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Tag: Umberto Bossi



00d7d4b8b5c7a4bc5c5766875453ca78-460x270Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori. Spesso indignandoci per la trivialità degli insulti che i politici di casa nostra si scambiano in ogni modo possibile, in ultimo tramite i social network la cui “esplosione” li ha portati ad essere l’oggetto privilegiato e più immediato per farlo. Così il post su Facebook col quale Massimo Corsaro ha insultato Emanuele Fiano del Pd non è che l’ultimo di una lunga serie. Vi ricorderete infatti, tanto per rimanere in questa legislatura, di quanto esclamato da Roberto Calderoli (Lega) a proposito di Cécile Kyenge (Pd). In sostanza a luglio 2013, durante un comizio a Treviglio, il vicepresidente del Senato arrivò a paragonare l’ex ministro dell’Integrazione del Governo Letta nientemeno che a un orango. Istigazione al razzismo? Macché: a febbraio 2015 la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di Palazzo Madama ha assolto Calderoli, col paradosso che a difenderlo sono stati pure alcuni senatori del Pd. A proposito di Lega. Sono indubbiamente passati alla storia gli scambi dialettici – tanto per usare un eufemismo – fra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi dopo la caduta del primo Governo del Cav. (1994).

Botte da orbi – Se avete rimosso, proviamo a rinfrescarvi la memoria. Nell’ordine, il Senatùr definì il leader di Forza Italia “un ubriaco da bar”, “il grande fascista”, “nazista, nazistoide, paranazistoide”, “un povero pirla” ma, soprattutto, “il mafioso di Arcore”. Dal canto suo, Berlusconi non le mandò certo a dire. Bossi? È un “pataccaro”, un “cadavere politico”, un “ladro di voti”, “un uomo dalla mentalità dissociata”, insomma uno “sfasciacarrozze” col quale “non mi siederò mai più allo stesso tavolo”. Poi come sappiamo è andata diversamente, ma la storia è questa. Altro duello al fulmicotone è quello che a novembre 2010, col Centrodestra al Governo, andò in scena fra Mara Carfagna e Alessandra Mussolini. Quest’ultima, rea di aver rimbrottato l’allora ministra delle Pari opportunità per un colloquio alla Camera fra lei e Italo Bocchino, passato col partito di Gianfranco Fini dopo la scissione interna al Pdl, si sentì dare della “vajassa”. Termine che nel gergo campano è sinonimo di donna di bassa condizione civile, sguaiata e volgare.

Si salvi chi può – “Quello è stato un atto di cattivissimo gusto che non merita commenti ma che si addice alla persona che l’ha commesso”, tuonò la Carfagna al Mattino: “A Napoli le chiamano vajasse. La Mussolini è colei che in campagna elettorale disegnava le corna sui miei manifesti, che ha portato i cannoli alla conferenza stampa con Alfano. In un partito serio una signora del genere sarebbe stata messa a tacere, invece mai nessuno ha avuto il coraggio di bloccarla”. Apriti cielo. Più o meno come quando nel 2011 il leader de La Destra Francesco Storace diede a Fini del “maiale”. Non meno sguaiate sono state certe espressioni usate dal fondatore del M5S, Beppe Grillo, nei confronti degli avversari politici. Bersani? “Gargamella”. Lupi? “La figlia di Fantozzi”. Berlusconi? “Psiconano”. Napolitano? “Salma”. Formigoni? “Forminchioni”. Prodi? “Alzheimer”. E via dicendo. Se questo è l’andazzo, non resta che dire: si salvi chi può.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 13 luglio 2017 per La Notizia






ingroiaFra le novità di questa tornata elettorale ci sono Antonio Ingroia e Oscar Giannino con i loro movimenti, Rivoluzione Civile e Fare. Forze che correranno da sole, visti i falliti tentativi di apparentamento con il centrosinistra (la lista del pubblico ministero) e i centristi (Giannino). La strada è in salita, ma nessuno dei due ha accettato di scendere a compromessi al ribasso. Chi c’è nelle loro liste?

