Archivio mensile:marzo 2016

Portaborse: pasto caldo alla mensa assicurato, ma regolamentazione della professione ancora lontana

Accordo raggiunto tra l’associazione dei collaboratori parlamentari e i deputati-questori. Grazie al quale potranno frequentare uno dei centri di ristorazione di Montecitorio. Ma restano inascoltate le vecchie richieste. Per ottenere regole contrattuali sul modello del Parlamento europeo. E rapporti di lavoro diretti con le amministrazioni di Camera e Senato. Mentre continuano a registrarsi casi di lavoro in nero 

camera-deputati-notte-675Da oggi anche loro avranno diritto ad un pasto caldo “a prezzi sostenibili” e “senza discriminazioni”. Servendosi in uno dei bar-mensa della Camera. Una conquista alla quale si è giunti al termine di una lunga mediazione fra l’organizzazione che li riunisce e i deputati-questori dopo la chiusura del ristorante di piazza San Silvestro gestito, fino a due anni fa, dalla Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini. I collaboratori parlamentari esultano. Per loro sono finiti i tempi dei panini mangiati velocemente nei bar del centro fra una seduta d’Aula e l’altra. Pagati, manco a dirlo, di tasca propria. A cifre non sempre popolari. Problema risolto, anche se ne rimangono tanti altri sul tappeto. E anche più importanti. Perché nonostante la soluzione sui pasti salutata con favore dall’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp) attraverso un apposito comunicato, “resta ancora molto da fare per riconoscere una piena dignità professionale alle centinaia di persone che lavorano tra Camera e Senato”, dice a ilfattoquotidiano.it la presidente Valentina Tonti.

SOLUZIONE ALL’ITALIANA – Quella che riguarda gli assistenti di deputati e senatori, un vero e proprio esercito di persone se si calcola che ogni parlamentare si avvale di almeno un collaboratore, è una questione che si perde negli annali. Da tempo a Montecitorio e Palazzo Madama si parla di regolamentare per legge la loro figura, magari sul modello di Germania, Gran Bretagna, Francia o del Parlamento europeo. Realtà nelle quali il rapporto contrattuale fra parlamentari e collaboratori è gestito dall’amministrazione della Camera di appartenenza. E nel nostro Paese? “Il collaboratore – spiega Tonti – viene retribuito con il rimborso spese per l’esercizio del mandato”: circa quattromila euro al mese inseriti nella busta paga degli eletti per pagare però anche consulenze, ricerche e uffici, soggetti a rendicontazione solo per metà. La classica soluzione all’italiana, dunque. A dire il vero, in passato era stato fatto un tentativo: a ottobre 2012 la Camera aveva approvato un provvedimento ispirato al modello vigente nel Parlamento europeo. Introducendo pure il divieto di assumere parenti, coniugi o affini entro il secondo grado. Com’è andata a finire? Come nel gioco dell’oca. Il disegno di legge fu incardinato al Senato, ma la fine anticipata della legislatura riportò la situazione al punto di partenza. E dal 2013 ad oggi tutto è rimasto fermo.

FERME AL PALO – “Questo Parlamento ha finora dimostrato di non voler affrontare con la necessaria determinazione la questione dei collaboratori”, aggiunge la presidente dell’Aicp. Al momento, chiusi nel cassetto della commissione Lavoro di Montecitorio, si contano quattro disegni di legge sul tema presentati da Partito democratico, Sinistra Italiana, Movimento 5 Stelle e Nuovo centrodestra. “La strada legislativa non è nemmeno la più efficace – spiega Tonti –. Oltre ai tempi propri dell’iter previsto per la discussione della norma, l’attuazione di un’eventuale legge sarebbe poi subordinata alle delibere degli uffici di presidenza di Camera e Senato. Che potrebbero comunque anche decidere senza una misura specifica”. Negli ultimi anni “abbiamo promosso l’approvazione di numerosi ordini del giorno riguardanti la nostra figura in occasione dell’esame del bilancio delle due Camere” ma “sono finora rimasti lettera morta”. Cosa chiede l’Aicp? “Che i collaboratori – spiega Tonti – vengano retribuiti direttamente dalla amministrazioni di Camera e Senato”.  Che però sembrano nicchiare, mentre continuano a registrarsi casi di persone che lavorano con contratti irregolari o addirittura pagate in nero dagli stessi onorevoli.

Twitter: @GiorgioVelardi  

(Articolo scritto il 30 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Privilegi, regalo di Pasqua in vista per gli alti burocrati parlamentari: “Dal Pd 3,5 milioni per le indennità di funzione”

La denuncia del segretario dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio, Riccardo Fraccaro (M5S). Che punta il dito contro la bozza di deliberazione che ripristina il ricco bonus per i dirigenti. E accusa il partito del premier: “Vuole cambiare verso alzando gli stipendi dei funzionari di Camera e Senato”

fraccaro_675Ci risiamo. A tre mesi dalla proroga del blocco delle indennità di funzione spettanti agli alti dirigenti della Camera, riesplode la polemica. A scatenarla è l’ennesima denuncia di Riccardo Fraccaro, deputato del Movimento 5 Stelle (M5S) e segretario dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio. Che carica a testa bassa contro il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il Partito democratico (Pd). L’ex sindaco di Firenze “vuole cambiare verso alzando gli stipendi dei funzionari del Parlamento e blindando questo aumento, che verrà agganciato alla disciplina costituzionale”, denuncia Fraccaro. Che mette sotto accusa “la bozza di deliberazione in tema di indennità e meccanismo di adeguamento retributivo messa a punto dai presidenti dem dei Comitati per gli affari del personale di Montecitorio e Palazzo Madama, Marina Sereni e Valeria Fedeli”, la cui approvazione riporterebbe, secondo l’esponente grillino, le indennità di funzione ai livelli del 2012. Per fare un esempio, quella del segretario generale della Camera dei deputati, che per effetto della sforbiciata del 2013 è stata ridotta a 662 euro al mese, tornerebbe a raggiungere i 2.200 euro

SI CAMBIA VERSO – “Il Pd – aggiunge Fraccaro – ha intenzione di reintrodurre le indennità di funzione del personale, per un costo complessivo di 3 milioni e mezzo di euro, legandole alle riforme”. Riferimento al ruolo unico dei dipendenti di Camera e Senato previsto nel nuovo articolo 40della Costituzione, come modificato dal ddl di riforma che porta il nome della ministra Maria Elena Boschi, al quale lo schema di deliberazione messo alla sbarra del M5s è collegato. Insomma, “invece di tagliare i costi della politica” il partito del segretario-premier “vuole alimentare sprechi e privilegi”, attacca il parlamentare grillino. Ma cos’è l’indennità di funzione? Si tratta, in sostanza, di una somma aggiuntiva in busta paga, spettante ai quadri direttivi, che “dovrebbe essere corrisposta solo a fronte di incarichi di particolare complessità”. Ma che invece, insorge Fraccaro, “con la proposta del partito di Renzi verrà elargita a pioggia calpestando la meritocrazia e favorendo le posizioni di vantaggio maturate sul piano dell’affiliazione politica”. Il tutto “gonfiando gli stipendi già dorati percepiti dai super-burocrati”.

STOP & GO – L’ultimo atto della querelle sulle indennità di funzione era andato in scena lo scorso dicembre. Quando il Comitato affari del personale della Camera, guidato appunto dalla vice presidente in quota Pd Marina Sereni, aveva deciso di prorogarne il blocco mantenendole ferme sui livelli più bassi raggiunti con la sforbiciata del 2013. Un provvedimento che era stato preceduto da roventi polemiche dopo che il M5S aveva denunciato il tentativo di ripristinare il ricco bonus ai livelli del 2012 nelle già pesanti buste paga dei burocrati della Camera. Denuncia alla quale era seguito un radicale cambio di rotta, che ha impedito ai discussi incentivi di sommarsi agli stipendi di dirigenti e funzionari a partire dal 1° gennaio 2016. E motivato con la necessità di arrivare in tempi brevi, spiegarono dal Comitato, “alla definizione del ruolo unico dei dipendenti di Camera e Senato” e “alla armonizzazione del relativo stato giuridico ed economico”.

