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Camera, ex direttore di Europa Menichini nuovo capo ufficio stampa: scelto dalla Boldrini, protestano M5S e Forza Italia

Dei 22 componenti dell’ufficio di presidenza di Montecitorio hanno partecipato alla votazione solo in 13. Due astenuti. Consulente del ministero dei Trasporti, è stato sponsorizzato dalla presidente. Tra molte polemiche. Dei rappresentanti azzurri che non hanno partecipato alla votazione dell’ufficio di presidenza. E dei grillini che hanno contestato il metodo di selezione. Ecco il verbale dell’accesa seduta. Così come è stato raccontato a ilfattoquotidiano.it

stefano-menichini-675È stato scelto per “competenza, professionalità” e, soprattutto, parola di Laura Boldrini, perché ieri durante il colloquio ha spiegato che Montecitorio deve continuare ad essere “la casa della democrazia”. Proprio così. Stefano Menichini è il nuovo capo ufficio stampa della Camera. E proprio grazie alla sponsorizzazione della presidente. È stata lei che questo pomeriggio ha comunicato ai membri dell’Ufficio di presidenza la bontà della scelta. Una nomina quasi scontata, per la verità, visto che lo scorso 22 gennaio proprio ilfattoquotidiano.it aveva raccontato di come la corsa per l’ambita poltrona lasciata libera da Anna Masera (tornata a La Stampa) fosse ridotta ad un derby fra l’ex direttore di Europa, attuale consulente del ministero dei Trasporti, e l’ex direttrice de l’Espresso e D di Repubblica, Daniela Hamaui. La quale pare non abbia convinto gli illustri membri dell’ufficio di presidenza soprattutto su uno dei requisiti principali richiesti per conquistare la carica: la conoscenza del Parlamento e dei suoi meccanismi. Menichini ha così battuto la concorrenza dei 270 colleghi – tanti sono stati quelli che hanno inviato il curriculum per partecipare alla selezione – poi ridotti a 12 in vista della decisione finale. Ma cos’è accaduto durante la riunione odierna? Se è vero che la proposta della Boldrini è stata accolta a larga maggioranza, non sono mancate le critiche da parte di chi non ha per nulla condiviso il metodo con il quale si è giunti alla nomina. Ecco comunque il “verbale” dell’ufficio di presidenza così come è stato raccontato a ilfattoquotidiano.it.

CASA STREGATA – La seduta si è aperta con la presidente che ha ringraziato il comitato ristretto, costituito su sua indicazione all’interno dell’Ufficio di presidenza, spiegando che per l’occasione sono state audite persone di“elevata professionalità”. Una in particolare ha però raccolto i suoi favori: Stefano Menichini. Il quale, ha spiegato la Boldrini, era da scegliere per “competenza, professionalità” e perché, durante il colloquio, particolare che pare l’abbia letteralmente stregata (e vai a capire perché), ha dichiarato che Montecitorio deve continuare ad essere “la casa della democrazia”.

MI MANDA MATTEO – Subito dopo la ‘dichiarazione di voto’ della presidente è intervenuta Claudia Mannino (Movimento 5 Stelle), uno dei segretari dell’ufficio di presidenza, che ha anzitutto criticato il metodo con il quale è stato scelto il nuovo capo ufficio stampa. Non a caso, ieri, proprio lei aveva chiesto alla numero uno di Montecitorio di presentarsi all’ufficio di presidenza di oggi con una rosa di 3/4 nomi e condividere con i presenti la decisione finale. La Boldrini però aveva respinto l’invito ricordando che le regole della selezione erano già state decise in precedenti incontri. A quel punto fra le due si è aperto uno scontro. La Boldrini ha sostenuto che, oltre ai motivi esposti nel suo intervento, è stata anche colpita da ciò che ha detto Menichini alla fine del suo colloquio. E cioè che l’ex direttore di Europa ha spiegato di essere cosciente del fatto che l’aver diretto un giornale politicamente schierato (il quotidiano della Margherita e poi del Pd, ndr) poteva essere un ostacolo per una sua eventuale nomina. Ma che, nel caso in cui fosse stato scelto, avrebbe gestito la macchina parlamentare con la massima professionalità e terzietà. E qui, visti i sospetti di “lottizzazione politica” di matrice renziana sulla carica da assegnare che circolano da tempo anche tra i membri dell’ufficio di presidenza, la Mannino non si è trattenuta. Neanche con l’ironia: “Presidente, l’eccesso di onestà non mi pare fosse fra le motivazioni che l’hanno condotta alla scelta”. Battuta velenosa, nessuna replica della Boldrini.

