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Finanziamento partiti, Forza Italia: “Abolire il tetto donazioni a 100mila euro previsto da legge Letta”

È quanto chiede la tesoriera azzurra, Mariarosaria Rossi. Con un disegno di legge depositato a Palazzo Madama. Per cambiare “l’ennesima norma contro Silvio Berlusconi”. Ma i colleghi degli altri schieramenti si dicono apertamente contrari. A cominciare da Bonifazi (Pd) e Librandi (Scelta civica). Critiche dal M5S: “Si rischia di finire sotto ricatto delle lobby”. Mentre Sel propone il ritorno ai contributi pubblici. Con l’istituzione di un fondo presso il Mef: un euro per ogni voto regolarmente espresso alle elezioni

mariarosaria-rossi675È stato assegnato alla commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Dove però, almeno fino a questo momento, è rimasto lettera morta. Probabilmente per la delicatezza del tema, visto che siamo in tempo di tagli e spending review. Stiamo parlando del disegno di legge (ddl) presentato dalla tesoriera di Forza Italia (FI), la senatrice Mariarosaria Rossi, allo scopo di abolire il tetto al finanziamento dei partiti fissato a 100mila euro annui – per le erogazioni liberali di persone fisiche e non – dalla legge del governo di Enrico Letta (2014). Quella che ha messo la parola “fine” proprio sul finanziamento pubblico diretto e indiretto alle varie formazioni che siedono in Parlamento, sostituendolo con agevolazioni fiscali, detrazioni e destinazione volontaria del 2 per mille Irpef. Il quale si è finora rivelato un flop, visto che nel 2015 solo il 2,7% dei contribuenti ha deciso di destinarlo loro. Provocando non pochi danni alle casse dei partiti. A cominciare proprio da quello di Silvio Berlusconi, che a dicembre ha licenziato gli 80 dipendenti di FI con una lettera inviata proprio dalla Rossi. “Un atto dovuto, che mi ha causato grande sofferenza”, ha spiegato la diretta interessata in un’intervista rilasciata a dicembre al Corriere della Sera.

PIÙ SOLDI PER TUTTI  Ma cosa prevede, in soli due articoli, il disegno di legge della tesoriera forzista? Di modificare cinque commi (7, 8, 9, 10 e 12) dell’articolo 10 della suddetta legge, permettendo così “a ciascuna persona fisica” di “effettuare erogazioni liberali in denaro o comunque corrispondere contributi in beni e servizi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, anche per interposta persona o per il tramite di società controllate, in favore di un singolo partito politico”. Non solo. I benefici sono estesi pure ai “soggetti diversi dalle persone fisiche” i quali, è scritto ancora nel ddl, “possono anch’essi effettuare erogazioni liberali in denaro o comunque corrispondere contributi in beni e servizi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, in favore dei partiti politici”. Insomma, un ritorno al passato. Per cercare di cambiare “l’ennesima norma contra personam per impedire a Silvio Berlusconi di continuare a sostenere Forza Italia”, come l’ha bollata la Rossi parlando con il quotidiano di via Solferino. Una proposta che però, malgrado l’intento della guardiana delle casse di Forza Italia di trovare un consenso bipartisan, non trova d’accordo i tesorieri dei principali partiti. A cominciare proprio da quello del Partito democratico (Pd), Francesco Bonifazi.

C’È CHI DICE NO  “Abbiamo voluto l’abolizione del finanziamento pubblico e l’abbiamo ottenuta – dice il deputato dem a ilfattoquotidiano.it –. Mi sembra un errore innalzare il limite dei 100 mila euro perché si corre il rischio di concentrare il finanziamento stesso nelle mani di pochi privati. Perciò quella soglia deve rimanere ferma dov’è: si impegnino tutti a fare raccolta con il 2 per mille che per il Pd è stato il vero punto di forza”. La pensa allo stesso modo anche il tesoriere di Scelta civica, Gianfranco Librandi. “Se eliminassimo il limite al finanziamento – spiega il parlamentare centrista – sarebbero troppo agevolati quei partiti che fanno riferimento a gruppi finanziari o di capitalisti nazionali o multinazionali”. Anche se, aggiunge, “le regole attuali si sono dimostrate inadeguate all’obiettivo di rendere funzionanti i vari schieramenti come espressione della volontà popolare” e “anche il sistema del M5S non funziona, per la totale mancanza di chiarezza e trasparenza di bilancio relativa alle fonti di finanziamento”. Però “un limite ci deve essere”, conclude Librandi, che propone “erogazioni fino a 200 mila euro per le persone fisiche e fino a 500 mila per quelle giuridiche, più la destinazione volontaria del due per mille e naturalmente un fund raising libero”.

SOTTO RICATTO  Apertamente contrario al ddl presentato dalla senatrice di Forza Italia anche il Movimento 5 Stelle. “Già all’epoca del decreto Letta, che proponeva di limitare le donazioni liberali ai partiti a 300 mila euro, ci opponemmo presentando anche diversi emendamenti, tra cui quelli per abbassare la soglia a 10 mila euro e per procedere alla confisca delle somme di denaro pubblico non rendicontate e in molti casi sperperate dai partiti”, afferma la capogruppo a Palazzo Madama, Nunzia Catalfo. “Togliere il tetto dei 100 mila euro e consentire così ai partiti di ricevere ingenti somme di denaro da privati – prosegue – è molto pericoloso perché espone la politica al ricatto delle lobby e mina la democrazia nel nostro Paese che già, di fatto, è a rischio. Noi poco trasparenti? Al contrario, il M5S ha ampiamente dimostrato come si possa fare politica senza percepire rimborsi elettorali o senza grandi risorse a disposizione”, conclude la parlamentare ‘grillina’. “Il Nuovo centrodestra ha deciso di puntare sul 2 per mille e sui contributi volontari della base, è un problema che sostanzialmente non ci riguarda – taglia corto il tesoriere degli ‘alfaniani’ Paolo Alli –. Disquisire sull’innalzamento del tetto previsto dalla legge credo abbia più che altro un effetto psicologico e niente di più”.

