila da quello di Angelo Bonelli.

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Una politica da Oscar – da “Il Punto” del 25/01/2013

Colloquio con il leader di “Fare”. «L’Agenda Monti ha ridato vigore a Berlusconi, mentre Bersani ha accettato la contrapposizione fra due armate che in diciotto anni hanno prodotto risultati terribili. Il Professore? Il suo è un programma non impegnativo, che indica delle linee senza prendere posizioni concrete»

Giannino_blogMi perdoni per il ritardo, ma in queste settimane sto facendo più o meno la vita di un topo in trappola». A parlare è Oscar Giannino, uno dei più autorevoli giornalisti economici italiani e – da qualche mese a questa parte – leader di “Fare”, il movimento con cui si candida a guidare l’Italia. Una corsa solitaria, la sua, che rende la sfida difficile. Però, dice Giannino nel corso del colloquio con Il Punto, «noi rimarremo in campo qualunque sia il risultato. Se la Seconda Repubblica non sarà superatala sfida resterà aperta».

Il 24 e 25 febbraio gli italiani tornare alle urne. Ci sono Berlusconi, Bersani, Casini, Fini, Montezemolo… Giannino, siamo davvero nel 2013?

«No, perché questa è la classica campagna elettorale da Seconda Repubblica. Mi auguro che le conclusioni siano migliori delle premesse e che questa logica si riesca a superare. Purtroppo l’Agenda Monti – nelle forme in cui è stata costruita e presentata – ha ridato vigore a Berlusconi, che ha guadagnato il 7% tornando a riproporre per la sesta volta le stesse cose. Anche Bersani, malgrado l’aplomb iniziale, ha accettato la contrapposizione fra due armate che in diciotto anni hanno prodotto i risultati terribili che vediamo attraverso i dati dell’economia reale».

Poi ci sono Grillo, Ingroia e lei, che ha detto di non volere un accordo con i moderati ma con gli indignati. Quanti sono, a suo avviso, coloro che compongono questa categoria?

«In tutto il corso della storia repubblicana, serie storiche alla mano, non abbiamo mai avuto una percentuale di indecisi o potenziali astenuti elevata come adesso: 40% nel primo caso, 35 nel secondo. Quello di scontenti, delusi e arrabbiati è un oceano vastissimo. Il primo dato che io osservo per misurare la sofferenza dell’Italia è quello relativo al numero di famiglie che dichiarano di dover mettere mano ai risparmi per poter andare avanti. L’ultimo dato fornito dall’Istat, che risale allo scorso novembre, parla del 32,8% di nuclei costretti ad attingere dai loro accantonamenti. Eppure nel 2008, quando iniziò il governo Prodi, eravamo fermi al 12%, e nel novembre del 2011 al 22. Pensare che nel nostro Paese non si possa assistere a scene come quelle viste nelle piazze di Spagna e Grecia è un errore. Ci sono punti di rottura oltre i quali non può che esplodere una protesta cieca».

Non è un mistero che il suo movimento sia stato molto vicino a Italia Futura di Montezemolo. Poi avete “divorziato” e lei ha commentato: «Mi sono sentito come un clandestino a bordo. Forse non siamo stati abbastanza allineati». A cosa?

«Da ottobre – quando ci hanno messo alla porta – fino alla presentazione delle liste montiane, ho toccato con mano un programma troppo vincolante nei numeri da una parte, e la mancanza di idee taglienti dall’altra. Si è seguita l’impostazione di Montezemolo e dei suoi di essere monopolisti nella selezione dei componenti della società civile».

E Monti?

«Con lui ho un buon rapporto e lo manterrò, perché bisogna distinguere fra politica e stima personale. L’ho incontrato una volta che le liste erano state chiuse e gli ho detto che se l’ex direttore generale di Confindustria Galli, quello di Confcommercio Taranto e il segretario generale della Cisl Santini si candidano col Pd, forse l’errore è stato quello di affidare a Sant’Egidio e Montezemolo la decisione di chi dovesse entrare o meno in lista. Lo dico perché pensavo che ci mettessimo finalmente la Seconda Repubblica alle spalle; ma per fare ciò ci sarebbe stato bisogno di un appello molto ampio alla società civile, come fece de Gaulle in Francia a cavallo fra la Quarta e la Quinta Repubblica. Questa cosa nell’Agenda Monti non c’è stata».

Restiamo sull’Agenda: qual è l’aspetto peggiore di questo documento, criticato anche da persone vicine a Monti come Passera e Giavazzi?

«Mi preoccupa il fatto che sia un programma non impegnativo, che indica delle linee senza prendere posizioni concrete. L’Agenda non precisa – per esempio – di quanti punti di Pil verranno tagliate la spesa pubblica e le imposte, oppure cosa si intende fare riguardo le dismissioni. La parte più concreta mi sembra quella che riguarda il mercato del lavoro, scritta da Pietro Ichino. Il resto è qualcosa di fumoso, non c’è stato quel cambio di marcia che mi sarei aspettato da Monti una volta terminato il periodo di governo al fianco della “strana maggioranza”».

La corteggiano Corrado Passera, Fratelli d’Italia e il Pd. Lei però corre da solo. Una scelta coraggiosa…

«Il nostro obiettivo è quello di andare oltre il dualismo fra berlusconiani e anti-berlusconiani. Questo per noi è solo il primo passo: più avanti spero che persone come Corrado Passera, Emma Marcegaglia, Luigi Abete e tanti altri pezzi della società civile diventino risorse attive per l’Italia. Noi rimarremo in campo qualunque sia il risultato, restando un cantiere in cui invitare le persone a pensare a come poter cambiare le cose. Se la Seconda Repubblica non sarà superata la sfida resterà aperta».

La sua decisione passa anche attraverso un’operazione di “liste pulite”, come testimonia il caso di Giosafat Di Trapani in Sicilia…

«È stata una scelta inevitabile. La gente si arrabbia – a ragione – quando legge le storie di tesorieri che sperperano denaro pubblico o di consiglieri regionali che guadagnano “legalmente” il 50% in più del presidente degli Stati Uniti. Le “liste pulite” sono solo il punto d’inizio di una nuova etica che occorre per questo Paese. Tornando al caso che ci riguarda, Giosafat Di Trapani (presidente della piccola impresa di Confindustria e candidato numero tre alla Camera per la Sicilia 1 di “Fare”, ndr) lotta da 25 anni contro il racket e la mafia, ma non ci ha parlato di una sua condanna in primo grado per favoreggiamento al figlio di Ciancimino (1992, ndr) poi finita in prescrizione in secondo. L’ho chiamato e ci siamo trovati d’accordo nel non candidarlo».

Ipotizziamo che lei vinca le elezioni. Quale sarebbe il suo primo provvedimento da capo del governo?

«Il nostro è un programma impegnativo, che prevede – fra le altre cose – l’abbattimento del debito attraverso le dismissioni e il rientramento della spesa pubblica. Bisogna innanzitutto superare un ostacolo, rappresentato dai vertici della Pubblica amministrazione. Nel dire sì o no alle decisioni che vengono prese in questo Paese la mano della parte “tecnica” è molto forte. Va abbandonata la concezione che lo Stato non debba cedere niente. Una premessa a tutti i provvedimenti è quella di sostituire un bel po’ de gli alti dirigenti pubblici. Attenzione: ciò non va fatto in base al partito di appartenenza, ma riportando in patria nostri connazionali che hanno collaborato alla ristrutturazione del debito di economie estere in difficoltà e che conoscono la selva amministrativa e le complicazioni del bilancio italiano. A questo potere opaco, di cui la politica si occupa poco, vanno cambiati indirizzi e facce».

«La classe politica ha fallito, tranne limitate eccezioni personali», ha detto lei. Renzi poteva dare una scossa?

