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Tag: Massimo D’Alema



Renzi_2A sentire i suoi fedelissimi, sembra che la rielezione di Matteo Renzi alla guida del Pd abbia cancellato improvvisamente tutti  i problemi che dal 4 dicembre in poi hanno colpito il partito di Largo del Nazareno. Un’analisi più profonda del successo ottenuto dal nuovo-vecchio segretario imporrebbe invece un giudizio diverso. Nonostante il risultato finale delle primarie, infatti, la forza che l’ex sindaco di Firenze si ritrova oggi tra le mani è indubbiamente più debole rispetto a quella che nel 2014, dopo il 40,8 per cento raccolto alle Europee, sembrava non lasciare scampo agli avversari (a cominciare dal Movimento 5 Stelle). Sul tavolo di Renzi ci sono almeno 5 questioni che andranno affrontate da qui ai prossimi mesi e che non ammettono rinvii. La prima riguarda la gestione interna del Pd.

In questi anni l’atteggiamento dell’ex premier non è stato certamente inclusivo, come dimostra la scissione di bersaniani e dalemiani (ma non solo). È presto per dire se “Matteo” riuscirà ad evitare nuove fuoriuscite, ma la “guerra” sulle percentuali raccolte domenica dai tre candidati è un antipasto che non fa ben sperare. Ieri Sandra Zampa, responsabile comunicazione della mozione di Andrea Orlando, ha chiesto ufficialmente il riconteggio dei voti contribuendo a tenere il clima infuocato, come se non bastasse il fatto che tre giorni fa – seconda questione – sono andate ai gazebo circa un milione di persone in meno di quelle che votarono nel 2013. E che lo stesso Renzi è stato eletto con oltre 600 mila voti in meno della precedente tornata. Un’emorragia di cui, volente o meno, dovrà tenere conto. Terzo punto: il nodo alleanze. L’ex inquilino di Palazzo Chigi ha chiuso le porte a Mdp dicendo di voler dare vita ad una “grande coalizione coi cittadini e non coi presunti partiti”.

Ma la frammentazione dello scenario rischia di farlo finire, nell’ottica di una legge elettorale che dopo tante mediazioni non garantisca la governabilità (quarta spina nel fianco), tra le braccia di Forza Italia. Scenario che certamente non dispiacerebbe a Berlusconi, ingabbiato da Salvini e Meloni, ma che trova favorevole solo il 25% degli elettori dem interpellati da Ipr Marketing. Meglio sarebbe invece un ticket con Pisapia e scissionisti (55%). Infine c’è il rapporto col Governo Gentiloni. In pubblico il segretario e i suoi sodali, come il reggente del partito Matteo Orfini, ripetono che “il Pd è il principale partito che sostiene l’Esecutivo” e che “adesso sarà più semplice farlo”. Ma chi conosce Renzi sa della sua sfrenata voglia di tornare a comandare, non tanto dal Nazareno quanto da Palazzo Chigi. Mattarella permettendo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 3 maggio 2017 per La Notizia






Sergio_StainoSergio Staino non è uno abituato a disertare appuntamenti così importanti. Ecco perché domani l’ex direttore de l’Unità, vignettista e “papà” di Bobo, sarà fra coloro che sceglieranno il nuovo segretario del Pd. Nonostante una disaffezione generalizzata per le primarie, alle quali dovrebbero partecipare, dicono i sondaggi, circa la metà di iscritti e simpatizzanti del 2013. “Voterò per Andrea Orlando perché credo che un suo buon risultato possa contribuire a riunire il Centrosinistra, un lavoro che Matteo Renzi ha più difficoltà a realizzare”, spiega Staino a La Notizia.

Il rapporto fra voi due non è mai stato idilliaco…
Ha avuto degli alti e dei bassi, lo chiamerei dialettico, com’è giusto che sia all’interno di un partito di tante anime. Al di là delle questioni personali, è indubbio che l’ex sindaco di Firenze abbia la vittoria in tasca. Mi piacerebbe che dopo queste primarie Renzi si convincesse a svolgere un lavoro collegiale, senza continuare a fare di testa sua, com’è successo finora. Il Pd deve rispettare tante anime, non una sola.

