Crea sito
Image 01

Archive for the ‘Economia’ Category

Auto blu e super pensioni. Pure la Consulta non scherza: il bilancio di previsione per quest’anno è di 54 milioni

giovedì, marzo 30th, 2017

Palazzo_della_Consulta_Roma_2006Una piccola sforbiciata rispetto agli anni passati c’è stata, sia chiaro, complice pure il fatto che a partire dal 1° maggio 2014 i compensi dei giudici sono stati ridotta del 22,6% passando da 465 mila 138 euro lordi a 360 mila. Nonostante tutto, però, la Corte costituzionale continua a costare decine di milioni di euro. Per la precisione: 54 milioni 649 mila 646 euro, stando al bilancio di previsione 2017 recentemente pubblicato sul sito istituzionale. Spese coperte grazie a un contributo statale di 55 milioni 200 mila euro, in sostanza la totalità della torta riguardante le entrate che nel documento ammontano a 56 milioni 43 mila 846 euro. Sfogliando le 8 pagine del bilancio c’è di tutto. A cominciare, ovviamente, dal capitolo che da sempre attira gli appetiti degli osservatori: quello della spesa per stipendi e oneri previdenziali degli ermellini.

A bilancio per l’anno in corso ci sono 2 milioni 530 mila euro solo per le loro retribuzioni. Come detto, ogni giudice percepisce un compenso annuo di 360mila euro lordi (120mila euro in più rispetto al tetto previsto per i dipendenti pubblici), mentre il presidente Paolo Grossi incassa una cifra più alta, 432mila euro lordi. Numeri che, per dire, negli ultimi anni hanno fatto storcere il naso a Roberto Perotti, economista bocconiano ed ex commissario governativo alla spending review, che nel suo ultimo libro (Status Quo) ha messo a confronto le retribuzioni dei giudici italiani e statunitensi al netto delle ritenute.

Vecchiaia serena – Il risultato? Per il professore, i componenti della Consulta tricolore incassano 197.146 euro l’anno mentre quelli a stelle e strisce si devono “accontentare” di 119.539 (181.951 lordi), pagando però molte meno tasse rispetto a Giuliano Amato e colleghi: 62.411 euro contro 162.855. Ma torniamo al bilancio. La spesa indubbiamente più alta è quella riguardante il personale: 29 milioni 14 mila 500 euro. Di questi, 8.480.000 euro se ne vanno per le retribuzioni dei dipendenti di ruolo (174), mentre per pagare l’unico a contratto la Consulta ha previsto di spendere quest’anno 95mila euro. Più alte sono invece le dotazioni previste per le missioni, 313 mila 500 euro, e per i compensi ad incaricati esterni e collegio esperti in contabilità pubblica, 375mila euro. E ancora: 48 mila euro se ne vanno in formazione e aggiornamento del personale, 62.500 per l’assicurazione contro gli infortuni, 68.500 per la “sicurezza e salute dei lavoratori sul luogo di lavoro” e 290.000 per le spese per i buoni pasto. Quasi 11,5 milioni verranno spesi invece per le pensioni: 3 milioni 849 mila 384 euro per riequilibrare il fondo relativo ai trattamenti degli ex giudici (22 più 12 superstiti) e 7 milioni 643 mila 562 euro per riequilibrare quello degli ex dipendenti (139 più 88 superstiti).

Tutti a bordo – Non è finita. Nella categoria 4, “acquisto di beni e servizi”, salta all’occhio la considerevole somma di 584 mila euro per il noleggio, l’assicurazione, la manutenzione e le spese di funzionamento delle autovetture (un altro dei capitoli di spesa da sempre più dibattuti). Non scherza nemmeno l’uscita prevista per il “noleggio attrezzature d’ufficio e servizi integrati di gestione documentale e stampa”: 463 mila euro. Mentre 400 mila euro verranno impiegati per la manutenzione dei sistemi informatici e 223 mila per “telefonia e manutenzione impianto”. Degni di nota sono anche i 264 mila euro per il funzionamento della struttura sanitaria. Per partecipazioni a “incontri multilaterali” con altre Corti costituzionali, convegni e conferenze, la Consulta prevede di tirar fuori 125 mila euro; 111 mila saranno invece utilizzati per comprare materiali d’ufficio e informatici. E le spese per il restauro e la manutenzione delle opere d’arte? Tranquilli, ci sono pure quelle, anche se sono più contenute: “solo” 64 mila euro.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 29 marzo 2017 per La Notizia

Evasione fiscale, da che pulpito viene la predica…

domenica, ottobre 27th, 2013

Soldi_evasioneIn Tv, all’ora di pranzo (tanto per farti andare il boccone di traverso), parlano di evasione fiscale e lavoro nero. Lo fanno invitando gli esponenti di quei partiti che hanno “depenalizzato” il falso in bilancio, emanato condoni a manetta – 7 dal 1973 ad oggi (due dei quali da parte dei governi Berlusconi, 2003 e 2009, con Tremonti ministro dell’Economia) – e permesso il rientro dei capitali dall’estero (il cosiddetto “scudo fiscale”) a fronte del pagamento di una somma del 5% a titolo di imposte, interessi e sanzioni. Insomma: hanno fatto il solletico agli evasori, a cui questa situazione è piaciuta non poco. L’Agenzia delle Entrate, quella che se un contribuente in regola commette un errore anche solo nel compilare un modulo ti manda a casa la letterina di rimbrotto (con richiesta di pagamento di mora annessa), dice di non avere «gli strumenti adeguati» per combattere fenomeni di questo tipo. Certo. Sarà che forse l’Italia è popolata di tanti Denis Verdini (Pdl) – «Sì, ho preso dei soldi in nero. Ma è una cosa normalissima, si fa così nella vita», ha dichiarato pochi giorni fa davanti alle telecamere di “Report” – e di tanti che i “Verdini” di turno non li vogliono vedere. Chissà perché…

Terremoto mutui – da “Il Punto” dell’11/01/2013

giovedì, gennaio 17th, 2013

Le indagini della magistratura. La lotta intestina nella sinistra senese. La “cura” Profumo. Le proteste dei lavoratori. Il declassamento di S&P’s. I Monti bond. Un grosso punto interrogativo aleggia sul Monte dei Paschi di Siena. Mentre in Emilia Romagna i correntisti accusano: «La banca ci ha bloccato le rate del mutuo ai tempi del sisma, ora ci chiede di pagarne una ogni venti giorni»   

BANCA MONTE PASCHI SIENA PRESENTS NEW INDUSTRIAL PLAN 2012-2015Diciassette dicembre 2012, una data che a Siena hanno segnato in rosso sul calendario. I dodici mesi terribili per la città toscana si sono chiusi in un lunedì d’inverno che ha visto la Guardia di Finanza entrare nella sede della Mens Sana Basket, meglio conosciuta come Montepaschi Siena, la società che negli ultimi sei anni ha vinto il campionato di Serie A. L’operazione “Time Out”, partita dopo i provvedimenti di perquisizione emessi dalla Procura della Repubblica del capoluogo, vuole fare luce su presunti fondi neri che sarebbero serviti per pagare i giocatori. Un terremoto che ha portato alle dimissioni del presidente Ferdinando Minucci, in carica dal 2008. Una vicenda – non certo l’unica – che colpisce in maniera diretta il Monte dei Paschi di Siena, la banca diventata per la Mens Sana un vero forziere. La stessa che negli ultimi anni ha permesso i successi della squadra dell’ex tecnico e C.t. della Nazionale Simone Pianigiani. La sponsorizzazione fra la società di basket e la banca scadrà fra due anni. Ma per il momento a Rocca Salimbeni, storica sede dell’istituto di credito, hanno altro a cui pensare.

RATE PAZZE – Il 17 dicembre è stato un giorno che anche 4.500 terremotati dell’Emilia Romagna, correntisti e mutuatari di Mps, hanno colorato di rosso. Il motivo? All’inizio dell’anno si sono visti recapitare una lettera – spedita tramite posta ordinaria con la data del 17/12/2012 – in cui venivano informati che «dal 1 dicembre 2012» sarebbe terminato «il periodo di sospensione » delle rate, stabilito dopo il sisma del maggio scorso (che ha colpito in maniera particolare anche la zona del mantovano). E che «la ripresa del piano prevede una rimodulazione delle scadenze», come indicato nel prospetto in allegato. Cioè? Non più una rata al mese, ma una ogni venti giorni. Giulia (il nome è di fantasia) ha mostrato a Il Punto il suo piano di «rimodulazione». La rata del maggio 2012, è scritto, va saldata entro il 19 gennaio; quella di luglio 2012 entro l’8 febbraio, quella di agosto 2012 entro il 28 febbraio. E così via. Certo, la banca dice che si può «concordare una rimodulazione del piano di ammortamento diversa da quella indicata». «Tuttavia per noi queste operazioni hanno un costo che verrà caricato sul cliente», ha dichiarato alla Gazzetta di Mantova Elfo Bartalucci, responsabile Mps dell’area Lombardia sud. Giulia ci ha raccontato di non aver «avuto altra scelta», decidendo di «pagare gli interessi» (la sua rata supera gli 800 euro).

