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Da vajassa a orango: il lungo bestiario dei politici

00d7d4b8b5c7a4bc5c5766875453ca78-460x270Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori. Spesso indignandoci per la trivialità degli insulti che i politici di casa nostra si scambiano in ogni modo possibile, in ultimo tramite i social network la cui “esplosione” li ha portati ad essere l’oggetto privilegiato e più immediato per farlo. Così il post su Facebook col quale Massimo Corsaro ha insultato Emanuele Fiano del Pd non è che l’ultimo di una lunga serie. Vi ricorderete infatti, tanto per rimanere in questa legislatura, di quanto esclamato da Roberto Calderoli (Lega) a proposito di Cécile Kyenge (Pd). In sostanza a luglio 2013, durante un comizio a Treviglio, il vicepresidente del Senato arrivò a paragonare l’ex ministro dell’Integrazione del Governo Letta nientemeno che a un orango. Istigazione al razzismo? Macché: a febbraio 2015 la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di Palazzo Madama ha assolto Calderoli, col paradosso che a difenderlo sono stati pure alcuni senatori del Pd. A proposito di Lega. Sono indubbiamente passati alla storia gli scambi dialettici – tanto per usare un eufemismo – fra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi dopo la caduta del primo Governo del Cav. (1994).

Botte da orbi – Se avete rimosso, proviamo a rinfrescarvi la memoria. Nell’ordine, il Senatùr definì il leader di Forza Italia “un ubriaco da bar”, “il grande fascista”, “nazista, nazistoide, paranazistoide”, “un povero pirla” ma, soprattutto, “il mafioso di Arcore”. Dal canto suo, Berlusconi non le mandò certo a dire. Bossi? È un “pataccaro”, un “cadavere politico”, un “ladro di voti”, “un uomo dalla mentalità dissociata”, insomma uno “sfasciacarrozze” col quale “non mi siederò mai più allo stesso tavolo”. Poi come sappiamo è andata diversamente, ma la storia è questa. Altro duello al fulmicotone è quello che a novembre 2010, col Centrodestra al Governo, andò in scena fra Mara Carfagna e Alessandra Mussolini. Quest’ultima, rea di aver rimbrottato l’allora ministra delle Pari opportunità per un colloquio alla Camera fra lei e Italo Bocchino, passato col partito di Gianfranco Fini dopo la scissione interna al Pdl, si sentì dare della “vajassa”. Termine che nel gergo campano è sinonimo di donna di bassa condizione civile, sguaiata e volgare.

Si salvi chi può – “Quello è stato un atto di cattivissimo gusto che non merita commenti ma che si addice alla persona che l’ha commesso”, tuonò la Carfagna al Mattino: “A Napoli le chiamano vajasse. La Mussolini è colei che in campagna elettorale disegnava le corna sui miei manifesti, che ha portato i cannoli alla conferenza stampa con Alfano. In un partito serio una signora del genere sarebbe stata messa a tacere, invece mai nessuno ha avuto il coraggio di bloccarla”. Apriti cielo. Più o meno come quando nel 2011 il leader de La Destra Francesco Storace diede a Fini del “maiale”. Non meno sguaiate sono state certe espressioni usate dal fondatore del M5S, Beppe Grillo, nei confronti degli avversari politici. Bersani? “Gargamella”. Lupi? “La figlia di Fantozzi”. Berlusconi? “Psiconano”. Napolitano? “Salma”. Formigoni? “Forminchioni”. Prodi? “Alzheimer”. E via dicendo. Se questo è l’andazzo, non resta che dire: si salvi chi può.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 13 luglio 2017 per La Notizia

Matteo Renzi o no, questo Partito democratico non cambia

17027979877_f70256b8ee_bA leggere quanto è accaduto nella direzione del Pd di ieri si capisce perché stavolta Matteo Renzi abbia scelto di mettere da parte lo streaming. Quello andato in scena al Nazareno è stato uno scontro aspro, riassunto perfettamente dalla frase pronunciata dall’ex premier prendendo in prestito Guccini: “Ognuno vada dove vuole andare”.