In questo, secondo lei, “Matteo” va rimandato senza appello.
Direi proprio di sì. Se vittoria sarà, mi auguro sia “temperata”: Renzi deve seguire i consigli di chi ne sa più di lui, guardarsi intorno, senza ripetere esperienze come quella de l’Unità, per esempio. Ci ha ignorati fin dall’inizio, non è stato piacevole…

Perché il Guardasigilli e non Emiliano? Anche lui vuole tagliare i ponti con l’esperienza dell’ex premier.
Non lo prendo neanche in considerazione. Gliel’ho detto anche a quattr’occhi: fin quando sarà ufficialmente membro della magistratura non lo vedrò come un uomo politico. La sua peraltro è una linea avventurista, superficiale e contraddittoria: francamente, spero che prenda pochi voti.

Queste potrebbero essere le primarie che segneranno la fine del Pd?
Non lo so, di sicuro c’è che la sinistra italiana è in una crisi profondissima e senza un leader. L’abbandono di una filosofia politica storicamente consolidata si è profondamente perduta lasciando spazio alla superficialità tipica del mondo globale e virtuale. Non c’è più nessuno che studia.

Nemmeno Renzi?
Nemmeno lui. Avrebbe dovuto imparare da grandi vecchi come Macaluso, Masullo, Vega. Invece ha dimostrato tanta superficialità: la politica è molto più dura e profonda.

Ieri, sul Corriere, Pagnoncelli ha scritto che queste primarie sembrano “più un processo di legittimazione del leader che un laboratorio di nuove idee”. Condivide?
Sono d’accordissimo.

Quindi il Pd sta diventando un partito personale?
Sta diventando sicuramente quello che Veltroni non voleva che fosse, cioè una forza fondata sul corpo del leader. L’errore più grande commesso da Renzi è stato quello di aver dissolto il Pd. La “botta” più forte che ha preso, cioè la sconfitta al referendum, è stata figlia dell’assenza del partito sul territorio. Oggi rivolgersi ai contesti locali con una piattaforma che si chiama “Bob” vuol dire aver capito poco…

Domani ai gazebo dovrebbe andare circa la metà di coloro che votarono nel 2013. Pesa la scissione di Mdp?
Conterà tanto, anche perché Bersani e D’Alema gettano sfiducia. Una sensazione che certe mattine coinvolge anche me, ma poi mi ricordo di essere schiavo della parola di Gramsci.

Renzi intanto ha chiuso loro le porte in ottica alleanze post-voto.
Il Pd, al di là di chi lo guiderà, dovrà cercare di stringere alleanze, possibilmente senza andare contro natura. Credo però che quella con Mdp sia un’esperienza chiusa: dopo le accuse con cui sono andati via meglio lasciarsi dove stanno, complice pure lo scarso numero di seguaci che hanno. Guarderei piuttosto a Pisapia e a Sinistra Italiana.

E se alla fine, invece, l’alleanza il Pd la facesse con Berlusconi?
In condizioni eccezionali, a difesa della democrazia possono crearsi alleanze eccezionali. Un patto con Berlusconi per arginare l’avanzata del grillismo va messo in conto. Vedremo, mi auguro che non ce ne sia bisogno.

Tornerà a dirigere l’Unità?
Al momento non ci sono le condizioni: esiste un coacervo di problematiche e la totale assenza di volontà politica di superarle. Mi sono dimesso per questo. Aspettiamo il risultato delle primarie, ma se Renzi resterà in sella non so quanto gli interesserà de l’Unità.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 29 aprile 2017 per La Notizia






dalemaGraziano Delrio, uno dei fedelissimi dell’ex premier Matteo Renzi, è stato in qualche modo profetico. “La scissione è una scelta tragica”, ha detto il ministro dei Trasporti dopo l’infuocata direzione del Partito democratico di lunedì scorso, perché “butta all’aria gli sforzi di tante persone, è una responsabilità enorme che ci si prende sulle spalle”. Ed è proprio così. Perché a sentire alcuni tra i principali sondaggisti del nostro Paese, un Pd senza la minoranza dei vari Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Massimo D’Alema tanto invisa all’ex sindaco di Firenze rischia di portare i dem ad ambire al gradino più basso del podio in vista delle prossime elezioni Politiche. Una dura botta per le sfrenate ambizioni del rottamatore, che punta a riprendersi Palazzo Chigi. Ma andiamo con ordine.

Se il Movimento 5 Stelle oscilla ancora fra il 28 e il 30% nonostante i guai che attanagliano la giunta romana di Virginia Raggi, e un Centrodestra con Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia riuniti sotto lo stesso tetto nonostante la diversità di vedute potrebbe addirittura giocarsela alla pari con i pentastellati (molto conterà ovviamente con che tipo di legge elettorale si andrà a votare), l’addio della costola “sinistra” del partito del Nazareno provocherebbe un’emorragia importante. Tanto che al collo dei dem finirebbe addirittura una simbolica quanto inutile medaglia di bronzo. “Secondo le rilevazioni che abbiamo effettuato negli ultimi giorni”, dice a La Notizia Carlo Buttaroni, presidente e direttore scientifico di Tecnè, “l’area di sinistra alla quale possiamo oggi ascrivere i vari Bersani, Michele Emiliano e D’Alema vale circa il 14%”.

