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Matteo Renzi o no, questo Partito democratico non cambia

17027979877_f70256b8ee_bA leggere quanto è accaduto nella direzione del Pd di ieri si capisce perché stavolta Matteo Renzi abbia scelto di mettere da parte lo streaming. Quello andato in scena al Nazareno è stato uno scontro aspro, riassunto perfettamente dalla frase pronunciata dall’ex premier prendendo in prestito Guccini: “Ognuno vada dove vuole andare”.

Un avviso di sfratto bello e buono a chi non la pensa come lui, a cominciare da Orlando e Franceschini che spingono affinché il Pd esca dalla logica isolazionista nella quale l’ex sindaco di Firenze l’ha infilato. Ma questo clima da guerra dei Roses, arroventato dalla sconfitta alle Amministrative, dimostra come in 4 anni Renzi non sia riuscito a cambiare di una virgola un partito dentro al quale, nel 2013, Marianna Madia denunciava di aver visto “ipocrisia” e “opacità” ma anche “un sistema di piccole e mediocri filiere di potere che sono attaccate così al potere stesso da non volerlo cedere di un millimetro”.

Tutti infatti nel Pd vogliono contare più dell’altro, anche a costo di portare la macchina a sbattere (come accaduto ai tempi della mancata elezione di Prodi al Quirinale). “Matteo” è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Il problema non sono i Tar, ma i nostri politici (vedi alla voce “legge elettorale”)

AskingForHelpNelle ultime 24 ore il “dagli addosso al Tar” è diventato il nuovo sport nazionale, sapientemente praticato da Renzi&Franceschini in ottica elettorale. Ma in medio stat virtus, dicevano i latini. E se le leggi sono scritte male, a fronte di ricorsi vari la colpa non può certamente essere di chi le fa rispettare.

Perché nel Belpaese l’andazzo è questo: si scrivono norme pasticciate, confuse, buone per il presente. E se poi dopo qualche mese/anno non vanno più bene? Che problema c’è: le si cambiano, aggiungendo confusione a confusione. Prendete la legge elettorale. Per definire quanto è accaduto negli ultimi due anni, cioè da quando è stato approvato l’Italicum promosso da Matteo Renzi (maggio 2015), nessun altro aggettivo è adatto se non “sconcertante”. Non solo perché nessuno – a differenza di quanto andava dicendo l’allora segretario-premier – ce l’ha copiato; ma perché dopo l’intervento della Consulta, che l’ha dichiarato parzialmente incostituzionale, stiamo assistendo a un ridicolo balletto di veti incrociati e interessi di bottega.

Riassunto delle ultime due settimane. Il 16 maggio il presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, è stato costretto a ritirare il testo base (che estendeva l’Italicum al Senato) presentato 5 giorni prima. A chi non piaceva? Al Pd, di cui è segretario Renzi, quello che «l’Italicum ce lo copierà mezza Europa». Poi è arrivato il Rosatellum, un po’ proporzionale e un po’ maggioritario. Ma pure questo già non va più bene, perché nel frattempo Berlusconi ha detto che lui è favorevole al “tedesco” (proporzionale). Sistema che però – si vedano le simulazioni pubblicate oggi dal Corsera – garantirebbe una maggioranza solo con le larghe intese: Pd, Forza Italia e imprecisati “altri” nel primo caso; 5 Stelle, Lega e FdI nell’altro (ammesso che il partito della Meloni superi lo sbarramento del 5 per cento). 

Buona giornata (e tanti auguri).

Twitter: @GiorgioVelardi

Dai renziani ai Giovani Turchi fino alla corazzata di Franceschini. Ecco le correnti che agitano il Pd

PartitodemocraticoFranceschiniani, renziani, bersaniani, Giovani Turchi, Sinistra è cambiamento. E via discorrendo. È una galassia di anime sparse e tradizioni disparate, il Pd. Il cui principale problema, disse una volta l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “risiede nel suo atto di origine” visto che “si è dato vita ad una semplice fusione a freddo fra apparati”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E oggi, dopo la crisi di Governo scatenata dalla vittoria del No al referendum e le conseguenti dimissioni di Matteo Renzi, si misurano con il bilancino i pesi delle varie correnti, si sale e scende dal carro del vincitore – stavolta è toccato all’ex sindaco di Firenze, domani chissà – ci si divide sul da farsi. Chi vorrebbe le dimissioni di Renzi anche da segretario e chi no; chi pensa che “Matteo” debba restare comunque alla guida del Governo e chi invece glielo sconsiglia vivamente; chi vorrebbe andare subito a votare e chi intende addirittura arrivare fino alla fine della legislatura. In quest’ultimo caso con il chiaro intento di rottamare definitivamente l’uomo che della rottamazione ha fatto il suo cavallo di battaglia. Ma com’è composta la galassia dem? Ecco le 5 principali correnti che “agitano” il partito.

