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Tag: Berlusconi



Prende corpo la ricandidatura del presidente del Consiglio e di alcuni suoi ministri dopo la fine della legislatura. Ad auspicare che ciò accada non ci sono solo esponenti di Pdl, Pd e Udc, ma anche i leader internazionali. Su tutti Obama, la cui rielezione passa soprattutto per il salvataggio dell’euro

«Sto diminuendo coscientemente la mia sensibilità auditiva quando mi viene fatta questa domanda». Il presidente del Consiglio Mario Monti scherza con i giornalisti che gli chiedono se sia sua intenzione ricandidarsi una volta terminata la legislatura. Eppure, malgrado il tira e molla fatto di annunci e smentite che va avanti da mesi, l’ex Commissario europeo sa bene cosa fare. Il piano per un «Monti dopo Monti» (che includerebbe anche alcuni suoi ministri) esiste. E non coinvolge solo attori della politica italiana. Se infatti, da una parte, ci sono frange di Pdl e Pd che sono favorevoli ad una simile ipotesi – con l’Udc a fare da trait d’union affinché ciò accada –, dall’altra sono i protagonisti della politica internazionale a spingere per la soluzione di continuità. Su tutti, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che vede in Monti un interlocutore privilegiato e che teme di perdere le elezioni di novembre proprio a causa dello sgretolamento dell’Europa e del crack dell’euro.

I “PRO-MONTI” ITALIANI - «Il dopo Monti siamo noi», ha dichiarato il leader del Partito democratico Pier Luigi Bersani presentando la “Carta degli intenti”. Ma per il numero uno di Largo del Nazareno la realtà, fra poco meno di un anno, potrebbe essere amara. E sarebbe una seconda batosta, visto che chi lo conosce bene giura e spergiura che il segretario dei democrat, dimessosi Berlusconi, avrebbe fatto carte false per andare alle urne. Salvo poi doversi arrendere alla volontà del presidente della Repubblica. Il nome del burattinaio scaltro che caldeggia l’ipotesi di un Monti-bis è noto da tempo: Pier Ferdinando Casini. In un’intervista rilasciata a la Repubblica il 29 luglio scorso il leader dell’Udc, da sempre il più fedele fra i componenti della «strana maggioranza» che sostiene il premier, si è detto pronto ad aprire il partito «a disponibilità esterne». Il primo ad essere il benvenuto nella grande «casa dei moderati», ancora nella fase di work in progress, è proprio Monti. Il quale non sarebbe certo retrocesso a comprimario – del resto, ha fatto sapere l’ex presidente della Camera nel suddetto colloquio, il capo dell’esecutivo «ha fatto in sei mesi ciò che per tanto tempo è stato evocato e mai realizzato» –, ma continuerebbe a recitare un ruolo da protagonista permettendo a Casini di salire al Colle. Ovviamente, per portare a termine il piano, c’è bisogno del maggior sostegno possibile. Dunque non è un caso che Luca di Montezemolo abbia per il momento congelato l’idea di “scendere in campo” – se ne riparlerà a settembre, ma il coordinatore nazionale di “Italia Futura” Federico Vecchioni ha già fatto sapere che il presidente della Ferrari farà il «padre nobile» – per dare il proprio sostegno al lavoro di Monti. Ma non c’è solo Montezemolo sul taccuino di Casini. Perché uno dei nomi caldi, in questi giorni, è quello dell’ex leader di Confindustria Emma Marcegaglia. Non a caso a giugno, nell’intervista rilasciata a Il Punto, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa aveva avvisato di stare «dialogando con ambienti esterni», fra cui l’unione degli industriali. Fra Montezemolo e Marcegaglia non corre buon sangue (il primo appoggiava Alberto Bombassei come nuovo numero uno di viale dell’Astronomia, la seconda il vittorioso Giorgio Squinzi), ma qui la posta in palio è alta: il futuro dell’Italia. Della contesa fanno parte anche i “montiani di ferro” di Pdl e Pd. Nel partito di Berlusconi il più convinto dell’operato del premier è Franco Frattini, che appare sempre più distante dalle posizioni interne al suo schieramento. Vuole le primarie, almeno a tutti gli alti livelli, e a fine settembre prenderà parte ad un meeting – che si sarebbe dovuto svolgere già a luglio – a cui parteciperanno le “anime moderate” di Pdl, Pd e Udc (tra cui Fioroni, Enrico Letta, Adornato e Cesa). Nel Pd sono invece Giorgio Tonini, Enrico Morando, Marco Follini e Paolo Gentiloni a sostenere che sia necessario «continuare con Monti». Di più: l’ex ministro delle Comunicazioni ha avvisato che il punto di rottura potrebbe essere la creazione di una lista a favore del premier. Bersani è avvisato.

I “PRO-MONTI” STRANIERI - Ma se in Italia sono in molti a volere ancora Monti, nel resto del mondo la situazione non è dissimile. L’ex Commissario europeo è riuscito a conquistarsi in pochi mesi la stima di tutti i maggiori partner internazionali. Primo fra tutti, il presidente americano Obama, che tra poco meno di cento giorni affronterà la sfida per la rielezione sfidando il repubblicano Mitt Romney. Quello che lo attende sarà un cammino in salita. Non tanto per il valore dell’avversario (lo testimonia la serie di gaffe messe in fila da Romney nel suo ultimo viaggio), quanto perché la crisi che continua a mordere alle caviglie l’Europa ha effetti devastanti anche sugli Stati Uniti, che pure l’hanno scatenata. Vedere per credere quanto sta accadendo alla California, lo stato americano più popoloso, che in pochi mesi ha visto fallire città come Stockton (300mila abitanti, più o meno come la nostra Venezia) e San Bernardino (200mila). Obama è molto preoccupato per il percorso da gambero che sta portando avanti l’Europa, complici anche i diktat della Germania che rallentano qualsiasi possibilità di ripresa immediata. Ecco dunque che Monti potrebbe essere l’uomo giusto al posto giusto – anche nell’immediato futuro – per ammorbidire la linea dura della Merkel, godendo del sostegno Usa e di quello del presidente francese François Hollande. A testimonianza di ciò lo stesso presidente del Consiglio, poche ore prima dell’importante riunione del board della Bce a Francoforte (la scorsa settimana), ha lanciato un messaggio poco rassicurante per tutti: «Se lo spread dovesse rimanere a livelli troppo elevati per troppo tempo, il rischio è quello di avere in Italia un governo non europeista, non favorevole all’euro e non orientato alla disciplina fiscale». Il che vorrebbe dire far scorrere i titoli di coda sul nostro Paese e sull’intera Eurozona. Non è dunque casuale che, malgrado il dietrofront dopo aver lanciato la «pazza idea» di uscire dall’euro, Obama si sia informato tramite l’ambasciatore americano a Roma David Thorne sulla reale volontà di Berlusconi di ricandidarsi. Nel partito internazionale “Pro-Monti” compare anche il nome di Vladimir Putin, da sempre vicinissimo al Cavaliere. Un ulteriore segnale dell’aurea salvifica che proietta il presidente del Consiglio al proseguimento del soggiorno a Palazzo Chigi.

