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Vacciano prigioniero politico. Il Senato non lo libera più

Vacciano_FacebookSui social network qualcuno gli ha addirittura suggerito di iniziare lo sciopero della fame. “Ci sono motivi più seri per farlo e mi sembrerebbe persino offensivo nei confronti di persone che sono veramente in difficoltà”, mette subito in chiaro Giuseppe Vacciano, il senatore ex Movimento 5 Stelle (oggi nel Gruppo Misto) che ieri si è visto respingere per la quinta volta la richiesta di dimissioni dall’Aula di Palazzo Madama (90 voti a favore, 129 contrari e 7 astenuti). Però l’umore non è certo dei migliori. “Come mi sento? Non so se sono più demoralizzato o depresso”, risponde senza troppi giri di parole. Di fatto, sono due anni che il Senato lo tiene prigioniero. La prima volta che Vacciano ha provato a dimettersi era il 17 febbraio 2015. Sembrava una formalità, in un Paese in cui mediamente non si dimette nessuno. E invece l’Aula votò contro. Così come ha fatto pure il 16 settembre dello stesso anno e poi ancora il 13 luglio 2016, il 25 gennaio 2017 e infine ventiquattrore fa.

“Il ‘fronte del no’ alle mie dimissioni è trasversale – rivela il parlamentare campano –. C’è una parte del Pd, una di Forza Italia… Ho spiegato a tutti il perché del mio passo indietro, e l’essere passati da una quarantina a 90 sì è già qualcosa, anche se, com’è ovvio, non è sufficiente”. Chiaro che dietro a questo vero e proprio “accanimento” vi sia un calcolo politico. L’uscita di Vacciano rafforzerebbe infatti la pattuglia grillina in un’Aula in cui per la maggioranza i numeri sono ballerini. Col rischio però di far entrare Vacciano nel guinness dei primati in quanto a dimissioni rifiutate. “Non era mia intenzione entrare nel libro dei record parlamentari”, scherza per un attimo l’interessato prima di tornare serio: “Ho scritto cinque lettere e una trentina di solleciti, ho fatto discorsi pubblici e privati però, evidentemente, il mio atto politico risulta tutt’ora meno credibile di quello di Minzolini – dice –. Quel che è certo è che al Senato la logica non è di casa…”. Paradosso nel paradosso, pur avendo lasciato i 5 Stelle (“non condividevo più la linea di Grillo e Casaleggio e poi ho sempre detto che quella poltrona appartiene alla lista e non a me”) il senatore continua a seguirne seriosamente i dettami. Tanto da restituire la quasi totalità dello stipendio.

“Sono un dipendente della Banca d’Italia in aspettativa retribuita”, ricorda Vacciano, “perciò tranne il rimborso per le spese dei collaboratori dò mediamente indietro tremila euro al mese. Una volta sono arrivato a restituirne anche ottomila o diecimila”. Nonostante le battaglie perse finora, Vacciano questa guerra è comunque intenzionato a vincerla. Scontata, quindi, la decisione di ripresentare la richiesta di dimissioni. “Lascerò passare qualche giorno ma stavolta – conclude – nella lettera che l’accompagnerà mi toglierò qualche sassolino dalle scarpe”. Insomma, “fosse anche solo un giorno prima della fine della legislatura, io dal Senato voglio dimettermi”. A questo punto, non resta che dire: in bocca al lupo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 20 aprile 2017 per La Notizia

Rivive il Patto del Nazareno per sbloccare lo stallo sulla legge elettorale. Pd e Forza Italia verso un nuovo accordo

Renzi-BerlusconiUn nuovo patto tra Pd e Forza Italia, anche se “è meglio non scomodare il Nazareno” perché “sappiamo com’è andata a finire…”. Sarà. Certo è che l’indiscrezione raccolta da La Notizia farebbe pensare alla riedizione plastica del famoso accordo stretto il 18 gennaio 2014 nella sede del Pd fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Per andare al sodo bisogna prima riavvolgere il nastro tornando al 12 dicembre scorso, giorno della nomina di Anna Finocchiaro a ministro per i Rapporti con il Parlamento del “nuovo” Governo Gentiloni. Nomina arrivata dopo la vittoria del No al referendum che ha lasciato vuota l’importante casella di presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.

La sostituzione della Finocchiaro sarebbe dovuta arrivare in tempi rapidissimi, complice la voglia dell’ex premier di approvare una nuova legge elettorale per tornare al voto il prima possibile. Poi però le cose sono andate diversamente: la Consulta che ha “smontato” l’Italicum, il pressing di Bruxelles sui conti pubblici, l’inchiesta Consip che coinvolge il padre di Renzi e il suo braccio destro Luca Lotti. Senza dimenticare, ultima in ordine di tempo, la scissione dentro al Pd, arrivata a complicare ulteriormente i giochi proprio dentro la prima commissione del Senato.

