Crea sito

Tag: Angelino Alfano



Berlusconi visita il comitato elettorale per Bertolaso SindacoUn ex parlamentare che ha già mollato Angelino Alfano lo dice senza mezzi termini: “Se continua così, tra qualche settimana Alternativa popolare non esisterà più. Il 90% di quelli che sono lì dentro non vedono l’ora di andarsene”. Ormai nel partito del ministro degli Esteri siamo al ‘rompete le righe’. L’ex delfino senza quid di Silvio Berlusconi perde pezzi ogni giorno: solo ieri se ne sono andati in due, il presidente della commissione Finanze della Camera, Maurizio Bernardo, e il sottosegretario al Lavoro, Massimo Cassano. Il primo è passato nientemeno che col Pd che, ha detto, “rappresenta la vera e l’unica speranza riformista per il nostro Paese”. Cassano, da tempo con un piede fuori da Ap, rientra in Forza Italia, partito al quale aderì nel 1998 diventando vice coordinatore regionale della Puglia.

Ma le trattative per dare vita a quella che Fabrizio Cicchitto ha definito la “bad company” di FI sono ferventi. Ci sta lavorando – come noto – l’ex ministro Enrico Costa, che pescherà innanzitutto a Montecitorio. Scelta non banale: ‘svuotare’ Ap a Palazzo Madama vorrebbe dire mettere in pericolo la stabilità del Governo, scenario indigesto al Cav. Nessuno al momento ha intenzione di scoprirsi, il riserbo è massimo. Ma fra i nomi che circolano con maggiore insistenza ci sono quelli di Dorina Bianchi e Luigi Casero. I due sottosegretari stanno studiando attentamente la situazione. Così come altri due deputati alfaniani, Gianfranco Sammarco e Antonio Marotta. Nell’operazione rientreranno da subito tosiani e Udc. L’ex sindaco di Verona ha mollato le trattative con la triade Verdini-Alfano-Casini per volgere lo sguardo ad Arcore. Tosi ha 3 deputati (Roberto Caon, Emanuele Prataviera e Matteo Bragantini) e altrettanti senatori: la sua compagna, Patrizia Bisinella, Emanuela Munerato e Raffaela Bellot.

Cesa invece ne ‘controlla’ 4: Angelo Cera, Rocco Buttiglione, Giuseppe De Mita e Paola Binetti. Al Senato, pescando il meno possibile da Ap, ci sono addirittura i margini per formare un gruppo. Detto delle 3 tosiane, i centristi possono fare affidamento su 4 senatori (Riccardo Conti, Giuseppe Esposito, Antonio De Poli e Giuseppe Ruvolo); poi c’è Maurizio Sacconi, che ha sposato il progetto di Stefano Parisi. Totale: 8. “In una legislatura che ha fatto segnare il record di transfughi, trovare due senatori è un gioco da ragazzi”, maligna qualcuno. I nomi? Basta guardare tra i verdiniani.

Twitter: @GiorgioVelardi






SECONDO TENTATIVO DI CONSULTAZIONI AL QUIRINALEQualche pezzo se l’è già perso per strada nei mesi scorsi, come nel caso di Maurizio Sacconi, che ha aderito al nuovo movimento di Stefano Parisi, e del vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito, passato all’Udc. Ma con le elezioni sullo sfondo – sia che si voti nei prossimi mesi sia nel 2018 – dentro al partito di Angelino Alfano, Alternativa Popolare, sono tanti quelli con la valigia pronta direzione Forza Italia. O almeno così raccontano a La Notizia fonti di entrambi gli schieramenti. L’antipasto è andato in scena la settimana scorsa quando Massimo Cassano, sottosegretario al Lavoro del Governo Gentiloni, aveva sostanzialmente lasciato Ap per tornare sotto l’ala protettiva di Silvio Berlusconi. Era tutto fatto, con tanto di candidatura blindata al prossimo giro e il ruolo di vice coordinatore regionale di FI nella “sua” Puglia in tasca.

Ma poi il senatore barese è stato costretto a fare dietrofront. Il motivo? Un berlusconiano di rango racconta che gli altri parlamentari pugliesi del partito del Cavaliere, a cominciare da Francesco Paolo SistoElvira Savino e dal coordinatore pugliese Luigi Vitali, hanno mostrato il pollice verso minacciando l’addio nel caso in cui Cassano (che a novembre 2013 ha seguito Alfano in Ncd) fosse tornato tra le file azzurre.

Avanti prego – Insomma, il clima che si respira è questo. Così, anche nell’ottica di una legge elettorale con una soglia di sbarramento che Ap, oggi ancorata al 3%, non riuscirebbe a superare, a meditare il passaggio in FI per non rimanere fuori dal Parlamento non c’è solo Cassano. Anche il ministro degli Affari regionali, Enrico Costa, è infatti dato tra i partenti. In questo caso, le chance di un suo possibile ritorno all’ovile sono più alte rispetto a quelle del collega di partito e Governo. Quando era nel Pdl qualcuno lo definiva come un mini-Ghedini, anche perché il 47enne avvocato di Cuneo è stato il relatore del Lodo Alfano, lo scudo penale per le 4 più alte cariche dello Stato poi dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Ma andiamo avanti. Un altro nome che figura sulla lista è quello di Maurizio Bernardo, attuale presidente della commissione Finanze di Montecitorio. Uno cresciuto in FI: nel ’94 era infatti responsabile dei club della Lombardia.

Senza fretta – Discorso, questo, valido anche per un altro ex forzista della prima ora come l’oggi viceministro dell’Economia, Luigi Casero. Lo stesso sospettato, non più tardi di due anni fa, di essere dietro alla norma “salva-Silvio” contenuta nel decreto fiscale. Ipotesi poi seccamente smentita dall’interessato in una delle rare interviste concesse ai giornali. Fra quelli che stanno meditando sul da farsi, spiegano ancora fonti di FI, c’è pure il deputato siciliano Antonino Minardo, mentre il neo presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Salvatore Torrisi, non vuole forzare i tempi dopo il polverone suscitato dalla sua nomina. Poi, quando le acque si saranno calmate, si vedrà.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 maggio 2017 per La Notizia






Angelino_AlfanoPorte chiuse. Anzi, serrate. Dentro Forza Italia proprio non ne vogliono sapere di ricucire con Angelino Alfano. Il ministro degli Esteri e leader di Ncd ha lanciato l’ennesimo messaggio ai suoi ex compagni di viaggio, quelli cioè che hanno condiviso con lui la parabola del Pdl. “Esiste un importante spazio per idee e movimenti politici di impronta liberale e popolare, moderata e riformatrice” ed “esiste tra il Partito democratico e la Lega”, ha scritto Alfano in una lettera inviata al Corriere. Insomma: l’ex delfino di Berlusconi auspica un rassemblement dei moderati. “Un’occasione per Forza Italia – l’ha definita – per riavvolgere il nastro e non annegare irreversibilmente la propria vocazione riformista nel mare del populismo anti europeo e anti euro”. Tradotto: mollate Lega e Fratelli d’Italia e ricuciamo.

Solo il capogruppo azzurro a Palazzo Madama, Paolo Romani, ha commentato ufficialmente l’uscita del ministro. “Mentre si pone il problema della creazione e della collocazione strategica di un polo moderato e liberale”, ha spiegato all’Adnkronos, “notiamo che il baricentro di Ncd si è spostato nell’area renziana, tant’è che Alfano voleva convincerci a votare a febbraio come chiedeva l’allora premier”.

Meglio soli – Un messaggio inequivocabile. Ma gli altri cosa ne pensano? “In questi anni si sono combattute battaglie, penso a quelle sulla riforma costituzionale e sulle unioni civili, che hanno visto Alfano sempre schierato dalla parte di Renzi”, ricorda a La Notizia Lucio Malan. “Lui ci chiede di scegliere da che parte stare? Non credo ci siano grossi dubbi… Forse il ministro avrebbe dovuto pensarci prima: le scelte sbagliate prima o poi si pagano”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Francesco Paolo Sisto. “La coerenza e la fedeltà a Berlusconi sono i due valori fondanti di Fi – dice –. Alfano tiene due piedi in una scarpa, il fatto che il suo appello arrivi a ridosso di possibili elezioni è a dir poco singolare”. La coalizione, chiarisce Sisto, “è formata da noi, Lega e Fratelli d’Italia: qualsiasi operazione di disturbo deve essere valutata con attenzione, soprattutto se riguarda chi ha contribuito a ‘far fuori’ politicamente il nostro leader e continua senza pentimento a dare appoggio al Governo e ad amministrazioni locali di sinistra che ci vedono all’opposizione”.

