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Fake news, meno peggio del previsto

hoax-2097358_960_720Ormai sono quotidianamente sulla bocca di tutti, tanto che la nostra Camera dei deputati, per esplicita volontà della presidente Laura Boldrini, ha dato vita ad una vera e propria campagna per stanarle al grido di #BastaBufale. Stiamo parlando delle famigerate fake news, le notizie false che circolano su Internet e sempre più spesso anche su WhatsApp e che, oltre ad alimentare in certi casi un clima d’odio nei confronti dei malcapitati (nella maggior parte dei casi politici), complici decine di migliaia di condivisioni sui social network, per molti sono diventati un business a tutti gli effetti. E che effetti. Qualcuno, come avevamo raccontato su La Notizia del 15 aprile scorso, il giorno dopo l’ultima bufala fatta circolare sulla sorella (peraltro venuta a mancare) della numero uno di Montecitorio, arriva addirittura a guadagnare la bellezza di 10mila dollari al mese mettendo online una panzana e incassando dalla pubblicità grazie al pay per click.

Che si tratti di un meccanismo da interrompere è lapalissiano. Però attenzione: anche se sembrerà strano, le fake news potrebbero non avere effetti così destabilizzanti sull’opinione pubblica come la maggior parte degli attori – istituzionali e non – pensa.

Basta allarmismo – O almeno a questa conclusione è arrivata una ricerca della Michigan State University e di Oxford, commissionato e finanziato da Google, che si muove in senso opposto rispetto alla discussione in atto finora su questo delicato argomento. Il risultato? Le fake news e l’informazione online non influenzerebbero in modo così determinante le opinioni degli utenti i quali, anche grazie alle innumerevoli possibilità di verifica che offre la Rete, possono appurare se un’informazione è vera o no costruendosi un’opinione più aderente alla realtà dei fatti. “È esagerato pensare che la ricerca online crei dei filtri in cui un algoritmo indovina quali informazioni un utente desidera – rivela lo studio –. Gli utenti maneggiano informazioni diverse per formare un loro punto di vista” e “questo dovrebbe rendere meno allarmisti”. Lo studio è stato condotto su 14mila utenti di sette differenti nazioni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania, Spagna e Italia.

Modus operandi – Agli utenti è stato chiesto come usano la ricerca online, i social media e altre piattaforme per informarsi su candidati (ricorderete le polemiche sul peso che le bufale circolate online hanno avuto nella vittoria di Donald Trump negli Usa), temi politici e per partecipare al processo democratico. Ebbene: più del 50% ha spiegato di aver usato “spesso” o “molto spesso” i motori di ricerca per verificare i fatti, che la disinformazione a volte può ingannare ma l’80% resta abbastanza scettico sulle informazioni trovate online. E ancora: in media, ogni utente consulta 4,5 diversi mezzi per farsi un’opinione (chi è interessato alla politica fa ricorso a 2,4 fonti offline e 2,1 online). L’andazzo varia da paese a paese. Negli Usa c’è una onnivoracità mediatica che non porta a cercare molte notizie di politica, in Francia e Germania gli internauti usano meno i motori di ricerca affidandosi ai media tradizionali. In Italia, dove – conferma la ricerca – l’influenza della Tv resta alta, oltre il 50% degli utenti interpellati mostra un’alta propensione per la ricerca online sia riguardo informazioni nuove sia per verificare notizie sbagliate. Discorso, questo, valido anche per Spagna e Polonia.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 6 maggio 2017 per La Notizia

Fake news mai per caso. Inventarle rende bene

FakeNewsC’è chi, pensate, è riuscito a guadagnare anche 10mila dollari al mese con una “bufala” sul web. Sì, avete letto bene: 10mila dollari. Una cifra che magari un comune lavoratore porta a casa in un anno. Quello delle panzane online, infatti, non è solo un gioco, un passatempo per adolescenti che non sanno come occupare il loro tempo libero. Anche se la percezione dei più resta questa. Molto spesso, dietro ai siti o alle pagine social che spargono “veleno” in rete – la fake news sulla sorella della presidente della Camera Laura Boldrini è solo l’ultimo caso – c’è un vero e proprio business. Che coinvolge, spesso loro malgrado (spesso no), anche le società che si occupano della raccolta pubblicitaria. “Fare una stima di quanto valga questo ‘mercato’ sia a livello nazionale sia mondiale è ancora difficile”, spiega a La Notizia Paolo Attivissimo, giornalista e consulente informatico ma, soprattutto, ‘cacciatore di bufale’ sul web. Però “ci sono aziende che arrivano a guadagnare decine di migliaia di euro al mese con dei costi di gestione assolutamente risibili”. Di fatto “è tutto profitto”.

Proprio così. La dimostrazione plastica arriva dagli Stati Uniti, dove Paul Horner, specialista nella creazione di siti di fake news, ha recentemente rivelato al Washington Post di guadagnare, grazie a Google AdSense (il servizio di banner pubblicitari offerto da Google) 10mila dollari al mese. Soldi che Horner ha sostenuto di poter guadagnare anche in sole 24 ore se una “bufala” diventa virale.

Soldi-soldi-soldi – Non solo. Durante l’ultima campagna elettorale americana un gruppo di adolescenti macedoni ha dato vita a un centinaio di siti fittizi a sostegno di Donald Trump. Che siano risultati decisivi ai fini del risultato finale? Difficile da dire. Quel che è certo è che l’operazione ha permesso loro di guadagnare qualcosa come 5mila dollari al mese. Mica male. “Il meccanismo per fare profitto è quello delle inserzioni pubblicitarie ma spesso – chiarisce Attivissimo – le agenzie non sanno precisamente dove verranno pubblicati gli annunci. Un caso emblematico è quello di Breitbart News, un sito di estrema destra razzista e sessista tanto caro a Trump, che con questo sistema riesce ad incassare parecchi soldi pubblicando la réclame di grandi marchi i quali però sono all’oscuro di tutto”. E le agenzie pubblicitarie? “Traggono un profitto portando a casa una commissione”. Il più classico dei circoli viziosi, insomma. Anche in Italia il numero di siti di fake news e relative pagine social (soprattutto su Facebook) è in costante ascesa. A metà dicembre scorso uno di questi, LiberoGiornale.com (crasi fra due testate conosciute, Libero e Il Giornale, che nulla hanno a che vedere col portale in questione), è stato chiuso dopo aver pubblicato una notizia falsa sul premier Gentiloni che invitava gli italiani a fare sacrifici e a non lamentarsi.

Virilità e viralità – Un altro, Senzacensura.eu, è stato oscurato circa due anni fa. Il curatore, un adolescente molisano, spiegò al sito de L’Espresso di “viaggiare” sulle 500mila visualizzazioni al mese. I contenuti pubblicati erano fake news sugli immigrati. “Ogni mille visite guadagnavo due euro”, spiegò l’interessato: “Perché pubblicavo notizie infondate? Come gli uomini cercano la virilità, io inseguivo la viralità. Mi costruivo da solo i miei scoop. E provavo a guadagnarmi in questo modo qualche euro”. Nessuna impronta politica o razziale, insomma. “Molti di coloro che si sono ‘buttati’ in questo settore – conclude Attivissimo – sono assolutamente neutrali, non hanno un programma politico o quant’altro. È semplicemente un’idea imprenditoriale che definirei cinica, perché non si prendono minimamente in considerazione le conseguenze che la diffusione di certe ‘notizie’ possono avere”. 