«Se Matteo non avesse accettato la regola delle primarie chiuse con cui il partito lo ha fregato, ma avesse chiesto che le stesse fossero state aperte come quelle del 2006, sarebbe stato la vera grande novità della politica di casa nostra. Di conseguenza si sarebbero verificate tre cose. Primo: Renzi avrebbe vinto e sarebbe stato il primo leader del Pd a rompere la continuità di una leadership scelta dall’oligarchia in diretta continuità con il Pci; secondo: noi avremmo aperto un cantiere insieme ai democratici per un programma comune; infine, credo che l’effetto-Renzi avrebbe disallineato l’intera offerta politica italiana creando un orizzonte che avrebbe consegnato Berlusconi al passato. Il Pd ha perso una grande occasione, personalmente mi auguro che lui continui per la sua strada anche in futuro».

Maroni le ha inviato un sms prima di andare ad Arcore da Berlusconi e le ha scritto: «Vado a rompere con lui». Poi è accaduto il contrario…

«Maroni si è reso protagonista del cambiamento all’interno della Lega, cosa che io apprezzo molto. Prima che ricucisse con Berlusconi abbiamo parlato più volte e, anche in vista del voto in Lombardia, gli ho chiesto se andasse avanti con il suo progetto tenendo duro contro il Cavaliere. Fino a poche ore prima che andasse ad Arcore – siccome i mal di pancia nella Lega erano fortissimi – mi ha detto che malgrado le difficoltà avrebbe provato a rompere. Poi, come ha detto lei, le cose sono andate diversamente…».

È deluso da questo atteggiamento?

«L’errore commesso è stato grave: non so se il Carroccio vincerà in Lombardia ma, al di là di questo, lo sbaglio si riferisce ai temi cari alla Lega e al popolo del Nord. Soggetti ai quali Berlusconi, in diciotto anni,non ha dato nulla. È innegabile, quindi, che la decisione di Maroni mi abbia deluso».

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Inciucio horror picture show – da “Il Punto” del 25/01/2013

bersani-montiSu Repubblica del 30 dicembre 2012 Eugenio Scalfari sosteneva di non vedere grandi differenze fra l’Agenda Bersani e quella Monti. «Anzi non ne vedo quasi nessuna salvo alcune priorità e un diverso approccio alla redistribuzione del reddito e alle regole d’ingresso e di permanenza nel lavoro dei precari», scriveva. Parole che, circa un mese fa, sembravano opinabili. Le differenze fra i due programmi c’erano eccome. Bastava sfogliarli o leggere le dichiarazioni al vetriolo di certi «progressisti» e «moderati» per capire che un loro possibile apparentamento dopo le elezioni sarebbe stato difficile se non impossibile, vista anche la presenza di Vendola da una parte e Casini dall’altra.

E invece, a distanza di poche settimane, va dato a Scalfari quel che è di Scalfari. Negli ultimi giorni, infatti, il triste spettacolo regalato dalla campagna elettorale ha visto i due schieramenti tornare sui propri passi e seminare il terreno per l’inciucio. Ha cominciato Enrico Letta, vicesegretario del Partito democratico – lo stesso che il 18 novembre 2011, su un bigliettino immortalato dai fotografi della Camera, scriveva a Monti: «Quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno, sia ufficialmente che riservatamente» –, a gettare le basi: «Puntiamo a vincere le elezioni e dopo chiederemo al centro e ai montiani di sostenere il governo Bersani» (9 gennaio). Poi, in rapida carrellata, sono arrivati segnali più chiari. Gli ultimi due, inequivocabili, proprio da Bersani e Monti. Il primo, che il 30 novembre 2012 si diceva favorevole ad «alleggerire l’Imu sulla prima casa e affiancarla con un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari», ha fatto dietrofront. «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just», ha dichiarato “Pier” sette giorni fa, quindi «niente patrimoniale ma solo la tracciabilità fiscale» perché «abbiamo già l’Imu». Parole che non sono piaciute alla Cgil, tornata a sottolineare la necessità di un intervento simile («Bisogna ricongiungere la forbice applicando la regola fondamentale, prevista dalla Costituzione, che la tassazione è progressiva sul reddito delle persone», le parole di Susanna Camusso). I «moderati», si sa, di patrimoniale non vogliono sentir parlare, quindi meglio chiudere la proposta nel cassetto. E siccome nella vita e ancor di più nella politica non si fa mai niente per niente, il centrosinistra ha chiesto qualcosa in cambio. Così domenica scorsa, dalle colonne del Corriere della Sera, Monti ha addirittura aperto ad una possibile revisione della riforma Fornero, anche se «per ora non c’è alcun orientamento deciso».

Di più ha fatto Dagospia, che ha riportato i punti salienti di un recente incontro fra i due candidati premier. Secondo la testata diretta da Roberto D’Agostino, Bersani sarebbe disposto a lasciare al Professore mano libera su due ministeri chiave come Economia (viene da chiedersi che ne sarà della linea-Fassina) ed Esteri, mentre il presidente della Bce Mario Draghi risulterebbe – per entrambi – l’uomo giusto per il Quirinale. Indiscrezioni a parte, resta il fatto che l’accordo fra i due schieramenti dopo il voto sconfesserebbe le primarie del centrosinistra, che hanno visto votare milioni di persone. È a loro che il centrosinistra dovrebbe rendere conto di ciò. Ma con la politica che si fa in televisione e non nelle piazze tutto è diventato un terribile horror show.

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L’Agenda sono io – da “Il Punto” dell’11/01/2013

Monti «sale in politica» e pensa al bis a Palazzo Chigi. Ma il suo programma è bocciato dagli economisti e, stando ai sondaggi, lo schieramento centrista da lui guidato non decolla. Crescono Pd e Pdl: per entrambi l’obiettivo è modificare le riforme, da loro stessi approvate, in caso di vittoria

++ MONTI, CON ABC NESSUNO PATTO PER NON CANDIDARMI ++«Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». Comincia così La metamorfosi, il racconto più noto dello scrittore Franz Kafka, pubblicato all’inizio del ‘900. Se la trasformazione del protagonista dell’opera letteraria ha riguardato l’aspetto fisico, quella subita da Mario Monti è stata di tutt’altra natura. In meno di un anno il Professore è diventato un politico di professione. Dismesso il Loden d’ordinanza, Monti ha lanciato la propria candidatura, accompagnandola con un programma elettorale (l’“Agenda per un impegno comune”) e occupando gli spazi radiotelevisivi proprio come Silvio Berlusconi (Pdl) e Pier Luigi Bersani (Pd), suoi principali antagonisti nella corsa a Palazzo Chigi. La strada che ha davanti il presidente del Consiglio uscente è però molto meno in salita rispetto a quella degli avversari. Monti infatti non deve essere rieletto perché – come ha ricordato il presidente della Repubblica Napolitano a fine novembre – è senatore a vita, quindi già parlamentare. Particolare da tenere in estrema considerazione. La sua “Agenda” è stata criticata dal “Superministro” Corrado Passera (secondo cui sarebbe servito «più coraggio») e da buona parte degli economisti italiani. Da Boeri a Zingales, passando per Alesina e Giavazzi che, in un lungo editoriale pubblicato sul Corriere della Sera il 27 dicembre scorso, hanno parlato di un programma «troppo Statocentrico. (…) Con un debito al 126% del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte del mondo – hanno scritto i due economisti – non si può sfuggire al problema di ridimensionare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente “riqualificare la spesa” con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità della situazione».

