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Tag: carceri



Opg_fotoDue anni fa, di questi tempi, la commissione Giustizia del Senato approvava (all’unanimità) la chiusura degli Opg, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, strutture nate intorno alla metà degli Anni ’70 per sostituire i vecchi manicomi criminali. Un avvenimento importante perché, come documentato più volte dalle associazioni che da anni si battono per la tutela dei diritti dei detenuti – nonché da un’indagine parlamentare – gli Opg non hanno alcun valore rieducativo per gli internati. Anzi.

La chiusura degli Opg, sancì la commissione di Palazzo Madama, sarebbe dovuta avvenire entro il 31 marzo 2013. L’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino, al tempo senatore del Pd e presidente della commissione d’inchiesta sul sistema sanitario nazionale (Ssn), parlò di «una conquista». Il nostro Paese, spiegò l’attuale primo cittadino della Capitale, avrebbe così definitivamente superato «l’orrore dei manicomi criminali che tanto ha indignato anche il presidente della Repubblica». Ma il trucco era dietro l’angolo.

Sei giorni prima, il 25 marzo del 2013, il decreto legge n. 24/2013 (“Disposizioni urgenti in materia sanitaria“) dispose infatti una proroga. La chiusura degli Opg non sarebbe più avvenuta il 31 marzo 2013 ma il 1° aprile 2014. Dunque lancette spostate di un anno in avanti.

Finita qui? Neanche per sogno. Il perché è presto detto: le Regioni che avrebbero dovuto accogliere le nuove strutture, denominate Rems (acronimo che sta per Residenze per l’esecuzione di misure di sicurezza), non hanno ancora completato i lavori. Il 4 ottobre scorso il governo, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare, ha infatti ammesso che «anche per le Regioni più efficienti sarà quasi impossibile rispettare il termine previsto dalla norma». Di più hanno fatto le due ministre, Cancellieri (Giustizia) e Lorenzin (Salute), che in un documento inviato alle Camere alla metà di dicembre hanno ammesso le difficoltà – sancendo di fatto il nuovo slittamento – promettendo però «norme sanzionatorie» per quelle Regioni che non rispetteranno i tempi stabiliti.

Enti locali che, per il superamento degli Opg e la costruzione dei nuovi Rems, hanno ricevuto uno stanziamento di 173,8 milioni di euro: 117 milioni nel 2012 e 56 nel 2013. Le nuove strutture, 43 in totale, saranno edificate (dovevano praticamente già esserlo…) in quasi tutte le Regioni: 2 in Piemonte e Calabria, 4 in Lombardia, una in Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Basilicata e Sardegna. Addirittura 8 in Campania, per un costo totale di 19,3 milioni di euro, situate nelle province di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno (ognuna avrà a disposizione 20 posti letto).

Infine c’è un problema relativo ai numeri. Nella relazione stilata dai due ministeri, infatti, si parla di 990 posti letto, mentre nel “X Rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione” di Antigone (l’associazione che, dalla fine degli Anni ’80, si occupa della condizione dei penitenziari italiani e dei suoi detenuti) si parla di 1.022 posti contro i 1.015 attuali. Ecco perché, è scritto nel report, «non vi sarà nessuna riduzione della popolazione internata».

Ancora più grave è quanto la stessa associazione scrive nel rapporto a conclusione della parte relativa agli Opg. «Stando ai piani regionali, molti Rems saranno all’interno di vecchi manicomi dismessi. Parlare di “riapertura dei manicomi” – conclude Antigone – è un rischio reale». Touché.

Twitter: @GiorgioVelardi






Quello della grave condizione dei penitenziari non è un dramma solo italiano. Ecco i dati del primo osservatorio europeo indipendente sulle condizioni di detenzione

Carceri_1_1«La situazione è gravissima, in gioco c’è l’onore dell’Italia». Nel corso della visita nel carcere milanese di San Vittore, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato così della condizione al collasso che caratterizza i nostri penitenziari. Circostanza che fa risultare il nostro Paese maglia nera in Europa, alla luce di un tasso di sovraffollamento che supera il 140%. Il capo dello Stato ha dichiarato che se fosse stato per lui avrebbe firmato l’amnistia «non una ma dieci volte», specificando però che c’è stata «l’assenza delle condizioni politiche». L’Italia non è comunque l’unica Nazione in cui le carceri sono un “problema”. Sfogliando i dati dello European Prison Observatory, il primo osservatorio europeo indipendente sulle condizioni di detenzione sostenuto dalla Ue e coordinato da Antigone (che ha monitorato 8 Stati: Regno Unito, Francia, Spagna, Grecia, Lettonia, Polonia e Portogallo, oltre all’Italia), si scopre una realtà complessa per buona parte dei Paesi del Continente.

FRANCIA E GRECIA - Particolarmente difficile è la situazione di Francia e Grecia. Il Paese attualmente guidato da François Hollande ha assistito ad una drammatica crescita della propria popolazione carceraria, aumentata del 36%rispetto al 2001. Oggi nei penitenziari francesi ci sono 64.787 detenuti, 3.809 in più del 2010. Ma a preoccupare è un altro dato: quello delle morti in carcere, che nel 2012 sono state addirittura 535, il numero più elevato fra tutti gli Stati su cui è stata posta l’attenzione. I progetti di edilizia carceraria degli ultimi anni non sono stati in grado di ridurre il sovraffollamento, pari al 113,2%, creando un maggiore isolamento dei detenuti e comportamenti violenti anche contro il personale di polizia penitenziaria. Basse, invece, sono le percentuali di minori e donne detenute, che si attestano rispettivamente all’1,1 e al 3,4%; il 20% dei carcerati è invece di origine straniera (si tratta di un dato rimasto sostanzialmente stabile fra il 2008 e il 2012). Percentuale che fa ben sperare è invece quella dei detenuti che scontano una condanna definitiva: 88,8%, il che sta a significare un utilizzo tutto sommato contenuto della carcerazione preventiva. Poi, come detto, c’è la Grecia, il cui sistema è caratterizzato da condizioni di vita estremamente degradate. La popolazione carceraria ellenica è composta da 12.479 persone, con una percentuale spropositata di detenuti stranieri: 63,2% (nel 2008 era del 48,3%). Dopo l’Italia, inoltre, la Grecia è il Paese con il più alto tasso di sovraffollamento, pari al 136,5%, in crescita rispetto al 2010 quando era diminuito fino a toccare quota 123. A questi problemi, dice l’osservatorio nella sua analisi, se ne aggiungono altri due: la carenza di personale e l’abuso della carcerazione preventiva, a cui su unisce una cospicua presenza di detenuti accusati o condannati per crimini legati alla droga. Con il suo 4,7%, infine, la Grecia è la Nazione con la più alta percentuale di minori dietro le sbarre.