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 15 aprile 2017 per La Notizia

Agenda digitale, Italia quartultima nella classifica Ue. E buttiamo fiumi di incentivi

Grafico_Agenda-digitaleUn Paese in zona retrocessione. Non ci sono solo i dati dell’Ocse a testimoniare il fatto che l’Italia fatichi ad agganciare il treno delle più importanti economie continentali. C’è pure un altro terreno sul quale il Belpaese è parecchio indietro rispetto ai propri partner. È quello che riguarda l’attuazione della cosiddetta Agenda digitale, cioè l’insieme di azioni e norme per lo sviluppo delle tecnologie, dell’innovazione e dell’economia digitale. Ebbene: nei giorni scorsi la Commissione europea ha pubblicato i valori, aggiornati a fine 2016, del Desi, l’indice che misura il grado di diffusione del digitale negli Stati Ue. Dove siamo? Soltanto in 25esima posizione, quartultimo posto prima di Romania, Bulgaria e Grecia. Insomma, c’è chiaramente qualcosa che non va.

“Le criticità sono molteplici”, dice senza mezzi termini Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio sull’Agenda digitale del Politecnico di Milano. “Prima di tutto – spiega a La Notizia – c’è un problema infrastrutturale: l’Italia ha investito meno di altri paesi nel garantire connettività a famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni”. Così facendo “sono ancora poche le persone che possono usufruire di connessioni Internet a banda larga” e “anche quei piccoli passi in avanti che sono stati fatti non hanno ancora portato a risultati adeguati”.

Strategia miope – In sostanza: “Nel 2016 il ministero dello Sviluppo economico ha messo sul piatto 2,6 miliardi di euro per ‘coprire’ le cosiddette aree bianche, cioè quelle che sono a fallimento di mercato e sulle quali lo Stato decide comunque di investire per incentivare l’offerta di connettività”. Però? “Ci vorranno anni prima di recuperare il gap con i competitor europei, che nel frattempo non sono certo rimasti a guardare”, prosegue Gastaldi: “La verità è che abbiamo capito tardi quanto le tecnologie digitali siano centrali per la nostra economia”. Anni di miopia non si correggono in poco tempo con ingenti investimenti, è il ragionamento. Non solo. L’altra grande questione è infatti quella che riguarda la digitalizzazione della pubblica amministrazione: qui siamo scivolati da un già poco incoraggiante 17esimo posto al 21esimo. “La nostra Pa è travolta dalla burocrazia – dice Gastaldi –. Il digitale è l’unica arma che abbiamo per combatterla, peccato che al contrario si pensi solo a varare altre norme e leggi, cioè nuova burocrazia. Non proprio un approccio vincente…”.

Risorse al vento – Eppure per ridurre il gap le risorse ci sarebbero. “Dal 2014 al 2020 l’Europa mette a disposizione circa 1,6 miliardi l’anno per attuare l’Agenda digitale italiana” ma “molti di questi soldi non li stiamo usando perché manca un coordinamento fra i vari attori”, specialmente tra Regioni e Agenzia per l’Italia digitale. Proprio a proposito dell’organismo diretto da Antonio Samaritani, “il suo lavoro è fondamentale”, dice Gastaldi, così come la nomina di Mr. Amazon Diego Piacentini a commissario straordinario per il Digitale. Ma anche in questo caso non è tutto rose e fiori. Lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale, ad esempio, presenta ancora delle criticità. “Un milione di italiani ha oggi una chiave digitale per accedere ai servizi della Pa” ma “sono ancora troppo pochi i servizi offerti e Spid è scarsamente usato”, rivela Gastaldi. Serve cambiare passo. “Piacentini ha individuato delle priorità sulle quali lavorare con l’Agid”, conclude il direttore dell’Osservatorio sull’Agenda digitale. Chissà però se presto dalla teoria si riuscirà alla pratica.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo pubblicato l’8 marzo 2017 su La Notizia

Altro che lotta al bullismo. Pure il numero verde fa flop

Bullismo_MinIntEra nato con un intento nobile: segnalare via sms episodi di bullismo o legati alla droga nelle scuole italiane, consentendo così alle Forze dell’ordine di intervenire tempestivamente. Un’iniziativa voluta, è scritto sul sito del ministero dell’Interno, “in un’ottica di sicurezza partecipata, come strumento in più a disposizione di educatori, operatori scolastici, ragazzi, genitori e Forze dell’ordine per arginare e combattere due vere e proprie piaghe” che “negli ultimi quattro anni in Italia sono costati la vita a dodici studenti morti per droga e ad altri due, morti suicidi per ragioni attribuite ad atti di bullismo”. Tutto molto interessante, un passo in avanti significativo, si dirà. Se non fosse che da settembre scorso, da quando cioè gli studenti sono tornati in classe per l’inizio del nuovo anno scolastico, al numero verde 43002 attivato nel 2014 dal Viminale non risponde più nessuno. Proprio così. Ma, particolare ancora più curioso, il numero non è nemmeno “verde”: il costo del messaggio viene infatti addebitato all’utente che lo invia. Un problema che non è passato inosservato.

Tanto che a Montecitorio il Movimento 5 Stelle ha indirizzato un’interrogazione (prima firmataria la deputata Marialucia Lorefice) al neo ministro dell’Interno, Marco Minniti, per chiedere spiegazioni. Rivelando, ad esempio, come da una telefonata effettuata alla Questura di Torino sia stata accertata l’effettiva sospensione del servizio. Di più: “Il problema della disattivazione – è scritto nell’interrogazione – è stato sollevato da oltre un mese al ministero, ma nulla è cambiato a riguardo”. Il motivo? Non è dato saperlo. “Bullismo e cyberbullismo”, dice a La Notizia la Lorefice, “sono due fenomeni estremamente gravi e sempre più dilaganti. Occorre un intervento normativo che punti soprattutto sulla prevenzione, l’educazione e il recupero della vittima ma anche di colui che commette l’illecito”.

Tutto fermo – Circostanza per certi aspetti ancora più grave, ricorda la deputata pentastellata, “in Italia manca una normativa che li disciplini. Mesi fa in Parlamento è stata avviata la discussione di una proposta di legge in merito, che purtroppo ha perso la sua essenza originaria, è stata depotenziata, puntando sull’aspetto repressivo”. Così “oggi quella proposta è ferma al Senato: auspichiamo si ritorni presto a discuterla e che si capisca che la vera battaglia a questi fenomeni passa attraverso una buona forma di educazione, coinvolgendo famiglia e scuola”, conclude la Lorefice.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 23 dicembre 2016 per La Notizia 

«Il mio nome è Minzolini. Onorevole Minzolini»

CASA AN: MINZOLINI, DA GIORNALE E LIBERO INCHIESTA PURAIn corsa per uno scranno al Senato, nelle file del Pdl, c’è anche lui. Il «direttorissimo», «minzolingua», «scodinzolini», il creatore di un nuovo genere giornalistico: il «minzolinismo». Domenica, quando è stata annunciata la candidatura in Liguria di Augusto Minzolini, ex discusso direttore del “Tg1” la cui stella si è eclissata dopo il rinvio a giudizio per peculato da parte della Procura di Roma a causa delle spese pazze (oltre 60mila euro) sostenute con la carta di credito aziendale, il giornalismo italiano è andato in tilt. Il nome di Minzolini non era circolato prima, ed è arrivato come un fulmine a ciel sereno.

