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Archivi - giugno, 2011



Una delle conseguenze peggiori della crisi economica mondiale è stato il licenziamento di milioni di lavoratori in tutto il mondo. Un universo finora esente da questo trattamento è quello del calcio, anche se le cose sembrano essere in procinto di cambiare.

Ad inaugurare la figura del “tagliatore di calciatori” (o “di gambe“, come qualcuno lo ha ironicamente definito) è il Manchester City dell’italianissimo Roberto Mancini. Non riuscendo a “piazzare” alcuni giocatori, i Citizens hanno assoldato l’ex presidente del Blackburn John Williams, che dovrà cedere in un solo colpo Adebayor, Bellamy, Bridge, Jo, Whright-Philips e Santa Cruz.

Tempi duri, anche per il pallone.






Concordano tutti, a destra e a sinistra. Perché i nostri bravi (?) politici si attaccano su tutto ma, quando ci sono da tutelare i loro affari e la loro privacy, sono tutti di nuovo amici. Quello che sta accadendo in questi giorni con lo scandalo P4, al di la del rilievo penale o meno delle intercettazioni che vedono coinvolto Luigi Bisignani e mezzo Governo (più altri illustri esponenti dell’economia e dell’imprenditoria nostrana) è un altro durissimo colpo alla moralità di una classe politica ormai imputridita. E come si risolve la questione? Ritirando fuori la legge sulle intercettazioni. Anzi no, meglio: si fa un decreto legge apposito, perché il “problema” va risolto il prima possibile.

Come al solito, nel mare magnum delle dichiarazioni di ministri, sottosegretari e compagnia, ci sono errori e lacune evidenti. Nella giornata di giovedì 23 giugno, in aula, il ministro della Giustizia Alfano ha dichiarato che “le intercettazioni che leggiamo sui giornali sono anche divertenti, ma non hanno niente di penalmente rilevante e non sono gratis per il sistema”. Ci costano un miliardo di euro, è vero, tanto quanto spendiamo per bombardare il paese di un dittatore a cui fino a pochi mesi fa baciavamo la mano. Ma questa è un’altra storia. Tornando alle lacune, qualcuno dimentica che c’è un articolo della Costituzione, il num. 18, che vieta le forme di associazionismo segreto, e che per questo motivo recita:

I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere”.

E la P4 non era certo un’associazione che operava alla luce del sole. Ancora: sempre quel qualcuno ha rimosso il fatto che nel 1982, dopo lo scandalo della Loggia P2, furono varati una serie di provvedimenti, fra cui la legge 17/1982, che in un passaggio dice:

Si considerano associazioni segrete, come tali vietate dall’art. 18 della Costituzione, quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali ovvero rendendo sconosciuti, in tutto od in parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale”.

Non credo che ci sia il bisogno di spiegare quello che la legge dice, visto che é assai chiaro. Ecco, ma allora viene da domandarsi: quando Bisignani (che nel 1993, quando era direttore generale delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi, venne arrestato per la maxi tangente Enimont e poi condannato a 2 anni e otto mesi di reclusione) chiama Berlusconi, Gianni Letta, Frattini, Stefania Prestigiacomo, la Gelmini (e la lista è ancora lunga), con quale ruolo istituzionale lo fa? La risposta é la più semplice di tutte: nessuno. Perché questo 58enne ex giornalista, ex piduista, ex tutto, non ha nessuna qualifica. Ma ha i numeri di telefono di tutti. Parla anche con l’a.d. di Eni Scaroni (altro con la fedina penale poco pulita, ma oggi in Italia se non hai commesso qualche reato la poltrona non te la danno) e con l’ex direttore generale della Rai Mauro Masi a cui dispensa consigli sulle rimozioni o meno dei conduttori e dei giornalisti. Gli indica persino chi debba condurre il Festival di Sanremo.

Finiamola quindi di dire che è tutto apposto e che non c’é nulla di penalmente rilevante. E la smettessero anche a sinistra, perché se pure D’Alema e Di Pietro sono sulla stessa lunghezza d’onda, allora qui possiamo fare le valigie e andare all’estero. Chiudo (ahimè) con una frase di Licio Gelli: “Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media”. Parole sante, purtroppo.






Fra il pollice verso di Bossi, e il volto tirato di Maroni, il popolo della Lega Nord si radunerà domani a Pontida. Un periodo difficile per le migliaia di camicie verdi, che vedono il loro partito sempre più schiacciato da un alleato inconcludente e, agli occhi dell’opinione pubblica, ormai screditato.