Un avviso di sfratto bello e buono a chi non la pensa come lui, a cominciare da Orlando e Franceschini che spingono affinché il Pd esca dalla logica isolazionista nella quale l’ex sindaco di Firenze l’ha infilato. Ma questo clima da guerra dei Roses, arroventato dalla sconfitta alle Amministrative, dimostra come in 4 anni Renzi non sia riuscito a cambiare di una virgola un partito dentro al quale, nel 2013, Marianna Madia denunciava di aver visto “ipocrisia” e “opacità” ma anche “un sistema di piccole e mediocri filiere di potere che sono attaccate così al potere stesso da non volerlo cedere di un millimetro”.

Tutti infatti nel Pd vogliono contare più dell’altro, anche a costo di portare la macchina a sbattere (come accaduto ai tempi della mancata elezione di Prodi al Quirinale). “Matteo” è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Vitalizi, solo un bluff il taglio degli assegni

Camera-risparmi-e1475146143897Alla fine i nodi sono venuti al pettine: la promessa di tagliare i vitalizi di ex parlamentari e consiglieri regionali altro non era che uno stratagemma per raggranellare voti in vista di possibili elezioni politiche a settembre.

Passata però la frenesia da urne ecco che la proposta di legge Richetti, ammuffita per quasi due anni nei cassetti della commissione Affari costituzionali di Montecitorio e rispuntata fuori a metà Maggio, viaggia a passo di lumaca. Tra rinvii e cavilli tecnici, il rischio che rimanga un’altra delle “grandi incompiute” di questa legislatura è altissimo. Quasi una certezza. Il presidente dell’Inps Tito Boeri, arci-nemico dell’annoso privilegio, ha stimato che un ricalcolo contributivo dei generosi assegni – che qualcuno ha maturato persino senza mai mettere piede in Parlamento – farebbe risparmiare alle casse di Camera e Senato 760 milioni di euro in dieci anni.

Somma che certo non risolverebbe tutti i problemi del Belpaese, ma che aiuterebbe a ridare alla Politica un briciolo della credibilità perduta. Però si sa: cane non mangia cane. Poveri noi a cui hanno lasciato l’osso.

Twitter: @GiorgioVelardi

Ricercatori traditi dal Governo. In migliaia rischiano il posto

10 - ricercatoriElisa, Gianluca, Claudia, Maddalena, Raffaella. Alberto, Emanuela, Gilda. Sono solo alcuni dei 3.500 lavoratori nella Ricerca impiegati con contratti precari in 21 IRCCS, acronimo che sta per Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. Strutture pubbliche, s’intende, dislocate in tutta Italia: dall’Ospedale Gaslini di Genova all’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, solo per fare due esempi. Ma per loro, che da oltre dieci anni – qualcuno addirittura da diciotto – sono parte integrante della ricerca sanitaria pubblica, il 31 dicembre scatterà la tagliola della scadenza del contratto, col rischio di ritrovarsi senza lavoro. Proprio così. La causa affonda le proprie radici nella recente approvazione del Testo unico sul Pubblico Impiego, uno degli ultimi decreti attuativi della riforma Madia. Che, se da una parte prevede un piano di stabilizzazione dei precari della Pubblica Amministrazione, dall’altra esclude in larga parte quelli della ricerca sanitaria. Figure altamente specializzate alle quali, come previsto dal Jobs Act, non possono più essere applicati i contratti atipici (come i co.co.co.). Una situazione paradossale che costringe gli interessati a navigare a vista.

Corsi e ricorsi – Ieri un centinaio di loro (infermieri, biologi, chimici, statistici, amministrativi) si sono radunati allo Spallanzani di Roma, inscenando un simbolico quanto realistico “funerale” della ricerca sanitaria. Altri sit-in si sono svolti in tutta Italia. “Lottiamo da anni contro virus e batteri”, scherza Alessandro pur senza nascondere la propria amarezza, “e poi rischiamo di essere sconfitti dai contratti atipici…”. Emanuela, bioinformatica, precaria da 7 anni, racconta invece che il contratto più lungo che ha firmato è stato di tre anni, “però una volta ne ho sottoscritto pure uno di 6 mesi”. Il suo curriculum? “Una laurea in biologia, un master in bioinformatica, un dottorato in scienze pasteuriane e una specializzazione in microbiologia e virologia. Tutti parlano della ricerca – attacca –. La verità è che in Italia le competenze sono un deterrente. Se ho famiglia? Sì, sono sposata e ho una bambina di due anni e mezzo. Con i contratti atipici, quando sono entrata nel 2010 non era nemmeno possibile sfruttare il nido aziendale”. Luca invece è allo Spallanzani da 15 anni: è un tecnico di laboratorio biomedico. Ha un co.co.co. per il quale rivela di aver dovuto sostenere un concorso. “Il rischio – spiega – non è solo quello rappresentato dai nostri posti di lavoro, per i quali siamo ovviamente molto preoccupati. Se la Regione dovesse indire nuove procedure concorsuali, alle quali i ricercatori ‘puri’ non potrebbero partecipare, andrebbe in blocco l’intero sistema sanitario perché i laboratori rimarrebbero senza personale. Ve lo immaginate?”.