SPAGNA E REGNO UNITO - Anche in Spagna i numeri non fanno dormire sonni tranquilli. La popolazione carceraria è composta da 69.037 persone, -4.892 rispetto a due anni fa. Oltre all’elevato tasso di sovraffollamento, 98,7%, a caratterizzare il sistema spagnolo è la grave situazione relativa all’assistenza sanitaria. Secondo quanto afferma lo European Prison Observatory, a seguito della crisi economica l’amministrazione penitenziaria spagnola ha ridotto le prestazioni mediche, accadimento che ha prodotto la carenza di cure specialistiche con particolare riferimento alla salute mentale dei detenuti. Come la Francia, anche la Spagna presenta una percentuale elevata di reclusi che scontano una condanna definitiva: 81,9% (l’Italia è ferma invece al 58,8%).Alta, se messa a confronto con gli altri 8 Stati, è la percentuale di donne nei penitenziari: 7,6%. Spostandosi in Regno Unito la situazione è pressoché la stessa. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad una crescita esponenziale della popolazione detenuta, oggi formata da 95.161 soggetti (+10.436 rispetto al 2010). Il sovraffollamento è pari al 108%; i minori detenuti sono appena l’1,9%, anche se nel Regno Unito, dove l’età della responsabilità penale è particolarmente bassa, coloro che hanno commesso reati e hanno meno di 18 anni sono affidati ad apposite istituzioni indirizzate alla rieducazione. A fare da contraltare a numeri non certo esaltanti c’è l’esplosione dell’uso di misure non detentive e di altre forme di pena, che rendono la Gran Bretagna uno dei Paesi maggiormente attenti in questo ambito insieme a Francia e Spagna.

GLI ALTRI PAESI - A chiudere il quadro ci sono PoloniaLettonia e Portogallo. In quest’ultimo caso, malgrado un tasso di criminalità relativamente basso se messo a confronto con gli altri Paesi europei, il numero di detenuti è cresciuto in fretta negli ultimi anni, fino ad attestarsi a 13.490 persone (2012), il 18,40% delle quali di origine straniera. Al tasso praticamente nullo di minori dietro le sbarre (0,6%) fanno da contraltare il numero di detenuti morti in carcere nell’ultimo anno (211) e il dato che riguarda il sovraffollamento: 111%. La Polonia avrebbe invece bisogno di una riforma più radicale del proprio sistema penitenziario, sottolinea l’osservatorio. I fattori dominanti sono la mancanza di lavoro e di cure mediche adeguate per i detenuti, nonché il mancato adeguamento delle strutture carcerarie – in cui sono rinchiusi 85.419 detenuti, con un tasso di sovraffollamento del 99,7%– agli standard europei. La Lettonia, infine, con i suoi 300 detenuti ogni 100mila abitanti presenta il tasso più alto di carcerazione fra i Paesi dell’osservatorio e uno dei più alti dell’intera Unione europea. Quali sono le cause principali che hanno portato ad una situazione ai limiti della sostenibilità? «Uno dei motivi scatenanti sta nel fatto che negli ultimi anni la minorità sociale è stata drasticamente affidata ai sistemi punitivi », afferma a Il Punto Mauro Palma, ex presidente del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa e presidente onorario di Antigone. Una seconda causa, prosegue, è che «in sistemi democratici avanzati, che prevedono competizioni elettorali abbastanza frequenti e che sono caratterizzati da insicurezza sociale, il consenso è stato fondato sull’assecondare la mai appagata richiesta di sicurezza individuale quale surrogato della mancata sicurezza sociale, quindi sul proporre sempre più carcere». A ciò si unisce «un taglio a livello europeo di risorse ai sistemi di protezione sociale, con conseguente riflesso sul sistema detentivo, nonché una diversa dislocazione delle stesse risorse esistenti. Se si spendono più soldi per costruire strutture detentive piuttosto che utilizzarli per creare nuovi luoghi di accoglienza esterna si fa una scelta politica». Infine c’è quella che il presidente onorario di Antigone definisce «la categoria dell’indistinto », ovvero il mettere “tutti con tutti”, che porta in carcere con pene alte persone con profili delittuosi del tutto diversi. «Questa mancata distinzione è evidente per particolari tipi di reati, come quelli che riguardano l’uso di sostanze stupefacenti. Occorre quindi un’opera ampia di “depurazione” del sistema per garantire condizioni maggiormente dignitose per tutti, detenuti e non», conclude Palma.

Twitter: @mercantenotizie






Condannati-preventivi-300x200Ci sono due problemi, in Italia, invisibili ai più: quello della carcerazione preventiva e del sovraffollamento dei penitenziari. Temi che hanno spinto Annalisa Chirico, giornalista e membro del Comitato nazionale dei Radicali Italiani, a scrivere Condannati preventivi – Le manette facili di uno stato fuorilegge (Rubbettino, 10 euro, pp. 150).

Questo libro squarcia il velo di Maya su tematiche che,malgrado la gravità della situazione, sembrano lasciare indifferenti. Com’è nata l’idea di affrontarlo?

«Mi capita spesso di visitare i penitenziari italiani. L’idea di scrivere un libro che si focalizzasse sul problema della carcerazione preventiva e che raccontasse le storie di persone più o meno note incappate nelle sue maglie è nata da una visita in carcere all’Onorevole Alfonso Papa nell’ottobre 2011. Ho seguito la sua vicenda e dopo le pronunce dellaCassazione, che hanno smontato l’impianto accusatorio a suo carico, ho deciso di parlare di chi è in prigione senza una sentenza di condanna definitiva. Nelle celle “illegali” italiane quasi un detenuto su due è in attesa di giudizio. Non a caso di recente la Corte di Strasburgo è tornata a sanzionare il nostro Paese…».