Inutile stampella – Certo, ammette Buttaroni, “stiamo ragionando senza un’offerta politica concreta, che ad oggi potremmo quasi definire ‘immaginifica’”. Però i numeri parlano chiaro. Ancora di più se la “stampella” del Campo progressista di Giuliano Pisapia rischia di non riuscire a colmare il vuoto lasciato dagli scissionisti. “A Milano, Pisapia ha sempre goduto di un alto gradimento, ma trasformare la sua popolarità in consenso politico – conclude il numero uno di Tecnè – non sarà facile”.

Tutti dentro – Anche per Ipr Marketing la fuoriuscita della minoranza avrebbe effetti dolorosi per il Pd. “Un partito di sinistra che comprende al suo interno pure il progetto di Vendola e Fratoianni”, rivela il direttore Antonio Noto, “vale oggi fra il 10 e l’11%. Il Pd? Si fermerebbe al 22%”. Ben lontano dai fasti del 40,8% raccolto alle Europee del 2014. “Così facendo i dem rischiano di arrivare dietro al Centrodestra unito e al M5s”, fa notare il numero uno di Ipr, “anche se molto dipenderà dal tipo di legge elettorale che partorirà il Parlamento”. Perdite più contenute, invece, secondo Emg Acqua, l’istituto diretto da Fabrizio Masia. Che ieri a Repubblica ha spiegato che con la scissione il Pd perderebbe il 4%, percentuale che però potrebbe salire fino al 10-12%. Renzi è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 17 febbraio 2017 per La Notizia






Primo luglio 2012: «In un nuovo centrosinistra europeo Monti può trovarsi a perfetto agio. È una personalità liberale che con la sua azione può mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti. La sua insistenza sul completamento del mercato unico è giusta. Ha posizioni che a me paiono compatibili con il nostro orizzonte programmatico».

Quattordici dicembre 2012: «L’ho detto a Monti personalmente, ora glielo dico pubblicamente: sta logorando la sua immagine. Preservi se stesso, sia utile al Paese, non si faccia coinvolgere negli spasmi di una crisi politica sempre più convulsa e sconcertante per i cittadini. (…) Trovo che sarebbe illogico e in qualche modo moralmente discutibile che il Professore scenda in campo contro la principale forza politica che lo ha voluto e lo ha sostenuto nell’operazione di risanamento. Avendo grande stima di lui spero che non lo farà».

È strano pensare che entrambe le dichiarazioni siano state rilasciate dalla stessa persona, e a distanza di pochi mesi. Eppure è così. Neanche fosse dottor Jekyll e mr. Hyde, con una incredibile capriola, Massimo D’Alema ha fatto “un passo indietro” rivalutando – in negativo – la figura di Mario Monti. Perché averlo come alleato va bene, ma contro no, questo il presidente del Copasir proprio non lo può sopportare. Perché «qui stiamo parlando del futuro del Paese e delle istituzioni, non stiamo all’asta delle poltrone», ha aggiunto. Sussulto d’orgoglio. O forse paura. Quella, cioè, di vedere il centrosinistra ancora una volta subalterno alle altre forze che compongono lo scacchiere politico italiano: la “discesa in campo” di Monti e la capacità di Casini e Montezemolo di muovere «truppe cammellate» a suo sostegno fanno sudare freddo i vertici di Largo del Nazareno.

Nel 2006 Prodi riuscì a compiere il miracolo, ma poi il suo progetto si squagliò come neve al sole neanche due anni dopo, complice il fatto di aver messo in piedi una coalizione che andava da Mastella a Bertinotti. Un’ammucchiata perdente che diede a Berlusconi e al Pdl la possibilità di tornare a governare potendo contare sulla più ampia maggioranza nella storia della Repubblica. Ora l’incubo potrebbe ripetersi. Tutto, ovviamente, dipende dall’ex Commissario europeo, che continua a glissare sul suo futuro ma che prima o poi dovrà prendere una decisione definitiva.