VIRTUALE E REALE – Le parole con cui Alesina e Giavazzi hanno terminato la loro analisi fotografano una realtà in continuo peggioramento. Se è vero che in questo anno il governo tecnico ha provveduto a ridare credibilità internazionale all’Italia, portando il famigerato spread sotto quota 270 punti base, dall’altra la condizione generale in cui versa il Paese non lascia dormire sonni tranquilli. Il 2012 è stato di lacrime e sangue, e si è chiuso con una crescita della disoccupazione di quasi un punto e mezzo percentuale (per ciò che riguarda gli under 25 si è toccata quota 36,5%), una caduta del Pil del 2,4% rispetto al 2011, un debito pubblico che ha superato i duemila miliardi di euro, la riduzione dei consumi delle famiglie («risparmio, rinuncia e rinvio» sono le tre “r” di cui ha parlato il Censis nel Rapporto 2012), un tasso di inflazione medio annuo del 3% (contro il 2,8 registrato nel 2011) e un incremento delle richieste di cassa integrazione del 12,1% (1,1 miliardi di ore). Più varie ed eventuali. Perché alcune delle riforme varate dal governo Monti hanno provocato effetti collaterali degni di nota. Su tutte l’introduzione dell’Imu – l’imposta sulla casa che ha contribuito a frenare la ripresa dei consumi – e la vicenda degli “esodati”, i lavoratori rimasti senza lavoro né pensione dopo il riordino del sistema previdenziale. Insomma, sembra esserci una sproporzione fra Paese virtuale (quello di cui parlano i Professori) e reale. Eppure l’ex Commissario europeo, per nulla turbato dalle critiche che hanno accompagnato la fine della sua avventura a capo dell’esecutivo, ha deciso di «salire in politica». La sua “Agenda” sembra però essere tutto il contrario di tutto. Sfogliando fra le 25 pagine che la compongono si legge, per esempio, che uno dei principali impegni per la prossima legislatura è la riduzione del prelievo fiscale complessivo, con particolare riferimento alla riduzione delle tasse che gravano su lavoro e impresa. Di più: come si è letto nell’”Analisi di un anno di governo” prima che fosse rimossa dal sito governo.it a causa delle proteste bipartisan, «l’obiettivo è di ridurre di un punto e progressivamente la pressione fiscale, iniziando dalle aliquote più basse per dare respiro alle fasce più deboli». Parole che cozzano contro le stime dello stesso governo, secondo cui nel 2013 la pressione fiscale aumenterà ancora fino a toccare il 45,3% (intermini reali si tratta di circa 380 euro in più a famiglia). Ancora: la raffica di rincari che colpiranno gli italiani nel 2013 – dalla Tares, la nuova tassa sui rifiuti, alla Tobin tax, passando per la Ivie (Imposta sul valore degli immobili all’estero) e gli aumenti delle tariffe del gas (+1,7% dal 1° gennaio) – e l’entrata in vigore delle «regole d’oro» del Fiscal compact sembrano declassare le parole del Professore al rango di “semplici promesse elettorali”.

CRESCITA CERCASI – «Rigore, equità e crescita». Alla fine, dei tre pilastri iniziali del governo Monti, gli italiani hanno saggiato solo gli effetti del primo. L’equità e la crescita non sono pervenute, malgrado le speranze del premier che il 20 gennaio 2012 affermava entusiasta: «Ci sono delle stime dell’Ocse e di Bankitalia che dicono che se l’Italia arriva ad un grado di flessibilità come c’è negli altri Paesi nel campo dei servizi ci sarà un aumento della produttività del 10% nei prossimi anni e, grosso modo, del 10% del Pil». Tono più dimesso quello che ha accompagnato la conferenza stampa di fine anno, il 23 dicembre scorso. «La crescita? – ha domandato il premier – È naturale che adesso non ci sia. Questa è un’altra illusione veicolata a cittadini che si ritengono ancora cretini. Come si fa a pensare che, avendo dovuto fare interventi come quelli a cui ciascun ministro ha collaborato (fra cui quella, già citata, delle pensioni, che ha spostato in avanti l’asticella fino a 67 anni, ndr), la crescita non avrebbe sofferto?». Ma nell’”Agenda” c’è spazio anche per istruzione, formazione professionale e ricerca. «Bisogna rendere le Università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei», è scritto a pagina 11. Anche in questo caso le nobili intenzioni del premier si infrangono con quanto deciso nella legge di stabilità. Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che pochi giorni prima dell’approvazione definitiva del testo aveva paventato il rischio default per diversi atenei italiani nel caso in cui non si fossero trovati 400 milioni per incrementare il Fondo di finanziamento ordinario delle Università, si è visto mettere sul piatto solo 100 milioni. Un fallimento. E la sanità? «Bisogna sempre più potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti», dice ancora il premier nel suo programma. Ma sempre nella ex Finanziaria ci sono solo 115 milioni di euro per i 30mila malati di Sla non autosufficienti, contro i 200 richiesti. Mentre si è deciso di rifinanziare la Tav: oltre 2 miliardi di euro fra il 2015 e il 2029.

CAMPO DI BATTAGLIA – Per ora, comunque, i sondaggi restano freddi nei confronti dello schieramento centrista (Casini, Fini e Montezemolo) guidato dal Professore, che non supera la soglia del 15% se non addirittura il 12%, secondo quanto ha affermato Nicola Piepoli a Linkiesta.it («Non spacca, è depressivo», sono state le sue parole). Due delle ultime rilevazioni – Tecnè per Sky Tg24 e Mannheimer per il Corriere della Sera – vedono invece centrosinistra e centrodestra nelle prime due posizioni. La coalizione guidata da Bersani oscilla fra il 35,3 e il 40%, mentre il Pdl si attesta fra il 17 e il 19% (l’alleanza con la Lega Nord siglata lunedì, che prevede Maroni candidato unico in Lombardia, Alfano premier e Berlusconi ministro dell’Economia in caso di successo, permette di sfiorare il 28%). Per entrambi gli schieramenti è partita la corsa a chi modificherà con maggiore incisività le riforme del governo uscente, da loro stessi approvate. La grande promessa di Berlusconi è l’abolizione dell’Imu: il mancato gettito derivante dall’imposta sulla casa – ha affermato a più riprese il Cavaliere – sarà compensato con aumento del prelievo su giochi, alcolici e sigarette. Sul fronte opposto, invece, si punta tutto sulla riforma delle pensioni e su quella del mercato del lavoro, mandate amaramente giù da Bersani e co. Provvedimenti su cui Cesare Damiano, vincitore delle primarie a Torino, ha intenzione di rimettere mano. «Se torneremo al governo non butteremo le riforme Fornero nel cestino – ha affermato dalle colonne del Corriere della Sera –, ma le correggeremo perché contengono errori fondamentali. Monti dice che vogliamo conservare un mondo del lavoro cristallizzato e iperprotetto? Forse è lui che è arroccato. Non si può andare avanti solo guardando ai mercati finanziari trascurando la realtà del mondo del lavoro», ha concluso l’ex ministro del Welfare. E pensare che fino a un mese fa la “strana maggioranza” guardava la luna sotto lo stesso cielo.

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Santoro vs Berlusconi, chi ha vinto e chi ha perso. E perché

BERLUSCONI,GOVERNO PROFESSORI SI ERA MONTATO TESTATelevisivamente parlando ha vinto Berlusconi. Nettamente. Ci sono tanti perché, mi limito a citarne 5.

1- Semplice: L’ex presidente del Consiglio non è stato contrastato a dovere. Mi aspettavo che in studio ci fossero esperti, “tecnici”, gente competente che potesse ribattere colpo su colpo alle (molte) scempiaggini pronunciate stasera dal Cavaliere. Sarebbero serviti – almeno – un costituzionalista e, soprattutto, un economista. E invece accendi la Tv e di fronte a lui chi trovi? Luisella Costamagna e Giulia Innocenzi. La prima avrà parlato 3 minuti netti e, incalzata da Berlusconi, non è riuscita a chiedergli praticamente nulla; la seconda, imbarazzante, ha raggiunto l’apice del paradosso quando – parlando direttamente all’ex premier – ha esordito dicendo: «Se sbaglio lei me lo dica». Travaglio ha avuto dei picchi: così così il primo intervento, meglio il secondo. Da lui gli spettatori si aspettavano fuoco e fiamme. Invece è rimasto nel limbo fra soddisfazione ed insoddisfazione;

2- Il soliloquio di B.: Santoro ha permesso al suo acerrimo nemico di parlare a rotta di collo. Tanto che poi Sandro Ruotolo, messo a fare il notaio (perché? Non si sa…) ha parlato di minutaggio favorevole al Cavaliere (che novità…!). Nel momento in cui parlava, B. ha avuto ovviamente il tempo di ripetere quanto già sentito in ogni trasmissione televisiva a cui finora ha presenziato: l’abolizione dell’Imu, l’Europa «germanocentrica», la teoria del complotto, Monti il dissanguatore delle famiglie, i comunisti al potere – Corte costituzionale, Quirinale, tribunali e via discorrendo – e persino Dell’Utri persona «perbenissimo perché c’ha 4 figli» (il fatto di averne così tanti è direttamente proporzionale a non essere un delinquente? Mistero).

