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Tag: Nichi Vendola



bersani-montiSu Repubblica del 30 dicembre 2012 Eugenio Scalfari sosteneva di non vedere grandi differenze fra l’Agenda Bersani e quella Monti. «Anzi non ne vedo quasi nessuna salvo alcune priorità e un diverso approccio alla redistribuzione del reddito e alle regole d’ingresso e di permanenza nel lavoro dei precari», scriveva. Parole che, circa un mese fa, sembravano opinabili. Le differenze fra i due programmi c’erano eccome. Bastava sfogliarli o leggere le dichiarazioni al vetriolo di certi «progressisti» e «moderati» per capire che un loro possibile apparentamento dopo le elezioni sarebbe stato difficile se non impossibile, vista anche la presenza di Vendola da una parte e Casini dall’altra.

E invece, a distanza di poche settimane, va dato a Scalfari quel che è di Scalfari. Negli ultimi giorni, infatti, il triste spettacolo regalato dalla campagna elettorale ha visto i due schieramenti tornare sui propri passi e seminare il terreno per l’inciucio. Ha cominciato Enrico Letta, vicesegretario del Partito democratico – lo stesso che il 18 novembre 2011, su un bigliettino immortalato dai fotografi della Camera, scriveva a Monti: «Quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno, sia ufficialmente che riservatamente» –, a gettare le basi: «Puntiamo a vincere le elezioni e dopo chiederemo al centro e ai montiani di sostenere il governo Bersani» (9 gennaio). Poi, in rapida carrellata, sono arrivati segnali più chiari. Gli ultimi due, inequivocabili, proprio da Bersani e Monti. Il primo, che il 30 novembre 2012 si diceva favorevole ad «alleggerire l’Imu sulla prima casa e affiancarla con un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari», ha fatto dietrofront. «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just», ha dichiarato “Pier” sette giorni fa, quindi «niente patrimoniale ma solo la tracciabilità fiscale» perché «abbiamo già l’Imu». Parole che non sono piaciute alla Cgil, tornata a sottolineare la necessità di un intervento simile («Bisogna ricongiungere la forbice applicando la regola fondamentale, prevista dalla Costituzione, che la tassazione è progressiva sul reddito delle persone», le parole di Susanna Camusso). I «moderati», si sa, di patrimoniale non vogliono sentir parlare, quindi meglio chiudere la proposta nel cassetto. E siccome nella vita e ancor di più nella politica non si fa mai niente per niente, il centrosinistra ha chiesto qualcosa in cambio. Così domenica scorsa, dalle colonne del Corriere della Sera, Monti ha addirittura aperto ad una possibile revisione della riforma Fornero, anche se «per ora non c’è alcun orientamento deciso».

Di più ha fatto Dagospia, che ha riportato i punti salienti di un recente incontro fra i due candidati premier. Secondo la testata diretta da Roberto D’Agostino, Bersani sarebbe disposto a lasciare al Professore mano libera su due ministeri chiave come Economia (viene da chiedersi che ne sarà della linea-Fassina) ed Esteri, mentre il presidente della Bce Mario Draghi risulterebbe – per entrambi – l’uomo giusto per il Quirinale. Indiscrezioni a parte, resta il fatto che l’accordo fra i due schieramenti dopo il voto sconfesserebbe le primarie del centrosinistra, che hanno visto votare milioni di persone. È a loro che il centrosinistra dovrebbe rendere conto di ciò. Ma con la politica che si fa in televisione e non nelle piazze tutto è diventato un terribile horror show.

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Luigi de Magistris lancia il Movimento Arancione e prepara l’alternativa al Monti-bis. Idv, Rifondazione, Comunisti italiani e Fiom saranno della partita così come il magistrato Antonio Ingroia, che potrebbe essere candidato premier. Mentre Bersani apre all’accordo con i moderati dopo le elezioni

ingroia_demagistris-dipietroDiceva Marcello Marchesi, eclettico intellettuale italiano scomparso nel 1978, che «la rivoluzione si fa a sinistra e i soldi si fanno a destra». Chissà se nel dare vita al suo Movimento Arancione Luigi de Magistris avrà preso spunto da quella frase. Perché lui non ne ha mai fatto mistero: vuole fare «la rivoluzione governando». Slogan che gli ha permesso di vincere a Napoli e grazie al quale ora vuole puntare al colpo grosso. Roma. Il Parlamento. L’alternativa al governo Monti. «Siamo un Movimento di donne e di uomini con la schiena dritta che hanno il coraggio di combattere», ha spiegato l’ex magistrato presentando la sua creatura. Perno centrale di “qualcosa di sinistra” che si batte contro «un mondo dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri» e affinché «i partiti tornino ad essere quelli di Gramsci e Berlinguer». De Magistris, comunque, non è da solo. A “sinistra della sinistra” sono tutti in fermento. Vecchi e non, usato sicuro e facce nuove. Mettere tutti d’accordo non sarà facile, e il sindaco di Napoli ha assicurato che «questo non è il posto dove qualcuno si da una riverniciata». Ma il tempo stringe, e Bersani che apre a Casini (malgrado l’oltranzismo di Vendola) lo fa per un semplice motivo: arginare la possibilità di un Monti-bis che prende corpo in maniera sempre più concreta.