Ballando al buio – Non è un mistero, come avevamo già raccontato, che il Pd voglia piazzare su quella poltrona uno fra Roberto Cociancich, Stefano Collina e Francesco Russo. Mentre gli scissionisti di Mdp, rimasti in maggioranza, hanno intenzione di riproporre il nome di Doris Lo Moro, che insieme a Maurizio Migliavacca siede in commissione (Miguel Gotor è uscito due giorni fa perché il neonato gruppo ha diritto a due soli posti). Qui viene il bello: i membri della commissione sono 27 ma la maggioranza – Pd più alleati – si ferma a 13, contando pure Lo Moro e Migliavacca. Senza di loro si scende a 11. Ecco quindi entrare in gioco Forza Italia. “Si potrebbe raggiungere un accordo fra noi e il Pd”, rivela un importante parlamentare berlusconiano. Un accordo che permetterebbe ai dem di portare a casa la guida dell’organismo scongiurando i pericoli che potrebbero scaturire dai mal di pancia dei due esponenti di Mdp. Il tutto con un presupposto: “Non siamo disponibili a trattare al buio”, chiarisce l’azzurro. Tradotto: il testo della nuova legge elettorale dovrà essere condiviso e condivisibile.

Tutti per uno – Un particolare mica da ridere, vista la posizione di Berlusconi per il quale “non c’è nessuna alternativa al proporzionale”. Mentre Renzi, dopo la bocciatura dell’Italicum, ha rilanciato il Mattarellum. Calcolatrice alla mano, in Affari costituzionali FI conta 3 membri: Claudio FazzoneAnna Maria Bernini e Lucio Malan. E, guarda caso, 11 più tre fa 14: cioè la maggioranza. Certo, i verdiniani Riccardo Mazzoni e Antonio Milo sono pronti al soccorso, ma a quel punto Movimento 5 Stelle e Mdp alzerebbero le barricate. Ecco perché alla fine il “delitto perfetto” potrebbe essere nientemeno che la resurrezione del Nazareno.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 marzo 2017 per La Notizia

Petizioni, migliaia di richieste all’Aula: dall’ora discoteca a scuola, alla cannabis e all’elezione diretta del Capo Stato

Sono regolate dall’articolo 50 della Costituzione. E servono per proporre a deputati e senatori provvedimenti legislativi o esporre loro comuni necessità. Solo nella legislatura in corso ne sono arrivate 1.060 a Montecitorio e 1.531 a Palazzo Madama. Pochissime quelle prese in esame dagli eletti. Il record del campano Di Pasquale: “Ho cominciato nel 1999 e finora ne ho presentate tremila”

Montecitorio-675C’è chi chiede “norme per l’elezione diretta del presidente della Repubblica”. Ma anche chi propone “l’attribuzione in esclusiva agli enti locali dello svolgimento delle attività di onoranze funebri”. Non solo. C’è chi vorrebbe “la creazione di una squadra di calcio e di una casa discografica di proprietà dello Stato”. Senza dimenticare chi reclama l’inserimento di “un’ora ‘di discoteca’ nell’ambito dell’orario scolastico”. Sono solo alcune delle petizioni presentate dai cittadini al Parlamento, secondo quanto previsto dall’articolo 50 della Costituzione. Una pioggia di richieste che arrivano quotidianamente alle Camere per posta ordinaria, via fax, e-mail o con consegna a mano, inviate dagli abitanti dello stivale. Dalle Alpi alla Sicilia. Le richieste sono fra le più disparate. Alcune addirittura impossibili da tradurre in pratica. Solo nella legislatura in corso se ne contano 2.591: 1.060 alla Camera e 1.531 al Senato. Ma il loro numero, da qui al 2018, quando terminerà la diciassettesima legislatura, è destinato sicuramente ad aumentare.

