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Primarie Pd, perché quella di Renzi è una vittoria a metà

Renzi_2A sentire i suoi fedelissimi, sembra che la rielezione di Matteo Renzi alla guida del Pd abbia cancellato improvvisamente tutti  i problemi che dal 4 dicembre in poi hanno colpito il partito di Largo del Nazareno. Un’analisi più profonda del successo ottenuto dal nuovo-vecchio segretario imporrebbe invece un giudizio diverso. Nonostante il risultato finale delle primarie, infatti, la forza che l’ex sindaco di Firenze si ritrova oggi tra le mani è indubbiamente più debole rispetto a quella che nel 2014, dopo il 40,8 per cento raccolto alle Europee, sembrava non lasciare scampo agli avversari (a cominciare dal Movimento 5 Stelle). Sul tavolo di Renzi ci sono almeno 5 questioni che andranno affrontate da qui ai prossimi mesi e che non ammettono rinvii. La prima riguarda la gestione interna del Pd.

In questi anni l’atteggiamento dell’ex premier non è stato certamente inclusivo, come dimostra la scissione di bersaniani e dalemiani (ma non solo). È presto per dire se “Matteo” riuscirà ad evitare nuove fuoriuscite, ma la “guerra” sulle percentuali raccolte domenica dai tre candidati è un antipasto che non fa ben sperare. Ieri Sandra Zampa, responsabile comunicazione della mozione di Andrea Orlando, ha chiesto ufficialmente il riconteggio dei voti contribuendo a tenere il clima infuocato, come se non bastasse il fatto che tre giorni fa – seconda questione – sono andate ai gazebo circa un milione di persone in meno di quelle che votarono nel 2013. E che lo stesso Renzi è stato eletto con oltre 600 mila voti in meno della precedente tornata. Un’emorragia di cui, volente o meno, dovrà tenere conto. Terzo punto: il nodo alleanze. L’ex inquilino di Palazzo Chigi ha chiuso le porte a Mdp dicendo di voler dare vita ad una “grande coalizione coi cittadini e non coi presunti partiti”.

Ma la frammentazione dello scenario rischia di farlo finire, nell’ottica di una legge elettorale che dopo tante mediazioni non garantisca la governabilità (quarta spina nel fianco), tra le braccia di Forza Italia. Scenario che certamente non dispiacerebbe a Berlusconi, ingabbiato da Salvini e Meloni, ma che trova favorevole solo il 25% degli elettori dem interpellati da Ipr Marketing. Meglio sarebbe invece un ticket con Pisapia e scissionisti (55%). Infine c’è il rapporto col Governo Gentiloni. In pubblico il segretario e i suoi sodali, come il reggente del partito Matteo Orfini, ripetono che “il Pd è il principale partito che sostiene l’Esecutivo” e che “adesso sarà più semplice farlo”. Ma chi conosce Renzi sa della sua sfrenata voglia di tornare a comandare, non tanto dal Nazareno quanto da Palazzo Chigi. Mattarella permettendo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 3 maggio 2017 per La Notizia

Da Renzi solo superficialità. Staino vota Orlando per riunire il Centrosinistra

Sergio_StainoSergio Staino non è uno abituato a disertare appuntamenti così importanti. Ecco perché domani l’ex direttore de l’Unità, vignettista e “papà” di Bobo, sarà fra coloro che sceglieranno il nuovo segretario del Pd. Nonostante una disaffezione generalizzata per le primarie, alle quali dovrebbero partecipare, dicono i sondaggi, circa la metà di iscritti e simpatizzanti del 2013. “Voterò per Andrea Orlando perché credo che un suo buon risultato possa contribuire a riunire il Centrosinistra, un lavoro che Matteo Renzi ha più difficoltà a realizzare”, spiega Staino a La Notizia.

Il rapporto fra voi due non è mai stato idilliaco…
Ha avuto degli alti e dei bassi, lo chiamerei dialettico, com’è giusto che sia all’interno di un partito di tante anime. Al di là delle questioni personali, è indubbio che l’ex sindaco di Firenze abbia la vittoria in tasca. Mi piacerebbe che dopo queste primarie Renzi si convincesse a svolgere un lavoro collegiale, senza continuare a fare di testa sua, com’è successo finora. Il Pd deve rispettare tante anime, non una sola.

In questo, secondo lei, “Matteo” va rimandato senza appello.
Direi proprio di sì. Se vittoria sarà, mi auguro sia “temperata”: Renzi deve seguire i consigli di chi ne sa più di lui, guardarsi intorno, senza ripetere esperienze come quella de l’Unità, per esempio. Ci ha ignorati fin dall’inizio, non è stato piacevole…

Perché il Guardasigilli e non Emiliano? Anche lui vuole tagliare i ponti con l’esperienza dell’ex premier.
Non lo prendo neanche in considerazione. Gliel’ho detto anche a quattr’occhi: fin quando sarà ufficialmente membro della magistratura non lo vedrò come un uomo politico. La sua peraltro è una linea avventurista, superficiale e contraddittoria: francamente, spero che prenda pochi voti.

Queste potrebbero essere le primarie che segneranno la fine del Pd?
Non lo so, di sicuro c’è che la sinistra italiana è in una crisi profondissima e senza un leader. L’abbandono di una filosofia politica storicamente consolidata si è profondamente perduta lasciando spazio alla superficialità tipica del mondo globale e virtuale. Non c’è più nessuno che studia.

Nemmeno Renzi?
Nemmeno lui. Avrebbe dovuto imparare da grandi vecchi come Macaluso, Masullo, Vega. Invece ha dimostrato tanta superficialità: la politica è molto più dura e profonda.

Ieri, sul Corriere, Pagnoncelli ha scritto che queste primarie sembrano “più un processo di legittimazione del leader che un laboratorio di nuove idee”. Condivide?
Sono d’accordissimo.

Quindi il Pd sta diventando un partito personale?
Sta diventando sicuramente quello che Veltroni non voleva che fosse, cioè una forza fondata sul corpo del leader. L’errore più grande commesso da Renzi è stato quello di aver dissolto il Pd. La “botta” più forte che ha preso, cioè la sconfitta al referendum, è stata figlia dell’assenza del partito sul territorio. Oggi rivolgersi ai contesti locali con una piattaforma che si chiama “Bob” vuol dire aver capito poco…

Domani ai gazebo dovrebbe andare circa la metà di coloro che votarono nel 2013. Pesa la scissione di Mdp?
Conterà tanto, anche perché Bersani e D’Alema gettano sfiducia. Una sensazione che certe mattine coinvolge anche me, ma poi mi ricordo di essere schiavo della parola di Gramsci.

Renzi intanto ha chiuso loro le porte in ottica alleanze post-voto.
Il Pd, al di là di chi lo guiderà, dovrà cercare di stringere alleanze, possibilmente senza andare contro natura. Credo però che quella con Mdp sia un’esperienza chiusa: dopo le accuse con cui sono andati via meglio lasciarsi dove stanno, complice pure lo scarso numero di seguaci che hanno. Guarderei piuttosto a Pisapia e a Sinistra Italiana.

E se alla fine, invece, l’alleanza il Pd la facesse con Berlusconi?
In condizioni eccezionali, a difesa della democrazia possono crearsi alleanze eccezionali. Un patto con Berlusconi per arginare l’avanzata del grillismo va messo in conto. Vedremo, mi auguro che non ce ne sia bisogno.

Tornerà a dirigere l’Unità?
Al momento non ci sono le condizioni: esiste un coacervo di problematiche e la totale assenza di volontà politica di superarle. Mi sono dimesso per questo. Aspettiamo il risultato delle primarie, ma se Renzi resterà in sella non so quanto gli interesserà de l’Unità.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 29 aprile 2017 per La Notizia

La scissione costa cara a Renzi. D’Alema e compagni già volano nei sondaggi: così Matteo rischia grosso

dalemaGraziano Delrio, uno dei fedelissimi dell’ex premier Matteo Renzi, è stato in qualche modo profetico. “La scissione è una scelta tragica”, ha detto il ministro dei Trasporti dopo l’infuocata direzione del Partito democratico di lunedì scorso, perché “butta all’aria gli sforzi di tante persone, è una responsabilità enorme che ci si prende sulle spalle”. Ed è proprio così. Perché a sentire alcuni tra i principali sondaggisti del nostro Paese, un Pd senza la minoranza dei vari Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Massimo D’Alema tanto invisa all’ex sindaco di Firenze rischia di portare i dem ad ambire al gradino più basso del podio in vista delle prossime elezioni Politiche. Una dura botta per le sfrenate ambizioni del rottamatore, che punta a riprendersi Palazzo Chigi. Ma andiamo con ordine.