Via dunque alla nascita di un Quarto Polo che sia alternativo ai centristi, che permetta all’asse trilaterale Pd-Sel-Psi di trovare un alleato forte che garantisca una solida maggioranza nelle due Camere e che scongiuri lo spettro di altri cinque anni di rigore eterodiretto. Che, soprattutto, guardi a realtà come “Cambiare si può”, neonato soggetto politico-culturale che vede al suo interno la presenza di personalità quali il sociologo Luciano Gallino, lo storico Marco Revelli e il magistrato antimafia Livio Pepino (più esponenti di Fiom e Prc). «Ci sembra che il centrosinistra di oggi abbia molto poco di sinistra. È più sinistro, che di sinistra», ha recentemente dichiarato de Magistris. Che pure non ha chiuso le porte ai democratici, a patto che – ha aggiunto il primo cittadino campano – «Bersani metta in campo una proposta politica alternativa a tutto quello che il Pd ha fatto finora». Gli incontri e i contatti, negli ultimi giorni, si sono intensificati. Le elezioni alle porte costringono gli arancioni a lavorare a ritmi serrati, anche perché fra il 4 e il 13 gennaio bisognerà depositare il simbolo e le liste elettorali. Certo, un modo per uscire dall’impasse ci sarebbe: un’alleanza senza «se» e senza «ma» con l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro. «Se c’è spazio per loro? Assolutamente sì», ha risposto de Magistris a chi gli chiedeva di un accordo con l’ex pm, che era in platea al Teatro Eliseo di Roma nel giorno del lancio del Movimento. Potrebbe essere un do ut des. Se infatti l’Italia dei valori entrasse a far parte della neonata famiglia arancione non ci sarà bisogno di raccogliere le firme da zero. E si potrebbe cambiare il simbolo ottimizzando i tempi. Elementi non secondari. Ma su quest’ultimo punto, nel partito di “Tonino”, le voci critiche non mancano. Sabato scorso, durante l’assemblea generale dell’Idv, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando è stato chiaro: «Dobbiamo andare alle elezioni con il nostro simbolo, il gabbiano deve tornare a volare. Ma siamo al servizio di tutti coloro che in questo Paese sono contro Berlusconi e Monti». Ancora: «Se dovesse esserci la volontà di ampliare il fronte saremmo disponibili al dialogo, ma il partito deve continuare ad esistere. E comunque tutte le decisioni vanno prese attraverso un esecutivo nazionale» (che si svolgerà il prossimo 27 dicembre).

Di più ha fatto Francesco “Pancho” Pardi, il quale ha distribuito ad alcuni militanti un documento di due pagine in cui ha sottolineato che nel caso in cui il partito confluisca «nell’alveo del Movimento Arancione si verificherà al massimo il salvataggio di una parte assai limitata della nostra classe dirigente nazionale. E come questa si mescolerà a tutti gli altri soggetti confluenti – concludeva il senatore dipietrista – è materia di incertezza del futuro». E Di Pietro? Il suo intervento è stato un mix di rabbia e orgoglio. Il leader dell’Idv ha chiesto a Bersani «di rispondere a chi chiede l’unità del centrosinistra. Se saremo chiamati a rappresentare l’alternativa al governo Monti – ha tuonato rivolto al vincitore delle primarie – allora vuol dire che il vero centrosinistra siamo noi». Poi il messaggio, diretto senza giri di parole, ai possibili alleati: «È arrivato il momento di metterci la faccia, la firma e il nome. Noi non siamo asini da soma, non abbiamo bisogno di gente che dice: “Appena vinci sto con te”. Vogliamo unirci a quelle forze che la pensano come noi, a quelle realtà che parlano allo stesso elettorato. Le persone che si riconoscono nel Movimento Arancione sono quelle che condividono i principi dell’Italia dei valori. Chi vuole intraprendere un cammino insieme esca allo scoperto. Noi alle elezioni ci saremo, soli o ben accompagnati». Un appello il cui destinatario, fanno sapere fonti dell’Idv, non è solo de Magistris, ma anche tutte quelle forze sociali e sindacali con cui recentemente il partito ha aperto un dialogo. Non è un mistero che, grazie alla mediazione dell’ex segretario Fiom Maurizio Zipponi (ora responsabile lavoro dell’Idv), negli ultimi mesi i contatti fra Di Pietro e Landini si fossero intensificati. Poi, con la “maledetta” puntata di Report e il crollo verticale nei sondaggi patito dall’Idv (che oscilla ora fra l’1,5 e il 2%), i rapporti sono stati congelati. E, sempre per restare sull’argomento, il sindacato dei metalmeccanici figura tra le forze che hanno presentato in Cassazione i due quesiti referendari per abrogare le modifiche all’articolo 18 e all’articolo 8 dello statuto dei lavoratori. Nella “foto del Palazzaccio”, oltre a Nichi Vendola, ci sono anche il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto e quello di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero. Gli ultimi due hanno espresso le loro perplessità su una possibile alleanza fra l’orizzonte arancione e il duo Pd-Sel. Per Ferrero, in particolare, «le proposte che fa Bersani aggravano la crisi. A rincorrere il Pd impieghiamo male il nostro tempo». Più cauto Diliberto: «”Con i democratici a tutti i costi” e “mai con loro” sono entrambe posizioni sbagliate – ha spiegato dalle colonne de Il Manifesto –. È ovvio che io preferisco stare nel centrosinistra, ma non ad ogni costo».

In molti, però, concordano sulla possibilità che sia il magistrato Antonio Ingroia il candidato premier ideale del Quarto Polo. Un’idea che lo stesso de Magistris ha lanciato pochi giorni fa nel corso di un’intervista a MicroMega, e che ha etichettato come «un grande segnale di discontinuità, un elemento di rottura e di costruzione nello stesso tempo». Per il momento «il partigiano della Costituzione» ha mostrato cautela. «Sto prendendo in considerazione in che modo aiutare questo Movimento, ciascuno deve assumersi la sua responsabilità in questo momento del Paese» ha spiegato il magistrato prima di precisare che «correre troppo non è mai consigliabile. Io non vesto toghe o casacche colorate, né rosse né arancioni». L’appoggio a Ingroia, che stava indagando sulla trattativa Stato-mafia prima di accettare la nomina a direttore di un’unità di investigazione per la lotta al narcotraffico su incarico dell’Onu in Guatemala, ha fatto fare un momentaneo passo indietro a due possibili componenti del Movimento Arancione: il sindaco di Milano Pisapia (Sel) e quello di Bari Emiliano (Pd), che sposerebbero il progetto solo se lo stesso si ponesse nell’alveo del centrosinistra. Per il momento, comunque, quello degli arancioni è un work in progress. Ora palla passa nel campo di Vendola e Bersani. Ma è certo che, se il segretario del Pd continuerà ad affermare che la sua ricetta per il 2013 è «l’agenda Monti più qualcosa», la possibilità di coalizzarsi sarà morta ancora prima di cominciare.

