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Spettacoli



L’ente lirico di Bari rischia di chiudere i battenti. Il commissariamento, le lotte politiche per il controllo del Teatro e le battaglie sindacali per l’occupazione. Quale futuro per una delle punte di diamante della cultura italiana?

«Dopo essere risorto a distanza di ben diciotto anni dalle ceneri del rogo del 1991, questo teatro sta per morire nuovamente, e stavolta definitivamente, sul braciere di miserabili lotte di potere. Il rischio è che non ci siano vincitori ma una sola vittima. Sarebbe un duro colpo perché stiamo parlando di un patrimonio morale della comunità, il fondamento stesso del suo civismo». Parole, quelle pronunciate a Il Punto da Michele Bollettieri, ex componente del Cda del teatro Petruzzelli di Bari, che fotografano nitidamente la situazione in cui versa al momento una delle punte di diamante della cultura italiana. Diventata però, negli ultimi mesi, una polveriera.

IL COMMISSARIAMENTO - Il Petruzzelli ha riaperto ufficialmente i battenti il 4 ottobre 2009. Nei primi due anni e passa di gestione la Fondazione, diretta da Giandomenico Vaccari, a detta di molti, ha conseguito notevoli risultati sia sotto l’aspetto artistico che del gradimento di un pubblico sempre più numeroso, il quale ha apprezzato con crescente entusiasmo proposte assai qualificate e di forte attrazione (come ad esempio la Tetralogia wagneriana diretta da Stefan Anton Reck e la Carmen diretta da Lorin Maazel). Con l’arrivo del 2012 la situazione è inspiegabilmente precipitata. Il nuovo Cda è apparso subito diviso al suo interno e, quindi, in una condizione di paralisi; da parte di alcuni consiglieri (Regione, Provincia e Ministero) veniva invocata una discontinuità rispetto alla gestione in corso, accusata – più o meno velatamente – di presunte gravi irregolarità. Un “castello accusatorio”, diciamolo subito, che presenta delle macroscopiche falle. Partiamo dal punto più sbandierato: la supposta cifra di 8,5 milioni di euro di debito accumulato fino al 2011 è in realtà sbagliata per eccesso, come – con il tempo – sono stati costretti ad ammettere un po’ tutti e come ha sancito la Corte dei Conti che, nella “Relazione sulla gestione finanziaria delle Fondazioni lirico-sinfoniche per gli esercizi 2007-2010” scrive che «nel 2010 il bilancio di esercizio si è chiuso con un disavanzo pari a euro 1.874.158» e che «la perdita d’esercizio del 2010 è da imputare essenzialmente al minor contributo incassato dallo Stato». Tale disavanzo, peraltro, risulta pienamente coperto dall’apporto di due immobili conferito dal Comune. C’è poi la questione del dopo-Vaccari per la quale, mentre la maggioranza dei consiglieri di amministrazione pretendeva un segnale di rottura, il sindaco di Bari (e presidente della Fondazione) Michele Emiliano e Michele Bollettieri auspicavano una soluzione di continuità. La lettera inviata il 29 febbraio scorso da Emiliano al governatore della Regione, Nichi Vendola, chiarisce la situazione all’interno del consiglio ed il pensiero del Sindaco: «Le irregolarità di cui parla il Ministro non attengono a una presunta cattiva gestione dell’ente o ad assunzioni poco chiare o illazioni simili ma riguardano esclusivamente la mancata nomina del sovrintendente da parte del nuovo Cda. E questa nomina non è stata fatta perché i due consiglieri nominati dal ministero hanno chiesto discontinuità, con l’avallo dei rappresentanti della Provincia e della Regione Puglia».

