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Tutti in fuga da Alfano. Ecco chi sogna di tornare in Forza Italia

SECONDO TENTATIVO DI CONSULTAZIONI AL QUIRINALEQualche pezzo se l’è già perso per strada nei mesi scorsi, come nel caso di Maurizio Sacconi, che ha aderito al nuovo movimento di Stefano Parisi, e del vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito, passato all’Udc. Ma con le elezioni sullo sfondo – sia che si voti nei prossimi mesi sia nel 2018 – dentro al partito di Angelino Alfano, Alternativa Popolare, sono tanti quelli con la valigia pronta direzione Forza Italia. O almeno così raccontano a La Notizia fonti di entrambi gli schieramenti. L’antipasto è andato in scena la settimana scorsa quando Massimo Cassano, sottosegretario al Lavoro del Governo Gentiloni, aveva sostanzialmente lasciato Ap per tornare sotto l’ala protettiva di Silvio Berlusconi. Era tutto fatto, con tanto di candidatura blindata al prossimo giro e il ruolo di vice coordinatore regionale di FI nella “sua” Puglia in tasca.

Ma poi il senatore barese è stato costretto a fare dietrofront. Il motivo? Un berlusconiano di rango racconta che gli altri parlamentari pugliesi del partito del Cavaliere, a cominciare da Francesco Paolo SistoElvira Savino e dal coordinatore pugliese Luigi Vitali, hanno mostrato il pollice verso minacciando l’addio nel caso in cui Cassano (che a novembre 2013 ha seguito Alfano in Ncd) fosse tornato tra le file azzurre.

Avanti prego – Insomma, il clima che si respira è questo. Così, anche nell’ottica di una legge elettorale con una soglia di sbarramento che Ap, oggi ancorata al 3%, non riuscirebbe a superare, a meditare il passaggio in FI per non rimanere fuori dal Parlamento non c’è solo Cassano. Anche il ministro degli Affari regionali, Enrico Costa, è infatti dato tra i partenti. In questo caso, le chance di un suo possibile ritorno all’ovile sono più alte rispetto a quelle del collega di partito e Governo. Quando era nel Pdl qualcuno lo definiva come un mini-Ghedini, anche perché il 47enne avvocato di Cuneo è stato il relatore del Lodo Alfano, lo scudo penale per le 4 più alte cariche dello Stato poi dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Ma andiamo avanti. Un altro nome che figura sulla lista è quello di Maurizio Bernardo, attuale presidente della commissione Finanze di Montecitorio. Uno cresciuto in FI: nel ’94 era infatti responsabile dei club della Lombardia.

Senza fretta – Discorso, questo, valido anche per un altro ex forzista della prima ora come l’oggi viceministro dell’Economia, Luigi Casero. Lo stesso sospettato, non più tardi di due anni fa, di essere dietro alla norma “salva-Silvio” contenuta nel decreto fiscale. Ipotesi poi seccamente smentita dall’interessato in una delle rare interviste concesse ai giornali. Fra quelli che stanno meditando sul da farsi, spiegano ancora fonti di FI, c’è pure il deputato siciliano Antonino Minardo, mentre il neo presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Salvatore Torrisi, non vuole forzare i tempi dopo il polverone suscitato dalla sua nomina. Poi, quando le acque si saranno calmate, si vedrà.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 maggio 2017 per La Notizia

Forza Italia le prova tutte: ora è caccia al 2X1000

Silvio_Berlusconi_PortraitCi risiamo. Come se non bastassero le due già ricevute nelle scorse settimane (leggi qui e qui), venerdì 7 aprile parlamentari e responsabili territoriali di Forza Italia si sono visti recapitare una terza lettera. Stavolta in calce non c’è solo la firma del tesoriere Alfredo Messina, ma anche quella del responsabile nazionale dell’organizzazione, Gregorio Fontana (uno dei tre deputati questori della Camera). L’oggetto? “Destinazione 2X1000 redditi a Forza Italia”.

Breve riassunto delle puntate precedenti: complice l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e l’alta percentuale di “morosi” che, nonostante i ripetuti solleciti e la minaccia di essere esclusi dalle liste, non hanno ancora versato quanto pattuito (800 euro al mese), FI si ritrova con un “buco” di oltre 2 milioni di euro. Non proprio briciole. Circostanza che fa aleggiare sul partito di Silvio Berlusconi lo spettro del default. Così, per cercare di limitare i danni, Messina e Fontana hanno preso carta e penna e lanciato un appello rivolto stavolta a coordinatori regionali, provinciali e delle grandi città. “Quest’anno è di estrema importanza rafforzare l’impegno sulla campagna per destinare il 2X1000 delle dichiarazioni dei redditi a Forza Italia – scrivono –. (…) Nella difficile situazione di bilancio che conoscete, si tratta di una risorsa preziosa che non possiamo assolutamente trascurare”. Ma in che modo dovranno muoversi gli interessati con militanti e simpatizzanti di FI? “Occorre contattarli uno ad uno al più presto”, chiariscono i due dirigenti forzisti, “tenendo conto del fatto che è già in corso la distribuzione ai lavoratori dipendenti del CU (la certificazione unica, ndr) 2017”. Non solo. “È indispensabile programmare tutte le iniziative di sensibilizzazione possibili”, per esempio “sensibilizzare i centri di assistenza fiscale e i professionisti che si occupano di dichiarazione dei redditi, sollecitandoli a ricordare a tutti i contribuenti che esiste questa opportunità”.

I risultati finali “saranno monitorati per provincia” e “saranno valutati direttamente dal presidente Berlusconi e dal comitato di presidenza”. Come andrà a finire? Vedremo. Nel 2016, proprio grazie al 2X1000, Forza Italia raccolse 615.761 euro. Un bel gruzzoletto, non c’è che dire, ma niente a che vedere con la cifra incassata dal Pd: 6 milioni 400 mila euro, il 50,5% della torta. Ad avercene.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto l’11 aprile 2017 per La Notizia

I morosi non pagano: Forza Italia rischia di fallire

Berlusconi visita il comitato elettorale per Bertolaso SindacoHanno fatto orecchie da mercante. Costringendo il tesoriere del partito, Alfredo Messina, a brandire nuovamente carta e penna per scrivere una lettera dal finale infuocato. Sintetizzabile più o meno così: Forza Italia è a rischio fallimento. Tutto vero. A niente è servito l’appello lanciato il 27 gennaio scorso dal successore di Mariarosaria Rossi in un’altra missiva indirizzata a parlamentari, europarlamentari e consiglieri regionali azzurri. Nella quale, in sostanza, Messina “invitava” i “morosi” a versare entro il 28 febbraio la quota che gli eletti devono corrispondere al partito. Pena il deferimento al collegio dei probiviri e (addirittura) l’esclusione dalle prossime liste. “Siamo oramai sotto il livello di sopravvivenza”, avvertiva il tesoriere, ed “esiste un limite fisiologico al di sotto del quale la ‘macchina partito’ diventa un puro costo e non è più di nessuna utilità”. Come avranno risposto gli interessati? Si saranno premurati di saldare i debiti? Macché.

