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Tag: Forza Italia



Berlusconi visita il comitato elettorale per Bertolaso SindacoLe Regionali siciliane di scena fra due mesi esatti, che tanti grattacapi hanno provocato a sinistra, un vincitore ce l’hanno già. E senza nemmeno dover aspettare il verdetto delle urne.

Sì, perché quale che sia il risultato del Centrodestra il 5 novembre, Silvio Berlusconi cadrà comunque in piedi. Riavvolgiamo il nastro. La candidatura di Nello Musumeci, avanzata da Fratelli d’Italia e Lega, era stata inizialmente bocciata dall’ex premier, che aveva puntato tutto sul leader dei SicilianIndignati Gaetano Armao. Ma proprio mentre l’avvocato palermitano iniziava le presentazioni del suo “Manifesto per il futuro della Sicilia”, ecco il dietrofront di Arcore: ticket Musumeci-Armao col primo candidato governatore e il secondo vice. Ora: se l’ex presidente della provincia di Catania dovesse vincere (per certi sondaggi è davanti al grillino Cancelleri), Berlusconi potrà dire che è anche grazie a Forza Italia; se invece fosse sconfitto, il Cav avrebbe gioco facile nel disconoscere la candidatura.

A quel punto, sceglierebbe lui programma e candidato premier del Centrodestra (Tajani?) alle Politiche del 2018. Chissà quale delle due ipotesi preferisce…

Twitter: @GiorgioVelardi

Editoriale scritto il 5 settembre 2017 per La Notizia






Berlusconi visita il comitato elettorale per Bertolaso SindacoUn ex parlamentare che ha già mollato Angelino Alfano lo dice senza mezzi termini: “Se continua così, tra qualche settimana Alternativa popolare non esisterà più. Il 90% di quelli che sono lì dentro non vedono l’ora di andarsene”. Ormai nel partito del ministro degli Esteri siamo al ‘rompete le righe’. L’ex delfino senza quid di Silvio Berlusconi perde pezzi ogni giorno: solo ieri se ne sono andati in due, il presidente della commissione Finanze della Camera, Maurizio Bernardo, e il sottosegretario al Lavoro, Massimo Cassano. Il primo è passato nientemeno che col Pd che, ha detto, “rappresenta la vera e l’unica speranza riformista per il nostro Paese”. Cassano, da tempo con un piede fuori da Ap, rientra in Forza Italia, partito al quale aderì nel 1998 diventando vice coordinatore regionale della Puglia.

Ma le trattative per dare vita a quella che Fabrizio Cicchitto ha definito la “bad company” di FI sono ferventi. Ci sta lavorando – come noto – l’ex ministro Enrico Costa, che pescherà innanzitutto a Montecitorio. Scelta non banale: ‘svuotare’ Ap a Palazzo Madama vorrebbe dire mettere in pericolo la stabilità del Governo, scenario indigesto al Cav. Nessuno al momento ha intenzione di scoprirsi, il riserbo è massimo. Ma fra i nomi che circolano con maggiore insistenza ci sono quelli di Dorina Bianchi e Luigi Casero. I due sottosegretari stanno studiando attentamente la situazione. Così come altri due deputati alfaniani, Gianfranco Sammarco e Antonio Marotta. Nell’operazione rientreranno da subito tosiani e Udc. L’ex sindaco di Verona ha mollato le trattative con la triade Verdini-Alfano-Casini per volgere lo sguardo ad Arcore. Tosi ha 3 deputati (Roberto Caon, Emanuele Prataviera e Matteo Bragantini) e altrettanti senatori: la sua compagna, Patrizia Bisinella, Emanuela Munerato e Raffaela Bellot.

Cesa invece ne ‘controlla’ 4: Angelo Cera, Rocco Buttiglione, Giuseppe De Mita e Paola Binetti. Al Senato, pescando il meno possibile da Ap, ci sono addirittura i margini per formare un gruppo. Detto delle 3 tosiane, i centristi possono fare affidamento su 4 senatori (Riccardo Conti, Giuseppe Esposito, Antonio De Poli e Giuseppe Ruvolo); poi c’è Maurizio Sacconi, che ha sposato il progetto di Stefano Parisi. Totale: 8. “In una legislatura che ha fatto segnare il record di transfughi, trovare due senatori è un gioco da ragazzi”, maligna qualcuno. I nomi? Basta guardare tra i verdiniani.

Twitter: @GiorgioVelardi






1424446538_antonio-razzi1Tutto dipenderà dalla legge elettorale, sulla quale vige ancora l’incertezza più assoluta. Ma certo è che, con la legislatura agli sgoccioli, per i parlamentari abruzzesi è partita la corsa per prenotare un posto tra gli scranni di Camera e Senato per il quinquennio 2018/2023. Per alcuni di loro si tratta di una formalità, per altri – al contrario – la strada si preannuncia in salita, visto che c’è da fare i conti con le regole imposte dai partiti e la tagliola dei risultati raccolti in questi anni fra Roma e i contesti locali. Nel Pd, stando a quanto hanno spiegato a Impaginato.it fonti interne al partito, la ricandidatura della senatrice Stefania Pezzopane sarebbe al momento in fortissimo dubbio. La ex presidente della Provincia dell’Aquila, che nel 2013 sbarcò a Palazzo Madama lasciando la poltrona di assessore della giunta Cialente, rischia di pagare a caro prezzo la recente (e bruciante) sconfitta del candidato sindaco del Pd a L’Aquila, Americo Di Benedetto. E poi, anche se potrà sembrare una nota di colore ma non lo è, perché in politica tutto fa brodo, in molti nei corridoi nel Nazareno non gradiscono il modo in cui la Pezzopane gestisce la relazione con l’ex modello Simone Coccia Colaiuta. Gossip e scivoloni, come il selfie scattato dall’aspirante attore l’anno scorso ad Amatrice dopo il terremoto, pubblicato dalla Pezzopane su Facebook e poi rimosso dopo le polemiche, giudicati non più tollerabili a questi livelli.