SQUADRA CHE VINCE… - Ovvio che il premier non affronterà da solo il secondo tempo della sua carriera politica. Perché, come dice il vecchio adagio, «squadra che vince non si cambia». E allora è già nero su bianco una lista di ministri “tecnici” da elevare al rango di “politici”. Il candidato più illustre a rimanere nell’agone è il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca. Col suo cognome i titolisti giocano da settimane. E lui, fra ammiccamenti e mezze ammissioni, sembra gradire le avances che arrivano da sinistra. Barca non è certo un “signor nessuno”. Classe 1954, è figlio di Luciano, uno dei più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer e direttore de l’Unità e Rinascita. Non a caso a maggio, intervistato nel corso del programma di Radio2 Un giorno da pecora, il ministro ha dichiarato che alle ultime elezioni ha «votato a sinistra del Pd». Bersani, dicono, lo reputa un (possibile) ottimo acquisto. Mentre Giuseppe Civati, consigliere comunale «rottamatore» della Lombardia, il 16 giugno ha scritto su Twitter: «A me piace Barca, per dirne uno». Insomma, il Pd che si divide sui punti e le virgole converge sul nome del ministro. Che sarà in buona compagnia. Perché se il regista del «Monti dopo Monti» sarà – come detto – Pier Ferdinando Casini, c’è da aspettarsi che l’Udc apra le porte a personaggi del calibro di Corrado Passera (ministro dello Sviluppo Economico), Lorenzo Ornaghi (Beni culturali), Andrea Riccardi (Cooperazione e Integrazione), Francesco Profumo (Istruzione e Ricerca) e Paola Severino (Giustizia). Che l’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo non fosse entrato in politica per rimanerci poco più di un anno è apparso chiaro da subito. Ma c’è un particolare che va preso in considerazione con estremo interesse: il 20 per cento di Ntv, la società di Montezemolo e Della Valle che fa da “antagonista” a Ferrovie dello Stato nel settore del trasporto ferroviario, è detenuto dalla Imi Investimenti, società del Gruppo Intesa controllata al cento per cento dalla capogruppo. Certo: Passera non ha più alcun ruolo nella banca torinese, e i maligni dicono che i rapporti fra lui e Montezemolo si siano raffreddati dopo le critiche di quest’ultimo al “timido” piano di liberalizzazioni del governo Monti. Provvedimento per il quale il ministro ha avuto un ruolo chiave. Ma le ruggini, spesso, vengono smacchiate, e si torna amici come prima. Meno complesso il discorso per Ornaghi e Riccardi, visto che entrambi sono di forte estrazione cattolica. Il primo, rettore dell’Università Cattolica, è stato vicepresidente del Cda del quotidiano Avvenire (2002/2011) e molto vicino alle posizioni del cardinale Camillo Ruini, sostenitore della presenza della Chiesa nel mondo della cultura. Riccardi è invece fondatore della Comunità di Sant’Egidio, nata nel 1968 e non scevra da critiche a tratti feroci, come quella dell’ambasciatore italiano ad Algeri Franco De Courten alla fine degli Anni ’90. Più “semplice” il motivo per cui potremmo rivedere in Parlamento il ministro della Giustizia Paola Severino (anche lei di salda cultura cattolica). Oltre ad essere vice-rettore dell’Università Luiss – di proprietà di Confindustria –, la Guardasigilli ha fra i suoi assistiti anche Francesco Gaetano Caltagirone, suocero di Casini. Il regista del «Monti dopo Monti». Da cui potrebbe trarre un considerevole vantaggio.

Twitter: @GiorgioVelardi






Lo scorso 24 febbraio, a “Il Punto”, l’ex ministro Galan aveva dichiarato di essere favorevole ad una «separazione consensuale» fra ex An e Forza Italia. Tutto tacque. Poi un mese dopo arriva l’intervista a “Il Giornale” in cui ribadisce il concetto, e il partito va nel caos. Mentre al suo interno c’è chi afferma che l’unità ritrovata sia in realtà una “tregua armata” in vista delle amministrative

«Per quanto mi riguarda, sono assolutamente favorevole ad una “separazione consensuale” con gli ex An e ad un ritorno a Forza Italia. Perché diciamocelo con sincerità: nei quattro anni del Predellino non ci siamo amalgamati. Secondo, e lo dico con amicizia nei confronti degli ex An, ci guadagneremmo entrambi in termini di voti». Così parlò Giancarlo Galan più di un mese fa. Sul numero de Il Punto del 24 febbraio, infatti, l’ex ministro di Agricoltura e Beni culturali manifestò la sua propensione ad un ritorno alla fase di progettazione. «Dov’è finita l’idea di partito innovatore e diverso che dicevamo di voler essere?», si domandò. Il colloquio è stato ignorato. Ma poi, esattamente trentasette giorni dopo, Galan rilascia un’intervista a Il Giornale. E dice: «Alle elezioni amministrative qualche esperimento qua e là lo si poteva anche fare. Una separazione consensuale. Con gli ex An dico che ci conviene, andremmo meglio divisi, restando in una federazione ma separati. La fusione tra An e Forza Italia non è riuscita». Scoppia il putiferio. Il vulcanico Ignazio La Russa invita il collega «a farsi un partito con Fini», Berlusconi convoca un vertice a Palazzo Grazioli e chiede ai suoi di stare uniti. Sorrisi e strette di mano all’uscita, ma c’è chi – presente alla riunione – rivela a Il Punto: «La tendenza è quella di tenere “sopita” questa spaccatura. È un’unità ritrovata in funzione delle prossime amministrative. Difficoltà ce ne sono: anche il tema della riforma della legge elettorale sarà un gran bel problema. Per fortuna non sono volati i coltelli, anzi Galan è stato pure applaudito nel corso del suo intervento. Certo, non da tutti» (facile capire chi abbia tenuto le mani saldamente incollate al tavolo). Quindi l’armistizio paventato dai pezzi da novanta del partito dopo l’incontro del 3 aprile scorso appare in realtà come una “tregua armata” per evitare che il partito si sfaldi a meno di un mese dall’appuntamento con le urne. Anche perché i temi sul tavolo di Angelino Alfano sono molteplici: dalle elezioni alla riforma della legge elettorale e del mercato del lavoro, dal proliferare di liste civiche con la dicitura «Forza» alla sospensione (che culminerà con l’espulsione?) dei 14 fra assessori e consiglieri regionali che a Verona hanno appoggiato la ricandidatura del leghista Flavio Tosi.

UN RITORNO DI «FORZA» – La prima è stata «Forza Lecco», nata in casa dell’ex ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla. Poi, a seguire, sono arrivate anche «Forza Verona», «Forza Veneto» e «Forza Toscana». Ma di liste civiche come quelle appena sciorinate ne spuntano ormai ogni giorno (altre sono ancora in fase embrionale in altre città d’Italia). E dietro queste manovre – fanno sapere da ambienti interni al Pdl – c’è il benestare di Berlusconi. Tranne a Verona (se ne parlerà più avanti). A Lecco la corrente nata in opposizione al ruolo degli ex An nel partito ha ricevuto la benedizione nientemeno che dell’ex titolare della Funzione pubblica Renato Brunetta. A ribadirlo anche una nota diffusa dal coordinamento locale: «Brunetta, verso il quale proviamo profonda stima e ammirazione per l’eccezionale lavoro svolto alla guida del ministero, ha sottolineato la positività nella nascita della nostra associazione, indicandoci come “un laboratorio arrivato alle cronache nazionali, che è il benvenuto”». Analogo il discorso per «Forza Veneto», «un’area culturale nata per riportare nel Pdl il genuino spirito di Silvio Berlusconi», come ha dichiarato uno dei promotori dell’iniziativa, Alessandro Zanon. Anche qui, manco a dirlo, il motivo che ha portato alla nascita della nuova creatura sono le tensioni con gli eredi dell’Msi, che qualcuno – tranchant – chiama «ex fascisti». Espressione diversa, ma motivazioni identiche, hanno portato in Friuli-Venezia Giulia alla nascita di «Popolo di Gorizia». Una lista venuta alla luce in cambio della promessa della Lega Nord di appoggiare la rielezione del sindaco uscente, Ettore Romoli (Pdl). E che dire di Como? Alle primarie del partito vince Laura Bordoli (An più Comunione e Liberazione), con i laici che non digeriscono il risultato e tuonano: «I fascisti rimangono fascisti, se non ti uniformi a questa banda prendi i manganelli in testa». La partita è ancora aperta, malgrado la mediazione di La Russa e Verdini. Senza dimenticare i casi che riguardano Monza, Imperia e il Trentino Alto Adige, dove si sono formate addirittura due compagini («Forza Trentino» e «Forza Alto Adige», entrambe su spinta della berlusconiana Micaela Biancofiore). Infine c’è chi, come Isabella Bertolini, dopo aver tirato su «Forza Emilia Romagna» ha dichiarato a L’Opinione delle Libertà: «Bisogna chiedersi perché tantissimi di quelli che nel 1994 hanno votato Forza Italia l’anno prossimo avranno seri problemi a barrare il simbolo del Popolo della Libertà». Già, perché?