SOLO UN EURO  A Montecitorio, invece, Sinistra Ecologia Libertà ha depositato una proposta di legge, primo firmatario Giovanni Paglia, per l’istituzione di un fondo per il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici presso il ministero dell’Economia, “alimentato annualmente in sede di legge di stabilità nella ragione di 1 euro per ogni voto regolarmente espresso nel corso delle consultazioni elettorali”. Praticamente quasi un ritorno ai vecchi rimborsi elettorali. I beneficiari? “I partiti con almeno un rappresentante eletto nel Parlamento nazionale o in almeno tre consigli regionali”. E ancora: “Si prevede l’esclusione del finanziamento diretto o indiretto da parte, ad esempio, di persone fisiche o giuridiche – dice la proposta – che abbiano in essere concessioni da parte dello Stato, delle regioni, degli enti locali, di enti pubblici ovvero di società a partecipazione pubblica diretta o indiretta”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 14 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Palazzo Chigi, Finanza al Dipartimento per le Politiche della famiglia: esternalizzazioni dei servizi nel mirino

Martedì i militari delle Fiamme Gialle hanno acquisito documenti su ordine della Procura regionale della Corte dei Conti. Che indaga su possibili danni erariali legati all’affidamento di alcuni lavori a società esterne alla struttura della presidenza del Consiglio tra il 2011 e il 2013. Anni in cui governavano Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta. Nel mirino, tra le altre cose, le commesse a Invitalia e Formez Pa. La polizia tributaria ha fatto visita anche al dipartimento della Gioventù

palazzo-chigi-675Sono giorni intensi per il nucleo della polizia tributaria della Guardia di Finanza. Martedì, oltre al Campidoglio, gli uomini del gruppo Tutela spesa pubblica hanno fatto addirittura visita al Dipartimento per le Politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Per svolgere una serie di “accertamenti istruttori”, delegati dalla Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio, volti all’acquisizione di atti e documenti relativi ad alcuni servizi esternalizzati dallo stesso dipartimento. Richieste analoghe a quelle che i militari delle Fiamme Gialle hanno notificato, nelle stesse ore, anche al dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale. L’obiettivo è quello di verificare l’esistenza di danni erariali.

Ma cosa sono andati a fare esattamente i finanzieri in via della Ferratella in Laterano (Roma), sede del Dipartimento della Famiglia? Sotto la lente d’ingrandimento, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, una serie di convenzioni stipulate dal dipartimento stesso con alcune società ed enti nel biennio 2011/2013. Cioè quando a Palazzo Chigi si sono alternati Silvio BerlusconiMario Monti ed Enrico Letta. A cominciare da quella con Invitalia Spa, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, società partecipata al 100% dal ministero dell’Economia. Con la quale, il 15 giugno 2011, è stata stipulata una convenzione per l’affidamento di attività di studio e ricerca “nel campo delle azioni intraprese e da intraprendere nell’ambito delle iniziative di conciliazione rientranti nelle competenze del dipartimento”. In questo caso, le Fiamme Gialle hanno richiesto documenti comprovanti l’esigenza di esternalizzare attività rientranti nelle competenze del dipartimento. Ponendo, in pratica, un quesito: perché affidare il compito all’esterno se poteva essere svolto utilizzando le risorse interne?

Andiamo avanti. Altro capitolo d’indagine quello che riguarda la Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli la quale, come si legge sul suo sito, è stata costituita l’8 marzo del 2010 “con l’obiettivo di promuovere la cultura del dono al fine di migliorare la qualità della vita nel territorio del Centro Storico di Napoli”. Con l’ente in questione, il 21 dicembre 2012 il Dipartimento per la Famiglia ha stipulato una convenzione per la realizzazione di un’indagine che individuasse gli strumenti più efficaci per il superamento del disagio infantile nelle grandi aree metropolitane degradate con particolare attenzione alle condizioni dei bambini, figli delle famiglie immigrate. Al costo di circa 43 mila euro (Iva inclusa). Come nel caso precedente, gli uomini del nucleo della polizia tributaria hanno chiesto all’amministrazione di produrre documenti che chiariscano i motivi per i quali il Dipartimento abbia deciso di affidare l’attività d’indagine ad un ente esterno.

L’8 giugno 2012, invece, il dipartimento ha sottoscritto un altro accordo su cui la Corte dei Conti vuole vedere chiaro. Cioè quello con il Centro ricerche sociali (Crs), al fine di realizzare un’indagine di analisi e interpretazione di dati, acquisiti dall’Istat, attraverso la ricostruzione delle strategie adottate dalle famiglie per tutelare il proprio benessere in relazione ai compiti di cura nei confronti dei figli. Stavolta l’importo complessivo è di poco superiore ai 23 mila euro. Perché non fare analizzare i suddetti dati all’Istituto di statistica, hanno chiesto magistrati contabili e Fiamme Gialle? Quesito analogo posto anche in relazione all’accordo fra il Dipartimento per la Famiglia e Rea Sas. A questa società, il 7 maggio 2012, è stata affidata l’analisi della struttura e delle tendenze demografiche delle famiglie e la definizione del quadro teorico di riferimento, che fa da premessa allo studio del materiale statistico raccolto tramite rilevazione Istat. Costo: 23 mila euro circa (Iva inclusa).