Se il Movimento 5 Stelle oscilla ancora fra il 28 e il 30% nonostante i guai che attanagliano la giunta romana di Virginia Raggi, e un Centrodestra con Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia riuniti sotto lo stesso tetto nonostante la diversità di vedute potrebbe addirittura giocarsela alla pari con i pentastellati (molto conterà ovviamente con che tipo di legge elettorale si andrà a votare), l’addio della costola “sinistra” del partito del Nazareno provocherebbe un’emorragia importante. Tanto che al collo dei dem finirebbe addirittura una simbolica quanto inutile medaglia di bronzo. “Secondo le rilevazioni che abbiamo effettuato negli ultimi giorni”, dice a La Notizia Carlo Buttaroni, presidente e direttore scientifico di Tecnè, “l’area di sinistra alla quale possiamo oggi ascrivere i vari Bersani, Michele Emiliano e D’Alema vale circa il 14%”.

Inutile stampella – Certo, ammette Buttaroni, “stiamo ragionando senza un’offerta politica concreta, che ad oggi potremmo quasi definire ‘immaginifica’”. Però i numeri parlano chiaro. Ancora di più se la “stampella” del Campo progressista di Giuliano Pisapia rischia di non riuscire a colmare il vuoto lasciato dagli scissionisti. “A Milano, Pisapia ha sempre goduto di un alto gradimento, ma trasformare la sua popolarità in consenso politico – conclude il numero uno di Tecnè – non sarà facile”.

Tutti dentro – Anche per Ipr Marketing la fuoriuscita della minoranza avrebbe effetti dolorosi per il Pd. “Un partito di sinistra che comprende al suo interno pure il progetto di Vendola e Fratoianni”, rivela il direttore Antonio Noto, “vale oggi fra il 10 e l’11%. Il Pd? Si fermerebbe al 22%”. Ben lontano dai fasti del 40,8% raccolto alle Europee del 2014. “Così facendo i dem rischiano di arrivare dietro al Centrodestra unito e al M5s”, fa notare il numero uno di Ipr, “anche se molto dipenderà dal tipo di legge elettorale che partorirà il Parlamento”. Perdite più contenute, invece, secondo Emg Acqua, l’istituto diretto da Fabrizio Masia. Che ieri a Repubblica ha spiegato che con la scissione il Pd perderebbe il 4%, percentuale che però potrebbe salire fino al 10-12%. Renzi è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 17 febbraio 2017 per La Notizia

Sinistra in movimento. E i Democratici per il No lavorano al loro partito. Gli anti-renziani vogliono andare oltre il Pd

Democratici_per_il_noSono nati con l’intento di combattere dall’interno la riforma costituzionale targata Renzi-Boschi. E alla fine il loro apporto è stato importante, visto che secondo l’analisi dell’Istituto Cattaneo fra il 20 e il 40% dell’elettorato Pd nelle varie città ha votato contro le indicazioni di partito. Ecco perché adesso sognano in grande. I Democratici per il No vogliono “evolversi”: l’obiettivo dichiarato è quello di dare una mano a costruire un’alternativa a sinistra.

Le trattative sono già cominciate: ieri a via Buonarroti, quartier generale del Comitato per il No, Stefano Di Traglia – portavoce dell’ex segretario dem Pier Luigi Bersani – che l’8 ottobre scorso ha dato vita al movimento insieme al consigliere regionale del Lazio Riccardo Agostini (Pd), ha partecipato alla riunione dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra presieduta da Alfiero Grandi. Ex dirigente dei Ds ed ex sottosegretario alle Finanze del primo governo D’Alema, Grandi è una figura di spicco della battaglia referendaria: è infatti vice-presidente vicario del Comitato per il No guidato da Zagrebelsky e Pace.

Fronte ampio – Non solo. Dell’Ars fanno parte Walter Tocci, senatore del Pd da tempo in rotta con la linea del partito, e Vincenzo Vita, ex parlamentare dem schierato per il No. Alla riunione erano presenti anche i deputati di Sinistra Italiana Arturo Scotto e Stefano Fassina (ex Pd) e Tomaso Montanari, altro membro del Comitato per il No. Mentre il senatore della minoranza dem Miguel Gotor ha inviato un messaggio. Indizi che fanno una prova di come la partita a sinistra sia appena cominciata.

Articolo scritto il 13 dicembre 2016 per La Notizia

Dai renziani ai Giovani Turchi fino alla corazzata di Franceschini. Ecco le correnti che agitano il Pd

PartitodemocraticoFranceschiniani, renziani, bersaniani, Giovani Turchi, Sinistra è cambiamento. E via discorrendo. È una galassia di anime sparse e tradizioni disparate, il Pd. Il cui principale problema, disse una volta l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “risiede nel suo atto di origine” visto che “si è dato vita ad una semplice fusione a freddo fra apparati”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E oggi, dopo la crisi di Governo scatenata dalla vittoria del No al referendum e le conseguenti dimissioni di Matteo Renzi, si misurano con il bilancino i pesi delle varie correnti, si sale e scende dal carro del vincitore – stavolta è toccato all’ex sindaco di Firenze, domani chissà – ci si divide sul da farsi. Chi vorrebbe le dimissioni di Renzi anche da segretario e chi no; chi pensa che “Matteo” debba restare comunque alla guida del Governo e chi invece glielo sconsiglia vivamente; chi vorrebbe andare subito a votare e chi intende addirittura arrivare fino alla fine della legislatura. In quest’ultimo caso con il chiaro intento di rottamare definitivamente l’uomo che della rottamazione ha fatto il suo cavallo di battaglia. Ma com’è composta la galassia dem? Ecco le 5 principali correnti che “agitano” il partito.

Franceschiniani (o Area Dem) – È la componente guidata dall’attuale ministro della Cultura ed ex segretario del partito, Dario Franceschini. Quella numericamente più forte in Parlamento, visto che al suo interno annovera un centinaio fra deputati (una settantina) e senatori (una trentina). Calcolatrice alla mano, circa un quarto dell’intera pattuglia parlamentare. Di Area Dem fanno parte molti esponenti di spicco del Pd, a cominciare dai due capigruppo a Montecitorio e Palazzo Madama, Ettore Rosato e Luigi Zanda, ma anche la vicepresidente della Camera Marina Sereni e l’ex sindaco di Torino Piero Fassino (che non è parlamentare). E che dire di Francesco Saverio Garofani? Pure lui “franceschiniano”, il 21 luglio 2015 è diventato presidente della commissione Difesa della Camera subentrando ad Elio Vito (Forza Italia). Nella lunga lista figurano anche la vicesegretaria dem Debora Seracchiani, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, i sottosegretari Pier Paolo Baretta, Antonello Giacomelli, Gianclaudio Bressa e Luigi Bobba. Più i componenti della segreteria Francesca Puglisi (Scuola), Emanuele Fiano (Riforme) e Chiara Braga (Ambiente). Ultima, ma non meno importante, “Lady Pesc” Federica Mogherini. Cosa vogliono i franceschiniani? L’ha chiarito Zanda non più tardi di tre giorni fa: “La maggioranza va ricercata con l’obiettivo di proseguire fino alla naturale conclusione della legislatura”. 

Renziani (o Giglio magico) – La pattuglia dei renziani che fa capo al premier dimissionario è meno numerosa rispetto a quella dei franceschiniani, visto che le candidature per le liste delle Politiche 2013 furono gestite dai bersaniani, molti dei quali convertitisi al credo di “Matteo”. I cosiddetti “renziani doc” sono una sessantina, la quasi totalità dei quali siede alla Camera (50). I nomi più noti sono quello della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, del “Gianni Letta di Renzi”, cioè il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, e dell’altro vicesegretario dem Lorenzo Guerini. Più Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd anche noto come “Bonitaxi”: è stato l’autista di uno dei camper con cui nel 2012 Renzi ha girato l’Italia in cerca di consensi. Ma non va dimenticato nemmeno Ernesto Carbone, il deputato che prestò a Renzi la Smart blu con la quale il 13 febbraio 2014 l’allora segretario dem si recò a Palazzo Chigi per incontrare Enrico Letta prima della sua defenestrazione. E gli altri? Nel “giglio magico” ci sono anche il commissario alla spending review Yoram Gutgeld, il ministro dei Trasporti Graziano Delrio e quello degli Esteri Paolo Gentiloni, i sottosegretari Davide Faraone, Ivan Scalfarotto e Angelo Rughetti, l’europarlamentare Simona Bonafè, il presidente della commissione Istruzione e Cultura del Senato Andrea Marcucci, il responsabile Giustizia della segreteria David Ermini, la senatrice Rosa Maria Di Giorgi, i deputati Matteo Richetti, Lorenza Bonaccorsi, Roberto Giachetti ed Edoardo Fanucci. Infine, ecco spuntare quello che bonariamente Dagospia ha definito “il Sancho Panza” di Renzi, ovvero il sindaco di Firenze Dario Nardella. Qual è la linea dei renziani? Tornare al voto il prima possibile. Punto.