ANNUS HORRIBILIS – Una vicenda che arriva al termine di un 2012 da dimenticare per il Monte dei Paschi. Un anno iniziato male e finito peggio, con radici che affondano nei suoi ultimi cinque anni di vita. È l’8 novembre del 2007 quando l’ex presidente Giuseppe Mussari (numero uno dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana) annuncia di aver comprato Antonveneta dal Banco Santander, ad esclusione della controllata Interbanca. Costo: 10 miliardi di euro. Gli analisti si interrogano sulla cifra, perché solo due mesi prima l’istituto spagnolo aveva pagato la stessa Antonveneta 6,6 miliardi. Nel 2008 scatta dunque un primo aumento di capitale, poi bissato nel 2011. L’operazione si rivela un boomerang, e la banca perde valore in Borsa passando dai 12,6 miliardi di capitale ai 2,7 di inizio 2012. Per dirla con l’ex dg Antonio Vigni, «un risparmiatore o un dipendente della banca che cinque anni fa ha investito 10mila euro in azioni Mps, oggi (cioè a gennaio 2012, ndr) ha in mano un valore di appena 800 euro». La difficile situazione del Monte dei Paschi ha avuto pesanti ricadute sull’economia del territorio. Basti pensare che dalla fine degli Anni ’90 la Fondazione Monte dei Paschi – l’ente creato con decreto del Ministero del Tesoro nell’agosto 1995, che fino a febbraio scorso deteneva il 50% di Banca Mps – ha “destinato” a Siena e provincia quasi 2 miliardi di euro. Poi i rubinetti hanno iniziato a chiudersi e a risentirne è stata, fra gli altri, l’Università della città, che nel bilancio unico 2013 prevede una perdita di esercizio di 6 milioni di euro. «Questa non è più la banca della comunità senese, ma di un gruppo di potere che la gestisce solo per i suoi interessi », ha scritto Sinistra per Siena (costola di Sel) sul finire del 2011.

L’ARRIVO DI MR. UNICREDIT – Mps aveva dunque bisogno di una svolta, per la quale è stato scelto l’ex Mr. Unicredit Alessandro Profumo, l’uomo che lasciò Piazza Cordusio con una liquidazione da 40 milioni di euro. L’arrivo di “Arrogance”, autodefinitosi un «civil servant», ha spaccato la sinistra senese. Molto vicino a Pier Luigi Bersani e Rosy Bindi, che nel 2007 candidò sua moglie, Sabina Ratti, come capolista alle primarie del Pd a Milano, Profumo non ha mai attirato le simpatie degli ex Margherita (eccezion fatta per la presidente dei democrat). La sua nomina, e quella del nuovo Cda di Monte dei Paschi – composto, fra gli altri, dal vicepresidente Marco Turchi, vicino a Massimo D’Alema, e dall’ad Fabrizio Viola, sostituto di Vigni – ha di fatto portato alle dimissioni del sindaco di area Ds Franco Ceccuzzi, avvenute il 21 maggio 2012 dopo la mancata approvazione del bilancio cittadino, e al commissariamento del Comune (che controlla il 36,5% di Mps). All’inizio di maggio, inoltre, 150 uomini della GdF di Roma hanno varcato la soglia di Palazzo Salimbeni e di studi legali e abitazioni private sparse fra Milano, Firenze, Padova, Mantova e la Capitale. Motivo: fare luce sull’acquisizione di Antonveneta. La Procura ha formulato due ipotesi investigative: manipolazione del mercato e ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza (fra gli indagati c’è anche l’ex dg Vigni). Una vicenda che ha spinto Profumo a mostrare comunque tranquillità: «I pm non rallenteranno il nostro lavoro». Ma che Monte dei Paschi fosse in difficoltà lo si è capito quando a giugno, presentando il piano industriale 2012/2015, lo stesso presidente del gruppo ha annunciato la chiusura di 400 filiali più la riduzione di oltre 4.600 posti di lavoro (poi ridotti a 2.100), l’esternalizzazione di altri 1.100 dipendenti e una diminuzione della base dei costi del 16% nel triennio. A rimetterci, come spesso capita, sono stati i lavoratori, che hanno dato vita ad una serie di scioperi parlando di un piano industriale «fallimentare». «Così non possiamo andare avanti», contrattacca l’ex numero uno di Unicredit, «c’è il rischio che il posto di lavoro lo perdano tutti. Bisogna guardare in faccia la situazione ». E siccome le disgrazie non vengono mai da sole, a dicembre l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha declassato i titoli del gruppo senese portandoli a junk, spazzatura. L’unica nota “positiva” è il via libera da parte della Ue all’acquisto di 3,9 miliardi di Monti bond. Ma anche su questa operazione ci sono delle ombre. Perché se la banca non avrà la liquidità per pagare gli interessi (10% circa) lo Stato diventerà socio della stessa. Un caso limite, una sorta di “nazionalizzazione light”. Profumo, mesi fa, ha dichiarato che «i clienti di Mps possono dormire sonni tranquilli ». Ne è davvero sicuro?

Twitter: @mercantenotizie

«L’Agenda Monti? Manca la diagnosi della grave situazione in cui siamo» – da “Il Punto” dell’11/01/2013

martedì, gennaio 15th, 2013

Giacomo-VaciagoGiacomo Vaciago, docente di Economia monetaria all’Università Cattolica di Milano e direttore del Circolo Ref Ricerche, è chiaro: «Nell’Agenda Monti, come in tutti gli altri programmi che finora ho letto, manca una diagnosi della gravità della situazione in cui siamo».

Professore, alcuni suoi colleghi hanno espresso un giudizio negativo sull’Agenda Monti. Lei cosa ne pensa?

«L’agenda non è un manifesto né un programma. Ma come c’è scritto – peccato che tanti l’abbiano giudicata senza averla letta – è un  “Primo contributo ad una riflessione aperta”. In italiano, ciò vuol dire che nelle intenzioni di Mario Monti altri disposti a collaborare con lui e a condividerne l’impegno avrebbero dovuto contribuire a  integrare-emendare-migliorare il testo, scrivendo così l’Agenda che alla fine sarà presentata in tempo per il voto degli italiani il 24 e 25 febbraio. Se dovessi aiutare qualcuno a capire il limite principale dell’Agenda Monti, come di tutti gli altri programmi che finora ho letto, direi che manca una diagnosi della gravità della situazione in cui siamo, in un Paese – unico al mondo – che da 15 anni non cresce e da 5 va indietro. I danni li pagano i nostri figli e nipoti».

Due dei passaggi fondamentali sono la riduzione del prelievo fiscale e la crescita. Obiettivi realizzabili?

«È chiaro che se si vota a febbraio ed abbiamo un governo che insedia a maggio, il 2013 è praticamente finito. Se l’Agenda Monti – possibilmente migliorata – ci aiuta a definire i binari su cui si muoverà il Paese nei prossimi anni è perché iniziamo il cambiamento che da vent’anni ci ostiniamo a rifiutare. Ricordo due cose essenziali che sono già nella nostra Costituzione: l’onore, con cui devono adempiere la loro funzione politici e burocrati, e il merito, in base al quale si va all’Università. È ciò che succede nei paesi normali. Non è neppure necessario un “avviso di garanzia” perché un membro del governo si dimetta se è stato colto con le dita nella marmellata. E se vuoi sapere cos’è il merito in Germania consiglio di studiare l’iniziativa di eccellenza delle Università tedesche, iniziata da Schröder nel 2005 e proseguita dalla Merkel».

Ci sono poi la lotta all’evasione e la “spending review”, peraltro già intraprese. In tal senso si poteva fare di più?

«È  ancora tutto da fare. Ricordo che il nostro bilancio pubblico è da anni in equilibrio perché ci sono le maggiori entrate dovute alla “lotta all’evasione”. La mia battuta è:  “Siamo fortunati che c’è l’evasione, sennò dove prenderemmo quei soldi?”. Scherzi a parte, ci sarà sempre evasione se resta l’idea che sono soldi dovuti ad uno Stato che non li merita, o che l’evasore sì che è furbo. È come copiare a scuola: stai imbrogliando il Professore. Nei Paesi normali l’evasore è considerato un ladro: deruba il prossimo. Serve dunque una vera e propria svolta radicale: tutti i soldi portati via agli evasori vanno a ridurre le aliquote. Anche qui, consiglio di andare a vedere le migliori pratiche altrui».

Bersani e Berlusconi sembrano voler “smontare” le riforme fatte dall’esecutivo tecnico. Quali potrebbero essere gli effetti reali delle “rimodulazioni” dei partiti?