Ma torniamo a D’Alema che, “rottamato” Renzi, deve decidere cosa farà da grande. Nell’intervista rilasciata il 14 dicembre al “Corriere della Sera” l’ex ministro degli Esteri è stato chiaro: «Ho dato la mia parola, non mi ricandiderò». Aggiungendo: «Vorrei ricordare che non sono disoccupato: sono presidente della fondazione Italianieuropei e sono a capo – nientemeno che, verrebbe da dire, ndr – della Foundation of European Progressive Studies. Faccio parte dei vertici del Pse». Ed è anche giornalista professionista. Quindi chissà che, per schiribizzo, il premier del “ribaltone” non voglia togliere il posto a qualche illustre commentatore – o a qualche precario – rispolverando la gloriosa tessera dell’Odg.

C’è comunque chi lo indica nuovamente alla Farnesina. E lui, sornione, dice che se arriverà una chiamata la valuterà. Quindi niente deroga, quella lasciamola alla Bindi. Anche perché, dopo la fredda replica di Bersani («Non sono io a nominare i deputati») alle sue esternazioni di metà ottobre («Posso candidarmi se me lo chiede il partito») e le parole non certo al miele del vicesindaco di Vicenza – e portavoce del segretario alle primarie – Alessandra Moretti, D’Alema ha capito che una forzatura sarebbe controproducente. Quindi meglio restare alla finestra. E magari, nel frattempo, rileggere il celebre romanzo di Stevenson. Certo, non un’opera contemporanea, visto che è datata 1886. Però per lui, che è in Parlamento da quasi 24 anni, dovrebbe andare più che bene.

P.S. Chiunque trovi un provvedimento che porta il nome di D’Alema, e che ha cambiato il corso degli eventi in Italia, è pregato di farcelo sapere. Buona ricerca.

Twitter: @GiorgioVelardi






Tanto spirò il vento della «rottamazione» che alla fine i rottamati si trasformarono in rottamatori. Succede anche questo nell’Italia che cammina (a rilento) verso la Terza Repubblica, o che forse torna (correndo) alla Prima. Fatto sta che a pochi mesi dalle elezioni, con una legge elettorale ancora in fase “embrionale” e senza uno straccio di programma di cui poter discutere, l’attenzione è catalizzata in toto su chi deve essere “pensionato” o “dimesso”. Nel Pd come nel Pdl. Fra i democrat il protagonista assoluto è Massimo D’Alema. Il premier del “ribaltone” (dopo la caduta del governo Prodi del 1998), poi parlamentare europeo, ministro degli Esteri, membro di svariate commissioni (fra cui quella della pesca), vicepresidente dell’Internazionale Socialista e numero uno del Copasir. Da quasi 25 anni in Parlamento. Aveva pensato di non ricandidarsi, D’Alema. «Ne avevamo perfino parlato io e Bersani, un paio di mesi fa – ha rivelato lui –. Gli avevo detto: ragioniamo, troviamo un modo per un mio impegno diverso… Valutiamo assieme l’ipotesi che io non mi ricandidi al Parlamento. Ma ora no. Così, per quanto mi riguarda, no. Poi, naturalmente, parlerà il partito». Frasi pronunciate prima del “passo indietro” – o “autorottamazione” – di un altro pezzo da novanta del Partito democratico: Walter Veltroni. Il suo annuncio di non ricandidarsi ha provocato un effetto a cascata che finora ha portato con sé i vari Castagnetti, Turco, Treu, Parisi… Ma non D’Alema. O almeno non ufficialmente. Perché, ha detto il lider Maximo nel salotto televisivo di “Otto e mezzo” su La7, «se vince Bersani metterò a disposizione il mio posto in lista e non chiederò deroghe, ma se vince Renzi ci sarà uno scontro politico». Parole che portano a formulare tre domande. La prima: perché il Pd, in un momento di totale violazione delle regole da parte di una certa politica, crea scorciatoie per violarne una che fra l’altro è nel suo Statuto, e che prevede il limite dei tre mandati – cioè 15 anni in Parlamento – per i suoi deputati e senatori? La seconda, consequenziale: perché inserire quella norma nel regolamento del Pd, vista la presenza (già al tempo) di alcuni “fuoriquota”? Infine: cosa farà D’Alema in caso di vittoria (difficile, ma non certo impossibile) di Renzi? Darà veramente vita ad una nuova creatura di sinistra, dal sapore europeo e in combinata nordica con Vendola – come ipotizzato sette giorni fa da il Fatto Quotidiano – con il serio rischio di far esplodere il Partito democratico? Quesiti ai quali il presidente del Copasir dovrebbe rispondere facendo chiarezza. Sull’altra sponda del Tevere le acque sono sempre più agitate. “Colpa” di Daniela Santanchè. Quella che il 25 marzo del 2008 rivolgeva un appello alle donne italiane: «Non date il voto a Silvio Berlusconi, perché ci vede solo orizzontali e mai verticali». Al tempo, la ”pasionaria” azzurra militava ne La Destra di Storace. Poi è tornata all’ovile, è stata nominata sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e dopo la caduta dell’esecutivo guidato dal Cavaliere è diventata una delle maggiori oppositrici di Monti. Ma anche della nomenklatura del suo partito. Che, ha tuonato lei pochi giorni fa, dovrebbe dimettersi in blocco. Sarebbe difficile riepilogare tutte le reazioni dei suoi colleghi di partito. Basta quella del segretario Alfano, che ha definito il suo atteggiamento «sfascista» (e menomale che c’era la “s” davanti alla “f”…). Anche lei, da possibile rottamata – o “formattata”, per dirla con i giovani di centrodestra – vuole salvarsi rilanciando. Ma senza disporre di assi nella manica.