Giovani Turchi (o Rifare l’Italia) – Alle ultime primarie, quelle vinte da Renzi nel 2013, appoggiarono Gianni Cuperlo. Poi sono entrati in maggioranza, salvo prepararsi adesso a tenere le mani libere: non si sa mai. I leader di questa corrente, che in Parlamento conta una cinquantina di adepti, sono il ministro della Giustizia Andrea Orlando (la cui aspirazione, dicono, è quella di candidarsi al prossimo congresso) e il presidente del partito Matteo Orfini, ex dalemiano. Gli altri nomi: i senatori Francesco Verducci e Stefano Esposito (ex assessore ai Trasporti della giunta Marino), le deputate Giuditta Pini, Valentina Paris e Chiara Gribaudo e i deputati Khalid Chaouki, Antonio Misiani e Fausto Raciti (segretario del Pd siciliano). Orizzonte: “La legislatura è finita, senza nuovi accordi resta solo il voto”, ha detto ieri Orfini.

Bersaniani (o Area riformista) – È quella che, semplificando, viene chiamata “minoranza dem”. Ne fanno parte l’ex segretario Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, l’ex capogruppo alla Camera che il 15 aprile 2015 si dimise in polemica con la decisione del Governo di porre la fiducia sulla legge elettorale, l’Italicum. Ma il fronte dei “bersaniani”, che in questi anni ha perso per strada qualche pezzo ma che può ancora contare su una sessantina fra deputati e senatori, è formato pure da Davide Zoggia, Nico Stumpo, Miguel Gotor, Danilo Leva, l’ex segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani e l’ex ministro dell’Istruzione del Governo Letta Maria Chiara Carrozza. “Bisogna rimettere il Paese su binari normali: si vota nel 2018 e il congresso del Pd si celebra a fine 2017”, ha spiegato Bersani. Per loro, dunque, la linea è questa.

Sinistra è cambiamento – Nata “per unire e non per dividere” e “per raccogliere fino in fondo la sfida di Governo e di cambiamento che tutti i democratici hanno di fronte”: così recita il sito della corrente che ha come esponente di spicco il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e che ha preso forma dopo l’approvazione dell’Italicum, schierandosi a favore del Sì al referendum. È l’ala dialogante col Governo al cui interno figurano molti ex Ds, fra i quali Cesare Damiano. Ma non solo. Ci sono, per esempio, i sottosegretaria Paola De Micheli (già lettiana) e Luciano Pizzetti e i deputati Matteo Mauri e Micaela Campana. La loro è una posizione “attendista”. “Personalmente auspico un governo che faccia una legge elettorale: senza una che sia coerente tra Camera e Senato non si può votare”, le parole di Damiano.   

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 10 dicembre 2016 per La Notizia

Intervista a Civati: “Questa Leopolda è diventata la passerella del potere”

Governo: Civati,voterei no ma non voglio lasciare PdC’è una foto che li ritrae vicini, Giuseppe Civati e Matteo Renzi. Era il 2010, Leopolda numero uno. Quella della “rottamazione”. Il primo era consigliere regionale della Lombardia, il secondo sindaco di Firenze. Oggi di quella stagione non è rimasto più nulla, dice a La Notizia il leader di Possibile. “L’unica cosa che Matteo ha rottamato è stata la sinistra – attacca Civati –. Sei anni fa c’era la prospettiva di costruire un’area riformista che unisse le diverse tradizioni culturali. Poi, purtroppo, tutto si è trasformato in un grande casting”.

Però dica la verità: le manca non essere lì?
No. Mi dispiace il fatto che dalla prima edizione ad oggi questo appuntamento si sia progressivamente allontanato da quello che era il suo obiettivo iniziale. Del resto, questa è la metafora del Paese. Renzi si è disfatto di chi, come me, ha opinioni diverse scegliendo di trasformare la Leopolda prima in un comitato elettorale, poi in un evento governativo e infine in una passerella del potere.

Ma quella è stata anche casa sua. O no?
È stata, ha detto bene. Poi Renzi ha “cambiato verso” al Partito democratico facendolo diventare qualcosa di irriconoscibile.

Sei anni fa lei sedeva accanto all’allora sindaco di Firenze. È rimasto qualcosa del “rottamatore” che diceva di voler essere?
È rimasta l’ambizione. Renzi è un animale politico e personalmente non l’ho mai sottovalutato, al contrario di quanto hanno fatto altri, come Pier Luigi Bersani. Io non sono mai stato “renziano”, come ha sempre sostenuto qualcuno. Ero lì per portare il mio contributo, le mie idee. Poi il presidente del Consiglio ha scelto di fare una corsa in solitaria, con il suo gruppo dirigente molto “fiorentino”, contraddicendo tanti punti della “Carta di Firenze” che presentammo allora.

Rileggendo le “100 idee per l’Italia” del 2011 si scopre che Renzi proponeva l’abolizione di una delle due Camere e la riduzione, da 945 a 500, dei parlamentari. Poi è andata diversamente.
Se avesse presentato una riforma del genere gliel’avremmo votata. Quella su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 4 dicembre, invece, è la smentita di se stesso.

Insomma, dalla prima Leopolda ad oggi Renzi ha “rottamato” Renzi. 
La traiettoria che ha seguito è un’occasione mancata. Credo in realtà che abbia rottamato una cosa sola.

A cosa si riferisce?
Alla sinistra. Cercare di far fuori Bersani per tenersi uno come Franceschini, sinceramente, non mi sembra proprio una “rottamazione”. A livello personale Renzi ha ottenuto tutto, peraltro facendo l’opposto di quanto raccontava, tipo che bisognava andare a Palazzo Chigi passando per il voto popolare. Dall’altra parte, non ha dato le risposte che la generazione che era alla Leopolda sei anni fa si aspettava. Questo lo si è capito bene quando ha preso il treno per andare ad Arcore e incontrare Silvio Berlusconi. Da quel momento in poi io e Matteo abbiamo imboccato due direzioni opposte.

Anche quest’anno su quel palco saliranno in tanti. 
Non io. Mi rattrista il fatto che Renzi non abbia voluto confrontarsi con me sulla riforma costituzionale. Gli avevo fatto un’esplicita richiesta tramite il suo ufficio stampa, ma non c’è stata data alcuna risposta.

Eppure del referendum si parlerà eccome.
Ma se ne parlerà il meno possibile. È la battaglia simbolo, ma da tempo hanno esaurito gli argomenti.

Se Renzi uscisse sconfitto dalle urne cosa dovrebbe fare?
L’unica prospettiva è andare ad elezioni con una legge elettorale diversa da quella terribile che ha inventato lui. Cosa rimarrà di questi anni folgoranti di Renzi? Una brutta riforma costituzionale, che gli italiani bocceranno; l’Italicum, che è pessimo e il Jobs Act, che piace solo a Berlusconi e simili. Per il resto, non mi sembra che la rivoluzione tanto decantata abbia portato a niente.
 
Articolo scritto il 5 novembre 2016 per La Notizia

Dalle riforme ai giochi di Palazzo, Napolitano non molla mai

800px-Giorgio_NapolitanoIl grande burattinaio, l’arbitro non imparziale, un monarca. Su Giorgio Napolitano, in questi anni, si è detto praticamente di tutto. Spesso a ragione. Di primati, nella sua carriera, “Re Giorgio” ne ha collezionati parecchi. Primo dirigente del Pci a ottenere il visto di ingresso negli Stati Uniti, primo ministro degli Interni post-comunista e, soprattutto, primo capo dello Stato rieletto per un secondo (seppur breve) mandato. Da dieci anni a questa parte, Napolitano muove abilmente i fili della politica italiana. Quando sedeva al Quirinale viaggiava ai limiti dei vincoli costituzionali, per non dire che li travalicava. Ma anche adesso che al suo posto c’è Sergio Mattarella, come noto, continua a entrare a gamba tesa praticamente su qualsiasi cosa. Nella storia dell’Italia repubblicana non si ha memoria di tanto attivismo per un presidente emerito. Sarà perché i temi al centro del dibattito odierno, la riforma costituzionale e l’Italicum, sono anche un po’ “figli suoi”; sarà perché in questa partita “Re Giorgio” si gioca un pezzo di credibilità. Ma le uscite sono ripetute e irritano parecchi. Non solo le opposizioni, per intenderci.