Partiamo da Rivoluzione Civile. Ingroia è capolista alla Camera in tutte le circoscrizioni, anche nella “sua” Sicilia, dove è candidabile ma non eleggibile. Dietro di lui, in Sicilia 1, c’è Franco La Torre, figlio di Pio, il segretario regionale del Partito comunista ucciso nell’aprile del 1982 da Cosa Nostra. Nello stesso elenco compaiono anche i nomi del senatore uscente e coordinatore regionale dell’Italia dei valori Fabio Giambrone, del segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero e di Giovanna Marano, la sindacalista Fiom che aveva sfidato Rosario Crocetta e Nello Musumeci nella corsa alla guida della Regione dopo l’esclusione di Claudio Fava (Sel). Fra i volti noti della lista del magistrato palermitano ci sono anche quelli del leader dell’Idv Antonio Di Pietro, candidato alla Camera nelle circoscrizioni Lombardia 1 (ma solo come terzo in lista, dietro a Ingroia e all’ex “grillino” Giovanni Favia), Emilia- Romagna e Lazio; del segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, capolista al Senato in Emilia-Romagna; di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano (il giovane morto nell’ottobre 2009, ndr), prima in lista nella circoscrizione Lazio 1 (Camera); dei giornalisti Sandra Amurri (in corsa per un seggio a Palazzo Madama), Sandro Ruotolo e Saverio Lodato (Montecitorio).

Discorso diverso per Fare. Oscar Giannino ha puntato tutto sulla cosiddetta «società civile». Nelle liste messe nero su bianco dal noto giornalista economico e dai suoi collaboratori non ci sono politici di Prima e Seconda Repubblica, ma solo liberi professionisti, imprenditori, dirigenti e lavoratori. E una grande attenzione è stata data all’appartenenza territoriale. Scelte, quelle compiute da Giannino, che si riflettono anche in ottica regionale, visto che il 24 e 25 febbraio gli elettori di Lazio e Lombardia decideranno i nomi dei nuovi governatori. Per il dopo-Polverini, Fare punta su Alessandra Baldassari, imprenditrice romana e membro del consiglio direttivo della sezione farmaceutici e biomedicali di Unindustria Lazio. A tentare la scalata al Pirellone sarà invece Carlo Maria Pinardi, 55 anni, commercialista, saggista e docente di Finanza aziendale all’Università Bocconi di Milano.

Ma in corsa alle elezioni c’è anche la “nuova” Lega Nord di Roberto Maroni, che ha recentemente deciso di riformare la coalizione con il Pdl dopo la parentesi del governo Monti. Alla Camera, in Lombardia 1, il capolista è Matteo Salvini, segretario della Lega Lombarda e braccio destro dell’ex ministro dell’Interno. In Lombardia 2, come primo della lista, c’è invece Umberto Bossi. Il Senatur è di nuovo in campo dopo lo scandalo che ha travolto la “sua” Lega e costretto alle dimissioni da consigliere regionale il figlio Renzo. Il capolista per la Camera nella circoscrizione Lombardia 3 è Giovanni Fava. In Liguria a guidare il gruppo del Carroccio c’è Sonia Viale, già Sottosegretario all’Economia e all’Interno, mentre in Toscana, Piemonte e Trentino i capilista sono rispettivamente il vicecommissario regionale Manuel Vescovi, il governatore della Regione Roberto Cota e il deputato uscente Maurizio Fugatti. I pezzi da novanta si trovano spostandosi sulle liste per Palazzo Madama. In Lombardia i primi tre nomi nell’elenco sono quelli di Roberto Calderoli, Giulio Tremonti e Massimo Garavaglia. L’ex ministro dell’Economia, fondatore della lista “3L”, è capolista anche in Liguria, Toscana, Piemonte e al centrosud. Saranno della partita anche Giacomo Stucchi (Senato), Giancarlo Giorgetti e Andrea Gibelli (entrambi alla Camera). Chi invece ha deciso di fare un passo indietro è Marco Reguzzoni. L’ex capogruppo alla Camera, “bossiano” della prima ora, si è però tolto qualche sassolino dalla scarpa attaccando le scelte compiute dal partito: «Queste candidature mi hanno deluso, sembrano fatte per perdere. Difficile contrastare chi dice che Salvini abbia candidato i suoi amici… ». A stretto giro di boa è arrivata la risposta del diretto interessato: «Per qualcuno vale il motto “Invidio ergo sum”». Segno che la ruggine, nei corridoi di via Bellerio, non è ancora stata rimossa del tutto.

Twitter: @mercantenotizie






Che l’Italia sia un paese che ha fallito è acclarato. Ieri Umberto Bossi, leader della Lega Nord, ha minacciato la crisi di Governo. «Dio volesse!», ha esclamato qualcuno. Ma che l’Esecutivo cada o meno conta poco: peggio di così le cose non possono andare.