Per capire l’andazzo basta prendere infatti la seconda lettera messa nero su bianco da Messina il 31 marzo, che La Notizia ha potuto visionare. “Lo stato d’insolvenza rimane grave – ha chiarito senza mezzi termini il guardiano delle casse di FI –. Con vivo rammarico faccio presente che nel bimestre gennaio-febbraio 2017 solo il 40% dei parlamentari e il 10% dei consiglieri eletti ha finora provveduto ad erogare i corrispettivi mensili dovuti”. Più chiaro di così. Non solo. Messina ha tenuto a ricordare “come i costi di funzionamento non possano essere ulteriormente ridotti, cosicché l’unica via è quella di riequilibrare le entrate”. E allora “mi permetterete di chiedere a coloro che persistono nella posizione di parziale o di totale insolvenza”, conclude il tesoriere di FI, “se siano consapevoli che il Movimento rischia la paralisi, e se ritengano sia equo e leale che solo alcuni debbano farsi carico per tutti di tenere in vita la struttura di Forza Italia”.

Ma cosa dicono i parlamentari? L’ex ministro Gianfranco Rotondi twitta così: “Accade ora a Forza Italia quel che nell’indifferenza generale accadde al mio partito: insolvenza, zero entrate, sto pagando io a rate. Va così”. Interpellato da La Notizia, invece, un suo collega, dietro garanzia di anonimato, ci va giù durissimo: “Ormai FI non esiste come partito ma solo come ramo d’azienda di Berlusconi, quindi se la paghi lui…”. 

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 5 aprile 2017 per La Notizia

Berlusconi passa all’incasso e apre la caccia ai morosi di Forza Italia. Chi non salda si scordi la prossima candidatura

photolenta_big_photoLi vuole tutti, e li vuole subito. Senza perdere altro tempo. Silvio Berlusconi ha deciso di passare all’incasso, puntando a stanare una volta per sempre i tanti “morosi” di Forza Italia. Tutto vero. Dentro al partito azzurro infatti sono parecchi quelli che nel corso degli ultimi anni non hanno messo mano al portafogli e versato gli importi dovuti a titolo di contributo. Soldi che servono per sostenere le attività del partito. Ma non solo. Ecco perché adesso il Cavaliere ha deciso di lanciare un vero e proprio aut aut: o pagate o siete fuori. Il messaggio è arrivato ai diretti interessati con una lettera, partita dopo l’ultima riunione del comitato di presidenza (di cui fanno parte alcuni pezzi da novanta come Carfagna e Gelmini) e firmata da Alfredo Messina, che dalla metà del 2016 ha preso il posto di Mariarosaria Rossi come tesoriere.

“Siamo ormai sotto il livello di sopravvivenza, (…) esiste un limite fisiologico al di sotto del quale la ‘macchina partito’ diventa un puro costo e non è più di nessuna utilità”, scrive Messina senza mezzi termini: “Si tratta di uno stato di insolvenza risalente, con riferimento agli ultimi anni, già al 2014 e al 2015 e che si è persino aggravato nel corso del 2016”. Il tutto prima di dettare i tempi.

Pagare prego – “Il comitato di presidenza – ha continuato Messina – ha stabilito che entro il 28 febbraio p.v., senza la possibilità di ulteriori proroghe, tutti gli appartenenti al movimento politico Forza Italia devono provvedere a regolarizzare la propria posizione per le insolvenze pregresse”. Altrimenti? Stavolta le “pene” per coloro che non si metteranno in regola sono pesanti. Si va dalla decadenza automatica da ogni incarico di partito all’esclusione dalle riunioni degli organi collegiali, passando per il deferimento al collegio dei probiviri “per le valutazioni di competenza”. In ogni caso, “è fin d’ora esclusa la ricandidatura alla prossima tornata elettorale politica o regionale”. Proprio così c’è scritto. Certo, l’ex premier non ha voluto usare solo il bastone. Così ha deciso di predisporre una serie di “agevolazioni” per chi salderà i propri debiti.

Saldi al via – Per esempio, coloro che saneranno totalmente la loro posizione entro la data prevista “beneficeranno di una riduzione del 20% degli importi dovuti sia a titolo di contributo, sia a titolo di versamento dell’importo di 25.000 euro non effettuato all’inizio legislatura”. E ancora: “Coloro che chiederanno una rateizzazione degli importi dovuti dovranno”, sempre entro fine mese, “avere versato l’intera quota di iscrizione e almeno il 25% dell’importo dovuto”, impegnandosi a versare la somma restante in 4 rate trimestrali (senza interessi). Basterà questa apertura per svegliare dal letargo i “morosi”? “Visto com’è andata nel Pdl, dove sono sempre esistiti figli e figliastri e anche chi non era in regola è stato comunque ricandidato, nessuno ci crede”, dice a La Notizia un illustre parlamentare forzista.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 22 febbraio 2017 per La Notizia

La scissione costa cara a Renzi. D’Alema e compagni già volano nei sondaggi: così Matteo rischia grosso

dalemaGraziano Delrio, uno dei fedelissimi dell’ex premier Matteo Renzi, è stato in qualche modo profetico. “La scissione è una scelta tragica”, ha detto il ministro dei Trasporti dopo l’infuocata direzione del Partito democratico di lunedì scorso, perché “butta all’aria gli sforzi di tante persone, è una responsabilità enorme che ci si prende sulle spalle”. Ed è proprio così. Perché a sentire alcuni tra i principali sondaggisti del nostro Paese, un Pd senza la minoranza dei vari Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Massimo D’Alema tanto invisa all’ex sindaco di Firenze rischia di portare i dem ad ambire al gradino più basso del podio in vista delle prossime elezioni Politiche. Una dura botta per le sfrenate ambizioni del rottamatore, che punta a riprendersi Palazzo Chigi. Ma andiamo con ordine.