Spazi stretti – Per il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, si tratta di “una prospettiva che non esiste, viste anche le pregiudiziali che Alfano ha nei confronti di Salvini e Meloni”. E anche Nunzia De Girolamo, tornata in Forza Italia dopo un passaggio in Ncd, chiarisce: “Non vedo perché dovremmo creare un altro contenitore in un quadro già frammentato”, e poi “i presunti partiti a cui fa riferimento il ministro degli Esteri non hanno i numeri per vincere”. Certo, “bisogna essere il più inclusivi possibile, ma non è certo mettendo dei veti che si costruisce l’alternativa”. “Alfano non pensi di poterci dividere, semmai rifletta definitivamente su cosa fare”, chiosa il deputato umbro Pietro Laffranco: “Il Centrodestra deve unirsi, gli egoismi non sarebbero compresi dagli elettori che ci vogliono coesi, come hanno dimostrato penalizzandoci proprio sulla base del nostro grado di compattezza”. Caustica Daniela Santanché. “Alfano ha fatto ben capire che è alla ricerca di un posto di lavoro”, il tweet condito dall’hashtag #staisolo. Il rischio, del resto, è proprio quello.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 25 febbraio 2017 per La Notizia






Si preannuncia un anno difficile per il premier. A partire dal mese di gennaio. Tanti i provvedimenti rimasti nel limbo. Per le difficoltà politiche incontrate dalla maggioranza. Nella lista delle cose da fare anche ius soli, omicidio stradale, codice degli appalti e legge elettorale per le città metropolitane

renzi-67511Avrebbe voluto inserirle nella eNews che ha inviato ai suoi sostenitori pochi giorni fa. Quella con cui ha tessuto le lodi del suo governo, che ha approvato “leggi attese da molto tempo”. Dall’Italicum alla ‘Buona scuola’ fino alla riforma dell’articolo 18. Eppure, almeno stavolta, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha dovuto fare i conti con la realtà. Con la fine del 2015, infatti, mancano ancora all’appello numerose riforme. Alcune delle quali fondamentali per lo storytelling dell’ex sindaco ‘rottamatore’ di Firenze. Insomma, il 2016 si preannuncia un anno difficile per il premier e i suoi ministri. Da gennaio tornano in Aula altri delicati dossier. Dalle unioni civili all’omicidio stradale. Dallo ius soli al reato di tortura fino al codice degli appalti. Senza dimenticare la riforma costituzionale, quella della prescrizione e del terzo settore.

Unioni civili Saranno il primo banco di prova del governo alla riapertura del Parlamento. A fine gennaio, infatti, l’Aula del Senato voterà il disegno di legge sulle unioni civili. Un provvedimento su cui Matteo Renzi è stato più volte costretto a fare marcia indietro. Nonostante le promesse di mandarlo in porto già nel 2015. Colpa principalmente di Area popolare, il gruppo che unisce Nuovo centrodestra e Udc, da sempre contrario alla cosiddetta “stepchild adoption” (cioè l’adozione da parte di uno dei due componenti di una coppia del figlio del partner). La ministra per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, non ha escluso la possibilità di un’alleanza “con altri” – ovvero il Movimento 5 Stelle – se i centristi dovessero passare al muro contro muro. Uno scenario che metterebbe in serio rischio la tenuta dell’esecutivo. Anche perché il leader di Ncd e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, si è detto “pronto a tutto” pur di bloccare le adozioni da parte delle coppie gay. Non solo. Perché ci sono da superare anche le resistenze del Vaticano, che ha parlato di “un governo che mette all’angolo la famiglia tradizionale”.

Riforma costituzionale Anno nuovo, vita nuova? Il vecchio adagio popolare farà eccezione nel 2016 per le riforme costituzionali. Nonostante le promesse del presidente del Consiglio, Matteo Renzi (“nel 2015 porteremo a termine l’iter parlamentare delle riforme costituzionali”) poco meno di dodici mesi fa. Manca all’appello la seconda doppia lettura. Poi, in autunno, la parola passerà agli italiani che dovranno pronunciarsi con il referendum – che il premier ha già trasformato in plebiscito personale – sulla nuova Costituzione. Tra le novità introdotte dal disegno di legge che porta la firma del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, il superamento del bicameralismo perfetto; un nuovo sistema per l’elezione del presidente della Repubblica e dei 5 giudici costituzionali di nomina parlamentare, scelti separatamente da Camera e Senato; cento senatori eletti insieme ai consiglieri regionali e con l’immunità; aumento delle firme per i referendum abrogativi e per le leggi di iniziativa popolare; abolizione del Cnel.

Omicidio stradale Il via libera definitivo dovrebbe arrivare alla ripresa dei lavori parlamentari. O almeno così ha promesso la ministra Boschi alle associazioni delle vittime della strada che da anni aspettano un provvedimento. Dopo il via libera della Camera, il 10 dicembre scorso, anche il Senato ha licenziato la legge che ora tornerà a Montecitorio per la quarta e ultima lettura. Eppure Renzi avrebbe voluto vederla approvata in via definitiva entro la fine del 2015. Ma cosa prevede? L’introduzione dei due nuovi reati di omicidio stradale lesioni personali stradali. Rischia una pena da 5 a 12 anni, che sarà triplicata in caso di omicidio multiplo (senza però superare i 18 anni di reclusione), chi si mette alla guida ubriaco o sotto l’effetto di droghe. Mentre chi è sobrio ma procura lesioni permanenti rischia da 6 mesi a 2 anni. Accantonato il cosiddetto “ergastolo della patente”, cioè la revoca definitiva che il premier avrebbe voluto introdurre.

Prescrizione e terzo settore Erano diventate priorità per il governo dopo la deflagrazione dello scandalo “Mafia Capitale” che ha investito le Coop. Ma tanto la riforma della prescrizione quanto quella del terzo settore non hanno ancora visto la luce. Ferme in commissione a Palazzo Madama, difficilmente approderanno in Aula prima della prossima primavera. Anche per le polemiche che hanno accompagnato, in particolare, la legge sui nuovi termini di decorrenza per la perseguibilità di alcuni reati. A cominciare dalla prescrizione per la corruzione che il testo approvato alla Camera in prima lettura ha elevato a 21 anni, provocando la dichiarazione di guerra del Ncd, deciso a dare battaglia sul provvedimento al Senato. Polemiche che non hanno risparmiato neppure la riforma del terzo settore: tra i punti contestati la mancata istituzione di un’Authority di vigilanza e la possibilità per le imprese sociali di distribuire gli utili.

Codice degli appalti È un’altra incompiuta di questo 2015. Si tratta della riforma del codice degli appalti, ora in discussione al Senato per la terza (e ultima) lettura. A inizio dicembre la commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama ha licenziato il testo proveniente da Montecitorio lasciandolo praticamente invariato, visto che tutti gli emendamenti sono stati ritirati o respinti. Proprio per questo il provvedimento, che fra le altre cose affida nuovi poteri all’autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, sarebbe dovuto andare in Aula prima della pausa natalizia. “Uno slittamento a gennaio non sarebbe un bel segnale per una riforma che tutti consideriamo necessaria”, aveva ammonito il relatore, Stefano Esposito (Pd). È andata diversamente. Con buona pace di Esposito.