Ma la notizia di giornata – sul fronte sportivo – è stata un’altra: Antonio “Totò” Di Natale è l’unico italiano presente nella lista dei 50 candidati al Pallone d’Oro, che sarà assegnato il prossimo 9 gennaio. Un segnale inequivocabile: anche il nostro calcio, dopo la politica, l’economia e compagnia cantante, ha fallito. Ma non perchè il numero 10 dell’Udinese non sia un ottimo giocatore – guida da due anni la classifica cannonieri della Serie A – ma semplicemente perchè ha 34 anni. Non è quindi un giovane talento, come Messi (24) o Cristiano Ronaldo (26), perchè guarda un po’ il nostro paese non investe sui giovani non solo a livello lavorativo, ma pure a livello calcistico. Le società italiane mettono sul piatto solo l’1 o 2% per i propri settori giovanili, mentre in Spagna, Inghilterra e Germania l’investimento va dal 6 al 10% (cinque o sei volte tanto). Nella lista per i candidati al più importante riconoscimento individuale a livello calcistico – che sarà scremata a novembre, quando i candidati saranno ridotti a 23 e poi (il 5 dicembre) a 3 – il Barcellona porta ben 9 giocatori, il Real Madrid 5. Non sono solo numeri, sono lampadine rosse che si accendono per segnalare un grave problema.

Poi c’è il capitolo degli stadi di proprietà. Quella della Juventus è sembrata una vera rivoluzione, poi si scopre che la struttura è stata costruita con acciaio non a norma e che c’è il rischio di chiusura. Ma dove viviamo? In Italia, quindi la risposta ai perchè e ai per come di tale idiozia e negligenza è già compresa. In Europa sono tante le squadre ad avere da anni un impianto tutto loro – si pensi all’Arsenal in Inghilterra e al Bayern Monaco in Germania -, fattore che frutta ingenti ricavi tramite un business collaterale che ripaga, in pochissimo tempo, degli sforzi economici necessari alla costruzione della struttura. E nel nostro paese? La legge sugli stadi, che ha avuto il via libera della commissione Cultura della Camera lo scorso 5 ottobre (notizia passata sottotraccia), e che sarà ora calendarizzata al Senato, arriva con enorme ritardo e presenta una serie considerevole di punti oscuri, primo fra tutti la gestione dell’affido dei lavori per la costruzione degli impianti. Secondo la legge, infatti, lo stadio può essere costruito “dalla società sportiva, una società di capitali dalla stessa controllata e perfino soggetti pubblici o privati che al fine di effettuare investimenti sullo stadio o sul complesso multifunzionale, stipulino un accordo con la medesima società sportiva per la cessione alla stessa del complesso multifunzionale o del solo stadio“. Il tutto con regole speciali e veloci, e con il rischio del tanto famigerato abusivismo edilizio (Legambiente sta monitorando molto attentamente la situazione).

Infine c’è il dossier Roma 2020, e quel taglio di 4,5 miliardi sui 9 previsti per il progetto che dovrebbe portare la Capitale ad ospitare, fra nove anni, le Olimpiadi. Il tutto grazie all’eliminazione del progetto-metropolitana (da allungare fino alla Farnesina) suggerito da Franco Carraro (a volte ritornano), attuale commissario straordinario della Fisi. Gli investimenti per Londra 2012 sono di 12 miliardi, noi ci presentiamo alla data del 15 febbraio 2012 – scadenza per la presentazione dei prospetti al Comitato Internazionale – con le tasche vuote e la speranza (o presunzione?) di ottenere la vittoria. Forse è per questo che nel mondo ridono di noi. Non che gli altri stiano chissà quanto meglio, ma un tantino meno peggio di noi sicuramente sì.






Nella calda estate del 2009 tenne banco il cosiddetto “metodo Boffo“, quello usato dall’allora direttore de Il Giornale Vittorio Feltri per screditare il parigrado di Avvenire, Dino Boffo. I documenti pubblicati sul quotidiano milanese, poi rivelatisi una bufala, ebbero un effetto devastante per l’attuale direttore di Tv 2000, che abbandonò la guida del quotidiano dei vescovi.

A due anni esatti da questa vicenda ecco spuntare quello che i giornali hanno già definito il “metodo Boffo in salsa padana“. Pare infatti che Monica Rizzi (Lega Nord), unica donna nella giunta lombarda di Formigoni e assessore allo Sport e ai Giovani, sia venuta in possesso di informazioni riservate (con la complicità di un maresciallo della Guardia di Finanza, Francesco Cerniglia), per favorire l’ascesa politica di Renzo Bossi, figlio del leader Umberto, tramite il possesso di notizie «sensibili» sugli avversari politici nel Carroccio.