Restando sempre dalle parti del partito di Matteo Renzi, sembra che anche per Maria Amato Vittoria D’Incecco le porte d’ingresso in lista verranno sbarrate. La prima, raccontano le stesse fonti, è invisa ai vertici regionali del Pd mentre il destino della D’Incecco è legato a doppio filo a quello del governatore Luciano D’Alfonso (di cui la deputata è stata assessore in entrambe le consiliature dell’ex sindaco al comune di Pescara), che l’anno prossimo vorrebbe fare il grande salto passando dalla Regione al Parlamento. Stesso discorso per il consigliere regionale Camillo D’Alessandro, che dieci giorni fa ha annunciato ufficialmente la propria candidatura. Ancora incerto è il destino di Gianluca Fusilli, il deputato subentrato a Giovanni Legnini eletto vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) il 30 settembre 2014. Non dovrebbero avere problemi, invece, Antonio Castricone e Tommaso Ginoble. Il primo, ex Ds, rientrerebbe in quota-Emiliano, di cui ha sostenuto la candidatura a segretario alle ultime primarie del Pd; Ginoble, già assessore regionale alla Protezione civile legato all’ex ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, può contare su un non indifferente bacino di preferenze: alle primarie teramane del Partito democratico nel 2012 ne prese 2.759, risultando il più votato. Dovrebbe traslocare dalla Camera, dove siede attualmente, al Senato.

Passiamo a Forza Italia (FI). Al momento, il partito di Silvio Berlusconi conta una pattuglia parlamentare ridottissima: appena un deputato, Fabrizio Di Stefano, e due senatori, Paola Pelino e Antonio Razzi. Per il primo, cresciuto nelle file di Alleanza Nazionale, la ricandidatura pare certa anche perché – spiega un parlamentare di FI a Impaginato.it – “con le preferenze batte tutti”. Come Ginoble, anche Di Stefano potrebbe spostarsi da Montecitorio a Palazzo Madama. Vedremo. Ad oggi, anche la Pelino ha ricevuto rassicurazioni sulla sua ricandidatura, anche se “mai dire mai”, chiariscono sempre da FI. Chi invece quasi certamente resterà fuori è Razzi. Come nel caso della Pezzopane, nel partito parecchi non tollerano più le boutade del senatore con la passione per la Corea del Nord e i selfie col presidente siriano Bashar al-Assad. Fra le new entry ci sarà quasi certamente il coordinatore regionale Nazario Pagano mentre aspira a un seggio pure l’ex presidente della Regione Gianni Chiodi. Ma servono i voti, of course.

Più complicata la situazione degli alfaniani, con l’unica eccezione del deputato teramano Paolo Tancredi. La sottosegretaria alla Giustizia, Federica Chiavaroli, è conscia del fatto che se – nella peggiore delle ipotesi – si dovesse votare coi due Consultellum, la soglia di sbarramento dell’8% in vigore al Senato la condannerebbe a restare fuori dal Parlamento. Quindi, nel riposizionamento in corso tra i seguaci del ministro degli Esteri, la Chiavaroli sta cercando una sponda più sicura alla Camera. Lo stesso discorso vale anche per Filippo Piccone (Alternativa popolare) e Giulio Cesare Sottanelli, oggi componente del gruppo che alla Camera riunisce Scelta Civica e i verdiniani di Ala. Con Articolo 1-Mdp sarà invece ricandidato il deputato pescarese Gianni Melilla mentre per i parlamentari del Movimento 5 Stelle (i deputati Andrea CollettiDaniele Del Grosso e Gianluca Vacca e i senatori Enza Blundo e Gianluca Castaldi) decideranno gli iscritti tramite l’ormai rodato sistema della “parlamentarie”.

Articolo scritto il 20 luglio 2017 per Impaginato.it






SECONDO TENTATIVO DI CONSULTAZIONI AL QUIRINALEQualche pezzo se l’è già perso per strada nei mesi scorsi, come nel caso di Maurizio Sacconi, che ha aderito al nuovo movimento di Stefano Parisi, e del vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito, passato all’Udc. Ma con le elezioni sullo sfondo – sia che si voti nei prossimi mesi sia nel 2018 – dentro al partito di Angelino Alfano, Alternativa Popolare, sono tanti quelli con la valigia pronta direzione Forza Italia. O almeno così raccontano a La Notizia fonti di entrambi gli schieramenti. L’antipasto è andato in scena la settimana scorsa quando Massimo Cassano, sottosegretario al Lavoro del Governo Gentiloni, aveva sostanzialmente lasciato Ap per tornare sotto l’ala protettiva di Silvio Berlusconi. Era tutto fatto, con tanto di candidatura blindata al prossimo giro e il ruolo di vice coordinatore regionale di FI nella “sua” Puglia in tasca.