CAOS DELLE MAESTRANZE - Di qui il commissariamento (peraltro sollecitato dallo stesso sindaco). La “rivoluzione” annunciata da Fuortes si sta, però, trasformando in un boomerang, visto che ora sul Petruzzelli rischia di calare definitivamente il sipario. Il problema più grave riguarda l’orchestra e il coro, i cui contratti non sono stati rinnovati, avendo il commissario deciso di bandire concorsi per questi due settori strategici che prevedono contratti a tempo determinato, senza riconoscere alcuna anzianità di servizio a chi era già nella pianta organica. In seguito, ha fatto ricorso alla singolare modalità del “sorteggio” tra gli iscritti ai concorsi per le recite del Don Giovanni andato in scena con l’accompagnamento del solo pianoforte, tra scioperi e proteste del pubblico che ha disertato la sala. «Ci dicono che il progetto sia quello di creare una Fondazione “leggera”, ma per noi l’occupazione stabile si traduce in qualità produttiva», afferma a Il Punto Silvano Conti, membro del coordinamento nazionale della Cgil. «Al Petruzzelli si voleva e si vuole fare una precarizzazione delle masse artistiche. Fuortes fa dei bandi di concorso a tempo determinato che aggiungono precarietà a precarietà. E pensi che c’è chi cinque anni fa ha creduto così tanto nel progetto da abbandonare un posto di lavoro a tempo indeterminato…». Un pensiero condiviso anche da Maurizio Lefemine, Rsa dell’orchestra del Petruzzelli che aggiunge: «Fuortes non si sta occupando di nulla, se non di rimpiazzare il personale artistico, con concorsi, peraltro, che hanno visto un’affluenza scarsissima e la conseguenza di non riuscire a formare l’orchestra; inoltre ha reso il Petruzzelli “muto” mentre si addensano nubi sulle coperture per garantire i contratti trimestrali promessi, tant’è che ai primi lavoratori scritturati per L’Italiana in Algeri di novembre verrà garantito un contratto a chiamata. È una persona con cui è impossibile interloquire, che è venuto solo a “resettare” la Cgil. Questo commissariamento ha eretto un muro che rende impossibile l’ottenimento dei finanziamenti dal Comune e dalla Regione ed ha allontanato il pubblico», conclude Lefemine.

LA “DANZA” DI VENDOLA - Dopo la faticosa e contestata messa in scena del Don Giovanni, dunque, si annunciano tempi sempre più cupi. Mentre dalla gestione commissariale anche il governatore della Puglia, Nichi Vendola, pare abbia preso decisamente le distanze. In una missiva inviata al ministro Ornaghi il 9 ottobre scorso, il presidente della giunta regionale ha avvisato che «al “riempimento” della pianta organizzativa del Teatro Petruzzelli si debba procedere con assunzioni a tempo indeterminato». Nel frattempo Emiliano ha fatto sapere di aver «dato mandato alla ripartizione Cultura di bloccare i finanziamenti del Comune» (valutando l’ipotesi di restituire il teatro al Ministero e revocando l’incarico alla Fondazione), mentre il pubblico si lamenta «dell’arroganza» con cui è stato stravolto «il programma della stagione», denunciando la «totale assenza di serietà e professionalità». La paura è che questa volta, se chiusura sarà, non si potrà più tornare indietro.

Twitter: @GiorgioVelardi






Continuano a proliferare, neanche portassero chissà quale innovazione nel tubo catodico, i programmi che vedono come protagonisti i bambini. La Befana mi ha regalato – ahimè – l’ultima meraviglia: una versione de L’Eredità (il programma pre-Tg1 condotto da Carlo Conti sul primo canale Rai) con concorrenti piccoli ma al tempo stesso già grandi. Quelli che hanno partecipato ieri sera al quiz dell’uomo più abbronzato della televisione italiana sembravano essere dei mostri: uno, a 10 anni, sta già scrivendo un libro; un’altra, stessa età, non è fidanzata ma è innamorata di un ragazzo più grande di lei; infine, l’ultima ha 4 “spasimanti”, ma non sa quale scegliere.