3- Le scuole serali: Una battuta che ha fatto cadere Santoro nel tranello tesogli da Berlusconi. «Mi dica, lei ha studiato alle scuole serali?», chiede l’ospite al conduttore durante il dibattito (e il pubblico applaude!). Il giornalista ripete la battuta 7/8 volte durante l’arco della puntata, segno che l’uscita lo ha indispettito non poco. E il fatto che Santoro ad un certo punto abbia la fronte bagnata dal sudore mentre B. sia impassibile e sorridente perché «mi sto divertendo» la dice lunga su chi è uscito dal campo con i 3 punti;

4- La letterina a Travaglio: Voi immaginate un telespettatore che ha acceso la Tv alle 23.30 e ha trovato Berlusconi seduto al tavolo del conduttore, al posto che è occupato settimanalmente da Travaglio che legge il suo editoriale. Cosa può aver pensato? Ecco, l’aver permesso al Cavaliere di “invadere lo spazio” in maniera così forte è stato il colpo di grazia della serata (sorvoliamo sulla missiva: la citazione di Wikipedia la dice lunga sul grado di affidabilità di chi l’ha scritta). Comica finale: B. che dice a Travaglio: «Si alzi, mi ridia il mio posto». E pulisce la sedia con un fazzoletto;

5- Infine: Gli ultimi 20 minuti di trasmissione sono stati – come si dice – “fuffa”. Santoro e Berlusconi se le sono date di santa ragione, sembravano Don Camillo e Peppone. Ma sul piatto sono stati messi i rancori personali – vedi l’«editto bulgaro» – che al pubblico fregano zero.

Insomma, stasera su Twitter circolava un hashtag alternativo a #Serviziopubblico: #seviziapubblica. E’ stata questa. La prossima volta, visto il largo anticipo con cui la redazione del programma ha potuto preparare la puntata, si faccia meglio. Altrimenti il Cavaliere vincerà ancora. E saranno dolori per tutti.

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Monti lascia, che succede al centro? I tre possibili scenari in vista del voto – da “Il Punto” del 14/12/2012

E ora che succede al centro? Se lo domandano i vari Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Luca di Montezemolo, il presidente delle Acli Andrea Olivero, il ministro Andrea Riccardi… L’annuncio delle dimissioni del presidente del Consiglio dopo l’approvazione della legge di stabilità (ex Finanziaria) spiazza i sostenitori del «Monti dopo Monti», costretti a riordinare in fretta le idee in vista dell’imminente tornata elettorale. Un’intesa di massima c’è: la Lista per l’Italia – ma il nome sembra essere ancora parziale – potrebbe riunire sotto un’unica bandiera Udc, Fli, Italia Futura più una serie di associazioni, fra cui quella cattolica dei lavoratori. Casini è pronto, e ha più volte chiamato a raccolta il presidente della Ferrari. Che però, fra i tre (Fini viaggia sulla stessa lunghezza d’onda del leader centrista), è quello meno convinto dell’operazione. Non è un caso che solo il 10 settembre scorso, a margine della convention dell’Udc a Chianciano, il think tank montezemoliano pubblicava sul suo sito Internet un articolo in cui definiva «un fritto misto che non serve al Paese» le pur «buone intenzioni» dei centristi. La battaglia si giocherà a colpi di numeri perché è ormai chiaro ai più che si tornerà alle urne con un “Porcellum” puro. Il quale prevede una soglia del 4% alla Camera e dell’8 al Senato per l’ingresso in Parlamento di una singola formazione. Complice l’appoggio tout court alle politiche del governo tecnico, il partito di Casini ha perso terreno negli ultimi mesi tanto da scendere addirittura al 3,8%. Questo, almeno, è quanto dicono le ultime rilevazioni. È dunque necessaria la formazione di una coalizione che quantomeno alla Camera darebbe la possibilità a Casini e Fini di continuare a fare politica “attiva”. Ma, come detto, il passo indietro dell’ex Commissario europeo ha rimescolato le carte in tavola. È stato proprio Montezemolo a frenare gli entusiasmi. Mentre Casini e Fini, dopo aver saputo che il premier avrebbe lasciato anzitempo la poltrona, parlavano di «un gesto di responsabilità compiuto da Monti» (il primo) e di «un bel gol in contropiede a Berlusconi» (il secondo), l’ex numero uno della Fiat faceva sapere che «o Monti offre la possibilità politica di una convergenza di tutti i soggetti che si ispirano alla sua esperienza di governo, oppure sarà complicato esserci». Le prossime settimane saranno decisive per la costruzione di tre possibili scenari. Il primo è quello che vede Monti in campo e la formazione, appunto, di una casa comune dei “moderati” guidata da lui. In questo caso, però, il presidente del Consiglio dovrebbe decidere se lasciare la carica di senatore a vita – in questo senso ritornano in mente le parole pronunciate poche settimane fa dal capo dello Stato Napolitano – oppure non scendere nell’agone politico entrando in gioco solo a competizione conclusa. Casini, Fini e Montezemolo gli farebbero da “scudieri”, mettendolo al riparo da un possibile fallimento elettorale che ne pregiudicherebbe qualsiasi impiego a posteriori. Del resto, come ha ricordato il presidente della Camera, ora il capo del governo «ha le mani libere» e «non è più obbligato ad essere super partes». Ma attenzione, perché proprio la fine anticipata della legislatura potrebbe spingere Monti a mollare tutto. In questo anno e poco più alla guida dell’Italia, il premier e i suoi ministri – che pure, spesso, ci hanno messo del loro con atteggiamenti poco sobri – sono stati attaccati aspramente sia a destra che a sinistra, complici una serie di misure che, indicatori alla mano, hanno salvato l’Italia dalla bancarotta ma senza invertire il trend negativo. Dunque il Professore “stanco” potrebbe tornare all’impegno accademico (secondo scenario) uscendo di scena fra gli applausi dei partner internazionali, che hanno accolto con preoccupazione la notizia della sua dipartita. La terza ed ultima ipotesi, consequenziale, è quella di un percorso separato delle tre compagini. Non è un caso che Casini continui a dialogare fitto con il segretario del Pd Bersani, che Fini cerchi un appiglio nientemeno che in quel che resta del Pdl e che sia Montezemolo che Olivero tentino di trovare una sponda proprio nei democratici («È necessaria un’intesa fra Bersani e Monti per il futuro dell’Italia», ha reso noto giorni fa il presidente delle Acli, sponsorizzato anche da Dario Franceschini). Chissà che a prevalere, alla fine, non sia proprio quest’ultimo scenario. L’incontro che si sarebbe dovuto tenere il prossimo 20 dicembre fra Casini, Fini e Montezemolo è stato messo in stand-by. Ma c’è chi giura che il progetto sia ormai stato definitivamente archiviato.