Se il Movimento 5 Stelle oscilla ancora fra il 28 e il 30% nonostante i guai che attanagliano la giunta romana di Virginia Raggi, e un Centrodestra con Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia riuniti sotto lo stesso tetto nonostante la diversità di vedute potrebbe addirittura giocarsela alla pari con i pentastellati (molto conterà ovviamente con che tipo di legge elettorale si andrà a votare), l’addio della costola “sinistra” del partito del Nazareno provocherebbe un’emorragia importante. Tanto che al collo dei dem finirebbe addirittura una simbolica quanto inutile medaglia di bronzo. “Secondo le rilevazioni che abbiamo effettuato negli ultimi giorni”, dice a La Notizia Carlo Buttaroni, presidente e direttore scientifico di Tecnè, “l’area di sinistra alla quale possiamo oggi ascrivere i vari Bersani, Michele Emiliano e D’Alema vale circa il 14%”.

Inutile stampella – Certo, ammette Buttaroni, “stiamo ragionando senza un’offerta politica concreta, che ad oggi potremmo quasi definire ‘immaginifica’”. Però i numeri parlano chiaro. Ancora di più se la “stampella” del Campo progressista di Giuliano Pisapia rischia di non riuscire a colmare il vuoto lasciato dagli scissionisti. “A Milano, Pisapia ha sempre goduto di un alto gradimento, ma trasformare la sua popolarità in consenso politico – conclude il numero uno di Tecnè – non sarà facile”.

Tutti dentro – Anche per Ipr Marketing la fuoriuscita della minoranza avrebbe effetti dolorosi per il Pd. “Un partito di sinistra che comprende al suo interno pure il progetto di Vendola e Fratoianni”, rivela il direttore Antonio Noto, “vale oggi fra il 10 e l’11%. Il Pd? Si fermerebbe al 22%”. Ben lontano dai fasti del 40,8% raccolto alle Europee del 2014. “Così facendo i dem rischiano di arrivare dietro al Centrodestra unito e al M5s”, fa notare il numero uno di Ipr, “anche se molto dipenderà dal tipo di legge elettorale che partorirà il Parlamento”. Perdite più contenute, invece, secondo Emg Acqua, l’istituto diretto da Fabrizio Masia. Che ieri a Repubblica ha spiegato che con la scissione il Pd perderebbe il 4%, percentuale che però potrebbe salire fino al 10-12%. Renzi è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 17 febbraio 2017 per La Notizia

La sconfitta di Renzi che non è una sconfitta

Matteo_RenziC’è un paradosso nella sconfitta di Renzi. E cioè che quella del premier uscente non è una sconfitta. Non in toto, almeno. «Ma che stai a dì?», domanderà qualcuno. Mi spiego. Da questa consultazione l’ex sindaco di Firenze si porta dietro un bagaglio di 10-12 milioni di voti sui 13.430.000 totali che hanno optato per il Sì. Tolti un milione-un milione e 200 mila voti di alfaniani e centristi, più un altro milione che – mettiamo – ha votato a favore del ddl Boschi perché seguace del “cambiamento”, a conti fatti questo è.

Dall’altra parte ci sono 19 milioni 400 mila voti, che raccolgono al loro interno 5 Stelle, Lega Nord, Forza Italia, partigiani più varie ed eventuali. Quindi: in un ipotetico scenario elettorale di tutti-contro-tutti cosa potrebbe succedere? Renzi partirebbe comunque da lì, da quei 10-12 milioni di voti più o meno certi. Per gli altri è tutto da vedere. Ecco perché ho l’impressione che, al contrario di quello che molti pensano di primo acchito, “Matteo” non uscirà di scena così presto. Adda passà ‘a nuttata. E sarà lunga. Parecchio lunga.

Comunali Milano, la lista di Rotondi esclusa dalla coalizione di Parisi: “Creo disturbo a forzisti e alfaniani”

Il movimento dell’ex ministro, Rivoluzione cristiana, non sarà fra quelli che sosterranno l’ex city manager nella corsa per Palazzo Marino. E lui attacca a testa bassa. “La Gelmini mi ha comunicato che la mia lista avrebbe creato problemi a Ncd e Forza Italia”. E sugli ex colleghi del Pdl dice: “Hanno usato Berlusconi come un taxi per tornare in Parlamento, ora stanno cercando di ripetere il copione”  

rotondi675Stavolta è toccato a lui essere fatto fuori. “A Milano, Forza Italia e il Nuovo centrodestra hanno escluso la mia lista, Rivoluzione cristiana, da quelle che sosterranno la corsa a sindaco di Stefano Parisi”, dice a ilfattoquotidiano.it Gianfranco Rotondi, ex ministro per l’attuazione del programma dell’ultimo governo Berlusconi, da sempre molto vicino al Cavaliere. “Io e il mio partito, erede legittimo della Democrazia cristiana, abbiamo partecipato alla fondazione del Popolo della Libertà: ora gli stessi soggetti che hanno sfasciato il centrodestra mi stanno mettendo da parte – aggiunge –. Il motivo? Creo disturbo a forzisti e alfaniani. Sono sconcertato: vedo ex colleghi di partito cercare il taxi-Berlusconi per ritornare in Parlamento”.

Onorevole, lei ha definito il candidato sindaco di Milano del centrodestra come “un taxi per gli escursionisti di Ncd”. Cos’è successo?
Qualcuno mi ha comunicato l’impossibilità di apparentare la lista di Rivoluzione cristiana alle altre che sostengono la corsa di Stefano Parisi a primo cittadino del capoluogo lombardo.

Chi è questo qualcuno che gliel’ha comunicato?
Ho parlato con Mariastella Gelmini, la quale mi ha spiegato che non c’erano le condizioni politiche affinché anche il mio movimento potesse appoggiare Parisi.

Quali sono stati i motivi di questa esclusione?
Mi hanno fatto fuori perché, mi è stato detto, la mia lista avrebbe disturbato quella di ‘Milano popolare’, alias Maurizio Lupi e il Nuovo centrodestra, e addirittura quella di Forza Italia. Cause davvero singolari: sono rimasto sconcertato.

Ma lei con Parisi ha mai parlato?
Una sola volta. Poi è accaduto quanto ho appena spiegato. Perciò sono arrivato alla conclusione che se l’idea di questi ‘uomini del fare’ è quella di non disturbare i partiti allora è meglio andare da soli. Così noi sosterremo la candidatura dell’ex preside del liceo Parini, Carlo Arrigo Pedretti. Che è un milanese doc e non arriva dal quartiere Parioli di Roma.

Certo che l’hanno fatta proprio arrabbiare.
Reputo l’operazione Parisi come il trasferimento di una compagnia teatrale dal Teatro Olimpico di Roma a quello degli Arcimboldi di Milano.