FERME AL PALO – Nella storia della Repubblica, secondo i dati in possesso de ilfattoquotidiano.it, solo a Montecitorio ne sono pervenute 9.053. Con i picchi massimi raggiunti nella tredicesima (1.884) e nella sedicesima legislatura (1.690). E con quello minimo raggiunto nella terza legislatura (1958/1963), quando ne sono state presentate appena 94. Mentre a Palazzo Madama ne sono arrivate in tutto 8.341 (1.687 sono nella sedicesima legislatura). Ma quante di queste sono state esaminate? Pochissime, tenendo anche conto del fatto che fino alla dodicesima legislatura (1994/1996) non esistono dati al riguardo. Nella tredicesima legislatura, per esempio, delle 1.884 petizioni presentate alla Camera ne sono state discusse ‘solo’ 290 (il 15,3%), peraltro tutte in abbinamento con progetti di legge. E anche nelle legislature successive il trend è stato più o meno lo stesso. Dal 1996 ad oggi, nelle varie commissioni di Montecitorio alle quali sono state assegnate, i deputati ne hanno prese in esame 347 su 6.354 (il 5.4%). E al Senato? Nello stesso arco temporale, su 6.349 petizioni inviate, quelle analizzate dai senatori sono state invece378 (il 5,9%). Attenzione, però: come ricordano i veterani delle Aule parlamentari, le petizioni non possono essere paragonate alle leggi di iniziativa popolare, che pure, in quanto a sorte, non se la passano meglio. Perché in questo caso non ci sono dei veri e propri testi di legge suddivisi in articoli e non bisogna raccogliere decine di migliaia di firme per presentarle: spesso, con il loro invio, i cittadini intendono accendere un ‘faro’ sui problemi dei territori nei quali vivono. Come ad esempio chi chiede “interventi per garantire la copertura dei servizi di telefonia mobile e l’accesso a internet in tutto il comune di Fregona” (Treviso). O chi auspica “interventi di ammodernamento della stazione ferroviaria di Monte San Biagio (Latina)”.

CARO PARLAMENTO – Ma cosa chiedono, in sostanza, i cittadini agli eletti di Camera e Senato? Ce n’è per tutti i gusti. Tanti, per dire, sono quelli che propongono “l’abolizione del canone di abbonamento alla Rai” o la “privatizzazione” dell’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo. Poi c’è chi chiede “la revoca con effetto retroattivo dei vitalizi dei consiglieri regionali della regione Lazio”, “il riconoscimento anche economico e la tutela del lavoro casalingo”, “l’abolizione dell’ordine dei giornalisti”, “misure per garantire il rispetto del principio di pari opportunità nelle procedure concorsuali delle pubbliche amministrazioni, con particolare riferimento alle donne sole con figli a carico”. E ancora, chi vorrebbe “la rinuncia all’acquisto degli aerei da combattimento F35 e una generale riduzione delle spese militari”, modifiche al secondo comma dell’articolo 59 della Costituzione “per estendere espressamente la possibilità di essere nominati senatori a vita ai cittadini che si sono distinti nell’attività sportiva e militare”, “la reintroduzione del servizio di leva obbligatorio” e “disposizioni volte a vietare o eliminare la commercializzazione e il possesso di armi giocattolo o da collezione”. Numerose richieste riguardano poi l’ambito sanitario. Come quella formulata da un gruppo di cittadini di Pistoia, che invitano alla “tempestiva approvazione di disposizioni in favore delle persone affette da sindrome da talidomide”, che prende il nome del sedativo somministrato fra gli Anni ’50 e ’60 alle donne (in particolare quelle in gravidanza) poi ritirato dal commercio per via dei pericolosi effetti collaterali. Oppure quella che arriva da un abitante di Cerveteri (Roma), che chiede “l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause della morte di alcuni cittadini italiani nel corso del servizio di leva negli anni dal 1985 al 2005”.

RICHIESTE IN FUMO – La lista è ancora lunga. E alterna richieste importanti ad altre alquanto singolari. Per dire: c’è chi chiede “iniziative per assicurare l’apertura di centri antiviolenza sull’intero territorio nazionale” e chi auspica “l’istituzione di una lotteria in cui sono messi in palio immobili inutilizzati”. O chi propone “la legalizzazione della cannabis indica”, “l’istituzione di comunità autogestite sul modello dei kibbutz israeliani” e “l’assunzione di esperti di medicine non convenzionali”. Ma anche chi reclama “nuove norme in materia di buono pasto per i pubblici dipendenti”, “norme limitative in materia di associazioni massoniche”, “nuove norme in materia di controllo dei titoli di viaggio degli utenti dei mezzi di trasporto pubblico, ai fini dell’individuazione degli stranieri privi di un regolare titolo di soggiorno in Italia” e “l’insegnamento di nuove tecniche di combattimento ai militari”. Mentre tre cittadini romani chiedono – rispettivamente – “norme per la sepoltura nel Pantheon delle salme dei componenti della famiglia Savoia”, “la realizzazione, per finalità turistiche, di riproduzioni di mezzi di trasporto dell’antica Roma” e “l’abolizione della pena di morte in Arabia Saudita”. Da segnalare, infine, chi chiede “l’abolizione del secondo grado di giudizio nei processi penali e civili”, “nuove norme in materia di collocamento e compenso dei calciatori”, “l’inserimento in Costituzione del diritto di resistenza all’oppressione” e, per rimanere in tema, “l’istituzione di organismi parlamentari per la valutazione delle petizioni e degli altri strumenti di democrazia diretta”.