Twitter: @GiorgioVelardi






Dallo scorso 2 settembre il deputato del Pd Roberto Giachetti sta portando avanti un digiuno anti-Porcellum, dopo quello fatto dal 4 luglio al 9 agosto. Ora qualcosa si muove ma, dice lui, «il mio sciopero della fame è iniziato con l’obiettivo che ci fosse almeno un voto al Senato. Finché non arriva vado avanti».

Prima di tutto le chiedo come sta… 

«Sto come uno che digiuna da 41 giorni, i valori delle analisi sono un po’ al limite. Però dal punto di vista della convinzione mi sento più forte di prima».

Cosa pensa dello “scheletro” della riforma?

«Innanzitutto va mantenuta la promessa fatta agli elettori: superare il “Porcellum”. Si è passati dalle stanze dei partiti a quelle di una Commissione formale, ed è positivo. Però ci sono voluti nove mesi per mettere nero su bianco un testo che non fa mezzo passo avanti rispetto alle posizioni iniziali degli schieramenti. Senza alcun punto di incontro fra questi. C’è da riflettere».

Ci sono le preferenze…

«La loro eventuale reintroduzione mi preoccupa, perché ad oggi dimostrano di essere un elemento di corruzione praticamente accertato. Riproporle in un momento come questo significa vivere sulla luna. In più, le risorse che ci vogliono per portare avanti una campagna elettorale con le preferenze portano ad un grande sperpero di denaro. Ma c’è un altro punto che mi impensierisce…».

Mi dica… 

«Il premio di coalizione. La mia riflessione è viziata dall’essere contro l’impianto proporzionale, però domandiamoci quale lista o coalizione prenderebbe oggi il 40%, utile per il premio del 12,5%. Nel nostro caso, per arrivarci, dovremmo mettere insieme tutto e il contrario di tutto. Per poi ritrovarci, dopo pochi mesi, di nuovo alle urne. Il presidente Napolitano dovrebbe inviare un messaggio formale alle Camere indicando la strada da seguire».

Lei è un “renziano”. Perché lo “zoccolo duro” del Pd ha così paura del sindaco di Firenze? 

«Perché da quanto questa classe dirigente è sulla scena non ce l’ha fatta a cambiare il Paese. Ad un certo punto arriva l’esigenza di passare la mano. E Renzi ha trovato la chiave di volta del problema. D’Alema? È una persona intelligente. Mi sarei aspettato che dicesse: “Aiuto la nascita di una nuova dirigenza e faccio un passo indietro”. Invece accade il contrario. Il voto da dare alla nostra epoca non è, a mio avviso, positivo».

Twitter: @GiorgioVelardi






”La gioiosa macchina da guerra” è tornata di colpo un’espressione attuale. Accostata al Partito democratico, che i sondaggi vedono in vantaggio in vista delle elezioni del 2013. Una battuta scherzosa che fu coniata da Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista Italiano e protagonista della “svolta” che portò alla nascita del Pds. Un colloquio, quello intercorso con uno dei principali attori della storia della sinistra italiana, che gli ha permesso di ragionare sul passato e di fare ipotesi sul futuro. Del centrosinistra, ma anche e soprattutto dell’Italia.