LA GIRAVOLTA - Prendete la legge elettorale. Il 14 aprile 2015 l’ex capo dello Stato la benedì, invitando le Camere a “non disfare quello che è stato faticosamente costruito”. Poi, a inizio settembre, la giravolta. L’Italicum “va cambiato perché nell’attuale sistema tripolare rischia mandare al ballottaggio e di far vincere chi al primo turno ha ricevuto una base troppo scarsa di legittimazione col voto popolare”. Sarà. Per non parlare delle sferzate rivolte nei giorni scorsi al premier, Matteo Renzi, “colpevole” di aver trasformato il referendum in un plebiscito su se stesso. Non è un caso del resto che nei nove anni della sua presidenza, a Palazzo Chigi si siano alternati ben cinque presidenti del Consiglio. Spesso defenestrati dall’oggi al domani e in circostanze tutte da chiarire. Tanto per dirne una: nel 2008, quando il secondo governo di Romano Prodi cadde dopo appena due anni, l’allora portavoce del professore, Silvio Sircana, raccontò: “Sono state le dimissioni più veloci della storia, siamo arrivati al Quirinale e le formalità erano già tutte pronte”. Diversamente è andata nel 2011. Quando, dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, “Re Giorgio” conferì l’incarico a Mario Monti, con buona pace del segretario del Pd Pier Luigi Bersani che auspicava un ritorno alle urne.     

OMBRE DAL PASSATO - Il protagonismo di Napolitano non è comunque una novità. L’uomo è fatto così, lo dimostra la sua storia politica. Che si parli di Prima o Seconda Repubblica, lui è rimasto sempre lì, al centro della scena. Tessitore di trame oscure, sopravvissuto indenne a qualsiasi terremoto politico. Esponente dell’ala “migliorista” del partito, la corrente ispirata ai principi del socialismo europeo, con Enrico Berlinguer segretario Napolitano fu il leader dei riformisti del Pci, che già prima dello strappo con Mosca del 1980 avevano scelto la socialdemocrazia battendosi per il dialogo con i socialisti di Bettino Craxi. Il rapporto fra i due fu lungo e intenso. Tanto che ad un certo punto Napolitano si ritrovò in rotta di collisione con linea di Berlinguer. “Negli ultimi anni di vita di Enrico”, ha ricordato due anni fa l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “collaboravo strettamente con lui e ho potuto vedere l’isolamento in cui era nel gruppo dirigente, anzitutto sulla questione morale. Ricordo che Napolitano la criticò scrivendo che quell’impostazione ci avrebbe isolato dalle altre forze politiche”. Però si sa: in politica nulla è per sempre. E così nel 1994, dopo l’inizio di “Tangentopoli” che per i “miglioristi” fu un incubo (molti dirigenti furono arrestati e processati per tangenti), arrivò Berlusconi. Il resto è storia.

(Articolo scritto l’8 ottobre 2016 per La Notizia)

Primarie Pd, partito spaccato dopo il pasticcio di Napoli: minoranza all’attacco, ma per i renziani la vicenda è archiviata

La decisione della commissione di garanzia, che ha respinto il ricorso di Bassolino, riapre le polemiche fra i dem. Il bersaniano Gotor: “Mercimonio di voti, sporcata la nostra immagine”. Ma Carbone respinge le accuse: “Scelta fatta in piena autonomia”. L’altro candidato sconfitto Sarracino: “Abbiamo dato all’ex sindaco di Napoli l’alibi per farsi una sua lista che ci condannerebbe alla sconfitta”. E sul coinvolgimento dei cosentiniani D’Anna replica: “Ma di cosa stiamo parlando? Sembra che ci abbiano marchiati a fuoco”

parlamentarie-pd-675Per il Partito democratico il caso è chiuso. Almeno secondo i renziani. Precipitatisi, con il vice segretario Debora Serracchiani, ad anticipare addirittura il ‘verdetto’ della commissione di garanzia che ha respinto il ricorso presentato dallo sconfitto Antonio Bassolino alle primarie di domenica scorsa che hanno decretato la vittoria della sfidante Valeria Valente con 452 voti di scarto. Lo dice chiaro e tondo, dai piani alti del Nazareno, Ernesto Carbone: “La pronuncia dei garanti archivia definitivamente la questione – sentenzia l’esponente della segreteria dem parlando con ilfattoquotidiano.it –. C’è totale rispetto per la decisione che, in piena autonomia, gli organi interni competenti hanno preso”. Nessuno scandalo, insomma, sull’esito della consultazione, nonostante le polemiche innescate dai video girati fuori dai seggi del capoluogo campano e pubblicati su FanpageImmagini eloquenti, che documentano la presenza di alcuni esponenti locali del Pd impegnati a distribuire monete da un euro come incentivo per votare la Valente. Senza contare l’altro filmato, che ritrae ex ‘cosentiniani’ ed ex ‘cuffariani’ intenti a fare i ‘buttadentro’ fuori dai seggi.

CATENACCIO RENZIANO – “La verità è che queste primarie sono state un successo – assicura in ogni caso Carbone –. Altro che le comunarie del M5S, decise a Milano da 74 clic sul server dell’organizzatore”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il responsabile Giustizia della segreteria dem, David Ermini: “Il nostro statuto assegna il compito di risolvere simili controversie alle commissioni di garanzia locali. Prima di esprimersi, quella di Napoli ha evidentemente valutato tutti gli elementi a disposizione. Poi ci sono i vari gradi di giudizio…”. Sta di fatto che l’orologio sembra tornato indietro a cinque anni fa. Quando, proprio a Napoli, l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, annullò le primarie vinte da Andrea Cozzolino contro Umberto Ranieri col fantasma dei brogli. Commissariando il Pd locale, affidato all’attuale ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Il quale denunciò senza mezzi termini “un’infezione nell’organizzazione del partito”. Da allora è passato un lustro e sono cambiati i protagonisti. Ma restano le polemiche, i ricorsi e le carte bollate. Perché i video reperibili in rete gettano più di qualche ombra sul risultato finale della consultazione. E spaccano nuovamente il partito, diviso fra chi difende il risultato delle primarie del capoluogo campano e chi, invece, si schiera apertamente dalla parte dello sconfitto.

MINORANZA ALL’ATTACCO – “Condivido il giudizio di Bassolino – spiega il senatore ‘bersaniano’ Miguel Gotor –. Si tratta di una sentenza decisa a tavolino, che non ha fatto altro che confermare i giudizi irrituali e preventivi di ‘indiscutibilità’ del risultato espressi dai massimi vertici del partito”. A cominciare da Matteo Orfini il quale, secondo Gotor, continua ad interpretare il suo ruolo di presidente “come un capo fazione” quando invece “dovrebbe essere il garante di tutti i contendenti alle primarie”. Un affondo pesante. “I video pubblicati in rete mostrano un vero e proprio mercimonio di voti, se non addirittura un voto di scambio. A tutto ciò si aggiunge, per l’ennesima volta, il tema del trasformismo, con pezzi di centrodestra napoletano legati a Cosentino che si sono presentati ai seggi: un fatto che si commenta da sé”. In questo modo, aggiunge il parlamentare dem, “si sporca l’immagine del partito e si ferisce quella delle primarie come strumento, un bene comune e indivisibile che appartiene a tutto il Pd, non solo alla sua maggioranza, e che il segretario del partito dovrebbe tutelare senza chiudersi nell’assordante silenzio di queste ore”. Ecco perché è maturo il tempo per ripensarle. “Siamo l’unico partito che le fa, ma è necessario che siano meglio regolamentate – conclude Gotor –. Lo diciamo da tempo ma poi non lo facciamo mai. Così rischiano di diventare un boomerang”.