«Alla fine Bruxelles, Francoforte e Washington decideranno per noi. Abbiamo ormai imparato che siamo troppo grandi perché ci lascino sbagliare in santa  pace. Nessuno desidera un’Italia che imiti la Grecia. D’altra parte, proprio perché c’è ancora tanta qualità in Italia, vedo che l’estero sta comprando – una  dopo l’altra – le  nostre aziende migliori. Non è la prima volta che abbiamo padroni stranieri. Consiglio di rileggere cosa il grande storico economico Cipolla scrisse sul nostro declino di quattro secoli fa…».

Infine c’è il rapporto con l’Europa. Secondo lei Bersani avrebbe la caratura politica per “affrontare” la cancelliera Merkel?

«Il problema non è tra loro due. Nel nostro gossip quotidiano si è finito col personalizzare tutto, quindi la Merkel è diventata il nostro maggiore problema. Vorrei che ci ricordassimo che di fronte a noi ci sono 80 milioni di tedeschi. E per capire la loro “vista lunga” consiglio di vedere quanto, da anni e col consenso delle parti sociali, stanno investendo in educazione e ricerca. Come noi, la Germania ha da molti anni demografia negativa e per capire come stanno reagendo basta visitare il sito dei Max Planck Institutes, che da dieci  anni assegna borse di studio ai migliori del mondo. Stupisce che prendano sempre più italiani?».

Twitter: @mercantenotizie

La fregatura è sempre dietro l’angolo

giovedì, gennaio 10th, 2013

call-centerPochi giorni fa una mia cara amica, in cerca di lavoro, è andata a fare un colloquio rispondendo ad un annuncio che ha letto sul giornale.

Si trattava, in sostanza, di un call center, che – diceva l’annuncio – «cerca 28 operatori, anche prima esperienza». Cosa offrono? «Contratto a norma, orario part time, turni flessibili, no vendita telefonica, fisso 500 euro mensili più provvigioni».

La mia amica ha parlato con uno dei responsabili del call center. Il lavoro è quello di fissare degli appuntamenti con dei consulenti che poi proporranno ai clienti l’acquisto di un prodotto. Quindi la vendita telefonica c’è eccome (il contratto può essere chiuso o meno, ma comunque dietro la telefonata c’è un fine preciso). Il «contratto a norma» si trasforma in una «partita Iva»: non credo serva spiegare quali costi abbia aprirne una. E pure il secondo punto dell’annuncio decade.

La cosa bella arriva ora: i 500 euro mensili, dal 1° gennaio 2013, non ci sono più. Si lavora «solo a provvigione», si sente dire la mia amica. E mica è finita qui. Le viene consegnata una tabella che stabilisce le retribuzioni in base al numero di contratti che il consulente chiuderà (sempre previo appuntamento dell’operatore). Da 0 a 9 contratti: 0 euro; da 10 a 14 contratti: 200 euro; da 15 a 19 contratti: 300 euro; da 20 a 40 in poi: 400 euro. Capito? Se tu chiudi 9 contratti – il che, per chi ha avuto esperienze di call center, è già un numero elevato visti i tempi – non prendi comunque niente. Hai lavorato gratis, e a partita Iva.

Si trattava, in sostanza, di una truffa. La mia amica ha lasciato perdere, e ha fatto bene. Ma molti quel posto lo avranno accettato. Ecco: se vi trovate anche voi a vivere una situazione del genere, mandate questa gente a farsi benedire. E fate attenzione, perché la fregatura è sempre dietro l’angolo.

Twitter: @mercantenotizie

Grecia, nel 2012 la metà delle aziende ha tagliato gli stipendi – da “Il Punto” del 23/11/2012

martedì, novembre 27th, 2012

Le proteste continuano ad infiammare Atene e le altre città della Grecia. Ma quel che è peggio sono i dati che arrivano dal paese più colpito dalla crisi che sta flagellando l’Europa. Il tasso di disoccupazione è salito ad agosto al 25,4 per cento, mentre solo un anno fa, nello stesso periodo, era a quota 18,4. Poi c’è quello che riguarda i giovani (15-24 anni) e le donne senza lavoro: 58 per cento nel primo caso, 33 nel secondo. In tutto ciò, le nuove misure di austerity volute dalla troika (Bce, Fmi ed Unione europea) continuano a far precipitare la situazione. Tanto che nel 2012 circa il 50 per cento delle aziende greche è ricorso a tagli degli stipendi e riduzioni del personale. A rendere nota la notizia è stato il quotidiano Kathimerini, che nell’edizione del 15 novembre scorso ha pubblicato i dati di uno studio che la compagnia Aon Hewitt (specializzata nella consulenza per la gestione delle risorse umane) ha condotto su 165 imprese. Le multinazionali, invece, hanno resistito, visto che solo il 9,1 per cento ha ridotto i salari e il 17,9 ha licenziato i dipendenti. Sempre il quotidiano conservatore ha fatto sapere che a breve la metà dei 30 traghetti che partono dai porti del Pireo, Lavrio e Rafina, potrebbe essere temporaneamente soppressa a causa dell’elevato costo del carburante – che negli ultimi tre anni è lievitato del 107 per cento – che le compagnie di navigazione non riescono più a pagare. Dal 2009 al 2011, aggiunge ancora Kathimerini, il settore della navigazione marittima costiera ha accumulato debiti per oltre un miliardo a causa della crisi.

Twitter: @GiorgioVelardi

Fastweb atto terzo – da “Il Punto” del 9/11/2012

mercoledì, novembre 14th, 2012

Prima luglio, poi novembre e ora gennaio 2013. Per i circa 600 lavoratori del settore “Customer Care & Customer Base Management” dell’azienda di proprietà di Swisscom la cessione a Visiant sta diventando un “giallo nel giallo”. E ora anche i sindacati, dopo gli entusiasmi iniziali, sono sul piede di guerra  

Un “giallo nel giallo”. È quello di cui sono protagonisti i circa 600 lavoratori del settore Customer Care & Customer Base Management di Fastweb, l’azienda che opera nel settore delle telecomunicazioni nata sul finire degli Anni ’90 a Milano e diventata di proprietà di Swisscom nel 2007, che sarebbero dovuti essere esternalizzati a Visiant Next Spa il primo luglio scorso. Sarebbero, appunto. Perché dopo un primo rinvio dell’operazione a inizio novembre, ora un avviso notificato ai diretti interessati rende nota «la necessità di maggior tempo di quanto preventivato» e che va quindi ridefinita «al 1° gennaio 2013 la data di trasferimento delle persone e delle attività appartenenti al ramo». Una vicenda intricata che, come di consueto, rischia di non avere alcun vincitore ma solo tanti sconfitti: i lavoratori.

L’ANTEFATTO Il Punto aveva dato notizia di quanto stava accadendo proprio quando i giochi sembravano fatti e i lavoratori avevano pure preparato gli scatoloni, all’interno dei quali era stata inserita anche una buona dose di dubbi e incertezze. Il perché è presto detto: Visiant Spa, che controlla al cento per cento Visiant Next (la newco fondata il 23 aprile di quest’anno e controllata a sua volta da Visiant Contact Srl), si trova in amministrazione controllata. Non solo: ci sono punti dell’«accordo di armonizzazione», sottoscritto da azienda e sindacati, che i lavoratori contestano. Due su tutti: il 9 e il 12. Nel primo si assicura che «nella remota ipotesi di fallimento di Visiant Contact Srl o Visiant Next Spa e/o di ammissione di Visiant Contact Srl o Visiant Next Spa a procedure concorsuali, Fastweb Spa selezionerà un nuovo partner a cui trasferire, senza soluzioni di continuità, le attività e i rapporti dei lavoratori appartenenti al ramo d’azienda ed ancora in forza a Visiant Next Spa (…)». Tradotto: la delocalizzazione della delocalizzazione. Poi c’è il punto 12: «Visiant Next Spa conferma che i lavoratori facenti parte del ramo ceduto continueranno a svolgere le attività oggetto del trasferimento di ramo d’azienda, fatto salvo che, in relazione ad una migliore valorizzazione delle professionalità dei lavoratori stessi, siano assegnati a diverse attività». Ciò provocherebbe, in caso, un “effetto boomerang”: Fastweb potrebbe infatti cedere la commessa senza più i lavoratori al suo interno ad un nuovo partner e l’accordo decadrebbe. Come detto, la cessione degli addetti al settore Customer Care & Customer Base Management sarebbe dovuta avvenire a inizio luglio. Poi però il 27 giugno – solo quattro giorni prima del passaggio – i lavoratori ricevono questa comunicazione: «Vi informiamo che il trasferimento non avrà effetto dal 1° luglio. Fastweb, fin dall’inizio del progetto, ha posto come obiettivo primario per il trasferimento del ramo garanzie di stabilità societaria e solidità finanziaria del partner prescelto, della sua controllante e dell’intero gruppo Visiant; questo a tutela sia delle persone che delle attività coinvolte ed in considerazione dell’accordo sottoscritto il 12 maggio 2012 con le parti sociali. A tal fine il gruppo Visiant ha reso noto che nell’arco del prossimo mese saranno fornite alcune garanzie finanziarie (…). Vi forniremo aggiornamenti in merito».