PIATTO RICCO – Ma di che cifre stiamo parlando? Alla Camera dei deputati il segretario generale, cui spetta uno stipendio annuo superiore ai 300 mila euro, incassava fino al 31 dicembre 2012 altri 2.200 euro netti al mese contro i 662 attualmente percepiti per effetto del taglio del 2013. Ai vice segretari e al capo avvocatura, invece, spettavano 1.450 euro poi ridotti a 652. Il consigliere capo servizio e il consigliere capo della segreteria del presidente percepivano 1.197 euro rispetto agli attuali 598. Il consigliere capo ufficio della segreteria generale si era visto praticamente dimezzare l’indennità di funzione da 882 a 485 euro. Quella del consigliere capo ufficio o titolare di incarico di coordinamento equiparato era scesa da 630 a 378 euro mensili. E anche il coordinatore di unità operativa di V livello ed equiparati avevano subito una decurtazione: da 441 a 286 euro. Per armonizzare il trattamento economico tra Palazzo Madama e Montecitorio, la bozza di deliberazione prevede, all’articolo 1, che l’ammontare delle indennità di funzione per il personale iscritto nel ruolo unico dei dipendenti del Parlamento è fissato sul “valore più basso” tra quelli stabiliti al Senato e alla Camera alla data del 31 dicembre 2012. Ma non basta. Sul tavolo c’è anche un emendamento delle organizzazioni sindacali interne che prevede di calcolare le indennità di funzione “sulla base della media dei valori” stabiliti per i due rami del Parlamento sempre al 31 dicembre 2012. Se passasse, gli importi percepiti dagli alti burocrati sarebbero addirittura maggiori.

SORPRESA PASQUALE – Una modifica della disciplina vigente che farebbe la felicità, secondo Fraccaro, di un esercito di burocrati: “Come ad esempio i 123 dipendenti di IV livello su 265 e i 138 funzionari di V livello su 151”. Un rischio che per il segretario dell’Ufficio di presidenza va scongiurato “fissando dei tetti perenni alle retribuzioni ed eliminando le varie indennità dei funzionari”. Per evitare che, dopo la delusione per il regalo di Natale sfumato, la bella sorpresa possa arrivare, stavolta, nell’uovo di Pasqua.

(Articolo scritto il 19 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Primarie, tutte le proposte di legge per regolamentarle

Obbligatorie o facoltative. Oppure sul modello Usa. Con sanzioni per i brogli. Sono le idee dei partiti. Che giacciono in Aula. Così per le Comunali è caos.

l43-primarie-160316142535_mediumStai a vedere che alla fine aveva ragione Massimo D’Alema.
«Così le Primarie hanno perso ogni credibilità, sono manipolate da gruppetti di potere, sono diventate un gioco per falsificare e gonfiare dati», ha scandito l’ex premier nel corso dell’ormai celebre intervista rilasciata al Corriere della sera giovedì 10 marzo.
Per questo «bisogna scrivere nuove regole e intanto rispettare quelle che già ci sono».
Un messaggio chiaro inviato a chi, in passato, aveva addirittura ragionato sulla possibilità di mettere la parola «fine» all’uso di questo strumento.
A cominciare dal suo “acerrimo nemico”: Matteo Renzi.
PROBLEMA BIPARTISAN. Al contrario, però, c’è chi vorrebbe regolamentare le primarie per legge. Sia a sinistra sia a destra.
Magari per evitare il ripetersi di casi come quelli di Napoli e Roma, dove restano forti le polemiche che sono seguite alle consultazioni del Partito democratico, tra fantasmi di voti comprati e schede bianche gonfiate per ritoccare al rialzo l’affluenza.
O le schermaglie che hanno anticipato le “gazebarie” che si sono svolte nella Capitale e che non hanno evitato la candidatura della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, contro Guido Bertolaso.
PROPOSTE FERME AL PALO. Un problema c’è, è evidente.
Che fare? Approvare finalmente un provvedimento che fissi dei paletti chiari sulle Primarie, a oggi “patrimonio” esclusivo del partito del segretario-premier?
Difficile rispondere: è una questione di volontà e opportunità politica. Ma qualcuno comunque ci prova.
Vedere per credere le proposte di legge (pdl) ferme in parlamento – sette in tutto quelle depositate dal 2013 – sul tema in questione.
Due portano la firma di deputati del Pd non proprio filo-renziani: il “lettiano” Marco Meloni e la “prodiana” Sandra Zampa.   

Primarie obbligatorie o facoltative? La doppia visione del Pd

Con la sua proposta, Meloni chiede che le primarie vengano svolte sia per la selezione dei candidati territoriali (sindaci, governatori di Regione eccetera) sia per quelli nazionali (presidente del Consiglio e parlamentari).
Che siano inoltre «gratuite, pubbliche e statali» e che si svolgano «in un solo giorno» entro due mesi prima della data di presentazione delle liste.
Potranno parteciparvi «i cittadini iscritti nelle liste elettorali», ma anche gli elettori «previa iscrizione in un apposito registro» che sarà istituito presso il ministero dell’Interno: chi ha la tessera di partito ne fa automaticamente parte.
PALLA AL GOVERNO. La Zampa ha invece inserito la questione-Primarie all’interno di una pdl più ampia, riguardante la disciplina dei partiti in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione.
Il governo sarà delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, «un decreto legislativo per la disciplina, in ciascun collegio plurinominale, dello svolgimento di elezioni primarie per la designazione dei candidati da parte degli elettori del collegio».
Stavolta «le Primarie non vengono rese obbligatorie per legge»: ciascun partito potrà decidere se svolgerle o meno.
BROGLI? STOP AI BENEFICI FISCALI. Con la sua proposta anche Eugenia Roccella, esponente di Idea (il movimento di Gaetano Quagliariello), ha pensato a primarie facoltative.
Per la deputata le consultazioni, che serviranno per scegliere sindaci, presidenti di Regione e parlamentari, dovranno celebrarsi entro il 60esimo giorno prima delle elezioni.
Potranno parteciparvi gli iscritti al partito più i sostenitori (purché registrati). In caso di brogli, il partito rischia di perdere i benefici fiscali previsti dalle legge: a vigilare sugli elenchi degli aventi diritto al voto sarà il tribunale competente per territorio.
PER L’IDV SERVONO ALMENO 10 EURO. Altra proposta depositata alla Camera è quella di Nello Formisano (Italia dei valori).
Per il quale possono indire le primarie tutti i partiti, i movimenti o le coalizioni che abbiano almeno un deputato, un senatore, un membro del parlamento europeo o 10 consiglieri regionali.
La registrazione nelle liste per prendervi parte «avviene con una dichiarazione di condivisione dei programmi» da parte dell’elettore, che dovrà «versare un contributo di 10 euro per i costi di organizzazione», destinati «per l’80% al Comune di residenza dell’elettore e per il 20% al partito».

L’idea dei fittiani a Montecitorio: “libertarie” sul modello Usa

Rocco Palese (Conservatori e riformisti) propone invece una soluzione totalmente diversa: “libertarie” obbligatorie sul modello americano.
Le quali consistono in «una sequenza di elezioni primarie regionali» (dette «giro d’Italia»), che «determinano il numero di delegati che sostengono i candidati alla nomina», seguite dalla convention dei delegati stessi.
Tre le versioni previste: standard (16 tappe quando la legislatura ha scadenza naturale), accelerata (7 tappe e la convention) e semi-accelerata, se lo scioglimento anticipato ha luogo a più di 4 anni e 4 mesi dalle elezioni.
CARTA CANTA. Pierpaolo Vargiu (Scelta civica) ha invece depositato un testo che punta a modificare l’articolo 49 della Costituzione, dando così «pieno riconoscimento a diversi princìpi ispiratori del funzionamento dei partiti politici rimasti a lungo non esplicitati».
Fra cui, appunto, le Primarie. «Non si discutono naturalmente in questa sede le modalità di disciplina delle elezioni primarie, da regolare con legge ordinaria, andando oltre la fase sperimentale e volontaria promossa da alcuni partiti politici», spiega però la relazione che accompagna la pdl. Insomma: poi si vedrà.
LARGO AI PROBIVIRI. Infine c’è la proposta di Guglielmo Vaccaro, referente parlamentare di Italia unica, il movimento di Corrado Passera.
Anche stavolta le primarie sono facoltative: possono parteciparvi direttamente i tesserati al partito, mentre i sostenitori devono iscriversi in un apposito registro.
È «vietato» prendere parte a elezioni «organizzate da due o più partiti o coalizioni» in occasione della «medesima scadenza elettorale».
Il partito provvederà alla nomina di commissioni territoriali: il collegio dei probiviri deciderà su eventuali ricorsi riguardanti candidature e risultati.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 17 marzo 2016 per Lettera43.it)

Caso Giorgia Meloni, nei Comuni la parità di genere resta un miraggio: su 7.684 sindaci italiani solo 1.048 sono donne

È quanto emerge dai dati pubblicati dal ministero dell’Interno. Che documentano come le quote rose siano minoritarie nelle amministrazioni degli enti locali. Solo il 13,6% guida un comune contro l’86,4% dei colleghi uomini. Forbice pronunciata anche tra vice-sindaci, consiglieri e assessori. Maglia nera a quattro regioni: in Basilicata, Calabria, Trentino-Alto Adige e Umbria nessuna prima cittadina nei centri con più di 15 mila abitanti

sindaci-675È proprio vero: l’Italia non è un Paese per donne. Soprattutto in politica. A dirlo non sono solo la viva voce di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi, che hanno “consigliato” alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, di non correre per il Campidoglio perché “una mamma non può fare il sindaco”. O la parole pronunciate dall’0rmai ex candidata del Movimento 5 Stelle (M5S) a primo cittadino di Milano, Patrizia Bedori. “Mi avete chiamato casalinga, disoccupata, grassa e brutta”, ha scritto su Facebook attaccando frontalmente alcuni ex esponenti del M5S. A rivelarlo, invece, sono i dati messi nero su bianco dal Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del ministero dell’Interno. Che periodicamente analizza la presenza maschile e femminile nelle amministrazioni locali. Con risultati tutt’altro che incoraggianti per il ‘gentil sesso’.