Onorevole, se “la gioiosa macchina da guerra” da lei guidata – e di cui recentemente ha negato l’esistenza: «Non c’è mai stata» – non ha superato i crash test, quella con a bordo Pier Luigi Bersani dovrebbe viaggiare spedita. Così non è. Cosa non va nel Pd?
«Il problema del Partito democratico risiede nel suo atto di origine. Si è dato vita ad una semplice fusione a freddo fra apparati, mentre bisognava partire da una costituente programmatica che determinasse una vera e propria contaminazione ideale e politica fra le diverse tradizioni: quella comunista, socialista, del Partito d’Azione e cattolica di sinistra, da cui è animata la società italiana. Soprattutto, andava e va ancora oggi superato il pregiudizio secondo il quale per definirsi liberal bisogna essere moderati: a mio avviso si può essere liberal e al tempo stesso radicali, nel senso alto del termine. Bisogna cioè andare nella direzione del mutamento dell’attuale modello di sviluppo e della finanziarizzazione dell’economia italiana ed europea, sostenendo con forza la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Uno dei punti cardine del programma della “svolta”, di cui non si è tenuto conto. Per fortuna, quando c’è una situazione di crisi, le idee giuste che vengono irrise ritornano a galla».

In molti hanno sottolineato l’esistenza di analogie fra il 1994 e il 2012. Lei invece le ha rigettate: perché?
«Credo che accomunare quanto accaduto diciotto anni fa con ciò che sta succedendo oggi sia una vera e propria idiozia. Nel 1994 eravamo alla fine della prima fase della storia della Repubblica: una situazione segnata dalla grave crisi dei partiti tradizionali, scomparsi sotto la mannaia di Mani pulite. Berlusconi riuscì, grazie ad un inganno mediatico, a presentarsi come “l’uomo nuovo” per il Paese, una figura che non aveva niente a che vedere con il passato. Ciò – come ben sappiamo – non era vero, perché il Cavaliere era figlio dei finanziamenti di Craxi. Il ’94 fu l’inizio di un arco storico che abbiamo definito “Berlusconismo”, che portò delle novità di tipo “dinamico”. Oggi siamo alla fine di questo arco, ma ci troviamo anche di fronte ad una prospettiva diversa, vuota. Credo quindi che coloro che facciano un paragone di questo tipo sbaglino, mettendo a confronto la notte con il giorno».

Casini ha aperto ad un’alleanza fra progressisti e moderati, Vendola ha chiesto che venga ricreato un centrosinistra forte che non escluda Di Pietro. Lei, che sostiene il governatore della Puglia, crede che alla fine si arriverà ad un punto di incontro oppure si darà vita ad una doppia alleanza – Pd e Udc contro Idv e Sel – che rischierebbe di provocare l’ennesima sconfitta?
«Le geometrie fatte a tavolino non tengono conto degli umori della società italiana. In questo Paese è in corso un distacco profondo dalla politica ufficiale, un malcontento che cresce e che rischia di andare esclusivamente nella direzione del voto di protesta. Il vero problema oggi non è quello di anteporre il gioco delle alleanze a tutto il resto, ma di concentrarsi sui programmi, di dire sulla base di quale progetto si vuole correre insieme. In uno scenario come quello che si sta disegnando ultimamente – cioè un centrosinistra dove ci sia solo il centro e non la sinistra – verrebbero a mancare valore e peso; la vera questione è far venir fuori dall’arco del centrosinistra idee capaci di intercettare il disagio e le aspirazioni del popolo italiano».

Parlava di «malcontento che cresce e che rischia di andare esclusivamente nella direzione del voto di protesta». Il pensiero corre a Beppe Grillo. Crede che ci sia la reale possibilità di veder trionfare il Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni?
«Qualora non ci fosse un atteggiamento come quello che ho descritto poc’anzi, il Movimento di Beppe Grillo potrebbe fare del male, intercettando il malcontento popolare.Si potrebbe creare una situazione in cui Pdl e Pd perdano voti rispetto alla popolazione, ma i democratici riuscirebbero comunque ad ottenere una vittoria “fragile”. In una situazione come quella attuale, in cui sono necessarie grandi scelte, Grillo potrebbe creare seri problemi a chi governa ».

«Consiglio a Bersani di mettere insieme tre o quattro idee forti attorno a cui chiamare a raccolta tutto il popolo del centrosinistra », ha detto lei. Se fosse il leader dei democrat, da dove partirebbe?
«Prima di tutto bisognerebbe essere in campo, io non lo sono più da tempo. Però, a mio avviso, bisognerebbe spiegare bene agli italiani il tema del rigore. Mi viene in mente Berlinguer, che fu il primo a parlare di austerità ma rimase inascoltato. Collegati a ciò ci sono altri due elementi: l’equità e la redistribuzione della ricchezza. In Europa e nel mondo abbiamo un aumento spaventoso della concentrazione della ricchezza in pochissime mani: si parla addirittura di trecento famiglie che possiedono più di tutto il resto della popolazione mondiale. L’altra faccia della medaglia è un aumento delle condizioni di povertà. Un reale mutamento del modello di sviluppo deve necessariamente passare attraverso l’amalgama di questi due elementi, uscendo dalla dittatura finanziaria delle banche».