VISIANT E OVERSEAS IND. - Qual è il motivo della retromarcia? Per spiegarlo dobbiamo fare un passo indietro e analizzare la visura della Camera di Commercio di Milano (24 giugno 2011) in cui è scritto: «In merito alla situazione finanziaria della società (Visiant Contact Srl, ndr), si rileva in particolare che il debito tributario per l’Iva non versata al 31/12/2010 ammonta ad euro 6.677.020 e, ai primi mesi di maggio 2011, risulta pari a circa euro 5.950.000. Ad oggi non si è ancora a conoscenza dell’avvenuta conclusione di un piano di ristrutturazione di tale debito». In conclusione, vanno assunte «le appropriate determinazioni in relazione all’approvazione del Bilancio e alla copertura della perdita d’esercizio (…)». In mancanza di tali interventi il rischio è «la messa in liquidazione» della società. Malgrado la situazione fosse complicata fin dall’inizio, Fastweb e i sindacati sottoscrivono l’accordo. Poi arriva il primo rinvio e parallelamente Visiant viene acquistata dalla Overseas Industries, società italiana di investimenti creata trent’anni fa dall’imprenditore Emanuele Costa, che viene affiancato nel 2005 da Federico Nordio. La Overseas sigla un aumento di capitale da 5 milioni di euro per rilanciare Visiant e promette di «sottoscrivere un ulteriore aumento da 3 milioni». Cosa, adesso, ha bloccato l’ingranaggio? «È ovvio che l’ingresso in Visiant da parte di Overseas Industries abbia rimescolato le carte in tavola, e che qualcosa sia andato storto. In questo gioco di accordi fra le società le conseguenze le pagano i lavoratori», ci racconta un dipendente Fastweb che chiede l’anonimato. «La cosa che più ci fa rabbia è che noi ci troviamo in mezzo alla tempesta senza che la nostra azienda sia in crisi», prosegue. Numeri alla mano, nel primo semestre 2012 Fastweb ha sì visto diminuire il proprio fatturato netto, passato da 875 a 853 milioni di euro (-2,5 per cento), ma ha incrementato il numero dei suoi clienti (+78mila unità). «Una perdita – ci spiega il nostro interlocutore – frutto di un abbassamento dei prezzi che è servito a rimanere competitivi sul mercato. Al contrario degli altri operatori, Fastweb non può contare sugli utili del settore “mobile”. La produzione però c’è e va avanti, basti pensare che quest’anno abbiamo percepito un premio di produzione pari a quasi 2mila euro». La rabbia dei dipendenti deriva dalle rassicurazioni che l’azienda ha fornito loro prima di delocalizzarli e dall’atteggiamento che lo Human Capital continua ad avere nei loro confronti. La nostra fonte ci racconta che «pochi giorni prima dell’ultima comunicazione con cui Fastweb ci avvisava che l’esternalizzazione era rimandata a gennaio 2013, un addetto alle risorse umane ha fatto visita alle varie sedi assicurandoci che la stessa sarebbe andata a buon fine. Poi hanno smentito loro stessi». Infine viene sollevato un interrogativo: «Nella comunicazione che ci è stata recentemente inviata è scritto che la data di trasferimento delle persone e delle attività appartenenti al ramo sarà ridefinita “al 1° gennaio 2013”. Cosa vuol dire “al”? Che ad inizio anno ci sarà il passaggio a Visiant, o che tutto è ancora incerto e che potremmo ritrovarci addirittura in mobilità o in cassa integrazione?». Una domanda a cui solo le aziende interessate (compresa la Swisscom, proprietaria di Fastweb, il cui silenzio sulla vicenda fa rumore) possono – e devono – dare una risposta.

VUOTI A PERDERE - Dopo gli entusiasmi iniziali, ora anche i sindacati si stanno ricredendo sulla bontà dell’accordo. Tanto che nei giorni scorsi Fistel-Cisl, Slc-Cgil, Uilcom-Uil e Ugl-Telecomunicazioni hanno diramato dei comunicati in cui chiedono all’azienda un «incontro congiunto» per fare il punto della situazione (la Cgil ha fatto addirittura sapere che «ogni violazione dell’accordo sottoscritto il 12 maggio scorso sarà utilizzata per ricorrere alla Magistratura Ordinaria»). Nel frattempo i lavoratori si sono rivolti all’avvocato Ernesto Cirillo che, contattato da Il Punto, ha spiegato: «Si tratta di una delle tante cessioni di ramo d’azienda che sono avvenute in Italia negli ultimi anni. Uno strumento che permette di rendere le società più leggere perché diminuisce il personale e vengono appaltati i servizi alle aziende a cui lo stesso viene esternalizzato. Alla scadenza di questo contratto, nel caso in questione, Fastweb potrebbe dire: “Questa prestazione mi costa troppo, cerco un’altra ditta che mi fa risparmiare”. Il destino dei lavoratori coinvolti, in base a quella che è la storia del fenomeno, è segnato. Tutti i dipendenti Telecom delocalizzati negli ultimi anni sono poi finiti in cassa integrazione o in mobilità. Sono dei vuoti a perdere, che dipendono al cento per cento dalla società cedente e che una volta terminato il contratto fanno venire meno i posti di lavoro». A metà conversazione l’avvocato si sofferma su un punto: «L’accordo non coinvolge i lavoratori di Bari». Il motivo? «Lì si stanno sfruttando fondi regionali e incentivi. Una situazione che ha portato, nel corso di questi mesi, a convergere sul capoluogo pugliese alcune attività che l’azienda non ha inteso cedere. Per il resto era tutto scritto: i bilanci di Visiant presentavano già delle problematiche – afferma Cirillo – ma i sindacati hanno comunque firmato un “accordo di armonizzazione” con l’azienda. Nello stesso, Fastweb, che dovrebbe teoricamente liberarsi dei lavoratori, parla delle attività come fossero le proprie. È una situazione paradossale, e le parti sociali sono state “morbidissime”. Cosa che sta accadendo anche in altre operazioni della stessa natura. L’unica tutela possibile è il ricorso giudiziario, dimostrando che non c’erano i requisiti di legge per formalizzare l’accordo e che non si trattava di un ramo d’azienda che poteva essere “staccato” in maniera autonoma. I lavoratori – conclude l’avvocato – rischiano di pagare un conto salato e di subire vessazioni giornaliere perché gli verrà richiesto uno sforzo produttivo non indifferente». Eppure, ironia della sorte, nei suoi spot Fastweb si dichiara “sempre un passo avanti”.

Twitter: @GiorgioVelardi

Giù il sipario – da “Il Punto” del 2/11/2012

giovedì, novembre 8th, 2012

L’ente lirico di Bari rischia di chiudere i battenti. Il commissariamento, le lotte politiche per il controllo del Teatro e le battaglie sindacali per l’occupazione. Quale futuro per una delle punte di diamante della cultura italiana?

«Dopo essere risorto a distanza di ben diciotto anni dalle ceneri del rogo del 1991, questo teatro sta per morire nuovamente, e stavolta definitivamente, sul braciere di miserabili lotte di potere. Il rischio è che non ci siano vincitori ma una sola vittima. Sarebbe un duro colpo perché stiamo parlando di un patrimonio morale della comunità, il fondamento stesso del suo civismo». Parole, quelle pronunciate a Il Punto da Michele Bollettieri, ex componente del Cda del teatro Petruzzelli di Bari, che fotografano nitidamente la situazione in cui versa al momento una delle punte di diamante della cultura italiana. Diventata però, negli ultimi mesi, una polveriera.

IL COMMISSARIAMENTO - Il Petruzzelli ha riaperto ufficialmente i battenti il 4 ottobre 2009. Nei primi due anni e passa di gestione la Fondazione, diretta da Giandomenico Vaccari, a detta di molti, ha conseguito notevoli risultati sia sotto l’aspetto artistico che del gradimento di un pubblico sempre più numeroso, il quale ha apprezzato con crescente entusiasmo proposte assai qualificate e di forte attrazione (come ad esempio la Tetralogia wagneriana diretta da Stefan Anton Reck e la Carmen diretta da Lorin Maazel). Con l’arrivo del 2012 la situazione è inspiegabilmente precipitata. Il nuovo Cda è apparso subito diviso al suo interno e, quindi, in una condizione di paralisi; da parte di alcuni consiglieri (Regione, Provincia e Ministero) veniva invocata una discontinuità rispetto alla gestione in corso, accusata – più o meno velatamente – di presunte gravi irregolarità. Un “castello accusatorio”, diciamolo subito, che presenta delle macroscopiche falle. Partiamo dal punto più sbandierato: la supposta cifra di 8,5 milioni di euro di debito accumulato fino al 2011 è in realtà sbagliata per eccesso, come – con il tempo – sono stati costretti ad ammettere un po’ tutti e come ha sancito la Corte dei Conti che, nella “Relazione sulla gestione finanziaria delle Fondazioni lirico-sinfoniche per gli esercizi 2007-2010” scrive che «nel 2010 il bilancio di esercizio si è chiuso con un disavanzo pari a euro 1.874.158» e che «la perdita d’esercizio del 2010 è da imputare essenzialmente al minor contributo incassato dallo Stato». Tale disavanzo, peraltro, risulta pienamente coperto dall’apporto di due immobili conferito dal Comune. C’è poi la questione del dopo-Vaccari per la quale, mentre la maggioranza dei consiglieri di amministrazione pretendeva un segnale di rottura, il sindaco di Bari (e presidente della Fondazione) Michele Emiliano e Michele Bollettieri auspicavano una soluzione di continuità. La lettera inviata il 29 febbraio scorso da Emiliano al governatore della Regione, Nichi Vendola, chiarisce la situazione all’interno del consiglio ed il pensiero del Sindaco: «Le irregolarità di cui parla il Ministro non attengono a una presunta cattiva gestione dell’ente o ad assunzioni poco chiare o illazioni simili ma riguardano esclusivamente la mancata nomina del sovrintendente da parte del nuovo Cda. E questa nomina non è stata fatta perché i due consiglieri nominati dal ministero hanno chiesto discontinuità, con l’avallo dei rappresentanti della Provincia e della Regione Puglia».