RECORDMAN CAMPANO – Non è tutto. Molte delle richieste pervenute alle Camere negli ultimi diciassette anni portano la stessa firma. Quella di Francesco Di Pasquale da Cancello ed Arnone, un piccolo comune di circa cinquemila abitanti in provincia di Caserta di cui in passato è stato anche sindaco. Quante petizioni ha mandato in tutto? “Quasi tremila: ho cominciato nel 1999 ed è anche capitato che qualche mia proposta fosse inserita in un disegno di legge”, risponde Di Pasquale contattato da ilfattoquotidiano.it. Insomma: un recordman a tutti gli effetti. Gli argomenti delle sue lettere spaziano dalla richiesta di “nuove norme per garantire la tutela previdenziale dei geometri liberi professionisti” a quella di “iniziative per far cessare le violenze perpetrate contro i cristiani in varie parti del mondo”. Ma non è un caso. Perché “le persone mi contattano da tutta Italia per segnalare dei problemi, io mi metto all’opera e scrivo agli uffici competenti di Camera e Senato: ormai i funzionari, persone squisite, mi conoscono, siamo praticamente amici – racconta –. Perché lo faccio? Trovo giusto provare a dare una mano a risolvere ciò che non va e me ne dispiaccio quando non ci riesco”. La ‘colpa’, si fa per dire, è stata dell’ex presidente della Camera, Luciano Violante. “Anni fa gli scrissi proponendogli la modifica della norma per la selezione degli scrutatori alle elezioni: mi rispose dicendomi di presentarla sotto forma di petizione – ricorda Di Pasquale –. Ma io faccio politica dal 1972 e fra provincia, Regione, presidenti della Repubblica e quant’altro ho spedito più di dodicimila lettere. Conservo ancora gelosamente le risposte di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 29 febbraio 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Risparmi possibili, Camera e Senato provano a razionalizzare: dal ruolo unico degli eletti all’unificazione dei servizi

Ilfattoquotidiano.it è entrato in possesso di un documento dei collegi dei questori. Dove sono elencati gli interventi possibili. A cominciare dallo status dei parlamentari per superare le differenze di trattamento tra deputati e senatori. Malan (Forza Italia): “Effetti solo sulle situazioni in essere, nessuna estensione delle indennità ai futuri inquilini di Palazzo Madama dopo la riforma costituzionale”. Si punta all’integrazione anche dei settori informatico, tecnico-immobiliare e sanitario. Nuove regole per la redazione dei bilanci e un solo polo bibliotecario

grasso-boldrini675Parola d’ordine: razionalizzazione. Ovvero risparmiare accorpando i servizi fotocopia per ritoccare al ribasso i relativi costi. Se fosse un’azienda privata non ci sarebbe nulla di strano. Soprattutto in tempo di crisi economica. Ma trattandosi di Camera Senato il discorso è molto più delicato. Certo, l’effetto sarà una sorta di spending review. Ma in ballo, tornando al paragone con il privato, sembra di trovarsi davanti a un vero e proprio piano di ristrutturazione industriale. Messo nero su bianco in due documenti redatti dai collegi dei Questori di entrambi i rami del Parlamento, che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare e che di qui ai prossimi mesi dovrebbero tradursi in atti concreti. Anche alla luce della riforma costituzionale ormai prossima all’approvazione finale delle Aule (ma con l’incognita del referendum). In tema di risorse, tuttavia, la coperta è corta. E se anche nel 2016 proseguirà il trend del contenimento dei costi, il margine si sta progressivamente riducendo. Non a caso, quest’anno, bilanci alla mano, la Camera riuscirà a tagliare le spese solo dello 0,93% mentre al Senato la cura dimagrante produrrà un calo dello 0,09%. Un segnale positivo, certo. Ma si può fare di più. Per questo i Questori hanno predisposto una lista di “settori da integrare e unificare”. Quello amministrativo, per esempio. Ma anche l’informatico, il tecnico-immobiliare e dei servizi sanitari.

TUTTI PER UNO – In testa alla lista c’è però un punto che ruota intorno agli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama. “Con riferimento allo Status dei parlamentari occorre procedere all’armonizzazione delle discipline vigenti presso i due rami del Parlamento – chiarisce il documento recentemente approvato dal consiglio di presidenza del Senato –, circa le competenze spettanti ai deputati e senatori, in carica e cessati dal mandato, nonché ai loro aventi diritto, anche alla luce delle prospettive della riforma costituzionale in itinere”. Un punto che ha finito per alimentare il sospetto che nel documento dei Questori si nasconda in realtà un espediente per estendere anche ai futuri senatori – che in base alla riforma dovrebbero svolgere il mandato gratuitamente percependo unicamente l’indennità corrisposta dai rispettivi consigli regionali di provenienza – gli emolumenti previsti per quelli in carica. “Un equivoco”, assicura il senatore questore Lucio Malan di Forza Italia. “L’armonizzazione si riferisce esclusivamente ai trattamenti in essere e non a quelli futuri – chiarisce –. Con la creazione di un ruolo unico dei parlamentari si supereranno le discrasie di trattamento tra deputati e senatori e non si produrrà alcun effetto sui futuri inquilini di Palazzo Madama qualora la riforma superasse la prova del referendum”. Semmai, il problema si porrà per gli ex senatori. “Perché sarebbe paradossale un Senato di senatori non pagati che, però, paga i vitalizi agli ex”, fa notare ancora Malan.