SINDACHE CERCASI – Gli ultimi numeri a disposizione sono datati 8 marzo 2016, giorno della ‘Festa della donna’. Ma, come detto, c’è poco da festeggiare. Per capirlo basta un solo dato: su 7.684 sindaci italiani solo 1.048 sono donne. Appena il 13,6%. Insomma, poco più di una su dieci. I primi cittadini uomini, al contrario, sono 6.636. Cioè l’86,4%. In particolare, nei centri con una popolazione fino a 15 mila abitanti, i sindaci di sesso maschile sono 6.036, quelli di sesso femminile 982. In quelli con popolazione superiore a 15 abitanti, invece, ai 600 sindaci uomini si contrappongono appena 66 sindache. E anche quando si parla dei vice-sindaci, 4.448 in totale, i numeri non sorridono alle donne. Che sono 1.067 contro 3.381 uomini. Ovvero il 24% contro il 76%.

STESSA MUSICA – Il leitmotiv è lo stesso anche quando si parla delle altre cariche. Prendiamo per esempio gli assessori comunali. In totale, in Italia se ne contano 18.089. Le donne? Sono soltanto 6.442 (il 35,6%) contro gli 11.647 colleghi uomini (il 64,4%). Poi ci sono i presidenti dei consigli comunali. Stavolta, lo squilibrio è ancora più forte rispetto ai casi elencati finora. Infatti, solo 260 dei 1.185 vertici degli organi di indirizzo e controllo politico-amministrativo locale censiti sono di sesso femminile. Tradotto in percentuale significa il 22%, contro i 925 di sesso maschile (il restante 78%). Infine, ci sono i consiglieri comunali: dei 71.599 totali (50.273 nei comuni con popolazione fino a 15 mila abitanti e 3.064 negli altri), le donne sono il 33,6% (24.083) e gli uomini il 66,4% (47.516).

GIRO D’ITALIA – Ma il Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del Viminale ha pubblicato anche le statistiche suddividendo la presenza della ‘quote rosa’ nelle varie regioni dello Stivale. Ne consegue che in Basilicata, in Calabria, in Trentino-Alto Adige e in Umbria – nei comuni con popolazione superiore a 15 mila abitanti – la casella dei sindaci donne è ferma azero. Non se la passano meglio nemmeno Campania (3 prime cittadine donne contro 65 uomini), Sicilia (2 contro 59), Toscana(7 contro 46), Abruzzo (una contro 15) e Friuli-Venezia Giulia (una contro 10). Anche in Emilia-Romagna il rapporto è alquanto squilibrato: 45 sindaci di sesso maschile e appena 8 di sesso femminile (il 15%). Stesso discorso pure nel Veneto amministrato dal leghista Luca Zaia, dove le sindache sono il 18,5%: appena 10 contro i 44 colleghi uomini.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Finanziamento partiti, Forza Italia: “Abolire il tetto donazioni a 100mila euro previsto da legge Letta”

È quanto chiede la tesoriera azzurra, Mariarosaria Rossi. Con un disegno di legge depositato a Palazzo Madama. Per cambiare “l’ennesima norma contro Silvio Berlusconi”. Ma i colleghi degli altri schieramenti si dicono apertamente contrari. A cominciare da Bonifazi (Pd) e Librandi (Scelta civica). Critiche dal M5S: “Si rischia di finire sotto ricatto delle lobby”. Mentre Sel propone il ritorno ai contributi pubblici. Con l’istituzione di un fondo presso il Mef: un euro per ogni voto regolarmente espresso alle elezioni

mariarosaria-rossi675È stato assegnato alla commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Dove però, almeno fino a questo momento, è rimasto lettera morta. Probabilmente per la delicatezza del tema, visto che siamo in tempo di tagli e spending review. Stiamo parlando del disegno di legge (ddl) presentato dalla tesoriera di Forza Italia (FI), la senatrice Mariarosaria Rossi, allo scopo di abolire il tetto al finanziamento dei partiti fissato a 100mila euro annui – per le erogazioni liberali di persone fisiche e non – dalla legge del governo di Enrico Letta (2014). Quella che ha messo la parola “fine” proprio sul finanziamento pubblico diretto e indiretto alle varie formazioni che siedono in Parlamento, sostituendolo con agevolazioni fiscali, detrazioni e destinazione volontaria del 2 per mille Irpef. Il quale si è finora rivelato un flop, visto che nel 2015 solo il 2,7% dei contribuenti ha deciso di destinarlo loro. Provocando non pochi danni alle casse dei partiti. A cominciare proprio da quello di Silvio Berlusconi, che a dicembre ha licenziato gli 80 dipendenti di FI con una lettera inviata proprio dalla Rossi. “Un atto dovuto, che mi ha causato grande sofferenza”, ha spiegato la diretta interessata in un’intervista rilasciata a dicembre al Corriere della Sera.

PIÙ SOLDI PER TUTTI  Ma cosa prevede, in soli due articoli, il disegno di legge della tesoriera forzista? Di modificare cinque commi (7, 8, 9, 10 e 12) dell’articolo 10 della suddetta legge, permettendo così “a ciascuna persona fisica” di “effettuare erogazioni liberali in denaro o comunque corrispondere contributi in beni e servizi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, anche per interposta persona o per il tramite di società controllate, in favore di un singolo partito politico”. Non solo. I benefici sono estesi pure ai “soggetti diversi dalle persone fisiche” i quali, è scritto ancora nel ddl, “possono anch’essi effettuare erogazioni liberali in denaro o comunque corrispondere contributi in beni e servizi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, in favore dei partiti politici”. Insomma, un ritorno al passato. Per cercare di cambiare “l’ennesima norma contra personam per impedire a Silvio Berlusconi di continuare a sostenere Forza Italia”, come l’ha bollata la Rossi parlando con il quotidiano di via Solferino. Una proposta che però, malgrado l’intento della guardiana delle casse di Forza Italia di trovare un consenso bipartisan, non trova d’accordo i tesorieri dei principali partiti. A cominciare proprio da quello del Partito democratico (Pd), Francesco Bonifazi.

C’È CHI DICE NO  “Abbiamo voluto l’abolizione del finanziamento pubblico e l’abbiamo ottenuta – dice il deputato dem a ilfattoquotidiano.it –. Mi sembra un errore innalzare il limite dei 100 mila euro perché si corre il rischio di concentrare il finanziamento stesso nelle mani di pochi privati. Perciò quella soglia deve rimanere ferma dov’è: si impegnino tutti a fare raccolta con il 2 per mille che per il Pd è stato il vero punto di forza”. La pensa allo stesso modo anche il tesoriere di Scelta civica, Gianfranco Librandi. “Se eliminassimo il limite al finanziamento – spiega il parlamentare centrista – sarebbero troppo agevolati quei partiti che fanno riferimento a gruppi finanziari o di capitalisti nazionali o multinazionali”. Anche se, aggiunge, “le regole attuali si sono dimostrate inadeguate all’obiettivo di rendere funzionanti i vari schieramenti come espressione della volontà popolare” e “anche il sistema del M5S non funziona, per la totale mancanza di chiarezza e trasparenza di bilancio relativa alle fonti di finanziamento”. Però “un limite ci deve essere”, conclude Librandi, che propone “erogazioni fino a 200 mila euro per le persone fisiche e fino a 500 mila per quelle giuridiche, più la destinazione volontaria del due per mille e naturalmente un fund raising libero”.