Ius soli È da sempre uno dei cavalli di battaglia del presidente del Consiglio. Ma anche il provvedimento sul cosiddetto ius soli sta andando avanti a passo di lumaca. A metà ottobre la Camera ha dato il primo via libera al disegno di legge che prevede, di fatto, due modi di acquisizione della cittadinanza: lo ius soli temperato e lo ius culturae. Nel primo caso, potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori figli di genitori stranieri di cui almeno uno sia in possesso di un permesso di soggiorno europeo di lungo periodo. Nel secondo, invece, il minore nato in Italia (o arrivato sul territorio entro i 12 anni) che abbia concluso almeno un ciclo scolastico nel nostro Paese. “Siamo ancora in pista per i diritti civili”, ha assicurato Renzi nelle ultime eNews. Vedremo.

Conflitto d’interessi A maggio scorso la ministra Maria Elena Boschi promise che il governo avrebbe portato in Parlamento il conflitto di interessi (di cui lei stessa è stata accusata nella vicenda che riguarda Banca Etruria) “già nelle prossime settimane”. Peccato che ad oggi, passati sette mesi, nessuno abbia ancora visto il provvedimento. Né alla Camera né al Senato. L’11 dicembre la commissione Affari costituzionali di Montecitorio ha approvato il testo base della legge, primi firmatari Francesco Sanna (Pd) e Francesco Paolo Sisto (Forza Italia), che dovrebbe sostituire la contestata ‘Frattini’ (2004). Ma senza il voto delle opposizioni, Sel e M5S. Una proposta che cerca di fare dei passi in avanti nel risolvere l’annosa vicenda, pur non senza diverse criticità. Come la questione dei conflitti non patrimoniali. Se ne riparlerà nel 2016. Forse.

Città metropolitane Si tratta di un argomento passato sottotraccia. Ma secondo quanto previsto dalla legge Delrio, entro aprile prossimo il Parlamento avrà il compito di varare la legge elettorale con cui dovranno andare al voto le tre principali città metropolitaneRoma, Milano e Napoli. In realtà ci sono scarse possibilità che ciò accada. A novembre, proprio a ilfattoquotidiano.it, il sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, ha affermato che “serve più tempo” perché “ci sono aspetti che non possono essere risolti con un provvedimento da approvare in tempi così rapidi”. Tradotto: se ne riparlerà fra 6 anni e i cittadini non potranno eleggere direttamente gli organi previsti dalla Delrio.

Reato di tortura Quando il 9 aprile di quest’anno è stata approvata alla Camera, dopo l’ok del Senato arrivato a marzo 2014, in molti hanno pensato che si trattasse della “volta buona”. Invece, da quel giorno, della legge che dovrebbe istituire anche in Italia il reato di tortura (reso ancor più necessario dopo la condanna della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per i fatti del G8 di Genova) si sono perse le tracce. Che il 2016 possa segnare la svolta? Difficile, se non addirittura impossibile. “Dopo le promesse primaverili siamo tornati nuovamente nel buio”, denuncia a ilfattoquotidiano.it il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella. “Il ddl sulla tortura è scomparso definitivamente dai punti all’ordine del giorno della commissione Giustizia del Senato – aggiunge –. Ancora una volta hanno vinto le lobby contrarie alla legge che sono riuscite a convincere le forze politiche ad affossare l’introduzione di questo reato nel codice penale italiano”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 4 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






Dalle Marche alla Campania e al Piemonte. Fino al Veneto e alla Sardegna. Con l’ex saggio di Napolitano e il suo movimento molti fuoriusciti dal Nuovo centrodestra. Come l’ex europarlamentare Roberta Angelilli nel Lazio. In Emilia Romagna, Carlo Giovanardi cura la crescita sul territorio. Mentre in Abruzzo c’è anche l’ex governatore Gianni Chiodi

quagliariello-675Sono già in tanti. Ma il loro numero è destinato a salire nelle prossime settimane, quando verranno costituiti i comitati regionali di quello che, giura il suo fondatore e leader, “non sarà l’ennesimo partitino”. Ma “un movimento alternativo a Matteo Renzi e al suo governo”. E così Idea, acronimo che sta per Identità e Azione, la nuova creatura che Gaetano Quagliariello ha tenuto a battesimo qualche settimana fa a Roma, sta muovendo velocemente i primi passi nelle Regioni. Dall’Abruzzo alla Campania e al Lazio. Fino al Veneto. Del resto, nel presentarla alla stampa, l’ex ministro delle Riforme costituzionali del governo di Enrico Letta era stata chiaro: “I nostri interlocutori non sono i parlamentari, perché la nostra non è un’operazione di palazzo, ma chi sta nei territori”. Ecco perché molti degli aderenti al progetto che hanno lasciato il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano vengono dai contesti locali. Stanchi, proprio come Quagliariello, che prima di dire addio al partito si era dimesso dal ruolo di coordinatore nazionale, della linea politica del capo del Viminale. Accusato di essere diventato la stampella di Renzi.

ROMAGNA MIA – Se in Parlamento, per ora, Idea conta solo 8 fra deputati e senatori (Andrea Augello, Luigi Compagna, Carlo Giovanardi e lo stesso Quagliariello a Palazzo Madama; Renata Bueno, Vincenzo Piso, Eugenia Roccella e Guglielmo Vaccaro a Montecitorio), numeri non sufficienti per dare vita a gruppi autonomi, è in Emilia Romagna, dove è stato designato come coordinatore Pierluigi Pollini, già membro dell’assemblea nazionale di Ncd, e Puglia che il movimento raccoglie i maggiori consensi. Nel primo caso, anche grazie al lavoro di Giovanardi, già il 26 ottobre scorso i coordinatori provinciali di Ncd di Piacenza, Romano Tribi, di Reggio Emilia, Christian Immovili, di Modena, Alessandro Lei, il sindaco di Monzuno (Bologna), Marco Mastacchi, i consiglieri comunali di Modena, Luigia Santoro, e di Rimini, Eraldo Giudici, più i presidenti di 31 circoli regionali hanno sottoscritto un documento con il quale hanno denunciato “l’arroganza del governo e del Partito democratico”. Il tutto “direttamente collegabile all’incomprensibile atteggiamento del Ncd – è scritto nella nota – disponibile ad accettare qualsiasi forzatura pur di non mettere in discussione la sua partecipazione al governo sino a teorizzare un’alleanza strategica con la sinistra con una vera e propria mutazione genetica della originale vocazione del partito”. Più chiaro di così.

CIAO ANGELINO – In Puglia, invece, a guidare la pattuglia dei fuoriusciti dal Nuovo centrodestra c’è Domi Lanzilotta, membro dimissionario della direzione del partito. Il quale, il 24 novembre, ha preso carta e penna e scritto una lettera di fuoco ai vertici regionali della compagine alfaniana. Che, “sebbene regolarmente invitati, hanno inopinatamente disertato il tavolo del centrodestra pugliese convocato per mettere in campo alle prossime elezioni amministrative una proposta comune in grado di battere la sinistra – ha attaccato Lanzilotta –. La nostra pubblica denuncia di questo atto di diserzione ha avuto come sola risposta un assordante ‘silenzio assenso’ che ci consente oggi, con la coscienza a posto di chi le ha provate tutte, di considerare irreversibile l’abbandono da parte di Ncd della linea che, nonostante taluni atteggiamenti irresponsabili, ci ha visto in prima linea alle elezioni regionali”. Una linea, dice ancora il testo della missiva, “inequivocabilmente alternativa alla sinistra, che noi intendiamo continuare a perseguire e che ci costringe oggi per coerenza a rassegnare le dimissioni dagli organi nazionali e territoriali del partito”. Con Lanzilotta hanno lasciato Ncd in 18: i membri dell’assemblea nazionale Francesco Tricase, Stefano Diperna, Stanislao Morea, Giuseppe Corrado, Maria Cicirelli, Vincenzo Guerra, Francesco Palazzo, Damiano Binetti, Matteo Savastano, Savino Santarella, Giuseppe Calia, Claudio Sgambati, Giovanni Volpe e i componenti del coordinamento regionale Leo Vicino, Fabio Colella, Francesco Perchinunno, Antonella Lella e Pasquale Coccia. Nomi ai quali si aggiunge quello dell’ex consigliere regionale Davide Bellomo, fuoriuscito dal Movimento Politico Schittulli (che prende il nome dal candidato governatore di Raffaele Fitto e Area Popolare sconfitto alle Regionali 2015 dal democratico Michele Emiliano), tra i fondatori del neonato movimento. E dell’imprenditore Paolo Dell’Erba, anch’egli candidato alle scorse Regionali.