FONTANA DI ACCUSE – A quel punto la parola è passata a Stefano Dambruoso. Il questore dell’ufficio di presidenza in quota Scelta civica ha spiegato che al posto di Menichini avrebbe preferito la nomina di un altro dei candidati. E cioè Maddalena Loy (ex Foglio, Rai e Unitàndr). Perciò ha chiesto alla presidente che quest’ultima venga presa in considerazione per entrare a far parte del gruppo di lavoro che curerà la comunicazione di Montecitorio. Insomma, un premio di consolazione. Ma le critiche alla Boldrini non si sono fermate. Dopo Dambruoso, contro di lei ha iniziato a cannoneggiare l’altro deputato questore, Gregorio Fontana (Forza Italia): “Tutta questa storia della selezione pubblica si poteva evitare – ha detto piccato – anche perché si sapeva da tempo che alla fine la scelta sarebbe ricaduta su Menichini”. La Boldrini non l’ha presa bene: “Che si sappia, ho deciso senza aver ricevuto alcuna pressione politica”.

MOLTO DI PERSONALE – La riunione volge al termine. Interviene Roberto Capelli (Democrazia Solidale): “Condivido la scelta di Menichini, era nella mia top three insieme a Maddalena Loy e Claudio Giua (ex direttore dello sviluppo e innovazione del Gruppo Espresso). Altra dichiarazione di voto, arriva da Ferdinando Adornato (Area popolare). “Conosco Stefano (Menichini, ndr) personalmente, può garantire professionalità e terzietà”, dice. Non c’è da stupirsi visto che proprio lui nei giorni scorsi, come riferito dall’agenzia di stampa Dire, aveva inserito l’ex direttore di Europa in una short list formata da 4 “giornalisti di chiara fama”. Fine degli interventi. La Boldrini mette ai voti la proposta. Menichini viene scelto a larga maggioranza: solo Mannino e Fontana si astengono. Triplice fischio: la seduta è tolta.

(Articolo scritto con Primo Di Nicola il 10 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Lo schiaffo in faccia

Boat_People_at_Sicily_in_the_Mediterranean_SeaHo letto molte opinioni riguardo la foto che nelle ultime ore sta facendo il giro del mondo e scuotendo le coscienze di tanti. Sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, giace il corpicino senza vita di Aylan, tre anni appena, scappato dalla Siria insieme al fratello e alla madre (morti con lui). Un viaggio costato tremila euro, pagati a criminali senza scrupoli, e conclusosi tragicamente.

C’è chi dice che quell’immagine vada pubblicata “senza se e senza ma”, chi – al contrario – sostiene che sarebbe scorretto, visto il contenuto. Al di là del dibattito fra apocalittici e integrati, a tratti sterile, c’è una costante che provoca un dolore fortissimo. E cioè che quel fatto è successo. Si può non volerlo vedere, nella peggiore delle ipotesi fare finta che non sia mai accaduto. Ma quel bambino, foto o non foto, è morto. Come, purtroppo, ne sono morti tanti altri. Numeri, cresciuti a dismisura: dieci, cento, mille, duemila… Corpi che i fotografi non hanno immortalato, anime perdute nel tentativo di cercare e trovare una vita migliore.

È un sonoro schiaffo in faccia per tutti. Per l’Europa, per il mondo intero. Per quelle organizzazioni nazionali e internazionali che si sono rese complici (in certi casi, addirittura, volutamente) della mala gestione di un’emergenza umanitaria trasformatasi in un dramma. Evidentemente troppo occupate a rimpallarsi le responsabilità invece di raggiungere un accordo comune.