Non è tutto. Con il Formez Spa, il centro studi che risponde al ministero della Funzione pubblica guidato da Marianna Madia, il dipartimento della Famiglia ha stipulato una convenzione il 27 febbraio 2012 (poi prorogata senza oneri aggiuntivi). Accordo finalizzato a supportarlo nell’attuazione del progetto denominato “Valutazione e sostegno per le politiche famigliari”, il tutto per 500 mila euro. Anche in questo caso, i militari vogliono capire, documenti alla mano, come mai siano state esternalizzate attività rientranti nelle competenze del dipartimento. Come accaduto anche per la realizzazione di uno studio di fattibilità finalizzato all’introduzione del telelavoro nelle strutture della Presidenza del Consiglio, affidato il 30 novembre 2012 alla Antares Srl. Una spesa di circa 37 mila euro. Alla quale ne va aggiunta un’altra da circa ottomila euro per un incarico conferito ad un professionista in data 18 aprile 2013. Ora il dipartimento avrà tempo fino al prossimo 16 marzo per fornire i documenti richiesti dalle Fiamme Gialle.

(Articolo scritto il 3 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Produzione legislativa in Italia, rapporto di Openpolis: governo pigliatutto mentre il Parlamento sta a guardare

5208949152_32edf4cc84_oUno squilibrio diventato ormai una prassi consolidata. E che sembra non avere fine. Da una parte il Parlamento e dall’altra il governo, con quest’ultimo che la fa da padrone se si analizza l’esercizio della funzione legislativa in Italia. Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, infatti, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Una percentuale significativa, pari al 77,8% del totale. Con il primato che spetta al governo di Enrico Letta: nel periodo in cui è stato in carica, il Parlamento ha presentato soltanto l’11,1% delle leggi approvate contro l’88,89%. Ecco perché, nel suo ultimo rapporto, Openpolis parla senza mezzi termini di «un premierato all’italiana».

Comanda il governo. Nel nuovo studio, l’osservatorio civico sulla politica italiana ha preso in considerazione la XVI Legislatura e i primi tre anni della XVII. Periodo nel quale, come noto, si sono alternati quattro governi: quelli di Silvio Berlusconi e Mario Monti fra il 2008 e il 2013 e quelli di Enrico Letta e Matteo Renzi dal 2013 ad oggi. Con una costante: la produzione legislativa del nostro Parlamento è praticamente rimasta sempre in mano al governo. Deputati e senatori? Di fatto stanno a guardare. Prima di essere sostituito da quello guidato dall’ex commissario europeo, l’esecutivo del Cavaliere ha presentato l’80,29% delle leggi approvate, mentre Camera e Senato si sono fermate al 19,71%. La musica non è cambiata nemmeno con l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi. Certo, si sono registrate percentuali più basse: 68,14% (governo) contro 31,86% (Parlamento). Ma la sostanza è rimasta la stessa. Per non parlare poi degli ultimi due esecutivi. Letta, come detto, ha battuto ogni record lasciando a Camera e Senato soltanto le briciole, ma anche il premier-segretario del Partito democratico – il gruppo che dal 2013 ad oggi ha presentato il 73,33% delle 30 proposte di legge di iniziativa parlamentare che hanno completato l’iter – sembra essere sulla buona strada. Finora il suo governo ha presentato l’80,43% delle leggi approvate contro il 18,84% del Parlamento.

Parlamento svilito. Ma non è tutto. Ci sono infatti altri tre aspetti da tenere in considerazione: quello dei tempi di approvazione delle leggi, quello della percentuale di successo dei ddl e quello del ricorso al voto di fiducia. Nel primo caso, non solo la percentuale di successo per le iniziative del governo è molto più alta, ma anche i tempi di approvazione sono più rapidi. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (circa 4 mesi), il Parlamento ce ne mette 408. Più di un anno. Anche se nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto ai cinque anni precedenti, quelle del Parlamento sono più veloci. Comunque una magra consolazione alla luce di quanto detto finora. Anche perché mentre le proposte di deputati e senatori diventano legge lo 0,87% delle volte, per quelle del governo la percentuale sale al 32,02%. Risultato spesso raggiunto sfruttando l’escamotage della fiducia. In media, nelle ultime due legislature, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti prima (45,13%) e Renzi poi (34,06%). Più “moderati” nell’utilizzo di questo strumento i governi Berlusconi (16,42%) e Letta (27,78%).

Regioni (e popolo) al palo. E le Regioni? Dal 2008 ad oggi queste hanno presentato 119 disegni di legge, ma soltanto 5 hanno completato l’iter. E tutti nei cinque anni precedenti. Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato in materia di sicurezza stradale mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi. Non pervenute, invece, le leggi di iniziativa popolare: nelle ultime due legislatura solamente un disegno di legge presentato dai cittadini è diventato legge.