Il tutto con la complicità di una “sensitiva” e titolare dell’agenzia investigativa Cagliostro, Adriana Sossi, sorella di un assessore di un piccolo comune del Bresciano e addetta alla rassegna stampa della Rizzi. Quest’ultima si difende («Sono nella Lega da 25 anni, festeggio le nozze d’argento. Se avessi saputo di dossier e simili porcate, me ne sarei andata un minuto dopo»), ma intanto la sua casa e il suo ufficio sono stati perquisiti dalla polizia giudiziaria. L’avvocato Diddi difende la sua assistita, mentre nessun commento è arrivato dal “Trota“.

Chissà se Renzo, dopo il Web 2.0, ci spiegherà com’è andata davvero.






Vi assicuro che quando ho letto questa notizia, soprattutto in un periodo di forte tensione politica e sociale come questo, sono caduto dalle nuvole. Va bene il marketing, ok l’innovazione, ma addirittura produrre le sigarette leghiste è troppo, anche per coloro che sono di larghissime vedute.

Si chiamano “Terre del Nord – Padania“, e il nome non poteva che essere quello. Con una specifica, posta sul retro della confezione: “Dalla selezione dei migliori tabacchi della Val Padana rinasce il gusto unico e inconfondibile delle Terre del Nord“. Roba da leghisti, perchè non è la prima volta che notizie bizzarre come queste salgono agli “onori” delle cronache. Nel 1997, prima del celebre vertice di Pontida, il Carroccio annunciò che al raduno i militanti avrebbero potuto comprare bibite e panini pagando solo ed esclusivamente con gli scudi padani, banconote verdi con l’immagine del leader maximo Umberto Bossi, emesse dalla Banca della Padania Indipendente. Addirittura cinque anni prima, nel 1992, il senatore Francesco Tabladini inventò la “Lega“, la nuova moneta che venne fatta coniare per essere venduta alla festa del partito a Brescia (la stessa riportava su una facciata l’effigie di Alberto da Giussano con scudo e spada sguainata e sullo sfondo la Regione Lombardia. Il tutto contornato dalla scritta: “Repubblica del nord, Lombardia libera“).

Tornando alle sigarette, invece, pare che durante l’ultima Pontida ne siano stati vendute diversi pacchetti, come testimoniato dal presidente della Federazione tabaccai di Bergamo Luca Mangili, che anticipa la possibilità che il prodotto sia esportato anche nelle altre regioni della penisola. La regolarizzazione delle sigarette è giunta direttamente dal Ministero dell’Economia, lo scorso 12 aprile, su richiesta della “Terre del Nord srl“. Non manca proprio nulla, c’è anche la scritta: “Il fumo uccide“. Chissà se il Senatur, noto fumatore di sigari, farà produrre a breve anche questi ultimi. Farebbero concorrenza ai cubani, dando magari vita ad una nuova tipologia di prodotto: i padani.






Predicare bene e razzolare male. Un vecchio detto che calza a pennello alla Lega Nord e a Matteo Salvini. Il perchè è presto detto: in vista delle prossime elezioni il Carroccio ha fatto dello sgombero dei campi nomadi uno dei suoi cavalli di battaglia, tanto da portare già alla chiusura di quello di Via Triboniano. Poi ci sono i manifesti, con quel “foeura di ball” tanto caro a Umberto Bossi.

Ma in un video registrato a sua insaputa, Matteo Salvini scivola e dice tutto e il contrario di tutto, in particolare in merito alla questione del campo di transito di via Idro che si vuole attuare e finanziare con 5 milioni di euro. “Ci saranno altri due o tre campi in altri quartieri – afferma Salvini, che poi prosegue – Se in via Idro so che in ogni caso i rom rimangono, non vado lì a fare la campagna“. Interpellato a riguardo, l’europarlamentare leghista si è difeso dicendo: “È vero che in via Idro ci sarà un’area di transito per i nomadi, come da piano Maroni. Sarà un’area recintata, sorvegliata anche con telecamere, a pagamento, e non saranno ammessi i pregiudicati. Se fossi un residente di via Idro sarei ben contento del cambiamento”.

Secca è arrivata però la replica dell’opposizione, che per bocca di Raffaella Piccinni (ex Lega, ora nell’Idv) afferma: “La Lega evidentemente ha due programmi: la linea dura che sbandiera in campagna elettorale, e un programma occulto che prevede la costruzione di campi nomadi che definiscono “di transito”, ma che hanno le sembianze di un ghetto”.

Per un pugno di voti, però, si è disposti a tutto. Anche a questo.