Fra i suoi compiti l’Onu, l’Organizzazione delle nazioni unite a cui aderiscono 193 paesi, ha quello di «promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a vantaggio di tutti gli individui». Eppure, nemmeno quell’immagine così cruda ha portato ad un’anticipazione del vertice fissato dal segretario generale Ban Ki-moon per il prossimo 30 settembre (praticamente fra un mese). Riposa in pace, piccolo Aylan. E perdonaci, se puoi.

Twitter: @GiorgioVelardi

Elezioni alle porte, Europa nel mirino – da “Il Punto” del 21/12/2012

monti_merkel_getty_02Sono finiti i tempi del «ce lo chiede l’Europa». Sostituiti dal ritorno in campo (sì-no-forse) di Berlusconi; dalle politiche «germanocentriche» di Monti (copyright del Cavaliere) che vanno riviste; dallo spread che è «un imbroglio»; dall’andare oltre l’agenda del Professore perché «alle primarie ha vinto quella di Bersani» (Vendola dixit); dal fare in modo che quanto è accaduto in questi mesi non sia reso vano ma anzi si faccia, per dirla col gergo musicale, il bis (è ciò che pensa il trio Casini-Fini-Montezemolo). Con le elezioni alle porte il tema del rapporto fra il nostro Paese e i partner europei, Germania su tutti, è all’ordine del giorno. E non sempre i toni sono rassicuranti. A destra come a sinistra – tranne che al centro, per i motivi che ben conosciamo – si discute, ci si agita, si minaccia il compimento di gesti estremi. Nel Pdl il ritorno di Berlusconi ha spaccato il partito. Soprattutto, ha fatto sobbalzare dalla sedia quegli esponenti che dell’europeismo hanno fatto da sempre il loro cavallo di battaglia. L’ex ministro degli Esteri Franco Frattini e il capogruppo del Pdl al Parlamento europeo Mario Mauro hanno alzato le barricate. Il primo ha fatto sapere che «se il Cavaliere fa una campagna anti-Unione europea io mi ritiro». Il secondo, che sarebbe addirittura il “manovratore” del capogruppo del Ppe Joseph Daul – che nei giorni scorsi ha detto «no» alla «politica-spettacolo» in Italia, aggiungendo che far cadere il governo Monti è stato «un grave errore» – ha invece dichiarato che «pensare di scaricare sull’Europa le mancate riforme che attengono a precise responsabilità politiche del nostro Paese è una scorciatoia da non prendere». Di più: l’entusiasmo per il ritorno al dialogo fra Pdl e Lega, condizionato dalla decisione di Berlusconi di candidarsi a Palazzo Chigi (Maroni è contrario), fa mettere da parte (volutamente?) un passaggio fondamentale: il Carroccio sta raccogliendo le firme per un referendum su euro ed Europa. «Sosteniamo che un referendum consultivo sul mantenimento della moneta unica sia la strada più corretta per rendere più democratica la costruzione dell’integrazione comunitaria e per far decidere in prima persona ai popoli che tipo di moneta vogliono», fanno sapere da via Bellerio. Poi c’è l’altra metà del campo. Perché anche Pier Luigi Bersani, per utilizzare il suo slang, ha le sue gatte da pelare. Il segretario del Pd è stato chiaro: «La mia ricetta contro la crisi ricalca quella di Monti più qualcosa. Sì al rigore, accompagnato da equità e crescita». Ma, come detto in precedenza, Nichi Vendola non viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. «Se c’è l’agenda Monti io non ci sto – ha tuonato il leader di Sel –. Se abbiamo fatto le primarie per scherzo dobbiamo dirlo al nostro popolo». Apriti cielo. Infine, ci sono Beppe Grillo e Mario Monti. Il leader del M5S, fra epurazioni ed editti via web, solo un mese fa è tornato a parlare di Bruxelles come di «un luogo che assomiglia a un club Med, un dolce esilio dei trombati alle elezioni nazionali». E “Super Mario”? Tutti lo vorrebbero ancora a capo del governo italiano. E quei “tutti” sono Hollande, Merkel, Obama, Barroso, Van Rompuy, Rehn… In alternativa, pare sia pronta per lui la presidenza dell’Eurogruppo, pianoB a cui si lavora da tempo («È una personalità europea di primo piano, sarebbe perfetto», affermava nel marzo scorso l’attuale numero uno, Junker). In un quadro simile, le «regole d’oro» del Fiscal compact incombono – entreranno in vigore il 1° gennaio 2013. L’unica certezza in mezzo a tanta confusione.