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Lui, loro e l’altro – da “Il Punto” del 30/11/2012

Il capo dello Stato ricorda che il Professore «non si può candidare perché già parlamentare», il premier afferma di essere pronto a «dare un contributo». Udc, Montezemolo e frange di Pd e Pdl lavorano affinché a Palazzo Chigi ci sia ancora lui. Rendendo inutili le primarie e lavorando ad una legge elettorale che favorisce l’ingovernabilità   

Maria Stella Gelmini, ex ministro dell’Istruzione rimasta celebre per il tunnel fra il Cern e il Gran Sasso, dice di «vedere positivamente» la possibilità di un Monti-bis per arginare «il rischio di avere tra qualche mese al governo una sinistra tutt’altro che riformista e teleguidata dalla Cgil». Aggiunge ancora che «Montezemolo ci interessa, perché appare più consapevole di Casini del grave pericolo che corriamo di consegnare il Paese ad una sinistra inadeguata per governare». Un altro dei pezzi da novanta del Pdl, Franco Frattini, si sbilancia e afferma che alle primarie sosterrà Alfano, ma che «se Monti è in campo va sostenuta una grande alleanza dei moderati con Casini e Montezemolo». La forma non è cambiata (i «comunisti» demonizzati da Berlusconi sono ancora lì come uno spauracchio, così come la Cgil), la sostanza invece sì. Perché se da una parte c’è chi si batte per fare del Pdl un partito dove la «libertà» non sia solo la terza parola che ne compone il nome, dall’altra c’è chi lavora affinché il Professore rimanga a Palazzo Chigi anche dopo l’esperienza tecnica. Con un alleato d’eccezione: Giorgio Napolitano.

COMPROMESSO SUL COLLE - Sembra esserci un patto non scritto fra il Popolo della Libertà e il Quirinale: elezioni anticipate (al 10 marzo?) onde evitare che i “berluscones” facciano cadere il governo in un momento decisivo come quello attuale per poi fare in modo che Monti rimanga dov’è attualmente. Ciò permetterebbe al Pdl di non scomparire dalle scene (oggi il partito oscilla fra il 15 e il 18 per cento) e a Napolitano di sciogliere le Camere poco prima che il “semestre bianco” glielo impedisca dando vita al nuovo governo. Certo, l’inquilino del Colle ha provato a mettere ordine per evitare di “sponsorizzare” eccessivamente l’ex rettore della Bocconi. Pochi giorni fa il capo dello Stato ha avvisato che Monti «non si può candidare in Parlamento perché già parlamentare», e che «ha uno studio a palazzo Giustiniani dove dopo le elezioni potrà ricevere chiunque vorrà chiedergli un parere, un contributo o un impegno». Molto probabilmente, il presidente della Repubblica ha paura che un eventuale insuccesso elettorale di una “lista-Monti” o di un partito che appoggi o sia addirittura guidato da lui possa rovinare la festa ancora prima che questa cominci. La base di partenza è comunque solida. La “discesa in campo” di Montezemolo a sostegno dell’attuale premier e Casini che ripete come una litania che «dopo Monti c’è Monti» fanno presagire che Bersani debba mettere nuovamente da parte i sogni di gloria e lasciare strada a qualcun altro. Dal canto suo il diretto interessato, “tirato per la giacca” in più occasioni dai giornalisti, è passato dal «no comment» al «rifletterò su tutte le possibilità in modo da poter ancora dare il mio contributo per il migliore interesse dell’Italia europea». Frase, quest’ultima, che pronunciata nel giorno del primo turno delle primarie del centrosinistra ha avuto un retrogusto amaro dalle parti di Largo del Nazareno. Anche perché poi Monti ha usato la tecnica del bastone e della carota. Prima ha dichiarato che dopo le elezioni «un altro governo tecnico sarebbe una sconfitta per la politica», e poi ha aggiunto che il suo esecutivo ha svolto una «attività schiettamente politica». Come a dire: tutti sono necessari, ma nessuno è indispensabile.

BERSANI AL BIVIO - Non che pensasse di vincerle in scioltezza, ma il ballottaggio alle primarie del centrosinistra costringe il segretario del Partito democratico a rubare tempo e spazio alla costruzione dell’alternativa di governo. Domenica Bersani dovrà (nuovamente) vedersela con Matteo Renzi, che al primo turno ha raccolto nove punti in meno di “Pier Luigi”. Il sindaco «rottamatore» prepara la festa, mentre il segretario è sicuro di uscire vincitore. Certo è che, una volta ottenuto il successo, per Bersani i nodi da sciogliere saranno numerosi. Prima di tutto c’è la legge elettorale. Malgrado si tratti per abbassare la soglia del 42,5 per cento utile per ottenere il premio di maggioranza – e messi da parte pure gli “scaglioni” previsti da Calderoli – la sostanza è che ad oggi nessuna coalizione arriverebbe tanto lontano. Ecco che Casini, con il quale Bersani continua a dialogare quotidianamente (il leader Udc, pochi giorni prima delle primarie, si augurava un successo di “Pier” al primo turno), potrebbe quindi risultare decisivo. Chiedendo qualcosa in cambio dell’appoggio, ovvero che Monti faccia il premier. Non è un caso che nell’ultima settimana il segretario del Partito democratico sia tornato a strizzare l’occhio ad Antonio Di Pietro, che negli ultimi mesi sembrava lontano anni luce dai progetti dei democrat per via dei continui attacchi al governo dei tecnici e al presidente della Repubblica. Per ora si tratta di «un’alleanza con molti “se”», perché c’è bisogno di «gesti politici significativi». Ma la riapertura delle porte all’ex pm – che ultimamente ha visto la sua creatura perdere pezzi di giorno in giorno – è significativa. Questo perché, oltre a guardarsi attorno, Bersani sa di dover tenere gli occhi aperti anche dentro casa sua. La truppa dei democratici che sostengono la necessità di un Monti-bis è sempre in agguato. Per capirlo basta ascoltare Stefano Ceccanti, che di recente si è inerpicato in un ragionamento tanto articolato quanto emblematico. Siccome «l’attuale legge elettorale non prescrive che ci sia il nome del candidato premier sulla scheda», ha affermato senatore di scuola veltroniana ad Avvenire, «chiunque voglia può mettere sulla scheda il suo preferito per Palazzo Chigi. Chiunque, insomma, può indicare Monti». Più chiaro di così…

CONFUSIONE PDL - «Chi ci capisce è bravo», recita il vecchio adagio. È ciò che accade nel Pdl, dove l’atteggiamento di Berlusconi continua a mettere alla prova i nervi di Angelino Alfano gettando il partito nel caos più completo. La lettura che si può dare del suo comportamento è la seguente: il Cavaliere vuole ostacolare l’operato del “delfino” in modo da mostrare che effettivamente il «quid» non c’è (ciò si tradurrebbe, in concreto, nella mobilitazione di “truppe cammellate” contro Alfano alle primarie, sempre che si facciano, per non farlo andare troppo lontano) per poi fondare una nuova creatura e tornare in sella più convinto che mai. Pare che il “nuovo” soggetto politico dovrebbe chiamarsi – non a caso – Forza Italia. Magari vicino ci si metterà quel ”2.0” che sa di rinnovamento ma ha il retrogusto dell’usato sicuro. I più vicini al Cavaliere (fra cui la sondaggista Alessandra Ghisleri) lo hanno avvisato: «Attenzione, c‘è il rischio di segnare un clamoroso autogol». Ma in caso di eventuale disfatta è già pronta la scialuppa di salvataggio, il Monti-bis. Scenario che solo quattro giorni fa Berlusconi non ha escluso: «Questa sua posizione lo pone fuori dal contrasto politico. Se lui riterrà di poter essere utile al Paese e alcune forze politiche saranno dell’idea, ci si potrà rivolgere a lui», ha avvertito “Silvio”. Molto dipenderà dal risultato finale delle primarie del centrosinistra. Se la vittoria andrà a Bersani, Berlusconi potrebbe decidere di sciogliere le riserve e affrontare la corsa a Palazzo Chigi. Non sarebbe la prima volta. E forse neanche l’ultima.