Franceschiniani (o Area Dem) – È la componente guidata dall’attuale ministro della Cultura ed ex segretario del partito, Dario Franceschini. Quella numericamente più forte in Parlamento, visto che al suo interno annovera un centinaio fra deputati (una settantina) e senatori (una trentina). Calcolatrice alla mano, circa un quarto dell’intera pattuglia parlamentare. Di Area Dem fanno parte molti esponenti di spicco del Pd, a cominciare dai due capigruppo a Montecitorio e Palazzo Madama, Ettore Rosato e Luigi Zanda, ma anche la vicepresidente della Camera Marina Sereni e l’ex sindaco di Torino Piero Fassino (che non è parlamentare). E che dire di Francesco Saverio Garofani? Pure lui “franceschiniano”, il 21 luglio 2015 è diventato presidente della commissione Difesa della Camera subentrando ad Elio Vito (Forza Italia). Nella lunga lista figurano anche la vicesegretaria dem Debora Seracchiani, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, i sottosegretari Pier Paolo Baretta, Antonello Giacomelli, Gianclaudio Bressa e Luigi Bobba. Più i componenti della segreteria Francesca Puglisi (Scuola), Emanuele Fiano (Riforme) e Chiara Braga (Ambiente). Ultima, ma non meno importante, “Lady Pesc” Federica Mogherini. Cosa vogliono i franceschiniani? L’ha chiarito Zanda non più tardi di tre giorni fa: “La maggioranza va ricercata con l’obiettivo di proseguire fino alla naturale conclusione della legislatura”. 

Renziani (o Giglio magico) – La pattuglia dei renziani che fa capo al premier dimissionario è meno numerosa rispetto a quella dei franceschiniani, visto che le candidature per le liste delle Politiche 2013 furono gestite dai bersaniani, molti dei quali convertitisi al credo di “Matteo”. I cosiddetti “renziani doc” sono una sessantina, la quasi totalità dei quali siede alla Camera (50). I nomi più noti sono quello della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, del “Gianni Letta di Renzi”, cioè il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, e dell’altro vicesegretario dem Lorenzo Guerini. Più Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd anche noto come “Bonitaxi”: è stato l’autista di uno dei camper con cui nel 2012 Renzi ha girato l’Italia in cerca di consensi. Ma non va dimenticato nemmeno Ernesto Carbone, il deputato che prestò a Renzi la Smart blu con la quale il 13 febbraio 2014 l’allora segretario dem si recò a Palazzo Chigi per incontrare Enrico Letta prima della sua defenestrazione. E gli altri? Nel “giglio magico” ci sono anche il commissario alla spending review Yoram Gutgeld, il ministro dei Trasporti Graziano Delrio e quello degli Esteri Paolo Gentiloni, i sottosegretari Davide Faraone, Ivan Scalfarotto e Angelo Rughetti, l’europarlamentare Simona Bonafè, il presidente della commissione Istruzione e Cultura del Senato Andrea Marcucci, il responsabile Giustizia della segreteria David Ermini, la senatrice Rosa Maria Di Giorgi, i deputati Matteo Richetti, Lorenza Bonaccorsi, Roberto Giachetti ed Edoardo Fanucci. Infine, ecco spuntare quello che bonariamente Dagospia ha definito “il Sancho Panza” di Renzi, ovvero il sindaco di Firenze Dario Nardella. Qual è la linea dei renziani? Tornare al voto il prima possibile. Punto.

Giovani Turchi (o Rifare l’Italia) – Alle ultime primarie, quelle vinte da Renzi nel 2013, appoggiarono Gianni Cuperlo. Poi sono entrati in maggioranza, salvo prepararsi adesso a tenere le mani libere: non si sa mai. I leader di questa corrente, che in Parlamento conta una cinquantina di adepti, sono il ministro della Giustizia Andrea Orlando (la cui aspirazione, dicono, è quella di candidarsi al prossimo congresso) e il presidente del partito Matteo Orfini, ex dalemiano. Gli altri nomi: i senatori Francesco Verducci e Stefano Esposito (ex assessore ai Trasporti della giunta Marino), le deputate Giuditta Pini, Valentina Paris e Chiara Gribaudo e i deputati Khalid Chaouki, Antonio Misiani e Fausto Raciti (segretario del Pd siciliano). Orizzonte: “La legislatura è finita, senza nuovi accordi resta solo il voto”, ha detto ieri Orfini.

Bersaniani (o Area riformista) – È quella che, semplificando, viene chiamata “minoranza dem”. Ne fanno parte l’ex segretario Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, l’ex capogruppo alla Camera che il 15 aprile 2015 si dimise in polemica con la decisione del Governo di porre la fiducia sulla legge elettorale, l’Italicum. Ma il fronte dei “bersaniani”, che in questi anni ha perso per strada qualche pezzo ma che può ancora contare su una sessantina fra deputati e senatori, è formato pure da Davide Zoggia, Nico Stumpo, Miguel Gotor, Danilo Leva, l’ex segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani e l’ex ministro dell’Istruzione del Governo Letta Maria Chiara Carrozza. “Bisogna rimettere il Paese su binari normali: si vota nel 2018 e il congresso del Pd si celebra a fine 2017”, ha spiegato Bersani. Per loro, dunque, la linea è questa.

Sinistra è cambiamento – Nata “per unire e non per dividere” e “per raccogliere fino in fondo la sfida di Governo e di cambiamento che tutti i democratici hanno di fronte”: così recita il sito della corrente che ha come esponente di spicco il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e che ha preso forma dopo l’approvazione dell’Italicum, schierandosi a favore del Sì al referendum. È l’ala dialogante col Governo al cui interno figurano molti ex Ds, fra i quali Cesare Damiano. Ma non solo. Ci sono, per esempio, i sottosegretaria Paola De Micheli (già lettiana) e Luciano Pizzetti e i deputati Matteo Mauri e Micaela Campana. La loro è una posizione “attendista”. “Personalmente auspico un governo che faccia una legge elettorale: senza una che sia coerente tra Camera e Senato non si può votare”, le parole di Damiano.   

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 10 dicembre 2016 per La Notizia