A parer mio, lo dico chiaro e tondo, la “colpa” della candidatura dell’ex numero uno del “Tg1” non è del Pdl. Piuttosto, è “merito” di un sistema distorto. Malato. In Italia i giornali e i telegiornali sono in mano ad editori impuri (eccezion fatta per pochi casi). Gente i cui interessi si legano a filo doppio alla politica, all’imprenditoria, ad affari di qualsiasi genere e natura. Minzolini viene dal servizio pubblico, dirà qualcuno. Certo, tutto giusto. Ma, altra aberrazione tutta nostra, sulla Rai la longa manus dei partiti è sempre pronta – e lo sarà finché non arriverà un terremoto di vaste proporzioni che sconquasserà l’attuale situazione – alla spartizione di incarichi, poltrone, direttori, giornalisti, opinionisti, ospiti… Sono pochi coloro che non hanno un “padrino” a cui, un giorno, dover rendere conto o restituire il favore. Ed ecco che il giornalismo muore. Perché non è più al servizio del cittadino, perdendo quindi la sua fondamentale funzione sociale, ma di “questo” o “quello”. È ciò che è successo con Minzolini. Niente più, niente meno. Bastava ascoltare la paradossalità degli editoriali del «direttorissimo» – come amava chiamarlo Silvio Berlusconi – per capire che il telegiornale della prima rete Rai avesse perso serietà, imparzialità, terzietà. Cosa peggiore: il senso della realtà.

E il mondo dell’informazione italiana cos’ha fatto? Non lo ha “emarginato”, lasciando che si squagliasse come neve al sole. Al contrario, ha creato il personaggio: Minzolini è diventato il protagonista di parodie, sketch, prese in giro, rubriche satiriche sui giornali. Lui ha cavalcato l’onda ed è rimasto al suo posto finché, come detto, non è arrivato il punto di rottura (il rinvio a giudizio per peculato). Oggi rischiamo – anzi, è quasi una certezza – di doverlo chiamare «Onorevole». E lui, dopo un periodo di parziale silenzio (a maggio la Rai lo ha comunque nominato direttore del coordinamento dei corrispondenti esteri), è tornato alla carica.

Andate in edicola e acquistate “il Fatto Quotidiano”, “la Repubblica” e “Il Messaggero”. Sul giornale di Travaglio e Padellaro troverete un’intervista a Minzolini in cui lo stesso dice che «Marcello (Dell’Utri, ndr) è stimabilissimo e colto», e che «se ho deciso di candidarmi devo ringraziare voi che per un anno mi avete messo il bavaglio» (quale?). Su “Repubblica” e “Il Messaggero” – dove sono presenti altri due colloqui con il «direttorissimo» – il ritornello è sempre lo stesso: «Adesso respiro, ero imbavagliato» e «comunque di candidarmi me l’hanno proposto loro, mica l’ho chiesto io». Insomma, è stato un premio. Alla faccia di quei giovani e meno giovani preparati che hanno perso il treno, e che rischiano di fare la muffa confinati in un angolo. Qualcuno, mai come adesso, dovrebbe assumersi le proprie responsabilità.

Twitter: @GiorgioVelardi

Berlusconi a “Servizio Pubblico”, promossi e bocciati

BERLUSCONI REPLICA A TRAVAGLIO,NESSUNO COME ME CONTRO MAFIADa Michele Santoro a Sandro Rutolo, le pagelle dei protagonisti della puntata di Servizio Pubblico di giovedì 10 gennaio 2013.

Michele Santoro – Adagio in crescendo

Parte male, con un intervento introduttivo troppo sofisticato e poco diretto. Poi, quando si accorge che le ragazze non tengono il confronto, è costretto ad intervenire. Si innervosisce quando Berlusconi gli rifila la battuta delle scuole serali. Ma d’altra parte, pur senza interromperlo, riesce sempre a tenere botta. Il Cavaliere provoca: «Ma siamo a Zelig?». Santoro risponde: «Lei è più Zelig di me». È sulle questioni economiche, però, che il contraddittorio, affidato alle voci registrate di Tremonti e Brunetta anziché a quella in diretta di un esperto della materia, non decolla. E per Berlusconi è una pacchia. Solo alla fine, rinfacciandogli l’editto bulgaro, lascia finalmente scorrere qualche goccia di quel sangue che, metaforicamente, i telespettatori volevano vedere. E che in fondo era la vera ragione che ha acceso tanto interesse intorno all’intera puntata. Qualcosa, del resto, ai telespettatori bisognava pur darla.

Marco Travaglio – Inappuntabile e pungente

Si concede, per una volta, un doppio editoriale: è l’unica variazione sul consueto canovaccio della trasmissione. Il primo punta a smontare l’idea del complotto che secondo il Cavaliere avrebbe portato all’avvicendamento del suo governo con quello di Monti. Imputando allo stesso tempo a Berlusconi il voto favorevole sull’Imu che ora, in campagna elettorale, promette di voler modificare. L’ex premier ne esce bene, approfittando del fatto (una scelta a monte?) che, finito di leggere il suo pezzo, Travaglio lo lascia replicare senza rispondere. Anche quando la faccenda finisce sul personale. «Che fa legge?»: per forza, è un editoriale (ma nessuno glielo spiega). E rivolto a Santoro: «Me lo lasci lì che voglio guardarlo in faccia mentre gli rispondo». Con il secondo la musica cambia. Il vicedirettore del Fatto ricorda, uno dopo l’altro, tutti gli uomini – ma soprattutto le donne – dell’ex presidente. Mangano? «Vabbè, capita, errori di gioventù. Poi, se ti serve uno stalliere…»; Ruby Rubacuori? «Appena la vedi ti viene in mente una parente di Mubarak, due gocce d’acqua. La tipica faccia di una che vuol metter su un centro estetico. Allora le compri il laser antidepilazione da 60 mila euro. E quale minorenne: ma se dimostrava 65 anni!»; Nicole Minetti? «Lei invece quando la vedi ti viene subito in mente l’igiene dentale, la pluri-laureata, altro che balle. E poi mica l’ho candidata io: hanno fatto tutto 5 scrutatori senza farmela neanche vedere. Chissà cosa scrutavano». E via discorrendo. Ma è la chiosa del secondo editoriale che indispettisce il Cavaliere: «Abbiamo perso 20 anni. Lei ha speso tutte le sue energie, la sua potenza mediatica e la sua influenza sulla gente a combattere non le mafie, l’evasione e la corruzione, ma chi combatteva le mafie, l’evasione e la corruzione. Se non avessimo perso questi vent’anni e tutti quei miliardi, sa oggi quante Imu potremmo togliere sulla prima casa, e anche sulla seconda e sulla terza? Se proviamo a fare il calcolo, ci verrà da piangere. A me, a tutti, e forse persino a lei». Silvio contrattacca con la «letterina» (scritta dal fido Bonaiuti?), in cui elenca tutte le cause per diffamazione del giornalista (tra l’altro confondendo procedimenti civili e penali), ma è una pallottola spuntata che scade nel ridicolo come l’omonimo film. Prima dell’ultima stoccata di Travaglio: «Se io fossi stato un criminale, lei mi avrebbe proposto la presidenza del Senato». Colpito e affondato.