Ecco, poi gli fanno le domande, e scopri che da geni quali sembrano questi piccoli Piero Angela – ma lui, sicuramente, da piccino era fatto di un’altra pasta – sono in realtà mediocri e “normali”, malgrado le apparenze. Quello del libro (un giallo ambientato a Londra. A 10 anni? Mah!), decanta la sua media del 10 a scuola, guardando Conti come a fargli capire: «Ma scusa, che domanda mi hai fatto? Non si vede che ho la faccia di uno che ha il massimo dei voti in tutte le materie?», e poi è il primo ad essere eliminato. Sbaglia due domande su tre – la prima è sul calcio, ma lui sbuffa quando la legge perché il calcio proprio non lo digerisce; la seconda è ancora più imbarazzante: «La prosa è la forma di espressione linguistica in cui si scrivono parole in versi. Vero o falso?». E lui risponde «vero», con la faccia da sapientino. Eh no bello mio, quella è la poesia! –, ma poi si mette al posto del presentatore e lancia le sfide successive, perché è sempre stato il suo sogno. Ma quanti ne ha?

L’Eredità non è il primo, ma solo l’ultimo di questi format in cui bambini di 5, 10, 15 anni sembrano vestiti e truccati come 50enni. Poi, facendo riferimento ai contest canori, non possono pronunciare le parole «sesso»,  «amore» e affini perché è immorale. Gli immorali sono quelli che, di fronte quella telecamera, ce li hanno sbattuti. La tv ridia ai bambini lo spazio che meritano. Il rischio è quello di creare dei mostri. Sperando che non sia già troppo tardi.






Vuoi o non vuoi, è stata (anche) la sua estate. Il passaggio dalla Rai a Sky, dove ha portato il format che da anni la vede protagonista indiscussa (X-Factor), poi l’intervista a Vanity Fair in cui ha sparato autentiche cannonate contro dirigenti ed ex colleghi del servizio pubblico. Ma non è finita qui, perchè se al peggio non c’è mai fine, allora Simona Ventura ha tenuto in caldo la frase ad effetto, quella per il gran finale che – però – ha provocato le ire dei telespettatori e perfino dei suoi sostenitori.

«Da circa un anno riflettevo sul fatto che ero appesantita dai tre programmi Rai in contemporanea: “L’isola dei famosi”, “Quelli che il calcio” e appunto “X Factor”. Cominciavo a pensare che potevo fermarmi, ma di mezzo c’erano i mutui», ha detto “Super Simo” durante una conferenza stampa. Apriti cielo. Gli internauti si sono scatenati, tanto da creare una fan page su Facebook (https://www.facebook.com/group.php?gid=226283116672&ref=ts#!/pages/La-Ventura-Fatico-ad-arrivare-a-fine-mese-per-via-dei-mutui-Vergognati/140245659403616) in cui se ne leggono di tutti i colori.

Parole, quelle di una delle conduttrici più amate del tubo catodico, che suonano davvero in modo stonato. Il Governo, due giorni fa, ha modificato per la terza volta la manovra economica, che nel triennio 2011/2014 vedrà sacrifici e tagli indiscriminati a cittadini e pubblica amministrazione. Lei, che in Rai percepiva quasi due milioni di euro annui, farebbe bene a tacere. Ma in questo paese, ahinoi, si lamentano sempre i privilegiati.






Si chiamano Carlà (nome che ai più ricorderà qualcosa, o meglio qualcuno), Esmeralda, Minnie e Lady Ritona. Sono le protagoniste di Trans, la nuova sitcom in onda su Internet ambientata a Via Gradoli (Roma) e ispirata neanche a dirlo ai fatti che hanno coinvolto l’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo.

La rivoluzionaria frontiera della web tv all’italiana, definita dallo sceneggiatore e regista Marco Costa «un prodotto studiato per combattere il pressappochismo televisivo, contro il relativismo culturale», è stata presentata al Gay Village giovedì 21 luglio.

Le interpreti sono quattro transessuali sudamericani che «si dividono fra il difficile ma appagante lavoro di prostitute e combattono contro i piccoli grandi problemi della vita». Oltre a loro ci sono anche un pusher cocainomane e un onorevole (il cui nome è Luigi Piersanti), cliente abituale dei trans.