CASI LIMITE – Sono quelli di Verona e de L’Aquila. Nel capoluogo veneto, dopo un batti e ribatti durato mesi, si è andati incontro ad uno scenario che ha dell’incredibile. La nascita di «Forza Verona», formata da una cospicua fetta di amministratori Pdl uscenti che hanno deciso di appoggiare la ricandidatura del sindaco leghista Flavio Tosi – e non di Luigi Castelletti, scelto dal partito –, ha visto l’intervento diretto di Alfano, che ha sospeso i 14 “dissidenti”. Maroni non ha gradito la presa di posizione del segretario, tanto da etichettare il suo come «un atteggiamento da vecchio democristiano. Se sono traditori non puoi solo sospenderli, mi sembra una mezza misura che non capisco», ha aggiunto l’ex ministro dell’Interno. Dello stesso avviso anche Tosi: «Alfano non poteva fare di meno, non voleva fare di più». Poi c’è L’Aquila. E anche qui sono dolori. Perché il governatore della Regione, Gianni Chiodi, ha fatto da “padrino politico” al candidato sindaco dell’Mpa Giorgio De Matteis (attuale vicepresidente del consiglio regionale), uno che è riuscito nell’impresa di mettere insieme parti di Udc, Casa Pound e i Verdi. Scelta che però non viaggiava sulla stessa lunghezza d’onda di Alfano e Cicchitto, che hanno preferito Pierluigi Properzi (docente universitario), provocando una spaccatura evidente negli elettori di centrodestra di una città che vive ancora con i fasti del terremoto del 6 aprile 2009 negli occhi e nel cuore.

PERICOLO RIFORME – Quella del mercato del lavoro, prima di tutto. Ma anche le modifiche alla Costituzione e una nuova legge elettorale che cancelli il (mica tanto odiato) “Porcellum”. La paura che circola nelle stanze di via dell’Umiltà è quella che, in caso di tonfo alle amministrative, un’eventuale nuova diaspora lasci terreno fertile ai progetti del centrosinistra (che pure non se la passa tanto meglio) in tema di riforme. Ecco perché Alfano, dal palco di Taormina, ha fatto intendere che il nuovo mercato del lavoro va progettato e costruito prima di maggio. Perché quello che succederà dopo è ancora tutto da capire. Berlusconi ha parlato di una «nuova cosa» da presentare a margine della tornata elettorale – di che si tratti ancora non è dato sapere –, stoppando i malumori nati sul tema del nuovo sistema di voto dichiarando che il modello migliore «è un proporzionale alla tedesca, perché consente di correre da soli e di indicare il leader». Rendersi conto che nel Pdl ci sia bisogno di rinnovamento è come scoprire l’acqua calda. Nei sondaggi il partito oscilla fra il 20 e il 24 per cento, recuperando terreno dopo la caduta verticale dei mesi scorsi. Ma non basta. Perché quanto auspicato da Alfano nel giorno del suo insediamento come segretario («il partito degli onesti» e «la casa dei moderati») ha un cammino ancora lungo da percorrere. Ecco perché l’Udc e la “nuova” Lega di Maroni sono osservati speciali. E chissà che alla fine la «nuova cosa» non metta d’accordo tutti.

Twitter: @GiorgioVelardi






Stiamo per lasciarci alle spalle anche il 2011. L’anno in cui l’Italia ha festeggiato i 150 anni di Unità – spesso più sulla carta che reale –, ma anche dodici mesi in cui abbiamo assistito a rivoluzioni epocali, in primis quelle che i media hanno etichettato come “Primavera araba” (l’ultimo baluardo resta la Siria di Assad). Il 2011 ha visto cadere despoti e dittatori storici: da Mubarak a Gheddafi, senza dimenticare la morte di Osama Bin Laden – leader del movimento terroristico saudita Al Qaeda – per mano statunitense.

Proprio gli americani, declassati per la prima volta nella loro storia dall’agenzia di rating Standard&Poor’s. E’ stata l’economia, anche quest’anno, a farla da padrona, e in Italia lo sappiamo bene: 5 manovre, un cambio di Governo, lo spread che sale e scende e un futuro che, se con Monti appariva all’inizio tutto rose e fiori, sembra ora in chiaroscuro. In mezzo ci sono stati la condanna a 24 anni per Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, uccisa a Via Poma nel 1990, e l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per il delitto Kercher a Perugia; il ritrovamento del corpo di Yara Gambirasio, la giovane scomparsa a Brembate (Be) il 26 novembre 2010; la morte di Melania Rea, la 29enne trovata senza vita in un bosco nei pressi di Teramo; gli sbarchi a Lampedusa e i morti in mare; la strage di Utoya (Norvegia), dove Anders Behring Breivik uccide a sangue freddo oltre 70 persone – la maggior parte erano giovani del laburisti –.

Ma il 2011 è stato anche, e soprattutto, l’anno del terribile terremoto in Giappone: 8,9 gradi della scala Richter, centinaia di morti e migliaia di dispersi, più il pericolo radioattivo dovuto al danneggiamento della centrale di Fukushima. E poi: le nozze reali di William e Kate da una parte e quelle di Alberto di Monaco e Charlene dall’altra, e pure la vittoria dei “Sì” ai referendum del 12 e 13 giugno per cancellare le norme su acqua e legittimo impedimento e fermare il nucleare, anticipata dalla sconfitta storica del centrodestra a Milano, con la «rivoluzione arancione» di Pisapia. Non vanno dimenticate le alluvioni che, negli ultimi mesi dell’anno, hanno sconvolto l’Italia: ad ottobre il Levante ligure e la Lunigiana – 12 morti –, poi a novembre è toccato a Genova e a Messina (e zone limitrofe) fare i conti con la pioggia e il fango. Muoiono diverse persone, e scoppiano le immancabili polemiche.

Un anno in cui abbiamo pianto personaggi noti e meno noti, a cominciare da Steve Jobs, “papà” di Apple, che a marzo era tornato sulle scene per il lancio dell’iPad 2 e che ad ottobre ci ha lasciati, dopo una lunga malattia. Ottobre è anche il mese in cui il mondo della Moto Gp ha dato il triste addio a Marco Simoncelli, morto dopo un terribile incidente a Sepang (Malesia) a soli 24 anni. E poi la francese Maria Schneider, scolpita nella memoria per il suo ruolo in “Ultimo tango a Parigi”, Liz Taylor – che ha portato con sé 2 Oscar e 7 mariti –, Wouter Weylandt, il ciclista belga morto durante il Giro d’Italia, Amy Winehouse e Sergio Bonelli, editore di “Tex Willer” e “Dylan Dog”. Venerdì 15 aprile, a Gaza, viene ucciso Vittorio Arrigoni, volontario italiano, per mano di un gruppo islamico salafita.

Infine: la nomina di Mario Draghi alla Bce, lo scandalo che ha coinvolto l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, l’affaire P4 e un nuovo – l’ennesimo – filone del calcioscommesse, l’oro della Pellegrini nei 400 stile libero e nei 200 a Shangai, il diciottesimo scudetto del Milan, la liberazione del militare israeliano Gilad Shalit dopo cinque anni di prigionia e la Spagna che cambia volto, con l’elezione del leader del Partido Popular Mariano Rajoy alle elezioni politiche.

Buon 2012 a tutti.






Facciamoci una domanda e diamoci una risposta: come riuscì Silvio Berlusconi, nel lontano 1994, a vincere le elezioni? Ponendosi come uomo nuovo, come il salvatore della patria dopo la bufera di Tangentopoli, questo è acclarato. Ma lo fece anche con uno strumento che era stato sì utilizzato fino ad allora dai grandi leader, ma che lui seppe tagliare e adattare a memoria di forma: il lessico, la retorica. Berlusconi colpì gli elettori con una sola frase: «Scendo in campo», disse (da presidente del Milan, ndr) davanti alla telecamera, quasi a voler portare i telespettatori ad immaginare un gladiatore che tutto solo combatte contro animali inferociti in una grande arena.

Nel corso degli anni il Presidente del Consiglio ne ha fatte e dette tante: le bordate ai tanto odiati comunisti, i ripetuti attacchi alla magistratura politicizzata, le promesse di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani (poi non mantenuta) e via discorrendo. Chi lo ha sempre seguito e votato ha continuato lungo il suo cammino, in particolare dopo il tragico biennio di governo Prodi (2006/2008) che niente ha lasciato se non litigi e accozzaglie partitiche.