Quante ombre – Gilda, infermiera, precaria da 14 anni, sintetizza tutto con una metafora: “In Italia la ricerca è come un bell’albero che una volta piantato dà buoni frutti che nessuno raccoglie. Vorremmo semplicemente maggiore stabilità, non è chiedere tanto no?”. Claudia,  41 anni, è un’amministrativa. Lavora in maniera diretta col Comitato etico interno dell’IRCCS, gestisce studi clinici sperimentali e i contratti della divisione. “Sono qui da 8 anni”, racconta, “sempre con un co.co.co.”. Nonostante l’esperienza maturata, “in questi anni mi è addirittura capitato di dovermi decurtare lo stipendio”. Tutto vero. Infine c’è Alberto, biostatistico. “Gestisco il database coi dati clinici”, precisa: “Dati che vengono utilizzati per condurre ricerche che presentiamo in Italia e all’estero. Il nostro è un lavoro bellissimo, ma certi giorni il senso di frustrazione causato dalla condizione di precarietà nella quale ci troviamo è difficile da digerire”. “È un fatto increscioso”, dice testualmente l’avvocato Gabriele Fava, esperto in diritto del lavoro. “Oggi doveva essere il tempo della stabilizzazione per uno dei nostri fiori all’occhiello – prosegue il giuslavorista – e invece queste persone rischiano di non poter più lavorare. Come se ne esce? Con una norma correttiva che modifichi la legge Madia. Ma non sarà facile e creerà più di qualche imbarazzo al Governo”.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo pubblicato il 21 giugno 2017 su La Notizia

Vitalizi, tanto rumore per nulla. Già affossata la legge Richetti

matteo-renzi-vitaliziTanto rumore per nulla. Sul taglio dei vitalizi il Parlamento prende (e perde) nuovamente tempo. Così la proposta di legge a prima firma Matteo Richetti (Pd), che sarebbe dovuta sbarcare ieri in Aula alla Camera, sarà discussa il 20 giugno. Ovvero fra tre settimane, sempre che non ci siano altri colpi di scena. Un rinvio, quello deciso dalla capigruppo di Montecitorio, che ha il retrogusto amaro della beffa. Non solo perché per dibattere della pdl Richetti ci sono voluti due anni (è stata depositata il 9 luglio 2015) ma soprattutto perché con la pausa estiva di mezzo e le elezioni fra settembre e ottobre la scelta di porre un freno al privilegio più odiato dagli italiani rischia di rimanere una di quelle promesse utili solo a raccattare qualche voto. La proposta del deputato “renziano”, ricordiamolo, prevede il ricalcolo col sistema contributivo degli assegni in essere, maturati con il ben più vantaggioso retributivo (per il presidente dell’Inps Tito Boeri si risparmierebbero 760 milioni di euro in 10 anni). E colpisce, nelle intenzioni, sia gli ex parlamentari (costo 218,1 milioni nel solo 2016) sia gli ex consiglieri regionali (costo 150 milioni lordi stando ai calcoli di “Itinerari previdenziali”).

Circostanza che ha mandato su tutte le furie gli interessati. Gli ex deputati e senatori hanno parlato nientemeno che di un “colpo duro allo Stato di diritto”, mentre gli ex consiglieri hanno mandato una lettera alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio denunciano un’“aggressione contro persone titolari di diritti legittimi” e promettendo battaglia qualora la norma venisse approvata. A ben vedere, però, questo “rischio” non c’è. “Avevamo chiesto di anticipare di sette giorni la discussione, al primo punto dopo la legge elettorale, ma il Pd si fa ostruzionismo da solo, e non ha voluto”, ha attaccato Roberto Fico (M5S). Per il presidente della commissione di Vigilanza Rai, attuale capogruppo dei grillini alla Camera, “a questo punto il mio grande sospetto è che il Pd spera che finisca la legislatura per non approvare mai la proposta di legge sui vitalizi. In calendario – ha fatto notare Fico – hanno addirittura messo la pdl sull’Umbria Jazz”. Non solo la Camera.