Il caso Tortora pare non averci insegnato nulla…

«Dalle campagne di Toni Negri ed Enzo Tortora degli Anni ‘80, fino ad oggi, sul tema della carcerazione preventiva niente è cambiato. Con la riforma del Codice di procedura penale ci sono stati dei ritocchi legislativi, che si sono però accompagnati ad uno sfasamento tra la norma scritta e la prassi. Di fatto la carcerazione preventiva è diventata un antidoto all’irragionevole durata dei processi. Si tratta di una perenne violazione della Costituzione che non crea scandalo neanche fra i più ferrei difensori della nostra Carta».

In Condannati preventivi le storie di detenuti illustri si alternano a quelle di gente comune. Qual è quella che l’ha colpita di più?

«Sicuramente la storia di Adriana, una badante romena che prestava assistenza ad una vedova ottantenne di Albano Laziale. A gennaio 2008 l’anziana muore e lei viene accusata di omicidio, scontando tre anni di carcere preventivo. Al processo d’appello Adriana viene assolta perché il fatto non sussiste. Motivo? La donna non era morta di percosse ma d’infarto, il che si sarebbe potuto capire con una perizia fatta ad arte in primo grado; invece i periti nominati dall’accusa e gli errori macroscopici commessi hanno mandato in galera un’innocente. Ciò testimonia che la giustizia italiana sta diventando un “manicomio”, visto che ci troviamo con 9 milioni di procedimenti pendenti e 130mila prescrizioni nell’anno appena concluso. Il nostro è un sistema in cui i magistrati sono l’unica categoria che non ha nessun tipo di responsabilità».

Entrambi i provvedimenti del ministro Severino, “Salva-Carceri” e “Svuota-Carceri”, si sono rivelati fallimentari. Si aspettava di più dal governo tecnico?

«Avrebbe dovuto fare di più,non soltanto nell’ambito della giustizia ma anche in quello dell’economia. Dal deludente decreto sulle liberalizzazioni c’è stata la metamorfosi politica di un esecutivo che grazie al ministro Severino ci ha insegnato cosa sono i “provvedimenti spot”. L’unico punto su cui ha agito è stato quello delle porte girevoli, ma per tutto il resto si è cercato di svuotare le carceri con un cucchiaino e si è privata di 27milioni di euro la legge Smuraglia sul lavoro dei detenuti. E anche in tema di responsabilità civile dei magistrati c’è stato un totale immobilismo».

Crede che con il prossimo governo, di qualsiasi colore esso sia, ci sarà una svolta?

«Temo di no perché nel nuovo Parlamento non ci saranno i Radicali e perché non vedo persone disposte a portare avanti una campagna di civiltà e libertà per un sistema carcerario rispettoso della dignità umana. La politica non mi sembra in grado di opporre a movimenti“giustizialisti”come quelli di Grillo e Ingroia una cultura liberale ossequiosa del principio della presunzione di innocenza».

Twitter: @mercantenotizie






Dal fallimento del “Piano carceri” a quello delle due leggi in materia, “Salva-carceri” e “Svuota-carceri”. La relazione annuale dell’associazione Antigone rivela come l’Italia sia maglia nera in Europa per affollamento dei propri penitenziari. E il Dap deve fare i conti con la mannaia della spending review

Nel 1947, quando redassero la Costituzione, all’articolo 27 i membri dell’Assemblea scrissero: «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte». Eppure, in barba a quanto afferma uno dei più importanti dettami della nostra Carta, la situazione dei detenuti italiani è da brivido. Lo rivela, ancora una volta, il “Rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione” di Antigone, l’associazione nata sul finire degli Anni ’80 e presieduta da Patrizio Gonnella che promuove elaborazioni e dibattiti sul modello di legalità penale e processuale.

MAGLIA NERA IN EUROPA - Significativo è, prima di tutto, il titolo del Rapporto: “Senza dignità”. Il perché lo si capisce leggendo il dato maggiormente rilevante fra quelli pubblicati: l’Italia è il Paese con le carceri più sovraffollate dell’Unione europea, visto che il tasso di affollamento è del 142,5% (cioè oltre 140 detenuti per ogni 100 posti). Lo scorso 22 novembre, intervenendo alla 17esima conferenza dei Direttori di amministrazione penitenziaria, il ministro della Giustizia Paola Severino ha dichiarato che «le percentuali di sovraffollamento sono abbastanza simili in tutta Europa». In realtà così non è, perché la media europea di affollamento carcerario è del 99,6% mentre in Italia, come visto poc’anzi, siamo ben oltre questa soglia. E, particolare forse peggiore, dal 13 gennaio 2010 – giorno in cui il governo allora presieduto da Silvio Berlusconi dichiarò lo stato di emergenza – i detenuti sono aumentati di 1.894 unità, passando da 64.791 a 66.685 (dato aggiornato al 31 ottobre 2012). Nel suo Rapporto, Antigone pone poi l’attenzione sulla capienza “reale” dei 206 istituti penitenziari italiani. «Al 31/12/2009 la capienza regolamentare delle nostre carceri era di 44.073 posti – scrive l’associazione –. Secondo i dati ufficiali del 31/10/2012 la capienza regolamentare complessiva è di 46.795 posti. La notizia però incredibile è che il 31/08/2012, due mesi prima, la capienza degli istituti era di 45.568 posti. Da agosto il numero degli istituti è rimasto lo stesso in ogni regione, ma in Calabria ci sarebbero 263 posti in più, in Umbria 196 e in Lombardia addirittura 661 in più. A noi – aggiunge Antigone – non risulta però l’apertura di nuove carceri, né di nuovi padiglioni in vecchie carceri, né in Calabria né in Umbria e né in Lombardia. A che gioco giochiamo?». La maggior parte dei 66.685 detenuti sono uomini – le donne rappresentano il 4,2 per cento del totale (2.857) –, mentre cospicua è anche la presenza di detenuti stranieri, che sono il 35,6 per cento del totale (23.789).