SOTTO RICATTO  Apertamente contrario al ddl presentato dalla senatrice di Forza Italia anche il Movimento 5 Stelle. “Già all’epoca del decreto Letta, che proponeva di limitare le donazioni liberali ai partiti a 300 mila euro, ci opponemmo presentando anche diversi emendamenti, tra cui quelli per abbassare la soglia a 10 mila euro e per procedere alla confisca delle somme di denaro pubblico non rendicontate e in molti casi sperperate dai partiti”, afferma la capogruppo a Palazzo Madama, Nunzia Catalfo. “Togliere il tetto dei 100 mila euro e consentire così ai partiti di ricevere ingenti somme di denaro da privati – prosegue – è molto pericoloso perché espone la politica al ricatto delle lobby e mina la democrazia nel nostro Paese che già, di fatto, è a rischio. Noi poco trasparenti? Al contrario, il M5S ha ampiamente dimostrato come si possa fare politica senza percepire rimborsi elettorali o senza grandi risorse a disposizione”, conclude la parlamentare ‘grillina’. “Il Nuovo centrodestra ha deciso di puntare sul 2 per mille e sui contributi volontari della base, è un problema che sostanzialmente non ci riguarda – taglia corto il tesoriere degli ‘alfaniani’ Paolo Alli –. Disquisire sull’innalzamento del tetto previsto dalla legge credo abbia più che altro un effetto psicologico e niente di più”.

SOLO UN EURO  A Montecitorio, invece, Sinistra Ecologia Libertà ha depositato una proposta di legge, primo firmatario Giovanni Paglia, per l’istituzione di un fondo per il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici presso il ministero dell’Economia, “alimentato annualmente in sede di legge di stabilità nella ragione di 1 euro per ogni voto regolarmente espresso nel corso delle consultazioni elettorali”. Praticamente quasi un ritorno ai vecchi rimborsi elettorali. I beneficiari? “I partiti con almeno un rappresentante eletto nel Parlamento nazionale o in almeno tre consigli regionali”. E ancora: “Si prevede l’esclusione del finanziamento diretto o indiretto da parte, ad esempio, di persone fisiche o giuridiche – dice la proposta – che abbiano in essere concessioni da parte dello Stato, delle regioni, degli enti locali, di enti pubblici ovvero di società a partecipazione pubblica diretta o indiretta”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 14 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Primarie Pd, partito spaccato dopo il pasticcio di Napoli: minoranza all’attacco, ma per i renziani la vicenda è archiviata

La decisione della commissione di garanzia, che ha respinto il ricorso di Bassolino, riapre le polemiche fra i dem. Il bersaniano Gotor: “Mercimonio di voti, sporcata la nostra immagine”. Ma Carbone respinge le accuse: “Scelta fatta in piena autonomia”. L’altro candidato sconfitto Sarracino: “Abbiamo dato all’ex sindaco di Napoli l’alibi per farsi una sua lista che ci condannerebbe alla sconfitta”. E sul coinvolgimento dei cosentiniani D’Anna replica: “Ma di cosa stiamo parlando? Sembra che ci abbiano marchiati a fuoco”

parlamentarie-pd-675Per il Partito democratico il caso è chiuso. Almeno secondo i renziani. Precipitatisi, con il vice segretario Debora Serracchiani, ad anticipare addirittura il ‘verdetto’ della commissione di garanzia che ha respinto il ricorso presentato dallo sconfitto Antonio Bassolino alle primarie di domenica scorsa che hanno decretato la vittoria della sfidante Valeria Valente con 452 voti di scarto. Lo dice chiaro e tondo, dai piani alti del Nazareno, Ernesto Carbone: “La pronuncia dei garanti archivia definitivamente la questione – sentenzia l’esponente della segreteria dem parlando con ilfattoquotidiano.it –. C’è totale rispetto per la decisione che, in piena autonomia, gli organi interni competenti hanno preso”. Nessuno scandalo, insomma, sull’esito della consultazione, nonostante le polemiche innescate dai video girati fuori dai seggi del capoluogo campano e pubblicati su FanpageImmagini eloquenti, che documentano la presenza di alcuni esponenti locali del Pd impegnati a distribuire monete da un euro come incentivo per votare la Valente. Senza contare l’altro filmato, che ritrae ex ‘cosentiniani’ ed ex ‘cuffariani’ intenti a fare i ‘buttadentro’ fuori dai seggi.

CATENACCIO RENZIANO – “La verità è che queste primarie sono state un successo – assicura in ogni caso Carbone –. Altro che le comunarie del M5S, decise a Milano da 74 clic sul server dell’organizzatore”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il responsabile Giustizia della segreteria dem, David Ermini: “Il nostro statuto assegna il compito di risolvere simili controversie alle commissioni di garanzia locali. Prima di esprimersi, quella di Napoli ha evidentemente valutato tutti gli elementi a disposizione. Poi ci sono i vari gradi di giudizio…”. Sta di fatto che l’orologio sembra tornato indietro a cinque anni fa. Quando, proprio a Napoli, l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, annullò le primarie vinte da Andrea Cozzolino contro Umberto Ranieri col fantasma dei brogli. Commissariando il Pd locale, affidato all’attuale ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Il quale denunciò senza mezzi termini “un’infezione nell’organizzazione del partito”. Da allora è passato un lustro e sono cambiati i protagonisti. Ma restano le polemiche, i ricorsi e le carte bollate. Perché i video reperibili in rete gettano più di qualche ombra sul risultato finale della consultazione. E spaccano nuovamente il partito, diviso fra chi difende il risultato delle primarie del capoluogo campano e chi, invece, si schiera apertamente dalla parte dello sconfitto.

MINORANZA ALL’ATTACCO – “Condivido il giudizio di Bassolino – spiega il senatore ‘bersaniano’ Miguel Gotor –. Si tratta di una sentenza decisa a tavolino, che non ha fatto altro che confermare i giudizi irrituali e preventivi di ‘indiscutibilità’ del risultato espressi dai massimi vertici del partito”. A cominciare da Matteo Orfini il quale, secondo Gotor, continua ad interpretare il suo ruolo di presidente “come un capo fazione” quando invece “dovrebbe essere il garante di tutti i contendenti alle primarie”. Un affondo pesante. “I video pubblicati in rete mostrano un vero e proprio mercimonio di voti, se non addirittura un voto di scambio. A tutto ciò si aggiunge, per l’ennesima volta, il tema del trasformismo, con pezzi di centrodestra napoletano legati a Cosentino che si sono presentati ai seggi: un fatto che si commenta da sé”. In questo modo, aggiunge il parlamentare dem, “si sporca l’immagine del partito e si ferisce quella delle primarie come strumento, un bene comune e indivisibile che appartiene a tutto il Pd, non solo alla sua maggioranza, e che il segretario del partito dovrebbe tutelare senza chiudersi nell’assordante silenzio di queste ore”. Ecco perché è maturo il tempo per ripensarle. “Siamo l’unico partito che le fa, ma è necessario che siano meglio regolamentate – conclude Gotor –. Lo diciamo da tempo ma poi non lo facciamo mai. Così rischiano di diventare un boomerang”.

ALIBI PER BASSOLINO – “In alcune zone di Napoli il Pd andrebbe bonificato”, attacca Marco Sarracino, sfidante di Valente e Bassolino alle primarie di domenica scorsa. L’ex sindaco di Napoli? “Gli stiamo fornendo l’alibi per uscire dal partito e fare una propria lista da presentare alle elezioni, il che sarebbe mortifero per noi – risponde il 26enne esponente dem –. Il problema però è un altro: in alcuni quartieri di questa città, e lo dice uno che vive a Scampia, serve legalità per 365 giorni all’anno, non piazzare i seggi per un giorno. La questione morale deve tornare ad essere un must, non una bandiera da sventolare quando fa comodo”. Molto critico su quanto accaduto anche un altro dei leader della minoranza dem, Gianni Cuperlo. “Ho rispetto verso le istituzioni di garanzia del Pd – scrive su Facebook – ma trovo un errore grave che dirigenti nazionali abbiano espresso le loro conclusioni sul ricorso presentato a Napoli prima ancora che la commissione competente esaminasse il caso e si pronunciasse”. Ecco perché “non possono essere commissioni di controllo locali, composte da rappresentanti delle correnti che sono quasi sempre all’origine delle polemiche che quegli organismi dovrebbero dirimere, a garantire l’equilibrio necessario nel giudizio. Credo si debba trasferire quella competenza a un ‘giudice terzo’ – conclude – e quindi a una commissione nazionale composta da personalità autorevoli e neutrali”.