Ma poi il senatore barese è stato costretto a fare dietrofront. Il motivo? Un berlusconiano di rango racconta che gli altri parlamentari pugliesi del partito del Cavaliere, a cominciare da Francesco Paolo SistoElvira Savino e dal coordinatore pugliese Luigi Vitali, hanno mostrato il pollice verso minacciando l’addio nel caso in cui Cassano (che a novembre 2013 ha seguito Alfano in Ncd) fosse tornato tra le file azzurre.

Avanti prego – Insomma, il clima che si respira è questo. Così, anche nell’ottica di una legge elettorale con una soglia di sbarramento che Ap, oggi ancorata al 3%, non riuscirebbe a superare, a meditare il passaggio in FI per non rimanere fuori dal Parlamento non c’è solo Cassano. Anche il ministro degli Affari regionali, Enrico Costa, è infatti dato tra i partenti. In questo caso, le chance di un suo possibile ritorno all’ovile sono più alte rispetto a quelle del collega di partito e Governo. Quando era nel Pdl qualcuno lo definiva come un mini-Ghedini, anche perché il 47enne avvocato di Cuneo è stato il relatore del Lodo Alfano, lo scudo penale per le 4 più alte cariche dello Stato poi dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Ma andiamo avanti. Un altro nome che figura sulla lista è quello di Maurizio Bernardo, attuale presidente della commissione Finanze di Montecitorio. Uno cresciuto in FI: nel ’94 era infatti responsabile dei club della Lombardia.

Senza fretta – Discorso, questo, valido anche per un altro ex forzista della prima ora come l’oggi viceministro dell’Economia, Luigi Casero. Lo stesso sospettato, non più tardi di due anni fa, di essere dietro alla norma “salva-Silvio” contenuta nel decreto fiscale. Ipotesi poi seccamente smentita dall’interessato in una delle rare interviste concesse ai giornali. Fra quelli che stanno meditando sul da farsi, spiegano ancora fonti di FI, c’è pure il deputato siciliano Antonino Minardo, mentre il neo presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Salvatore Torrisi, non vuole forzare i tempi dopo il polverone suscitato dalla sua nomina. Poi, quando le acque si saranno calmate, si vedrà.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 maggio 2017 per La Notizia






Silvio_Berlusconi_PortraitCi risiamo. Come se non bastassero le due già ricevute nelle scorse settimane (leggi qui e qui), venerdì 7 aprile parlamentari e responsabili territoriali di Forza Italia si sono visti recapitare una terza lettera. Stavolta in calce non c’è solo la firma del tesoriere Alfredo Messina, ma anche quella del responsabile nazionale dell’organizzazione, Gregorio Fontana (uno dei tre deputati questori della Camera). L’oggetto? “Destinazione 2X1000 redditi a Forza Italia”.

Breve riassunto delle puntate precedenti: complice l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e l’alta percentuale di “morosi” che, nonostante i ripetuti solleciti e la minaccia di essere esclusi dalle liste, non hanno ancora versato quanto pattuito (800 euro al mese), FI si ritrova con un “buco” di oltre 2 milioni di euro. Non proprio briciole. Circostanza che fa aleggiare sul partito di Silvio Berlusconi lo spettro del default. Così, per cercare di limitare i danni, Messina e Fontana hanno preso carta e penna e lanciato un appello rivolto stavolta a coordinatori regionali, provinciali e delle grandi città. “Quest’anno è di estrema importanza rafforzare l’impegno sulla campagna per destinare il 2X1000 delle dichiarazioni dei redditi a Forza Italia – scrivono –. (…) Nella difficile situazione di bilancio che conoscete, si tratta di una risorsa preziosa che non possiamo assolutamente trascurare”. Ma in che modo dovranno muoversi gli interessati con militanti e simpatizzanti di FI? “Occorre contattarli uno ad uno al più presto”, chiariscono i due dirigenti forzisti, “tenendo conto del fatto che è già in corso la distribuzione ai lavoratori dipendenti del CU (la certificazione unica, ndr) 2017”. Non solo. “È indispensabile programmare tutte le iniziative di sensibilizzazione possibili”, per esempio “sensibilizzare i centri di assistenza fiscale e i professionisti che si occupano di dichiarazione dei redditi, sollecitandoli a ricordare a tutti i contribuenti che esiste questa opportunità”.

I risultati finali “saranno monitorati per provincia” e “saranno valutati direttamente dal presidente Berlusconi e dal comitato di presidenza”. Come andrà a finire? Vedremo. Nel 2016, proprio grazie al 2X1000, Forza Italia raccolse 615.761 euro. Un bel gruzzoletto, non c’è che dire, ma niente a che vedere con la cifra incassata dal Pd: 6 milioni 400 mila euro, il 50,5% della torta. Ad avercene.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto l’11 aprile 2017 per La Notizia






Berlusconi visita il comitato elettorale per Bertolaso SindacoHanno fatto orecchie da mercante. Costringendo il tesoriere del partito, Alfredo Messina, a brandire nuovamente carta e penna per scrivere una lettera dal finale infuocato. Sintetizzabile più o meno così: Forza Italia è a rischio fallimento. Tutto vero. A niente è servito l’appello lanciato il 27 gennaio scorso dal successore di Mariarosaria Rossi in un’altra missiva indirizzata a parlamentari, europarlamentari e consiglieri regionali azzurri. Nella quale, in sostanza, Messina “invitava” i “morosi” a versare entro il 28 febbraio la quota che gli eletti devono corrispondere al partito. Pena il deferimento al collegio dei probiviri e (addirittura) l’esclusione dalle prossime liste. “Siamo oramai sotto il livello di sopravvivenza”, avvertiva il tesoriere, ed “esiste un limite fisiologico al di sotto del quale la ‘macchina partito’ diventa un puro costo e non è più di nessuna utilità”. Come avranno risposto gli interessati? Si saranno premurati di saldare i debiti? Macché.