RUBINETTI CHIUSI - A cosa è dovuto il sovraffollamento carcerario italiano? Principalmente al regime di custodia cautelare. Il 40,1% dei detenuti (26.804 in termini reali) è infatti in attesa di giudizio. Anche in questo caso si tratta di un primato tutto italiano. La media dei Paesi del Consiglio d’Europa è del 28,5%, ma ciò che colpisce è l’andare a vedere quanto quegli Stati più vicini all’Italia sotto l’aspetto socio-economico siano in realtà distanti anni luce sull’argomento. In Germania i detenuti in custodia cautelare sono il 19,3%, in Inghilterra e Galles il 15,3, in Francia il 23,7 e in Spagna il 19,3. C’è di più: nel 2007, anno in cui la presenza media giornaliera era di 44.587 detenuti, il bilancio a disposizione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ammontava a 3.095.506.362 euro. Quattro anni più tardi, con 22.587 unità in più, lo stesso è stato tagliato del 10,6 per cento (2.766.036.324). Fra l’altro, i tagli non sono stati omogenei: i settori che ne hanno pagato maggiormente le conseguenze sono quello degli investimenti (calato del 38,6%), dell’assistenza, della rieducazione e del trasporto dei detenuti (-63,6%). La mannaia della cosiddetta spending review ha colpito anche uno dei baluardi del necessario cambio di rotta, il “Piano carceri”, che prese forma dopo la dichiarazione dello stato di emergenza. In pratica, il piano disponeva di 675 milioni di euro utili alla realizzazione di 9.150 nuovi posti letto (i soldi provenivano dalla Cassa delle Ammende, l’ente pubblico istituito presso il Dap nel 1932 e amministrato dal ministero della Giustizia). Dopo la caduta del governo Berlusconi, quello del successore Mario Monti ha ridotto la cifra a disposizione di 228 milioni di euro rispetto a quelli previsti originariamente. La sostanza è però sintetizzata nel Rapporto: «A oggi nessun posto letto ha visto la luce». Dunque ci sono 447 milioni fermi, in attesa che partano le gare e che (soprattutto) cominci la costruzione delle strutture. Eppure, come Il Punto aveva documentato in precedenti occasioni, i complessi per rendere più leggera la situazione ci sono. Si tratta di 56 case mandamentali, quelle nelle quali sono detenute le persone condannate a pene fino a un anno o in attesa di giudizio per reati lievi, su cui recentemente ha posto l’attenzione anche la Corte dei Conti. Sette di queste, fra cui Laureana di Borrello (in provincia di Reggio Calabria), chiusa un mese e mezzo fa per mancanza di personale ma pronta a riaprire entro dicembre, sono state trasformate di recente in case circondariali.

MISURE ALTERNATIVE - «Penso che il carcere debba essere l’extrema ratio», ha fatto sapere pochi giorni fa la Guardasigilli Severino prima di annunciare un ddl sulle misure alternative in discussione alla Camera. Il quale prevede, fra le novità, «l’istituto della messa alla prova alternativo alla detenzione. Un istituto già provato per i minori che verrebbe ora esteso ai maggiorenni meritevoli. La seconda parte del provvedimento – ha proseguito Severino – prevede un’altra misura nuova: si sostituirebbe alla pena principale detentiva in carcere un’altra direttamente applicabile dal giudice». Insomma, da quanto sembra dovrebbe trattarsi di una rivoluzione. «L’istituto della messa alla prova è ottimo, mutua la probation anglosassone ed è sponsorizzato da noi avvocati», afferma a Il Punto il responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Ucpi (l’Unione delle camere penali), Alessandro De Federicis. Il quale però sottolinea che su entrambe le misure allo studio «ci sono dei limiti». Quali? «Il governo dice che sia la messa alla prova che la detenzione domiciliare si applicano per pene edittali fino a quattro anni. Se però si fa l’elenco dei reati che prevedono un simile trattamento si nota che, per quelle tipologie, in carcere ci sono poche centinaia di detenuti. Se si fosse andati oltre – prosegue De Federicis – si sarebbe entrati nella sfera di reati quali quelli contro la pubblica amministrazione e di altri che contribuiscono a “creare carcere”. Mettere quel limite temporale è stato un problema politico. Ciò rende un’iniziativa condivisibile non efficace. Un governo tecnico dovrebbe avere più coraggio, evitando di pensare di difendere un determinato partito o personaggio politico». Il responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Ucpi sottolinea poi come «sia stata creata una norma sugli stupefacenti (la legge Fini-Giovanardi del 2006, ndr) che è assolutamente “di chiusura”». In questa «c’è un’unica norma buona, ovvero l’incentivazione dei programmi terapeutici, che però non può essere applicata perché non ci sono le strutture. Esistono quelle private, dove però bisogna spendere 1.000/1.500 euro al mese per avere accesso». L’equazione, conclude De Federicis, è «meno carcere e più sicurezza sociale. Quando c’è possibilità di reinserimento i detenuti tornano a delinquere con percentuali inferiori alla media». Oggi, dicono i dati, lavora meno del 20% dei detenuti (13.278 nel primo semestre 2012), e negli ultimi anni il budget per le mercedi si è ridotto del 71%. L’unica speranza è che la legge Smuraglia (n. 193/2000, la quale prevede benefici fiscali e contributivi per quelle imprese che assumono carcerati o svolgono attività formative nei loro confronti) sia rifinanziata, come previsto da un emendamento alla legge di Stabilità.

NEGLI ALTRI PAESI - Non solo una «locomotiva economica», ma anche all’avanguardia per ciò che concerne il sovraffollamento carcerario. La Germania è infatti uno dei pochi Paesi dell’Unione europea ad aver ridotto il numero dei propri detenuti, che sono passati dai 78.707 del 2001 ai 71.634 del 2010 (frutto di un bassissimo ricorso alla custodia cautelare). Di più: quasi tutte le persone sottoposte a tale regime sono state effettivamente condannate (solo l’1,1% è stato assolto). L’ordinamento tedesco conferisce poi al giudice la possibilità di applicare misure meno afflittive di quella detentiva quando egli ritenga che soddisfi ugualmente le esigenze cautelari. Anche in Spagna le condizioni dei detenuti sono migliori. In particolare da quando, nel 2001, è stato introdotto il cosiddetto Módulo de Respeto, il quale prevede celle aperte tutto il giorno per coloro che ne facciano richiesta. Quello con l’Italia è un confronto impietoso, visto che i nostri carcerati passano in media 20 ore al giorno chiusi in cella. In Norvegia, infine, dalla fine degli ‘Anni 80 viene applicato il sistema delle “liste d’attesa”. Il principio è semplice: si entra in carcere solo quando c’è l’effettiva possibilità di un posto libero. Non è un caso che il Paese scandinavo abbia una delle recidive più basse d’Europa: solo il 20% dei detenuti usciti dal carcere vi fanno rientro contro il 68% dell’Italia.