Anche a Palazzo Madama ieri si è parlato delle pensioni degli ex parlamentari. Al termine della riunione del consiglio di presidenza, è stato dato mandato ai tre senatori Questori (Antonio De Poli dell’Udc, Lucio Malan di FI e Laura Bottici del M5S) di esaminare le 12 proposte di modifica presentate dai vari gruppi sulla regolamentazione dei vitalizi. L’obiettivo? Effettuare una verifica sulla costituzionalità, la legittimità delle fonti e la compatibilità con la proposta di legge all’esame della Camera. L’impegno è di concludere questo vaglio prima dell’estate, circostanza che ha mandato su tutte le furie la Bottici. “Secondo me si blocca tutto – ha detto senza mezzi termini la senatrice pentastellata –. Il fatto del doppio turno Camera-Senato, che ci sono 12 proposte e noi abbiamo un mese di tempo per trovare una sintesi, poi ad agosto le Aule sono chiuse e dopo avremo la campagna elettorale è tutta fuffa per non togliersi i privilegi”.

Twitter: @GiorgioVelardi

Il problema non sono i Tar, ma i nostri politici (vedi alla voce “legge elettorale”)

AskingForHelpNelle ultime 24 ore il “dagli addosso al Tar” è diventato il nuovo sport nazionale, sapientemente praticato da Renzi&Franceschini in ottica elettorale. Ma in medio stat virtus, dicevano i latini. E se le leggi sono scritte male, a fronte di ricorsi vari la colpa non può certamente essere di chi le fa rispettare.

Perché nel Belpaese l’andazzo è questo: si scrivono norme pasticciate, confuse, buone per il presente. E se poi dopo qualche mese/anno non vanno più bene? Che problema c’è: le si cambiano, aggiungendo confusione a confusione. Prendete la legge elettorale. Per definire quanto è accaduto negli ultimi due anni, cioè da quando è stato approvato l’Italicum promosso da Matteo Renzi (maggio 2015), nessun altro aggettivo è adatto se non “sconcertante”. Non solo perché nessuno – a differenza di quanto andava dicendo l’allora segretario-premier – ce l’ha copiato; ma perché dopo l’intervento della Consulta, che l’ha dichiarato parzialmente incostituzionale, stiamo assistendo a un ridicolo balletto di veti incrociati e interessi di bottega.

Riassunto delle ultime due settimane. Il 16 maggio il presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, è stato costretto a ritirare il testo base (che estendeva l’Italicum al Senato) presentato 5 giorni prima. A chi non piaceva? Al Pd, di cui è segretario Renzi, quello che «l’Italicum ce lo copierà mezza Europa». Poi è arrivato il Rosatellum, un po’ proporzionale e un po’ maggioritario. Ma pure questo già non va più bene, perché nel frattempo Berlusconi ha detto che lui è favorevole al “tedesco” (proporzionale). Sistema che però – si vedano le simulazioni pubblicate oggi dal Corsera – garantirebbe una maggioranza solo con le larghe intese: Pd, Forza Italia e imprecisati “altri” nel primo caso; 5 Stelle, Lega e FdI nell’altro (ammesso che il partito della Meloni superi lo sbarramento del 5 per cento). 

Buona giornata (e tanti auguri).

Twitter: @GiorgioVelardi

Elezioni presidenziali in Francia, lepenisti d’Italia delusi ma non troppo

Matteo_Salvini_-_Trento_2015Comprensibilmente delusi, ma pronti a capitalizzare pro domo loro quello che considerano comunque un risultato “straordinario”. I lepenisti d’Italia – da Matteo Salvini e Giorgia Meloni fino a Gianni Alemanno e Francesco Storace – hanno seguito con grande attenzione le notizie che arrivavano dalla Francia. La vittoria del centrista Emmanuel Macron era scontata, ma il 34 per cento circa raccolto dalla leader del Front National ringalluzzisce a suo modo il fronte sovranista di casa nostra. “Grazie Marine Le Pen – twitta il segretario della Lega – chi lotta non perde mai”. E anche la presidente di Fratelli d’Italia gioca in contropiede. “In Francia ha vinto la paura di ribellarsi allo status quo, la paura di tornare padroni delle proprie scelte – ha scritto l’ex ministra della Gioventù su Facebook -. I francesi hanno scelto il volto rassicurante del candidato del sistema” ma il dato raccolto dalla Le Pen “resta straordinario” e “sarà la base sulla quale nascerà il nuovo movimento sovranista francese”.