Silvio Berlusconi Fotofinish fatale

Bene fino a quando recita la parte di… Berlusconi. Gela il conduttore rispondendo a tono alla prima domanda. «Da proprietario di un grande gruppo imprenditoriale si affiderebbe ad un uomo che ha più di settant’anni e ha già guidato il Paese per otto degli ultimi dieci anni?». «Sì, se questo si chiamasse Silvio Berlusconi». Poi viene “sciolto” e lasciato libero di eseguire il repertorio, anche perché di fronte ha due “cani da guardia” che non somigliano proprio a dei rottweiler: l’abolizione dell’Imu, l’Europa «germanocentrica», la teoria del complotto, Monti il dissanguatore delle famiglie, i comunisti al potere e persino Dell’Utri «persona perbenissimo perché c’ha 4 figli». Quando però si parla di giustizia e indossa i panni del “pubblico ministero”, imitando Travaglio, inizia il crollo (insieme al cerone). Legge la «letterina» scritta dal fidato braccio destro citando Wikipedia (sic!) e violando – a detta di Santoro – le regole concordate per evitare ciò che, alla fine, accade: il confronto degenera in rissa. Ottima la battuta sulle scuole serali (quando lo studio applaude sembra di essere in un’arena in cui gli spettatori tifano per il toro e non per il torero), con Santoro che accusa il colpo e più volte la ripete per rifarsi; quella su Zelig, invece, gli si ritorce contro, perché il giornalista è abile a controbattere. Alla fine cerca di abbracciare l’acerrimo nemico che si rifiuta persino di dargli la mano. Titoli di coda. Mentre si va in pubblicità, nel guadagnare l’uscita, dice ai presenti: «Non fatevi infinocchiare da questi qua». Segno che è vigile anche quando la competizione è terminata. Alla fine non è Servizio Pubblico a ridimensionarlo, ma è un compito che, dopo gli acuti iniziali, assolve benissimo da solo nel finale.

Giulia Innocenzi Non classificata

Un unico pistolotto: la prende alla larga (molto alla larga) per porre una domanda che si poteva fare in cinque secondi. Tipo così: «Cavalier Berlusconi, non crede di averla sparata grossa quando disse che in Italia non c’era la crisi perché i ristoranti erano pieni?». Invece sembrava una puntata di “Quark” che, partendo dall’homo sapiens, ha ripercorso tutta l’evoluzione della specie.

Luisella Costamagna Non pervenuta

Alzi la mano chi, a fine puntata, si ricordava ancora cosa avesse chiesto a Berlusconi. Si è persa nei tempi della trasmissione. Pare la stiano ancora cercando. Se l’intenzione era quella di schierare le Santoro’s Girls nel ruolo delle anti-veline per mettere in difficoltà il “Re del bunga bunga”, la mossa si è rivelata un boomerang. Del resto Berlusconi s’era allenato bene con  le Olgettine.

Sandro Ruotolo – Assente giustificato

Confinato in veranda nel ruolo del cronometrista/notaio nell’ingrato compito di verificare il tempo di parola del Cavaliere rispetto a quello degli altri partecipanti.

Servizio Pubblico – Share da record

La trasmissione è stata seguita da 8.670.000 spettatori (33,58% di audience). Al di là di come è andata, è stato un successo. E chi parla di trionfo di Berlusconi forse dovrebbe porsi una domanda: avrebbe ottenuto un risultato così alto se l’arena non fosse stata quella di Servizio Pubblico e al posto di Santoro e Travaglio ci fosse stato qualcun altro a tenergli testa?

a cura di Antonio Pitoni (direttore de Il Punto) e Giorgio Velardi

Libertà è partecipazione – da “Il Punto” del 7/12/2012

Colloquio con Frank La Rue, il relatore speciale dell’Onu per la protezione della libertà d’espressione e di stampa. «Quella del giornalista dovrebbe essere la più libera di tutte le professioni, credo che la diffamazione vada depenalizzata. Il governo Monti? È di transizione e deve fare scelte precise. A breve chiederò un incontro ufficiale»

«The worst case». Il caso peggiore. Frank La Rue, il relatore speciale dell’Onu per la protezione della libertà d’espressione e di stampa, usa queste tre parole quando parla dell’Italia. Focalizzandosi, in particolare, sulla concentrazione del potere mediatico nel nostro Paese. Lo abbiamo incontrato la scorsa settimana, durante una visita-lampo a Roma. Il suo nome è legato a doppio filo alle nomine all’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, avvenute nel giugno scorso. Il 27 aprile, due mesi prima che le stesse fossero formalizzate, La Rue inviò una lettera al sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura. Scrisse: «Vorrei ribadire la mia preoccupazione relativa alla procedura istituita dal Parlamento italiano per la nomina dell’autorità di regolamentazione dell’Agcom, che dovrebbe essere assolutamente indipendente. Invito il governo italiano e il Parlamento – proseguiva la missiva – ad aprire il processo di nomina al pubblico», fornendo «le informazioni sui candidati sulla base dei programmi, tenendo consultazioni con la società civile come un segnale forte di trasparenza e di partecipazione aperta». Elementi che, insieme alla libertà di espressione, «sono fondamentali di ogni società democratica». La Rue concludeva dicendo: «In quanto relatore speciale Onu, vorrei offrire il mio sostegno e la cooperazione tecnica per queste iniziative. Sarei più che felice di viaggiare in Italia per assistere e rafforzare questo processo».

Che ne è stato del suo appello?

«Nessuno ha mai risposto. Speravo che con l’esecutivo guidato da Mario Monti potesse avvenire una rottura con il passato. Magari considerando i diritti umani una priorità. Invece tutto è rimasto com’è».

Perché, secondo lei?

«Non amo fare commenti parlando in generale, mi piacerebbe invece venire in visita ufficiale per investigare meglio ed essere più preciso…».

Nella sua ultima relazione, ad ottobre, lei cita l’Italia una sola volta. È sotto la dicitura «Country visits – Pending requests». Fra parentesi una data: 2009. Allora c’era Berlusconi…

«Ho chiesto diverse volte al suo governo un incontro ma, semplicemente, non c’è mai stata nessuna risposta. Ogni volta dicevano che ero il benvenuto ma dovevo aspettare il momento giusto. Che non è mai arrivato. Ora sto pensando di chiedere a questo governo di organizzare un incontro ufficiale. Vedremo quale sarà la risposta ma spero accetteranno perché in un periodo di transizione bisogna rafforzare i diritti e la partecipazione dei cittadini. Ciò può portare grandi benefici alla democrazia e al governo stesso».

Freedom House ha detto che dopo la caduta del governo Berlusconi in Italia c’è una maggiore libertà d’informazione. È davvero così?

«Credo ci sia una maggiore libertà di stampa, perché Berlusconi ha perso parte del suo controllo ed è una cosa buona. Però nel vostro Paese ci sono diversi punti critici…».

Quali, per esempio?

«Penso che l’Italia debba deregolamentare il fatto che ogni giornale e ogni forma di mezzo di comunicazione deve essere registrato. Per me questa è una violazione della libertà di espressione e della libertà di stampa. In molti Paesi del mondo non ci sono queste regole riguardo la registrazione, in particolar modo per ciò che riguarda i giornalisti. Nonostante sia importante, la professione non deve essere vincolata ad un particolare titolo di studio: il giornalista deve studiare ed essere preparato, ma questa non deve essere una condizione vincolante. I cronisti, poi, non devono essere obbligati a costituire un’organizzazione professionale, come succede in alcuni Stati. Si tratta di un’altra violazione della libertà di espressione. Personalmente credo nelle associazioni della stampa, ma non ci deve essere obbligatorietà».