Oggi, però, qualcosa è cambiato. I fedelissimi seguono ancora Berlusconi, ma chi prima lo ha votato perchè era quell’uomo nuovo di cui abbiamo parlato in precedenza ora non pensa minimamente a compiere lo stesso errore. Quello che stiamo leggendo sui giornali in questi giorni (le telefonate con Tarantini, le escort, le feste e gli accordi con le invitate a Palazzo Grazioli ed Arcore per future ubicazioni in programmi televisivi) mostrano un premier ormai destinato alla panchina.

«La valanga di intercettazioni uscite fanno male a me come al Paese», ha detto il Cavaliere. Sbagliato, fanno bene al paese e male a lui, perchè ci mostrano il suo vero volto. E ancora: «Io non ho commesso nessun reato». Sicuro? A casa mia quanto accadeva nelle sue residenze si chiama sfruttamento della prostituzione. Lui era solo l’”utilizzatore finale“? No, errore, perchè Berlusconi sapeva e quindi almeno un’accusa di favoreggiamento è d’obbligo. «Io ho la maggioranza, e sia chiaro che non ho alcuna intenzione di dimettermi»: grazie, sennò lo processano e vediamo che fine farà, quando non potrà più utilizzare l’istituto del legittimo impedimento. E poi il gran finale: «Ho fatto cose che farebbero tutti». Altra balla: l’Italia è un paese migliore che merita di meglio. Speriamo che il signor Silvio Berlusconi lo capisca il prima possibile e che faccia un passo indietro. Ecco un’altra cosa che ci farebbe bene.






Dite la verità: ma voi, di questa manovra, avete capito qualcosa? L’hanno cambiata quattro volte, alla fine l’hanno pure blindata con il 49esimo voto di fiducia dell’era Berlusconi IV, con una certezza: che a pagare saranno sempre i soliti noti. «Vabbè, ormai ci siamo abituati», diranno i più.

C’è però un particolare che è ahimè saltato agli occhi a pochi, forse solo agli addetti ai lavori. Il tanto decantato taglio ai costi della politica era stato inserito un articolo – il 13  – che nel testo definitivo è stato ampiamente rivisitato. Tradotto in sintesi, ciò vuol dire che:

1.       Il taglio delle retribuzioni o delle indennità dei componenti degli organi costituzionali (10% per redditi superiori ai 90mila euro, e 20% oltre i 150mila) si applicherà solo nel triennio 2011/2013, e non per sempre, come precedentemente previsto;

2.       Quel che è peggio, però, è che per i parlamentari cambia anche il regime di incompatibilità: se un deputato o un senatore svolge un’altra professione e guadagna più di 9.847 euro netti, l’indennità di carica di 5.846 euro mese netti non sarà più tagliata del 50%, ma la sforbiciata si farà sul totale annuo percepito a titolo di indennità, e sarà pari al 20% per la quota eccedente i 90mila euro, e al 40% se si superano i 150mila;

3.       Viene quasi totalmente cancellato, invece, il principio secondo cui un parlamentare non può ricoprire anche un’altra carica elettiva pubblica. Nel nuovo testo l’incompatibilità è ridotta alle cariche elettive di natura monocratica relative a organi di governo con enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore ai 5mila abitanti. Quindi i parlamentari potranno continuare a fare i sindaci nei comuni medio-piccoli, nonchè gli assessori (anche nelle grandi città).

«Si stava meglio quando si stava peggio», dice il vecchio detto. Sante parole.






Quarantacinque miliardi e mezzo di euro ripartiti in due anni: 20 miliardi nel 2012 e i restanti 25,5 nel 2013. A tanto ammonta il peso della manovra che il Consiglio dei Ministri ha varato all’unanimità nella serata di venerdì 12 luglio per arrivare al pareggio di bilancio entro il 2013, come chiesto dalla Banca Centrale Europea. Un provvedimento «lacrime e sangue», ricco di “tagli”: dai costi della politica (finalmente) alla cancellazione delle provincie con meno di 30.000 abitanti, passando per la tassazione per i redditi oltre i 90 e 150.000 euro (rispettivamente del 5 e 10%) e l’accorpamento di 1.970 piccoli comuni. Vediamo in dettaglio tutti i contenuti del decreto legge messo nero su bianco dall’Esecutivo.

CONTRIBUTO DI SOLIDARIETÀ – Nella conferenza stampa che ha tenuto insieme a Tremonti appena concluso il Cdm straordinario per il varo della manovra, Berlusconi ha detto: «Il mio cuore gronda sangue. Il vanto mio e del Governo era quello di non aver mai messo le mani nelle tasche degli italiani. La situazione internazionale, però, è cambiata. Siamo addolorati ma soddisfatti». E allora ecco il primo provvedimento: il cosiddetto “contributo di solidarietà”. In sostanza si tratta di una ritenuta, che il datore di lavoro verserà allo stato dopo averla trattenuta dagli stipendi dei lavoratori che superano i 90 e 150 mila euro annui, e che sarà rispettivamente del 5 e del 10% (per ciò che riguarda i dipendenti pubblici). Per i liberi professionisti, invece, era stata paventata un’addizionale Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche) che avrebbe colpito le aliquote più alte (quella del 41% e del 43%), ma la stessa è stata poi annullata. In questo modo dovrebbe entrare nelle casse dello stato circa un miliardo di euro.

NUOVE IMPOSTE – A parte, comprensibilmente, i titoli di Stato, per tutte le rendite finanziarie il decreto stabilisce un’aliquota di tassazione unica pari al 20%. La tassa sui depositi bancari scende quindi di sette punti percentuali (era al 27%), mentre salirà dal 12,5% il “capital gain“, ovvero la tassa da versare sul differenziale (in positivo) dei titoli azionari. Aumenteranno le tasse sui giochi e le accise su carburanti e tabacco, ed in più verrà istituita una nuova “Robin Hood Tax” a carico delle società energetiche. Il tutto porterà ad un rientro di circa due miliardi di euro.

PREVIDENZA E IMPIEGO – Non sono state toccate le pensioni, così come voluto dalla Lega Nord. Viene però anticipato al 2016 (e non più al 2020) il progressivo innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile per le donne che lavorano nel settore privato, che sarà completato entro il 2027. Per i lavoratori della pubblica amministrazione il Trattamento di fine rapporto (Tfr) viene posticipato di due anni (ma solo per coloro che optano per il pensionamento anticipato), e le promozioni bloccate prima della fine del rapporto stesso. Attenzione anche alla tredicesima: se le pubbliche amministrazioni non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa previsti la stessa verrà bloccata. Sul fronte scuola saranno assunti 30.300 docenti e 36.000 unità del personale amministrativo, sia tecnico che ausiliario.

I TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA – «Sono stati forse eccessivi ma determinati dal confronto con l’opinione pubblica», ha detto il Premier parlando del taglio ai costi della politica. Cosa prevede? Si parte dall’accorpamento dei Comuni con meno di 8.500 abitanti (sono 1.500), ed in più saranno abolite le provincie con meno di 30.000 abitanti (34). Ci sarà inoltre uno stop ai doppi incarichi (chi vuole portare avanti la propria attività vedrà la propria indennità ridotta del 50%) e l’obbligo di volare in “economy class” per tutti gli eletti. Infine, ci saranno anche dei nuovi limiti al numero di assessori provinciali e comunali. I posti che “salteranno” saranno 54.000 – ma il personale andrà comunque ricollocato – mentre l’introito sarà pari a 8,5 miliardi di euro.

ENTI LOCALI E MINISTERI – Tocca a loro pagare il prezzo più alto della manovra: meno 9,5 miliardi fra il 2012 e il 2013. Solo il prossimo anno i Comuni riceveranno 1,7 miliardi di euro in meno, le Province 700 milioni e le Regioni 3,6. Con il decreto sarà anticipato al 2012 il Federalismo fiscale, che consentirà ai Comuni di riempire le tasse con la nuova IMU (Imposta Municipale Unica). Critico il Governatore della Lombardia Formigoni: «Così il Federalismo è morto, inconsistente, insussistente». Anche ai Ministeri toccherà tirare la cinghia: meno 6 miliardi nel 2012 e altri 2,5 nel 2013 (i tagli non saranno lineari: per conoscere con precisione le detrazioni bisognerà aspettare la Legge di Stabilità).