ALIBI PER BASSOLINO – “In alcune zone di Napoli il Pd andrebbe bonificato”, attacca Marco Sarracino, sfidante di Valente e Bassolino alle primarie di domenica scorsa. L’ex sindaco di Napoli? “Gli stiamo fornendo l’alibi per uscire dal partito e fare una propria lista da presentare alle elezioni, il che sarebbe mortifero per noi – risponde il 26enne esponente dem –. Il problema però è un altro: in alcuni quartieri di questa città, e lo dice uno che vive a Scampia, serve legalità per 365 giorni all’anno, non piazzare i seggi per un giorno. La questione morale deve tornare ad essere un must, non una bandiera da sventolare quando fa comodo”. Molto critico su quanto accaduto anche un altro dei leader della minoranza dem, Gianni Cuperlo. “Ho rispetto verso le istituzioni di garanzia del Pd – scrive su Facebook – ma trovo un errore grave che dirigenti nazionali abbiano espresso le loro conclusioni sul ricorso presentato a Napoli prima ancora che la commissione competente esaminasse il caso e si pronunciasse”. Ecco perché “non possono essere commissioni di controllo locali, composte da rappresentanti delle correnti che sono quasi sempre all’origine delle polemiche che quegli organismi dovrebbero dirimere, a garantire l’equilibrio necessario nel giudizio. Credo si debba trasferire quella competenza a un ‘giudice terzo’ – conclude – e quindi a una commissione nazionale composta da personalità autorevoli e neutrali”.

COLPO D’ALA – Fuori dalle dinamiche del Pd, ma chiamati in causa dai video incriminati che hanno scatenato la polemica, i cosentiniani non ci stanno a recitare la parte dei sobillatori delle primarie napoletane. “Ma di cosa stiamo parlando? Sembra che i cosentiniani siano stati marchiati a fuoco. Al punto che, a distanza di anni, invece di essere identificati per quello che sono oggi li additano ancora come seguaci di un signore che da oltre due anni è rinchiuso senza processo nelle patrie galere e che credo abbia ben altre preoccupazioni”, archivia la questione Vincenzo D’Anna, neanche a dirlo ex ‘cosentiniano’ di ferro e oggi in Ala con Denis Verdini. “Peraltro una di queste persone si è dichiarata, in un’intervista, esponente di Scelta civica – conclude –. L’esperienza politica al fianco di Cosentino si è esaurita anni fa ed è normale che chi l’ha condivisa abbia fatto nel frattempo altre scelte”.

(Articolo scritto il marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Pd, che fine ha fatto? I fondatori delusi: “Tradite idee della base, non era questo il progetto iniziale”

Lo sostiene l’ex ministro degli Interni Rosa Russo Iervolino. Ma allo stesso modo la pensa anche il senatore Maurizio Migliavacca. A otto anni dalla nascita, ilfattoquotidiano.it è andato a sentire le opinioni di alcuni di coloro che parteciparono alla creazione del Partito democratico. Da Follini a Finocchiaro, da Pollastrini a Lanzillotta. Ricavandone un quadro molto critico

assemblea-costituente-pd675C’è chi parla di “un Partito democratico diventato di destra con una scelta di campo precisa”. Chi sottolinea il “tradimento delle idee della base e l’assenza di democrazia interna”. E ancora chi, con toni meno polemici ma comunque fermi, chiede “un maggior radicamento sul territorio per evitare di mobilitare il partito solo nei periodi elettorali”. Il senso, però, è quello di un Pd che non ha rispecchiato il sogno di molti. Non solo delle nuove generazioni di parlamentari nati e cresciuti all’ombra del renzismo, come Matteo Richetti, che ha recentemente parlato di “un partito senza identità” che “non è più di nessuno”. Ma soprattutto dei suoi fondatori. Dopo la sortita di Franco Monaco e la risposta di Arturo Parisi, ilfattoquotidiano.it ha interpellato alcuni esponenti di spicco dei democratici che otto anni fa, a vario titolo, hanno lavorato alla nascita del partito. Ricavandone un quadro molto critico. Tanto che alcuni di loro, come Sergio Cofferati e Marco Follini tra gli altri, hanno addirittura preferito intraprendere altre strade.

ALTO TRADIMENTO – In prima linea nell’accusare il partito di uno spostamento a destra c’è la vecchia guardia. L’ex sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, per esempio, esprime un giudizio tranchant: “Il Pd non rispecchia il progetto iniziale. Avrebbe dovuto unire le culture riformiste, laiche e cattoliche con principi semplici alla base: democrazia, giustizia sociale e solidarietà. Ma oggi – prosegue l’ex primo cittadino partenopeo ed ex ministro degli Interni – la democrazia nel partito è scarna, quasi inesistente”. Le colpe, secondo Iervolino, sono in gran parte di Matteo Renzi. Autore, a suo dire, di “politiche che sono di destra, in particolare sul tema dei diritti sociali”. Insomma “il cambiamento è avvenuto sia nel contenuto politico che nei metodi. Il nostro patrimonio si è disperso negli anni – conclude – ma la situazione è precipitata negli ultimi tempi”. L’europarlamentare Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, non è più tenero nel giudizio. Tanto che, come noto, ha preferito lasciare il partito dopo le primarie in Liguria, perse con l’ombra dei brogli. “Il Pd non fa più riferimento ai valori ai quali dovrebbe ispirarsi”, cioè “quelli che riguardano i diritti delle persone e del lavoro”. Certo, non tutte le colpe sembrano essere dell’attuale segretario-premier, perché “qualche problema c’era stato anche prima della segreteria di Renzi, ad esempio con il governo Monti”, osserva Cofferati. “In quella fase il Pd ha deviato dalla sua strada proprio sui diritti, ma erano deviazioni giustificate dal carattere temporaneo del governo. Con Renzi questi cambiamenti sono stati strutturali – chiosa l’ex sindacalista –. Ora sono la linea ufficiale del Pd”. “Non è certamente questo il Pd che avevamo immaginato durante l’atto di nascita”, dice sulla stessa lunghezza d’onda il senatore Maurizio Migliavacca, che per quattro anni (dal 2009 al 2013) ha ricoperto il ruolo di coordinatore organizzativo del partito. “Io e gli altri fondatori avevamo pensato una forza politica saldamente ancorata all’alveo del centrosinistra, una forza che camminasse su due gambe: gli elettori e gli iscritti”. Un disegno tradito. “Mentre il numero dei primi, se pur con risultati altalenanti, tutto sommato tiene, gli iscritti diminuiscono a vista d’occhio – spiega Migliavacca –. Un segnale certamente non positivo”.

TOCCO DI CLASSE – Anche per un altro dei fondatori, Marco Follini (uscito nel 2013), “la premessa iniziale con la quale è nato il Partito democratico è venuta meno perché nel frattempo è cambiato il Paese”. Si tratta, insomma, di “un percorso incompiuto al quale è impossibile oggi come oggi dare un voto”, dice l’ex segretario dell’Udc. Secondo cui è necessario aprire un dibattito per capire “qual è l’idea di Italia che si intende mettere in campo: la direzione che il partito deve intraprendere ne è solo la conseguenza”. Anche perché “il Pd aveva fra i suoi obiettivi quello di accorciare le distanze – spiega Follini –. Mi riferisco in particolar modo a quelle riguardanti il divario dei redditi e l’altro fra Nord e Sud. Obiettivi di questa portata richiedono, adesso, qualcosa di più di un ragionamento di partito: “Bisogna dare vita ad una nuova fase costituente nella quale domandarsi, per esempio, se la politica è essenzialmente scelta di un leader, e allora le primarie sono un must, oppure se deve tornare ad essere, come io credo, un confronto di idee. È solo su questo sfondo – aggiunge – che si può affrontare il tema della natura del Pd, partito del socialismo europeo oppure partito della Nazione sul modello centrista”. In definitiva, quindi, per Follini “il consenso deve fare riferimento a un’idea”, altrimenti non si va da nessuna parte. Problemi evidenti, insomma. Testimoniati anche dalle parole della senatrice Anna Finocchiaro, oggi presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama: “Dobbiamo investire molto di più nel radicamento sul territorio, non bisogna mobilitarsi solo nei periodi elettorali. Un altro compito – aggiunge – è quello di fare formazione delle classi dirigenti, un nostro tallone d’Achille. Tuttavia, penso che sulla linea politica stiamo sviluppando l’idea originaria del partito, anche andando controcorrente. Mi riferisco in particolare al diritto di cittadinanza e alle politiche sull’immigrazione”. Per Finocchiaro, comunque, serve una “maggiore ambizione”. Perché, conclude, “bisogna sempre alzare l’asticella degli obiettivi da raggiungere”.