COLPO D’ALA – Fuori dalle dinamiche del Pd, ma chiamati in causa dai video incriminati che hanno scatenato la polemica, i cosentiniani non ci stanno a recitare la parte dei sobillatori delle primarie napoletane. “Ma di cosa stiamo parlando? Sembra che i cosentiniani siano stati marchiati a fuoco. Al punto che, a distanza di anni, invece di essere identificati per quello che sono oggi li additano ancora come seguaci di un signore che da oltre due anni è rinchiuso senza processo nelle patrie galere e che credo abbia ben altre preoccupazioni”, archivia la questione Vincenzo D’Anna, neanche a dirlo ex ‘cosentiniano’ di ferro e oggi in Ala con Denis Verdini. “Peraltro una di queste persone si è dichiarata, in un’intervista, esponente di Scelta civica – conclude –. L’esperienza politica al fianco di Cosentino si è esaurita anni fa ed è normale che chi l’ha condivisa abbia fatto nel frattempo altre scelte”.

(Articolo scritto il marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Presidenza del Consiglio: 800 mila euro per due progetti sulla famiglia, ma i risultati sono deludenti

Si tratta delle convenzioni stipulate tra il Dipartimento competente e il Formez Pa, che fa capo al ministero della Funzione pubblica. Per la realizzazione del Family Lab e del Family Line. Che dal 28 novembre 2014 ha totalizzato solo 455 like su Facebook e 117 follower su Twitter. Mentre, fra marzo 2015 e febbraio 2016, al call center sono arrivate appena 5 chiamate di media al giorno. E non va meglio per il traffico internet: 70 visitatori unici quotidiani al 22 febbraio scorso. Ma ora il ministro Costa vuole vederci chiaro: “Monitoraggio su tutte le convenzioni in atto, valuteremo il rapporto costi-risultati”

enrico-costaOttocentomila euro in totale per due progetti che, dati alla mano, stanno dando risultati tutt’altro che entusiasmanti. Soldi pubblici, ovviamente. Ciononostante il Dipartimento delle politiche per la famiglia ha deciso di rinnovare, per “una durata di 16 mesi di attività a decorrere dal primo maggio 2016”, l’accordo stipulato il 28 novembre 2014 con Formez Pa, il centro servizi, assistenza, studi e formazione per l’ammodernamento delle pubbliche amministrazioni che risponde al ministero della Funzione pubblica guidato da Marianna Madia. I due contratti in oggetto sono stati stipulati per la realizzazione del “Family Lab – Cooperare per un welfare sostenibile e abilitante” e della “Family Line”. Il primo progetto è “volto a creare – dice la convenzione – reti orizzontali e verticali tra gli operatori pubblici impegnati nelle politiche familiari presso le Amministrazioni di tutti i livelli di governo”. Il secondo, invece, ha come scopo quello di “offrire e rendere più accessibili le informazioni e le opportunità utili alla vita quotidiana mettendo a disposizione, tra l’altro, un servizio di Contact Center mediante l’attivazione del numero verde800.254.009 al fine di facilitare i rapporti tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione”.

FAMILY FLOP – Tutto molto bello. Almeno sulla carta. Se non fosse che, come detto, i costi delle operazioni sono molto alti: 450 mila euro nel primo caso (45 mila da versare a seguito della sottoscrizione dell’accordo e i restante 405 mila da saldare in tre tranche) e 350 mila euro nel secondo, con le stesse modalità di pagamento. A fronte, però, di feedback modesti da parte dei cittadini. Non solo sui social network, dove la pagina Facebook e l’account Twitter della “Family Line” hanno totalizzato – rispettivamente – 455 ‘like’ e 117 ‘follower’ (dati aggiornati al 3 marzo). Ma soprattutto in termini di telefonate al Contact Center e accessi al sito Internet del progetto. Fra marzo 2015 e febbraio 2016, stando ai dati in possesso de ilfattoquotidiano.it, le telefonate pervenute sono state 1.778: una media di 148,2 chiamate al mese. Più o meno cinque al giorno, insomma. Il portale, invece, “ha registrato 19.087 visitatori unici” (circa 70 al giorno) e “105.688 pagine visualizzate” (387 ogni ventiquattrore), fa sapere il report che racchiude i dati raccolti fra il 26 maggio 2015 e il 22 febbraio 2016. I dati disaggregati mostrano una forbice fra picchi positivi e negativi alquanto significativa. Il 10 luglio 2015, per esempio, al sito si sono collegati 422 visitatori (record di contatti), mentre il 21 febbraio 2016, penultimo giorno di monitoraggio, appena 13. Un po’ poco, se si rapportano i risultati a quanto ha speso il dipartimento di Palazzo Chigi per l’accordo con Formez Pa.

COSTA IN CAMPO – Insomma, dopo la visita della Guardia di Finanza, che martedì scorso, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, su mandato della Procura regionale della Corte dei Conti ha acquisito documenti relativi ad una serie di convenzioni stipulate con diversi enti per l’esternalizzazione di alcuni servizi, in via della Ferratella in Laterano si respira un’aria pesante. E qualcosa pare si stia già muovendo. Tanto che ora anche il ministro per gli Affari regionali di Ncd, Enrico Costa (nella foto), che con l’ultimo rimpasto ha assunto, oltre alla guida del dicastero, anche la delega alla famiglia, vuole fare chiarezza sulle situazioni ereditate dal passato. “Attualmente sono in essere presso il dipartimento diverse convenzioni, alcune anche con scadenza ravvicinata, sulle quali ho disposto un accurato monitoraggio– spiega il ministro sentito dal nostro giornale –. Per ciascuna di esse, saranno valutati gli obiettivi raggiunti e i risultati prodotti rispetto ai costi sostenuti. Non ci sarà nessuna proroga automatica, ma si deciderà, caso per caso, in base all’esito delle verifiche disposte”. Un monitoraggio al tappeto, dunque, quello disposto da Costa. Che, probabilmente, interesserà anche le convenzioni per i progetti “Family Line” e “Family Lab”.

(Articolo scritto il 7 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Eutanasia, il Parlamento si muove: a Montecitorio inizia la discussione delle quattro proposte di legge

Dopo numerosi rinvii, le commissioni Affari sociali e Giustizia della Camera si sono riunite per esaminare i testi depositati negli ultimi due anni. Da quello di iniziativa popolare, sottoscritto da centomila cittadini. A quello di Sinistra Italiana, prima firmataria la deputata Marisa Nicchi. Senza dimenticare la pdl della ex M5S Eleonora Bechis. Obiettivo: colmare il vuoto normativo entro la fine della legislatura in corso

camera675È a tutti gli effetti un fatto storico. Dopo anni di dibattiti pubblici e rinvii che non hanno mai portato ad alcun risultato concreto. Ma adesso potrebbe essere la “volta buona”. Le commissioni Affari sociali e Giustizia di Montecitorio, riunite per l’occasione, hanno iniziato la discussione delle quattro proposte di legge (pdl) sull’eutanasia. Una seduta interlocutoria in vista dell’apertura della discussione vera e propria su una tematica che, come accaduto al Senato sulle unioni civili, rischia di mettere a dura prova schieramenti politici e, soprattutto, la tenuta della maggioranza. Quel che è certo è che il tema della ‘dolce morte’ è entrato ufficialmente nel dibattito parlamentare. Grazie soprattutto a Sinistra italiana, che ne ha chiesto la calendarizzazione. Con l’obiettivo di arrivare, prima della fine della legislatura (2018), all’approvazione del provvedimento. Colmando così un vistoso vuoto normativo. Sono quattro le pdl che saranno analizzate dai deputati delle due commissioni della Camera. A cominciare da quella di iniziativa popolare depositata il 13 settembre 2013 e sottoscritta da oltre centomila persone.

MORTE OPPORTUNA – Perché “ben oltre la metà degli italiani, secondo ogni rilevazione statistica, è a favore dell’eutanasia legale, per poter scegliere, in determinate condizioni, una morte opportuna invece che imposta nella sofferenza”, spiega la relazione introduttiva della pdl (4 articoli). Nella quale vengono ricordati i casi di ‘accanimento terapeutico’: quelli di Eluana EnglaroGiovanni NuvoliLuca Coscioni e Piergiorgio Welby. Per prima cosa “ogni cittadino può rifiutare l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari, nonché ogni tipo di trattamento di sostegno vitale o di terapia nutrizionale”. Ma solo a determinate condizioni. Il paziente infatti deve essere maggiorenne, la sua richiesta deve essere “attuale e inequivocabilmente accertata” e motivata dal fatto che egli “è affetto da una malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta inferiore a diciotto mesi”. E ancora: il soggetto in questione deve essere stato informato “congruamente e adeguatamente” delle sue condizioni e “di tutte le possibili alternative terapeutiche e prevedibili sviluppi clinici e abbia discusso di ciò con il medico” (affinché la ‘dolce morte’ non provochi in lui “sofferenze fisiche”). Inoltre i parenti entro il secondo grado e il coniuge devono essere informati e, con il consenso del malato, devono avere modo di poterlo incontrare per un colloquio. La proposta fa anche riferimento al comportamento del personale medico e sanitario. Chi “non rispetta la volontà manifestata dai soggetti” di morire ricorrendo ad una pratica che attualmente in Italia costituisce reato “è tenuto, in aggiunta ad ogni altra conseguenza penale o civile ravvisabile nei fatti, al risarcimento del danno, morale e materiale, provocato dal suo comportamento”.