MERCATO DEL LAVORO – Viene introdotto nel codice penale il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, che sarà punito con una reclusione dai 5 agli 8 anni, mentre le festività laiche saranno spostate alle domeniche: stop quindi a 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno. Saranno poi rivisti i criteri per le pensioni di invalidità e gli assegni di reversibilità.

FISCO E LIBERALIZZAZIONI – I titolari di negozi e attività devono ricordare di emettere lo scontrino fiscale o la fattura. Pena: la chiusura immediata del locale (finora si andava incontro ad una sanzione amministrativa). Mossa fatta per combattere ancora di più l’evasione fiscale. L’altra introduzione è quella di un’ulteriore tracciabilità di tutte le transazioni superiori ai 2.500 euro, con comunicazione all’Agenzia delle Entrate delle operazioni per le quali è prevista l’applicazione dell’Iva. Capitolo liberalizzazioni: non vengono toccati né l’esame di Stato né la struttura degli Ordini, come richiesto dal Comitato Unitario dei Professionisti (Cup), ed in più si incentiverà un accesso libero alle professioni, con l’obbligo di formazione ed un equo compenso per chi svolge un tirocinio.






Difficilmente, su questo blog, avete trovato articoli che mostrassero, fra le righe, un esplicito orientamentamento politico. E, con altrettanta difficoltà, ne troverete altri a parte questo.

Quanto accaduto venerdì in Senato mi ha portato a riflettere molto e ad uscire, per una volta, dal mio ruolo di semplice “mercante di notizie“. Il cosiddetto “processo lungo” (che nei mesi successivi dovrà passare l’esame della Camera), lo dico subito e senza giri di parole, è una grande porcata, di cui il Governo dovrebbe vergognarsi. In pochi, purtroppo, sanno cosa preveda questa norma che per l’ennesima volta tende la mano ai criminali e ai mafiosi, e allunga a dismisura i tempi dei processi per favorirne la prescrizione. Sono 4 i capisaldi del disegno di legge:

  1. La modifica di alcuni articoli del codice di procedura penale, ovvero il 190, il 238 bis, il 438, il 442 e il 495, in materia di giudizio abbreviato e di delitti punibili con la pena dell’ergastolo;
  2. La norma permette alla difesa di presentare un numero illimitato di testimoni, anche nei processi di primo grado. Il giudice deve sentire tutti coloro che vengono convocati, senza poterne valutare la rilevanza o meno (in caso contrario, l’intero procedimento potrebbe essere considerato nullo). L’imputato potrà inoltre interrogare i testi, come accade in Germania, con l’avvocato che farà da mediatore per evitare errori nel porre le domande;
  3. Si dà l’addio alla “norma Falcone”, la quale prevede che una sentenza passata in giudicato possa essere considerata come prova in un altro processo. Vale lo stesso discorso fatto poco fa: si allungano ulteriormente i tempi per risentire di nuovo gli stessi testimoni, favorendo la prescrizione;
  4. Gli ergastolani non possono chiedere il rito abbreviato (con cui si evita il dibattimento e la decisione viene presa nell’udienza preliminare).

Tutte le norme valgono anche per i processi in corso, purchè questi siano ancora nella fase dibattimentale del primo grado. Come sottolineato in maniera esauriente da Luigi Ferrarella nell’edizione del Corriere della Sera di sabato 30 luglio, questa non è solo una norma ad personam per Berlusconi, ma è allargata a tutti quei delinquenti che sanno, una volta compiuto un reato, di poter anacquare il processo fino a spingerlo ai limiti dell’inverosimile. «Processo lungo, la mafia ringrazia», ha scritto ieri Famiglia Cristiana nell’edizione on line. Non serve aggiungere altro.






Cosa succede ad Antonio Di Pietro? Da anti-berlusconiano numero uno, il leader dell’Italia dei Valori sembra aver cambiato completamente rotta: ora attacca Bersani e Vendola, parla con il Cavaliere e propone addirittura l’appoggio alle riforme del Governo. Semplice caccia ai voti dei moderati, o c’è sotto qualcos’altro?

 

Tredici giugno, ore 16.00. Dopo la vittoria ai referendum, il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani si presenta in conferenza stampa e chiede le dimissioni di Berlusconi. Parla Antonio Di Pietro: «Chiedere al Premier di lasciare in nome dei risultati referendari è una strumentalizzazione. Lavoriamo da subito per costruire un’alternativa». Ventidue giugno, pausa dei lavori alla Camera durante la verifica di Governo. Il Presidente del Consiglio si avvicina al numero uno dell’Idv, gli stringe la mano, e fra i due comincia un colloquio che va avanti per una trentina di minuti. I contenuti si conoscono solo in parte, ma nel successivo intervento Di Pietro attacca Bersani: «Dobbiamo costruire un’alternativa. Comincia tu, convocaci». Ventiquattro e venticinque giugno, interviste al Corriere della Sera e al Secolo d’Italia. L’ex pm dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Dice che «Berlusconi è una persona sola», ma che «se farà riforme vere l’Idv non si tirerà indietro». Che «va costruito un dopo Silvio» ma «senza fare solo anti-berlusconismo». Se tre indizi fanno una prova allora viene da domandarsi: a che gioco sta giocando Tonino?

METAMORFOSI – Gregor Samsa, il protagonista de La metamorfosi di Kafka, si trasformò in un insetto, fu abbandonato dalla famiglia e, in seguito, anche dalla sorella Grete, l’unica ad essersi occupata di lui dopo la mutazione. Come Gregor, anche Tonino sembra aver subito una repentina metamorfosi. Ma di che tipo? Forse, viene da pensare leggendo e ascoltando le sue parole, non sa neanche lui cosa sia diventato. Il leader Idv, che ha da sempre fatto dell’anti-berlusconismo il suo cavallo di battaglia (malgrado sia stato addirittura vicino a Berlusconi, nel 1994, quando il Premier voleva che diventasse ministro dell’Interno del suo primo Governo), ora dice «basta» all’assalto all’arma bianca contro il Cavaliere. Fa di più: rende noto un nuovo progetto per la sua creatura, ovvero il lancio di una Idv2, «un partito di massa che si rivolga a tutti i cittadini, da destra a sinistra». Un super cartello elettorale, quindi, che riunisca in sé tutte le anime vaganti dell’elettorato scontento e deluso. Del resto, l’ex pm non ha mai nascosto la sua estrazione cattolica, il suo essere né di destra né di sinistra, la sua vocazione liberale e centrista. Funzionerà? Dalle prime reazioni, la risposta è più che negativa. Come i Samsa voltano le spalle al loro figlio, diventato una creatura mostruosa, anche i seguaci dell’Italia dei Valori hanno dimostrato di non gradire il cambio di rotta del loro numero uno. Su Facebook qualcuno gli ha dato del «traditore»; altri lo hanno addirittura paragonato a Scilipoti, che nel frattempo pare stia scrivendo la sceneggiatura di un film sulla vita del suo ex capo (che dovrebbe intitolarsi P.M. Forever). Non c’è solo il popolo a sparare su di lui. Anche la nomenclatura del suo partito, a cominciare da Luigi De Magistris, non l’ha presa bene. Il neo sindaco di Napoli ha “consigliato” a Di Pietro di «evitare la svolta centrista, perché il centro è già troppo ingolfato e chi ci vota non vuole convergere in quella direzione». Smentita, ma comunque ancora viva in ambienti interni, la proposta dell’ex girotondino Pancho Pardi di lanciare una raccolta firme contro il leader maximo. Una manovra in stile 25 luglio di lontana memoria per ora rimandata. Per ora.