Per seguire lo spoglio Alemanno e Storace, rispettivamente segretario e presidente del Movimento nazionale per la sovranità, hanno invece riunito i militanti in un noto ristorante della Capitale. Nonostante la sconfitta, dicono l’ex sindaco di Roma e l’ex governatore del Lazio, il risultato della Le Pen “è un monito per il Centrodestra italiano a ritrovare l’unità partendo dalle idee sovraniste”. Linea sulla quale Forza Italia, che si era schierata col repubblicano François Fillon, sembra al momento non concordare pienamente (salvo rare eccezioni come Daniela Santanché). Berlusconi ha chiarito, in un’intervista a La Stampa, che “la signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre, anche se rappresentano sensibilità e stati d’animo diffusi in larghi strati della popolazione, non solo in Francia ma in tutta l’Europa”. E anche sull’euro, che Salvini e gli altri vorrebbero abbandonare, “la nostra soluzione, sostenuta da molti validi economisti, prevede il suo mantenimento soprattutto per le esportazioni e le importazioni e il recupero parziale della nostra sovranità monetaria con l’emissione di una seconda moneta nazionale, con tutti i vantaggi che questo comporterebbe”, ha messo ancora a verbale il Cavaliere.

Per Alemanno però i margini per costruire un percorso comune ci sono. I pilastri su cui deve fondarsi quello che l’ex primo cittadino, parlando con La Notizia, definisce un “sovranismo responsabile e di Governo” sono “l’interesse nazionale e l’uscita dalla crisi economica”. L’ultimo Governo Berlusconi – ricorda ancora Alemanno – “è stato destituito da un colpo di Stato di Bruxelles e Quirinale”, quindi “senza cedere” il Centrodestra deve portare avanti una “battaglia con l’Europa” e con “una Germania che non è disposta a fare compromessi ma che va affrontata a viso aperto”. Certo, “puntare all’unità è l’obiettivo, ma non deve essere un obbligo. Ci vuole coerenza. Berlusconi? Sa anche lui che l’accordo con Renzi è sconveniente oltreché impraticabile: si rischia di consegnare la vittoria nelle mani dei 5 Stelle”. Insomma, trovare la quadra non sarà cosa facile. Tutto starà alla reale volontà degli attori in scena. Vedremo.

Articolo scritto l’8 maggio 2017 per La Notizia

Fake news, meno peggio del previsto

hoax-2097358_960_720Ormai sono quotidianamente sulla bocca di tutti, tanto che la nostra Camera dei deputati, per esplicita volontà della presidente Laura Boldrini, ha dato vita ad una vera e propria campagna per stanarle al grido di #BastaBufale. Stiamo parlando delle famigerate fake news, le notizie false che circolano su Internet e sempre più spesso anche su WhatsApp e che, oltre ad alimentare in certi casi un clima d’odio nei confronti dei malcapitati (nella maggior parte dei casi politici), complici decine di migliaia di condivisioni sui social network, per molti sono diventati un business a tutti gli effetti. E che effetti. Qualcuno, come avevamo raccontato su La Notizia del 15 aprile scorso, il giorno dopo l’ultima bufala fatta circolare sulla sorella (peraltro venuta a mancare) della numero uno di Montecitorio, arriva addirittura a guadagnare la bellezza di 10mila dollari al mese mettendo online una panzana e incassando dalla pubblicità grazie al pay per click.

Che si tratti di un meccanismo da interrompere è lapalissiano. Però attenzione: anche se sembrerà strano, le fake news potrebbero non avere effetti così destabilizzanti sull’opinione pubblica come la maggior parte degli attori – istituzionali e non – pensa.