SERVIZI IN COMUNE – Ma le novità non finiscono qui. “Nell’ambito delle attività amministrative, particolare rilievo va poi dato al settore delle gare e contratti – si legge ancora nel documento –. Lo schema prevede che le Amministrazioni procedano periodicamente ad una verifica dei fabbisogni comuni per i quali sia possibile svolgere congiuntamente le procedure di selezione del contraente. Effettuate tali verifiche si potranno definire in comune i capitolati delle gare che, una volta deliberate da entrambi i Collegi dei Questori, potranno essere condotte da un’unica amministrazione, di volta in volta individuata, con funzione di centrale unica di committenza”. Il documento impegna le amministrazioni di Camera e Senato “a procedere congiuntamente” ad una ricognizione per “individuare concretamente le procedure di gara che potranno essere svolte in comune nel corso dei prossimi due anni”. E “a sottoporne gli esiti ai collegi dei Questori entro il 31 marzo 2016”. Lo stesso discorso va fatto anche per quanto riguarda il settore informatico. L’obiettivo è quello di “pervenire alla istituzioni di un Polo informatico parlamentare volto ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse professionali e tecnologiche disponibili, a rendere omogenei i servizi offerti e a rafforzare i processi di innovazione”. Nella lista delle armonizzazioni c’è anche l’unificazione dei servizi sanitari. “Si tratta di una prospettiva sulla quale i due collegi hanno già concordato in un’ottica di contenimento dei costi,  l’ottimizzazione delle procedure e di miglioramento dei servizi offerti agli utenti (parlamentari e personale), con la specificazione che a tale unificazione si potrà procedere adottando presso entrambi i rami del Parlamento un medesimo modello organizzativo, che faccia leva anche su un rapporto convenzionale con un soggetto esterno, comunque individuato attraverso un’apposita procedura ad evidenza pubblica”.

BIBLIOTECA BICAMERALE – Che dire, poi, del settore tecnico-immobiliare? Anche in questo caso, “si procederà all’individuazione di spazi che, in aggiunta a quelli già utilizzati a tal fine (come avviene con il Palazzo del Seminario per le Commissioni bicamerali), potranno essere messi a disposizione per lo svolgimento di attività e servizi comuni, o che potranno comunque consentire una razionalizzazione logistica nella prospettiva della riforma costituzionale in itinere”. Il tutto attraverso una “armonizzazione delle regole di contabilità e di redazione dei due bilanci”. Ma i processi di integrazione riguarderanno anche il settore della documentazione e ricerca. Con particolare riferimento al Polo bibliotecario che “appare suscettibile di un’ulteriore evoluzione”. Il punto di approdo finale “potrà essere l’istituzione della Biblioteca del Parlamento. Un analogo processo di gestione unificata – inoltre – dovrà riguardare gli archivi storici delle due Camere”. Nel settore delle Commissioni bicamerali e di inchiesta, infine, “sono già oggi in atto forme di collaborazione tra le due Amministrazioni che potranno essere estese a tutti gli organi bicamerali. Forme ulteriori di collaborazione, nella prospettiva di incrementare il livello già esistente di coordinamento, dovranno interessare anche il supporto delle attività di segreteria delle delegazioni parlamentari presso le Assemblee internazionali”. Tutto ciò in tempi rapidi, con “i vertici delle due Amministrazioni che riferiranno ai competenti organi di direzione politica sull’andamento di tali processi”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 10 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Regolamentazione delle lobby: dopo l’immobilismo di Palazzo Madama la proposta di legge si sposta alla Camera