Per capire l’andazzo basta prendere infatti la seconda lettera messa nero su bianco da Messina il 31 marzo, che La Notizia ha potuto visionare. “Lo stato d’insolvenza rimane grave – ha chiarito senza mezzi termini il guardiano delle casse di FI –. Con vivo rammarico faccio presente che nel bimestre gennaio-febbraio 2017 solo il 40% dei parlamentari e il 10% dei consiglieri eletti ha finora provveduto ad erogare i corrispettivi mensili dovuti”. Più chiaro di così. Non solo. Messina ha tenuto a ricordare “come i costi di funzionamento non possano essere ulteriormente ridotti, cosicché l’unica via è quella di riequilibrare le entrate”. E allora “mi permetterete di chiedere a coloro che persistono nella posizione di parziale o di totale insolvenza”, conclude il tesoriere di FI, “se siano consapevoli che il Movimento rischia la paralisi, e se ritengano sia equo e leale che solo alcuni debbano farsi carico per tutti di tenere in vita la struttura di Forza Italia”.

Ma cosa dicono i parlamentari? L’ex ministro Gianfranco Rotondi twitta così: “Accade ora a Forza Italia quel che nell’indifferenza generale accadde al mio partito: insolvenza, zero entrate, sto pagando io a rate. Va così”. Interpellato da La Notizia, invece, un suo collega, dietro garanzia di anonimato, ci va giù durissimo: “Ormai FI non esiste come partito ma solo come ramo d’azienda di Berlusconi, quindi se la paghi lui…”. 

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 5 aprile 2017 per La Notizia






photolenta_big_photoLi vuole tutti, e li vuole subito. Senza perdere altro tempo. Silvio Berlusconi ha deciso di passare all’incasso, puntando a stanare una volta per sempre i tanti “morosi” di Forza Italia. Tutto vero. Dentro al partito azzurro infatti sono parecchi quelli che nel corso degli ultimi anni non hanno messo mano al portafogli e versato gli importi dovuti a titolo di contributo. Soldi che servono per sostenere le attività del partito. Ma non solo. Ecco perché adesso il Cavaliere ha deciso di lanciare un vero e proprio aut aut: o pagate o siete fuori. Il messaggio è arrivato ai diretti interessati con una lettera, partita dopo l’ultima riunione del comitato di presidenza (di cui fanno parte alcuni pezzi da novanta come Carfagna e Gelmini) e firmata da Alfredo Messina, che dalla metà del 2016 ha preso il posto di Mariarosaria Rossi come tesoriere.

“Siamo ormai sotto il livello di sopravvivenza, (…) esiste un limite fisiologico al di sotto del quale la ‘macchina partito’ diventa un puro costo e non è più di nessuna utilità”, scrive Messina senza mezzi termini: “Si tratta di uno stato di insolvenza risalente, con riferimento agli ultimi anni, già al 2014 e al 2015 e che si è persino aggravato nel corso del 2016”. Il tutto prima di dettare i tempi.

Pagare prego – “Il comitato di presidenza – ha continuato Messina – ha stabilito che entro il 28 febbraio p.v., senza la possibilità di ulteriori proroghe, tutti gli appartenenti al movimento politico Forza Italia devono provvedere a regolarizzare la propria posizione per le insolvenze pregresse”. Altrimenti? Stavolta le “pene” per coloro che non si metteranno in regola sono pesanti. Si va dalla decadenza automatica da ogni incarico di partito all’esclusione dalle riunioni degli organi collegiali, passando per il deferimento al collegio dei probiviri “per le valutazioni di competenza”. In ogni caso, “è fin d’ora esclusa la ricandidatura alla prossima tornata elettorale politica o regionale”. Proprio così c’è scritto. Certo, l’ex premier non ha voluto usare solo il bastone. Così ha deciso di predisporre una serie di “agevolazioni” per chi salderà i propri debiti.

Saldi al via – Per esempio, coloro che saneranno totalmente la loro posizione entro la data prevista “beneficeranno di una riduzione del 20% degli importi dovuti sia a titolo di contributo, sia a titolo di versamento dell’importo di 25.000 euro non effettuato all’inizio legislatura”. E ancora: “Coloro che chiederanno una rateizzazione degli importi dovuti dovranno”, sempre entro fine mese, “avere versato l’intera quota di iscrizione e almeno il 25% dell’importo dovuto”, impegnandosi a versare la somma restante in 4 rate trimestrali (senza interessi). Basterà questa apertura per svegliare dal letargo i “morosi”? “Visto com’è andata nel Pdl, dove sono sempre esistiti figli e figliastri e anche chi non era in regola è stato comunque ricandidato, nessuno ci crede”, dice a La Notizia un illustre parlamentare forzista.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 22 febbraio 2017 per La Notizia






dalemaGraziano Delrio, uno dei fedelissimi dell’ex premier Matteo Renzi, è stato in qualche modo profetico. “La scissione è una scelta tragica”, ha detto il ministro dei Trasporti dopo l’infuocata direzione del Partito democratico di lunedì scorso, perché “butta all’aria gli sforzi di tante persone, è una responsabilità enorme che ci si prende sulle spalle”. Ed è proprio così. Perché a sentire alcuni tra i principali sondaggisti del nostro Paese, un Pd senza la minoranza dei vari Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Massimo D’Alema tanto invisa all’ex sindaco di Firenze rischia di portare i dem ad ambire al gradino più basso del podio in vista delle prossime elezioni Politiche. Una dura botta per le sfrenate ambizioni del rottamatore, che punta a riprendersi Palazzo Chigi. Ma andiamo con ordine.