Twitter: @mercantenotizie

Grecia, nel 2012 la metà delle aziende ha tagliato gli stipendi – da “Il Punto” del 23/11/2012

Le proteste continuano ad infiammare Atene e le altre città della Grecia. Ma quel che è peggio sono i dati che arrivano dal paese più colpito dalla crisi che sta flagellando l’Europa. Il tasso di disoccupazione è salito ad agosto al 25,4 per cento, mentre solo un anno fa, nello stesso periodo, era a quota 18,4. Poi c’è quello che riguarda i giovani (15-24 anni) e le donne senza lavoro: 58 per cento nel primo caso, 33 nel secondo. In tutto ciò, le nuove misure di austerity volute dalla troika (Bce, Fmi ed Unione europea) continuano a far precipitare la situazione. Tanto che nel 2012 circa il 50 per cento delle aziende greche è ricorso a tagli degli stipendi e riduzioni del personale. A rendere nota la notizia è stato il quotidiano Kathimerini, che nell’edizione del 15 novembre scorso ha pubblicato i dati di uno studio che la compagnia Aon Hewitt (specializzata nella consulenza per la gestione delle risorse umane) ha condotto su 165 imprese. Le multinazionali, invece, hanno resistito, visto che solo il 9,1 per cento ha ridotto i salari e il 17,9 ha licenziato i dipendenti. Sempre il quotidiano conservatore ha fatto sapere che a breve la metà dei 30 traghetti che partono dai porti del Pireo, Lavrio e Rafina, potrebbe essere temporaneamente soppressa a causa dell’elevato costo del carburante – che negli ultimi tre anni è lievitato del 107 per cento – che le compagnie di navigazione non riescono più a pagare. Dal 2009 al 2011, aggiunge ancora Kathimerini, il settore della navigazione marittima costiera ha accumulato debiti per oltre un miliardo a causa della crisi.

Twitter: @GiorgioVelardi

Stipendi dei parlamentari, facciamo un po’ di chiarezza

Faccio una doverosa premessa: chi scrive non apprezza – forse non lo ha mai fatto, da quando segue la politica – i nostri parlamentari. Persone (troppo) spesso “prestate” alla politica, che se glielo vai a chiedere non sanno neanche cosa sia lo spread o il Pil, e non ci vuole una laurea in Economia alla tanto apprezzata “Bocconi” per saperlo.

Ma in questi ultimi giorni sta tenendo banco in maniera pesante e pressante la questione legata allo stipendio dei parlamentari. Che non si chiama stipendio – ci hanno insegnato pure questo – ma “indennità“. Perchè fa più scena, sembra pure qualcosa di negativo, tanto perchè lavorando un solo giorno alla settimana e guadagnando certe cifre ci deve essere qualcosa che non va.

Attenzione, però, al populismo e al qualunquismo. Qualcuno mi ha accusato – a ragione, me ne rendo conto – di essere anche io populista e qualunquista, in taluni casi. Ma su certe questioni va fatta chiarezza, altrimenti si rischia la tanto paventata “macelleria sociale”. Allora, diciamolo: i parlamentari italiani non guadagnano più dei loro colleghi europei. Anzi. Andando a guardare i numeri i francesi, gli inglesi e i tedeschi prendono qualcosina in più. Un nostro servitore dello Stato percepisce infatti 5.486,58 euro al mese, contro i 5.677 dei deputati francesi, i 6.350 degli inglesi e i 7.668 dei tedeschi. Un parlamentare europeo ne prende invece 7.807,12 (lordi). Le cifre da capogiro che i nostri parlamentari ricevono derivano dai benefit, che si chiamano – altra scoperta – “diaria” e contributo per il “Rapporto eletto-elettori”. «E che so?». Qui viene il bello. Nel primo caso si tratta di un rimborso spese di soggiorno a Roma: 3.503,11 euro concessi (o così dovrebbe essere) a tutti coloro che si spostano per venire nella Capitale. E dove sta l’inghippo? Che la diaria la prendono tutti, anche quelli che a Roma ci sono nati, cresciuti e stabiliti. I «romani de Roma», insomma. Poi c’è l’altro contributo. «N’artro?». Eh sì, ahinoi. Si tratta di 4.190 euro che il deputato Tizio o il senatore Caio usano per pagare gli eventi politici e la/e segretaria/e. A cui poi vanno aggiunti 3.000 euro annui per le spese telefoniche e i trasferimenti da e per l’aeroporto. In totale fanno 11.703,65 euro/mese. Più della media europea, stavolta sì. Basterebbe eliminare queste due “piccole” voci. Non è difficile, basta volerlo.