VENGO ANCH’IO – Ma non è tutto. Perché, anche in molte altre Regioni, Idea ha raccolto in queste settimane numerosi consensi. Nel Lazio, per esempio, hanno già aderito in 5: oltre al consigliere regionale Daniele Sabatini (nominato responsabile) ci sono anche l’ex vicesindaco di Latina, Enrico Tiero, i consiglieri municipali di Roma Jessica De Napoli e Stefano Erbaggi, e l’ex parlamentare europeo Roberta Angelilli, con un passato in Azione Giovani prima e Alleanza Nazionale poi. In Campania c’è invece il terzetto composto da Francesco Ranieri, sindaco di Terzigno (Napoli), scelto come responsabile regionale, Pietro Diodato (membro della direzione nazionale di Ncd) e Alessandro Sansoni. Molti anche gli aderenti in Sardegna: la consigliera comunale di Alghero, Maria Grazia Salaris, più l’ex coordinatore provinciale del Nuovo Centrodestra Walter AneddaGianfranco Picciau, anch’egli membro della direzione nazionale di Ncd. Il consigliere comunale di Pisa, Raffaele LatrofaRoberto Ferraro e Alberto Magnolfi rappresentano invece la Toscana. In Friuli-Venezia Giulia figura il nome del consigliere comunale di Gorizia, Ciro Del Pizzo, mentre a breve anche Paolo Rovis, consigliere comunale di Trieste, dovrebbe sciogliere la riserva e aderire. In Abruzzo, oltre al consigliere regionale Mauro Di Dalmazio, c’è pure l’ex presidente della Regione, Gianni Chiodi. Il quale, pur rimanendo comunque in Forza Italia, ha deciso di entrare far parte di Idea sfruttando il principio vigente all’interno del movimento: la possibilità del doppio tesseramento. Discretamente qualificata la truppa degli aderenti anche in Marche, Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria con, rispettivamente, Vittoriano Solazzi (ex presidente del consiglio regionale), Nicolò Mardegan (ex coordinatore Ncd Milano), Stefano Casali (consigliere regionale), Claudia Porchietto (consigliere regionale) e Tiziana Notarnicola, membro della direzione nazionale di Ncd, ormai prossima all’uscita dal partito insieme ad altri esponenti locali. E potrebbe non essere finita qui.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 21 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)






Il segretario de La Destra Francesco Storace lancia la sua candidatura alla Regione. «Diamo vita ad un centrodestra unitario, evitiamo gli errori del passato. Io e la Polverini contro? Solo senza un’alleanza comune, ma sarebbe una pazzia. Punterò su sanità, economia e agricoltura»

Il leader de La Destra si candida alla guida della Regione LazioFrancesco Storace è pronto a rilanciare la Regione Lazio. Non sarebbe la prima volta, visto che il segretario de La Destra ha già ricoperto l’incarico di governatore dal 2000 al 2005. «Però stavolta serve la volontà di creare un centrodestra unitario, evitiamo di ripetere l’esperienza siciliana», dice lui dal suo ufficio della Pisana all’indomani della manifestazione di domenica a Roma, che ha mobilitato quasi duemila sostenitori.

Storace, lei ha lanciato la sua candidatura alla guida della Regione Lazio. È pronto? 

«Sì, e sono molto rispettoso delle scelte che dovremo fare come centrodestra. Spero che quest’ultimo si manifesti, ciò vale sia a livello locale che nazionale. Non ho intenzione di ripetere l’esperienza siciliana, dalla quale abbiamo capito che schierando due candidati si va incontro alla sconfitta. Se si decide di creare uno schieramento unitario e c’è un candidato che è più accreditato di me nei sondaggi ne parliamo, altrimenti ognuno fa la sua corsa. Scegliendo una “scartoffia” la sinistra vince».

Lei ha definito Renata Polverini «una combattente che tutti devono rispettare». Eppure la ex governatrice, che nei giorni della bufera disse che «sicuramente » non avrebbe più governato il Lazio, pare stia pensando al “ritorno in campo”. Da alleati a possibili sfidanti? 

«Si tratta di uno scenario che potrebbe manifestarsi senza un’alleanza unitaria, ma sarebbe una pazzia. La Polverini va rispettata, non trovo giusto quanto si dice di lei nei corridoi della Pisana. Però non credo che attualmente sia messa meglio nei sondaggi. Io le dissi che la cosa più giusta, una volta rassegnate le dimissioni, sarebbe stata quella di indire subito le elezioni proponendo la sua candidatura. Lei mi rispose che non voleva più sentir parlare della Regione…».

In caso di successo da dove ripartirebbe il Lazio di Storace? 

«Dalla sobrietà in politica. Vede, il problema non sono solo le auto blu. Ad esem pio bisogna intervenire sugli enti e sulle società della rete. Personalmente, ricondurrei la responsabilità di gestione ad un amministratore unico in modo che sia più facile operare un controllo. Non serve una pletora di persone che accontenti o scontenti il politico che le ha segnalate».

Poi c’è la questione della sanità… 

«Insieme al sociale, all’economia e al rapporto con l’Europa. Per quanto riguarda la sanità va operata una netta inversione di tendenza. Io mi pongo il problema del risparmio, anche se è una follia pensare che la salute sia un costo e non un diritto. Oggi però il peso della spesa ospedaliera grava sulla Regione. Noi dobbiamo fare in modo che sul territorio il cittadino trovi lo strumento sanitario che eviti il ricorso alla cura ospedaliera. Si metterebbe in moto un meccanismo virtuoso che garantirebbe un abbattimento dei costi. Prima di essere “azzoppato” dal Lazio-gate proposi il piano per l’apertura di 100 ambulatori sul territorio. Quello del disavanzo è stato un problema comune a tutti i governatori che si sono succeduti in questi anni, da Badaloni alla Polverini. Ora è arrivato il momento di dire basta alle polemiche e di costruire la sanità di domani. E poi punterei molto sull’agricoltura…».

Perché? 

«Perché va rimessa in moto, e non escludo di ragionare su una delega presidenziale in tal senso. L’investimento nel campo dell’agricoltura è proficuo: ha un costo minore rispetto ad altri campi e garantisce vantaggi maggiori. Ci sono, infine, la cultura e il turismo. Settori che, con l’oculato utilizzo dei fondi europei, possono essere un volano importante per la ripresa».

Sia lei che Teodoro Buontempo, nella convention di domenica scorsa a Roma, avete parlato con toni non certo esaltanti dei vostri ex colleghi di An. Cosa pensa dell’atteggiamento che continuano a tenere i vari Gasparri, La Russa, Matteoli…? Pare che uno dei tre, ma non le dico chi, non sia molto contento della sua candidatura…

«Noi dobbiamo fare contenti i cittadini, non i partiti. È ovvio che ci possano essere delle preferenze, ma noi non vogliamo dare vita ad un centrodestra choosy. Domenica, alla nostra manifestazione, c’erano entusiasmo e passione per la ricerca di un punto di riferimento. È inutile starsi ad attardare. Il discorso di Buontempo è stato molto duro: noi pretendiamo rispetto per chi ha fatto per cinque anni una traversata nel deserto, andando contro chi oggi si sta invece interrogando sulla propria rifondazione. Se si vuole ricostruire un centrodestra vero ci deve essere la convergenza di tutti, nessuno escluso».

L’unica che si batte per cambiare le cose è Giorgia Meloni… 

«È curioso che chi sta nel Pdl pensi ad altro, magari sostenendo ancora Berlusconi. Se uno esce dal partito perché il Cavaliere torna in campo poi non può creare una lista satellite che lo appoggi. Sarebbe un controsenso. Noi siamo più liberi di decidere se sostenere o meno Berlusconi, dipende dalle idee e dai programmi. Credo comunque che il percorso di Giorgia sia molto più coerente rispetto a quello di La Russa e Gasparri. A me lei piace molto come soggetto politico: mi permetto di suggerirle un approccio meno pesante nei confronti del leader del Pdl perché lei potrebbe essere un’alternativa importante alla sinistra nei prossimi anni».