Basta allarmismo – O almeno a questa conclusione è arrivata una ricerca della Michigan State University e di Oxford, commissionato e finanziato da Google, che si muove in senso opposto rispetto alla discussione in atto finora su questo delicato argomento. Il risultato? Le fake news e l’informazione online non influenzerebbero in modo così determinante le opinioni degli utenti i quali, anche grazie alle innumerevoli possibilità di verifica che offre la Rete, possono appurare se un’informazione è vera o no costruendosi un’opinione più aderente alla realtà dei fatti. “È esagerato pensare che la ricerca online crei dei filtri in cui un algoritmo indovina quali informazioni un utente desidera – rivela lo studio –. Gli utenti maneggiano informazioni diverse per formare un loro punto di vista” e “questo dovrebbe rendere meno allarmisti”. Lo studio è stato condotto su 14mila utenti di sette differenti nazioni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania, Spagna e Italia.

Modus operandi – Agli utenti è stato chiesto come usano la ricerca online, i social media e altre piattaforme per informarsi su candidati (ricorderete le polemiche sul peso che le bufale circolate online hanno avuto nella vittoria di Donald Trump negli Usa), temi politici e per partecipare al processo democratico. Ebbene: più del 50% ha spiegato di aver usato “spesso” o “molto spesso” i motori di ricerca per verificare i fatti, che la disinformazione a volte può ingannare ma l’80% resta abbastanza scettico sulle informazioni trovate online. E ancora: in media, ogni utente consulta 4,5 diversi mezzi per farsi un’opinione (chi è interessato alla politica fa ricorso a 2,4 fonti offline e 2,1 online). L’andazzo varia da paese a paese. Negli Usa c’è una onnivoracità mediatica che non porta a cercare molte notizie di politica, in Francia e Germania gli internauti usano meno i motori di ricerca affidandosi ai media tradizionali. In Italia, dove – conferma la ricerca – l’influenza della Tv resta alta, oltre il 50% degli utenti interpellati mostra un’alta propensione per la ricerca online sia riguardo informazioni nuove sia per verificare notizie sbagliate. Discorso, questo, valido anche per Spagna e Polonia.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 6 maggio 2017 per La Notizia

Martina, Rossi e i sindaci. Renzi prepara la segreteria

Matteo_Renzi_2Ai tempi della vittoria alle primarie del 2013 contro Gianni Cuperlo e Pippo Civati, quando Matteo Renzi stava “costruendo” la sua prima segreteria, i fedelissimi ripetevano all’unisono: “Da chi sarà composta? Luca Lotti e gli altri”. Oggi il “braccio ambidestro” del nuovo-vecchio segretario è al Governo: ministro dello Sport con delega all’Editoria. Così la certezza della nuova squadra che sarà annunciata dall’ex premier nei prossimi giorni porta il nome di Maurizio Martina. Pur non essendo un “renziano” della prima ora, l’ex premier lo ha scelto come suo secondo nel ticket per le primarie. Superfluo dire che sarà il vice-segretario, pur senza mollare la poltrona di ministro dell’Agricoltura. E gli altri? In queste ore le ipotesi si rincorrono e nessuno vuole scoprire le carte.

La volta buona – Ma oltre a Martina qualche certezza c’è. Il ruolo di responsabile organizzazione – per esempio – sarà affidato ad Andrea Rossi, 40enne emiliano-romagnolo braccio destro del presidente Stefano Bonaccini. Il suo nome circola da diversi mesi, cioè da quando Renzi aveva manifestano l’intenzione di operare un “rimpasto” della segreteria uscente che poi, causa la sconfitta al referendum, non c’è mai stato. Ora però per lui sembra essere “la volta buona”, per dirla col leader dem. In squadra dovrebbe poi essere confermato un altro fedelissimo, Matteo Ricci, che oltre al ruolo di vicepresidente del partito da ottobre 2016 ricopre pure quello di responsabile Enti locali. Fra le new entry, uno dei nomi dati per certo è quello della viceministra dello Sviluppo economico, Teresa Bellanova.

Le trattative – In segreteria dovrebbero poi trovare spazio anche Chiara Gribaudo, deputata torinese molto attenta ai temi del lavoro e dei diritti civili che alle primarie ha sostenuto l’ex premier, e l’ex lettiana Anna Ascani. Ci saranno Matteo Richetti (portavoce della mozione congressuale), l’economista Tommaso Nannicini e l’imprescindibile Lorenzo Guerini. Così come alcuni sindaci. I nomi che circolano con insistenza sono quelli di Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria), Davide Galimberti (Varese) e Dimitri Russo, primo cittadino di Castel Volturno (Caserta), città che Renzi visiterà prossimamente. Nell’ottica di “una squadra plurale e unitaria”, per dirla con Martina, dovrebbero poi fare il loro ingresso figure vicine ad Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ma è ancora presto per sapere chi.