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monti_merkel_getty_02Sono finiti i tempi del «ce lo chiede l’Europa». Sostituiti dal ritorno in campo (sì-no-forse) di Berlusconi; dalle politiche «germanocentriche» di Monti (copyright del Cavaliere) che vanno riviste; dallo spread che è «un imbroglio»; dall’andare oltre l’agenda del Professore perché «alle primarie ha vinto quella di Bersani» (Vendola dixit); dal fare in modo che quanto è accaduto in questi mesi non sia reso vano ma anzi si faccia, per dirla col gergo musicale, il bis (è ciò che pensa il trio Casini-Fini-Montezemolo). Con le elezioni alle porte il tema del rapporto fra il nostro Paese e i partner europei, Germania su tutti, è all’ordine del giorno. E non sempre i toni sono rassicuranti. A destra come a sinistra – tranne che al centro, per i motivi che ben conosciamo – si discute, ci si agita, si minaccia il compimento di gesti estremi. Nel Pdl il ritorno di Berlusconi ha spaccato il partito. Soprattutto, ha fatto sobbalzare dalla sedia quegli esponenti che dell’europeismo hanno fatto da sempre il loro cavallo di battaglia. L’ex ministro degli Esteri Franco Frattini e il capogruppo del Pdl al Parlamento europeo Mario Mauro hanno alzato le barricate. Il primo ha fatto sapere che «se il Cavaliere fa una campagna anti-Unione europea io mi ritiro». Il secondo, che sarebbe addirittura il “manovratore” del capogruppo del Ppe Joseph Daul – che nei giorni scorsi ha detto «no» alla «politica-spettacolo» in Italia, aggiungendo che far cadere il governo Monti è stato «un grave errore» – ha invece dichiarato che «pensare di scaricare sull’Europa le mancate riforme che attengono a precise responsabilità politiche del nostro Paese è una scorciatoia da non prendere». Di più: l’entusiasmo per il ritorno al dialogo fra Pdl e Lega, condizionato dalla decisione di Berlusconi di candidarsi a Palazzo Chigi (Maroni è contrario), fa mettere da parte (volutamente?) un passaggio fondamentale: il Carroccio sta raccogliendo le firme per un referendum su euro ed Europa. «Sosteniamo che un referendum consultivo sul mantenimento della moneta unica sia la strada più corretta per rendere più democratica la costruzione dell’integrazione comunitaria e per far decidere in prima persona ai popoli che tipo di moneta vogliono», fanno sapere da via Bellerio. Poi c’è l’altra metà del campo. Perché anche Pier Luigi Bersani, per utilizzare il suo slang, ha le sue gatte da pelare. Il segretario del Pd è stato chiaro: «La mia ricetta contro la crisi ricalca quella di Monti più qualcosa. Sì al rigore, accompagnato da equità e crescita». Ma, come detto in precedenza, Nichi Vendola non viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. «Se c’è l’agenda Monti io non ci sto – ha tuonato il leader di Sel –. Se abbiamo fatto le primarie per scherzo dobbiamo dirlo al nostro popolo». Apriti cielo. Infine, ci sono Beppe Grillo e Mario Monti. Il leader del M5S, fra epurazioni ed editti via web, solo un mese fa è tornato a parlare di Bruxelles come di «un luogo che assomiglia a un club Med, un dolce esilio dei trombati alle elezioni nazionali». E “Super Mario”? Tutti lo vorrebbero ancora a capo del governo italiano. E quei “tutti” sono Hollande, Merkel, Obama, Barroso, Van Rompuy, Rehn… In alternativa, pare sia pronta per lui la presidenza dell’Eurogruppo, pianoB a cui si lavora da tempo («È una personalità europea di primo piano, sarebbe perfetto», affermava nel marzo scorso l’attuale numero uno, Junker). In un quadro simile, le «regole d’oro» del Fiscal compact incombono – entreranno in vigore il 1° gennaio 2013. L’unica certezza in mezzo a tanta confusione.

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Il 25 novembre tocca agli elettori del centrosinistra, poi sarà la volta di quelli del Popolo della Libertà. Le consultazioni per scegliere il candidato premier dei due schieramenti rischiano però di essere un grande “bluff”: l’impianto della nuova legge elettorale favorisce la riconferma del Professore a Palazzo Chigi e frena l’avanzata di Grillo 

E pensare che qualcuno, fra cui un big del Pdl come Gaetano Quagliariello, avrebbe voluto che fossero «regolate per legge». Le primarie uniscono, dividono, fanno litigare i duellanti. Portano a paragoni roboanti fra l’Italia e gli Stati Uniti, due realtà lontane anni luce messe sullo stesso piano nell’avanspettacolo pre-elettorale di casa nostra. Rischiano, in particolare, di essere un grande bluff, a sinistra come (e peggio) a destra. Regole arzigogolate, candidati variopinti, programmi latitanti. Ma soprattutto l’ombra di Mario Monti che aleggia sulle teste dei vari Bersani, Renzi, Alfano, Santanchè… Il Professore, visto l’impianto della nuova legge elettorale che tanto fa irritare il Partito democratico e gongolare Casini, ha recentemente fatto sapere che se alle prossime elezioni «mancasse una maggioranza in grado di governare» lui sarebbe disposto a continuare. Numeri alla mano, la grande coalizione (Pd, Pdl e Udc) è l’unica formula che darebbe certezza di governabilità al Paese e che frenerebbe l’avanzata del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che dopo la Sicilia punta al colpo grosso in Parlamento.