In Italia accade tutto il contrario di quanto lei afferma…

«Quella del giornalista dovrebbe essere la più libera di tutte le professioni. Pensi al caso del citizen journalism, i cittadini-giornalisti. In situazioni particolarmente critiche, come il terremoto in Giappone o la guerra in Siria, ci sono persone che si armano di videocamera o cellulare con fotocamera e scendono nelle strade a documentare la situazione, postando poi sul web i loro contributi. Queste persone dovrebbero essere protette esattamente come i giornalisti di professione. Il fatto che in Italia ci siano delle condizioni per essere un giornalista e dei regolamenti per aprire un mezzo di comunicazione non è positivo. Queste sono solo reminiscenze del passato».

Nelle ultime settimane si è dibattuto molto di diffamazione, di mandare in galera i giornalisti ma non i direttori etc… Una matassa complicata da sbrogliare. Qual è la sua opinione in proposito?

«Credo che la diffamazione debba essere depenalizzata, rimanendo solo passibile di azione civile ed avere dei limiti. Non ci dovrebbe essere neanche la sanzione economica. Al limite, se proprio ci deve essere una multa, dovrebbe trattarsi di una somma simbolica. La diffamazione è usata come una forma di intimidazione, gli inglesi lo definiscono chilling effect».

Insomma, lo Stato che dovrebbe proteggere i giornalisti in realtà li sottopone a un “ricatto”…

«Una delle cose che mi spaventano è che nel mondo vedo aumentare i pericoli per i giornalisti: a quello di persecuzione legale sulla base della diffamazione si affiancano i crimini religiosi e un aumento di aggressioni fisiche ed uccisioni. Se il giornalismo diventa una professione così pericolosa, l’obbligo di un Paese  dovrebbe essere quello di proteggere particolarmente i giornalisti, non metterli ancora più in pericolo. I cronisti dovrebbero essere protetti in maniera speciale per il servizio che offrono alla società».

In Italia non abbiamo una legge sul conflitto di interessi…

«Io credo nei media pubblici, che devono essere assolutamente indipendenti. Di conseguenza, gli organi dirigenziali non devono essere eletti dal governo e ancora meno dal primo ministro, e devono essere assolutamente sganciati da tutti i partiti politici. L’Italia dovrebbe imboccare questa strada. Per questo, ad aprile, ho chiesto di essere invitato durante il processo di elezione dei membri dell’Agcom. Ma, come ho già detto, nessuno mi ha mai risposto e la nomina è avvenuta seguendo le solite regole. Questo non va bene».

Perché non si è provveduto ad un vero cambiamento?

«Forse perché qualcuno ha avuto paura di cambiare le regole. Credo invece che questo sia il momento per fare dei cambiamenti, ma ci vuole coraggio. Un governo di transizione deve fare una scelta: essere di passaggio per arrivare alla prossima legislatura oppure decidere di organizzare un cambio di passo, anche se questo può richiedere del tempo».

Avrà sicuramente letto della candidatura del giornalista americano Wolfgang Achtner, che si è proposto per la guida del “Tg1” senza ricevere alcuna risposta dal Consiglio di amministrazione della Rai. Cosa ne pensa?

«Credo che come non ci dovrebbero essere condizioni per praticare il giornalismo non ci dovrebbe essere neanche una “nazionalita” che lo impedisca. Basta citare il caso dei corrispondenti esteri. Se questi possono riportare le notizie dagli altri Paesi perché non possono anche lavorare per un media estero, sia esso pubblico o privato? Non c’è niente di male. Una sentenza della Corte dei diritti umani interamericana ha riguardato proprio un giornalista straniero che era andato in Costa Rica, dove non gli era stato permesso di fare il suo lavoro. Il verdetto ha stabilito invece che lui doveva poter svolgere la sua professione, perché non ci devo essere condizioni per fare il giornalista».

Sarkò e Berlusconi leader a confronto – da “Il Punto” del 7/12/2012

Due esperienze che «non possono essere considerate delle parentesi nella storia politica dell’Italia e della Francia». Sono quelle di Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy, che Sofia Ventura, politologa e docente presso l’Università di Bologna, ha messo a confronto ne Il racconto del capo (Editori Laterza, 18 euro, pp. 176).

Professoressa, cosa accomuna «una storia francese» e «una storia italiana», ossia Sarkozy e Berlusconi?

«La comparazione si basa sul fatto che tutti e due sono stati percepiti come animali politici “strani”, provocando una reazione quasi violenta da parte delle élite politico-culturali di Francia e Italia. Entrambi hanno rotto con alcune convenzioni, Berlusconi in maniera molto più dirompente per due motivi: il primo riguarda il sistema politico che lo ha preceduto, basato sulla centralità della Dc; il secondo fa riferimento ad un linguaggio in codice e poco chiaro al grande pubblico che lui ha modificato contrapponendone un altro che nelle grandi democrazie era già utilizzato. Anche Sarkozy ha adottato uno stile più diretto e colloquiale, utilizzando intensivamente la televisione e sfruttando la sua capacità di fare notizia. In Francia, però, la rottura è stata meno forte perché la modernizzazione della comunicazione politica è iniziata già negli Anni ’60».

Sia l’ex presidente francese che l’ex premier italiano rappresentano una politica di stampo personalistico fondata sul «corpo del leader». A suo avviso siamo giunti alla fine di una simile visione della cosa pubblica?

«No, perché certe tendenze sono difficili da fermare, anche se – vista la situazione in cui versano le democrazie europee – si può tornare ad una condizione di maggiore sobrietà. La personalizzazione è entrata nel modo di concepire la politica. Un esempio sono le primarie del centrosinistra. Il confronto fra Bersani e Renzi andato in onda mercoledì scorso ha messo di fronte due figure che incarnano altrettante visioni: quella più “collettiva” del segretario, che stigmatizza sempre l’idea di un “uomo solo al comando” ma che ha scelto tre giovani da opporre all’avversario in maniera autonoma, e quella del sindaco di Firenze, più coerente con una nuova concezione della leadership. Bersani fa un racconto della sua concezione della politica che non corrisponde a quanto accade nella realtà, anche dentro al Pd».

Quanto il sindaco di Firenze ha innovato la politica, soprattutto a livello comunicativo?

«Premesso che l’innovatore “principe” è stato Berlusconi, se pur con dei grandi limiti, Renzi ha avuto il coraggio di utilizzare all’interno del centrosinistra nuove forme di comunicazione. Questa specie di show che in questi mesi ha portato in giro per l’Italia, parlando come i candidati americani, gli ha permesso di costruire un linguaggio – a volte troppo semplificato – che ha il merito di rivolgersi prima di tutto ai cittadini».

Torniamo a Sarkozy e Berlusconi. Ha senso, secondo lei, la nascita di una nuova formazione guidata dal Cavaliere?

«Sarkozy, che ha 57 anni, ha ancora le capacità per unire il centrodestra francese. La stessa cosa non si può dire di Berlusconi. Anche se facesse una propria lista il Cavaliere potrebbe raccogliere una percentuale di voti compresa fra il 5 e l’8%, ma non avrebbe più alcuna capacità di aggregazione. La sua creatura avrebbe solo un carattere folkloristico, visto che sono in molti quelli che nel Pdl non tollerano più i suoi atteggiamenti. L’ultimo momento importante della sua carriera è stato quello del “Predellino”, dopodiché la disastrosa esperienza di governo ne ha messo a nudo i limiti. Ora l’obiettivo sembra essere quello di sopravvivere. È la fine triste di un leader, che sembrava dovesse cambiare l’Italia e ora chiede un minimo di spazio».