Che vuol dire?
All’Olimpico, qualche anno fa, i futuri fondatori di Ncd incoronarono Mario Monti capo del centrodestra al posto di Silvio Berlusconi. Salvo poi tornare indietro per prendere i seggi da lui. I nomi? Fabrizio Cicchitto, per esempio. Che cancellarono i lealisti del Cavaliere dalle liste del Pdl addirittura dirottando me, in un primo tempo, in Piemonte. Salvo poi, una volta eletti, andare al governo con il centrosinistra di Letta prima e Renzi poi. Ecco, il taxi è esattamente questo. Con Parisi sta avvenendo la stessa cosa.

Solo che stavolta hanno fatto fuori lei.
Già. Anche perché si stanno manifestando le medesime condizioni: il giro del governo sta finendo e quello del Parlamento sta tornando. Bisogna essere rieletti e serve chi ti porta. Malgrado tutto, pur ‘scassato’, Berlusconi c’è ancora, è il principale numero della smorfia del centrodestra. Quelli del Teatro Olimpico stanno cercando un nuovo passaggio.

Con l’operazione Parisi.
Esattamente. Lui ha perfino creduto a chi gli ha detto che dopo la poltrona di sindaco di Milano c’è quella di Palazzo Chigi. Gli faccio i miei migliori auguri, ma Berlusconi mi deve spiegare se uno, per dettare la linea nel centrodestra, deve prima farsi un giro a sinistra.

Ha parlato con il leader di Forza Italia?
Credo che ci sentiremo nelle prossime ore, ci siamo cercati a vicenda ma non ancora parlati. Approfitto però per far notare, a lui e a chi lo circonda, che da Frattini alla Meloni, da La Russa a Sacconi fino a Romano, io sono fra i pochi componenti del suo ultimo governo ad essergli rimasto al fianco nonostante le tante difficoltà. Se però stavolta tocca a me vado a farmi un giro a sinistra…

Sta dicendo che alla fine potrebbe appoggiare Giuseppe Sala?
Vuol dire che io al primo turno farò campagna elettorale per il mio candidato sindaco. Al secondo turno, visto che un pezzo del governo appoggerà Parisi, non mi meraviglierebbe il sostegno di una parte dell’opposizione a Sala. Credo di essermi spiegato.

C’è anche un altro episodio che recentemente l’ha fatta arrabbiare: l’esclusione dall’ultima direzione del Pdl. Non le hanno comunicato il motivo?
Un’altra bizzarria. Se il Pdl sta portando avanti delle procedure amministrative di scioglimento deve coinvolgere tutti i fondatori. Me compreso. Invece nessuno mi ha detto nulla. Fra l’altro, io in quel progetto ho investito dei soldi che non ho mai recuperato. Denari che si sono tenuti Forza Italia e Alleanza Nazionale. Potevano almeno farmi una telefonata. 

Invece il telefono non ha squillato. Nemmeno Berlusconi si è scusato?
Non si è fatto sentire nessuno. Quanto all’aspetto economico, Berlusconi mi ha detto che i soldi erano finiti e non c’era più niente da fare. Ora, quantomeno, mi aspetto che torni in campo e rifaccia grande il centrodestra.

Un nuovo ‘voto di fiducia’ nei suoi confronti?
Ma anche una critica.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 19 aprile 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Caso Giorgia Meloni, nei Comuni la parità di genere resta un miraggio: su 7.684 sindaci italiani solo 1.048 sono donne

È quanto emerge dai dati pubblicati dal ministero dell’Interno. Che documentano come le quote rose siano minoritarie nelle amministrazioni degli enti locali. Solo il 13,6% guida un comune contro l’86,4% dei colleghi uomini. Forbice pronunciata anche tra vice-sindaci, consiglieri e assessori. Maglia nera a quattro regioni: in Basilicata, Calabria, Trentino-Alto Adige e Umbria nessuna prima cittadina nei centri con più di 15 mila abitanti

sindaci-675È proprio vero: l’Italia non è un Paese per donne. Soprattutto in politica. A dirlo non sono solo la viva voce di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi, che hanno “consigliato” alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, di non correre per il Campidoglio perché “una mamma non può fare il sindaco”. O la parole pronunciate dall’0rmai ex candidata del Movimento 5 Stelle (M5S) a primo cittadino di Milano, Patrizia Bedori. “Mi avete chiamato casalinga, disoccupata, grassa e brutta”, ha scritto su Facebook attaccando frontalmente alcuni ex esponenti del M5S. A rivelarlo, invece, sono i dati messi nero su bianco dal Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del ministero dell’Interno. Che periodicamente analizza la presenza maschile e femminile nelle amministrazioni locali. Con risultati tutt’altro che incoraggianti per il ‘gentil sesso’.

SINDACHE CERCASI – Gli ultimi numeri a disposizione sono datati 8 marzo 2016, giorno della ‘Festa della donna’. Ma, come detto, c’è poco da festeggiare. Per capirlo basta un solo dato: su 7.684 sindaci italiani solo 1.048 sono donne. Appena il 13,6%. Insomma, poco più di una su dieci. I primi cittadini uomini, al contrario, sono 6.636. Cioè l’86,4%. In particolare, nei centri con una popolazione fino a 15 mila abitanti, i sindaci di sesso maschile sono 6.036, quelli di sesso femminile 982. In quelli con popolazione superiore a 15 abitanti, invece, ai 600 sindaci uomini si contrappongono appena 66 sindache. E anche quando si parla dei vice-sindaci, 4.448 in totale, i numeri non sorridono alle donne. Che sono 1.067 contro 3.381 uomini. Ovvero il 24% contro il 76%.

STESSA MUSICA – Il leitmotiv è lo stesso anche quando si parla delle altre cariche. Prendiamo per esempio gli assessori comunali. In totale, in Italia se ne contano 18.089. Le donne? Sono soltanto 6.442 (il 35,6%) contro gli 11.647 colleghi uomini (il 64,4%). Poi ci sono i presidenti dei consigli comunali. Stavolta, lo squilibrio è ancora più forte rispetto ai casi elencati finora. Infatti, solo 260 dei 1.185 vertici degli organi di indirizzo e controllo politico-amministrativo locale censiti sono di sesso femminile. Tradotto in percentuale significa il 22%, contro i 925 di sesso maschile (il restante 78%). Infine, ci sono i consiglieri comunali: dei 71.599 totali (50.273 nei comuni con popolazione fino a 15 mila abitanti e 3.064 negli altri), le donne sono il 33,6% (24.083) e gli uomini il 66,4% (47.516).