Se il Movimento 5 Stelle oscilla ancora fra il 28 e il 30% nonostante i guai che attanagliano la giunta romana di Virginia Raggi, e un Centrodestra con Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia riuniti sotto lo stesso tetto nonostante la diversità di vedute potrebbe addirittura giocarsela alla pari con i pentastellati (molto conterà ovviamente con che tipo di legge elettorale si andrà a votare), l’addio della costola “sinistra” del partito del Nazareno provocherebbe un’emorragia importante. Tanto che al collo dei dem finirebbe addirittura una simbolica quanto inutile medaglia di bronzo. “Secondo le rilevazioni che abbiamo effettuato negli ultimi giorni”, dice a La Notizia Carlo Buttaroni, presidente e direttore scientifico di Tecnè, “l’area di sinistra alla quale possiamo oggi ascrivere i vari Bersani, Michele Emiliano e D’Alema vale circa il 14%”.

Inutile stampella – Certo, ammette Buttaroni, “stiamo ragionando senza un’offerta politica concreta, che ad oggi potremmo quasi definire ‘immaginifica’”. Però i numeri parlano chiaro. Ancora di più se la “stampella” del Campo progressista di Giuliano Pisapia rischia di non riuscire a colmare il vuoto lasciato dagli scissionisti. “A Milano, Pisapia ha sempre goduto di un alto gradimento, ma trasformare la sua popolarità in consenso politico – conclude il numero uno di Tecnè – non sarà facile”.

Tutti dentro – Anche per Ipr Marketing la fuoriuscita della minoranza avrebbe effetti dolorosi per il Pd. “Un partito di sinistra che comprende al suo interno pure il progetto di Vendola e Fratoianni”, rivela il direttore Antonio Noto, “vale oggi fra il 10 e l’11%. Il Pd? Si fermerebbe al 22%”. Ben lontano dai fasti del 40,8% raccolto alle Europee del 2014. “Così facendo i dem rischiano di arrivare dietro al Centrodestra unito e al M5s”, fa notare il numero uno di Ipr, “anche se molto dipenderà dal tipo di legge elettorale che partorirà il Parlamento”. Perdite più contenute, invece, secondo Emg Acqua, l’istituto diretto da Fabrizio Masia. Che ieri a Repubblica ha spiegato che con la scissione il Pd perderebbe il 4%, percentuale che però potrebbe salire fino al 10-12%. Renzi è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 17 febbraio 2017 per La Notizia






Matteo_RenziC’è un paradosso nella sconfitta di Renzi. E cioè che quella del premier uscente non è una sconfitta. Non in toto, almeno. «Ma che stai a dì?», domanderà qualcuno. Mi spiego. Da questa consultazione l’ex sindaco di Firenze si porta dietro un bagaglio di 10-12 milioni di voti sui 13.430.000 totali che hanno optato per il Sì. Tolti un milione-un milione e 200 mila voti di alfaniani e centristi, più un altro milione che – mettiamo – ha votato a favore del ddl Boschi perché seguace del “cambiamento”, a conti fatti questo è.

Dall’altra parte ci sono 19 milioni 400 mila voti, che raccolgono al loro interno 5 Stelle, Lega Nord, Forza Italia, partigiani più varie ed eventuali. Quindi: in un ipotetico scenario elettorale di tutti-contro-tutti cosa potrebbe succedere? Renzi partirebbe comunque da lì, da quei 10-12 milioni di voti più o meno certi. Per gli altri è tutto da vedere. Ecco perché ho l’impressione che, al contrario di quello che molti pensano di primo acchito, “Matteo” non uscirà di scena così presto. Adda passà ‘a nuttata. E sarà lunga. Parecchio lunga.






Il movimento dell’ex ministro, Rivoluzione cristiana, non sarà fra quelli che sosterranno l’ex city manager nella corsa per Palazzo Marino. E lui attacca a testa bassa. “La Gelmini mi ha comunicato che la mia lista avrebbe creato problemi a Ncd e Forza Italia”. E sugli ex colleghi del Pdl dice: “Hanno usato Berlusconi come un taxi per tornare in Parlamento, ora stanno cercando di ripetere il copione”  

rotondi675Stavolta è toccato a lui essere fatto fuori. “A Milano, Forza Italia e il Nuovo centrodestra hanno escluso la mia lista, Rivoluzione cristiana, da quelle che sosterranno la corsa a sindaco di Stefano Parisi”, dice a ilfattoquotidiano.it Gianfranco Rotondi, ex ministro per l’attuazione del programma dell’ultimo governo Berlusconi, da sempre molto vicino al Cavaliere. “Io e il mio partito, erede legittimo della Democrazia cristiana, abbiamo partecipato alla fondazione del Popolo della Libertà: ora gli stessi soggetti che hanno sfasciato il centrodestra mi stanno mettendo da parte – aggiunge –. Il motivo? Creo disturbo a forzisti e alfaniani. Sono sconcertato: vedo ex colleghi di partito cercare il taxi-Berlusconi per ritornare in Parlamento”.