Del Pd appare poco chiaro un aspetto: il partito aveva la possibilità di vincere le elezioni dopo la caduta di Berlusconi, ma ha scelto di appoggiare l’esecutivo tecnico di Monti. Lei come ha interpretato questa decisione?
«L’errore è stato commesso un anno prima, quando c’era la possibilità di sferrare il colpo finale e far cadere Berlusconi. Invece si è tergiversato, e in poco tempo siamo rimasti vittima di questo “folletto malizioso” che si chiama spread. Vincendo in quel momento si sarebbero potuti affrontare per tempo i problemi della crisi finanziaria. Nel momento in cui, pochi mesi fa, il Cavaliere ha rassegnato le dimissioni, non so neanche io cosa si potesse fare. Ci sono stati due/tre giorni di terrore, il ricorso a Monti era in quel momento necessario. Ciò che mi lascia perplessoè il fatto che dopo una prima fase di tamponamento si sia andati avanti con un ulteriore tamponamento: in questo modo l’organismo deperisce. Si sta continuando a scaricare sui “soliti noti” ciò che non va».

Massimo D’Alema ha parlato di Monti come di «un liberale con posizioni compatibili con il nostro orizzonte programmatico». Da chi ha alle spalle una storia come la sua, parole del genere sono suonate leggermente stonate. Crede che l’ex Commissario europeo possa essere il presidente del Consiglio ideale anche per la prossima legislatura?
«Evidentemente D’Alema conosce il vero orizzonte programmatico del Pd, cosa che sfugge ai più. Da quanto mi risulta ce ne sono almeno tre o quattro. L’eventuale rielezione di Monti non si può scindere dalla valutazione dei processi sul campo. Se andiamo avanti con l’attuale situazione di malcontento andremo incontro a forti tensioni sociali che renderanno difficile la sua ricollocazione al governo. Arriveremo ad un punto in cui la scelta tra un’ipotesi organica di centrosinistra – con una vera prospettiva di rinnovamento programmatico – ed il centrodestra diventerà inevitabile»

Matteo Renzi chiede la “rottamazione” dell’establishment del Partito Democratico: da Veltroni a Rosy Bindi, da Enrico Letta a D’Alema. Crede che quella del sindaco di Firenze sia una proposta a cui dare seguito?
«Ritengo che Renzi abbia ragione a proporre il mutamento di una classe politica che è lì da sempre e che non si smuove, qualsiasi cosa faccia. Il torto risiede però nel fatto di porre la questione soltanto in termini anagrafici. Lui più volte ha detto che “Tizio, Caio e Sempronio hanno fatto bene”, ma che “data l’età devono andarsene”. Io l’ho anticipato, mi sono “rottamato” molto prima. A parte ciò, credo che Renzi faccia meglio a dire dove si è sbagliato, e in quale direzione si deve andare. C’è un’altra cosa che non mi convince di lui: apprezzo che sia un liberal, ma ciò non vuol dire coniugare questa idea solo con il moderatismo. È possibile – e la tradizione italiana lo dimostra con i Salvemini, i Gobetti, i fratelli Rosselli – coniugare come ho detto prima la visione liberal con quella radical, di mutamento effettivo del modello sviluppo. E in questo senso, a differenza di Renzi, non si può stare con Marchionne».

Crede che Renzi abbia sbagliato partito?
«Ci sono due considerazioni da fare: Renzi ha sbagliato partito e il partito ha sbagliato se stesso, perché non è riuscito in quello che doveva essere il capolavoro di un partito democratico. Ovvero far sì che uomini onesti provenienti dalla tradizione cattolica potessero convivere in una sintesi più alta con quella socialista».

Berlusconi ieri e oggi. C’è chi consiglia al Cavaliere di fare «il padre nobile» del centrodestra, ma lui sembra non voler sentir parlare di pensionamento politico. Si aspetta l’ennesimo colpo di teatro, una nuova “discesa in campo” magari dopo aver ripulito il partito dai dissidenti?
«Berlusconi è un leone in gabbia che cerca il pertugio dal quale poter uscire. È ovvio che pensi ad un colpo di teatro. Bisogna però capire se lui aspiri a fare “il padre nobile” del Pdl – il che è legittimo – oppure stia cercando lo slancio per ritornare in sella come in passato. In questo senso, credo che la sua sia solo un’illusione».