Twitter: @GiorgioVelardi

Guardia di finanza, il numero due Adinolfi va in pensione: addio al comando generale ma l’ausiliaria è salva

Si tratta di un vantaggioso trattamento. Che consente ai militari di sommare all’assegno previdenziale una indennità aggiuntiva. Proporzionata al grado raggiunto. E che il governo sembra voler tagliare dal 2016. Un rischio che l’alto ufficiale al centro delle polemiche per le intercettazioni con il premier ha scongiurato ufficializzando la messa a riposo

adinolfi675Tutta colpa dell’ausiliaria. Almeno secondo le ipotesi che circolano nei corridoi del comando generale della Guardia di finanza (Gdf). E che sarebbe tra le motivazioni che hanno spinto il generale Michele Adinolfi, fino ad oggi vice comandante del corpo, a concludere prima della fine dell’anno la sua ragguardevole carriera militare. Ma che cos’è l’ausiliaria? Una forma influenzale? Una epidemia invernale? Macché. Si tratta di una particolare posizione giuridica che consente, una volta raggiunto il limite di età previsto per il pensionamento, ad ufficiali e sottoufficiali di ogni grado, anche della Gdf, di essere assegnati a incarichi che non siano riservati ai colleghi in servizio permanente. Cumulando all’assegno pensionistico un’indennità annua pari all’80% della differenza tra il trattamento previdenziale e la retribuzione relativa al grado e all’anzianità posseduti al momento del collocamento a riposo.

Un istituto prezioso e remunerativo per gli anziani con le stellette, sul quale rischia però di abbattersi, con l’arrivo del nuovo anno, la mannaia del governo. Almeno secondo le voci che circolano da settimane. Così, per non correre il rischio di perdere il vantaggioso trattamento, meglio affrettarsi se si hanno i requisiti. Un ragionamento, che potrebbe avere fatto anche lo stesso Adinolfi.

Una decisione con la quale, dopo 43 anni di servizio, l’uomo che negli anni d’oro della carriera ambiva alla guida del corpo, già ex comandante interregionale di Toscana, Emilia, Marche, ha rinunciato definitivamente alla corsa per il comando generale della Gdf. Adinolfi era finito, nei mesi scorsi, al centro delle polemiche dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni di sue conversazioni con il presidente del Consiglio. Tra le quali, ormai celebre quella rivelata da “Il Fatto Quotidiano”, in cui il premier definì il suo predecessore Enrico Letta un “incapace”. Gli subentra, nel ruolo di comandante in seconda, il generale di Corpo d’Armata Giorgio Toschi, già capo dell’Ispettorato istituti istruzione. Che, insieme ai colleghi e pari grado Luciano Carta, alla guida dei reparti speciali delle Fiamme Gialle, e Giuseppe Mango, attualmente a capo del comando interregionale Italia Nord-Orientale, entra a pieno titolo nella lista dei papabili per la successione a Saverio Capolupo, comandante in carica del corpo, che lascerà l’incarico a fine maggio.

Approfittando della norma che “fino al 31 dicembre 2015” consente il collocamento in ausiliaria per un massimo di cinque anni (“a domanda dell’interessato che abbia prestato non meno di 40 anni di servizio effettivo”), Adinolfi ha di fatto rinunciato alla corsa per il comando generale del corpo. Ruolo che prevede uno stipendio annuo di circa 229 mila euro lordi (intorno ai 130 mila netti) contro i circa 133 mila euro lordi l’anno (quasi 79 mila netti) del vice. Ma mettendo al sicuro il diritto all’ausiliaria. Sulla quale, secondo indiscrezioni, di fronte ai piani di tagli ipotizzati dal governo, sarebbe fortissima la pressione dei vertici militari della Difesa per ottenerne la proroga.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 29 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Camera, tre anni di legislatura a rapporto: più sedute, meno tempo per le leggi, esplode il ricorso al voto di fiducia

È quanto emerge in un volume presentato dalla presidente Laura Boldrini. Che traccia un bilancio dell’attività svolta a Montecitorio. Mettendola anche a confronto con le performance del passato. Cresciuta l’attività di sindacato ispettivo con interpellanze e interrogazioni. Certificato anche l’abuso del ricorso ai decreti. Soprattutto da parte del governo Renzi

boldrini675Lavoriamo poco? Venite a vedere le carte. Pare di sentirli, i parlamentari sempre sotto accusa per “fannullismo” e poca voglia di lavorare. Soprattutto dopo le critiche per i troppi giorni di vacanza che si sono assegnati per l’esame della legge di Stabilità e il ponte dell’Immacolata. Sembra di vederli gridare ad alta voce i loro meriti. E lo fanno attraverso il presidente della Camera, Laura Boldrini. Che, l’attivismo degli inquilini di Montecitorio, lo ha fatto addirittura raccogliere in un volume (“Cifre e fatti. L’attività della Camera dei deputati a 33 mesi dall’inizio della legislatura”). Con numeri e percentuali, per tracciare un bilancio di tre anni di attività parlamentare. Periodo nel quale, certificano i dati ufficiali presentati nel corso della cerimonia di saluto della Boldrini alla stampa parlamentare, l’Aula di Montecitorio si è riunita per un numero di sedute superiore rispetto allo stesso periodo della passata legislatura: 536 contro 423. Anche se in confronto ad essa la distribuzione delle ore tra le varie attività ha visto una flessione del tempo dedicato a quella legislativa ed un corrispondente aumento di quello impiegato per attività di indirizzo e controllo. Non solo: i dati presentati attestano anche il ricorso sfrenato ai decreti legge da parte del governo. Per non parlare di un altro record che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha ormai ipotecato: quello dei voti di fiducia. Ai quali l’esecutivo in carica si è affidato ben 34 volte da febbraio 2014, da quando cioè è entrato in carica al posto di Enrico Letta. Doppiato dal suo “rottamatore”, insieme persino a Silvio Berlusconi.