Twitter: @GiorgioVelardi






Severino studia un modo per costituire 4mila nuovi posti entro il 2013. Nel frattempo la quasi totalità dei nostri istituti di pena è sul punto di esplodere: a Catania il tasso di sovraffollamento è del 341%. Mentre da Nord a Sud ci sono 38 strutture costruite e mai utilizzate, con uno spreco di centinaia di milioni di euro

L’ultimo suicidio, di cui ha dato notizia l’Osapp (l’organizzazione sindacale autonoma di Polizia penitenziaria), è stato quello di un 51enne italiano che il 28 settembre scorso nel carcere di Biella ha legato i lacci delle scarpe alle inferriate della cella e ha detto «basta». È il 41esimo detenuto che dall’inizio dell’anno si è ucciso in un carcere della Penisola. Con molta probabilità, spiace dirlo, non sarà l’ultimo. C’è un grave problema che affligge l’Italia da anni. Che fa meno notizia dell’andamento dello spread, dei casi di malapolitica, del varo della nuova legge elettorale: è la situazione dei nostri istituti penitenziari. Che sono al collasso. Basta esplicitare due soli dati: quello della capienza delle 206 strutture regolamentari, 45.849 posti, e quello del totale dei detenuti che ad oggi sono presenti nelle prigioni, 66.568 (23.838 gli stranieri). Il 40 per cento dei quali è in attesa di giudizio. Numeri da brivido, cifre che fanno dell’Italia il Paese europeo che ha all’attivo il maggior numero di condanne per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, apre all’ipotesi di un’amnistia, il ministro della Giustizia Paola Severino accelera per fare in modo che entro la fine del 2013 siano costituiti circa 4mila nuovi posti. Ma i complessi, inutilizzati, ci sono. Sia al Nord che al Sud.

I NUMERI DEL PROBLEMA - Secondo “Morire di carcere: dossier 2000-2012” di Ristretti Orizzonti, negli ultimi dodici anni sono stati 2.055 i detenuti che hanno perso la vita nei nostri penitenziari. Più di un terzo di loro, 735, si sono tolti la vita. L’anno peggiore è stato il 2009, dove i suicidi registrati sono stati 77. Nel 2011 il numero si è fermato a 66. A preoccupare maggiormente, però, è la mancanza di «soluzioni alternative» – come le hanno definite la stessa Guardasigilli e il Capo dello Stato – che potrebbero (quantomeno) alleviare la gravità della situazione. Anche in questo caso sono i numeri a venire in nostro soccorso. E dicono che la percentuale di recidività per i detenuti che non hanno mai lavorato nel corso della loro permanenza in carcere è tre volte superiore rispetto a quella di coloro che invece hanno svolto attività all’esterno: 65 per cento contro il 19. E a testimonianza del fatto che l’Italia sembra guardare con scarso interesse a ciò che accade nelle sue celle, va fatto notare che in altri stati del continente il 75 per cento delle condanne viene scontato lavorando al di fuori (da noi l’83 per cento dei carcerati resta in cella per l’intero periodo di detenzione). Non solo: un altro dossier, realizzato nel 2010 dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) edal titolo “Eventi critici”, ha evidenziato la manifestazione di oltre 5mila episodi di autolesionismo e di 1.137 casi di tentato suicidio. Poi c’è la situazione degli Opg, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, che dovrebbero essere definitivamente chiusi entro sei mesi. Ma, stando a quanto recentemente dichiarato dalla senatrice del Pd Donatella Poretti, la legge 9/2012 (“Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri”) rischia di rimanere inapplicata. Questo perché manca il decreto del ministero della Salute che contiene i requisiti per le nuove strutture da destinare ai soggetti coinvolti, che doveva essere già stato emanato nel marzo scorso. «Nessun fondo è stato stanziato – ha argomentato Poretti –. L’anno 2012 volge al termine e il rischio evidente è che i 158 milioni di euro previsti dalla legge tornino nel bilancio pubblico e vengano destinati ad altri fini».

PRONTE AD ESPLODERE - Ci sono strutture carcerarie sul punto di esplodere. Lo dice il “viaggio” compiuto questa estate da Antigone, l’associazione che da oltre vent’anni si occupa di giustizia penale, nei principali penitenziari italiani. Le costanti registrate sono state il sovraffollamento e le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui versano i detenuti. A Pisa, per esempio, a fronte di una capienza regolamentare di 225 persone ne sono presenti 355, di cui 204 stranieri. Qui, nonostante sette mesi fa siano partiti i lavori di ristrutturazione del reparto giudiziario del carcere, lo spreco relativo alle perdite d’acqua fa lievitare il costo delle bollette con un indebitamento di migliaia di euro. Le cose non vanno meglio a “Poggioreale” (Napoli): 2.600 i detenuti presenti malgrado la struttura ne possa contenere la metà, con punte di 12 individui in celle in cui mancano le docce, a dispetto di quanto richiesto dal Regolamento di attuazione dell’Ordinamento penitenziario. A Lanciano, in Abruzzo, il tasso di sovraffollamento dell’istituto è del 170 per cento. La quasi totalità dei detenuti è dunque costretta a vivere al di sotto dei 3 metri quadrati, soglia minima oltre la quale – secondo quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo – si configura la «tortura». Poi c’è la casa circondariale di Livorno, che conta 4 sezioni chiuse, due di media e due di alta sicurezza. L’associazione ha registrato all’interno frequentissimi episodi di scabbia, tubercolosi e sifilide. Cinque detenuti sono sieropositivi, altri 16 seguono una terapia metadonica. Infine ci sono Messina, Cagliari e Catania. Nel primo caso il tasso di sovraffollamento è pari al 200 per cento, con i carcerati costretti a vivere anche in 11 in 19 metri quadrati (1,72 a testa). Metà dell’istituto è inagibile, l’altra metà necessiterebbe di una ristrutturazione (a causa del sovraffollamento, i detenuti affetti da gravi patologie sono mischiati a quelli “comuni”). Nel capoluogo sardo, invece, sono presenti circa 200 soggetti tossicodipendenti (il 40 per cento del totale) e 20 in terapia retro virale. È scarsa la presenza di agenti di polizia penitenziaria: ne servirebbero 267, ce ne sono solamente 212. Ad indossare la “maglia nera” è però la casa circondariale “Piazza Lanza” di Catania. Il carcere siciliano, costruito per ospitare 155 fra uomini e donne, vede la presenza di 529 individui (il tasso di sovraffollamento è del 341 per cento), 249 dei quali in attesa di giudizio. Il particolare che inquieta maggiormente è che in inverno, per risparmiare, l’impianto di riscaldamento viene tenuto spento, così come le luci nei corridoi.