CAOS DELLE MAESTRANZE - Di qui il commissariamento (peraltro sollecitato dallo stesso sindaco). La “rivoluzione” annunciata da Fuortes si sta, però, trasformando in un boomerang, visto che ora sul Petruzzelli rischia di calare definitivamente il sipario. Il problema più grave riguarda l’orchestra e il coro, i cui contratti non sono stati rinnovati, avendo il commissario deciso di bandire concorsi per questi due settori strategici che prevedono contratti a tempo determinato, senza riconoscere alcuna anzianità di servizio a chi era già nella pianta organica. In seguito, ha fatto ricorso alla singolare modalità del “sorteggio” tra gli iscritti ai concorsi per le recite del Don Giovanni andato in scena con l’accompagnamento del solo pianoforte, tra scioperi e proteste del pubblico che ha disertato la sala. «Ci dicono che il progetto sia quello di creare una Fondazione “leggera”, ma per noi l’occupazione stabile si traduce in qualità produttiva», afferma a Il Punto Silvano Conti, membro del coordinamento nazionale della Cgil. «Al Petruzzelli si voleva e si vuole fare una precarizzazione delle masse artistiche. Fuortes fa dei bandi di concorso a tempo determinato che aggiungono precarietà a precarietà. E pensi che c’è chi cinque anni fa ha creduto così tanto nel progetto da abbandonare un posto di lavoro a tempo indeterminato…». Un pensiero condiviso anche da Maurizio Lefemine, Rsa dell’orchestra del Petruzzelli che aggiunge: «Fuortes non si sta occupando di nulla, se non di rimpiazzare il personale artistico, con concorsi, peraltro, che hanno visto un’affluenza scarsissima e la conseguenza di non riuscire a formare l’orchestra; inoltre ha reso il Petruzzelli “muto” mentre si addensano nubi sulle coperture per garantire i contratti trimestrali promessi, tant’è che ai primi lavoratori scritturati per L’Italiana in Algeri di novembre verrà garantito un contratto a chiamata. È una persona con cui è impossibile interloquire, che è venuto solo a “resettare” la Cgil. Questo commissariamento ha eretto un muro che rende impossibile l’ottenimento dei finanziamenti dal Comune e dalla Regione ed ha allontanato il pubblico», conclude Lefemine.

LA “DANZA” DI VENDOLA - Dopo la faticosa e contestata messa in scena del Don Giovanni, dunque, si annunciano tempi sempre più cupi. Mentre dalla gestione commissariale anche il governatore della Puglia, Nichi Vendola, pare abbia preso decisamente le distanze. In una missiva inviata al ministro Ornaghi il 9 ottobre scorso, il presidente della giunta regionale ha avvisato che «al “riempimento” della pianta organizzativa del Teatro Petruzzelli si debba procedere con assunzioni a tempo indeterminato». Nel frattempo Emiliano ha fatto sapere di aver «dato mandato alla ripartizione Cultura di bloccare i finanziamenti del Comune» (valutando l’ipotesi di restituire il teatro al Ministero e revocando l’incarico alla Fondazione), mentre il pubblico si lamenta «dell’arroganza» con cui è stato stravolto «il programma della stagione», denunciando la «totale assenza di serietà e professionalità». La paura è che questa volta, se chiusura sarà, non si potrà più tornare indietro.

Twitter: @GiorgioVelardi

L’eretico keynesiano – da “Il Punto” del 14/09/2012

lunedì, settembre 24th, 2012

È diretto e ha le idee chiare, Giulio Sapelli, professore di Storia Economica all’Università degli Studi di Milano e autore de “L’inverno di Monti – Il bisogno della politica”. A Il Punto dichiara: «Fatta eccezione per alcune idee che ha avuto il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, il governo Monti mi ha profondamente deluso. Il problema della crescita si può risolvere aumentando il debito pubblico, non c’è nessun classico dell’economia che afferma il contrario. E se non si abbassano le tasse, nel 2013 in Italia assisteremo alla distruzione sistematica della piccola-media impresa».

Professore, nel suo libro ha scritto che «il nesso fra nazionalizzazione ed internazionalizzazione non si è rafforzato organicamente, ma imponendo l’euro. Una rete che imprigiona tutte le nazioni europee sotto l’usbergo di una banca centrale tedesca piuttosto che europea». Insomma, è stato un fallimento. E non c’è un “piano B”…
«L’euro senza l’unità politica dell’Europa è un fallimento, non c’è dubbio. Quando abbiamo creato la moneta unica senza Stato, cosa mai accaduta in nessuna parte del mondo, eravamo nel periodo di massimo splendore della new economy. Un momento di altissima crescita che sovrastò il resto. In questo modo le asincronie fra unità monetaria e frantumazione politica, e alta produttività tedesca contro bassa produttività soprattutto dell’Europa del Sud, non sono venute alla luce. Appena la crescita del commercio mondiale ha cominciato a diminuire – ed è questo il vero problema al giorno d’oggi, basta guardare i dati di India, Cina, Brasile e Russia –, e la recessione si è abbattuta sull’Europa e sugli Usa, il fatto di avere una moneta unica che impedisce le svalutazioni competitive e la presenza di una banca centrale che non è la Federal Reserve ci ha portato a rimanere intrappolati. Dobbiamo ringraziare alcuni incompetenti dal punto di vista tecnico che hanno copiato lo statuto della Bce da quello della Bundesbank…».

Ha aggiunto che l’epicentro di questa crisi risiede negli intermediari finanziari e quindi nelle banche. Lei ha sottolineato la necessità di una divisione tra quelle d’affari e quelle commerciali…
«Esattamente. In Italia c’è bisogno di ritornare alla legge del 1936, abolendo la riforma Amato e anche quella di Bill Clinton (1999, ndr), che negli Stati Uniti mise la parola fine sul Glass-Steagall Act (la legge bancaria del 1933 che introdusse riforme atte a bloccare la speculazione, ndr). Finché non ci sarà questa divisione non si uscirà dalla crisi finanziaria, perché le banche continueranno a comprare derivati over the counter con i soldi degli ignari depositanti».

Basta conoscerla un po’ per sapere che lei è uno dei primi detrattori del premier Monti. Faccio prima a chiederle se c’è qualcosa che questo governo ha fatto “di buono”...
«Alcune idee che ha avuto il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, come la detassazione al Sud delle assunzioni a tempo indeterminato e la parziale defiscalizzazione di alcune tasse sull’impresa. L’altra faccia della medaglia sono le uscite vergognose della professoressa Fornero, che se avesse operato in un altro Paese, dopo aver messo sul lastrico 350mila famiglie, si sarebbe già dimessa. Per il resto sono profondamente deluso. Ma credo che questo non sia neanche un governo di tecnici: ad esempio Lorenzo Ornaghi, che è un mio caro amico, lo vedo bene a fare qualsiasi cosa meno che il ministro. Se i tecnici sono questi – parlo riguardo la loro competenza – Dio ci salvi da loro».

Si parla da mesi del taglio delle Province. Secondo lei il problema sono le Regioni, che «rappresentano un fallimento istituzionale e finanziario». Perché?
«Lo Stato deve essere fondato sui Comuni. Le Regioni sono un “enfisema polmonare”. Lei si rende conto che la spesa dei ministeri è scesa del 20/25% e quella delle Regioni – anche se ce ne sono alcune virtuose, come Lombardia e Veneto – è aumentata del 150%? Chi dice che il problema sono i Comuni deve vergognarsi. Vuol dire non conoscere per niente come funziona la finanza pubblica».