Articolo scritto il 4 maggio 2017 con Stefano Iannaccone per La Notizia

Tutti in fuga da Alfano. Ecco chi sogna di tornare in Forza Italia

SECONDO TENTATIVO DI CONSULTAZIONI AL QUIRINALEQualche pezzo se l’è già perso per strada nei mesi scorsi, come nel caso di Maurizio Sacconi, che ha aderito al nuovo movimento di Stefano Parisi, e del vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito, passato all’Udc. Ma con le elezioni sullo sfondo – sia che si voti nei prossimi mesi sia nel 2018 – dentro al partito di Angelino Alfano, Alternativa Popolare, sono tanti quelli con la valigia pronta direzione Forza Italia. O almeno così raccontano a La Notizia fonti di entrambi gli schieramenti. L’antipasto è andato in scena la settimana scorsa quando Massimo Cassano, sottosegretario al Lavoro del Governo Gentiloni, aveva sostanzialmente lasciato Ap per tornare sotto l’ala protettiva di Silvio Berlusconi. Era tutto fatto, con tanto di candidatura blindata al prossimo giro e il ruolo di vice coordinatore regionale di FI nella “sua” Puglia in tasca.

Ma poi il senatore barese è stato costretto a fare dietrofront. Il motivo? Un berlusconiano di rango racconta che gli altri parlamentari pugliesi del partito del Cavaliere, a cominciare da Francesco Paolo SistoElvira Savino e dal coordinatore pugliese Luigi Vitali, hanno mostrato il pollice verso minacciando l’addio nel caso in cui Cassano (che a novembre 2013 ha seguito Alfano in Ncd) fosse tornato tra le file azzurre.

Avanti prego – Insomma, il clima che si respira è questo. Così, anche nell’ottica di una legge elettorale con una soglia di sbarramento che Ap, oggi ancorata al 3%, non riuscirebbe a superare, a meditare il passaggio in FI per non rimanere fuori dal Parlamento non c’è solo Cassano. Anche il ministro degli Affari regionali, Enrico Costa, è infatti dato tra i partenti. In questo caso, le chance di un suo possibile ritorno all’ovile sono più alte rispetto a quelle del collega di partito e Governo. Quando era nel Pdl qualcuno lo definiva come un mini-Ghedini, anche perché il 47enne avvocato di Cuneo è stato il relatore del Lodo Alfano, lo scudo penale per le 4 più alte cariche dello Stato poi dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Ma andiamo avanti. Un altro nome che figura sulla lista è quello di Maurizio Bernardo, attuale presidente della commissione Finanze di Montecitorio. Uno cresciuto in FI: nel ’94 era infatti responsabile dei club della Lombardia.

Senza fretta – Discorso, questo, valido anche per un altro ex forzista della prima ora come l’oggi viceministro dell’Economia, Luigi Casero. Lo stesso sospettato, non più tardi di due anni fa, di essere dietro alla norma “salva-Silvio” contenuta nel decreto fiscale. Ipotesi poi seccamente smentita dall’interessato in una delle rare interviste concesse ai giornali. Fra quelli che stanno meditando sul da farsi, spiegano ancora fonti di FI, c’è pure il deputato siciliano Antonino Minardo, mentre il neo presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Salvatore Torrisi, non vuole forzare i tempi dopo il polverone suscitato dalla sua nomina. Poi, quando le acque si saranno calmate, si vedrà.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 maggio 2017 per La Notizia

Primarie Pd, perché quella di Renzi è una vittoria a metà

Renzi_2A sentire i suoi fedelissimi, sembra che la rielezione di Matteo Renzi alla guida del Pd abbia cancellato improvvisamente tutti  i problemi che dal 4 dicembre in poi hanno colpito il partito di Largo del Nazareno. Un’analisi più profonda del successo ottenuto dal nuovo-vecchio segretario imporrebbe invece un giudizio diverso. Nonostante il risultato finale delle primarie, infatti, la forza che l’ex sindaco di Firenze si ritrova oggi tra le mani è indubbiamente più debole rispetto a quella che nel 2014, dopo il 40,8 per cento raccolto alle Europee, sembrava non lasciare scampo agli avversari (a cominciare dal Movimento 5 Stelle). Sul tavolo di Renzi ci sono almeno 5 questioni che andranno affrontate da qui ai prossimi mesi e che non ammettono rinvii. La prima riguarda la gestione interna del Pd.