APERTURE (A SORPRESA) – Malgrado le prossime elezioni politiche si svolgeranno nel 2013, la campagna elettorale è già entrata nel vivo. Questo Di Pietro lo sa, e da abile stratega qual è sta portando avanti un lavoro duro e complesso, in cui i suoi alleati sembrano essere in ritardo. Ecco, allora, le aperture inattese nientemeno che a Berlusconi e alle riforme che il Governo vuole portare a compimento. «Se quelle dell’Esecutivo sono proposte utili io le voto», dice al Secolo d’Italia, prima di aggiungere (addirittura) che «la riforma della giustizia serve, perché vanno ridotti i tempi processuali, diminuendo i gradi di giudizio con un filtro di ammissibilità o con la depenalizzazione di alcuni reati». Con Pd e Udc, poi, l’Italia dei Valori sarà «responsabile» per ciò che riguarda la manovra economica, come richiesto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel suo nuovo spettro di vedute c’è anche spazio per un elogio alla Lega: «È gente che ama la propria terra, cui va il mio rispetto. Siamo stati gli unici, insieme a loro, a votare contro l’intervento in Libia e per il ritiro dall’Afghanistan. Ora la pensiamo uguale», afferma al Corriere della Sera. La strategia appare chiara. Di Pietro punta a raccogliere non solo i voti di quegli elettori di sinistra che mal digeriscono gli estremisti di Nichi Vendola o l’immobilismo di Bersani, ma anche quelli di chi fino a ieri barrava sulla scheda il simbolo di Pdl o Udc. Sfruttando l’onda lunga dei referendum, alle prossime elezioni l’Idv potrebbe ottenere risultati importanti. Dati alla mano, negli ultimi anni il partito è cresciuto arrivando, alle regionali dello scorso anno, a raccogliere il 7,3 per cento dei consensi. Ma, come detto, ciò su cui l’ex pm può fare maggiore affidamento sono i risultati del 12 e 13 giugno scorso. La vittoria dei referendari è soprattutto merito suo, malgrado qualcuno abbia provato a mettere il cappello sul successo. Se il 20 per cento dell’elettorato del centrodestra e addirittura la metà di quello leghista si sono recati alle urne, contravvenendo agli ordini della base, vuol dire che è tempo di proseguire lungo la strada imboccata, mettendo da parte gli obsoleti slogan da piazza e assumendo un atteggiamento più moderato. Con Fli e Api nascosti nell’ombra, e con Pierferdinando Casini ancora incerto sul da farsi, l’Idv può indossare i panni del vero outsider. Non del Terzo Polo perché, precisa Di Pietro, «non rincorriamo nessuno e chiediamo che rimanga fermo il bipolarismo». Un’eventuale alleanza con i centristi? Da escludere, perché «Casini vuole stare da solo. È inutile chiedere a un monaco di clausura se gli piace la bionda o la mora, no?».

CHIUSURE (INASPETTATE) – «Dov’è il programma del centrosinistra? Chi è il leader?». Sono questi gli interrogativi che hanno portato l’uomo di Montenero di Bisaccia a distaccarsi, giorno dopo giorno, da Pd e SeL. Di Pietro non lo ha fatto in maniera così soft; al contrario, ha lanciato una serie di pesanti provocazioni che hanno causato qualche mal di pancia a Bersani e Vendola, pronti ad intraprendere il percorso che porta alle urne anche senza di lui. Al numero uno del Partito Democratico, dopo le accuse delle settimane passate («Bersani non ha ancora deciso con chi fare l’alternativa. Lui aspetta, tergiversa»), Tonino non ha perdonato l’astensione decisa (e decisiva) durante la votazione per l’abolizione delle province del 5 luglio scorso, operata per evitare di schierarsi insieme alla maggioranza visti i pareri difformi tra le varie correnti interne al gruppo. Dal canto suo, il teorico del «rimbocchiamoci le maniche» ha fornito risposte vaghe a chi gli ha chiesto un parere sugli attacchi dell’alleato, ma non ha espresso certezze su un futuro assieme. Peggio è andata al Governatore della Puglia, ma anche qui ci sono situazioni molto interessanti su cui ragionare. «No alle primarie per candidati come lui», ha tuonato il leader dell’Idv, prima di ascoltare il Vendola pensiero: «Non sono preoccupato se Di Pietro mi toglierà voti. Lui sente restringersi lo spazio a sinistra, e pensa che ricollocandosi a destra nella coalizione possa avere successo». Gli oggetti del contendere, in questo caso, si chiamano Napoli e De Magistris. Il capo di Sinistra e Libertà, fautore della candidatura dell’ex magistrato quale primo cittadino del capoluogo campano, ha prima portato avanti la proposta con la promessa che il suo partito avrebbe lavorato «pancia a terra» al fianco dell’allora europarlamentare, per poi fare un’incredibile marcia indietro e appoggiare il democratico Mario Morcone. Un boccone amaro ancora da digerire per De Magistris, poi uscito comunque vincitore, ma soprattutto per Tonino, che ha dato il via alle ostilità. «Se Di Pietro andasse a braccetto con Berlusconi e gli votasse le leggi sarebbe un inciucio, e ne dedurremmo che è impazzito», ha sentenziato Marco Travaglio. E chissà che alla fine l’unico ad avere ragione non sia lui.

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L’APPROFONDIMENTO – Tutti i dietrofront di Di Pietro

Quelli a cui stiamo assistendo nelle ultime settimane non sono gli unici passi indietro fatti da Antonio Di Pietro nel corso della sua carriera politica. Primo caso: l’ormai famoso Ponte sullo Stretto di Messina. Nel 1996, quando era ministro dei Lavori pubblici, il leader dell’Idv portò la proposta in Consiglio dei Ministri definendola «opera urgente». Cinque anni dopo cambia idea perché, dice, «è una cattedrale di San Silvio, un’opera di mussoliniana memoria». Nel luglio 2006, dopo la nomina ai Trasporti, finanzia con 25 milioni di euro la società sul Ponte. Il motivo? «Bisogna completare il progetto per vedere se è fattibile o meno». Ottobre 2007: con un emendamento i Verdi chiedono l’abolizione della società, ma Tonino ricorre ai voti dell’opposizione e la maggioranza va sotto. Maggio 2009, ancora l’ex pm: «Berlusconi rinunci al Ponte, ci sono cose più importanti a cui pensare». Seconda vicenda: l’immigrazione. Nel corso degli ultimi tredici anni Di Pietro ha cambiato più volte la propria posizione, partendo dalla proposta di far diventare la clandestinità un reato (altrimenti l’Italia sarebbe diventata la «cloaca d’Europa») fino ad arrivare a dire che quest’ultima è una «norma inutile». In mezzo ci sono dichiarazioni come «i clandestini sono potenziali terroristi» (intervista a Libero, 23 luglio 2005) o «nel nostro paese ci sono un numero di rom dieci volte superiore a quello degli altri paesi europei. Senza lavoro, senza casa e senza sanità diventano una bomba sociale». Terzo: il nucleare. Nel settembre del 2007 il ministro battibeccava con il collega all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, contrario alla riapertura di nuovi centrali: «C’è un preconcetto ideologico, così non si aiuta lo sviluppo. Il nucleare oggi non è come quello di ieri: non so se ne abbiamo davvero bisogno, e personalmente vorrei adoperarmi affinché non vi si ricorra. Nell’attesa abbiamo però necessità di un’energia domani mattina, sennò quest’inverno rimaniamo al freddo». Il 30 aprile del 2010 l’Idv lancia la raccolta firme per il referendum contro il ritorno al nucleare: sappiamo com’è andata. Infine: l’acqua (altra questione oggetto del voto del 12 e 13 giugno scorso). Il 17 novembre 2007, in un’intervista al periodico campano Acqua e Territorio, Di Pietro assicura che «non è particolarmente rilevante la forma di gestione; non ci sono pregiudiziali nei confronti dei privati, purché il loro interesse sia subordinato a quello generale». Poi il dietrofront. La domanda sorge spontanea: quale sarà il suo prossimo colpo di teatro?






Concordano tutti, a destra e a sinistra. Perché i nostri bravi (?) politici si attaccano su tutto ma, quando ci sono da tutelare i loro affari e la loro privacy, sono tutti di nuovo amici. Quello che sta accadendo in questi giorni con lo scandalo P4, al di la del rilievo penale o meno delle intercettazioni che vedono coinvolto Luigi Bisignani e mezzo Governo (più altri illustri esponenti dell’economia e dell’imprenditoria nostrana) è un altro durissimo colpo alla moralità di una classe politica ormai imputridita. E come si risolve la questione? Ritirando fuori la legge sulle intercettazioni. Anzi no, meglio: si fa un decreto legge apposito, perché il “problema” va risolto il prima possibile.