Adriana Galgano (Scelta Civica) ha deciso di presentare anche a Montecitorio il testo dei senatori ex 5 Stelle Orellana e Battista. Che, approvato in commissione Affari costituzionali ad aprile 2015, è caduto nel dimenticatoio. La deputata: “Decisione che nasce dopo aver sperimentato il fortissimo peso dei gruppi di pressione anche e soprattutto in Parlamento”

corso-lobbistiokC’è ancora qualcuno che ci prova. Nonostante le tante promesse mancate. Ultime in ordine di tempo quelle fatte dal governo di Matteo Renzi. Il quale, per bocca del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha parlato – oltre un anno e mezzo fa – di “regolamentare le lobby per combattere la corruzione”. E invece? Della legge per disciplinare il lavoro dei cosiddetti “portatori di interessi” non si vuole proprio discutere. Già: non si vuole. Perché un testo base c’è, e porta la firma di due senatori ex Movimento 5 Stelle: Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista. Solo che è fermo in commissione Affari costituzionali aPalazzo Madama dal 9 aprile 2015, giorno in cui è stato approvato. Oltre nove mesi. Malgrado i numerosi richiami dell’Antitrust.

MAL DI TESTO Ecco perché adesso quello stesso testo sarà presentato anche a Montecitorio. Per dare una forte accelerazione ad una discussione che, malgrado timidi quanto vani tentativi (ultimi in ordine di tempo quelli degli ex ministri Giulio SantagataMario Catania e dell’ex premier Enrico Letta), va avanti da qualche decennio senza mai giungere a conclusione. A firmare la proposta di legge a Montecitorio è Adriana Galgano, deputata di Scelta Civica, insieme al collega di partito Salvatore Matarrese. “Questa decisione – spiega Galgano a ilfattoquotidiano.it – nasce dopo aver sperimentato come le pressioni delle lobby siano fortissime, anche e soprattutto in Parlamento”. Anche perché “c’è un interesse di molti ex deputati e senatori a svolgere un’attività di questo tipo”, aggiunge l’esponente del partito che fu di Mario Monti. La quale ricorda un episodio che l’ha riguardata in prima persona. “Nel corso dell’approvazione del ddl concorrenza – spiega – ho condotto una battaglia per la liberalizzazione dei farmaci di fascia C”, cioè quelli non concessi dal servizio sanitario nazionale ma che necessitano di ricetta.

GELIDA MANINA E cos’è successo? “Nonostante un risparmio stimato di 500 milioni di euro per i cittadini e il parere favorevole del ministero dello Sviluppo economico affinché questa circostanza si concretizzasse, la longa manus delle lobby ha fatto in modo che la liberalizzazione fosse bloccata. Peraltro – dice Galgano – accampando motivazioni risibili, come l’aumento del consumo dei farmaci stessi: ciò è totalmente falso visto che per acquistarli serve comunque la prescrizione medica”. Ecco perché adesso un emendamento che si muove in questa direzione verrà presentato proprio da Orellana al Senato, dove il provvedimento è sbarcato dopo l’approvazione della Camera. “Noi l’abbiamo definita un’operazione di co-politiching – conclude la deputata – visto che veniamo da gruppi parlamentari diversi: sarà utile per capire, una volta di più, l’influenza dei gruppi di pressione”.

PUBBLICO REGISTRO Ma cosa prevede nello specifico la proposta di legge? Prima di tutto l’istituzione di un “Comitato per il monitoraggio della rappresentanza di interessi” presso il segretariato generale della presidenza del Consiglio, più quella di un “Registro pubblico dei rappresentanti di interessi”. Al quale non potranno iscriversi i condannati in via definitiva per reati contro lo Stato e la pubblica amministrazione. Chi svolgerà l’attività senza essere iscritto al registro, inoltre, sarà punito con una sanzione amministrativa che può toccare i 200 mila euro. “Abbiamo messo da parte le differenze di schieramento perché riteniamo che entrambe le questioni vadano nell’interesse esclusivo dei cittadini – spiega invece Orellana –. Faremo il possibile affinché si concludano positivamente”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 14 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

La massoneria ci riprova: dopo il silenzio di Grasso, lettera ai partiti per fare museo nel palazzo del Senato

Il Gran Maestro Bisi non ha avuto risposta al suo dossier per chiedere che sia riconcesso uno spazio al Grande Oriente d’Italia. Ora ci riprova con due missive indirizzate ai capigruppo

giustiniani-Una lettera. Anzi, due. Spedite direttamente al presidente del Senato, Pietro Grasso, e ai capigruppo delle forze politiche che siedono a Palazzo Madama. Dal Partito democratico a Forza Italia fino al Movimento 5 Stelle e ai ‘verdiniani’ di Ala. Insomma, stavolta il Grande Oriente d’Italia (Goi) è davvero determinato a riprendersi ciò che, a suo dire, gli spetta di diritto. Ovvero una porzione di Palazzo Giustiniani, la struttura che attualmente ospita l’appartamento di rappresentanza della seconda carica dello Stato e gli uffici dei senatori a vita un tempo di proprietà della più numerosa comunione massonica italiana, da utilizzare come sede del museo storico della massoneria. Circa centro metri quadrati all’interno dei quali esporre, nelle intenzioni del Goi, anche alcuni indumenti indossati dal massone italiano più famoso del mondo, Giuseppe Garibaldi. Una vicenda della quale ilfattoquotidiano.it si è recentemente occupato, anticipando i contenuti di un dossier che il Gran Maestro, Stefano Bisiha messo a punto e poi inviato al presidente del Senato. Accompagnato da una lunga lettera nella quale viene ripercorsa una questione che, fra grembiuli massonici, camicie nere e cavilli burocratici è iniziata oltre cento anni fa.