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«Vinco le primarie? Azzero il Pdl» – da “Il Punto” del 9/11/2012

«Se vinco le primarie azzero il Pdl. Vorrei fare un patto con gli italiani: portiamo le tasse al 30% ma paghiamole tutti». Questo il pensiero di Daniela Santanchè, candidata alla corsa per la guida del partito.

Nelle ultime settimane è diventata il bersaglio di alcuni colleghi di partito per alcune sue affermazioni. Quanti però la pensano come lei?

«Tantissimi. Poi avere il coraggio di dirlo pubblicamente è un’altra questione. In molti credono che ci sia bisogno di cambiare, facendo primarie con regole che consentano di avere come vincitore la partecipazione».

Il Pdl crolla in Sicilia e rischia di perdere i moderati. Potreste ritrovarvi in un vicolo cieco…

«Quanto successo in Sicilia è la rappresentazione plastica della “guerra fra bande”, che ci ha portati alla sconfitta. L’astensionismo mi preoccupa, però annoto che il mercato elettorale del centrodestra è rimasto intatto: sommando i voti di Musumeci e Micciché avremmo vinto. È il prodotto politico che è venuto meno. L’80% del nostro elettorato è contro il governo Monti, che noi continuiamo a sostenere. Il Pdl non è più nel cuore degli italiani, bisogna fare scelte diverse».

Ipotizziamo che lei vinca le primarie. Come rilancia il Pdl?

«Azzerando tutti, basta professionisti della politica. Io non voglio che in Parlamento ci sia qualcuno che non abbia mai lavorato un’ora in vita sua facendosi mantenere dagli italiani. Bisogna diminuire del 50% i costi della politica, ogni anno si spendono 20 miliardi di euro. Se è vero quello che dicono i magistrati, il caso Fiorito dimostra che ci sono troppi soldi a disposizione, quindi va abolito completamente il finanziamento pubblico. E poi farei un patto con gli italiani, di cui mi fido ancora molto. Vorrei guardarli negli occhi e dirgli che le tasse le portiamo al 30%, però bisogna che tutti le paghino. Questo è l’ultimo giro, altrimenti ci ritroviamo con un commissario europeo in casa che ci dice cosa fare».

Dall’altra parte del ring c’è Alfano… 

«Essere segretario del Pdl e avere un presidente come Berlusconi è difficile. Lui però doveva rinnovare, senza portare avanti una linea politica che andasse a braccetto con Monti e senza presentarsi con il cappello in mano da Casini, con cui i rapporti andavano chiusi da tempo visto che dice che “si può parlare solo se Berlusconi va ai giardinetti”. Sono errori indotti non solo da lui, però andava fatto di più».

Twitter: @GiorgioVelardi

Il salto del Grillo – da “Il Punto” del 2/11/2012

Crocetta conquista Palazzo d’Orleans grazie ai voti dell’Udc, che rimescolano le carte in ottica nazionale. Ma a fare notizia è il boom del Movimento 5 Stelle. A picco il Pdl. Biancofiore: «La classe dirigente del partito si faccia da parte»

Alla fine ha avuto ragione Pietro Barcellona, comunista fino al midollo, maestro di diritto e personalità di spicco a Catania, di cui ha parlato domenica scorsa il Fatto Quotidiano: «Vincerà il partito degli astenuti». Così è stato, perché il 52,6 per cento dei siciliani ha preferito fare altro piuttosto che recarsi alle urne per decidere chi, dopo Lombardo, avrebbe dovuto sedere a Palazzo d’Orleans. Certo è che il partito del non-voto è andato a braccetto con uno che invece un simbolo e un candidato in carne e ossa ce l’aveva: il Movimento 5 Stelle. «Cancelleri (aspirante governatore degli “attivisti 5 stelle”, ndr) potrebbe arrivare al 15 per cento», andava dicendo Beppe Grillo negli ultimi giorni di campagna elettorale. Si è andati oltre, anche se non abbastanza per battere Rosario Crocetta (centrosinistra), nuovo presidente della Regione. Per capire l’exploit basta comunque rileggere quanto Grillo e i suoi raccolsero nel 2008: 1,7 per cento, dieci volte di meno. Dalla Sicilia al Parlamento il passo sembra essere breve, anche se «è difficile proiettare questo dato su base nazionale», dice a Il Punto il direttore di IPR Marketing Antonio Noto. «Grillo ha avuto il merito di condurre una grande campagna elettorale, spendendosi in prima persona soprattutto negli ultimi quindici giorni. Secondo i nostri calcoli, questo fattore ha portato ad un incremento del 7/8 per cento in termini di voti». Quello del comico genovese può essere dunque il primo partito in Italia? «Tutto può succedere – risponde il sondaggista –. In questo momento il M5S non lo è ancora, però con un ritmo simile ciò che è accaduto in Sicilia potrebbe avvenire anche alle elezioni nazionali». Poi il direttore di IPR Marketing mette in luce un aspetto importante: «Grillo è passato dal web alle piazze, non attrae più solo gli internauti ma anche coloro che fanno politica attiva nei luoghi tradizionali. Oggi il suo movimento oscilla fra il 16 e il 20 per cento». Sembra essere questo uno dei motivi che ha spinto una buona fetta dei siciliani a votare per il suo Movimento. Come ci racconta Rosario, 33 anni, che parla di «un modo di fare politica nuovo, per alcuni versi rivoluzionario. Una politica partecipata da cittadini per i cittadini, dove ognuno vale uno. La Sicilia, come altre Regioni, convive da anni con sperperi e clientelismo. Conoscendo di persona Cancelleri ho avuto modo di capire la genuinità della sua persona nonché la pacatezza e la coscienziosità nell’affrontare la corsa alla Regione. Il tutto senza che nessuno documentasse ciò che stava avvenendo nelle piazze siciliane. Mi ha dato fiducia vedere una persona come me piuttosto che un inarrivabile uomo in auto blu – continua Rosario –. La “casta” dei politicanti ha avuto la propria occasione, fallendola. Perché dare ancora fiducia a chi ci ha portato allo scatafascio? I seggi raccolti saranno determinanti nella vita e nelle decisioni prese dal nuovo governatore e dalla sua giunta. Credo servirà a darsi una “regolata”», conclude. L’altra faccia della medaglia è quella del Pdl, su cui sembrano essere definitivamente scorsi i titoli di coda. Pur sommando i voti raccolti dal partito e quelli presi dalla Lista Musumeci il crollo rispetto alle precedenti regionali è evidente e pesante. Lontano anni luce dal 33,5 per cento che il solo Popolo della Libertà raccolse quattro anni fa, quando Raffaele Lombardo doppiò la candidata del Pd Anna Finocchiaro. E, manco a dirlo, sul banco degli imputati è finito ancora una volta il segretario Angelino Alfano, che pure ha già formalizzato la propria candidatura alle primarie di dicembre. Daniela Santanchè vorrebbe la sua testa, mentre l’”amazzone” Michaela Biancofiore la pensa in maniera diversa. «Personalmente ho sempre messo in guardia Alfano dall’appoggiarsi sulla classe dirigente del Pdl. Questa sconfitta non può essere colpa sua, visto che è alla guida del partito da un anno – dice Biancofiore a Il Punto –. Certo è che lui poteva fare molto di più: aveva l’oro in mano e un partito genuflesso ai suoi piedi. Invece, forse per troppa educazione o per mancanza di coraggio, non ha avuto quella spinta innovatrice che ci voleva già all’epoca. Il decremento dei voti – prosegue ancora la deputata del Pdl – è iniziato il giorno dopo che siamo andati al governo: colpa di una dirigenza che si è imborghesita e che non riesce a cogliere la volontà dell’elettorato. In Sicilia tutto ciò è apparso chiaro: Musumeci più Miccichè insieme avrebbero raccolto oltre il 40 per cento dei voti. Una vittoria netta se non per i soliti personalismi che hanno portato all’allontanamento di Miccichè, prima sponsorizzato da Berlusconi e Alfano e poi fatto fuori da un giorno all’altro quando è intervenuto qualcuno, di cui non faccio nomi. Per preservare la propria poltrona c’è chi ci ha portati alla sconfitta. Le primarie? Ma le primarie di cosa? Dimettiamoci tutti e lasciamo che sia Berlusconi a decidere il da farsi». Poi ci sono i vincitori, che pure hanno le loro gatte da pelare. Perché Crocetta ha vinto grazie ai voti dell’Udc, che nell’economia del successo sono stati fondamentali. Un risultato che sconquassa i piani a livello nazionale? «L’Udc in Sicilia non è quello di Roma, così come il Pd siciliano è quello che si è alleato con Lombardo e nel quale non mi riconosco in modo così naturale. Questo risultato ci impone di ascoltare gli elettori: è un messaggio di malessere che deve portare ad una riforma radicale della politica» commenta Ivan Scalfarotto, dirigente del Partito democratico. «Al di là dei singoli casi, trovo che sia un risultato elettorale preoccupante per l’Italia – incalza Scalfarotto –. È il ritratto di un Paese difficile da governare, con i cittadini hanno voltato le spalle alla politica. Bisognerà fare in modo che la nuova legge elettorale non produca frammentazioni, altrimenti sarebbe un disastro. Pensare ad un sistema proporzionale con premio al primo partito non ha senso. Ci vuole invece un maggioritario con premio di coalizione». Cosa accadrà a livello nazionale resta dunque un’incognita. Nell’isola, dopo l’esclusione di Claudio Fava, Sel ha sostenuto Giovanna Marano (Fiom), che non ha raccolto i risultati sperati. E anche l’Idv non è andata granché. Nel day after i dubbi restano annidati sul tavolo di Pier Luigi Bersani. Grillo è pronto a saltare molto più vicino di quanto il segretario del Pd possa immaginare.