GIRO D’ITALIA – Ma il Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del Viminale ha pubblicato anche le statistiche suddividendo la presenza della ‘quote rosa’ nelle varie regioni dello Stivale. Ne consegue che in Basilicata, in Calabria, in Trentino-Alto Adige e in Umbria – nei comuni con popolazione superiore a 15 mila abitanti – la casella dei sindaci donne è ferma azero. Non se la passano meglio nemmeno Campania (3 prime cittadine donne contro 65 uomini), Sicilia (2 contro 59), Toscana(7 contro 46), Abruzzo (una contro 15) e Friuli-Venezia Giulia (una contro 10). Anche in Emilia-Romagna il rapporto è alquanto squilibrato: 45 sindaci di sesso maschile e appena 8 di sesso femminile (il 15%). Stesso discorso pure nel Veneto amministrato dal leghista Luca Zaia, dove le sindache sono il 18,5%: appena 10 contro i 44 colleghi uomini.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Finanziamento partiti, Forza Italia: “Abolire il tetto donazioni a 100mila euro previsto da legge Letta”

È quanto chiede la tesoriera azzurra, Mariarosaria Rossi. Con un disegno di legge depositato a Palazzo Madama. Per cambiare “l’ennesima norma contro Silvio Berlusconi”. Ma i colleghi degli altri schieramenti si dicono apertamente contrari. A cominciare da Bonifazi (Pd) e Librandi (Scelta civica). Critiche dal M5S: “Si rischia di finire sotto ricatto delle lobby”. Mentre Sel propone il ritorno ai contributi pubblici. Con l’istituzione di un fondo presso il Mef: un euro per ogni voto regolarmente espresso alle elezioni

mariarosaria-rossi675È stato assegnato alla commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Dove però, almeno fino a questo momento, è rimasto lettera morta. Probabilmente per la delicatezza del tema, visto che siamo in tempo di tagli e spending review. Stiamo parlando del disegno di legge (ddl) presentato dalla tesoriera di Forza Italia (FI), la senatrice Mariarosaria Rossi, allo scopo di abolire il tetto al finanziamento dei partiti fissato a 100mila euro annui – per le erogazioni liberali di persone fisiche e non – dalla legge del governo di Enrico Letta (2014). Quella che ha messo la parola “fine” proprio sul finanziamento pubblico diretto e indiretto alle varie formazioni che siedono in Parlamento, sostituendolo con agevolazioni fiscali, detrazioni e destinazione volontaria del 2 per mille Irpef. Il quale si è finora rivelato un flop, visto che nel 2015 solo il 2,7% dei contribuenti ha deciso di destinarlo loro. Provocando non pochi danni alle casse dei partiti. A cominciare proprio da quello di Silvio Berlusconi, che a dicembre ha licenziato gli 80 dipendenti di FI con una lettera inviata proprio dalla Rossi. “Un atto dovuto, che mi ha causato grande sofferenza”, ha spiegato la diretta interessata in un’intervista rilasciata a dicembre al Corriere della Sera.

PIÙ SOLDI PER TUTTI  Ma cosa prevede, in soli due articoli, il disegno di legge della tesoriera forzista? Di modificare cinque commi (7, 8, 9, 10 e 12) dell’articolo 10 della suddetta legge, permettendo così “a ciascuna persona fisica” di “effettuare erogazioni liberali in denaro o comunque corrispondere contributi in beni e servizi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, anche per interposta persona o per il tramite di società controllate, in favore di un singolo partito politico”. Non solo. I benefici sono estesi pure ai “soggetti diversi dalle persone fisiche” i quali, è scritto ancora nel ddl, “possono anch’essi effettuare erogazioni liberali in denaro o comunque corrispondere contributi in beni e servizi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, in favore dei partiti politici”. Insomma, un ritorno al passato. Per cercare di cambiare “l’ennesima norma contra personam per impedire a Silvio Berlusconi di continuare a sostenere Forza Italia”, come l’ha bollata la Rossi parlando con il quotidiano di via Solferino. Una proposta che però, malgrado l’intento della guardiana delle casse di Forza Italia di trovare un consenso bipartisan, non trova d’accordo i tesorieri dei principali partiti. A cominciare proprio da quello del Partito democratico (Pd), Francesco Bonifazi.

C’È CHI DICE NO  “Abbiamo voluto l’abolizione del finanziamento pubblico e l’abbiamo ottenuta – dice il deputato dem a ilfattoquotidiano.it –. Mi sembra un errore innalzare il limite dei 100 mila euro perché si corre il rischio di concentrare il finanziamento stesso nelle mani di pochi privati. Perciò quella soglia deve rimanere ferma dov’è: si impegnino tutti a fare raccolta con il 2 per mille che per il Pd è stato il vero punto di forza”. La pensa allo stesso modo anche il tesoriere di Scelta civica, Gianfranco Librandi. “Se eliminassimo il limite al finanziamento – spiega il parlamentare centrista – sarebbero troppo agevolati quei partiti che fanno riferimento a gruppi finanziari o di capitalisti nazionali o multinazionali”. Anche se, aggiunge, “le regole attuali si sono dimostrate inadeguate all’obiettivo di rendere funzionanti i vari schieramenti come espressione della volontà popolare” e “anche il sistema del M5S non funziona, per la totale mancanza di chiarezza e trasparenza di bilancio relativa alle fonti di finanziamento”. Però “un limite ci deve essere”, conclude Librandi, che propone “erogazioni fino a 200 mila euro per le persone fisiche e fino a 500 mila per quelle giuridiche, più la destinazione volontaria del due per mille e naturalmente un fund raising libero”.

SOTTO RICATTO  Apertamente contrario al ddl presentato dalla senatrice di Forza Italia anche il Movimento 5 Stelle. “Già all’epoca del decreto Letta, che proponeva di limitare le donazioni liberali ai partiti a 300 mila euro, ci opponemmo presentando anche diversi emendamenti, tra cui quelli per abbassare la soglia a 10 mila euro e per procedere alla confisca delle somme di denaro pubblico non rendicontate e in molti casi sperperate dai partiti”, afferma la capogruppo a Palazzo Madama, Nunzia Catalfo. “Togliere il tetto dei 100 mila euro e consentire così ai partiti di ricevere ingenti somme di denaro da privati – prosegue – è molto pericoloso perché espone la politica al ricatto delle lobby e mina la democrazia nel nostro Paese che già, di fatto, è a rischio. Noi poco trasparenti? Al contrario, il M5S ha ampiamente dimostrato come si possa fare politica senza percepire rimborsi elettorali o senza grandi risorse a disposizione”, conclude la parlamentare ‘grillina’. “Il Nuovo centrodestra ha deciso di puntare sul 2 per mille e sui contributi volontari della base, è un problema che sostanzialmente non ci riguarda – taglia corto il tesoriere degli ‘alfaniani’ Paolo Alli –. Disquisire sull’innalzamento del tetto previsto dalla legge credo abbia più che altro un effetto psicologico e niente di più”.