RISPONDERE PREGO – Numero di sedute a parte, sinora l’Aula si è riunita per un totale di 2.889 ore e 56 minuti, 694 ore in più rispetto alla passata legislatura (2.195 ore e 15 minuti). Di queste, 1.741 ore sono state dedicate all’attività legislativa,736 ore a quella di indirizzo e controllo. Mentre le restanti 364 sono state impiegate per altre attività. A confronto con lo stesso periodo della sedicesima legislatura, aumenta notevolmente il numero di interpellanze e interrogazioni, sia a risposta scritta sia orale. Le interpellanze passano da 945 a 1.196, di cui 833 concluse (69,65%) e 363 da svolgere; le interrogazioni a risposta orale da 1.424 a 1.892, di cui 1.241 concluse (65,59%) e 651 ancora da svolgere. Un vero e proprio boom è quello che fanno registrare, invece, le interrogazioni a risposta in commissione: erano 4.101 nello stesso periodo della precedente legislatura, sono 7.186 oggi, ma la maggioranza di queste (3.758) sono ancora da svolgere. Fanno registrare un segno più anche le interrogazioni a risposta scritta, cresciute da 10.586 a 11.392. Peccato però che, secondo i numeri del dossier, fino a questo momento la maggior parte degli interroganti sia rimasto a bocca asciutta, visto che ben 8.903 sono ancora senza risposta. Mentre quelle concluse sono 2.489 (21,85%). In definitiva, sono stati presentati 21.666 atti di sindacato ispettivo, ma solo 7.991 hanno visto il loro iter completato con una risposta (il 36,88%contro il 41,55% della XVI legislatura). Cresciuto anche il numero e la durata delle sedute delle 14 commissioni permanenti, riunitesi 11.066 volte per un totale di 6.096 ore contro le 10.322 volte della XVI, impegnata per 5.292 ore.

GOVERNO FAMELICO – Sempre secondo il dossier, nei primi 33 mesi di legislatura sono state finora approvate dalle due Camere 186 leggi: 74 di ratifica, 58 di conversione, 10 di bilancio, 3 collegate alla manovra di finanza pubblica, 6 europee (e di delegazione europea) e 35 di vario argomento. Ma l’aspetto più importante riguarda la fase dell’iniziativa. Da chi sono stati infatti proposti i provvedimenti? Ben 154 di quelli sinora approvati (l’82,7%) sono stati promossi dal governo, mentre soltanto 30 (il 16,1%) portano la firma di uno o più parlamentari e 2 sono i testi di iniziativa mista (l’1%). Un dato che fa il paio con il ricorso smodato ai decreti legge. Sono 69 quelli presentati dai due governi che si sono avvicendati nel corso dell’attuale legislatura: quello di Enrico Letta e quello di Matteo Renzi. Ma se il primo si è dovuto fermare a 25, complice il fatto di essere stato scalzato dall’ex sindaco di Firenze, quest’ultimo ha quasi raddoppiato i numeri del predecessore presentando finora 44 decreti legge. Di questi, 31 sono stati convertiti con modificazioni, dice il dossier presentato dalla presidente Boldrini, 2 sono stati convertiti tali e quali, 7 sono decaduti e 4 sono in corso di conversione.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Agenzia nazionale per i giovani: serve davvero (e a queste cifre)?

ANG_AgenziaIn Italia la disoccupazione giovanile ha sfondato, da un bel pezzo, il 40%. Vuol dire che più di 4 ragazzi su 10 sono a spasso. Non hanno un lavoro. I governi che si sono succeduti in questi anni hanno fatto poco per invertire la tendenza, indaffarati com’erano a sistemare i loro sodali all’interno di agenzie, enti, fondazioni e quant’altro. E proprio venerdì scorso, a due giorni dall’abbuffata natalizia, il Cdm ha nominato Giacomo D’Arrigo, 37 anni, vicepresidente della Fondazione Big Bang (quindi renziano dop) nuovo direttore generale dell’Agenzia nazionale per i giovani. Perché in Italia esiste un’Agenzia nazionale per i giovani. Eh sì, eh sì… Incarico da circa – perché non si sa mai che ti sbagli e dici che guadagna 10 euro in più se poi non è vero – 160mila euro l’anno. Ma cosa fa, di preciso, l’Agenzia nazionale per i giovani? Vediamo:

1. Promuove la cittadinanza attiva dei giovani, e in particolare la loro cittadinanza europea;
2. Sviluppa la solidarietà e promuove la tolleranza fra i giovani per rafforzare la coesione sociale;
3. Favorisce la conoscenza, la comprensione e l’integrazione culturale tra i giovani di Paesi diversi;
4. Contribuisce allo sviluppo della qualità dei sistemi di sostegno alle attività dei giovani ed allo sviluppo della capacità delle organizzazioni della società civile nel settore della gioventù;
5. Favorisce la cooperazione nel settore della gioventù a livello locale, nazionale ed europeo.

Inoltre, è segnalato sempre sul sito Internet dell’Agenzia, questa lavora per essere:

A. Un interlocutore aperto, serio e credibile nei confronti dei giovani e del mondo associativo impegnato nel settore della gioventù;
B. La principale interfaccia istituzionale, nelle materie di propria competenza, nelle relazioni con l’Unione Europea, le analoghe istituzioni degli altri Stati membri, altre organizzazioni internazionali quali ad esempio le Agenzie delle Nazioni Unite;
C. Un attore che promuove, stimola, facilita il dialogo tra il mondo giovanile, quello istituzionale e quello delle rappresentanze sociali;
D. Un motore di integrazione che opera per mettere in relazione soggetti istituzionali, sociali e d’impresa per aumentare l’offerta di opportunità ai giovani e l’efficacia delle azioni adottate singolarmente da ciascun soggetto.