QUI LARGO DEL NAZARENO - «Riscrivi l’Italia». Così recita il manifesto che chiama gli elettori del centrosinistra alle urne in vista delle primarie che si svolgeranno il prossimo 25 novembre (con eventuale ballottaggio il 2 dicembre). Più che l’Italia, però, la sfida che mette di fronte Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nichi Vendola, Laura Puppato e Bruno Tabacci rischia di riscrivere la geografia del centrosinistra. A seconda di chi vincerà la competizione quest’area politica potrebbe rimanere com’è, virare più al centro e meno a sinistra e viceversa, addirittura esplodere. In quest’ultimo caso il “bombarolo” si chiamerebbe Matteo Renzi. La possibile vittoria del sindaco di Firenze preoccupa non poco la segreteria di Largo del Nazareno. «Non succede, ma se succede…», dicono alcuni fra i volti noti del partito (fra cui il giuslavorista Pietro Ichino, che sul suo sito Internet ha pure pubblicato i «nove motivi per votare Matteo Renzi alle primarie») che hanno deciso di appoggiare la candidatura del «rottamatore». Che qualche personale successo l’ha già ottenuto: i vari Veltroni, Treu, Parisi e Turco hanno fatto sapere che non si ricandideranno. D’Alema, esperto di tattica, ha invece preso tempo: «Se vince Bersani lascio la poltrona, ma se dovesse spuntarla Renzi sarà scontro politico». Il che vuol dire una guerra intestina fra le varie correnti in cui il partito naviga da tempo: sarebbe l’ennesimo suicidio del Pd, ma non ci stupiremmo. Con il ticket Bersani-Vendola si andrebbe sul sicuro. Il leader dei democratici e quello di Sel viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda e a testimoniarlo c’è pure la “Carta d’intenti” che hanno sottoscritto (insieme al socialista Nencini) ad inizio ottobre. Un patto vincolante fondato su 10 parole chiave – fra cui Europa, democrazia, lavoro, uguaglianza – che punta ad andare «oltre Monti» e che è, per dirla con il governatore della Puglia, «alternativa ai pensieri conservatori di Casini». Per “Matteo”, che l’ha subito bollata come «generica», si tratta di uno dei tanti bocconi amari mandati giù in questi mesi. Oltre al caos delle regole – il primo cittadino toscano non ha digerito l’impossibilità di esprimersi per i 16-17enni, malgrado questi avessero votato nel 2009 – il “tiro mancino” che Bersani gli ha giocato rischia, in caso di vittoria, di portarlo all’isolazionismo. «Né con Casini né con Vendola», ha precisato Renzi in un’intervista ad Avvenire prima di compiere una parziale retromarcia, resa necessaria dall’aver capito che l’Italia non è l’America di Obama e che la strategia di Veltroni del 2008 («Corriamo soli») si è rivelata fallimentare. Ma della contesa fanno parte anche Laura Puppato e Bruno Tabacci. Meno esposti degli altri tre contendenti, per la corsa alla premiership ci sono anche loro. Entrambi rappresentano l’ala cattolica del centrosinistra, quella che per intenderci “sposerebbe” Casini e “divorzierebbe” da Vendola. Puppato, unica donna in corsa, pone al centro del suo programma la Green e la Blue economy, e al tempo stesso non chiude le porte ai matrimoni gay («Sono una cattolica adulta e dunque penso che lo Stato debba essere laico e garantire a tutti i diritti civili») e all’alleanza con l’Udc («Non vedrei affatto male un’intesa con i centristi, ma vorrei che da parte loro ci fosse chiarezza»). Infine c’è l’assessore milanese, ex Dc, poi Udc e ora Api, per cui è necessario «apportare delle modifiche alla “Carta d’intenti”» inserendo alcuni punti dell’ormai nota «agenda Monti». Uno degli ultimi sondaggi di Swg vede Bersani in vantaggio di ben 14 punti percentuali su Renzi (41% contro 27, con Vendola al 15), che potrebbe giocarsela ai “tempi supplementari“. Difficile, ma non impossibile, una rimonta al fotofinish.