In questi anni l’atteggiamento dell’ex premier non è stato certamente inclusivo, come dimostra la scissione di bersaniani e dalemiani (ma non solo). È presto per dire se “Matteo” riuscirà ad evitare nuove fuoriuscite, ma la “guerra” sulle percentuali raccolte domenica dai tre candidati è un antipasto che non fa ben sperare. Ieri Sandra Zampa, responsabile comunicazione della mozione di Andrea Orlando, ha chiesto ufficialmente il riconteggio dei voti contribuendo a tenere il clima infuocato, come se non bastasse il fatto che tre giorni fa – seconda questione – sono andate ai gazebo circa un milione di persone in meno di quelle che votarono nel 2013. E che lo stesso Renzi è stato eletto con oltre 600 mila voti in meno della precedente tornata. Un’emorragia di cui, volente o meno, dovrà tenere conto. Terzo punto: il nodo alleanze. L’ex inquilino di Palazzo Chigi ha chiuso le porte a Mdp dicendo di voler dare vita ad una “grande coalizione coi cittadini e non coi presunti partiti”.

Ma la frammentazione dello scenario rischia di farlo finire, nell’ottica di una legge elettorale che dopo tante mediazioni non garantisca la governabilità (quarta spina nel fianco), tra le braccia di Forza Italia. Scenario che certamente non dispiacerebbe a Berlusconi, ingabbiato da Salvini e Meloni, ma che trova favorevole solo il 25% degli elettori dem interpellati da Ipr Marketing. Meglio sarebbe invece un ticket con Pisapia e scissionisti (55%). Infine c’è il rapporto col Governo Gentiloni. In pubblico il segretario e i suoi sodali, come il reggente del partito Matteo Orfini, ripetono che “il Pd è il principale partito che sostiene l’Esecutivo” e che “adesso sarà più semplice farlo”. Ma chi conosce Renzi sa della sua sfrenata voglia di tornare a comandare, non tanto dal Nazareno quanto da Palazzo Chigi. Mattarella permettendo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 3 maggio 2017 per La Notizia

Primo Maggio, la festa delle banalità

senza-lavoro-Da tanti, troppi anni il 1° maggio è diventato il giorno in cui va in scena la fiera delle banalità. Dal presidente della Repubblica ai partiti ai sindacati, il cui ruolo appare sempre più enigmatico (vedi il caso Alitalia), ci sentiamo ripetere che «serve fare di più per il lavoro», che «il lavoro è una priorità» etc. Moniti che vengono puntualmente disattesi a partire dal giorno seguente. A dicembre 2008 il tasso di disoccupazione in Italia si attestava al 6,8 per cento, oggi è all’11,9 (la media Ue è dell’8,6); quello giovanile è al 35,2 per cento con punte del 58,7 in Calabria.

Eppure negli ultimi nove anni si sono alternati la bellezza di 5 Governi. Da quello guidato da chi diceva che la crisi non esisteva perché «i ristoranti sono pieni» a quello con a capo l’enfant prodige di Rignano sull’Arno, il Belpaese si è trasformato da Repubblica fondata sul lavoro a Repubblica fondata su disoccupazione e inutili bonus. Ieri Repubblica ha calcolato che nei tre anni di Governo Renzi sono stati spesi 50 miliardi di euro di bonus – due volte la manovra dello scorso anno – che hanno avuto un impatto non proprio esplosivo sull’economia.

Non ci voleva un Premio Nobel per l’economia per capire che in un Paese nel quale il Pil cresce sì e no dell’uno per cento all’anno questi non sarebbero stati altro che un pannicello caldo. Ma ormai quel che è fatto è fatto. Così come forse non era difficile comprendere che invece di continuare a predicare la dottrina della «flessibilità», in un’Italia nella quale chi perde il posto si ritrova nelle mani di Dio, sarebbe stato più utile creare un sistema di reinserimento adeguato. Così non è stato. Quindi oggi suonano francamente stonati e ipocriti quegli appelli a metterci più impegno. Ad maiora!

Twitter: @GiorgioVelardi