Anche perchè negli altri paesi tutti questi privilegi non esistono. O meglio: anche i parlamentari sopra citati hanno dei benefit, ma gli stessi non sono inseriti in modo “secco” nello stipendio, come accade in Italia. Spero di essere stato chiaro. La situazione è grave, me ne rendo/ce ne rendiamo conto. Ma evitiamo la caccia alle streghe. Periodi “caldi” ne abbiamo già vissuti e, per fortuna, siamo riusciti a metterli in cantina. Non riapriamo quelle scatole, il contenuto non è dei migliori.

Ha perso Berlusconi, abbiamo perso tutti. E con Monti cosa accadrà?

Ore 21.41 di sabato sera. Dopo l’approvazione della legge di stabilità Silvio Berlusconi rassegna le dimissioni e lascia la Presidenza del Consiglio. Davanti a Palazzo Chigi e al Quirinale parte la festa. Trenini, caroselli, champagne e pure qualche monetina, nel ricordo del 1993, di Bettino Craxi e dell’Hotel Raphael.

«Abbiamo vinto, ora siamo tutti più liberi!», gridavano alcuni manifestanti. E visto che il titolo era fatto qualche giornale, domenica mattina, ne ha ripreso il concetto e pure le parole mettendole in prima pagina. La fine del Berlusconi IV era necessaria, va detto a chiare lettere e senza giri di parole. Ma sabato l’Italia non ha vinto: al contrario, ha perso sonoramente. Perchè la sconfitta di un Governo è la sconfitta di un paese, così come quella del Cavaliere coincide con quella degli italiani (principalmente coloro che lo hanno scelto). Italiani indebitati fino all’osso, che non ce la fanno ad arrivare alla seconda settimana; ma anche pensionati, giovani e donne che ancora oggi nel mondo del lavoro vivono una condizione di secondarietà rispetto ai colleghi uomini. Ora, però, il problema è un altro: è stato fatto l’errore più grande che si potesse fare. Perchè ridare credibilità all’Italia con un Governo tecnico non era la strada da intraprendere in questo momento. Primo perchè affidare le redini del gioco ad un Primo ministro e ad una squadra di super professori con lauree nelle migliori università del mondo è la via più anti-democratica che si possa immaginare (il popolo sovrano non ha diritto di scelta). Secondo perchè la crisi di Governo si era latentemente aperta da diversi mesi, quindi i partiti avrebbero (ma qui il condizionale è d’obbligo) dovuto poter mettere in piedi una campagna elettorale in tempi rapidissimi.

Ciò non è accaduto per i soliti giochi di potere – e di poltrona – che da sempre contraddistinguono la politica italiana. Ora tocca a Mario Monti. E, anche in questo caso, sono apertamente scettico. A leggere il curriculum del professore viene da fargli un applauso: Commissario Europeo, prima Rettore e poi Presidente dell’Università Bocconi di Milano, tante pubblicazioni di alto spessore. Ma ci sono quelle tre voci – Goldman Sachs, Bilderberg Group e Trilateral Commission – che fanno tremare i polsi. Perchè si ha come il sentore di essere finiti in mano ad un tecnocrate messo lì ad arte dai burattinai scaltri dell’economia e della finanza per mandare in scena il loro spettacolino anche in Italia. Pochi giorni fa il comico Maurizio Crozza, nel corso del suo spettacolo Italialand, parlando di Monti ha utilizzato il termine «cetriolo». Espressione ad alto valore simbolico, molto probabilmente consona alla situazione.