Domando ai «giovani»: avete mai usufruito degli strumenti offerti da questa Agenzia? È normale che oggi, con la difficoltà che hanno i ragazzi di trovare un impiego (anche sottopagato), il dg si metta in tasca 160mila euro (circa) l’anno?

Dal vangelo secondo Matteo (Renzi)

matteo-renziNella lunga intervista rilasciata domenica 6 ottobre a “La Stampa”, Matteo Renzi è tornato a ribadire alcuni dei punti cardine del suo programma. Inutile negare il fatto che il sindaco di Firenze partirà in pole position nella corsa per la vittoria delle primarie del Pd che si svolgeranno il prossimo 8 dicembre. «L’Italia cambia verso» sarà il suo slogan. Vedremo se ciò accadrà realmente. Nel frattempo conviene appuntare sul taccuino 5 delle dichiarazioni rilasciate da “Matteo” al quotidiano torinese. Eccole:

1. «Sono pieno di difetti, dalla A di arroganza alla Z di zuzzurellone. Ma la A di ambizione mi sta bene. Perché avere l’ambizione grande di cambiare l’Italia non lo considero un difetto»;

2. «Bisogna toccare i diritti acquisiti. Chi percepisce pensioni d’oro su cui non ha versato tutti i contributi deve accettare che sulla parte “regalata” venga imposto un prelievo»;

3. «Letta sa che, con me segretario, il governo sarebbe più forte, non più debole»;

4. «Nel mio Pd andranno avanti i più bravi, non i più fedeli. Dichiarerò guerra alla mediocrità»;

5. «Come mi immagino da segretario? A piedi tra la gente e non in auto col lampeggiante. Un segretario deve farsi vedere in giro. È in campagna elettorale permanente».

Chi vivrà vedrà.

Twitter: @GiorgioVelardi

Inciucio horror picture show – da “Il Punto” del 25/01/2013

bersani-montiSu Repubblica del 30 dicembre 2012 Eugenio Scalfari sosteneva di non vedere grandi differenze fra l’Agenda Bersani e quella Monti. «Anzi non ne vedo quasi nessuna salvo alcune priorità e un diverso approccio alla redistribuzione del reddito e alle regole d’ingresso e di permanenza nel lavoro dei precari», scriveva. Parole che, circa un mese fa, sembravano opinabili. Le differenze fra i due programmi c’erano eccome. Bastava sfogliarli o leggere le dichiarazioni al vetriolo di certi «progressisti» e «moderati» per capire che un loro possibile apparentamento dopo le elezioni sarebbe stato difficile se non impossibile, vista anche la presenza di Vendola da una parte e Casini dall’altra.

E invece, a distanza di poche settimane, va dato a Scalfari quel che è di Scalfari. Negli ultimi giorni, infatti, il triste spettacolo regalato dalla campagna elettorale ha visto i due schieramenti tornare sui propri passi e seminare il terreno per l’inciucio. Ha cominciato Enrico Letta, vicesegretario del Partito democratico – lo stesso che il 18 novembre 2011, su un bigliettino immortalato dai fotografi della Camera, scriveva a Monti: «Quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno, sia ufficialmente che riservatamente» –, a gettare le basi: «Puntiamo a vincere le elezioni e dopo chiederemo al centro e ai montiani di sostenere il governo Bersani» (9 gennaio). Poi, in rapida carrellata, sono arrivati segnali più chiari. Gli ultimi due, inequivocabili, proprio da Bersani e Monti. Il primo, che il 30 novembre 2012 si diceva favorevole ad «alleggerire l’Imu sulla prima casa e affiancarla con un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari», ha fatto dietrofront. «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just», ha dichiarato “Pier” sette giorni fa, quindi «niente patrimoniale ma solo la tracciabilità fiscale» perché «abbiamo già l’Imu». Parole che non sono piaciute alla Cgil, tornata a sottolineare la necessità di un intervento simile («Bisogna ricongiungere la forbice applicando la regola fondamentale, prevista dalla Costituzione, che la tassazione è progressiva sul reddito delle persone», le parole di Susanna Camusso). I «moderati», si sa, di patrimoniale non vogliono sentir parlare, quindi meglio chiudere la proposta nel cassetto. E siccome nella vita e ancor di più nella politica non si fa mai niente per niente, il centrosinistra ha chiesto qualcosa in cambio. Così domenica scorsa, dalle colonne del Corriere della Sera, Monti ha addirittura aperto ad una possibile revisione della riforma Fornero, anche se «per ora non c’è alcun orientamento deciso».

Di più ha fatto Dagospia, che ha riportato i punti salienti di un recente incontro fra i due candidati premier. Secondo la testata diretta da Roberto D’Agostino, Bersani sarebbe disposto a lasciare al Professore mano libera su due ministeri chiave come Economia (viene da chiedersi che ne sarà della linea-Fassina) ed Esteri, mentre il presidente della Bce Mario Draghi risulterebbe – per entrambi – l’uomo giusto per il Quirinale. Indiscrezioni a parte, resta il fatto che l’accordo fra i due schieramenti dopo il voto sconfesserebbe le primarie del centrosinistra, che hanno visto votare milioni di persone. È a loro che il centrosinistra dovrebbe rendere conto di ciò. Ma con la politica che si fa in televisione e non nelle piazze tutto è diventato un terribile horror show.