Qual è la sua “ricetta”?
«Io non sono né un politico né un cuoco, ma un intellettuale. Per cui non ho “ricette”. Ho invece delle idee, e la prima è quella secondo cui in un momento di recessione non si possono aumentare le tasse. Secondo poi, nessun classico dell’economia dice che il debito pubblico è un problema per la crescita. Gli ideologi del sistema non guardano la realtà: il nocciolo della questione è l’assenza stessa di crescita, che si può risolvere aumentando il debito pubblico. Ci sono dei vincoli europei che lo impediscono? Allora va portata avanti una battaglia per cambiarli».

Monti, Merkel e Hollande dovrebbero rileggere Keynes?
«Certamente. Gli economisti più attuali sono lui e Minsky, che fra l’altro ha vissuto a lungo in Italia. A loro due aggiungo Caffè, Momigliano e Labini. La nostra è stata una grande tradizione, poi tutti questi “ragazzotti” hanno iniziato ad andare ad Harvard, con i risultati che conosciamo. Basta con la finanza, bisogna tornare a studiare l’industria».

In questo senso un ruolo chiave lo sta avendo il presidente della Bce Draghi, che non a caso è stato allievo di Federico Caffè, uno dei principali diffusori della teoria keynesiana…
«Anche Draghi ha avuto delle piccole sbandate, cadendo preda dei miti dell’economia neoclassica. Però è una persona di grande buonsenso e intelligenza, con cui ho avuto il piacere di lavorare all’Eni. È un pragmatico, non un fondamentalista, che unisce una buona preparazione teorica a grandi valori morali. Sta dando prova di grande machiavellismo – il mio è un complimento –, aggirando i vincoli della Bce e portando avanti una politica sullo stile della Fed».

Sulla necessità di un nuovo legame fra nazionalizzazione ed internazionalizzazione c’è l’incognita del voto negli Usa, il 6 novembre. Cosa accadrebbe se vincesse Romney?
«Sarebbe una catastrofe. Sul fronte repubblicano l’unica voce fuori dal coro è stata quella di Condoleezza Rice, la quale ha dichiarato che gli Usa devono continuare ad occuparsi del mondo. Sentire Romney mi fa paura, soprattutto quando dice che “Obama si occupa del mondo, io delle vostre famiglie”. Gli Stati Uniti sono diventati una grande forza di libertà e democrazia da quando hanno iniziato ad occuparsi del mondo. Se non avessimo avuto la spinta propulsiva della loro economia saremmo andati a fondo. Le politiche economiche dei repubblicani sono drammatiche. Obama, pur nella sua modestia, ha spinte di realismo kissingeriano molto positive. La sua politica economica gode del peso di un grande intellettuale come Ben Bernanke».

In Italia, invece, si fatica a capire cosa succederà il prossimo anno…
«Se non si abbassano le tasse inizierà la distruzione sistematica della piccola-media impresa. Monti cammina nella realtà ma non si accorge di ciò che accade, se continuiamo così nel 2013 ci sarà una recessione spaventosa. In molti dovrebbero rileggere il Manuale della Finanza pubblica del professor Francesco Forte…».

Twitter: @GiorgioVelardi

Alcoa, il paradosso dei paradossi

lunedì, settembre 10th, 2012

E’ successo ancora, o almeno è ciò che riportano agenzie di stampa e quotidiani online. Sta diventando una guerra civile: lavoratori di aziende in difficoltà che combattono contro altri lavoratori, le forze dell’ordine. Mentre qualcuno siede beato nelle sue stanze climatizzate, con il portafoglio imbottito e la macchina da decine di migliaia di euro in garage.

Questo Paese difficilmente si rialzerà. Fa male dirlo, ma è così. Paghiamo anni di immobilismo, di governi privi di qualsiasi spessore politico, che non hanno saputo in alcun modo gestire situazioni che ad un certo punto sono esplose come bombe a mano. Sull’Alcoa, poi, siamo al paradosso dei paradossi. Come la Fiat, anche l’azienda americana ha goduto di cospicui aiuti e agevolazioni da parte dello Stato: le stime parlano di 2 miliardi di euro fra il 1996 e il 2005.

Piccolo flashback, prendendo in prestito l’ottima ricostruzione fatta pochi giorni fa da “Pubblico”: quando nel 1996 la Alcoa acquisisce la Alumix – società a partecipazione statale poi privatizzata – per circa 400 miliardi di lire, “compra” anche le tariffazioni agevolate che Enel aveva garantito alla stessa Alumix. Altro beneficio, dunque. Nel 2005 il governo Berlusconi cosa fa? Rinnova le agevolazioni. Interviene però la Commissione Europea, che dimostra come questi aiuti siano illegittimi e distorsivi della concorrenza.

«L’Italia – dice la Commissione – deve farsi restituire dall’Alcoa 295 milioni di euro erogati dal 2005». Ma siccome prima si dice che il Paese ha le casse vuote – quindi giù con nuove tasse – e poi quando potremmo riempirle di diritto non lo facciamo, nessuno fa un passo e tutto rimanere fermo. Morale: nel 2011 l’Italia viene deferita alla Corte di Giustizia europea per non aver incassato il denaro.

Infine, meraviglia delle meraviglie, è sempre lo stesso esecutivo che con il cosiddetto «decreto salva Alcoa», nel 2010, prevede per un numero cospicuo di soggetti sconti sull’elettricità. A noi, invece, toccano gli aumenti. E ora quegli stessi lavoratori che hanno pagato direttamente i benefici dei loro datori di lavoro si ritrovano per strada. Complimenti a tutti, meritate un grosso applauso.

Twitter: @GiorgioVelardi

Tagling review – da “Il Punto” del 03/08/2012

martedì, agosto 7th, 2012

I dati del ministero dell’Interno indicano che dal 2010 sono circa 25 gli enti locali che hanno dichiarato il dissesto economico. E la situazione non è destinata a migliorare, visto che con la “spending review” alcune importanti città italiane rischiano il default. L’Anci dichiara: «C’è il pericolo di un pesante conflitto istituzionale e politico»

C’è una parola che in questi ultimi anni abbiamo imparato a conoscere bene. È default. Insolvenza, fallimento. Mancanza di liquidità. E c’è chi, in Italia, vive quotidianamente con questa spada di Damocle che pende sulla testa. Sono i nostri sindaci. Da Nord a Sud, passando per il Centro: tutti contro quella che è stata ribattezzata «Tagling review ». Perché la revisione della spesa pubblica decisa dal governo Monti, che vedrà lo Stato risparmiare 26 miliardi di euro entro i prossimi tre anni, mette seriamente a rischio la stabilità dei Comuni. Il muro contro muro fra l’Anci (l’Associazione nazionale dei comuni italiani) e l’esecutivo guidato dall’ex Commissario europeo non ha portato finora al raggiungimento di un accordo comune. Anzi, a margine dell’incontro che si è svolto a Roma lo scorso 24 luglio fra una delegazione di primi cittadini e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, il numero uno dell’associazione Graziano Delrio ha paventato il rischio «di un pesante conflitto istituzionale e politico, anche nei confronti delle nostre forze politiche di riferimento in Parlamento».

RISCHIO CRAC – Se fino a due anni fa i Comuni che avevano dichiarato il dissesto economico non riempivano le dita di una mano, oggi – secondo dati del ministero dell’Interno – il loro numero si aggira intorno ai 25. E nella black list non ci sono (come si potrebbe facilmente pensare) solamente quelli del Sud, ma anche città del Centro e del Nord Italia. Attualmente sono dieci i Comuni che rischiano il default, fra cui Napoli, Palermo e Reggio Calabria. Il colpo di grazia potrebbe darlo una norma (art. 6, comma 17) inserita nel decreto legge sulla spending review, che chiede ai Comuni di mettere a bilancio un fondo di svalutazione del 25 per cento dei residui attivi più vecchi di cinque anni. Si tratta di entrate inserite in bilancio e non ancora incassate. Secondo stime de Il Sole 24 Ore sono 2,3 i miliardi di euro in ballo, dunque i fondi di svalutazione dovranno bloccare almeno 580 milioni. Ad avere la peggio potrebbero essere proprio due delle città citate in precedenza, visto che fra le municipalità con i bilanci più appesantiti dai residui attivi da svalutare ci sarebbero Napoli (700 milioni di euro) e Palermo (181). Trema anche Torino (499). Ma le difficoltà non si esauriscono qui. «Dal 2007 al 2013, tra tagli e risparmi, sono stati chiesti ai comuni 22 miliardi di contributi», ha recentemente dichiarato Delrio. E ovviamente, a pesare come un macigno, ci sono i 500 milioni di euro in meno previsti per l’anno in corso e i 2 miliardi del 2013/2014. Con un emendamento al decreto sulla spending review nelle casse dei Comuni (via Regioni) entreranno 800 milioni. Ma, avverte il numero uno dell’Anci, «i soldi saranno utilizzati per pagare le imprese. Dunque per i nostri bilanci non cambia nulla». Infine c’è la Corte dei Conti, con il presidente Luigi Giampaolino che sette giorni fa ha fatto sapere che le amministrazioni locali sono «molto esposte a vincoli e restrizioni». Per Regioni, Province e Comuni il calo è «vicino al 20 per cento», mentre le amministrazioni centrali sono «meno colpite dagli effetti di contenimento».