QUI VIA DELL’UMILTÀ - In casa Pdl le primarie stanno diventando un affare di Stato. Berlusconi non le vuole – e stavolta non sono “retroscena” di «certa stampa» – ma si faranno. L’ufficio di presidenza dello scorso 8 novembre è stato uno spartiacque storico per il partito. Per la prima volta Alfano è andato contro il padre-padrone e ha imposto la sua linea. «Basta diktat del Cavaliere, è il momento che io assuma il controllo», avrà pensato nella sua testa “Angelino” prima di parlare chiaro e tondo ad alta voce: «Mi prendo la responsabilità delle primarie. O decidiamo oggi o saremo dei barzellettieri (o “barzellettati”, come da chiarimento postumo dell’entourage del segretario, ndr). Qual è l’alternativa? – ha domandato l’ex ministro della Giustizia – Inseguire qualche gelataio o qualche leader di Confindustria?» (ovvi i riferimenti al patron di Grom Guido Martinetti e al presidente della Ferrari Montezemolo). Quindi avanti tutta con un meccanismo con cui il Pdl non ha mai fatto i conti e che rischia di portarlo alla definitiva liquefazione. Su questo punto Berlusconi è stato chiaro: «Non si tratta di un procedimento salvifico, anzi usciranno allo scoperto le nostre faide interne, quelle che hanno schifato i nostri elettori. Ho commissionato dei sondaggi e non sono buoni». Ad oggi, secondo una rilevazione di Datamonitor anticipata domenica da il Giornale, solo il 5,4% dell’elettorato del Pdl voterebbe alle primarie. Una catastrofe, anche se è ovvio che il loro valore sia limitato dal momento che sullo sfondo ci sarà sempre lui, il Cavaliere, che – tanto per dirne una – nominerà i 5 garanti che dovranno vigilare sul regolare svolgimento della competizione. Insomma, in un modo o nell’altro chiunque vincerà dovrà chiamarlo in causa prima di prendere una decisione. Cambiare tutto per non cambiare nulla. Ma oltre ai problemi politici ci sono quelli di budget: il Pdl pare avere le casse vuote – sarebbero addirittura a rischio gli stipendi dei dipendenti –, dunque  quelle che si svolgeranno saranno primarie low cost, con i votanti costretti a versare fra i 2 e i 3 euro. Per ora, comunque, le candidature sono sette: Angelino Alfano, Daniela Santanchè, Giancarlo Galan, Alessandro Cattaneo (il sindaco «formattatore» di Pavia), Guido Crosetto e il leader dei “Moderati italiani in rivoluzione” Gianpiero Samorì, possibile outsider “benedetto” da Berlusconi e amico di Marcello Dell’Utri e Denis Verdini. Per il Cavaliere potrebbe essere il “Papa straniero” che va cercando da mesi, o il «dinosauro» da estrarre dal cilindro.

IL FANTASMA DI MONTI - Poi c’è la terza via, quella del «è tutto inutile». Perché se è vero che i partiti sono in fermento per ripulire e democratizzare le liste, dall’altra quanto accade in Parlamento sul versante della legge elettorale potrebbe consegnare agli italiani il famigerato scenario del «Monti dopo Monti». Ad oggi, nessuna delle possibili coalizioni raggiungerebbe la soglia del 42,5% utile a prendere il premio per governare. Dunque solo la riproposizione della «strana maggioranza» che oggi sostiene il governo del Professore (e del presidente della Repubblica) consentirebbe di arginare l’avanzata della cosiddetta “antipolitica” di Beppe Grillo e del suo Movimento 5 Stelle. Il Pd non ci sta, ma al suo interno qualche franco tiratore non disdegnerebbe la prosecuzione dell’esperienza tecnica. Stessa cosa accade nel Popolo della Libertà. Poi c’è l’Udc, di cui il pensiero si conosce da tempo. Insomma, alla fine per gli italiani queste primarie rischiano di diventare la più grande presa in giro della Seconda Repubblica.

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L’ente lirico di Bari rischia di chiudere i battenti. Il commissariamento, le lotte politiche per il controllo del Teatro e le battaglie sindacali per l’occupazione. Quale futuro per una delle punte di diamante della cultura italiana?

«Dopo essere risorto a distanza di ben diciotto anni dalle ceneri del rogo del 1991, questo teatro sta per morire nuovamente, e stavolta definitivamente, sul braciere di miserabili lotte di potere. Il rischio è che non ci siano vincitori ma una sola vittima. Sarebbe un duro colpo perché stiamo parlando di un patrimonio morale della comunità, il fondamento stesso del suo civismo». Parole, quelle pronunciate a Il Punto da Michele Bollettieri, ex componente del Cda del teatro Petruzzelli di Bari, che fotografano nitidamente la situazione in cui versa al momento una delle punte di diamante della cultura italiana. Diventata però, negli ultimi mesi, una polveriera.

IL COMMISSARIAMENTO - Il Petruzzelli ha riaperto ufficialmente i battenti il 4 ottobre 2009. Nei primi due anni e passa di gestione la Fondazione, diretta da Giandomenico Vaccari, a detta di molti, ha conseguito notevoli risultati sia sotto l’aspetto artistico che del gradimento di un pubblico sempre più numeroso, il quale ha apprezzato con crescente entusiasmo proposte assai qualificate e di forte attrazione (come ad esempio la Tetralogia wagneriana diretta da Stefan Anton Reck e la Carmen diretta da Lorin Maazel). Con l’arrivo del 2012 la situazione è inspiegabilmente precipitata. Il nuovo Cda è apparso subito diviso al suo interno e, quindi, in una condizione di paralisi; da parte di alcuni consiglieri (Regione, Provincia e Ministero) veniva invocata una discontinuità rispetto alla gestione in corso, accusata – più o meno velatamente – di presunte gravi irregolarità. Un “castello accusatorio”, diciamolo subito, che presenta delle macroscopiche falle. Partiamo dal punto più sbandierato: la supposta cifra di 8,5 milioni di euro di debito accumulato fino al 2011 è in realtà sbagliata per eccesso, come – con il tempo – sono stati costretti ad ammettere un po’ tutti e come ha sancito la Corte dei Conti che, nella “Relazione sulla gestione finanziaria delle Fondazioni lirico-sinfoniche per gli esercizi 2007-2010” scrive che «nel 2010 il bilancio di esercizio si è chiuso con un disavanzo pari a euro 1.874.158» e che «la perdita d’esercizio del 2010 è da imputare essenzialmente al minor contributo incassato dallo Stato». Tale disavanzo, peraltro, risulta pienamente coperto dall’apporto di due immobili conferito dal Comune. C’è poi la questione del dopo-Vaccari per la quale, mentre la maggioranza dei consiglieri di amministrazione pretendeva un segnale di rottura, il sindaco di Bari (e presidente della Fondazione) Michele Emiliano e Michele Bollettieri auspicavano una soluzione di continuità. La lettera inviata il 29 febbraio scorso da Emiliano al governatore della Regione, Nichi Vendola, chiarisce la situazione all’interno del consiglio ed il pensiero del Sindaco: «Le irregolarità di cui parla il Ministro non attengono a una presunta cattiva gestione dell’ente o ad assunzioni poco chiare o illazioni simili ma riguardano esclusivamente la mancata nomina del sovrintendente da parte del nuovo Cda. E questa nomina non è stata fatta perché i due consiglieri nominati dal ministero hanno chiesto discontinuità, con l’avallo dei rappresentanti della Provincia e della Regione Puglia».