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Nomine Agcom, ricorso delle associazioni. Assonime: «Serve maggiore trasparenza» – da “Il Punto” del 7/12/2012

«I curricula? Sono stati usati come carta da cesso». Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commentò così, con un’espressione intensa ma significativa, la nomina dei nuovi membri dell’Agcom e del Garante per la protezione dei dati personali. Era lo scorso giugno, sette mesi dopo l’investitura a premier di Mario Monti, che insieme ai suoi ministri “tecnici” avrebbe dovuto portare maggiore sobrietà e imparzialità in Parlamento. Speranza disattesa, perché nulla di nuovo è comparso sotto il sole. Anzi. I partiti hanno continuato imperterriti nella loro lottizzazione spartendosi la torta come se nulla fosse e, in barba alle decine di candidature arrivate da esponenti della società civile, hanno “piazzato” i loro uomini nelle Authorities. E così Antonio Martusciello, ex forzista della prima ora, già sottosegretario all’Ambiente e poi viceministro della Cultura del governo Berlusconi, è finito all’Agcom in quota Pdl (148 voti). Così come Maurizio Dècina, docente al Politecnico di Milano, indicato dal Pd (163 voti). E tanto per non farsi mancare nulla, visto che il presidente dell’Authority lo nomina il primo ministro, Monti ha pensato bene di scegliere Marcello Cardani, che fu suo collaboratore a Bruxelles e che insegna alla Bocconi, l’Università di cui il capo del governo è presidente. Non è sufficiente? E allora al Garante per la privacy il Parlamento ha nominato Augusta Iannini, capo Ufficio legislativo del ministero della Giustizia nonché moglie del giornalista Bruno Vespa, e Antonello Soro, ex capogruppo del Pd alla Camera. Insomma, ce n’è quanto basta per gridare alla “spartitocrazia”. Ovvio che le associazioni che si sono battute affinché le nomine fossero trasparenti abbiano annunciato battaglia. Open Media Coalition, Agorà Digitale, Anso (Associazione nazionale stampa online), Articolo 21, Femi (Federazione dei media digitali indipendenti) e Società Pannunzio hanno fatto ricorso. «A formare oggetto di contestazione – hanno scritto in un comunicato congiunto – non è la competenza o l’esperienza dei singoli membri nominati ma l’idoneità del procedimento adottato dalla Camera e dal Senato per garantire al Paese un’Autorità garante indipendente». «Preso atto di quanto è accaduto, abbiamo fatto ricorso al Tar per chiedere quanto i vizi del procedimento di nomina abbiano inciso sull’assegnazione degli incarichi all’Agcom», spiega a “Il Punto” Guido Scorza, coordinatore della Open Media Coalition. «Il procedimento è partito due settimane fa, noi abbiamo chiesto che le nomine vengano annullate – prosegue Scorza –. L’obiettivo è quello di fissare il principio per il quale la società civile, di fronte alla nomina di una carica pubblica avvenuta su base opinabile, ha un giudice al quale rivolgersi per chiedere che verifichi l’accaduto». In questo contesto, come detto, il governo Monti non ha portato mutamenti significativi. Dice il coordinatore della Open Media Coalition: «Lo si può rimproverare perché sarebbe stato importante che, in quanto esecutivo di transizione, si fosse provveduto a costruire una struttura normativa che portasse tutti, da qui in avanti, a rispettare regole di trasparenza e indipendenza». Sull’argomento in questione è intervenuta anche Assonime, l’Associazione fra le società italiane per azioni. In un recente documento, stilato da un gruppo di lavoro coordinato dall’economista Innocenzo Cipolletta, si sottolinea come «in Italia il quadro giuridico delle autorità indipendenti si è sviluppato in fasi successive senza un disegno unitario e l’esperienza ha evidenziato alcune carenze, ad esempio nei meccanismi di nomina e nel disegno delle competenze». Va dunque assicurato «un orizzonte stabile al processo decisionale, isolandolo dalle oscillazioni connesse al ciclo politico», che favorisca «una maggiore stabilità delle regole per il funzionamento del mercato». Secondo Assonime, «gli attuali meccanismi di nomina appaiono insoddisfacenti dal punto di vista dell’apertura e della trasparenza nella raccolta delle candidature e quindi inidonei a fare emergere le migliori professionalità in ciascun settore dell’attività istituzionale, al servizio del Paese». L’Associazione definisce inoltre «utile» l’istituzione di «una Commissione bicamerale per la concorrenza e i rapporti con le autorità», che assicuri a queste ultime «un interlocutore parlamentare stabile e attento e costituisca il referente parlamentare nel processo di nomina dei componenti, per l’esame del fabbisogno finanziario e per la gestione della spesa». Fra le 15 proposte formalizzate c’è anche quella di «richiedere alle autorità di individuare le priorità dell’azione istituzionale su un orizzonte pluriennale e di enunciarle al Parlamento e all’opinione pubblica». Il tutto con un principio di fondo: «I meccanismi di nomina dei componenti delle autorità devono essere disegnati in modo da assicurare la distanza dalla politica, l’indipendenza sostanziale e la competenza professionale specifica dei componenti». Perché specificarlo, se l’Agcom afferma che «indipendenza e autonomia sono elementi costitutivi che ne caratterizzano l’attività e le deliberazioni»?

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Fastweb atto terzo – da “Il Punto” del 9/11/2012

Prima luglio, poi novembre e ora gennaio 2013. Per i circa 600 lavoratori del settore “Customer Care & Customer Base Management” dell’azienda di proprietà di Swisscom la cessione a Visiant sta diventando un “giallo nel giallo”. E ora anche i sindacati, dopo gli entusiasmi iniziali, sono sul piede di guerra  

Un “giallo nel giallo”. È quello di cui sono protagonisti i circa 600 lavoratori del settore Customer Care & Customer Base Management di Fastweb, l’azienda che opera nel settore delle telecomunicazioni nata sul finire degli Anni ’90 a Milano e diventata di proprietà di Swisscom nel 2007, che sarebbero dovuti essere esternalizzati a Visiant Next Spa il primo luglio scorso. Sarebbero, appunto. Perché dopo un primo rinvio dell’operazione a inizio novembre, ora un avviso notificato ai diretti interessati rende nota «la necessità di maggior tempo di quanto preventivato» e che va quindi ridefinita «al 1° gennaio 2013 la data di trasferimento delle persone e delle attività appartenenti al ramo». Una vicenda intricata che, come di consueto, rischia di non avere alcun vincitore ma solo tanti sconfitti: i lavoratori.