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Caro Pd, attento a Grillo! – da “Il Punto” del 13/07/2012

”La gioiosa macchina da guerra” è tornata di colpo un’espressione attuale. Accostata al Partito democratico, che i sondaggi vedono in vantaggio in vista delle elezioni del 2013. Una battuta scherzosa che fu coniata da Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista Italiano e protagonista della “svolta” che portò alla nascita del Pds. Un colloquio, quello intercorso con uno dei principali attori della storia della sinistra italiana, che gli ha permesso di ragionare sul passato e di fare ipotesi sul futuro. Del centrosinistra, ma anche e soprattutto dell’Italia.

Onorevole, se “la gioiosa macchina da guerra” da lei guidata – e di cui recentemente ha negato l’esistenza: «Non c’è mai stata» – non ha superato i crash test, quella con a bordo Pier Luigi Bersani dovrebbe viaggiare spedita. Così non è. Cosa non va nel Pd?
«Il problema del Partito democratico risiede nel suo atto di origine. Si è dato vita ad una semplice fusione a freddo fra apparati, mentre bisognava partire da una costituente programmatica che determinasse una vera e propria contaminazione ideale e politica fra le diverse tradizioni: quella comunista, socialista, del Partito d’Azione e cattolica di sinistra, da cui è animata la società italiana. Soprattutto, andava e va ancora oggi superato il pregiudizio secondo il quale per definirsi liberal bisogna essere moderati: a mio avviso si può essere liberal e al tempo stesso radicali, nel senso alto del termine. Bisogna cioè andare nella direzione del mutamento dell’attuale modello di sviluppo e della finanziarizzazione dell’economia italiana ed europea, sostenendo con forza la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Uno dei punti cardine del programma della “svolta”, di cui non si è tenuto conto. Per fortuna, quando c’è una situazione di crisi, le idee giuste che vengono irrise ritornano a galla».

In molti hanno sottolineato l’esistenza di analogie fra il 1994 e il 2012. Lei invece le ha rigettate: perché?
«Credo che accomunare quanto accaduto diciotto anni fa con ciò che sta succedendo oggi sia una vera e propria idiozia. Nel 1994 eravamo alla fine della prima fase della storia della Repubblica: una situazione segnata dalla grave crisi dei partiti tradizionali, scomparsi sotto la mannaia di Mani pulite. Berlusconi riuscì, grazie ad un inganno mediatico, a presentarsi come “l’uomo nuovo” per il Paese, una figura che non aveva niente a che vedere con il passato. Ciò – come ben sappiamo – non era vero, perché il Cavaliere era figlio dei finanziamenti di Craxi. Il ’94 fu l’inizio di un arco storico che abbiamo definito “Berlusconismo”, che portò delle novità di tipo “dinamico”. Oggi siamo alla fine di questo arco, ma ci troviamo anche di fronte ad una prospettiva diversa, vuota. Credo quindi che coloro che facciano un paragone di questo tipo sbaglino, mettendo a confronto la notte con il giorno».

Casini ha aperto ad un’alleanza fra progressisti e moderati, Vendola ha chiesto che venga ricreato un centrosinistra forte che non escluda Di Pietro. Lei, che sostiene il governatore della Puglia, crede che alla fine si arriverà ad un punto di incontro oppure si darà vita ad una doppia alleanza – Pd e Udc contro Idv e Sel – che rischierebbe di provocare l’ennesima sconfitta?
«Le geometrie fatte a tavolino non tengono conto degli umori della società italiana. In questo Paese è in corso un distacco profondo dalla politica ufficiale, un malcontento che cresce e che rischia di andare esclusivamente nella direzione del voto di protesta. Il vero problema oggi non è quello di anteporre il gioco delle alleanze a tutto il resto, ma di concentrarsi sui programmi, di dire sulla base di quale progetto si vuole correre insieme. In uno scenario come quello che si sta disegnando ultimamente – cioè un centrosinistra dove ci sia solo il centro e non la sinistra – verrebbero a mancare valore e peso; la vera questione è far venir fuori dall’arco del centrosinistra idee capaci di intercettare il disagio e le aspirazioni del popolo italiano».

Parlava di «malcontento che cresce e che rischia di andare esclusivamente nella direzione del voto di protesta». Il pensiero corre a Beppe Grillo. Crede che ci sia la reale possibilità di veder trionfare il Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni?
«Qualora non ci fosse un atteggiamento come quello che ho descritto poc’anzi, il Movimento di Beppe Grillo potrebbe fare del male, intercettando il malcontento popolare.Si potrebbe creare una situazione in cui Pdl e Pd perdano voti rispetto alla popolazione, ma i democratici riuscirebbero comunque ad ottenere una vittoria “fragile”. In una situazione come quella attuale, in cui sono necessarie grandi scelte, Grillo potrebbe creare seri problemi a chi governa ».

«Consiglio a Bersani di mettere insieme tre o quattro idee forti attorno a cui chiamare a raccolta tutto il popolo del centrosinistra », ha detto lei. Se fosse il leader dei democrat, da dove partirebbe?
«Prima di tutto bisognerebbe essere in campo, io non lo sono più da tempo. Però, a mio avviso, bisognerebbe spiegare bene agli italiani il tema del rigore. Mi viene in mente Berlinguer, che fu il primo a parlare di austerità ma rimase inascoltato. Collegati a ciò ci sono altri due elementi: l’equità e la redistribuzione della ricchezza. In Europa e nel mondo abbiamo un aumento spaventoso della concentrazione della ricchezza in pochissime mani: si parla addirittura di trecento famiglie che possiedono più di tutto il resto della popolazione mondiale. L’altra faccia della medaglia è un aumento delle condizioni di povertà. Un reale mutamento del modello di sviluppo deve necessariamente passare attraverso l’amalgama di questi due elementi, uscendo dalla dittatura finanziaria delle banche».