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Attenti a quei due – da “Il Punto” del 14/09/2012

Una parte del mondo politico lavora per il Monti-bis, ma il tema dell’occupazione salda i rapporti fra il partito di Di Pietro e il sindacato dei metalmeccanici guidato da Landini all’insegna dei referendum. Il sondaggista Noto: «La Fiom può valere un balzo in avanti del 2/2,5%». A danno del Pd

L’autunno non è caldo, è bollente. Ci sono casi di crisi aziendali che non finiscono sui giornali». Ancora una volta, con un linguaggio diretto e spesso non in sintonia con quello dei suoi predecessori, è il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi a disegnare lo scenario che attende l’Italia nei prossimi mesi. Perché quello del lavoro è, e resterà a lungo, il tema «bollente» – per dirla come il numero uno degli industriali – del dibattito pubblico. È sufficiente leggere i dati, del resto; basta osservare quanto sta accadendo a tre storiche realtà della nostra penisola come Ilva, Alcoa e Carbosulcis per capire che qualcosa non va. Eppure le forze politiche che appoggiano il governo Monti sembrano guardare con disinteresse agli ultimi accadimenti. E al di là di qualche semplice annuncio-spot («Basta tasse», ripete quotidianamente il segretario del Pdl Angelino Alfano, mentre il Pd è preoccupato dall’avanzata del «rottamatore» Renzi e al centro è partita la campagna acquisti dell’Udc), il silenzio comincia a fare rumore. Proprio intorno alla questione dell’occupazione potrebbe saldarsi un nuovo asse, che sposterebbe i già fragili equilibri elettorali nel centrosinistra: quello fra l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro e la Fiom, il sindacato dei lavoratori metalmeccanici guidato da Maurizio Landini.

REFERENDUM E ADDIO PD – Il punto d’incontro fra le due realtà non è solo l’ostinata opposizione al governo Monti e ai provvedimenti che quest’ultimo ha finora varato. Negli ultimi mesi i contatti fra Di Pietro e Landini si sono intensificati, e l’appoggio della Fiom ai due referendum sul lavoro che l’Idv ha presentato pochi giorni fa in Cassazione (hanno aderito anche Sel, i Verdi, il Prc e il Pdci. La raccolta delle firme inizierà a metà ottobre) non è che la punta dell’iceberg. Attraverso i due quesiti (a cui si aggiungono quelli sull’abolizione della diaria dei parlamentari e sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti), la formazione guidata dall’ex pm chiede il ripristino dell’articolo 18 (modificato con la riforma Fornero) e quello del valore universale dei diritti previsti dal contratto nazionale di lavoro (eliminato dal governo Berlusconi con l’articolo 8 del decreto legge n. 138 del 2011). Due dei capisaldi del più antico sindacato industriale italiano, che dall’insediamento dell’esecutivo guidato dall’ex Commissario europeo ha visto venire meno il dialogo con il Partito democratico. Il punto di non ritorno è stato la mancata partecipazione dei vertici del Pd alla manifestazione della Fiom tenutasi a Roma lo scorso 9 marzo. Quello sull’adesione (o meno) all’appuntamento di piazza fu un balletto che durò un mese, e che spaccò la compagine bersaniana. Alla ferrea posizione dell’ala veltroniana – con l’ex segretario che definì «incoerente» un’eventuale partecipazione dei democrat – si contrapposero i vari Fassina, Damiano e Orfini. Proprio il responsabile culturale del partito arrivò a dichiarare: «Appoggiamo un governo assieme a Sacconi e Gasparri, per le ragioni che conosciamo e condividiamo, e adesso, proprio chi non esita a sostenere la necessità di prolungare il più possibile questa esperienza, persino oltre il voto, trova imbarazzante la compagnia di qualche metalmeccanico Fiom…». Poi giunse la notizia che su quel palco sarebbero saliti i No-Tav e il partito si compattò per il «no» alla partecipazione, con dei distinguo. Perché ci fu chi come Vincenzo Vita parlò di «decisione tattica e politicistica » e chi, come Giuseppe Civati, definì la vicenda «un cortocircuito della politica, un pretesto scelto male». Fassina, Damiamo e Orfini rimasero a casa, e tornò il sereno. Da quel giorno il Pd sa di aver perso buona parte dei voti degli iscritti alla Fiom. E le conseguenze, in vista delle prossime elezioni, si faranno certamente sentire.

CANTIERE APERTO – All’interno del sindacato il dialogo è aperto. Perché, come per i partiti politici, anche fra le parti sociali ci sono le “correnti”. E non tutti concordano con l’avvicinamento della Fiom all’Italia dei valori. C’è chi vorrebbe rimanere ancorato al Pd e chi, come l’ala vicina al presidente del comitato centrale Giorgio Cremaschi e alla sua “Rete 28 Aprile”, chiede «una profonda trasformazione democratica del sindacato e la sua indipendenza politica». Lo stesso Cremaschi, di recente, ha fatto sapere che «non è compito della Fiom aggiungere dei personaggi alla foto di Vasto». Chiaro il messaggio e il destinatario. Ma il 4 settembre scorso, dalle colonne de il Manifesto, è stato Gianni Rinaldini (predecessore di Landini alla guida della Fiom e oggi coordinatore dell’area “la Cgil che vogliamo”) a chiedere formalmente a Di Pietro di presentare i due quesiti referendari insieme ad «un arco di forze molto vasto e rappresentativo di aree sindacali, politiche, intellettuali, giuslavoristi, soggetti editoriali che su queste questioni si sono battute e si battono. Un atto di generosità e di apertura dell’Idv – proseguiva Rinaldini – consentirebbe di condurre una battaglia politica con uno schieramento e un insieme di culture ed esperienze all’altezza dell’obiettivo che ci si pone: riportare la democrazia nei posti di lavoro. Tutti insieme possiamo farcela ». Ma un altro indizio che costituisce la prova del nascente avvicinamento lo si trova in Emilia Romagna, regione “rossa” per eccellenza. Qui il consigliere regionale dell’Idv Franco Grillini e il segretario regionale della Fiom Bruno Papignani non nascondono il loro «rapporto speciale», come lo ha definito il dipietrista. «L’Idv appoggia tutte le nostre proposte – ammette Papignani –, mentre il Pd ha un pregiudizio nei nostri confronti. Dentro al partito c’è un problema legato alla qualità delle persone». Forse il sindacalista non ha ancora digerito il mancato invito alla Festa democratica di Reggio Emilia, iniziata il 25 agosto e terminata cinque giorni fa. Il Pd ha invitato Cgil, Cisl e Uil, più svariati ministri dell’attuale governo (da Passera a Fornero, da Cancellieri a Patroni Griffi), ma non la Fiom. E neanche Di Pietro. «In questo momento non ci sono le condizioni», hanno precisato i responsabili dell’evento. Sintomo che il giocattolo si è rotto. E non basta la colla per rimetterne insieme i pezzi.