LIBERO ARBITRIO – Un’altra proposta depositata è quella di Sinistra Italiana, prima firmataria la deputata Marisa Nicchi, sostanzialmente identica a quella depositata dalla sua ex collega di partito, Titti Di Salvo (poi passata al Pd). Un testo più lungo e articolato (12 articoli) secondo il quale un medico che pratica l’eutanasia non è punibile se il paziente è maggiorenne, capace di intendere e di volere al momento della richiesta – che deve essere volontaria, ben ponderata e non frutto di pressioni esterne – e affetto da una patologia con prognosi infausta e in fase terminale, senza prospettive di sopravvivenza. Il medico stesso, fra le altre cose, è tenuto a “dialogare con il paziente al fine di condividere con lui la convinzione che non vi sia altra soluzione ragionevole per la sua patologia” nonché a consultare un altro medico (che non deve aver avuto alcun contatto con il malato e dovrà redigere una relazione sul caso) “ai fini della conferma del carattere grave e incurabile della malattia”. Ma se il paziente, una volta deciso per la ‘dolce morte’ con una dichiarazione redatta e firmata personalmente entro i cinque anni precedenti, dovesse ripensarci? Nella pdl di Sinistra italiana è scritto chiaramente che egli “può revocare la sua richiesta in ogni momento”. Infine, la proposta prevede l’istituzione di una ‘Commissione nazionale di controllo e valutazione sull’attuazione della legge’ composta da 16 membri, designati sulla base delle loro conoscenze e della loro esperienza nelle materie di competenza della commissione stessa.

OBIEZIONE VIETATA – Infine, la pdl della deputata di Alternativa Libera-Possibile, Eleonora Bechis che conta un unico articolo. Fra le altre cose, nel testo si determina che “il personale medico e sanitario è tenuto a rispettare la volontà del paziente” relativa alla ‘dolce morte’ e “non può dichiarare obiezione di coscienza”. Anche stavolta, come nel caso della proposta di legge di iniziativa popolare, il personale medico-sanitario che non rispetta la volontà del paziente è tenuto a risarcire il danno (morale e materiale) provocato dal suo comportamento.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 4 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Palazzo Chigi, Finanza al Dipartimento per le Politiche della famiglia: esternalizzazioni dei servizi nel mirino

Martedì i militari delle Fiamme Gialle hanno acquisito documenti su ordine della Procura regionale della Corte dei Conti. Che indaga su possibili danni erariali legati all’affidamento di alcuni lavori a società esterne alla struttura della presidenza del Consiglio tra il 2011 e il 2013. Anni in cui governavano Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta. Nel mirino, tra le altre cose, le commesse a Invitalia e Formez Pa. La polizia tributaria ha fatto visita anche al dipartimento della Gioventù

palazzo-chigi-675Sono giorni intensi per il nucleo della polizia tributaria della Guardia di Finanza. Martedì, oltre al Campidoglio, gli uomini del gruppo Tutela spesa pubblica hanno fatto addirittura visita al Dipartimento per le Politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Per svolgere una serie di “accertamenti istruttori”, delegati dalla Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio, volti all’acquisizione di atti e documenti relativi ad alcuni servizi esternalizzati dallo stesso dipartimento. Richieste analoghe a quelle che i militari delle Fiamme Gialle hanno notificato, nelle stesse ore, anche al dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale. L’obiettivo è quello di verificare l’esistenza di danni erariali.

Ma cosa sono andati a fare esattamente i finanzieri in via della Ferratella in Laterano (Roma), sede del Dipartimento della Famiglia? Sotto la lente d’ingrandimento, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, una serie di convenzioni stipulate dal dipartimento stesso con alcune società ed enti nel biennio 2011/2013. Cioè quando a Palazzo Chigi si sono alternati Silvio BerlusconiMario Monti ed Enrico Letta. A cominciare da quella con Invitalia Spa, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, società partecipata al 100% dal ministero dell’Economia. Con la quale, il 15 giugno 2011, è stata stipulata una convenzione per l’affidamento di attività di studio e ricerca “nel campo delle azioni intraprese e da intraprendere nell’ambito delle iniziative di conciliazione rientranti nelle competenze del dipartimento”. In questo caso, le Fiamme Gialle hanno richiesto documenti comprovanti l’esigenza di esternalizzare attività rientranti nelle competenze del dipartimento. Ponendo, in pratica, un quesito: perché affidare il compito all’esterno se poteva essere svolto utilizzando le risorse interne?

Andiamo avanti. Altro capitolo d’indagine quello che riguarda la Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli la quale, come si legge sul suo sito, è stata costituita l’8 marzo del 2010 “con l’obiettivo di promuovere la cultura del dono al fine di migliorare la qualità della vita nel territorio del Centro Storico di Napoli”. Con l’ente in questione, il 21 dicembre 2012 il Dipartimento per la Famiglia ha stipulato una convenzione per la realizzazione di un’indagine che individuasse gli strumenti più efficaci per il superamento del disagio infantile nelle grandi aree metropolitane degradate con particolare attenzione alle condizioni dei bambini, figli delle famiglie immigrate. Al costo di circa 43 mila euro (Iva inclusa). Come nel caso precedente, gli uomini del nucleo della polizia tributaria hanno chiesto all’amministrazione di produrre documenti che chiariscano i motivi per i quali il Dipartimento abbia deciso di affidare l’attività d’indagine ad un ente esterno.

L’8 giugno 2012, invece, il dipartimento ha sottoscritto un altro accordo su cui la Corte dei Conti vuole vedere chiaro. Cioè quello con il Centro ricerche sociali (Crs), al fine di realizzare un’indagine di analisi e interpretazione di dati, acquisiti dall’Istat, attraverso la ricostruzione delle strategie adottate dalle famiglie per tutelare il proprio benessere in relazione ai compiti di cura nei confronti dei figli. Stavolta l’importo complessivo è di poco superiore ai 23 mila euro. Perché non fare analizzare i suddetti dati all’Istituto di statistica, hanno chiesto magistrati contabili e Fiamme Gialle? Quesito analogo posto anche in relazione all’accordo fra il Dipartimento per la Famiglia e Rea Sas. A questa società, il 7 maggio 2012, è stata affidata l’analisi della struttura e delle tendenze demografiche delle famiglie e la definizione del quadro teorico di riferimento, che fa da premessa allo studio del materiale statistico raccolto tramite rilevazione Istat. Costo: 23 mila euro circa (Iva inclusa).

Non è tutto. Con il Formez Spa, il centro studi che risponde al ministero della Funzione pubblica guidato da Marianna Madia, il dipartimento della Famiglia ha stipulato una convenzione il 27 febbraio 2012 (poi prorogata senza oneri aggiuntivi). Accordo finalizzato a supportarlo nell’attuazione del progetto denominato “Valutazione e sostegno per le politiche famigliari”, il tutto per 500 mila euro. Anche in questo caso, i militari vogliono capire, documenti alla mano, come mai siano state esternalizzate attività rientranti nelle competenze del dipartimento. Come accaduto anche per la realizzazione di uno studio di fattibilità finalizzato all’introduzione del telelavoro nelle strutture della Presidenza del Consiglio, affidato il 30 novembre 2012 alla Antares Srl. Una spesa di circa 37 mila euro. Alla quale ne va aggiunta un’altra da circa ottomila euro per un incarico conferito ad un professionista in data 18 aprile 2013. Ora il dipartimento avrà tempo fino al prossimo 16 marzo per fornire i documenti richiesti dalle Fiamme Gialle.

(Articolo scritto il 3 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Mafia Capitale, indaga anche la Corte dei Conti: Finanza negli uffici del Campidoglio

Gli uomini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza si sono presentati nelle sedi del Dipartimento tutela ambientale, della Protezione civile, dell’Ama e del X Municipio. Per acquisire, su ordine della magistratura contabile, documenti legati a possibili danni erariali in relazione all’inchiesta penale della Procura di Roma sul Mondo di mezzo. Intanto Tronca conferma: “I dirigenti sottoposti a misure cautelari sospesi dal servizio, quelli indagati trasferiti ad altri incarichi”

Campidoglio-675Si sono presentati questa mattina. Su ordine della Procura della Corte dei Conti. Per acquisire documenti contabili collegati allo scandalo di Mafia Capitale. Mentre la giustizia penale fa il suo corso, anche la magistratura contabile si sta muovendo. Per indagare sui possibili danni erariali derivanti dal giro di appalti e fiumi di denaro movimentati da quella che la Procura di Roma, guidata da Giuseppe Pignatone, ha definito una vera e propria “associazione di stampo mafioso”. Così poche ore fa – secondo quanto risulta a IlFattoQuotidiano.it – gli uomini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza hanno fatto visita in diversi uffici del Campidoglio. Dal Dipartimento Tutela ambientale all’ufficio extradipartimentale Protezione civile. Ma anche alla sede dell’Ama, la partecipata incaricata dello smaltimento dei rifiuti di Roma, già al centro dell’inchiesta Mafia Capitale, e del X Municipio (Ostia).