Nel frattempo, dopo le critiche aspre, sembra essere tornato il sereno fra lei e Alemanno. «Storace è una persona con cui mi auguro si possano trovare le convergenze programmatiche e politiche sia al Comune che alla Regione», ha fatto sapere il sindaco di Roma… 

«Ad Alemanno chiedo che le cose cambino prima di tutto in termini di contenuti. Si riuscirà a trovare la quadra? Lo vedremo. Se ci sarà la buona volontà gli ostacoli saranno superati, altrimenti si resterà così come si è adesso. A differenza di altri io non sono ossessionato dal potere. Sono stato presidente di Regione e ministro della Sanità, ma una volta lasciati gli incarichi non ho perso tempo a piangere. Ho ricominciato dal territorio e la gente mi ha votato. Questa è la cosa di cui vado più fiero».

Ultima domanda: Berlusconi fa bene a ricandidarsi? 

«Aspettiamo di capire bene cosa vuole fare veramente, la politica ci ha abituati a continui colpi di scena. Però viene da domandarsi quale sia l’alternativa. Nel Pdl il dopo-Berlusconi può essere deciso solo con il consenso del Cavaliere».

Twitter: @mercantenotizie






C’è un’immagine che spopola negli ultimi giorni sui social network. In questa sono presenti tutti i candidati alle primarie del Pdl (Alfano, Crosetto, Meloni, Samorì, Santanchè…) con il volto di Berlusconi. E sotto uno slogan: «Oppure Silvio». È ormai chiaro che il Popolo della Libertà sarà guidato ancora dal suo fondatore. Il Cavaliere, malgrado i continui passi di lato, non ha intenzione di lasciare il campo a nessuno. Compreso Alfano. Che negli ultimi giorni ha ovviamente visto il suo progetto sbriciolarsi in mille pezzi. Mercoledì scorso, giorno in cui il tema delle primarie ha tenuto banco nella tensione generale, il segretario ha telefonato al collega di partito Crosetto, anch’egli in corsa per la guida del partito. «Guido dimmi, cosa devo fare?», ha chiesto Alfano all’ex sottosegretario alla Difesa. Un episodio singolare, sintomo della confusione che impera nel partito. «Non direi singolare, nel Pdl sono tutti allo sbando», rivela un ex componente del partito che ha assistito al colloquio fra i due esponenti. «Cosa farà Berlusconi? Prenderà il Pdl e ne cambierà il nome per provocare la scissione di una parte del gruppo dirigente (gli ex An, ndr). Sarà una separazione “provocata”», aggiunge ancora la nostra fonte. Ma è analizzando le sette parole chiave pronunciate da Alfano un anno e mezzo fa che si capisce il fallimento degli obiettivi prefissati.

Onestà. Quando fu nominato segretario, per «acclamazione», Angelino Alfano pronunciò una frase che scosse i più: «Dobbiamo lavorare perché il Pdl diventi un partito degli onesti. E visto che è un nuovo inizio, va detto che non tutti lo sono». Ma da un anno a questa parte le cose non sembrano essere cambiate granché. I casi Fiorito e Zambetti hanno aggravato ancora di più la situazione, andando ad ingolfare le fila di indagati e condannati del Pdl. L’ex capogruppo alla Regione Lazio è in carcere con l’accusa di aver «distratto» dalle case del partito ingenti somme di denaro, episodio che ha provocato le dimissioni della governatrice Renata Polverini. L’ex assessore alla Casa della Regione Lombardia, invece, avrebbe pagato 200mila euro alla ‘ndrangheta in cambio di un pacchetto di 4mila voti risultati decisivi per la sua elezione alle Regionali del 2010 (Zambetti raccolse in totale 11.217 preferenze). Al Pirellone fra gli indagati, che superano le dieci unità, ci sono anche Franco Nicoli Cristiani, Guido Bombarda (che già nel 2004 era finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione e truffa ai danni dell’Unione europea) e Massimo Ponzoni, tutti Pdl.

Sanzioni. Che non ci sono. Perché, strano ma vero, né Fiorito né Zambetti sono stati ancora espulsi dal Pdl. «Er Batman de Anagni» è stato sospeso, ma risulta ancora un componente del partito. Questo perché i Probiviri non si sono ancora riuniti. Pare che i 9 componenti del “tribunalino” aspettino che Fiorito esca dal carcere per ascoltarlo e prendere una decisione definitiva. Stesso discorso vale per Zambetti. Eppure Alfano ha recentementefatto sapere che «ladri, rubagalline, malfattori e gaglioffi» sarebbero stati «cacciati» dal Pdl. Promettendo «tolleranza zero». Ma i buoni propositi sono rimasti parole.

Merito. C’è un solo modo affinché questo permei il Pdl e la restante parte della politica italiana: la riforma della legge elettorale. Lasciare le cose come stanno, costringendo i cittadini a tornare alle urne e votare per la terza vota con il “Porcellum”, sarebbe un gravissimo errore. Non per i partiti, ovviamente. Se la legge Calderoli non fosse modificata almeno in parte Berlusconi potrebbe fare repulisti, inserendo nel listino bloccato i fedelissimi ed “epurando” i dissidenti. Un altro fallimento di Alfano che, insieme a Bersani e Casini, è da più di un anno all’opera per cambiare il sistema di voto. Senza ottenere risultati concreti.

Partecipazione e passione. Il Pdl è scivolato nei sondaggi, e oggi oscilla fra il 15 e il 18%. Un crollo verticale, se si pensa che alle elezioni del 2008 la formazione sfiorò il 40%. Le lotte intestine fra gli ex An e gli ex forzisti hanno fatto disinnamorare l’elettorato, facendo perdere al Popolo della Libertà qualsiasi capacità di coalizione. Lo testimoniano le «sberle» – tanto per utilizzare l’espressione usata dai leghisti dopo la disfatta alle Amministrative del 2011 – prese sul territorio fra lo scorso anno e quello in corso (vedi il caso-Sicilia). Oggi sono in pochi quelli che sceglierebbero di rivotare per Berlusconi, a meno che non si torni al passato rifondando Forza Italia e rompendo con la componente più a destra del partito.

Regole e primarie. Il partito è spaccato fra chi le vuole – l’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni e il sindaco di Roma Gianni Alemanno su tutti – e chi invece le reputa inutili, credendo che la rinascita debba passare da Berlusconi. Certo è che, mentre il Partito democratico porta oltre tre milioni di persone alle urne, il Pdl si avvita su se stesso provocando ulteriore malumore fra i votanti. E pensare che c’era chi, come Gaetano Quagliariello, avrebbe voluto che le primarie fossero «regolate per legge».

Twitter: @mercantenotizie






Il capo dello Stato ricorda che il Professore «non si può candidare perché già parlamentare», il premier afferma di essere pronto a «dare un contributo». Udc, Montezemolo e frange di Pd e Pdl lavorano affinché a Palazzo Chigi ci sia ancora lui. Rendendo inutili le primarie e lavorando ad una legge elettorale che favorisce l’ingovernabilità   

Maria Stella Gelmini, ex ministro dell’Istruzione rimasta celebre per il tunnel fra il Cern e il Gran Sasso, dice di «vedere positivamente» la possibilità di un Monti-bis per arginare «il rischio di avere tra qualche mese al governo una sinistra tutt’altro che riformista e teleguidata dalla Cgil». Aggiunge ancora che «Montezemolo ci interessa, perché appare più consapevole di Casini del grave pericolo che corriamo di consegnare il Paese ad una sinistra inadeguata per governare». Un altro dei pezzi da novanta del Pdl, Franco Frattini, si sbilancia e afferma che alle primarie sosterrà Alfano, ma che «se Monti è in campo va sostenuta una grande alleanza dei moderati con Casini e Montezemolo». La forma non è cambiata (i «comunisti» demonizzati da Berlusconi sono ancora lì come uno spauracchio, così come la Cgil), la sostanza invece sì. Perché se da una parte c’è chi si batte per fare del Pdl un partito dove la «libertà» non sia solo la terza parola che ne compone il nome, dall’altra c’è chi lavora affinché il Professore rimanga a Palazzo Chigi anche dopo l’esperienza tecnica. Con un alleato d’eccezione: Giorgio Napolitano.