DITTA IN PERDITA – La senatrice Linda Lanzillotta, anche lei tra le fondatrici del Pd, ha avuto invece un percorso accidentato, essendo uscita dal partito nel 2009 con l’adesione all’Alleanza per l’Italia (Api) di Francesco Rutelli. A Palazzo Madama, nel 2013, è stata poi eletta nelle liste di Scelta Civica, prima di tornare alla base nel febbraio 2015. Nuotando controcorrente, a suo modo di vedere il problema del Pd non è stato rappresentato tanto da Matteo Renzi quanto dal suo predecessore: Pier Luigi Bersani. “Il Pd doveva essere a vocazione maggioritaria, come spiegò Walter Veltroni nel discorso del Lingotto. Questa concezione è stata tradita con la segreteria di Bersani, quando prevaleva il principio della ‘Ditta’”, ragiona Lanzillotta. E ora, invece? “Renzi ripropone lo stesso progetto iniziale – risponde –. Si sta ponendo di nuovo gli obiettivi previsti alla fondazione. In questo senso il Pd sta ripercorrendo la rotta interrotta con Bersani”. “Se c’è una continuità con il Partito democratico nato otto anni fa? In molti fanno fatica a vederla”, risponde Marina Magistrelli, senatrice per tre legislature e vicina all’ex premier, Romano Prodi. “Il nostro motto, ‘uniti per unire’, in buona parte si è perso”, spiega. Aggiungendo che “la colpa non è solo di Renzi, che pure deve assolutamente evitare la deriva del partito della Nazione, la quale rimetterebbe in discussione l’essenza stessa del Pd” e che “in tanti non capirebbero né gradirebbero”. Ma di errori, per Magistrelli, ne hanno commessi tutti. Compreso l’ex segretario. “Ho creduto in Bersani e l’ho appoggiato, ma nell’ultima fase della campagna elettorale in vista delle elezioni del 2013 ha commesso diversi errori che hanno indebolito la spinta elettorale del partito, dice. Ecco perché ora “serve aprire una seria discussione politico-programmatica per capire che cosa vuole davvero diventare il Pd”.

RIPIANTIAMO L’ULIVO – Ma non è tutto. Perché c’è anche chi sogna un partito di respiro maggiormente internazionale. Come Barbara Pollastrini, ex ministro per le Pari opportunità del secondo governo Prodi, anche lei tra le fondatrici del Pd. Secondo la quale “quello di oggi assomiglia ma non è il Partito democratico che avevamo sognato e che vorrei”. Anche in Europa. Dove, dice la deputata dem, “bisognerebbe, nell’alveo del Pse, dialogare e contaminarsi con altre esperienze come Syriza e Podemos. Magari recuperando lo spirito dell’Ulivo e mettendo da parte una logica di autosufficienza”. Anche per Pollastrini, insomma, quella del Pd è ad oggi una “scommessa riuscita a metà” e da “immaginare nuovamente”. Un partito che però “deve essere saldamente ancorato alla sinistra e al centrosinistra, senza strizzare troppo l’occhio ad un centrismo da ancien règime. Una forza che guardi alle periferie e recuperi un uso sobrio del potere, che stia dalla parte degli svantaggiati. Se si pensa che l’obiettivo sia solo vincere e stare comunque al governo – conclude – si smarrisce l’anima del progetto iniziale”.

(Articolo scritto con Stefano Iannaccone il 9 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Parlamento, promossi e bocciati

camera-dei-deputatiL’abbiamo chiamata, e tutt’ora lo facciamo, «casta». Immaginiamo politici fannulloni, sperperatori di denaro, completamente avulsi dalla vita “reale”. Però a questo punto è lecito fare una domanda: i nostri parlamentari – e di conseguenza i partiti a cui appartengono – sono davvero tutti uguali?

A questa e ad altre domande ha provato a rispondere il “Rapporto sull’attività del Parlamento nella XVI Legislatura” redatto da Openpolis, l’osservatorio nato nel 2008 che si occupa di trasparenza e accesso ai dati pubblici e che negli ultimi cinque anni ha messo sotto la lente d’ingrandimento l’attività del 945 parlamentari della Repubblica.

Nelle prime pagine del rapporto Openpolis spiega la metodologia seguita per l’analisi. «L’indice di produttività parlamentare propone la valutazione del lavoro di deputati e senatori in base a criteri di efficacia che aiutino a distinguere la gran massa di attività che non produce effetti – per esempio su circa 9.600 Ddl presentati appena 500 sono stati esaminati – da quella, poca, che invece da risultati», scrive l’associazione. «Non si entra mai nel merito di quanto un atto dispone, se sia buono o cattivo, ma ci si limita ad attribuire un punteggio ad ogni passaggio di iter. L’indice è uno strumento che ha il vantaggio della sintesi – è scritto ancora – ma che tuttavia non deve essere preso come uno strumento per la misurazione esatta. Serve per analizzare e valutare la complessa realtà parlamentare, non certo per formulare giudizi». Tre sono i criteri di produttività: l’iter dell’atto parlamentare, il consenso (ovvero la quantità e la tipologia di gradimento che il Primo firmatario di un atto riesce ad ottenere presso i suoi colleghi) e la partecipazione ai lavori (cioè il contributo del parlamentare ai lavori della Camera di appartenenza).

Il primo dato che salta all’occhio sfogliando le pagine del rapporto è quello che riguarda gli atti approvati e conclusi nel corso della XVI legislatura. Openpolis nota come il decreto legge (che, lo ricordiamo, è un provvedimento che il governo dovrebbe utilizzare in casi di estrema necessità e urgenza) sia oggi «una modalità di legiferazione quasi ordinaria». Basta leggere i numeri: dei 115 decreti presentati nei 5 anni di Legislatura – molti dei quali nell’anno del governo Monti – 97 sono stati convertiti (84,35%), mentre dei 9.572 disegni di legge solo 387 sono stati approvati (“appena” il 4,4%). Anche le risposte alle interrogazioni parlamentari, ovvero lo strumento di cui i partiti dispongono per chiedere al governo delucidazioni su una determinata questione, sono poche rispetto alle domande: 42.903 quella presentate, 16.694 quelle concluse (il 38,91%). Ne emerge che il Parlamento è sempre più “espropriato” del suo ruolo rispetto all’esecutivo.

Connessa alla questione del decreto legge c’è il ricorso alla fiducia. In questo caso, diceOpenpolis, «la tendenza già evidentemente troppo elevata nella fase del governo Berlusconi – con 16 leggi su 100 approvate con la fiducia – diventa del tutto patologica durante il governo Monti con un rapporto di quasi una legge su due per la quale si è fatto ricorso alla fiducia». Fra i provvedimenti votati in questi anni 3 voti di fiducia sono stati necessari per l’approvazione della Legge di sviluppo 2008, per il decreto Milleproroghe 2012 e per quello sulle semplificazioni fiscali; 4 per il Decreto sviluppo e la Riforma fiscale; 5 per la legge Anti-corruzione e per quella di Stabilità 2013 e addirittura 8 per la Riforma del mercato del lavoro.

Ci sono poi provvedimenti che l’associazione ha diviso in due categorie: leggi lepre e lumaca, ovvero quelle che da una parte sono state approvate in maniera rapida – se messe a confronto con le lungaggini parlamentari – e altre che al contrario sono rimaste in ballo per anni. «Il ritardo con cui il Parlamento e il governo rispondono alle esigenze reali del Paese», scrive Openpolis, «non è da imputarsi a “tecnicismi istituzionali” quanto piuttosto alla mancanza di volontà politica». Fra le “leggi lepre” ci sono, per esempio, il Lodo Alfano (124/2008, poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta per la violazione degli articoli 3 e 138 della Carta), approvato in “appena” 20 giorni. Oppure la legge di Stabilità 2012 e quella di Bilancio 2012, 25 giorni. E la spending review del ministro Giarda, 32 giorni. Mentre fra quelle “lumaca” troviamo la legge per il contrasto ad usura ed estorsione, 1.357 giorni, quella per l’equo compenso dei giornalisti, 901, e quella per le quote rosa nelle società quotate in borsa, 782.