Missiva alla quale il presidente del Senato non ha però ancora fornito risposta, nonostante Bisi l’abbia spedita quasi due mesi fa, il 12 novembre 2015. Nelle due pagine e mezzo scritte di proprio pugno, il numero uno del Grande Oriente d’Italia ha ricordato a Grasso “il mancato adempimento da parte del Senato della Repubblica delle obbligazioni nascenti dall’atto transattivo intercorso il 14.11.1991 tra Intendenza di Finanza, Senato e Società Urbs”, appositamente costituita dal Goi nel 1911 per l’acquisto della struttura. Poi espropriata dal fascismo nel 1926. Accordo, quello firmato ai tempi in cui a presiedere l’Aula di Palazzo Madama c’era Giovanni Spadolini, che prevedeva “la concessione in uso da parte del Senato alla Urbs, e quindi al Grande Oriente d’Italia, di una porzione limitata dei locali stessi da adibire a museo storico della massoneria italiana. (…) Mi auguro che si possa aprire un canale di comunicazione per portare ad attuazione piena l’accordo transattivo del 1991 e fornire così finalmente una risposta adeguata alle altre finalità sottese che – conclude Bisi – attengono alla stessa memoria storica del nostro Paese”.

Ma non è tutto. Perché alla luce del silenzio di Grasso, il Gran Maestro del Goi ha preso nuovamente carta e penna e il 16 dicembre scorso ha scritto un’altra lettera. Indirizzandola, stavolta, a Luigi Zanda (Pd), Renato Schifani (Area popolare), Michele Giarrusso (M5S), Paolo Romani (FI), Lucio Barani (Ala), Mario Ferrara (Gal), Cinzia Bonfrisco (Conservatori e Riformisti), Gian Marco Centinaio (Lega Nord), Karl Zeller (Per le Autonomie) e Loredana De Petris (Gruppo Misto). Una missiva in questo caso più stringata, una pagina e mezzo circa, attraverso la quale Bisi chiede ai capigruppo dei partiti rappresentati a Palazzo Madama, “anche a nome di 23mila cittadini di questa Repubblica (cioè il totale degli iscritti al Goi, ndr), di contribuire alla soluzione di quanto sottoscritto per la realizzazione della piccola area museale della massoneria italiana”. Risposte? Per il momento nessuna. E chissà se arriveranno mai.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 5 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Comunicazione parlamentare, Grasso e Boldrini alle prese con la grana degli uffici stampa: nomi e criteri in alto mare

Ci sono da rinnovare i contratti dei giornalisti di Palazzo Madama. Ma soprattutto stanno per lasciare i responsabili delle due strutture. Bisogna scegliere il metodo di selezione dei sostituti. Con un bando pubblico o per nomina diretta? Mannino (M5S) all’attacco: “Sciogliere il comitato per la Comunicazione di Montecitorio”

grasso-boldrini675Vertici degli uffici da cambiare. Giornalisti da confermare o licenziare. Criteri di selezione in alto mare. Con i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, alle prese con la patata bollente. E il presidente di un organismo parlamentare delicato come il comitato per la comunicazione della Camera sull’orlo delle dimissioni. E tutto perché si deve cambiare. Non solo a Montecitorio, ma anche a Palazzo Madama. Con l’anno nuovo, gli uffici stampa di entrambi i rami del Parlamento potrebbero andare infatti incontro a cambiamenti radicali. Nel primo caso perché l’attuale numero uno, Anna Masera, scaduto il contratto biennale che la lega alla Camera tornerà a La Stampa. Ma sul metodo di selezione del suo sostituto è in corso uno scontro politico. Al Senato, invece, perché Iolanda Cardarelli, che dal 2009 guida l’ufficio stampa e Internet, andrà in pensione. In questo caso a sceglierne il successore sarà l’ufficio di presidenza, come previsto dal regolamento. Ma non si ancora se saranno confermati i tre addetti stampa di cui dispone attualmente Palazzo Madama. Il tutto fra le proteste degli esponenti del Movimento 5 Stelle (M5S). Scontenti dei metodi di scelta delle due nuove figure.