SOLO UN EURO  A Montecitorio, invece, Sinistra Ecologia Libertà ha depositato una proposta di legge, primo firmatario Giovanni Paglia, per l’istituzione di un fondo per il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici presso il ministero dell’Economia, “alimentato annualmente in sede di legge di stabilità nella ragione di 1 euro per ogni voto regolarmente espresso nel corso delle consultazioni elettorali”. Praticamente quasi un ritorno ai vecchi rimborsi elettorali. I beneficiari? “I partiti con almeno un rappresentante eletto nel Parlamento nazionale o in almeno tre consigli regionali”. E ancora: “Si prevede l’esclusione del finanziamento diretto o indiretto da parte, ad esempio, di persone fisiche o giuridiche – dice la proposta – che abbiano in essere concessioni da parte dello Stato, delle regioni, degli enti locali, di enti pubblici ovvero di società a partecipazione pubblica diretta o indiretta”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 14 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Conflitto d’interessi, il provvedimento arriva alla Camera tra le polemiche: “Testo fasullo, in aula voteremo no”

Lo annuncia Danilo Toninelli, deputato del Movimento 5 Stelle e componente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Che boccia senza mezzi termini l’ultima versione della normativa. “Bozza iniziale ampiamente condivisibile, poi il partito di Renzi ha fatto un compromesso al ribasso con Forza Italia”. Fra i punti contestati anche la nomina dei due nuovi componenti dell’Antitrust: “Occasione per l’ennesima lottizzazione partitica”

Sisto-Sanna-675Potremmo già definirli come i 16 articoli della discordia. Tanti ne conta, infatti, il testo della legge sul conflitto d’interessi che questo pomeriggio arriverà in Aula alla Camera. Dopo numerosi rinvii. E, visto l’argomento, non senza le polemiche di rito che hanno accompagnato il lavoro preliminare in commissione Affari costituzionali a Montecitorio. La quale ha dato il ‘via libera’ al provvedimento lo scorso 18 febbraio con il parere contrario diForza Italia e Movimento 5 Stelle. I primi la consideranotroppo restrittiva; per i secondi, al contrario, è troppo permissiva. Tanto che sono già pronti circa 280 emendamentiper modificare il testo. Fra i punti maggiormente contestati dai grillini c’è quello che riguarda i soggetti interessati dal provvedimento (le nuove norme verranno applicate a chi ha incarichi di governo nazionale regionale). Ma anche quello relativo ai criteri di nomina dei componenti dell’Antitrust, l’autorità alla quale è affidata la vigilanza sui conflitti stessi, chesalgono da 3 a 5 e che saranno eletti dal Parlamento. Ecco perché “così com’è, noi questa legge non la votiamo – attacca il deputato del M5S Danilo Toninelli (nella foto) parlando conilfattoquotidiano.it –. La bozza iniziale, a firma di Francesco Sanna (Pd), era ampiamente condivisibile”. Invece “la versione uscita dalla commissione è la sorella maggiore di quella varata nel 2004 dal governo Berlusconi”. La contestata legge Frattini.

Onorevole Toninelli, non c’è proprio nessuna possibilità di ripensamento da parte del M5S?
Assolutamente no. Consideriamo questo testo fasullo e insufficiente. È un provvedimento che colpisce una cerchia ristrettissima di persone. Ne sono addirittura esentati i parlamentari e i consiglieri regionali. Una legge-miraggio che colpisce solo 230 persone rispetto alle migliaia di potenziali destinatari. È un provvedimento utile solo per accaparrarsi qualche voto in più alle Amministrative, ma che non risolve assolutamente nulla.

Eppure Forza Italia ha detto che grazie a questo provvedimento si è creato un asse fra voi e il Pd che porterà l’Italia ad una deriva “autoritaria, populista e demagogica”. Risposta?
La voce da cui provengono queste parole è quella di Francesco Paolo Sisto (che
 il 15 febbraio si è dimesso da relatore del ddlndr), avvocato di Silvio Berlusconi e Denis Verdini. Dire che c’è un asse fra il Pd e noi, che come Movimento 5 Stelle chiedevamo un conflitto di interessi serio e pesante, non è nient’altro che una barzelletta. La verità è che, in commissione, Forza Italia ha proposto la cancellazione riga per riga di tutta la legge. Non essendo riusciti nel loro intento ora non gli resta che screditarci.

All’inizio, però, il testo base di Sanna non aveva raccolto giudizi così tranchant da parte vostra. Che cosa vi ha fatto cambiare radicalmente idea?
La prima bozza del provvedimento era buona e ampiamente condivisibile: ridiscutendo la parte relativa alle sanzioni, il M5S l’avrebbe sicuramente votata. Infatti, il primo testo che ci è stato proposto riguardava anche interessi non economici e coinvolgeva tanti altri soggetti che poi in commissione sono spariti dal testo. Come per esempio gli alti burocrati, i sindaci e gli assessori. Poi il partito di Renzi ha fatto un compromesso al ribasso con Forza Italia, che ha annacquato il disegno di legge.

Insomma, non c’è proprio nulla che si salva?
Se dovessi mettere un voto a questa legge in una scala da zero a cento darei cinque. Dopo più di vent’anni di assenza di una norma simile è incredibile doversi accontentare di uno strapuntino. La già citata bozza iniziale riprendeva alcuni principi della legislazione internazionale, per esempio quella francese, nella quale vengono valutati anche i conflitti ‘potenziali’ e gli interessi non economici fra pubblico e privato. Dove sono finiti? Sono spariti dal testo. E non per colpa nostra.

In Aula presenterete degli emendamenti per modificare il testo?
In commissione abbiamo già provato a sistemare alcuni passaggi del testo. Per esempio aumentando di un anno l’impossibilità per un ex membro del governo di andare a lavorare in una società, pubblica o privata, il cui ambito di riferimento collima con quello per cui ricopriva la propria carica.

E adesso?
Chiederemo che il provvedimento venga modificato già a partire dall’articolo 1, per il quale il conflitto di interessi è relativo a “titolari di cariche politiche”. Lo reputiamo sbagliatissimo: preferiremmo infatti si parlasse di cariche “pubbliche”, coinvolgendo anche le pubbliche amministrazioni. Poi c’è il capitolo sanzioni: devono essere più puntuali e la platea dei destinatari va necessariamente allargata. Per non parlare del capitolo relativo all’Antitrust.