CAOS DELLE MAESTRANZE - Di qui il commissariamento (peraltro sollecitato dallo stesso sindaco). La “rivoluzione” annunciata da Fuortes si sta, però, trasformando in un boomerang, visto che ora sul Petruzzelli rischia di calare definitivamente il sipario. Il problema più grave riguarda l’orchestra e il coro, i cui contratti non sono stati rinnovati, avendo il commissario deciso di bandire concorsi per questi due settori strategici che prevedono contratti a tempo determinato, senza riconoscere alcuna anzianità di servizio a chi era già nella pianta organica. In seguito, ha fatto ricorso alla singolare modalità del “sorteggio” tra gli iscritti ai concorsi per le recite del Don Giovanni andato in scena con l’accompagnamento del solo pianoforte, tra scioperi e proteste del pubblico che ha disertato la sala. «Ci dicono che il progetto sia quello di creare una Fondazione “leggera”, ma per noi l’occupazione stabile si traduce in qualità produttiva», afferma a Il Punto Silvano Conti, membro del coordinamento nazionale della Cgil. «Al Petruzzelli si voleva e si vuole fare una precarizzazione delle masse artistiche. Fuortes fa dei bandi di concorso a tempo determinato che aggiungono precarietà a precarietà. E pensi che c’è chi cinque anni fa ha creduto così tanto nel progetto da abbandonare un posto di lavoro a tempo indeterminato…». Un pensiero condiviso anche da Maurizio Lefemine, Rsa dell’orchestra del Petruzzelli che aggiunge: «Fuortes non si sta occupando di nulla, se non di rimpiazzare il personale artistico, con concorsi, peraltro, che hanno visto un’affluenza scarsissima e la conseguenza di non riuscire a formare l’orchestra; inoltre ha reso il Petruzzelli “muto” mentre si addensano nubi sulle coperture per garantire i contratti trimestrali promessi, tant’è che ai primi lavoratori scritturati per L’Italiana in Algeri di novembre verrà garantito un contratto a chiamata. È una persona con cui è impossibile interloquire, che è venuto solo a “resettare” la Cgil. Questo commissariamento ha eretto un muro che rende impossibile l’ottenimento dei finanziamenti dal Comune e dalla Regione ed ha allontanato il pubblico», conclude Lefemine.

LA “DANZA” DI VENDOLA - Dopo la faticosa e contestata messa in scena del Don Giovanni, dunque, si annunciano tempi sempre più cupi. Mentre dalla gestione commissariale anche il governatore della Puglia, Nichi Vendola, pare abbia preso decisamente le distanze. In una missiva inviata al ministro Ornaghi il 9 ottobre scorso, il presidente della giunta regionale ha avvisato che «al “riempimento” della pianta organizzativa del Teatro Petruzzelli si debba procedere con assunzioni a tempo indeterminato». Nel frattempo Emiliano ha fatto sapere di aver «dato mandato alla ripartizione Cultura di bloccare i finanziamenti del Comune» (valutando l’ipotesi di restituire il teatro al Ministero e revocando l’incarico alla Fondazione), mentre il pubblico si lamenta «dell’arroganza» con cui è stato stravolto «il programma della stagione», denunciando la «totale assenza di serietà e professionalità». La paura è che questa volta, se chiusura sarà, non si potrà più tornare indietro.

Twitter: @GiorgioVelardi






Cosa succede ad Antonio Di Pietro? Da anti-berlusconiano numero uno, il leader dell’Italia dei Valori sembra aver cambiato completamente rotta: ora attacca Bersani e Vendola, parla con il Cavaliere e propone addirittura l’appoggio alle riforme del Governo. Semplice caccia ai voti dei moderati, o c’è sotto qualcos’altro?

 

Tredici giugno, ore 16.00. Dopo la vittoria ai referendum, il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani si presenta in conferenza stampa e chiede le dimissioni di Berlusconi. Parla Antonio Di Pietro: «Chiedere al Premier di lasciare in nome dei risultati referendari è una strumentalizzazione. Lavoriamo da subito per costruire un’alternativa». Ventidue giugno, pausa dei lavori alla Camera durante la verifica di Governo. Il Presidente del Consiglio si avvicina al numero uno dell’Idv, gli stringe la mano, e fra i due comincia un colloquio che va avanti per una trentina di minuti. I contenuti si conoscono solo in parte, ma nel successivo intervento Di Pietro attacca Bersani: «Dobbiamo costruire un’alternativa. Comincia tu, convocaci». Ventiquattro e venticinque giugno, interviste al Corriere della Sera e al Secolo d’Italia. L’ex pm dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Dice che «Berlusconi è una persona sola», ma che «se farà riforme vere l’Idv non si tirerà indietro». Che «va costruito un dopo Silvio» ma «senza fare solo anti-berlusconismo». Se tre indizi fanno una prova allora viene da domandarsi: a che gioco sta giocando Tonino?