STRUTTURE “DIMENTICATE” - Per costruire nuove carceri ci vogliono i soldi. Tanti. Ma, in tempi di spending review, meglio puntare sulle «soluzione alternative». Che dovevano essere decise con un ddl per cui Severino aveva promesso un percorso accelerato – «Il disegno di legge prevede la messa in prova dei detenuti presso i servizi sociali e gli arresti domiciliari», ha fatto sapere il ministro ad inizio settembre –, ma di cui ancora non c’è traccia. Eppure, paradosso italico, le strutture ci sono. Trentotto carceri edificate, costate milioni di euro, ma mai aperte. Per le motivazioni più stravaganti. Ad Arghillà, provincia di Reggio Calabria, il penitenziario è inutilizzato perché mancano la strada d’accesso, le fogne e l’allacciamento idrico. Una struttura di cui ha parlato anche l’ex capo del Dap, Franco Ionta, in un colloquio con il Riformista dello scorso gennaio. «Le prime operazioni per la costruzione di questo carcere – spiegava Ionta – risalgono agli Anni ’80. Secondo alcuni calcoli la struttura è già costata 80-90 milioni di euro ma deve essere necessariamente rifunzionalizzata, perché gli impianti sono precedenti alla legge del 2000». A Bovino e a Castelnuovo della Daunia (entrambi in provincia di Foggia) sono presenti due strutture, una da 120 posti e un’altra finita e arredata da quindici anni, che non sono mai state aperte; a Cropani (Catanzaro) l’istituto è occupato da un solo custode comunale. Non è finita qui: a Frigento (Avellino) il carcere è stato costruito dopo il terremoto degli Anni ’80 (che aveva provocato il crollo della struttura presente nei pressi del vecchio municipio), inaugurato e chiuso per colpa di una frana; a Monopoli (Bari), le celle che formano il complesso sono state occupate abusivamente da alcune famiglie di sfrattati; a Irsina (Matera) sono stati spesi – sempre negli Anni ’80 – circa 3,5 miliardi di lire, però poi la “macchina” ha funzionato per un solo anno e oggi il Comune la utilizzata come deposito. Infine, fra i tanti casi che potremmo ancora citare, c’è quello di Morcone, a 35 chilometri da Benevento. Ebbene il carcere è stato costruito, abbandonato, ristrutturato, arredato e nuovamente abbandonato, malgrado l’utilizzo di vigilantes armati.

IL CONSUMO DI DROGHE - Nelle condizioni in cui versano, le carceri non hanno un ruolo rieducativo per i detenuti, ma anzi sortiscono l’effetto contrario. Uno dei problemi maggiormente rilevanti è quello della tossicodipendenza. La percentuale di reclusi che fanno uso di sostanze è stabile al 25 per cento, come ribadito anche da una recente ricerca del Dap. «Malgrado tutte le tecniche che possono essere messe in atto, nonostante perquisizioni sempre più rigorose nei confronti dei familiari dei detenuti che rischiano però di diventare un deterrente per le visite, è inevitabile che questo fenomeno attraversi anche le porte delle carceri. Cercare di azzerarlo è impossibile, nessuna struttura è ermetica e a prova di errore», dichiara a Il Punto Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio di Antigone. «In luoghi come questi le organizzazioni criminali usano la droga come merce di scambio, non ci sono solamente i consumatori singoli che vengono riforniti dai componenti della famiglia», prosegue Scandurra, che poi aggiunge: «È mio dovere ricordare che non è certo questa l’unica forma di illegalità presente nei penitenziari. Ci sono decine di processi aperti per appropriazioni indebite dei fondi del ministero, per violenze dei detenuti sui detenuti, degli agenti sui detenuti e viceversa, c’è una legge del 2000 che dice come dovrebbero essere le carceri che non viene rispettata e sentenze internazionali le quali affermano che le prigioni italiane costituiscono forme di tortura. L’illegalità rappresenta più l’ordinarietà che l’eccezione ». Ad essere consumate nelle carceri non ci sono solo le droghe cosiddette “tradizionali”, ma anche quelle sintetiche – difficili da individuare sia dagli agenti che dai nuclei cinofili – come subutex e skunk, la «supercanna» che unisce marijuana e hashish. Secondo “Carcere e droghe in tempi di politiche securitarie”, dossier di fuoriluogo.it, le autorità carcerarie dovrebbero pianificare una serie di interventi atti a ridurre il danno; in aggiunta, la salute in carcere dovrebbe essere gestita dal ministero della Salute e non da quello della Giustizia. Uno scenario perfetto nelle intenzioni, meno nella pratica quotidiana. Bisogna fare presto, dunque: la questione delle carceri va risolta, e in fretta. Questa volta non ce lo chiede (solo) l’Europa, ma il buonsenso.

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Corruzione, intercettazioni e responsabilità civile dei magistrati. Guardando al nodo-concussione, che rischia di investire i processi in corso, compreso il caso Ruby. Sono le spine nel fianco del ministro Severino, che deve convincere Pdl, Pd e Terzo polo ad abbracciare una posizione comune. E nel frattempo arrivano i primi dati sul «Salva-carceri»: solo 312 detenuti in meno, un vero flop