Quello che colpisce poi di tutta questa strana situazione è la fretta con cui sono state approvate le misure che dovrebbero salvarci dal default e ridarci carburante per la ripartenza. Non ricordo, a memoria storica, il varo di una legge di stabilità in tre giorni. Così come non ho mai visto deputati e senatori lavorare di sabato. Quando si vuole si può, dunque. Peccato che siano più le volte in cui non si vuole che quelle in cui ci si rechi alle Camere anche nei giorni in cui non è necessario. Monti riporterà davvero stabilità sui mercati? Dalle prime impressioni pare di no: lo spread, che lunedì mattina era sceso fino a toccare i 437 punti base, in giornata è clamorosamente risalito fino a toccare quota 490. E la Borsa cede oltre 2 punti percentuali. Motivo di questo rollercoaster sono (anche) le consultazioni a cui il Presidente del Consiglio incaricato ha dato il via questa mattina. Le voci che si susseguono dicono che Monti vorrebbe anche esponenti politici nel suo Esecutivo («Rappresentanza politica ai massimi livelli», precisano i ben informati). Allora, a ben vedere, non si tratterebbe di un Governo tecnico, ma di un Governo politico. Quindi, domanda: non erano meglio le elezioni? E il programma? «È quello indicato nella lettera della Bce», ha frettolosamente tagliato corto qualcuno. Siamo sicuri? Si parla di reintroduzione dell’Ici (il segretario della Cgil Camusso ha già espresso parere contrario), di una patrimoniale e dell’anticipo al 2020 dell’innalzamente dell’età pensionabile a 67 anni. Snodi cruciali, certo, ma non tutti presenti nella missiva firmati Draghi-Trichet.

«Ci saranno molti sacrifici da fare», ha detto il neo premier. Peccato che gli italiani, Presidente, ne facciano già abbastanza. Cominciate voi – riducendovi lo stipendio, tagliando i vitalizi, rinunciando alle auto blu -, noi vi seguiamo. Avete la nostra parola.

Insoddisfazione universitaria

articolo a cura di Maurizio Morri

Si legge su Repubblica.it (http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/la-laurea-italiani-disincantati-non-ci-credono-quattro-su-dieci/3969911?ref=HREC1-11) che i giovani italiani risultano essere, a livello europeo, quelli più disillusi sull’effettiva utilità di ottenenere una laurea per il loro “corsus honorum”. Quattro giovani su dieci pensano che si possa fare tranquillamente a meno dell’istruzione universitaria.

Dati alla mano, questa disillusione verso il sistema universitario è maggiore in quella percentuale di popolazione giovanile che va dai 25 ai 35 anni, che ha quindi esperienza diretta della vita universitaria o della vita senza di essa. Nel resto dell’Europa meridionale (Spagna, Francia) la tendenza è la stessa, mentre nei paesi del nord Europa (ad esempio la Danimarca) questa sfiducia risulta notevolmente attenuata, se non addirittura nulla.

È un dato che, essendo un fresco ex studente universitario, laureato, enormemente convinto dell’importanza dell’istruzione universitaria per la formazione di una persona e di un cittadino, mi preoccupa, ma non mi sorprende. Il discorso può diventare facilmente demagogico, ma alcune conclusioni credo possano essere lapalissianamente condivise. Come si può chiedere ai giovani di essere fiduciosi in un sistema universitario che evidentemente non fornisce le competenze necessarie al fine di ottenere un posto di lavoro al termine degli studi? Come si può considerare la laurea un passo fondamentale nella propria formazione, se sono poi proprio i laureati quelli più soggetti alla schiavitù del precariato?

E soprattutto, come si può pensare che un ragazzo o una ragazza di diciannove anni accettino di imbarcarsi nell’impresa, faticosa per la maggior parte delle facoltà, di completare un ciclo di studi universitari in un paese dove la parola meritocrazia esiste solamente nei programmi elettorali? La risposta è che è impossibile immaginare tutto ciò, specie in un paese in cui il migliore, il modello da imitare, non è chi si impegna, non è chi è coerente, non è chi è onesto, ma chi trova sempre e comunque una scorciatoia, più o meno onesta.

Allora perchè faticare, se esiste un modo più semplice di ottenere una vita soddisfacente?