Cos’è che non va in questo caso?
La legge prevede che il numero dei suoi componenti, attualmente tre, di cui uno è il presidente, venga elevato a cinque. Il problema è che la nomina di questi due nuovi membri dell’authority diventerà l’occasione per operare l’ennesima lottizzazione partitica. Infatti è stato previsto un meccanismo per il quale il partito di maggioranza porterà a casa tre elementi su cinque, cioè più del 50%. Senza alcuna condivisione con le opposizioni, come avviene per i giudici della Consulta. Anche stavolta, manco a dirlo, fra la prima bozza e il testo che andrà in Aula c’è un abisso.

Questo atteggiamento di chiusura sul conflitto di interessi è stato forse uno dei motivi per cui Renzi ha optato per l’accordo con Ncd sull’altro fronte caldo, le unioni civili?
Chi ci conosce sa che il M5S non fa valutazioni di convenienza. Noi votiamo la legge sulle unioni civili ma senza violare le regole con canguri o altre pericolose forzature. Se Renzi chiederà al Parlamento il voto di fiducia al governo, che ovviamente non voteremo, significa che non si fida dei suoi e teme di andare sotto nelle votazioni di merito più delicate. Invece per una volta dovrebbe avere coraggio e non pensare solo alla poltrona, perché grazie al M5S, che ha detto sì al provvedimento, i numeri ci sono.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 23 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Unioni civili, opposizioni all’attacco: “Potevamo votare gli emendamenti in due giorni ma il Pd ha avuto paura”

È quanto sostiene il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Romani. Mentre per Airola (M5S) ne sarebbero serviti “quattro al massimo, compreso il weekend”. D’accordo anche il leghista Calderoli: “Senza ostruzionismi e contingentando i tempi si poteva fare in fretta”. Accuse che i dem rispediscono al mittente. Pini: “Senza il canguro serviranno 135 giorni”

Senato - ddl Unioni CiviliIl capogruppo di Forza Italia al Senato, Paolo Romani, lo dice sicuro: “Per votare tutti gli emendamenti rimasti al ddl Cirinnà, circa 750 sommando quelli delle opposizioni dopo il ritiro delle migliaia presentati della Lega Nord, ci avremmo impiegato due giorni al massimo. Anche perché nessuno di noi – ci tiene a precisare contattato da ilfattoquotidiano.it – si sarebbe messo a fare ostruzionismo”. Quindi “diciamoci le cose come stanno: il ‘canguro’ è figlio della paura tutta interna al Partito democratico sui numerosi voti segreti. Siccome sarebbero andati sotto hanno preferito rimandare la discussione alla prossima settimana”. Dopo lo slittamento al 24 febbraio del disegno di legge sulle unioni civili, a Palazzo Madama non si placano le polemiche fra opposti schieramenti. Ma non solo. Infatti, ieri ci ha pensato la ‘madre’ del testo, la senatrice Monica Cirinnà, a dare fuoco alle polveri puntando il dito addirittura contro alcuni esponenti del suo stesso partito. “Pago le ripicche di certi renziani che volevano un premietto”, le parole riportate dal Corriere della Sera in un’intervista che però la stessa Cirinnà ha poi smentito di aver rilasciato. Solo uno sfogo con alcuni attivisti Lgbt nel Transatlantico del Senato, a quanto pare. Ma tanto è bastato per lasciare i toni sopra il livello di guardia. E provocare le reazioni non proprio al miele di alcuni pezzi da novanta del Pd, fra cui il capogruppo dei senatori, Luigi Zanda (“no alle insinuazioni infondate”, ha scandito tranchant).

Se il Pd si ritrova ora con la patata bollente fra le mani, decidere, cioè, se stralciare o meno la stepchild adoption, la ferma convinzione delle opposizioni resta una e una sola: la mossa del renziano Andrea Marcucci, ovvero quella di presentare un emendamento ‘taglia emendamenti’, è stata dettata proprio dalla frattura tutta interna al partito del segretario-premier Matteo Renzi. E da nessun altro motivo. “Romani dice che sarebbero bastati due giorni per votare gli emendamenti? Io voglio tenermi un po’ più largo: dico quattro al massimo, weekend compreso – afferma il senatore Alberto Airola del Movimento 5 Stelle –. Insomma, era una partita che si sarebbe potuta concludere già questa settimana, ma il Pd ha avuto paura e ha preferito fare marcia indietro. Cosa che invece non è successa in precedenti occasioni, quando i numeri erano dalla loro”. In che senso? “Ricordo una giornata, mi pare stessimo discutendo in Aula del ddl Boschi, nella quale abbiamo votato ben 900 emendamenti”. Lo ripete, scandendo bene la cifra: “No-ve-cen-to emendamenti. E non potevamo votarne circa duecento in meno in quattro giorni? Dai, non scherziamo…”.

Più cauto sui tempi, invece, Roberto Calderoli (Lega Nord). “Mi sembra difficile fare previsioni: per votare un singolo emendamento – dice il vicepresidente del Senato – ci possono volere cinque minuti come cinque ore. Poi è normale: senza ostruzionismi e contingentando i tempi si può anche fare in fretta”. La cosa certa, aggiunge Calderoli, è che “per il Pd l’emendamento Marcucci si è rivelato un boomerang”. Così “ora, se questo verrà spacchettato e i centristi voteranno contro solo sul canguro legato all’articolo 3 (quello su diritti e doveri derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, ndr) e all’articolo 5 (sulla stepchild adoption, ndr), verrà meno il necessario sostegno del M5S, di Sel, dei bersaniani e dei giovani turchi del Pd. L’unica soluzione logica – conclude – sarebbe quella di ritirarlo, ma alla fine lo faranno dichiarare inammissibile dal presidente Grasso, come da me richiesto ieri mattina. Hanno combinato proprio un bel casino…”. Dal Nazareno, però, le accuse vengono rispedite al mittente. Tanto che su Facebook Giuditta Pini (Pd) scrive: “Per votare tutti gli emendamenti ci vorrebbero 77.700 minuti”, cioè “54 giorni”. E “questo – aggiunge – se il Senato lavorasse 24 ore al giorno per quasi due mesi, senza dormire, senza mangiare, senza fare altro. Quindi una stima probabile potrebbe essere 135 giorni”. Il motivo? “Il ddl costituzionale era un ddl governativo che aveva un contingentamento dei tempi (non si poteva parlare più di tot minuti a gruppo)” mentre “il ddl Cirinnà non ha alcun contingentamento. L’emendamento Marcucci – conclude – serviva semplicemente ad evitare tutto questo”.