«Mi sembra di capire ci sia una grandissima diffusione di trasgressività». Le parole pronunciate a il Fatto Quotidiano da Gherardo Colombo, ex magistrato del pool di Mani pulite, fanno da trait d’union con quelle del ministro della Giustizia Paola Severino, secondo cui «combattere la corruzione è lo scopo che si prefigge ogni governo. E questo governo – prosegue il Guardasigilli – se lo pone in maniera particolare». Nel tempo della politica dei tecnici la giustizia è una questione centrale. Ma, come per tutti gli altri problemi sul tavolo della “banda” Monti, ci sono i partiti che tengono in vita l’esecutivo a rimodellare i provvedimenti a loro immagine e somiglianza. Corruzione, intercettazioni e responsabilità civile dei magistrati sono le tre spine nel fianco di Severino, che nei giorni scorsi (con un emendamento) ha avanzato le sue proposte – come l’aumento a cinque anni per il reato di «corruzione in atti d’ufficio», punibile oggi con una pena che va dai sei mesi ai tre anni di carcere –, specificando però che «rimane il grande ruolo del Parlamento, che può approvare modifiche». Come a voler ammettere la presenza di “entità supreme” (i partiti, appunto), con il rischio di stravolgimenti che rimane dietro l’angolo. Ma in via Arenula bisogna fare i conti anche con un altro problema, ovvero quello che riguarda i penitenziari. Perché dall’entrata in vigore del «Salva-carceri» sono solo 312 i detenuti in meno. E i numeri di posti letto disponibili nelle prigioni, denuncia l’associazione Antigone, sono addirittura «truccati». Un vero flop, malgrado gli entusiasmi della prima ora.

«SALVA-BERLUSCONI»? – Il nodo fondamentale è il cosiddetto ddl anticorruzione. Che, ha assicurato Severino, «è un’occasione per i partiti, vista la necessità di riaffermare il principio di “governo della politica”, riconquistando la fiducia dei cittadini». Questo in via ufficiale. Perché nel concreto i tre schieramenti sono fermi sulle loro posizioni. Inamovibili. E il rischio, neanche troppo nascosto, è quello che alla fine si arrivi ad un “baratto” che non scontenti nessuno, con il Pdl ancorato a due capisaldi: le intercettazioni telefoniche e la responsabilità civile dei magistrati. La scorsa settimana le commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera hanno fissato al 4 maggio il termine per la presentazione dei sub-emendamenti e all’8 la data di una nuova riunione congiunta per esaminare il provvedimento. Si farà tutto, neanche a dirlo, dopo le elezioni amministrative. Segno che nell’agenda politica la questione giustizia non è una priorità. Il ministro ha dovuto prendere atto, dicendo che tale decisione «era prevedibile», e assicurando che «se dovessi constatare un rallentamento chiederò ai presidenti delle commissioni congiunte della Camera di fissare un calendario di sedute più fitto». Le novità rilevanti sono l’introduzione del reato di corruzione tra privati – il rischio, in concreto, è una condanna che va da uno a tre anni –; quello di traffico di influenze illecite, che si affiancherà al millantato credito con l’introduzione nel Codice penale dell’art. 346 bis; lo spacchettamento del reato di concussione, con la nascita dell’«induzione indebita a dare o promettere utilità», punibile con una pena che va dai 3 agli 8 anni di reclusione. Scelta che rischia di toccare i processi in corso, in primis quello per il caso Ruby. In caso di condanna, l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi godrebbe di una pena ridotta (rispetto ai dodici anni previsti dall’attuale normativa). Il che ha fatto subito gridare allo scandalo. Severino ha però smorzato le polemiche: «Non si può bloccare la produzione di nuove norme solo perché vi sono dei processi in corso». Mossa fatta (pare) per rispondere al solito ritornello del «ce lo chiede l’Europa» (e l’Ocse), che spingerebbe – e qui il condizionale calza a pennello – per cancellare il reato di concussione, esclusività del codice penale italiano. Ma a ben guardare, tutta la faccenda sembra essere più un escamotage che una reale richiesta delle istituzioni sovranazionali. Infatti il 21 marzo scorso, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, il direttore del servizio giuridico dell’Ocse Nicola Bonucci ha chiarito che «non abbiamo mai chiesto di eliminare la concussione in blocco, ma solo l’esonero da responsabilità del corruttore, che in ambito internazionale è un problema». Più chiaro di così.

INTERCETTAZIONI E TOGHE – Poi ci sono le altre due questioni roventi, ovvero le intercettazioni telefoniche e la responsabilità civile dei magistrati, con un occhio anche al falso in bilancio, su cui «ci sono disegni di legge pendenti in Parlamento: è una materia che merita una trattazione autonoma, e allora il governo non si sottrarrà ai suoi doveri». Sul primo punto, il ministro ha fatto sapere che «è maturo il tempo per una legge sulle intercettazioni telefoniche», specificando che sarà lei a presentarne una. «È necessario un filtro a monte, per evitare che intercettazioni non necessarie finiscano nei provvedimenti e poi sulla stampa – prosegue Severino –. Il pm e il gip, prima di qualsiasi atto che comporta una discovery, devono vagliare con grande attenzione il materiale ed eliminare tutto quello che può danneggiare parti non strettamente coinvolte». «Credo che in un disegno di riforma della giustizia il capitolo informazione sia da espungere, perché stabilire per legge cos’è interesse pubblico e cosa no è assolutamente fuori luogo. Si darebbe il segnale che la politica si chiude in sé stessa, con un supplemento di silenzio incomprensibile», dice a Il Punto Franco Siddi, segretario generale della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi). «I media e i giornalisti possono compiere errori e peccati, e in quel caso bisogna intervenire per evitare che si faccia della cattiva informazione. Però anche l’ultima ipotesi del disegno-Severino, laddove prevede che non si possa dar conto di intercettazioni fino a quando non c’è custodia cautelare, non ci avrebbe permesso di conoscere a fondo la vicenda della Lega. Noi abbiamo chiesto un incontro al ministro – dice ancora Siddi –, per chiederle di dare una mano a questa professione. È una sfida che abbiamo lanciato per fare in modo che si entri nel merito delle cose e che non si faccia, com’è capitato in passato, propaganda». Per quanto riguarda la responsabilità civile dei magistrati si riparte invece da quanto accaduto lo scorso 2 febbraio, quando la Camera ha approvato a scrutinio segreto, con 264 voti a favore e 211 contrari, l’emendamento del deputato leghista Gianluca Pini. La norma prevede che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto – o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia – può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto». Al Corriere della Sera il Guardasigilli, che deve ovviamente fare i conti con le proteste dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), ha dichiarato che «la situazione è complicata, e andiamo verso un voto al Senato che potrebbe essere anch’esso a scrutinio segreto. Io ascolto e comprendo le ragioni di tutti, ma dobbiamo trovare una via d’uscita rapida ed efficace, prendendo atto della situazione». Dunque, senza modifiche, l’emendamento Pini sarà approvato così com’è? «Mi pare un dato di fatto», ha risposto Severino. Ma su entrambi i temi pesa una questione che può sembrare marginale, ma che marginale non è: il beauty contest. La decisione del governo di mettere all’asta le frequenze televisive, provocando le ire dell’azienda di famiglia dell’ex premier, potrebbe diventare un boomerang che l’esecutivo non riuscirebbe a controllare, e che potrebbe provocare seri danni all’impianto delle riforme.    