Insomma, se sul fronte penale la giustizia ha già iniziato a fare il suo corso, con le prime condanne – in primo grado – già comminate fra gli altri all’ex assessore alla Casa dell’amministrazione Marino, Daniele Ozzimo (due anni e due mesi per corruzione), ora la vicenda potrebbe avere nuovi sviluppi. Quelli legati al fascicolo aperto dalla Procura della Corte dei Conti per accertare eventuali danni erariali e le relative responsabilità collegati alle condotte criminali dei protagonisti di Mafia Capitale sui quali stanno indagando gli uomini delle Fiamme gialle. Intanto sempre nelle stesse ore, nel corso dell’audizione in commissione Antimafia, il commissario straordinario del Comune di Roma Francesco Paolo Tronca ha spiegato di aver trovato “una realtà bloccata e intimorita, alla quale l’indagine Mafia Capitale ha dato il colpo di grazia.

Perciò “nessuno prende una decisione, nessuno fa una scelta, nessuno mette una firma, molti neppure ricevono e incontrano operatori economici, imprenditori, associazioni, ditte, nessuno segnala criticità o problematiche in atto”, ha spiegato l’ex prefetto di Milano. “Nei confronti dei dipendenti capitolini sottoposti a misure restrittive della libertà personale, sono stati adottati gli atti di sospensione cautelare dal servizio e sono stati attivati i connessi procedimenti disciplinari – ha concluso Tronca – al personale dirigente che risulta indagato, nelle more della definizione del procedimento penale, è stato attribuito un diverso incarico rispetto a quello ricoperto nel periodo dei fatti contestati”. Mentre “il personale non dirigente è stato assegnato presso altri uffici”. Una situazione nella quale potrebbero presto irrompere anche le risultanze dell’indagine avviata dalla magistratura contabile.

(Articolo scritto il 1 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Contraffazione: fra criminalità organizzata e leggi obsolete in Italia il fatturato illecito è di 6,5 miliardi di euro

I dati contenuti nell’ultimo rapporto della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Mario Catania (Scelta civica). Anche l’esplosione dell’e-commerce fra le cause dello sviluppo del fenomeno. Diventato addirittura una forma di ammortizzatore sociale. I giovani quelli maggiormente attratti: il 74,6% di loro acquista regolarmente prodotti falsificati

contrabbando-675C’è la longa manus della criminalità organizzata, che “negli ultimi decenni ha intuito con lucidità l’ampio potenziale” di un fenomeno “che presenta buoni margini di guadagno a fronte di un modesto rischio repressivo”. Ma anche l’esplosione dell’e-commerce, che “per le sue caratteristiche si presta perfettamente ad una dislocazione internazionale dell’attività”. Più un quadro normativo a dir poco farraginoso. Tutti fattori che mescolati insieme portano a danni economici per 600 miliardi di dollari all’anno (tra il 5 e il 7% dell’intero commercio mondiale) secondo i calcoli dell’Organizzazione mondiale del commercio. Sono solo alcune delle considerazioni contenute nell’ultima relazione della ‘Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo’ presieduta da Mario Catania (Scelta civica). Una fotografia impietosa, quella scattata dall’organismo parlamentare. Anche perché “le audizioni svolte nell’ambito di questa inchiesta – spiega l’ex ministro dell’Agricoltura del governo Monti – ci hanno fatto capire come nessun comparto produttivo, dai farmaci ai giocattoli fino all’alimentare, alla meccanica e ai cosmetici sia oggi sia esente dalla contraffazione: l’unico parametro che muove i contraffattori è il ritorno in termini di reddito”.

MERCATO PARALLELO  Se a livello europeo i problemi maggiori arrivano da paesi come Cina (da cui proviene il maggior numero di merci sospettate di violare i diritti di proprietà intellettuale), Turchia(per i profumi e la cosmesi) e India (farmaci), “danneggiando particolarmente i sistemi economici fortemente imperniati sulla ricerca, sull’innovazione e sulla creatività”, in Italia il fenomeno della contraffazione ha raggiunto cifre monstre. Secondo un report pubblicato da ministero dello Sviluppo economico e Censis, nel nostro Paese, con un fatturato illecito di oltre 6,5 miliardi (2012), la contraffazione ha sottratto al sistema economico legale nazionale5 miliardi 280 milioni di entrate erariali (circa il 2% delle entrate) e 105 mila posti di lavoro. Creando addirittura un mercato parallelo visto che, è scritto nella relazione, l’industria del falso “segue lo stesso trend di quella legale”. Non solo. È infatti “significativa la percezione molto diffusa del fenomeno contraffazione come ‘ammortizzatore sociale’ che consente a persone indigenti di avere una qualche forma di sostentamento allontanandole da altre forme di delinquenza”. Proprio così. I più attratti dal commercio abusivo? I giovani. Il 74,6% di loro acquista regolarmente prodotti contraffatti, soprattutto capi d’abbigliamento, cd e dvd e accessori. Due i principali motivi: il risparmio e il bisogno.

MINACCE E CONNIVENZE – In questo quadro negativo a farla da padrona è la criminalità organizzata. La quale “ha saputo sfruttare la potenzialità della globalizzazione – dice il report della commissione – articolando i propri traffici a livello transnazionale attraverso un’ottimale divisione del lavoro”, utilizzando “vari canali di vendita anche al fine di eludere i controlli e beneficiare delle maglie larghe della legislazione”. Spesso, e questo è forse il principale paradosso, sfruttando persino il mercato ‘legale’. Come? “Vi sono casi in cui la disponibilità degli imprenditori” a vendere nei loro negozi merce contraffatta “viene estorta con l’intimidazione da parte della criminalità organizzata, ed altri in cui le medesime reti etniche coinvolte nella produzione e/o nel traffico di prodotti contraffatti svolgono un ruolo attivo anche nella sua commercializzazione al dettaglio”. Senza dimenticare il ruolo di “grossisti conniventi che offrono prodotti contraffatti insieme agli originali”. Ad essere maggiormente colpito è ovviamente il made in Italy, strettamente collegato ad un altro fenomeno in forte ascesa: quello del cosiddetto Italian sounding (la commercializzazione di prodotti che portano nomi di marchi che ‘suonano’ come italiani). Un danno per i produttori che si aggira intorno ai 60 miliardi l’anno e che “si muove in un’ampia ed indefinita zona grigia”.

GIRO DI VITE – Ma come invertire il trend? La relazione contiene alcune proposte normative in materia penale. Perché “l’impianto di norme vigenti è obsoleto, risale al codice Rocco, quindi agli Anni ‘30 del secolo scorso e non è aderente alla realtà attuale del fenomeno – aggiunge Catania –. Basti pensare al fatto che, a fronte di una mole imponente di denunce e di illeciti riscontrati dalle forze di polizia, sono pochissimi i casi che arrivano a sentenza”. In primis, quindi, serve “una nuova collocazione delle figure di reato relative alla contraffazione nel codice penale vigente, con la strutturazione di questi reati come ‘di pericolo’ anziché ‘di danno’ al fine di perseguirli con maggiore incisività”. Inoltre siccome “oggi vengono puniti allo stesso modo il venditore abusivo e il criminale internazionale che gestisce la filiera della contraffazione”, viene proposto “un reato autonomo di contraffazione ‘sistematica e organizzata’ (vale a dire per quei reati in cui sia accertata la presenza della criminalità organizzata), con un inasprimento della sanzione che lo smarchi dalla tenuità del fatto”. Serve poi un “rafforzamento del coordinamento delle forze di polizia”, valutando “forme di specializzazione per quelle impegnate nel settore – conclude il deputato di Scelta civica –. A ciò va aggiunto quello del ruolo della polizia amministrativa nel contrasto alla contraffazione”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 1 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Petizioni, migliaia di richieste all’Aula: dall’ora discoteca a scuola, alla cannabis e all’elezione diretta del Capo Stato