Dove, a suo avviso, il Cavaliere ha fallito?
«Berlusconi ha commesso tre errori. Il primo: ha pensato di governare unendo forze eterogenee, una con vocazione nazionalista, l’altra scissionista; il secondo: i conflitti di interesse e le vicende private hanno preso il sopravvento su tutto il resto; quest’ultimo aspetto porta alla terza considerazione: la “repubblica dei cittadini” è stata sovrastata dagli interessi personali e di partito. Insomma, è stato tutto il contrario di tutto, cioè di quanto lui ha promesso nel 1994».

In un quadro come quello che abbiamo finora analizzato ci sono importanti riforme istituzionali da fare. Lo stallo sulla legge elettorale è imbarazzante: lei per quale tipo di sistema opterebbe?
«Se vengono messe avanti questioni che in questi pochi mesi non si possono realizzare, temo che si rischi di lasciare immutata la situazione, in cui c’è una vergogna che si chiama “Porcellum” che non permette ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Io dico che sarebbe più opportuno fare “meno ma meglio”: la necessità è quella di mettersi d’accordo per abolire l’attuale sistema. Se si guarda in prospettiva, invece, ritengo che il doppio turno alla francese sia la soluzione migliore».

Twitter: @GiorgioVelardi






Faccio una premessa: sono contrario alla cosiddetta “legge bavaglio” e ad una classe politica (tutta, da destra a sinistra) che non riesce a risollevare le sorti di questo paese. Ma è proprio di un provvedimento che in questi giorni si sta discutendo con così tanto fermento – facessero le riforme, invece – nelle aule parlamentari che vi voglio parlare: il ddl sulle intercettazioni.

Più o meno sapete già di cosa si tratta, ma la vera novità è arrivata qualche giorno fa, quando l’onorevole Maurizio Paniz (Pdl) ha dichiarato durante un’intervista a Radio 24: «Il giornalista che pubblica ciò che non può pubblicare dovrebbe subire una sanzione pensale. Il carcere magari è un percorso più lungo. Che ne so, ci vorrebbe una sanzione da 15 giorni a un anno, poi il giudice graduerà a seconda della violazione, vedrà se sono possibili riti alternativi, pene pecuniarie o multe o – ribadisce Paniz – se il giornalista debba andare in carcere. Cosa che è tutto sommato molto rara nel nostro ordinamento per questa tipologia di situazione». È il mondo al contrario: la Camera è impantanata a votare l’autorizzazione o meno all’arresto (nell’ordine) di Papa, Tedesco, Milanese e Romano – tutti tranquillamente a spasso, tranne Papa che è a Poggioreale – e i giornalisti che fanno il loro mestiere, cioè informare, rischiano di finire dietro le sbarre.

Ma c’è di più, perchè l’ipocrisia della nostra classe politica non ha mai fine. Oggi i partiti di opposizione – tutti, nessuno escluso – si stracciano le vesti per protestare contro quello che dicono essere un «attacco alla democrazia». Ma quanti di voi sanno che il 17 aprile 2007 l’allora governo di centro-sinistra propose un ddl sulle intercettazioni a firma del ministro della Giustizia in carica Clemente Mastella con le stesse caratteristiche di quello attuale? Vi dò i numeri della votazione alla Camera: 447 sì e 7 astenuti. Neanche un deputato contrario. Uno, che ne so, che sbagliò a premere il pulsante durante la votazione. Niente. Ergo: hanno votato tutti in maniera compatta, dal Pdl al Pd, dall’Italia dei Valori (non c’era Antonio Di Pietro, ma il portavoce Donadi entusiasta affermò: «L’unanimità è un segno della forza del Parlamento») a Rifondazione comunista, che in quella legislatura sedeva – eccome – in Parlamento.

Pensate, votò a favore pure Giulia Bongiorno, diventata – dopo Manuela Arcuri, prima di scoprire la magagna – nuova eroina dell’opposizione. Vi cito qualche altro nome di politici con scarsa memoria, diciamo così: Carmelo Briguglio, Benedetto Della Vedova e Flavia Perina (oggi tutti portabandiera di Fli), Lorenzo Cesa e Luca Volontè (Udc) e persino Dario Franceschini (che martedì scorso ha detto: «Faremo di tutto per opporci a questa porcheria») e Massimo D’Alema, che arrivò addirittura a minacciare: «Parlate di 3-5mila euro di multa… ma li dobbiamo chiudere quei giornali». Il ddl non fu mai votato al Senato per la fine anticipata della legislatura. Democratici, eh?