«SALVA-CARCERI» FLOP – Severino, in sede di presentazione del decreto che avrebbe dovuto provare a risolvere la situazione dei penitenziari nel nostro Paese, era stata chiara: «Non è uno “Svuota-carceri” ma un “Salva-carceri”». Artifici retorici, più che pratici, visto che a poco più di tre mesi dall’entrata in vigore della norma i numeri parlano di un flop su tutta la linea. Dal 31 dicembre 2011 al 13 aprile 2012 la popolazione carceraria è diminuita di sole 312 unità (66.585 contro i 66.897, a fronte di 45.742 posti letto disponibili), secondo i dati elaborati da Antigone, l’associazione politico-culturale a cui aderiscono magistrati, operatori penitenziari e parlamentari che a diverso titolo si interessano di giustizia penale. «L’effetto del decreto “Salva-carceri” è stato quello di avere evitato la crescita ma non di aver ridotto significativamente i numeri dell’illegalità penitenziaria», si legge nel rapporto dell’associazione, in cui sono riportati i numeri di quella che continua ad essere una vera e propria emergenza nazionale. La Regione con il più alto tasso di sovraffollamento è la Puglia (188,8 per cento, a fronte di 2.463 posti disponibili e di 4.650 detenuti), seguita da Lombardia (174,4 per cento) e Liguria (168,3). Singolare il caso della Campania, dove ci sono addirittura più imputati (51,5 per cento) che condannati. Con un tasso di affollamento del 145,8 per cento – ossia 145 detenuti ogni 100 posti – l’Italia è il Paese più sovraffollato d’Europa. «Permane una condizione di crisi cronica che si è protratta per un altro anno, con tutto ciò che ne concerne», dichiara a Il Punto Alessio Scandurra, membro del direttivo di Antigone. «Ci sono sezioni di alcuni istituti che vengono chiuse, in attesa di avere risorse per interventi di manutenzione. Anche se il budget a disposizione è ridottissimo – prosegue –. Qui avviene il paradosso: se sulla carta la capienza regolamentare rimane sempre la stessa, o addirittura è data in aumento – trasformando spazi che erano dedicati ad attività comuni in celle –, girando per gli istituti si scopre che gli stessi che da un anno o due conservano la stessa capienza hanno in realtà alcune parti chiuse». Emblematico quanto avviene in Toscana: «La capienza del sistema regionale appare addirittura superiore rispetto al passato, ma da un’attenta analisi si scopre che il carcere di Arezzo è totalmente chiuso, mentre quello di Livorno è stato dichiarato in buona parte inagibile, e dunque sfollato. Poi c’è Porto Azzurro, dove ci sono due sezioni chiuse. Metterci nell’ottica che la capienza ufficiale non è neanche vera – conclude – crea ovviamente una situazione di grande allarme». Antigone, autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ad entrare in tutti gli Istituti di pena, ha poi redatto un dossier su alcuni di questi. E anche in questo caso i numeri sono da brivido. Si parte da Busto Arsizio (Varese), in testa alla lista degli istituti penitenziari nazionali per sovraffollamento, in cui a fronte di una capienza regolamentare di 167 posti ci sono 403 detenuti (414 per cento). Non se la passano meglio neanche Latina e Melfi. Nel primo caso il tasso di sovraffollamento tocca quota 270 per cento solo per quanto riguarda la popolazione maschile, con le celle che, pensate come singole, ospitano fino a 6 detenuti disposti su due letti a castello a tre piani. A Melfi (Potenza), oltre al sovraffollamento (206 per cento), il problema riguarda la carenza di fondi per il funzionamento ordinario della struttura. Basti pensare che la sala d’attesa per i familiari dei carcerati era una struttura esterna che versava in condizioni disastrose, e che l’amministrazione ha dovuto chiudere. Ma sul taccuino vanno annotati anche i casi di Genova (Marassi), Civitavecchia, Teramo, Roma Rebibbia, Cuneo e Bolzano. E menomale che mesi fa il ministro aveva detto senza mezzi termini che «dallo stato delle carceri si misura il livello di civiltà di un Paese». Niente di nuovo sotto il sole.

Twitter: @GiorgioVelardi






Sarebbe interessante intervistare i detenuti di tutto il mondo dopo avergli mostrato le immagini della lussuosa residenza in cui Dominque Strauss-Kahn, ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale arrestato per aver stuprato una cameriera del “Sofitel” di New York, passerà i domiciliari.

La moglie e giornalista Anne Sinclair, che non ha abbandonato il consorte in questo momento di grave difficoltà, ha deciso di affittare quella che potremmo definire una vera e propria reggia, che si trova nel cuore di Manhattan. Grandezza 1.200 metri quadri, costo 50.000 dollari al mese (per acquistarla servono “solo” 15 milioni). All’interno sono presenti una palestra ben attrezzata, due bar, una sala cinema con schermo da centoventi pollici e un terrazzo privato con vista panoramica. Strauss-Kahn rimarrà qui per quattro mesi, prima di essere processato e rischiare di finire dietro le sbarre per 25 anni.

In Italia, recentemente, si è avuto un caso simile: quello di Angelo Balducci, ex Presidente Generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, indagato lo scorso anno nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti del G8 della Maddalena. Nel luglio del 2010 Balducci ottiene gli arresti domiciliari, e dove va a scontarli? Nella sua enorme villa di Montepulciano, che sarebbe fra l’altro la prova della corruzione dello stesso dirigente. Pare infatti che la struttura sia stata pagata con i soldi elargiti da Diego Anemone, l’imprenditore che in pochi anni è riuscito ad accaparrarsi appalti milionari (senza mai partecipare ad una gara) in cambio di tangenti, escort e regali ai potenti di turno.

I detenuti intanto marciscono nelle carceri, ammassati gli uni sugli altri. Complimenti!