L’ANTEFATTO Il Punto aveva dato notizia di quanto stava accadendo proprio quando i giochi sembravano fatti e i lavoratori avevano pure preparato gli scatoloni, all’interno dei quali era stata inserita anche una buona dose di dubbi e incertezze. Il perché è presto detto: Visiant Spa, che controlla al cento per cento Visiant Next (la newco fondata il 23 aprile di quest’anno e controllata a sua volta da Visiant Contact Srl), si trova in amministrazione controllata. Non solo: ci sono punti dell’«accordo di armonizzazione», sottoscritto da azienda e sindacati, che i lavoratori contestano. Due su tutti: il 9 e il 12. Nel primo si assicura che «nella remota ipotesi di fallimento di Visiant Contact Srl o Visiant Next Spa e/o di ammissione di Visiant Contact Srl o Visiant Next Spa a procedure concorsuali, Fastweb Spa selezionerà un nuovo partner a cui trasferire, senza soluzioni di continuità, le attività e i rapporti dei lavoratori appartenenti al ramo d’azienda ed ancora in forza a Visiant Next Spa (…)». Tradotto: la delocalizzazione della delocalizzazione. Poi c’è il punto 12: «Visiant Next Spa conferma che i lavoratori facenti parte del ramo ceduto continueranno a svolgere le attività oggetto del trasferimento di ramo d’azienda, fatto salvo che, in relazione ad una migliore valorizzazione delle professionalità dei lavoratori stessi, siano assegnati a diverse attività». Ciò provocherebbe, in caso, un “effetto boomerang”: Fastweb potrebbe infatti cedere la commessa senza più i lavoratori al suo interno ad un nuovo partner e l’accordo decadrebbe. Come detto, la cessione degli addetti al settore Customer Care & Customer Base Management sarebbe dovuta avvenire a inizio luglio. Poi però il 27 giugno – solo quattro giorni prima del passaggio – i lavoratori ricevono questa comunicazione: «Vi informiamo che il trasferimento non avrà effetto dal 1° luglio. Fastweb, fin dall’inizio del progetto, ha posto come obiettivo primario per il trasferimento del ramo garanzie di stabilità societaria e solidità finanziaria del partner prescelto, della sua controllante e dell’intero gruppo Visiant; questo a tutela sia delle persone che delle attività coinvolte ed in considerazione dell’accordo sottoscritto il 12 maggio 2012 con le parti sociali. A tal fine il gruppo Visiant ha reso noto che nell’arco del prossimo mese saranno fornite alcune garanzie finanziarie (…). Vi forniremo aggiornamenti in merito».

VISIANT E OVERSEAS IND. - Qual è il motivo della retromarcia? Per spiegarlo dobbiamo fare un passo indietro e analizzare la visura della Camera di Commercio di Milano (24 giugno 2011) in cui è scritto: «In merito alla situazione finanziaria della società (Visiant Contact Srl, ndr), si rileva in particolare che il debito tributario per l’Iva non versata al 31/12/2010 ammonta ad euro 6.677.020 e, ai primi mesi di maggio 2011, risulta pari a circa euro 5.950.000. Ad oggi non si è ancora a conoscenza dell’avvenuta conclusione di un piano di ristrutturazione di tale debito». In conclusione, vanno assunte «le appropriate determinazioni in relazione all’approvazione del Bilancio e alla copertura della perdita d’esercizio (…)». In mancanza di tali interventi il rischio è «la messa in liquidazione» della società. Malgrado la situazione fosse complicata fin dall’inizio, Fastweb e i sindacati sottoscrivono l’accordo. Poi arriva il primo rinvio e parallelamente Visiant viene acquistata dalla Overseas Industries, società italiana di investimenti creata trent’anni fa dall’imprenditore Emanuele Costa, che viene affiancato nel 2005 da Federico Nordio. La Overseas sigla un aumento di capitale da 5 milioni di euro per rilanciare Visiant e promette di «sottoscrivere un ulteriore aumento da 3 milioni». Cosa, adesso, ha bloccato l’ingranaggio? «È ovvio che l’ingresso in Visiant da parte di Overseas Industries abbia rimescolato le carte in tavola, e che qualcosa sia andato storto. In questo gioco di accordi fra le società le conseguenze le pagano i lavoratori», ci racconta un dipendente Fastweb che chiede l’anonimato. «La cosa che più ci fa rabbia è che noi ci troviamo in mezzo alla tempesta senza che la nostra azienda sia in crisi», prosegue. Numeri alla mano, nel primo semestre 2012 Fastweb ha sì visto diminuire il proprio fatturato netto, passato da 875 a 853 milioni di euro (-2,5 per cento), ma ha incrementato il numero dei suoi clienti (+78mila unità). «Una perdita – ci spiega il nostro interlocutore – frutto di un abbassamento dei prezzi che è servito a rimanere competitivi sul mercato. Al contrario degli altri operatori, Fastweb non può contare sugli utili del settore “mobile”. La produzione però c’è e va avanti, basti pensare che quest’anno abbiamo percepito un premio di produzione pari a quasi 2mila euro». La rabbia dei dipendenti deriva dalle rassicurazioni che l’azienda ha fornito loro prima di delocalizzarli e dall’atteggiamento che lo Human Capital continua ad avere nei loro confronti. La nostra fonte ci racconta che «pochi giorni prima dell’ultima comunicazione con cui Fastweb ci avvisava che l’esternalizzazione era rimandata a gennaio 2013, un addetto alle risorse umane ha fatto visita alle varie sedi assicurandoci che la stessa sarebbe andata a buon fine. Poi hanno smentito loro stessi». Infine viene sollevato un interrogativo: «Nella comunicazione che ci è stata recentemente inviata è scritto che la data di trasferimento delle persone e delle attività appartenenti al ramo sarà ridefinita “al 1° gennaio 2013”. Cosa vuol dire “al”? Che ad inizio anno ci sarà il passaggio a Visiant, o che tutto è ancora incerto e che potremmo ritrovarci addirittura in mobilità o in cassa integrazione?». Una domanda a cui solo le aziende interessate (compresa la Swisscom, proprietaria di Fastweb, il cui silenzio sulla vicenda fa rumore) possono – e devono – dare una risposta.

VUOTI A PERDERE - Dopo gli entusiasmi iniziali, ora anche i sindacati si stanno ricredendo sulla bontà dell’accordo. Tanto che nei giorni scorsi Fistel-Cisl, Slc-Cgil, Uilcom-Uil e Ugl-Telecomunicazioni hanno diramato dei comunicati in cui chiedono all’azienda un «incontro congiunto» per fare il punto della situazione (la Cgil ha fatto addirittura sapere che «ogni violazione dell’accordo sottoscritto il 12 maggio scorso sarà utilizzata per ricorrere alla Magistratura Ordinaria»). Nel frattempo i lavoratori si sono rivolti all’avvocato Ernesto Cirillo che, contattato da Il Punto, ha spiegato: «Si tratta di una delle tante cessioni di ramo d’azienda che sono avvenute in Italia negli ultimi anni. Uno strumento che permette di rendere le società più leggere perché diminuisce il personale e vengono appaltati i servizi alle aziende a cui lo stesso viene esternalizzato. Alla scadenza di questo contratto, nel caso in questione, Fastweb potrebbe dire: “Questa prestazione mi costa troppo, cerco un’altra ditta che mi fa risparmiare”. Il destino dei lavoratori coinvolti, in base a quella che è la storia del fenomeno, è segnato. Tutti i dipendenti Telecom delocalizzati negli ultimi anni sono poi finiti in cassa integrazione o in mobilità. Sono dei vuoti a perdere, che dipendono al cento per cento dalla società cedente e che una volta terminato il contratto fanno venire meno i posti di lavoro». A metà conversazione l’avvocato si sofferma su un punto: «L’accordo non coinvolge i lavoratori di Bari». Il motivo? «Lì si stanno sfruttando fondi regionali e incentivi. Una situazione che ha portato, nel corso di questi mesi, a convergere sul capoluogo pugliese alcune attività che l’azienda non ha inteso cedere. Per il resto era tutto scritto: i bilanci di Visiant presentavano già delle problematiche – afferma Cirillo – ma i sindacati hanno comunque firmato un “accordo di armonizzazione” con l’azienda. Nello stesso, Fastweb, che dovrebbe teoricamente liberarsi dei lavoratori, parla delle attività come fossero le proprie. È una situazione paradossale, e le parti sociali sono state “morbidissime”. Cosa che sta accadendo anche in altre operazioni della stessa natura. L’unica tutela possibile è il ricorso giudiziario, dimostrando che non c’erano i requisiti di legge per formalizzare l’accordo e che non si trattava di un ramo d’azienda che poteva essere “staccato” in maniera autonoma. I lavoratori – conclude l’avvocato – rischiano di pagare un conto salato e di subire vessazioni giornaliere perché gli verrà richiesto uno sforzo produttivo non indifferente». Eppure, ironia della sorte, nei suoi spot Fastweb si dichiara “sempre un passo avanti”.