COMPROMESSO SUL COLLE - Sembra esserci un patto non scritto fra il Popolo della Libertà e il Quirinale: elezioni anticipate (al 10 marzo?) onde evitare che i “berluscones” facciano cadere il governo in un momento decisivo come quello attuale per poi fare in modo che Monti rimanga dov’è attualmente. Ciò permetterebbe al Pdl di non scomparire dalle scene (oggi il partito oscilla fra il 15 e il 18 per cento) e a Napolitano di sciogliere le Camere poco prima che il “semestre bianco” glielo impedisca dando vita al nuovo governo. Certo, l’inquilino del Colle ha provato a mettere ordine per evitare di “sponsorizzare” eccessivamente l’ex rettore della Bocconi. Pochi giorni fa il capo dello Stato ha avvisato che Monti «non si può candidare in Parlamento perché già parlamentare», e che «ha uno studio a palazzo Giustiniani dove dopo le elezioni potrà ricevere chiunque vorrà chiedergli un parere, un contributo o un impegno». Molto probabilmente, il presidente della Repubblica ha paura che un eventuale insuccesso elettorale di una “lista-Monti” o di un partito che appoggi o sia addirittura guidato da lui possa rovinare la festa ancora prima che questa cominci. La base di partenza è comunque solida. La “discesa in campo” di Montezemolo a sostegno dell’attuale premier e Casini che ripete come una litania che «dopo Monti c’è Monti» fanno presagire che Bersani debba mettere nuovamente da parte i sogni di gloria e lasciare strada a qualcun altro. Dal canto suo il diretto interessato, “tirato per la giacca” in più occasioni dai giornalisti, è passato dal «no comment» al «rifletterò su tutte le possibilità in modo da poter ancora dare il mio contributo per il migliore interesse dell’Italia europea». Frase, quest’ultima, che pronunciata nel giorno del primo turno delle primarie del centrosinistra ha avuto un retrogusto amaro dalle parti di Largo del Nazareno. Anche perché poi Monti ha usato la tecnica del bastone e della carota. Prima ha dichiarato che dopo le elezioni «un altro governo tecnico sarebbe una sconfitta per la politica», e poi ha aggiunto che il suo esecutivo ha svolto una «attività schiettamente politica». Come a dire: tutti sono necessari, ma nessuno è indispensabile.

BERSANI AL BIVIO - Non che pensasse di vincerle in scioltezza, ma il ballottaggio alle primarie del centrosinistra costringe il segretario del Partito democratico a rubare tempo e spazio alla costruzione dell’alternativa di governo. Domenica Bersani dovrà (nuovamente) vedersela con Matteo Renzi, che al primo turno ha raccolto nove punti in meno di “Pier Luigi”. Il sindaco «rottamatore» prepara la festa, mentre il segretario è sicuro di uscire vincitore. Certo è che, una volta ottenuto il successo, per Bersani i nodi da sciogliere saranno numerosi. Prima di tutto c’è la legge elettorale. Malgrado si tratti per abbassare la soglia del 42,5 per cento utile per ottenere il premio di maggioranza – e messi da parte pure gli “scaglioni” previsti da Calderoli – la sostanza è che ad oggi nessuna coalizione arriverebbe tanto lontano. Ecco che Casini, con il quale Bersani continua a dialogare quotidianamente (il leader Udc, pochi giorni prima delle primarie, si augurava un successo di “Pier” al primo turno), potrebbe quindi risultare decisivo. Chiedendo qualcosa in cambio dell’appoggio, ovvero che Monti faccia il premier. Non è un caso che nell’ultima settimana il segretario del Partito democratico sia tornato a strizzare l’occhio ad Antonio Di Pietro, che negli ultimi mesi sembrava lontano anni luce dai progetti dei democrat per via dei continui attacchi al governo dei tecnici e al presidente della Repubblica. Per ora si tratta di «un’alleanza con molti “se”», perché c’è bisogno di «gesti politici significativi». Ma la riapertura delle porte all’ex pm – che ultimamente ha visto la sua creatura perdere pezzi di giorno in giorno – è significativa. Questo perché, oltre a guardarsi attorno, Bersani sa di dover tenere gli occhi aperti anche dentro casa sua. La truppa dei democratici che sostengono la necessità di un Monti-bis è sempre in agguato. Per capirlo basta ascoltare Stefano Ceccanti, che di recente si è inerpicato in un ragionamento tanto articolato quanto emblematico. Siccome «l’attuale legge elettorale non prescrive che ci sia il nome del candidato premier sulla scheda», ha affermato senatore di scuola veltroniana ad Avvenire, «chiunque voglia può mettere sulla scheda il suo preferito per Palazzo Chigi. Chiunque, insomma, può indicare Monti». Più chiaro di così…

CONFUSIONE PDL - «Chi ci capisce è bravo», recita il vecchio adagio. È ciò che accade nel Pdl, dove l’atteggiamento di Berlusconi continua a mettere alla prova i nervi di Angelino Alfano gettando il partito nel caos più completo. La lettura che si può dare del suo comportamento è la seguente: il Cavaliere vuole ostacolare l’operato del “delfino” in modo da mostrare che effettivamente il «quid» non c’è (ciò si tradurrebbe, in concreto, nella mobilitazione di “truppe cammellate” contro Alfano alle primarie, sempre che si facciano, per non farlo andare troppo lontano) per poi fondare una nuova creatura e tornare in sella più convinto che mai. Pare che il “nuovo” soggetto politico dovrebbe chiamarsi – non a caso – Forza Italia. Magari vicino ci si metterà quel ”2.0” che sa di rinnovamento ma ha il retrogusto dell’usato sicuro. I più vicini al Cavaliere (fra cui la sondaggista Alessandra Ghisleri) lo hanno avvisato: «Attenzione, c‘è il rischio di segnare un clamoroso autogol». Ma in caso di eventuale disfatta è già pronta la scialuppa di salvataggio, il Monti-bis. Scenario che solo quattro giorni fa Berlusconi non ha escluso: «Questa sua posizione lo pone fuori dal contrasto politico. Se lui riterrà di poter essere utile al Paese e alcune forze politiche saranno dell’idea, ci si potrà rivolgere a lui», ha avvertito “Silvio”. Molto dipenderà dal risultato finale delle primarie del centrosinistra. Se la vittoria andrà a Bersani, Berlusconi potrebbe decidere di sciogliere le riserve e affrontare la corsa a Palazzo Chigi. Non sarebbe la prima volta. E forse neanche l’ultima.

Twitter: @mercantenotizie






Non c’è pace per Gianfranco Fini. Dopo i sondaggi, secondo i quali Futuro e libertà per l’Italia si trova oggi fra il 2 e il 2,5%, ora ci si mettono anche le diaspore interne al partito. A Reggio Calabria gli iscritti del circolo territoriale, intitolato a Mirko Tremaglia, si sono dimessi seguendo la coordinatrice regionale Angela Napoli, che ha ritenuto «lesivo della mia dignità e di quella di numerosi iscritti e militanti calabresi» il comportamento di Italo Bocchino. Secondo Napoli, il vicepresidente di Fli (e lo stesso Fini) «stanno allungando la mano ad Alfano dicendogli che ci si può ricompattare all’insegna della legalità. Ho visto sbriciolarsi i principi che hanno portato alla formazione di Fli».

Twitter: @GiorgioVelardi






Colloquio con Michele Prospero, docente di Scienza politica e filosofia del diritto alla “Sapienza” di Roma ed editorialista de “l’Unità”.

Professore, mesi fa lei si chiedeva se quelle del centrosinistra fossero primarie o «una sfilata». È riuscito a dare una risposta al suo interrogativo? 