Non mancano scene sarcastiche e c’è addirittura spazio per le risate registrate in sottofondo. Una vera e propria “opera d’arte”, insomma, pronta a far nuovamente parlare di sé.






Ieri sera, come tutti sapete, c’è stato il non addio Santoro alla Rai. Non l’addio, badate bene, ma il non addio. Perchè i tanti che pensavano di aver messo una pietra sopra a quell’Annozero che provoca molti pruriti a Berlusconi (e non solo), si sono dovuti ricredere quando il Michelone nazionale ha annunciato la sua intenzione di voler continuare a portare avanti la trasmissione, con il consenso dell’azienda (anche se oggi, fra la risposta di Garimberti alla proposta del conduttore e la replica dello stesso sembra essere arrivati davvero ai saluti), percependo un euro a puntata (vedi qui).

Bravo, Santoro, che ottimo professionista che sei: lavoreresti al costo di un caffè! Al servizio pubblico, però, il suo addio non è costato poco. Facciamo due conti: fra TFR, “scivolo” di 24 mesi, chiusura del contenzioso legale e ferie arretrate Santoro percepirà da Viale Mazzini la “modica” cifra di due milioni e 300mila euro (come dipendente Rai aveva uno stipendio di 662mila euro annui). “Ogni puntata di Annozero porta nelle casse mezze vuote dell’azienda un milione e mezzo di euro in pubblicità“, direte voi. Giusto, per carità.

Ma Santoro, che da abile giornalista d’inchiesta qual è conosce anche il numero di cronisti precari che ci sono in Italia (se non lo sa glielo dico io: 24.000, e molti di loro lavorano senza tutela e alcun contratto), non facesse lo sterile demagogo. Lavorare per un euro a puntata? Lo andasse a dire a tutti quei ragazzi che non hanno la fortuna di operare ai suoi livelli e mettono in tasca cinque centesimi per ogni riga di articolo che scrivono. E che, sicuramente, non arriveranno mai a guadagnare quello che lui ha percepito con questo fantasmagorico addio.






Nel mondo dell’informazione, fortunatamente, nascono anche prodotti qualitativamente validi. È il caso di Look-out (#all), la neonata web tv che racconta storie di integrazione dal punto di vista di italiani e stranieri.

La cilena Barbara Pino, project manager di questo nuovo orizzonte massmediale, ha rilasciato un’intervista alla free press “City“, in cui ha affermato: “Il nostro obiettivo è quello di presentare l’immigrazione e l’integrazione con tanti sguardi diversi. Look-out.tv vuole far emergere storie che vanno al di là dei luoghi comuni sugli stranieri“. La redazione, le cui colonne portanti sono a Roma e Milano, è composta da 16 giovani giornalisti italiani e stranieri di prima e seconda generazione, più rifugiati politici. L’idea di creare Look-out.tv è stata dell’ex ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, mentre i finanziamenti arrivano dalla Fondazione Cariplo, da Roma Mediterraneo, Vodafone Italia e Opera Onlus.

Quello dell’immigrazione è un tema delicato, trattato troppo spesso negativamente e superficialmente dai media (la riprova la stiamo avendo in questi ultimi mesi, con gli innumerevoli sbarchi sulle nostre coste). A fine marzo, durante la presentazione di “Minorities stereotypes on media” (mistermedia.org, altro nascente progetto di analisi dell’”altro”), il direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Mario Morcellini ha utilizzato una metafora a mio modo perfetta per analizzare la situazione: “Gli stranieri in Italia rappresentano poco più del 7% della popolazione. Se 7 persone entrassero in una stanza dove ce ne sono già altre 100 non accadrebbe nulla, ma se e quando i mezzi di comunicazione fanno diventare tutto ciò un problema cominciano i guai“.

Ecco, il compito dei media è prima di tutto quello di raccontare anche quelle storie positive che ci sono dietro uomini e donne che provengono da paesi stranieri. Possibilmente uscendo dalla spicciola retorica politica.