Veniamo ora ai parlamentari. Quali sono stati, nei cinque anni a Montecitorio e Palazzo Madama, quelli più presenti e quelli – al contrario – maggiormente assenti? Partiamo dalla Camera, dove Remigio Ceroni (Pdl) risulta essere il deputato con la più alta percentuale di presenze in aula (99,88%), seguito da Giorgio Lainati e Simone Baldelli (entrambi del Pdl) con il 99,84 e il 99,78% delle presenze. Nella “top three” dei deputati maggiormente assenti ci sono invece Antonio Gaglione (Misto, 91,70%), Niccolò Ghedini (Pdl, 81,20%) e Denis Verdini (Pdl, 75,90%). Al quinto posto spunta anche Pier Luigi Bersani, segretario del Pd e candidato premier del centrosinistra, con il 72,30% di assenze. A Palazzo Madama, invece, i tre senatori più presenti sono Cristiano De Eccher (Pdl, 99,90%), Achille Totaro (Fdi, 99,80%) e Mario Pittoni (Lega Nord, 99,70%). Fra quelli maggiormente assenti, nelle prime tre posizioni ci sono Giovanni Pistorio (Misto, 65,30%), Domenico Nania (Pdl, 64,50%) e Emma Bonino (Radicali, 60,80%).

Un conto sono le presenze, un altro la produttività (come spiegato in precedenza). Anche in questo caso, Openpolis ha stilato una classifica di deputati, senatori e gruppi parlamentari che hanno lavorato di più rispetto agli altri. Alla Camera i tre parlamentari più produttivi sono risultati essere Donato Bruno del Pdl (indice di produttività pari a 1248,4), Franco Narducci del Pd (1138,5) e Antonio Borghesi dell’Idv (1113,4). Nelle prime tre posizioni al Senato ci sono invece Carlo Vizzini dell’Udc-Svp (1574,8), Lucio Malan del Pdl (1398,9) e Gianpiero D’Alia (Udc-Svp, 1314). Chi sono, invece, i più “fannulloni”? Alla Camera i primi tre della lista sono Niccolò Ghedini (Pdl, 14,4), Denis Verdini (Pdl, 23,2) e Antonio Angelucci (Pdl, 26,2). Al Senato spiccano Vladimiro Crisafulli (Pd, 22,2), Raffaele Stancanelli (Pdl, 22,7) e Sergio Zavoli (Pd, 33,2). Il primo posto fra i gruppi parlamentari più produttivi è occupato dall’Italia dei valori di Antonio Di Pietro con un indice di produttività pari a 418,3 alla Camera e 445 al Senato. Solo quinti e sesti Pd (222,9) e Pdl (197) alla Camera, con il partito di Berlusconi che al Senato scivola all’ottavo posto.

Un altro capitolo del rapporto è dedicato a deputati e senatori che vanno e vengono. Quello del cambio di casacca, scrive Openpolis, è stato «uno dei fenomeni caratterizzanti la XVI Legislatura». L’Udc di Casini risulta essere l’unico partito di quelli che ha intrapreso fin dal principio la Legislatura ad avere un “saldo” positivo: +2 deputati alla Camera e +8 al Senato conquistati in questi anni. Una vera emorragia è quella che ha invece colpito il Pdl, che ha perso 70 deputati e 27 senatori, mentre il Pd ha visto passare ad altri partiti 13 deputati (come pure l’Idv) e 14 senatori.

C’è, infine, un particolare che riguarda il governo Monti. Sapete qual è il gruppo parlamentareche – sia alla Camera che al Senato – ha sostenuto maggiormente l’esecutivo del Professore? Chi ha risposto Udc e Fli ha sbagliato. È infatti il Pd la formazione più ”fedele”. Alla Camera, dei 99 voti finali, i democratici hanno votato favorevolmente nell’83% dei casi (+6% rispetto all’Udc e +23% rispetto a Fli), mentre a Palazzo Madama, in 83 voti finali, la percentuale raggiunge l’85% (+10% rispetto ad Api-Fli e +15% rispetto all’Udc). Scenario che si riflette anche su deputati e senatori che hanno sostenuto maggiormente il governo tecnico. Nelle prime 22 posizioni a Montecitorio ben 20 sono del Pd. Idem al Senato. Che sia il preludio ad un accordo, già sottoscritto, fra Bersani e Monti dopo le elezioni? Lo sapremo fra poche settimane.

Twitter: @GiorgioVelardi

Una politica da Oscar – da “Il Punto” del 25/01/2013

Colloquio con il leader di “Fare”. «L’Agenda Monti ha ridato vigore a Berlusconi, mentre Bersani ha accettato la contrapposizione fra due armate che in diciotto anni hanno prodotto risultati terribili. Il Professore? Il suo è un programma non impegnativo, che indica delle linee senza prendere posizioni concrete»

Giannino_blogMi perdoni per il ritardo, ma in queste settimane sto facendo più o meno la vita di un topo in trappola». A parlare è Oscar Giannino, uno dei più autorevoli giornalisti economici italiani e – da qualche mese a questa parte – leader di “Fare”, il movimento con cui si candida a guidare l’Italia. Una corsa solitaria, la sua, che rende la sfida difficile. Però, dice Giannino nel corso del colloquio con Il Punto, «noi rimarremo in campo qualunque sia il risultato. Se la Seconda Repubblica non sarà superatala sfida resterà aperta».

Il 24 e 25 febbraio gli italiani tornare alle urne. Ci sono Berlusconi, Bersani, Casini, Fini, Montezemolo… Giannino, siamo davvero nel 2013?

«No, perché questa è la classica campagna elettorale da Seconda Repubblica. Mi auguro che le conclusioni siano migliori delle premesse e che questa logica si riesca a superare. Purtroppo l’Agenda Monti – nelle forme in cui è stata costruita e presentata – ha ridato vigore a Berlusconi, che ha guadagnato il 7% tornando a riproporre per la sesta volta le stesse cose. Anche Bersani, malgrado l’aplomb iniziale, ha accettato la contrapposizione fra due armate che in diciotto anni hanno prodotto i risultati terribili che vediamo attraverso i dati dell’economia reale».

Poi ci sono Grillo, Ingroia e lei, che ha detto di non volere un accordo con i moderati ma con gli indignati. Quanti sono, a suo avviso, coloro che compongono questa categoria?

«In tutto il corso della storia repubblicana, serie storiche alla mano, non abbiamo mai avuto una percentuale di indecisi o potenziali astenuti elevata come adesso: 40% nel primo caso, 35 nel secondo. Quello di scontenti, delusi e arrabbiati è un oceano vastissimo. Il primo dato che io osservo per misurare la sofferenza dell’Italia è quello relativo al numero di famiglie che dichiarano di dover mettere mano ai risparmi per poter andare avanti. L’ultimo dato fornito dall’Istat, che risale allo scorso novembre, parla del 32,8% di nuclei costretti ad attingere dai loro accantonamenti. Eppure nel 2008, quando iniziò il governo Prodi, eravamo fermi al 12%, e nel novembre del 2011 al 22. Pensare che nel nostro Paese non si possa assistere a scene come quelle viste nelle piazze di Spagna e Grecia è un errore. Ci sono punti di rottura oltre i quali non può che esplodere una protesta cieca».

Non è un mistero che il suo movimento sia stato molto vicino a Italia Futura di Montezemolo. Poi avete “divorziato” e lei ha commentato: «Mi sono sentito come un clandestino a bordo. Forse non siamo stati abbastanza allineati». A cosa?

«Da ottobre – quando ci hanno messo alla porta – fino alla presentazione delle liste montiane, ho toccato con mano un programma troppo vincolante nei numeri da una parte, e la mancanza di idee taglienti dall’altra. Si è seguita l’impostazione di Montezemolo e dei suoi di essere monopolisti nella selezione dei componenti della società civile».

E Monti?

«Con lui ho un buon rapporto e lo manterrò, perché bisogna distinguere fra politica e stima personale. L’ho incontrato una volta che le liste erano state chiuse e gli ho detto che se l’ex direttore generale di Confindustria Galli, quello di Confcommercio Taranto e il segretario generale della Cisl Santini si candidano col Pd, forse l’errore è stato quello di affidare a Sant’Egidio e Montezemolo la decisione di chi dovesse entrare o meno in lista. Lo dico perché pensavo che ci mettessimo finalmente la Seconda Repubblica alle spalle; ma per fare ciò ci sarebbe stato bisogno di un appello molto ampio alla società civile, come fece de Gaulle in Francia a cavallo fra la Quarta e la Quinta Repubblica. Questa cosa nell’Agenda Monti non c’è stata».

Restiamo sull’Agenda: qual è l’aspetto peggiore di questo documento, criticato anche da persone vicine a Monti come Passera e Giavazzi?