Parlerà solo Bossi, e questa è già una notizia. Come a dire: le voci dei dissidenti presenti all’interno del partito (vedi governatore del Veneto Zaia, che ha votato 4 “Sì” ai referendum) non devono gettare altra benzina su un fuoco già ben acceso. Molto probabilmente si consumerà uno strappo con l’alleato di sempre, quel Berlusconi che fino a ieri si professava tranquillo ma che, in cuor suo, sa già di avere i giorni contati. Se Calderoli ha parlato di “sberle” (riferendosi alle due sconfitte subite alle amministrative e ai referendum), Bossi e Maroni sono molto più delusi dal mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati con il Pdl nel 2008. I 7 punti del programma di governo sono rimasti solo ed esclusivamente sulla carta: niente federalismo, quindi, niente aiuto alle famiglie e ai giovani, niente riforma fiscale e niente aiuti per il Sud (questo forse ai leghisti interessa meno). Niente di niente. Ecco quindi che l’elettorato dei lumbard mugugna e, appena ne ha il modo, fa capire alla nomenclatura la sua stanchezza. Se ai referendum è andato a votare il 20%  dei sostenitori del Popolo della Libertà, i leghisti accorsi alle urne hanno toccato quota 50% (uno su due), dato che avrà fatto sobbalzare sulla sedia Bossi, il quale aveva invitato tutti a rimanere a casa. Non dimentichiamoci poi la perdita di Milano, dopo diciotto anni di governo di centro-destra, vista la vittoria di Pisapia alle amministrative.

La Lega chiede riforme, un taglio netto per le spese delle missioni in cui i nostri soldati sono impegnati (specialmente quella in Libia), più “cattiveria” sulla questione sbarchi clandestini, e il federalismo. Ma siamo fuori tempo massimo, come già ampiamente sottolineato da alcuni illustri analisti. In tre anni di governo si poteva (e si doveva) fare molto, ma non si è fatto praticamente nulla. Tremonti potrebbe essere la soluzione per un governo tecnico utile a fare la riforma fiscale e cambiare la legge elettorale, ma gli attriti con Maroni delle ultime settimane fanno pensare che anche l’inquilino di Via XX Settembre sia arrivato ai ferri corti con l’establishment leghista. Cisl e Uil hanno avvisato il Governo (“Giù le tasse, oppure si va al voto“), mente l’agenzia Moody’s ha fatto sapere che potrebbe tagliare il rating ai titoli di Stato. Domani, dalle parole di Bossi, ne sapremo sicuramente di più. E chissà che stavolta la sberla, quella vera, non la dia proprio l’”amico” Umberto a Silvio in persona.






articolo a cura di Maurizio Morri

Il 13 giugno 2011 potrà diventare una data da ricordare nella storia italiana: per la prima volta, dal 1995, una consultazione referendaria ha superato il quorum. Oggi, il popolo italiano ha deciso che l’Italia rinuncerà per i prossimi cinque anni a privatizzare il servizio di distribuzione dell’acqua, a legiferare su un piano di sviluppo energetico che includa l’energia nucleare tra le fonti sfruttabili, e ha sancito il non diritto del Presidente del Consiglio e dei Ministri del Governo a non presentarsi ad udienze giudiziarie sfruttando il “legittimo” impedimento derivato dalle loro funzioni pubbliche. In questa giornata, ovviamente, il primo dato positivo che salta all’occhio è il ritorno alle urne della maggioranza degli italiani (57%). Dato che, se inserito in un contesto di generale disinteresse e disprezzo della cosa pubblica, fa sperare che questa tendenza di disamore si sia, possiamo dire finalmente, interrotta.

Per quanto riguarda il quesito referendario sul legittimo impedimento c’è poco da dire, basta entrare nelle aule di tribunale e leggere la scritta che campeggia, talvolta ironicamente in Italia, dietro la sedia del giudice: “La legge è uguale per tutti”, anche per il Presidente del Consiglio e altre figure politiche.

Su gli altri tre quesiti referendari è, a mio avviso, necessaria una riflessione più profonda. Il livello di discussione su questi quesiti è stato, secondo me, una pagina dell’ennesimo squallore italiano. Entrambi gli schieramenti, i sostenitori del “” e quelli del “No“, hanno basato la loro campagna referendaria su argomenti trattati in maniera superficiale e colpevolmente lacunosa. Per quanto riguarda i referendum sull’acqua, forse questa mancanza di informazioni è stata meno evidente; sul referendum riguardante il nucleare, banalità penso sia la parola che meglio descriva la discussione proposta ai cittadini italiani.