FUORI CONCORSO – Il prossimo 31 dicembre la Masera, che dal 1° gennaio 2014 gestisce sia l’ufficio stampa sia la comunicazione di Montecitorio, tornerà a lavorare per il quotidiano torinese. Per il quale, prima di richiedere l’aspettativa visto il nuovo incarico istituzionale, ricopriva il ruolo di caporedattore e social media editor. Ovvio, quindi, che dovrà essere scelto un successore. Ma in che modo avverrà questa nomina, che deve comunque passare attraverso la votazione dell’ufficio di presidenza? Attraverso un bando, come successo la volta scorsa vagliando decine di curricula, oppure no? I maligni dicono che la presidente dell’Assemblea, Laura Boldrini, vorrebbe ‘commissariare’ questo ufficio, affidando il coordinamento dello stesso ad uno degli addetti stampa della Camera. Il tutto per costruire ancora meglio la propria immagine in vista delle prossime elezioni. I nomi sul tavolo sono quattro: Fabio Rosati, Gennaro Pesante, Ida Bressa e l’ex inviato parlamentare di Radio Radicale Roberto Iezzi, dato come favorito vista anche la lunga esperienza maturata fra Montecitorio e Palazzo Madama. Contattato sull’argomento, però, il portavoce della Boldrini, Roberto Natale, smentisce l’ipotesi del ‘commissariamento’. “Da parte della presidente non c’è alcuna intenzione di muoversi lungo questa direzione portando l’ufficio stampa sotto la sua segreteria personale – spiega ailfattoquotidiano.it –. Rimarrà chiarissima la distinzione fra la comunicazione della presidente e quella della Camera”. Anche perché, tiene a precisare Natale, “ricordo che è stata proprio Boldrini a innovare la prassi per la quale, fino a questa legislatura, era solo il presidente a scegliere il capo ufficio stampa. Tutto ciò coinvolgendo il comitato per la comunicazione”.

GIACHETTI IN BILICO – Ma i ritardi nella scelta del metodo di selezione del nuovo capo ufficio stampa della Camera non piacciono per niente al M5S. “A meno che non si faccia una corsa contro il tempo, non ci sono margini per indire un nuovo bando per nominare il successore della Masera”, dice la deputata Claudia Mannino, segretaria d’Aula nonché componente del comitato per la comunicazione di Montecitorio guidato dal vicepresidente dell’Assemblea, Roberto Giachetti (Pd). “Mi stupisce il fatto che si voglia tornare indietro – aggiunge –, anche perché il lavoro fatto in questi due anni è stato innovativo e, con la campagna referendaria per la riforma costituzionale alle porte, mi sembra assurdo manipolare questo ruolo affidandolo esclusivamente alla presidenza. Domani (mercoledì 2 dicembre, ndr) è in programma un nuovo ufficio di presidenza nel quale l’argomento in questione non è nemmeno all’ordine del giorno”. Per questo “risulta inutile continuare a mantenere attivo questo comitato, che già si riunisce raramente – conclude la deputata grillina –. In via informarle, ho già chiesto a Giachetti di abolirlo: stiamo valutando di inviare una richiesta ufficiale”. Non è però da escludere, secondo quanto spiegano fonti parlamentari a ilfattoquotidiano.it, che lo stesso Giachetti possa anticipare tutti dimettendosi dall’incarico.

SELEZIONE PUBBLICA – Al Senato la questione è apparentemente più semplice, anche se non mancano i mal di pancia. L’unica certezza al momento è che, come detto, l’attuale capo ufficio stampa e Internet, Iolanda Cardarelli, andrà in pensione dopo sei anni alla guida dell’importante organo parlamentare. A nominare il suo successore sarà direttamente l’ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Il motivo? A differenza di Montecitorio, il capo ufficio stampa del Senato è un funzionario interno al quale sono affidate ulteriori competenze (come quella riguardante la gestione della libreria) e non per forza un giornalista. Diverso è il caso dei tre addetti stampa interni allo stesso ufficio. I quali in scadenza di contratto – che viene rinnovato ogni tre anni – saranno scelti direttamente dal presidente dell’Assemblea, Pietro Grasso, secondo quanto previsto da una recente delibera dell’ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Al momento non esistono certezze sulla conferma degli attuali componenti: Marco Tagliavini, assunto tramite selezione pubblica nel 2001, Laura Trovellesi ed Eli Benedetti (entrambi a Palazzo Madama dal 2006). Un modus operandi che, come per Montecitorio, scontenta il M5S. Dice Laura Bottici, questore dei grillini al Senato: “Speravo in un cambio di rotta, in una selezione di professionalità fatta attraverso un bando pubblico. So che è difficile cambiare abitudini – conclude –, ma mi auguravo una scelta di professionisti indipendenti e non nominati”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 1° dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)