IMU E PATTO DI STABILITÀ – Molto più allarmante il messaggio lanciato da Alessandro Cattaneo, giovane sindaco di Pavia e vice presidente vicario dell’Anci. «Alcuni Comuni, tra cui anche capoluoghi come Lecce, iniziano ad avere difficoltà di cassa e ad agosto potrebbero non riuscire a pagare gli stipendi. Il capoluogo pugliese ha incassato un terzo del gettito previsto dall’Imu». Eccolo un altro problema delle amministrazioni locali. Per quanto riguarda la “super Ici” (che dal prossimo anno dovrebbe tornare interamente ai Comuni), infatti, se da una parte il ministero dell’Economia e delle Finanze ha fatto sapere che l’incasso della prima rata è in linea con le attese – 9,6 i miliardi di euro finiti nelle casse pubbliche: 5,6 andranno ai Comuni e 4 allo Stato –, dall’altra c’è chi afferma la presenza di un ammanco di gettito del 5 per cento. L’Anci ritiene la quota veritiera: «Si tratta di una percentuale media, ciò vuol dire che in diversi centri la mancanza è superiore », ha dichiarato il segretario generale Angelo Righetti. In sostanza, se grandi centri come Roma e Milano si sono classificati al primo e secondo posto per riscossione, ci sono realtà come Napoli, Firenze e Bergamo che hanno fatto registrare il segno meno. Al capoluogo campano mancherebbero 37 milioni, a quello toscano 11, mentre a Bergamo 15. La maglia nera va a Elva, piccolo comune in provincia di Cuneo (102 abitanti), che ha raccolto solo 4.507 euro. Il rischio è quello di una stangata sulle aliquote per le prossime due rate, a settembre e dicembre. Poi c’è il Patto di stabilità, di cui da anni si sottolinea l’eccessiva rigidità, visto che in sostanza pone ai Comuni regole sempre più restrittive. Le quali, spesso, costringono i sindaci a non poter prevedere attività a favore della cittadinanza. «Il Patto di stabilità di fatto strozza la spesa in conto capitale degli Enti locali », ha dichiarato il sindaco di Bari Michele Emiliano. «Occorre quindi una rivisitazione delle modalità di determinazione, con l’allentamento dei vincoli alla spesa per consentire ai Comuni di effettuare i pagamenti alle imprese creditrici e di riprendere gli investimenti, con effetti rivitalizzanti capaci di rilanciare l’economia locale e nazionale». Nel frattempo, secondo quanto anticipato nei giorni scorsi dal quotidiano La Stampa, il governo sta pensando ad un progetto «blocca-dissesti», che consenta alle amministrazioni locali in difficoltà di avviare un meccanismo virtuoso di gestione dei bilanci.

LA «VIRTUOSA» SALERNO – Nel mare magnum delle città a rischio per colpa della spending review c’è (a sorpresa) Salerno. Parlando della situazione del suo Comune, il sindaco Vincenzo De Luca (che si è detto pronto a chiudere il Municipio) ha coniato un’espressione: «Paradosso dell’efficienza». Il perché lo spiega direttamente il primo cittadino campano a Il Punto: «In due anni abbiamo perso un terzo dei trasferimenti dello Stato, dovendo fare i conti con 20 milioni di euro in meno di entrate. A Salerno, e in pochi altri Comuni italiani, il bilancio previsionale del 2012 è stato approvato a dicembre. Se si fa una manovra a luglio, con il nostro bilancio totalmente impegnato, è del tutto evidente che ci troviamo nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Dunque la nostra efficienza ci porta ad essere penalizzati due volte». Prosegue De Luca: «Il taglio lineare non distingue fra le spese correnti e quelle del personale. Noi siamo fra i primi quattro comuni d’Italia per la rete di asili nido – e di gran lunga il primo Comune del Mezzogiorno per il posto negli asili nido nella fascia da 0 a 3 anni: 26,5 ogni 100 –, e il primo capoluogo italiano per la raccolta differenziata (70 per cento, ndr). Tutto è investito sulla qualità della vita e sulle politiche per la persona». A cosa va incontro Salerno con questi tagli? «Rischiamo di avere contenziosi con le imprese con cui abbiamo contratti in essere, e di trovarci a dover bloccare gli stipendi o a tagliare i servizi. Stimo Monti, ma credo sia arrivato il momento di una revisione profonda delle politiche che riguardano gli enti locali dopo anni di devastazione nel rapporto fra centro e Comuni. Io sono per usare la spada, ma in maniera intelligente. Se non abbiamo la possibilità di accendere mutui e di sganciare dal Patto di stabilità le spese per gli investimenti, è chiaro che si va a bloccare la possibilità di creare economia, con un vasto programma di opere pubbliche e manutenzione urbana. Ma nell’area meridionale sarebbe bene sganciare dal Patto anche le quote di cofinanziamento per i fondi europei, altrimenti si blocca la possibilità di adoperarli ». Poi il primo cittadino lancia l’allarme: «Se nel Meridione si elimina la liquidità si va incontro ad una devastazione civile. Se gli unici soldi a circolare sono quelli delle organizzazioni criminali, allora concluderemo questa stagione con una esplosione di usura e di penetrazione della malavita nell’economia. Creare le macerie con le nostre mani mi pare atroce: ho il dovere di sperare che non sia così. Fino ad oggi non siamo arrivati ad un punto d’incontro, mi auguro che prevalga la sensibilità necessaria».

LA PAROLA AI SINDACI Abbiamo incontrato molti di loro lo scorso 24 luglio, a Roma, in quella che – scomodando un passato non certo glorioso per il nostro Paese – è stata definita «La marcia su Roma dei sindaci italiani». Ognuno ha portato nella Capitale, oltre alla fascia tricolore, le proprie difficoltà. Molte delle quali ereditate da precedenti gestioni non certo eccellenti. «Il mio comune si è già accorto degli effetti che hanno avuto le manovre dello scorso anno» dichiara a Il Punto Roberto Castiglion, sindaco di Sarègo, in provincia di Vicenza. «Ci sono stati 300mila euro di ammanco al nostro bilancio che abbiamo dovuto ripianare riducendo le spese – prosegue –. Con questi tagli dovremo sicuramente prevedere nuove e importanti misure di contenimento, proprio perché non vorremmo utilizzare l’ultima “arma” a nostra disposizione, ovvero l’aumento delle tasse». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Virginio Merola, primo cittadino di Bologna e delegato alle politiche istituzionali dell’Anci, che rivela come quello con cui il suo comune dovrà fare i conti «sarà l’ennesimo taglio a bilancio approvato. Noi siamo favorevoli alla revisione della spesa, non alla politica dei tagli, che rendono insostenibile la vita dei cittadini. Dire che si deve tagliare una data cifra non è un ragionamento di merito, ma un colpo mortale ai territori. Bisogna permettere ai Comuni di spendere per gli investimenti e di essere autonomi nella riscossione dell’Imu», conclude. Era presente in Piazza Sant’Andrea della Valle anche il già citato Alessandro Cattaneo. «Abbiamo varcato il limite», esordisce interpellato da Il Punto. «Il rischio concreto è quello di vedere compromessi i servizi essenziali. Noi sindaci ci occupiamo delle scuole, del trasporto pubblico, garantiamo l’assistenza per i ragazzi disabili. Tutto ciò rischia di essere messo fortemente in discussione, per questo contestiamo due aspetti. Il primo: è troppo comodo prendersela con gli enti locali, ultima catena delle istituzioni. Secondo: il metodo. Non si può colpire indistintamente chi ha dimostrato di essere efficiente e governare bene e chi, al contrario, ha sprecato le risorse pubbliche. Vogliamo che venga premiata la virtuosità».

«Salviamo l’Oro rosso campano» – da “Il Punto” del 20/04/2012

mercoledì, aprile 25th, 2012

L’Italia perde un altro dei suoi pezzi pregiati: la Ar Industrie Alimentari. Sono 225 le persone che rischiano di ritrovarsi senza lavoro dal prossimo 30 giugno, ma con l’indotto si sale a 1.500. Causa: la cessione del 51% della società a Princes Ltd, azienda anglo-nipponica che fa capo a Mitsubishi e che ha fatto sapere di non voler puntare sugli stabilimenti abatesi per spostare tutta la produzione a Foggia

Per i lavoratori della Ar Industrie Alimentari, primo produttore di pomodori pelati in Italia con sede a Sant’Antonio Abate (Na), quella da poco trascorsa non è stata una Pasqua come le altre. Perché ritrovarsi senza lavoro, in tempi di forte crisi economica, è diventato in Italia un problema irrisolvibile. Qual è il motivo che il 30 giugno prossimo costringerà 225 lavoratori (e famiglie) – più l’indotto, che li porta a salire a oltre 1.500 – a cercare una nuova occupazione? La cessione del 51 per cento dell’azienda alla Princes Limited, società anglo-nipponica che fa capo alla Mitsubishi corporation. E la conseguente decisione di chiudere (o riqualificare, secondo le ultime intenzioni dei nuovi vertici) gli stabilimenti campani per affidare la produzione ad un altro opificio, quello di Incoronata, a Foggia, passato dalla gestione di Ar Industrie Alimentari a quella della New company Princes Industrie Alimentari. I lavoratori sono in presidio permanente in attesa che la situazione cambi in positivo. Anche se il futuro appare a tinte fosche.