Twitter: @GiorgioVelardi

Tv, ridiamo ai bambini lo spazio che meritano

Continuano a proliferare, neanche portassero chissà quale innovazione nel tubo catodico, i programmi che vedono come protagonisti i bambini. La Befana mi ha regalato – ahimè – l’ultima meraviglia: una versione de L’Eredità (il programma pre-Tg1 condotto da Carlo Conti sul primo canale Rai) con concorrenti piccoli ma al tempo stesso già grandi. Quelli che hanno partecipato ieri sera al quiz dell’uomo più abbronzato della televisione italiana sembravano essere dei mostri: uno, a 10 anni, sta già scrivendo un libro; un’altra, stessa età, non è fidanzata ma è innamorata di un ragazzo più grande di lei; infine, l’ultima ha 4 “spasimanti”, ma non sa quale scegliere.

Ecco, poi gli fanno le domande, e scopri che da geni quali sembrano questi piccoli Piero Angela – ma lui, sicuramente, da piccino era fatto di un’altra pasta – sono in realtà mediocri e “normali”, malgrado le apparenze. Quello del libro (un giallo ambientato a Londra. A 10 anni? Mah!), decanta la sua media del 10 a scuola, guardando Conti come a fargli capire: «Ma scusa, che domanda mi hai fatto? Non si vede che ho la faccia di uno che ha il massimo dei voti in tutte le materie?», e poi è il primo ad essere eliminato. Sbaglia due domande su tre – la prima è sul calcio, ma lui sbuffa quando la legge perché il calcio proprio non lo digerisce; la seconda è ancora più imbarazzante: «La prosa è la forma di espressione linguistica in cui si scrivono parole in versi. Vero o falso?». E lui risponde «vero», con la faccia da sapientino. Eh no bello mio, quella è la poesia! –, ma poi si mette al posto del presentatore e lancia le sfide successive, perché è sempre stato il suo sogno. Ma quanti ne ha?

L’Eredità non è il primo, ma solo l’ultimo di questi format in cui bambini di 5, 10, 15 anni sembrano vestiti e truccati come 50enni. Poi, facendo riferimento ai contest canori, non possono pronunciare le parole «sesso»,  «amore» e affini perché è immorale. Gli immorali sono quelli che, di fronte quella telecamera, ce li hanno sbattuti. La tv ridia ai bambini lo spazio che meritano. Il rischio è quello di creare dei mostri. Sperando che non sia già troppo tardi.

La luce rossa sempre accesa e quel voyeurismo incontrollato

Il Grande Fratello, il personaggio immaginario creato da George Orwell e presente nel romanzo 1984, sembra aver preso vita. Da anni – e ce ne rendiamo conto proprio questa sera, visto che (ahinoi) in tv inizierà la 12esima edizione del programma condotto da Alessia Marcuzzi – siamo costantemente “accecati” dalla luce dei riflettori, che nostro malgrado ci informano in maniera maniacale e con eccessiva dovizia di particolari di fatti di cronaca (ma non solo).

Quanto accaduto nell’ultima settimana ha poi avvalorato ancor di più la tesi espressa poc’anzi. Sono due i fatti che hanno colpito la mia attenzione. Il primo è quello relativo alla morte di Mu’ammar Gheddafi, il dittatore libico ucciso giovedì scorso da un gruppo di ribelli appartenenti al Cnt (Consiglio nazionale di transizione), dopo 42 anni di tirannia. Il video della sua cattura, ripreso con un telefonino – ce ne siamo resi conto dalla scadente qualità delle immagini – ha fatto il giro del mondo in poche ore. Lo abbiamo visto e rivisto in tutte le salse. Ma peggio ancora è accaduto dopo la sua morte, avvenuta in circostanze ancora tutte da chiarire. Perchè, per fugare i dubbi dei pochissimi che non credevano alla morte del raìs, il suo corpo è stato esposto come trofeo (o bottino di guerra, utilizzare il termine che più vi garba) al mercato dei polli di Misurata. Con, fra un grido di gioia e l’altro, le foto ricordo dell’evento del millennio, manco fossimo a Los Angeles nella famosa notte degli Oscar. Piccola nota a margine di questa prima parte dell’articolo: se il nuovo volto della Libia è questo, tanti auguri!

Ma veniamo a quanto accade fra le mura di casa nostra. Potremmo stare qui a parlarne per giorni e mesi. Forse anni. Ma c’è un episodio – il secondo e ultimo – che pochi giorni fa mi ha lasciato incredulo e sconcertato nel momento in cui ne leggevo il resoconto. Claudia Losito – nome sconosciuto ai più, me compreso, semplicemente perchè non è nessuno se non la compagna di Remo Nicolini, già fidanzato di Guendalina Tavassi, la concorrente del Grande Fratello 11 (a volte ritornano, guarda un po’) – ha partorito in diretta televisiva. Sì, avete letto e capito bene. Il suo parto è stato trasmesso in diretta da Pomeriggio Cinque, il programma condotto da Barbara D’Urso in onda ogni pomeriggio su Canale5. C’è un però, che ha reso questo “evento” assai pericoloso per i pazienti dell’ospedale Santo Spirito in Saxia, che si trova a Roma sul Lungotevere (vicino a San Pietro), dove la donna ha dato alla luce il suo primogenito: le troupe targate Mediaset hanno occupato le corsie del nosocomio, creando non pochi grattacapi al personale clinico, mentre nel parcheggio della struttura le macchine degli operatori hanno parcheggiato nei posti riservati ai motorini (e molti degli infermieri e dei medici usano proprio questo mezzo di locomozione per andare al lavoro). La presidente della Regione Lazio Renata Polverini ha chiesto spiegazioni a riguardo, ma siamo sicuri che il tutto si risolverà in una bolla di sapone.

Quel che è più grave, a mio avviso, è che Pomeriggio Cinque è una testata giornalistica (il direttore è Claudio Brachino): ergo, il programma deve rispettare tutte quelle norme deontologiche che regolano la trasmissione di determinati contenuti. Ne cito due in particolare: la Carta di Treviso e il Codice dentologico, appunto. Il primo documento, firmato il 5 ottobre 1990 da Ordine dei giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro, tutela i minori coinvolti – principalmente – in fatti di cronaca. Per carità, un parto non è un fatto di cronaca, ma le immagini di un bambino appena nato non dovrebbero essere trasmesse di fronte a milioni di persone. O no? Il secondo atto – a cui può essere collegata pure la legge sulla privacy – all’art. 6 recita:

La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l’informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti“.

Il problema, in questo caso, è che un parto non è nemmeno una notizia (ma forse, dopo aver visto il servizio sui calzini del Giudice Raimondo Mesiano, per Mediaset lo è diventata). Se volete fare i voyeur e guardare il video in questione, eccovi il link: http://video.corriere.it/parto-tv-polemiche-la-diretta/1534dfa8-fb19-11e0-b6b2-0c72eeeb0c77. Buona visione!