Onorevole, lei ha definito il candidato sindaco di Milano del centrodestra come “un taxi per gli escursionisti di Ncd”. Cos’è successo?
Qualcuno mi ha comunicato l’impossibilità di apparentare la lista di Rivoluzione cristiana alle altre che sostengono la corsa di Stefano Parisi a primo cittadino del capoluogo lombardo.

Chi è questo qualcuno che gliel’ha comunicato?
Ho parlato con Mariastella Gelmini, la quale mi ha spiegato che non c’erano le condizioni politiche affinché anche il mio movimento potesse appoggiare Parisi.

Quali sono stati i motivi di questa esclusione?
Mi hanno fatto fuori perché, mi è stato detto, la mia lista avrebbe disturbato quella di ‘Milano popolare’, alias Maurizio Lupi e il Nuovo centrodestra, e addirittura quella di Forza Italia. Cause davvero singolari: sono rimasto sconcertato.

Ma lei con Parisi ha mai parlato?
Una sola volta. Poi è accaduto quanto ho appena spiegato. Perciò sono arrivato alla conclusione che se l’idea di questi ‘uomini del fare’ è quella di non disturbare i partiti allora è meglio andare da soli. Così noi sosterremo la candidatura dell’ex preside del liceo Parini, Carlo Arrigo Pedretti. Che è un milanese doc e non arriva dal quartiere Parioli di Roma.

Certo che l’hanno fatta proprio arrabbiare.
Reputo l’operazione Parisi come il trasferimento di una compagnia teatrale dal Teatro Olimpico di Roma a quello degli Arcimboldi di Milano.

Che vuol dire?
All’Olimpico, qualche anno fa, i futuri fondatori di Ncd incoronarono Mario Monti capo del centrodestra al posto di Silvio Berlusconi. Salvo poi tornare indietro per prendere i seggi da lui. I nomi? Fabrizio Cicchitto, per esempio. Che cancellarono i lealisti del Cavaliere dalle liste del Pdl addirittura dirottando me, in un primo tempo, in Piemonte. Salvo poi, una volta eletti, andare al governo con il centrosinistra di Letta prima e Renzi poi. Ecco, il taxi è esattamente questo. Con Parisi sta avvenendo la stessa cosa.

Solo che stavolta hanno fatto fuori lei.
Già. Anche perché si stanno manifestando le medesime condizioni: il giro del governo sta finendo e quello del Parlamento sta tornando. Bisogna essere rieletti e serve chi ti porta. Malgrado tutto, pur ‘scassato’, Berlusconi c’è ancora, è il principale numero della smorfia del centrodestra. Quelli del Teatro Olimpico stanno cercando un nuovo passaggio.

Con l’operazione Parisi.
Esattamente. Lui ha perfino creduto a chi gli ha detto che dopo la poltrona di sindaco di Milano c’è quella di Palazzo Chigi. Gli faccio i miei migliori auguri, ma Berlusconi mi deve spiegare se uno, per dettare la linea nel centrodestra, deve prima farsi un giro a sinistra.

Ha parlato con il leader di Forza Italia?
Credo che ci sentiremo nelle prossime ore, ci siamo cercati a vicenda ma non ancora parlati. Approfitto però per far notare, a lui e a chi lo circonda, che da Frattini alla Meloni, da La Russa a Sacconi fino a Romano, io sono fra i pochi componenti del suo ultimo governo ad essergli rimasto al fianco nonostante le tante difficoltà. Se però stavolta tocca a me vado a farmi un giro a sinistra…

Sta dicendo che alla fine potrebbe appoggiare Giuseppe Sala?
Vuol dire che io al primo turno farò campagna elettorale per il mio candidato sindaco. Al secondo turno, visto che un pezzo del governo appoggerà Parisi, non mi meraviglierebbe il sostegno di una parte dell’opposizione a Sala. Credo di essermi spiegato.

C’è anche un altro episodio che recentemente l’ha fatta arrabbiare: l’esclusione dall’ultima direzione del Pdl. Non le hanno comunicato il motivo?
Un’altra bizzarria. Se il Pdl sta portando avanti delle procedure amministrative di scioglimento deve coinvolgere tutti i fondatori. Me compreso. Invece nessuno mi ha detto nulla. Fra l’altro, io in quel progetto ho investito dei soldi che non ho mai recuperato. Denari che si sono tenuti Forza Italia e Alleanza Nazionale. Potevano almeno farmi una telefonata. 

Invece il telefono non ha squillato. Nemmeno Berlusconi si è scusato?
Non si è fatto sentire nessuno. Quanto all’aspetto economico, Berlusconi mi ha detto che i soldi erano finiti e non c’era più niente da fare. Ora, quantomeno, mi aspetto che torni in campo e rifaccia grande il centrodestra.