Del Pd appare poco chiaro un aspetto: il partito aveva la possibilità di vincere le elezioni dopo la caduta di Berlusconi, ma ha scelto di appoggiare l’esecutivo tecnico di Monti. Lei come ha interpretato questa decisione?
«L’errore è stato commesso un anno prima, quando c’era la possibilità di sferrare il colpo finale e far cadere Berlusconi. Invece si è tergiversato, e in poco tempo siamo rimasti vittima di questo “folletto malizioso” che si chiama spread. Vincendo in quel momento si sarebbero potuti affrontare per tempo i problemi della crisi finanziaria. Nel momento in cui, pochi mesi fa, il Cavaliere ha rassegnato le dimissioni, non so neanche io cosa si potesse fare. Ci sono stati due/tre giorni di terrore, il ricorso a Monti era in quel momento necessario. Ciò che mi lascia perplessoè il fatto che dopo una prima fase di tamponamento si sia andati avanti con un ulteriore tamponamento: in questo modo l’organismo deperisce. Si sta continuando a scaricare sui “soliti noti” ciò che non va».

Massimo D’Alema ha parlato di Monti come di «un liberale con posizioni compatibili con il nostro orizzonte programmatico». Da chi ha alle spalle una storia come la sua, parole del genere sono suonate leggermente stonate. Crede che l’ex Commissario europeo possa essere il presidente del Consiglio ideale anche per la prossima legislatura?
«Evidentemente D’Alema conosce il vero orizzonte programmatico del Pd, cosa che sfugge ai più. Da quanto mi risulta ce ne sono almeno tre o quattro. L’eventuale rielezione di Monti non si può scindere dalla valutazione dei processi sul campo. Se andiamo avanti con l’attuale situazione di malcontento andremo incontro a forti tensioni sociali che renderanno difficile la sua ricollocazione al governo. Arriveremo ad un punto in cui la scelta tra un’ipotesi organica di centrosinistra – con una vera prospettiva di rinnovamento programmatico – ed il centrodestra diventerà inevitabile»

Matteo Renzi chiede la “rottamazione” dell’establishment del Partito Democratico: da Veltroni a Rosy Bindi, da Enrico Letta a D’Alema. Crede che quella del sindaco di Firenze sia una proposta a cui dare seguito?
«Ritengo che Renzi abbia ragione a proporre il mutamento di una classe politica che è lì da sempre e che non si smuove, qualsiasi cosa faccia. Il torto risiede però nel fatto di porre la questione soltanto in termini anagrafici. Lui più volte ha detto che “Tizio, Caio e Sempronio hanno fatto bene”, ma che “data l’età devono andarsene”. Io l’ho anticipato, mi sono “rottamato” molto prima. A parte ciò, credo che Renzi faccia meglio a dire dove si è sbagliato, e in quale direzione si deve andare. C’è un’altra cosa che non mi convince di lui: apprezzo che sia un liberal, ma ciò non vuol dire coniugare questa idea solo con il moderatismo. È possibile – e la tradizione italiana lo dimostra con i Salvemini, i Gobetti, i fratelli Rosselli – coniugare come ho detto prima la visione liberal con quella radical, di mutamento effettivo del modello sviluppo. E in questo senso, a differenza di Renzi, non si può stare con Marchionne».

Crede che Renzi abbia sbagliato partito?
«Ci sono due considerazioni da fare: Renzi ha sbagliato partito e il partito ha sbagliato se stesso, perché non è riuscito in quello che doveva essere il capolavoro di un partito democratico. Ovvero far sì che uomini onesti provenienti dalla tradizione cattolica potessero convivere in una sintesi più alta con quella socialista».

Berlusconi ieri e oggi. C’è chi consiglia al Cavaliere di fare «il padre nobile» del centrodestra, ma lui sembra non voler sentir parlare di pensionamento politico. Si aspetta l’ennesimo colpo di teatro, una nuova “discesa in campo” magari dopo aver ripulito il partito dai dissidenti?
«Berlusconi è un leone in gabbia che cerca il pertugio dal quale poter uscire. È ovvio che pensi ad un colpo di teatro. Bisogna però capire se lui aspiri a fare “il padre nobile” del Pdl – il che è legittimo – oppure stia cercando lo slancio per ritornare in sella come in passato. In questo senso, credo che la sua sia solo un’illusione».

Dove, a suo avviso, il Cavaliere ha fallito?
«Berlusconi ha commesso tre errori. Il primo: ha pensato di governare unendo forze eterogenee, una con vocazione nazionalista, l’altra scissionista; il secondo: i conflitti di interesse e le vicende private hanno preso il sopravvento su tutto il resto; quest’ultimo aspetto porta alla terza considerazione: la “repubblica dei cittadini” è stata sovrastata dagli interessi personali e di partito. Insomma, è stato tutto il contrario di tutto, cioè di quanto lui ha promesso nel 1994».

In un quadro come quello che abbiamo finora analizzato ci sono importanti riforme istituzionali da fare. Lo stallo sulla legge elettorale è imbarazzante: lei per quale tipo di sistema opterebbe?
«Se vengono messe avanti questioni che in questi pochi mesi non si possono realizzare, temo che si rischi di lasciare immutata la situazione, in cui c’è una vergogna che si chiama “Porcellum” che non permette ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Io dico che sarebbe più opportuno fare “meno ma meglio”: la necessità è quella di mettersi d’accordo per abolire l’attuale sistema. Se si guarda in prospettiva, invece, ritengo che il doppio turno alla francese sia la soluzione migliore».

Twitter: @GiorgioVelardi