METAMORFOSI – Gregor Samsa, il protagonista de La metamorfosi di Kafka, si trasformò in un insetto, fu abbandonato dalla famiglia e, in seguito, anche dalla sorella Grete, l’unica ad essersi occupata di lui dopo la mutazione. Come Gregor, anche Tonino sembra aver subito una repentina metamorfosi. Ma di che tipo? Forse, viene da pensare leggendo e ascoltando le sue parole, non sa neanche lui cosa sia diventato. Il leader Idv, che ha da sempre fatto dell’anti-berlusconismo il suo cavallo di battaglia (malgrado sia stato addirittura vicino a Berlusconi, nel 1994, quando il Premier voleva che diventasse ministro dell’Interno del suo primo Governo), ora dice «basta» all’assalto all’arma bianca contro il Cavaliere. Fa di più: rende noto un nuovo progetto per la sua creatura, ovvero il lancio di una Idv2, «un partito di massa che si rivolga a tutti i cittadini, da destra a sinistra». Un super cartello elettorale, quindi, che riunisca in sé tutte le anime vaganti dell’elettorato scontento e deluso. Del resto, l’ex pm non ha mai nascosto la sua estrazione cattolica, il suo essere né di destra né di sinistra, la sua vocazione liberale e centrista. Funzionerà? Dalle prime reazioni, la risposta è più che negativa. Come i Samsa voltano le spalle al loro figlio, diventato una creatura mostruosa, anche i seguaci dell’Italia dei Valori hanno dimostrato di non gradire il cambio di rotta del loro numero uno. Su Facebook qualcuno gli ha dato del «traditore»; altri lo hanno addirittura paragonato a Scilipoti, che nel frattempo pare stia scrivendo la sceneggiatura di un film sulla vita del suo ex capo (che dovrebbe intitolarsi P.M. Forever). Non c’è solo il popolo a sparare su di lui. Anche la nomenclatura del suo partito, a cominciare da Luigi De Magistris, non l’ha presa bene. Il neo sindaco di Napoli ha “consigliato” a Di Pietro di «evitare la svolta centrista, perché il centro è già troppo ingolfato e chi ci vota non vuole convergere in quella direzione». Smentita, ma comunque ancora viva in ambienti interni, la proposta dell’ex girotondino Pancho Pardi di lanciare una raccolta firme contro il leader maximo. Una manovra in stile 25 luglio di lontana memoria per ora rimandata. Per ora.

APERTURE (A SORPRESA) – Malgrado le prossime elezioni politiche si svolgeranno nel 2013, la campagna elettorale è già entrata nel vivo. Questo Di Pietro lo sa, e da abile stratega qual è sta portando avanti un lavoro duro e complesso, in cui i suoi alleati sembrano essere in ritardo. Ecco, allora, le aperture inattese nientemeno che a Berlusconi e alle riforme che il Governo vuole portare a compimento. «Se quelle dell’Esecutivo sono proposte utili io le voto», dice al Secolo d’Italia, prima di aggiungere (addirittura) che «la riforma della giustizia serve, perché vanno ridotti i tempi processuali, diminuendo i gradi di giudizio con un filtro di ammissibilità o con la depenalizzazione di alcuni reati». Con Pd e Udc, poi, l’Italia dei Valori sarà «responsabile» per ciò che riguarda la manovra economica, come richiesto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel suo nuovo spettro di vedute c’è anche spazio per un elogio alla Lega: «È gente che ama la propria terra, cui va il mio rispetto. Siamo stati gli unici, insieme a loro, a votare contro l’intervento in Libia e per il ritiro dall’Afghanistan. Ora la pensiamo uguale», afferma al Corriere della Sera. La strategia appare chiara. Di Pietro punta a raccogliere non solo i voti di quegli elettori di sinistra che mal digeriscono gli estremisti di Nichi Vendola o l’immobilismo di Bersani, ma anche quelli di chi fino a ieri barrava sulla scheda il simbolo di Pdl o Udc. Sfruttando l’onda lunga dei referendum, alle prossime elezioni l’Idv potrebbe ottenere risultati importanti. Dati alla mano, negli ultimi anni il partito è cresciuto arrivando, alle regionali dello scorso anno, a raccogliere il 7,3 per cento dei consensi. Ma, come detto, ciò su cui l’ex pm può fare maggiore affidamento sono i risultati del 12 e 13 giugno scorso. La vittoria dei referendari è soprattutto merito suo, malgrado qualcuno abbia provato a mettere il cappello sul successo. Se il 20 per cento dell’elettorato del centrodestra e addirittura la metà di quello leghista si sono recati alle urne, contravvenendo agli ordini della base, vuol dire che è tempo di proseguire lungo la strada imboccata, mettendo da parte gli obsoleti slogan da piazza e assumendo un atteggiamento più moderato. Con Fli e Api nascosti nell’ombra, e con Pierferdinando Casini ancora incerto sul da farsi, l’Idv può indossare i panni del vero outsider. Non del Terzo Polo perché, precisa Di Pietro, «non rincorriamo nessuno e chiediamo che rimanga fermo il bipolarismo». Un’eventuale alleanza con i centristi? Da escludere, perché «Casini vuole stare da solo. È inutile chiedere a un monaco di clausura se gli piace la bionda o la mora, no?».