Un nuovo ‘voto di fiducia’ nei suoi confronti?
Ma anche una critica.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 19 aprile 2016 per ilfattoquotidiano.it)






È quanto emerge dai dati pubblicati dal ministero dell’Interno. Che documentano come le quote rose siano minoritarie nelle amministrazioni degli enti locali. Solo il 13,6% guida un comune contro l’86,4% dei colleghi uomini. Forbice pronunciata anche tra vice-sindaci, consiglieri e assessori. Maglia nera a quattro regioni: in Basilicata, Calabria, Trentino-Alto Adige e Umbria nessuna prima cittadina nei centri con più di 15 mila abitanti

sindaci-675È proprio vero: l’Italia non è un Paese per donne. Soprattutto in politica. A dirlo non sono solo la viva voce di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi, che hanno “consigliato” alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, di non correre per il Campidoglio perché “una mamma non può fare il sindaco”. O la parole pronunciate dall’0rmai ex candidata del Movimento 5 Stelle (M5S) a primo cittadino di Milano, Patrizia Bedori. “Mi avete chiamato casalinga, disoccupata, grassa e brutta”, ha scritto su Facebook attaccando frontalmente alcuni ex esponenti del M5S. A rivelarlo, invece, sono i dati messi nero su bianco dal Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del ministero dell’Interno. Che periodicamente analizza la presenza maschile e femminile nelle amministrazioni locali. Con risultati tutt’altro che incoraggianti per il ‘gentil sesso’.

SINDACHE CERCASI – Gli ultimi numeri a disposizione sono datati 8 marzo 2016, giorno della ‘Festa della donna’. Ma, come detto, c’è poco da festeggiare. Per capirlo basta un solo dato: su 7.684 sindaci italiani solo 1.048 sono donne. Appena il 13,6%. Insomma, poco più di una su dieci. I primi cittadini uomini, al contrario, sono 6.636. Cioè l’86,4%. In particolare, nei centri con una popolazione fino a 15 mila abitanti, i sindaci di sesso maschile sono 6.036, quelli di sesso femminile 982. In quelli con popolazione superiore a 15 abitanti, invece, ai 600 sindaci uomini si contrappongono appena 66 sindache. E anche quando si parla dei vice-sindaci, 4.448 in totale, i numeri non sorridono alle donne. Che sono 1.067 contro 3.381 uomini. Ovvero il 24% contro il 76%.

STESSA MUSICA – Il leitmotiv è lo stesso anche quando si parla delle altre cariche. Prendiamo per esempio gli assessori comunali. In totale, in Italia se ne contano 18.089. Le donne? Sono soltanto 6.442 (il 35,6%) contro gli 11.647 colleghi uomini (il 64,4%). Poi ci sono i presidenti dei consigli comunali. Stavolta, lo squilibrio è ancora più forte rispetto ai casi elencati finora. Infatti, solo 260 dei 1.185 vertici degli organi di indirizzo e controllo politico-amministrativo locale censiti sono di sesso femminile. Tradotto in percentuale significa il 22%, contro i 925 di sesso maschile (il restante 78%). Infine, ci sono i consiglieri comunali: dei 71.599 totali (50.273 nei comuni con popolazione fino a 15 mila abitanti e 3.064 negli altri), le donne sono il 33,6% (24.083) e gli uomini il 66,4% (47.516).

GIRO D’ITALIA – Ma il Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del Viminale ha pubblicato anche le statistiche suddividendo la presenza della ‘quote rosa’ nelle varie regioni dello Stivale. Ne consegue che in Basilicata, in Calabria, in Trentino-Alto Adige e in Umbria – nei comuni con popolazione superiore a 15 mila abitanti – la casella dei sindaci donne è ferma azero. Non se la passano meglio nemmeno Campania (3 prime cittadine donne contro 65 uomini), Sicilia (2 contro 59), Toscana(7 contro 46), Abruzzo (una contro 15) e Friuli-Venezia Giulia (una contro 10). Anche in Emilia-Romagna il rapporto è alquanto squilibrato: 45 sindaci di sesso maschile e appena 8 di sesso femminile (il 15%). Stesso discorso pure nel Veneto amministrato dal leghista Luca Zaia, dove le sindache sono il 18,5%: appena 10 contro i 44 colleghi uomini.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)






È quanto chiede la tesoriera azzurra, Mariarosaria Rossi. Con un disegno di legge depositato a Palazzo Madama. Per cambiare “l’ennesima norma contro Silvio Berlusconi”. Ma i colleghi degli altri schieramenti si dicono apertamente contrari. A cominciare da Bonifazi (Pd) e Librandi (Scelta civica). Critiche dal M5S: “Si rischia di finire sotto ricatto delle lobby”. Mentre Sel propone il ritorno ai contributi pubblici. Con l’istituzione di un fondo presso il Mef: un euro per ogni voto regolarmente espresso alle elezioni

mariarosaria-rossi675È stato assegnato alla commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Dove però, almeno fino a questo momento, è rimasto lettera morta. Probabilmente per la delicatezza del tema, visto che siamo in tempo di tagli e spending review. Stiamo parlando del disegno di legge (ddl) presentato dalla tesoriera di Forza Italia (FI), la senatrice Mariarosaria Rossi, allo scopo di abolire il tetto al finanziamento dei partiti fissato a 100mila euro annui – per le erogazioni liberali di persone fisiche e non – dalla legge del governo di Enrico Letta (2014). Quella che ha messo la parola “fine” proprio sul finanziamento pubblico diretto e indiretto alle varie formazioni che siedono in Parlamento, sostituendolo con agevolazioni fiscali, detrazioni e destinazione volontaria del 2 per mille Irpef. Il quale si è finora rivelato un flop, visto che nel 2015 solo il 2,7% dei contribuenti ha deciso di destinarlo loro. Provocando non pochi danni alle casse dei partiti. A cominciare proprio da quello di Silvio Berlusconi, che a dicembre ha licenziato gli 80 dipendenti di FI con una lettera inviata proprio dalla Rossi. “Un atto dovuto, che mi ha causato grande sofferenza”, ha spiegato la diretta interessata in un’intervista rilasciata a dicembre al Corriere della Sera.