Come al solito, nel mare magnum delle dichiarazioni di ministri, sottosegretari e compagnia, ci sono errori e lacune evidenti. Nella giornata di giovedì 23 giugno, in aula, il ministro della Giustizia Alfano ha dichiarato che “le intercettazioni che leggiamo sui giornali sono anche divertenti, ma non hanno niente di penalmente rilevante e non sono gratis per il sistema”. Ci costano un miliardo di euro, è vero, tanto quanto spendiamo per bombardare il paese di un dittatore a cui fino a pochi mesi fa baciavamo la mano. Ma questa è un’altra storia. Tornando alle lacune, qualcuno dimentica che c’è un articolo della Costituzione, il num. 18, che vieta le forme di associazionismo segreto, e che per questo motivo recita:

I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere”.

E la P4 non era certo un’associazione che operava alla luce del sole. Ancora: sempre quel qualcuno ha rimosso il fatto che nel 1982, dopo lo scandalo della Loggia P2, furono varati una serie di provvedimenti, fra cui la legge 17/1982, che in un passaggio dice:

Si considerano associazioni segrete, come tali vietate dall’art. 18 della Costituzione, quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali ovvero rendendo sconosciuti, in tutto od in parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale”.

Non credo che ci sia il bisogno di spiegare quello che la legge dice, visto che é assai chiaro. Ecco, ma allora viene da domandarsi: quando Bisignani (che nel 1993, quando era direttore generale delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi, venne arrestato per la maxi tangente Enimont e poi condannato a 2 anni e otto mesi di reclusione) chiama Berlusconi, Gianni Letta, Frattini, Stefania Prestigiacomo, la Gelmini (e la lista è ancora lunga), con quale ruolo istituzionale lo fa? La risposta é la più semplice di tutte: nessuno. Perché questo 58enne ex giornalista, ex piduista, ex tutto, non ha nessuna qualifica. Ma ha i numeri di telefono di tutti. Parla anche con l’a.d. di Eni Scaroni (altro con la fedina penale poco pulita, ma oggi in Italia se non hai commesso qualche reato la poltrona non te la danno) e con l’ex direttore generale della Rai Mauro Masi a cui dispensa consigli sulle rimozioni o meno dei conduttori e dei giornalisti. Gli indica persino chi debba condurre il Festival di Sanremo.

Finiamola quindi di dire che è tutto apposto e che non c’é nulla di penalmente rilevante. E la smettessero anche a sinistra, perché se pure D’Alema e Di Pietro sono sulla stessa lunghezza d’onda, allora qui possiamo fare le valigie e andare all’estero. Chiudo (ahimè) con una frase di Licio Gelli: “Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media”. Parole sante, purtroppo.






Fra il pollice verso di Bossi, e il volto tirato di Maroni, il popolo della Lega Nord si radunerà domani a Pontida. Un periodo difficile per le migliaia di camicie verdi, che vedono il loro partito sempre più schiacciato da un alleato inconcludente e, agli occhi dell’opinione pubblica, ormai screditato.

Parlerà solo Bossi, e questa è già una notizia. Come a dire: le voci dei dissidenti presenti all’interno del partito (vedi governatore del Veneto Zaia, che ha votato 4 “Sì” ai referendum) non devono gettare altra benzina su un fuoco già ben acceso. Molto probabilmente si consumerà uno strappo con l’alleato di sempre, quel Berlusconi che fino a ieri si professava tranquillo ma che, in cuor suo, sa già di avere i giorni contati. Se Calderoli ha parlato di “sberle” (riferendosi alle due sconfitte subite alle amministrative e ai referendum), Bossi e Maroni sono molto più delusi dal mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati con il Pdl nel 2008. I 7 punti del programma di governo sono rimasti solo ed esclusivamente sulla carta: niente federalismo, quindi, niente aiuto alle famiglie e ai giovani, niente riforma fiscale e niente aiuti per il Sud (questo forse ai leghisti interessa meno). Niente di niente. Ecco quindi che l’elettorato dei lumbard mugugna e, appena ne ha il modo, fa capire alla nomenclatura la sua stanchezza. Se ai referendum è andato a votare il 20%  dei sostenitori del Popolo della Libertà, i leghisti accorsi alle urne hanno toccato quota 50% (uno su due), dato che avrà fatto sobbalzare sulla sedia Bossi, il quale aveva invitato tutti a rimanere a casa. Non dimentichiamoci poi la perdita di Milano, dopo diciotto anni di governo di centro-destra, vista la vittoria di Pisapia alle amministrative.

La Lega chiede riforme, un taglio netto per le spese delle missioni in cui i nostri soldati sono impegnati (specialmente quella in Libia), più “cattiveria” sulla questione sbarchi clandestini, e il federalismo. Ma siamo fuori tempo massimo, come già ampiamente sottolineato da alcuni illustri analisti. In tre anni di governo si poteva (e si doveva) fare molto, ma non si è fatto praticamente nulla. Tremonti potrebbe essere la soluzione per un governo tecnico utile a fare la riforma fiscale e cambiare la legge elettorale, ma gli attriti con Maroni delle ultime settimane fanno pensare che anche l’inquilino di Via XX Settembre sia arrivato ai ferri corti con l’establishment leghista. Cisl e Uil hanno avvisato il Governo (“Giù le tasse, oppure si va al voto“), mente l’agenzia Moody’s ha fatto sapere che potrebbe tagliare il rating ai titoli di Stato. Domani, dalle parole di Bossi, ne sapremo sicuramente di più. E chissà che stavolta la sberla, quella vera, non la dia proprio l’”amico” Umberto a Silvio in persona.






articolo a cura di Maurizio Morri

Il 13 giugno 2011 potrà diventare una data da ricordare nella storia italiana: per la prima volta, dal 1995, una consultazione referendaria ha superato il quorum. Oggi, il popolo italiano ha deciso che l’Italia rinuncerà per i prossimi cinque anni a privatizzare il servizio di distribuzione dell’acqua, a legiferare su un piano di sviluppo energetico che includa l’energia nucleare tra le fonti sfruttabili, e ha sancito il non diritto del Presidente del Consiglio e dei Ministri del Governo a non presentarsi ad udienze giudiziarie sfruttando il “legittimo” impedimento derivato dalle loro funzioni pubbliche. In questa giornata, ovviamente, il primo dato positivo che salta all’occhio è il ritorno alle urne della maggioranza degli italiani (57%). Dato che, se inserito in un contesto di generale disinteresse e disprezzo della cosa pubblica, fa sperare che questa tendenza di disamore si sia, possiamo dire finalmente, interrotta.

Per quanto riguarda il quesito referendario sul legittimo impedimento c’è poco da dire, basta entrare nelle aule di tribunale e leggere la scritta che campeggia, talvolta ironicamente in Italia, dietro la sedia del giudice: “La legge è uguale per tutti”, anche per il Presidente del Consiglio e altre figure politiche.

Su gli altri tre quesiti referendari è, a mio avviso, necessaria una riflessione più profonda. Il livello di discussione su questi quesiti è stato, secondo me, una pagina dell’ennesimo squallore italiano. Entrambi gli schieramenti, i sostenitori del “” e quelli del “No“, hanno basato la loro campagna referendaria su argomenti trattati in maniera superficiale e colpevolmente lacunosa. Per quanto riguarda i referendum sull’acqua, forse questa mancanza di informazioni è stata meno evidente; sul referendum riguardante il nucleare, banalità penso sia la parola che meglio descriva la discussione proposta ai cittadini italiani.

Da una parte si è susseguita un’alternanza di immagini di bambini deformi di Chernobyl e mamme col Geyger di Fukushima; si è demonizzato il  nucleare come la forma più pericolosa e dannosa di produzione di energia e si è terrorizzata l’opinione pubblica italiana con l’idea dell’imminente olocausto nucleare. Dall’altra parte, il fronte del no non ha saputo controbattere con un argomento scientificamente valido che dimostrasse quanto in realtà l’energia nucleare non sia di per se un diabulus in terrae. Chi scrive è un antinuclearista razionale. Non penso all’energia nucleare come la causa della fine del mondo, ma credo che in un mondo che continua a basarsi su un sistema economico di crescita continua e sfruttamento totale di masse e risorse, l’energia atomica sia una naturale conseguenza. Mi sarei aspettato che chi ha così lottato per il fronte del “” approfittasse dell’occasione per discutere anche di quello che credo sia il problema fondamentale: il nostro fabbisogno energetico è inutilmente alto. Un modello di vita generalizzato meno esoso dal punto di vista energetico è, a mio avviso, l’unica vera soluzione: una moratoria italiana sul nucleare, oltre al fatto di non essere di alcun peso a livello internazionale, non risolve e non affronta il vero problema, ovvero come produrre energia per soddisfare il sempre crescente fabbisogno.