«A quel tempo c’erano alcuni fattori di disturbo, fra cui le “bordate” di Renzi ad esponenti del suo stesso partito e il fatto che Vendola appoggiasse i referendum dell’Idv, che rendevano instabile la tenuta degli equilibri fragili del centrosinistra. Queste primarie sono una competizione esplicita, con toni e metafore per certi versi sopra le righe. La preoccupazione era che la diversità di cultura politica fra i candidati fosse così pronunciata da farle diventare uno strumento inefficace, perché quando fra chi partecipa c’è eccessiva distanza il meccanismo entra in crisi».

A seconda di chi la spunterà il centrosinistra andrà in una direzione o in un’altra. Se vince Renzi il rischio è la disgregazione…

«Questo pericolo c’è, perché i sostenitori di Renzi sono quelli che più di altri hanno sposato l’agenda Monti e disdegnano una politica delle alleanze. Il sindaco di Firenze si muove in maniera oscillante: aveva addirittura aperto ad una possibile cessione delle “chiavi del potere” all’attuale premier in caso di successo. Adesso invece Renzi sta segnando un distacco dall’esperienza tecnica e pare scettico su ogni ipotesi di accordo. Il rischio è che prevalga una linea ostile a quella che ha tenuto finora Bersani – il quale ha garantito una centralità sistemica al Pd attraverso la proposta di un’intesa fra i progressisti aperta ai moderati – che è l’orizzonte entro cui giocare la partita. Se si scatenano conflitti che lacerano questo terreno le strade sono due: ricreare l’Unione oppure riesumare la vocazione maggioritaria».

Per quanto riguarda il cambio delle regole, c’è il sentore che Bersani abbia aperto le porte a Renzi ma poi lo abbia ingabbiato… 

«A differenza della precedente tornata questa è una contesa accesa e ci sono preoccupazioni di tenuta. Le regole sono necessarie, e bisogna fare in modo che si avvicinino il più possibile a quelle delle elezioni, che siano cioè ritagliate sul corpo elettorale reale. Quelle decise per queste primarie sono in sintonia con i pronunciamenti della Corte suprema americana, la quale ha stabilito che un partito ha diritto a chiedere un elenco pubblico dei votanti e che la partecipazione senza appartenenza è illegittima. Fare primarie “aperte” in Italia vuol dire rendere i partiti entità scalabili rischiando di andare incontro ad un blocco unico, totalitario».

Nel Pdl, dove Alfano si è “ribellato” a Berlusconi, le primarie hanno senso oppure, in caso di fallimento, si rischia di andare alle elezioni senza un partito di area? 

«Le primarie potrebbero essere un fiasco e ciò potrebbe comportare il collasso definitivo del Pdl. Però senza un grande partito di centrodestra la democrazia italiana non funziona. Detto ciò, Alfano ha fatto bene a sfidare il Cavaliere: un partito come il Pdl non può sopravvivere se non rompe in maniera esplicita con il capopadrone. Il problema è che una lotta simile andava impostata prima, come ha fatto Maroni con Bossi, perché non ci sono uscite negoziali dal partito personale. C’è da augurarsi che il segretario riesca nel suo obiettivo, è interesse nazionale quello di avere un partito di centrodestra di stampo europeo».

C’è oggi una figura che potrebbe ridare smalto al Pdl? 

«All’interno del partito c’è già una rete di politici spendibili: penso ai tanti giovani (Fitto), agli amministratori che sono emersi in questi anni, oppure a Galan. Quella che va ricostruita è una leadership collegiale: le velleità personalistiche vanno messe da parte. E poi Alfano deve evitare di commettere un errore, cioè quello di accodarsi a Casini sulla legge elettorale. I loro interessi non coincidono. Il segretario deve contrattare un sistema di voto che consenta di mantenere l’ossatura bipolare».

C’è il rischio che tutto sia reso vano dal Monti-bis?

«Non credo ci sia la possibilità di uno scenario simile: Bersani dovrebbe farcela. Non regge un governo di larghe intese. Credo che in vista della riforma elettorale sia più efficace assegnare il premio al partito più grande che alla coalizione. Comunque, una soglia elevata come quella del 42,5 per cento per conseguire il premio riproporrebbe la centralità dei “cespugli”, delle piccole formazioni che cercano di aggregarsi in vista del voto».

Twitter: @GiorgioVelardi 






Il 25 novembre tocca agli elettori del centrosinistra, poi sarà la volta di quelli del Popolo della Libertà. Le consultazioni per scegliere il candidato premier dei due schieramenti rischiano però di essere un grande “bluff”: l’impianto della nuova legge elettorale favorisce la riconferma del Professore a Palazzo Chigi e frena l’avanzata di Grillo 

E pensare che qualcuno, fra cui un big del Pdl come Gaetano Quagliariello, avrebbe voluto che fossero «regolate per legge». Le primarie uniscono, dividono, fanno litigare i duellanti. Portano a paragoni roboanti fra l’Italia e gli Stati Uniti, due realtà lontane anni luce messe sullo stesso piano nell’avanspettacolo pre-elettorale di casa nostra. Rischiano, in particolare, di essere un grande bluff, a sinistra come (e peggio) a destra. Regole arzigogolate, candidati variopinti, programmi latitanti. Ma soprattutto l’ombra di Mario Monti che aleggia sulle teste dei vari Bersani, Renzi, Alfano, Santanchè… Il Professore, visto l’impianto della nuova legge elettorale che tanto fa irritare il Partito democratico e gongolare Casini, ha recentemente fatto sapere che se alle prossime elezioni «mancasse una maggioranza in grado di governare» lui sarebbe disposto a continuare. Numeri alla mano, la grande coalizione (Pd, Pdl e Udc) è l’unica formula che darebbe certezza di governabilità al Paese e che frenerebbe l’avanzata del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che dopo la Sicilia punta al colpo grosso in Parlamento.

QUI LARGO DEL NAZARENO - «Riscrivi l’Italia». Così recita il manifesto che chiama gli elettori del centrosinistra alle urne in vista delle primarie che si svolgeranno il prossimo 25 novembre (con eventuale ballottaggio il 2 dicembre). Più che l’Italia, però, la sfida che mette di fronte Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nichi Vendola, Laura Puppato e Bruno Tabacci rischia di riscrivere la geografia del centrosinistra. A seconda di chi vincerà la competizione quest’area politica potrebbe rimanere com’è, virare più al centro e meno a sinistra e viceversa, addirittura esplodere. In quest’ultimo caso il “bombarolo” si chiamerebbe Matteo Renzi. La possibile vittoria del sindaco di Firenze preoccupa non poco la segreteria di Largo del Nazareno. «Non succede, ma se succede…», dicono alcuni fra i volti noti del partito (fra cui il giuslavorista Pietro Ichino, che sul suo sito Internet ha pure pubblicato i «nove motivi per votare Matteo Renzi alle primarie») che hanno deciso di appoggiare la candidatura del «rottamatore». Che qualche personale successo l’ha già ottenuto: i vari Veltroni, Treu, Parisi e Turco hanno fatto sapere che non si ricandideranno. D’Alema, esperto di tattica, ha invece preso tempo: «Se vince Bersani lascio la poltrona, ma se dovesse spuntarla Renzi sarà scontro politico». Il che vuol dire una guerra intestina fra le varie correnti in cui il partito naviga da tempo: sarebbe l’ennesimo suicidio del Pd, ma non ci stupiremmo. Con il ticket Bersani-Vendola si andrebbe sul sicuro. Il leader dei democratici e quello di Sel viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda e a testimoniarlo c’è pure la “Carta d’intenti” che hanno sottoscritto (insieme al socialista Nencini) ad inizio ottobre. Un patto vincolante fondato su 10 parole chiave – fra cui Europa, democrazia, lavoro, uguaglianza – che punta ad andare «oltre Monti» e che è, per dirla con il governatore della Puglia, «alternativa ai pensieri conservatori di Casini». Per “Matteo”, che l’ha subito bollata come «generica», si tratta di uno dei tanti bocconi amari mandati giù in questi mesi. Oltre al caos delle regole – il primo cittadino toscano non ha digerito l’impossibilità di esprimersi per i 16-17enni, malgrado questi avessero votato nel 2009 – il “tiro mancino” che Bersani gli ha giocato rischia, in caso di vittoria, di portarlo all’isolazionismo. «Né con Casini né con Vendola», ha precisato Renzi in un’intervista ad Avvenire prima di compiere una parziale retromarcia, resa necessaria dall’aver capito che l’Italia non è l’America di Obama e che la strategia di Veltroni del 2008 («Corriamo soli») si è rivelata fallimentare. Ma della contesa fanno parte anche Laura Puppato e Bruno Tabacci. Meno esposti degli altri tre contendenti, per la corsa alla premiership ci sono anche loro. Entrambi rappresentano l’ala cattolica del centrosinistra, quella che per intenderci “sposerebbe” Casini e “divorzierebbe” da Vendola. Puppato, unica donna in corsa, pone al centro del suo programma la Green e la Blue economy, e al tempo stesso non chiude le porte ai matrimoni gay («Sono una cattolica adulta e dunque penso che lo Stato debba essere laico e garantire a tutti i diritti civili») e all’alleanza con l’Udc («Non vedrei affatto male un’intesa con i centristi, ma vorrei che da parte loro ci fosse chiarezza»). Infine c’è l’assessore milanese, ex Dc, poi Udc e ora Api, per cui è necessario «apportare delle modifiche alla “Carta d’intenti”» inserendo alcuni punti dell’ormai nota «agenda Monti». Uno degli ultimi sondaggi di Swg vede Bersani in vantaggio di ben 14 punti percentuali su Renzi (41% contro 27, con Vendola al 15), che potrebbe giocarsela ai “tempi supplementari“. Difficile, ma non impossibile, una rimonta al fotofinish.