PIÙ SOLDI PER TUTTI  Ma cosa prevede, in soli due articoli, il disegno di legge della tesoriera forzista? Di modificare cinque commi (7, 8, 9, 10 e 12) dell’articolo 10 della suddetta legge, permettendo così “a ciascuna persona fisica” di “effettuare erogazioni liberali in denaro o comunque corrispondere contributi in beni e servizi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, anche per interposta persona o per il tramite di società controllate, in favore di un singolo partito politico”. Non solo. I benefici sono estesi pure ai “soggetti diversi dalle persone fisiche” i quali, è scritto ancora nel ddl, “possono anch’essi effettuare erogazioni liberali in denaro o comunque corrispondere contributi in beni e servizi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, in favore dei partiti politici”. Insomma, un ritorno al passato. Per cercare di cambiare “l’ennesima norma contra personam per impedire a Silvio Berlusconi di continuare a sostenere Forza Italia”, come l’ha bollata la Rossi parlando con il quotidiano di via Solferino. Una proposta che però, malgrado l’intento della guardiana delle casse di Forza Italia di trovare un consenso bipartisan, non trova d’accordo i tesorieri dei principali partiti. A cominciare proprio da quello del Partito democratico (Pd), Francesco Bonifazi.

C’È CHI DICE NO  “Abbiamo voluto l’abolizione del finanziamento pubblico e l’abbiamo ottenuta – dice il deputato dem a ilfattoquotidiano.it –. Mi sembra un errore innalzare il limite dei 100 mila euro perché si corre il rischio di concentrare il finanziamento stesso nelle mani di pochi privati. Perciò quella soglia deve rimanere ferma dov’è: si impegnino tutti a fare raccolta con il 2 per mille che per il Pd è stato il vero punto di forza”. La pensa allo stesso modo anche il tesoriere di Scelta civica, Gianfranco Librandi. “Se eliminassimo il limite al finanziamento – spiega il parlamentare centrista – sarebbero troppo agevolati quei partiti che fanno riferimento a gruppi finanziari o di capitalisti nazionali o multinazionali”. Anche se, aggiunge, “le regole attuali si sono dimostrate inadeguate all’obiettivo di rendere funzionanti i vari schieramenti come espressione della volontà popolare” e “anche il sistema del M5S non funziona, per la totale mancanza di chiarezza e trasparenza di bilancio relativa alle fonti di finanziamento”. Però “un limite ci deve essere”, conclude Librandi, che propone “erogazioni fino a 200 mila euro per le persone fisiche e fino a 500 mila per quelle giuridiche, più la destinazione volontaria del due per mille e naturalmente un fund raising libero”.

SOTTO RICATTO  Apertamente contrario al ddl presentato dalla senatrice di Forza Italia anche il Movimento 5 Stelle. “Già all’epoca del decreto Letta, che proponeva di limitare le donazioni liberali ai partiti a 300 mila euro, ci opponemmo presentando anche diversi emendamenti, tra cui quelli per abbassare la soglia a 10 mila euro e per procedere alla confisca delle somme di denaro pubblico non rendicontate e in molti casi sperperate dai partiti”, afferma la capogruppo a Palazzo Madama, Nunzia Catalfo. “Togliere il tetto dei 100 mila euro e consentire così ai partiti di ricevere ingenti somme di denaro da privati – prosegue – è molto pericoloso perché espone la politica al ricatto delle lobby e mina la democrazia nel nostro Paese che già, di fatto, è a rischio. Noi poco trasparenti? Al contrario, il M5S ha ampiamente dimostrato come si possa fare politica senza percepire rimborsi elettorali o senza grandi risorse a disposizione”, conclude la parlamentare ‘grillina’. “Il Nuovo centrodestra ha deciso di puntare sul 2 per mille e sui contributi volontari della base, è un problema che sostanzialmente non ci riguarda – taglia corto il tesoriere degli ‘alfaniani’ Paolo Alli –. Disquisire sull’innalzamento del tetto previsto dalla legge credo abbia più che altro un effetto psicologico e niente di più”.

SOLO UN EURO  A Montecitorio, invece, Sinistra Ecologia Libertà ha depositato una proposta di legge, primo firmatario Giovanni Paglia, per l’istituzione di un fondo per il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici presso il ministero dell’Economia, “alimentato annualmente in sede di legge di stabilità nella ragione di 1 euro per ogni voto regolarmente espresso nel corso delle consultazioni elettorali”. Praticamente quasi un ritorno ai vecchi rimborsi elettorali. I beneficiari? “I partiti con almeno un rappresentante eletto nel Parlamento nazionale o in almeno tre consigli regionali”. E ancora: “Si prevede l’esclusione del finanziamento diretto o indiretto da parte, ad esempio, di persone fisiche o giuridiche – dice la proposta – che abbiano in essere concessioni da parte dello Stato, delle regioni, degli enti locali, di enti pubblici ovvero di società a partecipazione pubblica diretta o indiretta”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 14 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)