Ma andiamo avanti. “La legge deve passare”, dice ailfattoquotidiano.it la senatrice dem Rosa Maria Di Giorgi, apertamente contraria alla stepchild adoption così come un altro gruppo di colleghi di partito. “Poco importa – aggiunge – se ci vorrà una settimana in più o in meno. Però dev’essere chiara una cosa: sul ddl Cirinnà io e i miei compagni del Pd, che su alcuni punti del provvedimento la pensiamo diversamente dalla maggioranza, dobbiamo poter esercitare la libertà di coscienza che il nostro segretario ci ha lasciato”. Quindi “l’articolo 5, quello sulla stepchild, sarà votato come tutti gli altri: se avrà i numeri dalla sua parte e passerà ne prenderemo atto”. A prescindere da ciò “serve un confronto, ma da parte nostra non c’è nessuna intenzione né di dilatare i tempi né, tantomeno, di affossare la legge”, chiarisce la Di Giorgi. Quanto alle parole pronunciate dalla Cirinnà al Corriere, che la chiama direttamente in causa (“visto come s’è comportata con me?”), la senatrice afferma: “Monica mi ha inviato un sms ieri mattina alle 7.30 per scusarsi, dicendomi che si è trattato di uno sfogo durante un colloquio con alcuni attivisti Lgbt. Per me è un capitolo chiuso”. Almeno per ora.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 19 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Senato, resa dei conti tra ex berlusconiani: i verdiniani chiedono lo scioglimento del gruppo di Fitto

Da compagni della rivoluzione liberale a fratelli coltelli. Barani (Ala) consegna una lettera formale a Pietro Grasso: “Non hanno più i numeri, i Conservatori e riformisti vadano nel Misto”. Dopo l’ultimo addio di Pagnoncelli, la componente dell’ex governatore della Puglia conta ora solo 9 membri. Uno in meno di quanti richiesti dal regolamento. La guerra innescata dal mancato invito del capogruppo della componente di Verdini ad una riunione di minoranza. Ma Bonfrisco (Cr) replica: “Non sono stata io a convocarla, vicenda figlia della frammentazione del centrodestra”  

fittoS’erano tanto amati. Tutti insieme, o quasi, appassionatamente, nella grande famiglia del berlusconismo. Ma il passato è d’obbligo. Perché oggi, tra i vecchi amici di un tempo, non corre più buon sangue. E dalla favola della rivoluzione liberale, la nuova sceneggiatura dello psicodramma del centrodestra racconta il dramma dei fratelli coltelli. Protagonista dell’ultimo sgarbo tra ex condomini del fu Popolo della libertà, il capogruppo di Ala, la componente che fa capo a Denis Verdini nata il 29 luglio 2015 dalla scissione con Forza Italia, Lucio Barani. Che martedì scorso ha consegnato, insieme al suo vice Riccardo Mazzoni, una lettera al presidente del Senato Pietro Grasso. Oggetto: richiesta di scioglimento, a norma di regolamento, del gruppo dei Conservatori e riformisti, riferimento parlamentare dell’ex governatore della Puglia Raffaele Fitto. Sceso sotto il numero legale di 10 componenti (il minimo richiesto per formare un gruppo a Palazzo Madama) dopo l’addio di Lionello Pagnoncelli che, il 29 gennaio scorso, seguendo le orme di Eva Longo e Ciro Falanga, ha fatto le valigie per traslocare proprio fra i banchi dei rivali verdiniani.

LETTERA AVVELENATA – “Grasso ha riconosciuto la fondatezza della mia richiesta e mi auguro che già nei prossimi giorni vengano presi provvedimenti – spiega Barani a ilfattoquotidiano.it –. Mi risulta che il presidente abbia già comunicato agli altri capigruppo il contenuto della mia lettera”. Una questione che, effettivamente, regolamento alla mano sembrerebbe fondata: in base all’articolo 14 comma 6, quando i componenti di un gruppo – che non rappresenta un partito presente con il medesimo contrassegno alle ultime elezioni per il Senato, come nel caso dei Conservatori e riformisti – si riducono a meno di 10, “il gruppo è dichiarato sciolto” e i parlamentari che ne facevano parte, qualora entro tre giorni non aderiscano ad altri gruppi, vengono iscritti al Misto. “Lo scopo della norma è evidente – prosegue Barani –. Innanzitutto evitare una ripartizione impropria delle risorse spettanti ai gruppi che, in caso di scioglimento, i Conservatori e riformisti dovranno in parte restituire”. Inoltre, aggiunge il capogruppo di Ala, “occorre ripristinare gli equilibri nelle commissioni permanenti che, in questo momento, tengono conto di una componente che non ha più i numeri sufficienti ad esistere”.

FRATELLI COLTELLI – Insomma, un bel guaio per la componente nata il 3 giugno 2015 dalla scissione capeggiata da Fitto in polemica con Silvio Berlusconi e il Patto del Nazareno. Ma cosa ha scatenato il duro affondo dei verdiniani? Tutto comincia da una riunione delle forze di minoranza, tenutasi a ridosso del rinnovo delle presidenze delle commissioni del Senato. E organizzata, secondo Barani, dalla capogruppo dei fittiani Anna Cinzia Bonfrisco. All’ordine del giorno, l’assegnazione dei ruoli spettanti alle opposizioni e gli emendamenti al ddl Cirinnà sulle unioni civili attualmente all’esame dell’Aula. Incontro al quale, però, il capogruppo di Ala non è stato invitato. Uno sgarbo che i verdiniani non hanno preso affatto bene. “Una vera e propria discriminazione, tipica dei metodi fascisti. E solo perché avevamo votato sì alla riforma costituzionale del governo”, lamenta il presidente dei senatori verdiniani. Che lancia l’ultima bordata: “A differenza loro, che si definiscono minoranza, noi ci consideriamo opposizione – conclude Barani –. La differenza? Non diciamo ‘no’ a prescindere ma valutiamo e votiamo, provvedimento per provvedimento, ciò che riteniamo utile al Paese”.

MI FACCIA IL PIACERE – Accuse che la Bonfrisco rispedisce al mittente. “Non posso rispondere di responsabilità non mie. La riunione delle opposizioni fu convocata dal capogruppo di Forza Italia, Paolo Romani, e non da me”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Non conosco il carteggio tra il presidente Grasso e il gruppo Ala – assicura la senatrice dei Conservatori e riformisti –. Per certo, il tema è stato posto nell’ultima conferenza dei capigruppo: quando il presidente si esprimerà sul da farsi prenderemo atto della sua decisione nel rispetto dell’istituzione che rappresenta”. Di sicuro “non andremo a caccia di parlamentari solo per evitare lo scioglimento: noi proponiamo un progetto politico, chi vuole sposarlo è il benvenuto”. E con Barani? “Fra me e lui non c’è alcuna questione personale – conclude –. Questa vicenda è solo l’ennesimo effetto della frammentazione del centrodestra”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 12 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)