«Mi preoccupa il fatto che sia un programma non impegnativo, che indica delle linee senza prendere posizioni concrete. L’Agenda non precisa – per esempio – di quanti punti di Pil verranno tagliate la spesa pubblica e le imposte, oppure cosa si intende fare riguardo le dismissioni. La parte più concreta mi sembra quella che riguarda il mercato del lavoro, scritta da Pietro Ichino. Il resto è qualcosa di fumoso, non c’è stato quel cambio di marcia che mi sarei aspettato da Monti una volta terminato il periodo di governo al fianco della “strana maggioranza”».

La corteggiano Corrado Passera, Fratelli d’Italia e il Pd. Lei però corre da solo. Una scelta coraggiosa…

«Il nostro obiettivo è quello di andare oltre il dualismo fra berlusconiani e anti-berlusconiani. Questo per noi è solo il primo passo: più avanti spero che persone come Corrado Passera, Emma Marcegaglia, Luigi Abete e tanti altri pezzi della società civile diventino risorse attive per l’Italia. Noi rimarremo in campo qualunque sia il risultato, restando un cantiere in cui invitare le persone a pensare a come poter cambiare le cose. Se la Seconda Repubblica non sarà superata la sfida resterà aperta».

La sua decisione passa anche attraverso un’operazione di “liste pulite”, come testimonia il caso di Giosafat Di Trapani in Sicilia…

«È stata una scelta inevitabile. La gente si arrabbia – a ragione – quando legge le storie di tesorieri che sperperano denaro pubblico o di consiglieri regionali che guadagnano “legalmente” il 50% in più del presidente degli Stati Uniti. Le “liste pulite” sono solo il punto d’inizio di una nuova etica che occorre per questo Paese. Tornando al caso che ci riguarda, Giosafat Di Trapani (presidente della piccola impresa di Confindustria e candidato numero tre alla Camera per la Sicilia 1 di “Fare”, ndr) lotta da 25 anni contro il racket e la mafia, ma non ci ha parlato di una sua condanna in primo grado per favoreggiamento al figlio di Ciancimino (1992, ndr) poi finita in prescrizione in secondo. L’ho chiamato e ci siamo trovati d’accordo nel non candidarlo».

Ipotizziamo che lei vinca le elezioni. Quale sarebbe il suo primo provvedimento da capo del governo?

«Il nostro è un programma impegnativo, che prevede – fra le altre cose – l’abbattimento del debito attraverso le dismissioni e il rientramento della spesa pubblica. Bisogna innanzitutto superare un ostacolo, rappresentato dai vertici della Pubblica amministrazione. Nel dire sì o no alle decisioni che vengono prese in questo Paese la mano della parte “tecnica” è molto forte. Va abbandonata la concezione che lo Stato non debba cedere niente. Una premessa a tutti i provvedimenti è quella di sostituire un bel po’ de gli alti dirigenti pubblici. Attenzione: ciò non va fatto in base al partito di appartenenza, ma riportando in patria nostri connazionali che hanno collaborato alla ristrutturazione del debito di economie estere in difficoltà e che conoscono la selva amministrativa e le complicazioni del bilancio italiano. A questo potere opaco, di cui la politica si occupa poco, vanno cambiati indirizzi e facce».

«La classe politica ha fallito, tranne limitate eccezioni personali», ha detto lei. Renzi poteva dare una scossa?

«Se Matteo non avesse accettato la regola delle primarie chiuse con cui il partito lo ha fregato, ma avesse chiesto che le stesse fossero state aperte come quelle del 2006, sarebbe stato la vera grande novità della politica di casa nostra. Di conseguenza si sarebbero verificate tre cose. Primo: Renzi avrebbe vinto e sarebbe stato il primo leader del Pd a rompere la continuità di una leadership scelta dall’oligarchia in diretta continuità con il Pci; secondo: noi avremmo aperto un cantiere insieme ai democratici per un programma comune; infine, credo che l’effetto-Renzi avrebbe disallineato l’intera offerta politica italiana creando un orizzonte che avrebbe consegnato Berlusconi al passato. Il Pd ha perso una grande occasione, personalmente mi auguro che lui continui per la sua strada anche in futuro».

Maroni le ha inviato un sms prima di andare ad Arcore da Berlusconi e le ha scritto: «Vado a rompere con lui». Poi è accaduto il contrario…

«Maroni si è reso protagonista del cambiamento all’interno della Lega, cosa che io apprezzo molto. Prima che ricucisse con Berlusconi abbiamo parlato più volte e, anche in vista del voto in Lombardia, gli ho chiesto se andasse avanti con il suo progetto tenendo duro contro il Cavaliere. Fino a poche ore prima che andasse ad Arcore – siccome i mal di pancia nella Lega erano fortissimi – mi ha detto che malgrado le difficoltà avrebbe provato a rompere. Poi, come ha detto lei, le cose sono andate diversamente…».

È deluso da questo atteggiamento?

«L’errore commesso è stato grave: non so se il Carroccio vincerà in Lombardia ma, al di là di questo, lo sbaglio si riferisce ai temi cari alla Lega e al popolo del Nord. Soggetti ai quali Berlusconi, in diciotto anni,non ha dato nulla. È innegabile, quindi, che la decisione di Maroni mi abbia deluso».

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Inciucio horror picture show – da “Il Punto” del 25/01/2013

bersani-montiSu Repubblica del 30 dicembre 2012 Eugenio Scalfari sosteneva di non vedere grandi differenze fra l’Agenda Bersani e quella Monti. «Anzi non ne vedo quasi nessuna salvo alcune priorità e un diverso approccio alla redistribuzione del reddito e alle regole d’ingresso e di permanenza nel lavoro dei precari», scriveva. Parole che, circa un mese fa, sembravano opinabili. Le differenze fra i due programmi c’erano eccome. Bastava sfogliarli o leggere le dichiarazioni al vetriolo di certi «progressisti» e «moderati» per capire che un loro possibile apparentamento dopo le elezioni sarebbe stato difficile se non impossibile, vista anche la presenza di Vendola da una parte e Casini dall’altra.

E invece, a distanza di poche settimane, va dato a Scalfari quel che è di Scalfari. Negli ultimi giorni, infatti, il triste spettacolo regalato dalla campagna elettorale ha visto i due schieramenti tornare sui propri passi e seminare il terreno per l’inciucio. Ha cominciato Enrico Letta, vicesegretario del Partito democratico – lo stesso che il 18 novembre 2011, su un bigliettino immortalato dai fotografi della Camera, scriveva a Monti: «Quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno, sia ufficialmente che riservatamente» –, a gettare le basi: «Puntiamo a vincere le elezioni e dopo chiederemo al centro e ai montiani di sostenere il governo Bersani» (9 gennaio). Poi, in rapida carrellata, sono arrivati segnali più chiari. Gli ultimi due, inequivocabili, proprio da Bersani e Monti. Il primo, che il 30 novembre 2012 si diceva favorevole ad «alleggerire l’Imu sulla prima casa e affiancarla con un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari», ha fatto dietrofront. «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just», ha dichiarato “Pier” sette giorni fa, quindi «niente patrimoniale ma solo la tracciabilità fiscale» perché «abbiamo già l’Imu». Parole che non sono piaciute alla Cgil, tornata a sottolineare la necessità di un intervento simile («Bisogna ricongiungere la forbice applicando la regola fondamentale, prevista dalla Costituzione, che la tassazione è progressiva sul reddito delle persone», le parole di Susanna Camusso). I «moderati», si sa, di patrimoniale non vogliono sentir parlare, quindi meglio chiudere la proposta nel cassetto. E siccome nella vita e ancor di più nella politica non si fa mai niente per niente, il centrosinistra ha chiesto qualcosa in cambio. Così domenica scorsa, dalle colonne del Corriere della Sera, Monti ha addirittura aperto ad una possibile revisione della riforma Fornero, anche se «per ora non c’è alcun orientamento deciso».

Di più ha fatto Dagospia, che ha riportato i punti salienti di un recente incontro fra i due candidati premier. Secondo la testata diretta da Roberto D’Agostino, Bersani sarebbe disposto a lasciare al Professore mano libera su due ministeri chiave come Economia (viene da chiedersi che ne sarà della linea-Fassina) ed Esteri, mentre il presidente della Bce Mario Draghi risulterebbe – per entrambi – l’uomo giusto per il Quirinale. Indiscrezioni a parte, resta il fatto che l’accordo fra i due schieramenti dopo il voto sconfesserebbe le primarie del centrosinistra, che hanno visto votare milioni di persone. È a loro che il centrosinistra dovrebbe rendere conto di ciò. Ma con la politica che si fa in televisione e non nelle piazze tutto è diventato un terribile horror show.

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