SONDAGGI ALLA MANO… Una recente simulazione di IPR Marketing, basata sui dati raccolti negli ultimi sondaggi effettuati e realizzata in base all’ipotesi di nuova legge elettorale circolata nelle ultime settimane (un sistema proporzionale con premio di maggioranza compreso fra il 10 e il 15% al primo partito, e una soglia di sbarramento del 5%), ha reso noto come senza la grande coalizione (Pd-Pdl-Udc) l’Italia rischierebbe lo stallo politico. Con una maggioranza alla Camera di 316 seggi – che salgono a 360 per assicurare la governabilità – il Pd che corre in lista con Psi e Api raccoglierebbe 232 seggi con un premio di maggioranza fissato al 10% e 254 con premio al 15%. Nessun livello di governabilità garantito neanche con l’asse Pd-Sel: fra 268 e 288 i seggi che i due partiti otterrebbero a seconda del premio. Stessa sorte anche per la “strana alleanza” fra Bersani e Casini e per quella che coinvolge democratici, centristri e vendoliani. Resta la “grande ammucchiata”, che assicurerebbe una maggioranza senza precedenti, compresa fra i 435 e i 445 deputati. Quale peso potrebbe avere dunque la formazione di un partito-Fiom che correrebbe insieme all’Idv? «Prima di tutto bisogna capire quale sarà la nuova legge elettorale, cosa che attualmente nessuno sa per certo – dice a Il Punto il direttore di IPR Marketing Antonio Noto – La Fiom è un sindacato minoritario ma importante, che ha un grande appeal per ciò che riguarda le tematiche che mette in campo. Inoltre, ha una visibilità a livello mediatico che può costituire un valore aggiunto in campagna elettorale. Con l’apporto del sindacato dei metalmeccanici, l’Italia dei valori potrebbe avere un vantaggio che oscilla fra il 2 e il 2,5%. Non è poco: oggi, secondo i nostri dati, Fli è al 2,5%, La Destra non arriva al 2% e il Psi è fermo all’1%. Va aggiunto poi che pur non avendo un numero di iscritti pari a quello della Cgil, il sindacato di Landini potrebbe ottenere un buon seguito, anche se la campagna elettorale non si baserà solo sul problema-lavoro». A conti fatti l’Idv farebbe un balzo in avanti significativo salendo all’8/8,5%, superando sia Sel (6%) che l’Udc (7%) e passando dagli attuali 34/36 deputati a 42/46 (da sottrarre a Pd e Sel insieme). «Un’alleanza dopo il voto fra Pd e Sel non garantirebbe la maggioranza alla Camera, secondo la bozza di legge elettorale circolata nelle ultime settimane – prosegue Noto –, quindi l’apporto dell’Idv assicurerebbe una maggiore stabilità. Al di là del gioco delle alleanze, c’è però da capire se i “poteri forti” legittimeranno un eventuale governo fortemente spostato a sinistra, oppure se si cercherà di mettere fuorigioco le ali estreme puntando su un accordo con le forze moderate. In questo caso l’Idv, pur con un risultato lusinghevole, verrebbe escluso. Neanche un’ipotesi estrema di alleanza, ovvero quella fra Movimento 5 Stelle, Idv e Fiom garantirebbe stabilità. Questa legge elettorale è pensata per arginare il rischio che un outsider possa vincere le elezioni e avere poi le mani libere. Certo – conclude il sondaggista – se non fosse abolito il “Porcellum” con Grillo al 30% alleato con l’Idv sarebbe tutta un’altra storia».

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Silvio, perché temi le primarie? – da “Il Punto” del 27/07/2012

Primarie sì, primarie no. Primarie forse. Nel Pdl che sta ancora digerendo la nuova “discesa in campo” di Berlusconi, c’è chi chiede a gran voce che la scelta del candidato premier avvenga attraverso la consultazione degli elettori. «Noi siamo per farle a tutti i livelli, ma nel momento in cui Berlusconi si candida si possono serenamente evitare», ha dichiarato il segretario Angelino Alfano. Proprio lui, che sembrava ormai essere diventato a tutti gli effetti il leader giovane e capace del partito: quello che dialoga con Monti, Bersani e Casini. Colui che avrebbe dovuto riporre nel cassetto l’immagine sbiadita del Cavaliere, provato dall’ultima legislatura finita come ben sappiamo, e ridare anima e corpo al Pdl. Ora però il consiglio che viene dato agli eventuali sfidanti è quello di fare un passo indietro: il rischio è di finire schiacciati sotto il peso (politico) dell’ex premier. Analizzando lo scenario, sorge però spontanea una domanda: siamo sicuri che le cose stiano davvero così? L’elettorato del Pdl è realmente convinto che senza Berlusconi il partito sia destinato all’ecatombe? Ecco, forse è arrivato il momento di scoprirlo. Non è un caso che sia la fronda degli ex An – quella che, agli occhi dei più, sembra ormai prossima all’epurazione – a fare quadrato affinché le primarie si svolgano lo stesso: da Gianni Alemanno a Giorgia Meloni, passando per Andrea Augello e Franco Frattini. Quest’ultimo, dicono i ben informati, pare abbia posto al centro del suo impegno politico la costruzione della famigerata «casa dei moderati». Ad oggi impossibile, vista la chiusura del leader dell’Udc Casini dovuta proprio al nuovo corso aperto dal Cavaliere. Certo, il blocco dei discendenti del Movimento sociale non è del tutto compatto. Basti pensare a quanto dichiarato dall’ex ministro Altero Matteoli (leggi l’intervista a pag. 24), da sempre contrario a questo meccanismo che considera «come una fuga dei partiti dalle proprie responsabilità». Convinti che le primarie siano un passaggio necessario sono anche i “formattatori”. I quali, appresa la notizia che Berlusconi avrebbe abbandonato il ruolo di “padre nobile” del Pdl, si sono subito affrettati a dargli il benvenuto fra i candidati al volere popolare. Loro non l’hanno presa per niente bene. Anche perché, hanno fatto sapere, «al di là dall’essere “antiche” o “obsolete”, (le primarie) sono state approvate dall’ufficio di presidenza appositamente convocato lo scorso 8 giugno, il cui documento finale è stato sottoscritto da tutti i dirigenti di partito presenti all’incontro. Hanno già smacchiato la loro firma dal documento?». In questo senso dovrebbe essere proprio Berlusconi a dare un segnale, convocando le primarie e dimostrando a tutti che è ancora lui il leader, senza «se» e senza «ma», della sua creatura. Quella a cui – sempre per singola volontà – ha dato vita in una fredda domenica d’inverno del 2007 a piazza San Babila, con il famoso annuncio del “Predellino”. Il cerchio si è chiuso e, come il gioco dell’oca, si è tornati al punto di partenza. Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. Dunque Silvio si muova in questa direzione. O ha paura di uscire sconfitto?

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