Sono regolate dall’articolo 50 della Costituzione. E servono per proporre a deputati e senatori provvedimenti legislativi o esporre loro comuni necessità. Solo nella legislatura in corso ne sono arrivate 1.060 a Montecitorio e 1.531 a Palazzo Madama. Pochissime quelle prese in esame dagli eletti. Il record del campano Di Pasquale: “Ho cominciato nel 1999 e finora ne ho presentate tremila”

Montecitorio-675C’è chi chiede “norme per l’elezione diretta del presidente della Repubblica”. Ma anche chi propone “l’attribuzione in esclusiva agli enti locali dello svolgimento delle attività di onoranze funebri”. Non solo. C’è chi vorrebbe “la creazione di una squadra di calcio e di una casa discografica di proprietà dello Stato”. Senza dimenticare chi reclama l’inserimento di “un’ora ‘di discoteca’ nell’ambito dell’orario scolastico”. Sono solo alcune delle petizioni presentate dai cittadini al Parlamento, secondo quanto previsto dall’articolo 50 della Costituzione. Una pioggia di richieste che arrivano quotidianamente alle Camere per posta ordinaria, via fax, e-mail o con consegna a mano, inviate dagli abitanti dello stivale. Dalle Alpi alla Sicilia. Le richieste sono fra le più disparate. Alcune addirittura impossibili da tradurre in pratica. Solo nella legislatura in corso se ne contano 2.591: 1.060 alla Camera e 1.531 al Senato. Ma il loro numero, da qui al 2018, quando terminerà la diciassettesima legislatura, è destinato sicuramente ad aumentare.

FERME AL PALO – Nella storia della Repubblica, secondo i dati in possesso de ilfattoquotidiano.it, solo a Montecitorio ne sono pervenute 9.053. Con i picchi massimi raggiunti nella tredicesima (1.884) e nella sedicesima legislatura (1.690). E con quello minimo raggiunto nella terza legislatura (1958/1963), quando ne sono state presentate appena 94. Mentre a Palazzo Madama ne sono arrivate in tutto 8.341 (1.687 sono nella sedicesima legislatura). Ma quante di queste sono state esaminate? Pochissime, tenendo anche conto del fatto che fino alla dodicesima legislatura (1994/1996) non esistono dati al riguardo. Nella tredicesima legislatura, per esempio, delle 1.884 petizioni presentate alla Camera ne sono state discusse ‘solo’ 290 (il 15,3%), peraltro tutte in abbinamento con progetti di legge. E anche nelle legislature successive il trend è stato più o meno lo stesso. Dal 1996 ad oggi, nelle varie commissioni di Montecitorio alle quali sono state assegnate, i deputati ne hanno prese in esame 347 su 6.354 (il 5.4%). E al Senato? Nello stesso arco temporale, su 6.349 petizioni inviate, quelle analizzate dai senatori sono state invece378 (il 5,9%). Attenzione, però: come ricordano i veterani delle Aule parlamentari, le petizioni non possono essere paragonate alle leggi di iniziativa popolare, che pure, in quanto a sorte, non se la passano meglio. Perché in questo caso non ci sono dei veri e propri testi di legge suddivisi in articoli e non bisogna raccogliere decine di migliaia di firme per presentarle: spesso, con il loro invio, i cittadini intendono accendere un ‘faro’ sui problemi dei territori nei quali vivono. Come ad esempio chi chiede “interventi per garantire la copertura dei servizi di telefonia mobile e l’accesso a internet in tutto il comune di Fregona” (Treviso). O chi auspica “interventi di ammodernamento della stazione ferroviaria di Monte San Biagio (Latina)”.

CARO PARLAMENTO – Ma cosa chiedono, in sostanza, i cittadini agli eletti di Camera e Senato? Ce n’è per tutti i gusti. Tanti, per dire, sono quelli che propongono “l’abolizione del canone di abbonamento alla Rai” o la “privatizzazione” dell’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo. Poi c’è chi chiede “la revoca con effetto retroattivo dei vitalizi dei consiglieri regionali della regione Lazio”, “il riconoscimento anche economico e la tutela del lavoro casalingo”, “l’abolizione dell’ordine dei giornalisti”, “misure per garantire il rispetto del principio di pari opportunità nelle procedure concorsuali delle pubbliche amministrazioni, con particolare riferimento alle donne sole con figli a carico”. E ancora, chi vorrebbe “la rinuncia all’acquisto degli aerei da combattimento F35 e una generale riduzione delle spese militari”, modifiche al secondo comma dell’articolo 59 della Costituzione “per estendere espressamente la possibilità di essere nominati senatori a vita ai cittadini che si sono distinti nell’attività sportiva e militare”, “la reintroduzione del servizio di leva obbligatorio” e “disposizioni volte a vietare o eliminare la commercializzazione e il possesso di armi giocattolo o da collezione”. Numerose richieste riguardano poi l’ambito sanitario. Come quella formulata da un gruppo di cittadini di Pistoia, che invitano alla “tempestiva approvazione di disposizioni in favore delle persone affette da sindrome da talidomide”, che prende il nome del sedativo somministrato fra gli Anni ’50 e ’60 alle donne (in particolare quelle in gravidanza) poi ritirato dal commercio per via dei pericolosi effetti collaterali. Oppure quella che arriva da un abitante di Cerveteri (Roma), che chiede “l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause della morte di alcuni cittadini italiani nel corso del servizio di leva negli anni dal 1985 al 2005”.

RICHIESTE IN FUMO – La lista è ancora lunga. E alterna richieste importanti ad altre alquanto singolari. Per dire: c’è chi chiede “iniziative per assicurare l’apertura di centri antiviolenza sull’intero territorio nazionale” e chi auspica “l’istituzione di una lotteria in cui sono messi in palio immobili inutilizzati”. O chi propone “la legalizzazione della cannabis indica”, “l’istituzione di comunità autogestite sul modello dei kibbutz israeliani” e “l’assunzione di esperti di medicine non convenzionali”. Ma anche chi reclama “nuove norme in materia di buono pasto per i pubblici dipendenti”, “norme limitative in materia di associazioni massoniche”, “nuove norme in materia di controllo dei titoli di viaggio degli utenti dei mezzi di trasporto pubblico, ai fini dell’individuazione degli stranieri privi di un regolare titolo di soggiorno in Italia” e “l’insegnamento di nuove tecniche di combattimento ai militari”. Mentre tre cittadini romani chiedono – rispettivamente – “norme per la sepoltura nel Pantheon delle salme dei componenti della famiglia Savoia”, “la realizzazione, per finalità turistiche, di riproduzioni di mezzi di trasporto dell’antica Roma” e “l’abolizione della pena di morte in Arabia Saudita”. Da segnalare, infine, chi chiede “l’abolizione del secondo grado di giudizio nei processi penali e civili”, “nuove norme in materia di collocamento e compenso dei calciatori”, “l’inserimento in Costituzione del diritto di resistenza all’oppressione” e, per rimanere in tema, “l’istituzione di organismi parlamentari per la valutazione delle petizioni e degli altri strumenti di democrazia diretta”.

RECORDMAN CAMPANO – Non è tutto. Molte delle richieste pervenute alle Camere negli ultimi diciassette anni portano la stessa firma. Quella di Francesco Di Pasquale da Cancello ed Arnone, un piccolo comune di circa cinquemila abitanti in provincia di Caserta di cui in passato è stato anche sindaco. Quante petizioni ha mandato in tutto? “Quasi tremila: ho cominciato nel 1999 ed è anche capitato che qualche mia proposta fosse inserita in un disegno di legge”, risponde Di Pasquale contattato da ilfattoquotidiano.it. Insomma: un recordman a tutti gli effetti. Gli argomenti delle sue lettere spaziano dalla richiesta di “nuove norme per garantire la tutela previdenziale dei geometri liberi professionisti” a quella di “iniziative per far cessare le violenze perpetrate contro i cristiani in varie parti del mondo”. Ma non è un caso. Perché “le persone mi contattano da tutta Italia per segnalare dei problemi, io mi metto all’opera e scrivo agli uffici competenti di Camera e Senato: ormai i funzionari, persone squisite, mi conoscono, siamo praticamente amici – racconta –. Perché lo faccio? Trovo giusto provare a dare una mano a risolvere ciò che non va e me ne dispiaccio quando non ci riesco”. La ‘colpa’, si fa per dire, è stata dell’ex presidente della Camera, Luciano Violante. “Anni fa gli scrissi proponendogli la modifica della norma per la selezione degli scrutatori alle elezioni: mi rispose dicendomi di presentarla sotto forma di petizione – ricorda Di Pasquale –. Ma io faccio politica dal 1972 e fra provincia, Regione, presidenti della Repubblica e quant’altro ho spedito più di dodicimila lettere. Conservo ancora gelosamente le risposte di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 29 febbraio 2015 per ilfattoquotidiano.it)