UNA STORIA LUNGA 50 ANNI – Era il 1962. L’anno in cui nasceva La Gotica, la prima delle tante aziende gestite dall’oggi 81enne Antonino Russo. Gli affari girano – e bene –, tanto che nove anni dopo vede la luce lo stabilimento Ipa di via Buonconsiglio, a Sant’Antonio Abate. Nel 1979, poi, La Gotica viene assegnata ad una nuova società di capitali, la Conserviera Sud S.r.l. Negli Anni ’80 Russo costituisce altre quattro società nel settore delle conserve alimentari, che nel 2000 riunisce in un’unica azienda denominata appunto «Ar Industrie Alimentari S.p.a.». Un colosso nel suo campo: l’ultimo bilancio disponibile, datato 2009, vede ricavi pari a 272 milioni di euro, un margine operativo lordo di 30 milioni e utili per 13,7. Le perdite sono per 127 milioni, in crescita di 35,3 milioni rispetto all’anno precedente. Ecco allora l’idea di vendere la quota di maggioranza alla Princes Ltd (che possedeva già il 7 per cento del capitale azionario), anche per dare – forse – respiro internazionale al gruppo. Che però, a ben vedere, non ne ha bisogno, visto che solo il 20 per cento delle vendite di Ar avviene in Italia e il restante 80 è diviso tra Inghilterra, Francia, Germania e addirittura Africa. Ma c’è un altro passaggio importante nella storia industriale di Russo: l’apertura dello stabilimento di Incoronata, a Foggia, costato circa 80/90 milioni di euro, stanziati da Sviluppo Italia (l’Agenzia nazionale per lo sviluppo d’impresa e l’attrazione degli investimenti). Episodio che è stato oggetto di un “giallo”, ovvero un’interrogazione parlamentare, subito ritirata, da parte del deputato abatese Gioacchino Alfano (Pdl), con la quale nel 2005 si domandava all’allora ministro per le Attività produttive Antonio Marzano di fare luce sul futuro dei lavoratori di Sant’Antonio Abate vista la creazione del nuovo opificio. Marzano e Massimo Caputi, amministratore delegato di Sviluppo Italia, rassicurarono i lavoratori: «Gli stabilimenti abatesi resteranno aperti». Peccato che ora i 225 conservieri rischino di ritrovarsi con un pugno di promesse in mano, e nulla più.         

LA PAROLA AI SINDACATI – «Lo stabilimento di Foggia, che in principio doveva servire per affiancare gli opifici di Sant’Antonio Abate – eravamo stati rassicurati anche da Marzano e Caputi –, ora pare diventerà quello principale. Siamo in attesa di un consiglio regionale per analizzare una situazione in cui le parti sociali non sono state interpellate», dichiara a Il Punto Gennaro Cerchia della Rsu Uil. «Abbiamo appreso la notizia del passaggio di proprietà dai giornali, il 26 marzo scorso. C’è un altro particolare, di cui tenere conto: nel momento in cui noi abbiamo chiesto l’apertura di un tavolo di trattativa ai nuovi proprietari della Ar, sono state spedite le lettere ai dipendenti per avvisarli che la lavorazione del pomodoro sarebbe cessata. Non è possibile che uno stabilimento che fattura oltre 200 milioni di euro venga chiuso – prosegue Cerchia –, e che la comunicazione arrivi con così poco preavviso». Ma la Newco sembra intenzionata a riqualificare lo stabilimento in un pastificio: «Fare una riconversione del genere non ha senso. Anche perché a pochissimi chilometri da noi c’è Gragnano, dove ci sono dieci pastai. A mio parere si tratta semplicemente di una presa in giro». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Nicola Ricci, segretario generale Flai-Cgil a Napoli: «Ciò che colpisce è che di fronte ai sindaci dell’area, alla Regione e al Prefetto, l’azienda abbia confermato che il progetto non cambia di una virgola. Si chiudono i siti campani e si lascia attivo solo quello pugliese. La cosa grave è che si viene a sapere della presenza di un finanziamento pubblico dell’Isa (Istituto Sviluppo Agroalimentare, la società finanziaria con socio unico il ministero delle Politiche agricole, ndr) per un totale di 66 milioni di euro in due tranche, che serviranno solo per rafforzare Foggia. Sull’area campana si chiudono i siti, e l’unica proposta è la procedura di mobilità. Ovvero dei licenziamenti di massa. Si fa macelleria sociale». E ai sindacati (come confermato proprio da Ricci) non è stato ancora consegnato alcun documento ufficiale da parte dei nuovi numeri uno della Ar. Emilio Saggese (Uila Napoli) afferma invece: «Gli ultimi dati dicono che nella zona del napoletano si concentra l’80 per cento dei fallimenti della Regione Campania. Fare la guerra tra poveri, delocalizzando tutto a Foggia – dove fra l’altro si lavorerà stagionalmente, cioè solo tre mesi l’anno. Di questo dovrebbe rispondere anche la Regione Puglia – e lasciando a piedi i lavoratori abatesi è un giochino che a noi ovviamente non piace».

IL SOSTEGNO DI BARBATO – Chi perora la causa dei lavoratori della Ar Industrie Alimentari è il deputato dell’Italia dei Valori Francesco Barbato, che ha deciso di passare la Pasqua a Sant’Antonio Abate. «Si tratta dell’ennesimo scandalo di industriali che non fanno più il loro mestiere perché preferiscono fare attività speculativa e finanziaria», dice Barbato a Il Punto. «Più che di imprenditori bisognerebbe parlare di “prenditori”, perché questi intascano finanziamenti pubblici regionali, statali ed europei facendo saltare un intero reparto conserviero, vero “oro rosso” della Campania. Questa classe di imprenditori è poi accompagnata da una scarsa politica industriale, cominciata con il precedente governo Berlusconi e proseguita con quello Monti». Barbato assicura che porterà il caso in Parlamento: «Sto per depositare un’interrogazione per fare luce su questa vicenda, per difendere ad ogni costo gli oltre 220 lavoratori che hanno visto avviata la procedura di mobilità».

LA CONDANNA – Come se non bastasse, all’inizio del mese il numero uno di Ar Industrie Alimentari Antonino Russo è stato condannato dal tribunale di Nocera Inferiore a quattro mesi e al pagamento di 6 mila euro di multa per aver venduto pomodoro cinese spacciandolo come prodotto made in Italy. Le indagini, svolte dai Nac (Nucleo Antifrodi Carabinieri) di Salerno, sono cominciate nell’ottobre del 2010 con il sequestro di 500 tonnellate di pomodoro etichettato «Ar Industrie Alimentari» ma soggetto in realtà a contraffazione. Decisiva, dopo che nel novembre 2010 il tribunale del Riesame di Salerno aveva accolto la richiesta dei legali di Russo disponendo il dissequestro dei beni, è stata la consulenza tecnica del Professor Paolo Masi, preside della Facoltà di Agraria dell’Università Federico II di Napoli. Contattato da Il Punto, Masi ha spiegato: «Si è trattato di un parere basato sulla tecnologia di lavorazione del prodotto. Nel caso in questione, risalente a fine 2010, si parlava di un’importazione di triplo concentrato proveniente dalla Cina, che veniva diluito e ripastorizzato per poi essere inscatolato come doppio concentrato ed etichettato come made in Italy. Quanto sostenuto dalla difesa dell’imprenditore – prosegue Masi – è che il prodotto era sì fatto con materie prime non italiane, ma la lavorazione fondamentale avveniva sul suolo italico e quindi era da considerarsi di produzione interna. Nella mia relazione ho dimostrato che questa lavorazione effettuata nel nostro Paese altro non era che una semplice operazione che serviva a ristabilizzare il prodotto che era stato diluito, ma che non cambiava le sue caratteristiche e anzi le peggiorava, perché il danno termico veniva aumentato». Ma la Ar Industrie Alimentari non è l’unica ad utilizzare pomodori provenienti dal colosso asiatico: «In Italia l’impiego di pomodori cinesi inizia trent’anni fa. I “problemi” nascono quando i prodotti che arrivano da questo Paese hanno cominciato ad essere demonizzati. Attenzione, perché fra l’altro non parliamo neanche di pomodori ma di semilavorati: il loro trasporto dalla Cina all’Italia avrebbe dei costi esorbitanti e i prodotti arriverebbero qui già marci. Da tecnologo alimentare non demonizzo nulla: certo è che quando vedo scritto made in Italy ma in realtà così non è credo sia giusto parlare di “truffa”».

Twitter: @GiorgioVelardi