QUI VIA DELL’UMILTÀ - In casa Pdl le primarie stanno diventando un affare di Stato. Berlusconi non le vuole – e stavolta non sono “retroscena” di «certa stampa» – ma si faranno. L’ufficio di presidenza dello scorso 8 novembre è stato uno spartiacque storico per il partito. Per la prima volta Alfano è andato contro il padre-padrone e ha imposto la sua linea. «Basta diktat del Cavaliere, è il momento che io assuma il controllo», avrà pensato nella sua testa “Angelino” prima di parlare chiaro e tondo ad alta voce: «Mi prendo la responsabilità delle primarie. O decidiamo oggi o saremo dei barzellettieri (o “barzellettati”, come da chiarimento postumo dell’entourage del segretario, ndr). Qual è l’alternativa? – ha domandato l’ex ministro della Giustizia – Inseguire qualche gelataio o qualche leader di Confindustria?» (ovvi i riferimenti al patron di Grom Guido Martinetti e al presidente della Ferrari Montezemolo). Quindi avanti tutta con un meccanismo con cui il Pdl non ha mai fatto i conti e che rischia di portarlo alla definitiva liquefazione. Su questo punto Berlusconi è stato chiaro: «Non si tratta di un procedimento salvifico, anzi usciranno allo scoperto le nostre faide interne, quelle che hanno schifato i nostri elettori. Ho commissionato dei sondaggi e non sono buoni». Ad oggi, secondo una rilevazione di Datamonitor anticipata domenica da il Giornale, solo il 5,4% dell’elettorato del Pdl voterebbe alle primarie. Una catastrofe, anche se è ovvio che il loro valore sia limitato dal momento che sullo sfondo ci sarà sempre lui, il Cavaliere, che – tanto per dirne una – nominerà i 5 garanti che dovranno vigilare sul regolare svolgimento della competizione. Insomma, in un modo o nell’altro chiunque vincerà dovrà chiamarlo in causa prima di prendere una decisione. Cambiare tutto per non cambiare nulla. Ma oltre ai problemi politici ci sono quelli di budget: il Pdl pare avere le casse vuote – sarebbero addirittura a rischio gli stipendi dei dipendenti –, dunque  quelle che si svolgeranno saranno primarie low cost, con i votanti costretti a versare fra i 2 e i 3 euro. Per ora, comunque, le candidature sono sette: Angelino Alfano, Daniela Santanchè, Giancarlo Galan, Alessandro Cattaneo (il sindaco «formattatore» di Pavia), Guido Crosetto e il leader dei “Moderati italiani in rivoluzione” Gianpiero Samorì, possibile outsider “benedetto” da Berlusconi e amico di Marcello Dell’Utri e Denis Verdini. Per il Cavaliere potrebbe essere il “Papa straniero” che va cercando da mesi, o il «dinosauro» da estrarre dal cilindro.

IL FANTASMA DI MONTI - Poi c’è la terza via, quella del «è tutto inutile». Perché se è vero che i partiti sono in fermento per ripulire e democratizzare le liste, dall’altra quanto accade in Parlamento sul versante della legge elettorale potrebbe consegnare agli italiani il famigerato scenario del «Monti dopo Monti». Ad oggi, nessuna delle possibili coalizioni raggiungerebbe la soglia del 42,5% utile a prendere il premio per governare. Dunque solo la riproposizione della «strana maggioranza» che oggi sostiene il governo del Professore (e del presidente della Repubblica) consentirebbe di arginare l’avanzata della cosiddetta “antipolitica” di Beppe Grillo e del suo Movimento 5 Stelle. Il Pd non ci sta, ma al suo interno qualche franco tiratore non disdegnerebbe la prosecuzione dell’esperienza tecnica. Stessa cosa accade nel Popolo della Libertà. Poi c’è l’Udc, di cui il pensiero si conosce da tempo. Insomma, alla fine per gli italiani queste primarie rischiano di diventare la più grande presa in giro della Seconda Repubblica.

Twitter: @GiorgioVelardi






«Se vinco le primarie azzero il Pdl. Vorrei fare un patto con gli italiani: portiamo le tasse al 30% ma paghiamole tutti». Questo il pensiero di Daniela Santanchè, candidata alla corsa per la guida del partito.

Nelle ultime settimane è diventata il bersaglio di alcuni colleghi di partito per alcune sue affermazioni. Quanti però la pensano come lei?

«Tantissimi. Poi avere il coraggio di dirlo pubblicamente è un’altra questione. In molti credono che ci sia bisogno di cambiare, facendo primarie con regole che consentano di avere come vincitore la partecipazione».

Il Pdl crolla in Sicilia e rischia di perdere i moderati. Potreste ritrovarvi in un vicolo cieco…

«Quanto successo in Sicilia è la rappresentazione plastica della “guerra fra bande”, che ci ha portati alla sconfitta. L’astensionismo mi preoccupa, però annoto che il mercato elettorale del centrodestra è rimasto intatto: sommando i voti di Musumeci e Micciché avremmo vinto. È il prodotto politico che è venuto meno. L’80% del nostro elettorato è contro il governo Monti, che noi continuiamo a sostenere. Il Pdl non è più nel cuore degli italiani, bisogna fare scelte diverse».

Ipotizziamo che lei vinca le primarie. Come rilancia il Pdl?

«Azzerando tutti, basta professionisti della politica. Io non voglio che in Parlamento ci sia qualcuno che non abbia mai lavorato un’ora in vita sua facendosi mantenere dagli italiani. Bisogna diminuire del 50% i costi della politica, ogni anno si spendono 20 miliardi di euro. Se è vero quello che dicono i magistrati, il caso Fiorito dimostra che ci sono troppi soldi a disposizione, quindi va abolito completamente il finanziamento pubblico. E poi farei un patto con gli italiani, di cui mi fido ancora molto. Vorrei guardarli negli occhi e dirgli che le tasse le portiamo al 30%, però bisogna che tutti le paghino. Questo è l’ultimo giro, altrimenti ci ritroviamo con un commissario europeo in casa che ci dice cosa fare».

Dall’altra parte del ring c’è Alfano… 

«Essere segretario del Pdl e avere un presidente come Berlusconi è difficile. Lui però doveva rinnovare, senza portare avanti una linea politica che andasse a braccetto con Monti e senza presentarsi con il cappello in mano da Casini, con cui i rapporti andavano chiusi da tempo visto che dice che “si può parlare solo se Berlusconi va ai giardinetti”. Sono errori indotti non solo da lui, però andava fatto di più».

Twitter: @GiorgioVelardi