È da dire certamente che il programma nucleare presentato dal governo era di una evidente ridicolaggine. Usare centrali dismesse dal governo francese non è di certo un modo di guardare al futuro, sia dal punto di vista dello sviluppo che da quello della sicurezza. Fatto sta che in un paese civile un cittadino di cultura media si aspetterebbe che il livello di discussione su argomenti così importanti si basasse su tesi ed antitesi più profonde; si è messo in discussione il sistema energetico italiano, ma non si è affatto messa in discussione la società che genera questo modello di sviluppo energetico. Il risultato finale, che personalmente condivido, è stato quello di dare un’ulteriore spallata ad un governo nel quale non mi riconosco e che oggettivamente non ha prodotto niente di economicamente e socialmente valido; ma, a livello personale, ho l’amaro in bocca per l’occasione mancata di discussione, di vera discussione, e la generale sfiducia per il livello di comprensione del popolo italiano dimostrata dai due schieramenti referendari è tanta.

Speriamo, con uno sguardo speranzoso, che questo sia solo l’inizio di un cambiamento più radicale, che porti il popolo italiano ad esprimersi sempre più spesso e sempre più numeroso quando chiamato alle urne, ma soprattutto più informato e meno emotivamente spinto.






Domenica 12 e lunedì 13 giugno gli italiani saranno nuovamente chiamati alle urne. Messe da parte le elezioni amministrative, questa volta si vota per i quattro referendum promossi da associazioni e partiti politici. Dal nucleare al legittimo impedimento, passando attraverso i due quesiti che riguardano la privatizzazione dell’acqua, vediamo nel dettaglio cosa chiedono i promotori delle consultazioni e le modalità con cui gli elettori dovranno esprimere le loro preferenze.

REFERENDUM ABROGATIVI – In tutti e quattro i casi si tratta di referendum abrogativi che, previsti dall’art. 75 della nostra Costituzione, prevedono l’annullamento di una legge esistente. Perché ciò accada devono recarsi alle urne il 50% + 1 degli aventi diritto, altrimenti la consultazione si concluderà con un nulla di fatto e le leggi in vigore saranno confermate. I seggi saranno aperti dalle ore 8.00 alle ore 22.00 di domenica, e dalle ore 7.00 alle ore 15.00 di lunedì 13 giugno. Per votare occorre presentare un documento di identità e la tessera elettorale. A ciascun elettore saranno consegnate quattro schede, ma ognuno può scegliere di non esprimere il proprio parere su uno dei quesiti proposti.

SERVIZI DI FORNITURA DELL’ACQUA AI PRIVATI – Al primo quesito, dal titolo “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”, è associata la scheda di colore rosso. Il referendum, promosso dal “Forum Italiano dei movimenti per l’acqua”, prevede l’abrogazione dell’art. 23 bis del decreto legge 112/2008 (“Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria”), meglio conosciuto come decreto Ronchi. Il provvedimento stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati – attraverso gara – o a società a capitale misto pubblico-privato. Nel secondo caso, il privato deve essere sempre scelto attraverso una gara e deve detenere almeno il 40% del capitale in questione. Votando “” ci si dichiara contrari a quanto affermato dal decreto, mentre barrando la casella del “no” si da ragione a chi afferma che l’acqua non viene privatizzata ma solo gestita meglio, visto che il dissesto idrico costa ogni anno agli italiani circa 2 miliardi di euro.

TARIFFE DEL SERVIZIO IDRICO – Il secondo quesito referendario (“Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”) riguarda nuovamente l’acqua. In questo caso la scheda è di colore giallo. I promotori del referendum chiedono l’abrogazione del comma 1 dell’art. 154 del cosiddetto Codice dell’Ambiente, che stabilisce la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua e il cui importo prevede anche la remunerazione per il capitale investito dal gestore. A quest’ultimo spetterebbero infatti profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% della cifra investita senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. In caso di vittoria del “” la tariffa non potrà prevedere tale quota, quindi i gestori non potranno acquisire un profitto garantito sulla tariffa stessa. Se la maggioranza degli elettori sceglierà il “no”, si creeranno condizioni favorevoli ai privati per l’ingresso nel settore.

NUCLEARE – Alla scheda di colore grigio è affidato il quesito più discusso nella rotta di avvicinamento al 12 e 13 giugno, promosso dall’Italia dei Valori e da alcune associazioni ambientaliste. Stiamo parlando del nucleare e della possibilità che in futuro, nel nostro paese, vengano costruite nuove centrali. Il dibattito è diventato rovente dopo il disastro di Fukushima, in Giappone, a seguito del terremoto che ha colpito il paese asiatico nel marzo scorso. Nell’art. 5 (“Sospensione dell’efficacia di disposizioni del decreto legislativo num. 31 del 2010”) del decreto legge n. 34/2011, il governo Berlusconi ha incluso una moratoria di un anno sull’avvio del programma nucleare. “Se fossimo andati oggi a quel referendum – ha dichiarato il Premier – il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni a venire. Siamo convinti che questo sia un destino ineluttabile”. Un successivo emendamento contenuto nel decreto omnibus, che intendeva abrogare numerose disposizioni fra cui quelle relative alla realizzazione di nuove centrali, non ha indotto la Cassazione ad invalidare il quesito, che si svolgerà regolarmente. In Europa la Germania e la Svizzera hanno già varato un piano che prevede la chiusura delle centrali ancora in attività. La cancelliera Merkel, nel giorni scorsi, ha annunciato che entro il 2022 saranno chiuse tutte quelle presenti sul suolo tedesco, mentre il ministro dell’ambiente Roettgen ha specificato che non sono presenti clausole di revisione sulla decisione. In Svizzera, invece, le cinque centrali saranno chiuse entro il 2034. Nel nostro paese, con un referendum consultivo, la Sardegna ha già detto no alla costruzione di nuovi impianti. Chi sceglierà di votare “” accetterà che venga impedita la progettazione, la localizzazione e la costruzione di nuove centrali, mentre per il “no” si esprimeranno coloro che sono favorevoli all’apertura delle stesse.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO – L’altro quesito promosso dal partito di Antonio Di Pietro è quello sul legittimo impedimento (scheda di colore verde). Il referendum chiede l’abrogazione di alcune norme della legge n. 51/2010, secondo cui il presidente del Consiglio e i ministri possono invocare il legittimo impedimento a comparire in un’udienza penale, qualora imputati, in caso di concomitante esercizio di attività essenziali alle funzioni di Governo. I promotori del referendum chiedono che della legge, dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte con sentenza del 13 gennaio scorso, vengano abrogati l’art. 1, 2, 3, 5 e 6. Votando “” ci si dichiara favorevoli al principio secondo cui il Premier e i ministri non devono anteporre l’esercizio delle loro funzioni alle esigenze di giustizia che li riguardano; esprimendosi per il “no”, al contrario, l’istituto resta in vigore.

QUESTIONE POLITICA – Dopo la pesante sconfitta alle elezioni amministrative, quello dei referendum diventa per la maggioranza un serio banco di prova. Di questo, almeno, sono convinte le opposizioni, anche se venerdì scorso lo stesso Berlusconi ha fatto sapere che l’esito del referendum non ha nulla a che vedere con il governo. Il Presidente del Consiglio ha definito i 4 quesiti “inutili”, senza quindi dare indicazioni di voto. Il Partito Democratico, l’Idv e le altre forze di centro-sinistra invitano tutti i cittadini a recarsi alle urne per dire quattro volte “”, mentre in un’intervista al “Corriere della Sera” il leader dell’Udc Casini ha dichiarato che voterà “” al quesito sul legittimo impedimento e “no” a quelli sulla privatizzazione dell’acqua. Sul nucleare, ha concluso il leader centrista, il suo partito lascerà che gli elettori si esprimano liberamente.