CHIUSURE (INASPETTATE) – «Dov’è il programma del centrosinistra? Chi è il leader?». Sono questi gli interrogativi che hanno portato l’uomo di Montenero di Bisaccia a distaccarsi, giorno dopo giorno, da Pd e SeL. Di Pietro non lo ha fatto in maniera così soft; al contrario, ha lanciato una serie di pesanti provocazioni che hanno causato qualche mal di pancia a Bersani e Vendola, pronti ad intraprendere il percorso che porta alle urne anche senza di lui. Al numero uno del Partito Democratico, dopo le accuse delle settimane passate («Bersani non ha ancora deciso con chi fare l’alternativa. Lui aspetta, tergiversa»), Tonino non ha perdonato l’astensione decisa (e decisiva) durante la votazione per l’abolizione delle province del 5 luglio scorso, operata per evitare di schierarsi insieme alla maggioranza visti i pareri difformi tra le varie correnti interne al gruppo. Dal canto suo, il teorico del «rimbocchiamoci le maniche» ha fornito risposte vaghe a chi gli ha chiesto un parere sugli attacchi dell’alleato, ma non ha espresso certezze su un futuro assieme. Peggio è andata al Governatore della Puglia, ma anche qui ci sono situazioni molto interessanti su cui ragionare. «No alle primarie per candidati come lui», ha tuonato il leader dell’Idv, prima di ascoltare il Vendola pensiero: «Non sono preoccupato se Di Pietro mi toglierà voti. Lui sente restringersi lo spazio a sinistra, e pensa che ricollocandosi a destra nella coalizione possa avere successo». Gli oggetti del contendere, in questo caso, si chiamano Napoli e De Magistris. Il capo di Sinistra e Libertà, fautore della candidatura dell’ex magistrato quale primo cittadino del capoluogo campano, ha prima portato avanti la proposta con la promessa che il suo partito avrebbe lavorato «pancia a terra» al fianco dell’allora europarlamentare, per poi fare un’incredibile marcia indietro e appoggiare il democratico Mario Morcone. Un boccone amaro ancora da digerire per De Magistris, poi uscito comunque vincitore, ma soprattutto per Tonino, che ha dato il via alle ostilità. «Se Di Pietro andasse a braccetto con Berlusconi e gli votasse le leggi sarebbe un inciucio, e ne dedurremmo che è impazzito», ha sentenziato Marco Travaglio. E chissà che alla fine l’unico ad avere ragione non sia lui.

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L’APPROFONDIMENTO – Tutti i dietrofront di Di Pietro

Quelli a cui stiamo assistendo nelle ultime settimane non sono gli unici passi indietro fatti da Antonio Di Pietro nel corso della sua carriera politica. Primo caso: l’ormai famoso Ponte sullo Stretto di Messina. Nel 1996, quando era ministro dei Lavori pubblici, il leader dell’Idv portò la proposta in Consiglio dei Ministri definendola «opera urgente». Cinque anni dopo cambia idea perché, dice, «è una cattedrale di San Silvio, un’opera di mussoliniana memoria». Nel luglio 2006, dopo la nomina ai Trasporti, finanzia con 25 milioni di euro la società sul Ponte. Il motivo? «Bisogna completare il progetto per vedere se è fattibile o meno». Ottobre 2007: con un emendamento i Verdi chiedono l’abolizione della società, ma Tonino ricorre ai voti dell’opposizione e la maggioranza va sotto. Maggio 2009, ancora l’ex pm: «Berlusconi rinunci al Ponte, ci sono cose più importanti a cui pensare». Seconda vicenda: l’immigrazione. Nel corso degli ultimi tredici anni Di Pietro ha cambiato più volte la propria posizione, partendo dalla proposta di far diventare la clandestinità un reato (altrimenti l’Italia sarebbe diventata la «cloaca d’Europa») fino ad arrivare a dire che quest’ultima è una «norma inutile». In mezzo ci sono dichiarazioni come «i clandestini sono potenziali terroristi» (intervista a Libero, 23 luglio 2005) o «nel nostro paese ci sono un numero di rom dieci volte superiore a quello degli altri paesi europei. Senza lavoro, senza casa e senza sanità diventano una bomba sociale». Terzo: il nucleare. Nel settembre del 2007 il ministro battibeccava con il collega all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, contrario alla riapertura di nuovi centrali: «C’è un preconcetto ideologico, così non si aiuta lo sviluppo. Il nucleare oggi non è come quello di ieri: non so se ne abbiamo davvero bisogno, e personalmente vorrei adoperarmi affinché non vi si ricorra. Nell’attesa abbiamo però necessità di un’energia domani mattina, sennò quest’inverno rimaniamo al freddo». Il 30 aprile del 2010 l’Idv lancia la raccolta firme per il referendum contro il ritorno al nucleare: sappiamo com’è andata. Infine: l’acqua (altra questione oggetto del voto del 12 e 13 giugno scorso). Il 17 novembre 2007, in un’intervista al periodico campano Acqua e Territorio, Di Pietro assicura che «non è particolarmente rilevante la forma di gestione; non ci sono pregiudiziali nei confronti dei privati, purché il loro interesse sia subordinato a quello generale». Poi il dietrofront. La domanda sorge spontanea: quale sarà il suo prossimo colpo di teatro?






Pare proprio che alla fine, parafrasando l’amico Bersani, Luigi De Magistris dovrà «rimboccarsi le maniche» e aiutare gli uomini della nettezza urbana di Napoli a spalare i rifiuti. Nessuno vuole infatti farsi carico delle migliaia di tonnellate di immondizia di cui il capoluogo e l’interland sono invasi. Neanche, come si legge oggi sul Corriere della Sera, le regioni governate dal centrosinistra.

Oltre a Lazio e Lombardia, guidate da esponenti del Pdl (Polverini e Formigoni), anche Emilia, Umbria e la Puglia di Nichi Vendola non intendono aiutare la Campania. Unica eccezione è quella della Toscana. Il Governatore Enrico Rossi è l’unico ad aver affermato: «Risolviamo l’emergenza, poi facciamo a pugni. Il Governo dovrebbe convocare tutte le regioni, ognuno deve fare la sua parte». Le ragioni dei «no» sono le più disparate: «In Umbria - dice l’assessore regionale all’Ambiente Silvano Rometti – delle 7 discariche presenti 4 sono esaurite, e 3 sono in fase di saturazione». Anche Vasco Errani si è tirato indietro, mentre in Puglia ci sono problemi pregressi: dal 2008 sono state smaltite oltre 120.000 tonnellate di immondizia campana, ma i Carabinieri hanno scoperto che nelle discariche pugliesi finiva anche spazzatura ”non sigillata” e “diversa” rispetto a quelle concordata.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pochi giorni fa, ha definito «insufficienti» le misure prese dal Governo. Ora, molto probabilmente, dovrà richiamare tutti all’ordine. Prima che sia troppo tardi.