Da una parte si è susseguita un’alternanza di immagini di bambini deformi di Chernobyl e mamme col Geyger di Fukushima; si è demonizzato il  nucleare come la forma più pericolosa e dannosa di produzione di energia e si è terrorizzata l’opinione pubblica italiana con l’idea dell’imminente olocausto nucleare. Dall’altra parte, il fronte del no non ha saputo controbattere con un argomento scientificamente valido che dimostrasse quanto in realtà l’energia nucleare non sia di per se un diabulus in terrae. Chi scrive è un antinuclearista razionale. Non penso all’energia nucleare come la causa della fine del mondo, ma credo che in un mondo che continua a basarsi su un sistema economico di crescita continua e sfruttamento totale di masse e risorse, l’energia atomica sia una naturale conseguenza. Mi sarei aspettato che chi ha così lottato per il fronte del “” approfittasse dell’occasione per discutere anche di quello che credo sia il problema fondamentale: il nostro fabbisogno energetico è inutilmente alto. Un modello di vita generalizzato meno esoso dal punto di vista energetico è, a mio avviso, l’unica vera soluzione: una moratoria italiana sul nucleare, oltre al fatto di non essere di alcun peso a livello internazionale, non risolve e non affronta il vero problema, ovvero come produrre energia per soddisfare il sempre crescente fabbisogno.

È da dire certamente che il programma nucleare presentato dal governo era di una evidente ridicolaggine. Usare centrali dismesse dal governo francese non è di certo un modo di guardare al futuro, sia dal punto di vista dello sviluppo che da quello della sicurezza. Fatto sta che in un paese civile un cittadino di cultura media si aspetterebbe che il livello di discussione su argomenti così importanti si basasse su tesi ed antitesi più profonde; si è messo in discussione il sistema energetico italiano, ma non si è affatto messa in discussione la società che genera questo modello di sviluppo energetico. Il risultato finale, che personalmente condivido, è stato quello di dare un’ulteriore spallata ad un governo nel quale non mi riconosco e che oggettivamente non ha prodotto niente di economicamente e socialmente valido; ma, a livello personale, ho l’amaro in bocca per l’occasione mancata di discussione, di vera discussione, e la generale sfiducia per il livello di comprensione del popolo italiano dimostrata dai due schieramenti referendari è tanta.

Speriamo, con uno sguardo speranzoso, che questo sia solo l’inizio di un cambiamento più radicale, che porti il popolo italiano ad esprimersi sempre più spesso e sempre più numeroso quando chiamato alle urne, ma soprattutto più informato e meno emotivamente spinto.






Ieri sera, come tutti sapete, c’è stato il non addio Santoro alla Rai. Non l’addio, badate bene, ma il non addio. Perchè i tanti che pensavano di aver messo una pietra sopra a quell’Annozero che provoca molti pruriti a Berlusconi (e non solo), si sono dovuti ricredere quando il Michelone nazionale ha annunciato la sua intenzione di voler continuare a portare avanti la trasmissione, con il consenso dell’azienda (anche se oggi, fra la risposta di Garimberti alla proposta del conduttore e la replica dello stesso sembra essere arrivati davvero ai saluti), percependo un euro a puntata (vedi qui).

Bravo, Santoro, che ottimo professionista che sei: lavoreresti al costo di un caffè! Al servizio pubblico, però, il suo addio non è costato poco. Facciamo due conti: fra TFR, “scivolo” di 24 mesi, chiusura del contenzioso legale e ferie arretrate Santoro percepirà da Viale Mazzini la “modica” cifra di due milioni e 300mila euro (come dipendente Rai aveva uno stipendio di 662mila euro annui). “Ogni puntata di Annozero porta nelle casse mezze vuote dell’azienda un milione e mezzo di euro in pubblicità“, direte voi. Giusto, per carità.

Ma Santoro, che da abile giornalista d’inchiesta qual è conosce anche il numero di cronisti precari che ci sono in Italia (se non lo sa glielo dico io: 24.000, e molti di loro lavorano senza tutela e alcun contratto), non facesse lo sterile demagogo. Lavorare per un euro a puntata? Lo andasse a dire a tutti quei ragazzi che non hanno la fortuna di operare ai suoi livelli e mettono in tasca cinque centesimi per ogni riga di articolo che scrivono. E che, sicuramente, non arriveranno mai a guadagnare quello che lui ha percepito con questo fantasmagorico addio.






Domenica 12 e lunedì 13 giugno gli italiani saranno nuovamente chiamati alle urne. Messe da parte le elezioni amministrative, questa volta si vota per i quattro referendum promossi da associazioni e partiti politici. Dal nucleare al legittimo impedimento, passando attraverso i due quesiti che riguardano la privatizzazione dell’acqua, vediamo nel dettaglio cosa chiedono i promotori delle consultazioni e le modalità con cui gli elettori dovranno esprimere le loro preferenze.

REFERENDUM ABROGATIVI – In tutti e quattro i casi si tratta di referendum abrogativi che, previsti dall’art. 75 della nostra Costituzione, prevedono l’annullamento di una legge esistente. Perché ciò accada devono recarsi alle urne il 50% + 1 degli aventi diritto, altrimenti la consultazione si concluderà con un nulla di fatto e le leggi in vigore saranno confermate. I seggi saranno aperti dalle ore 8.00 alle ore 22.00 di domenica, e dalle ore 7.00 alle ore 15.00 di lunedì 13 giugno. Per votare occorre presentare un documento di identità e la tessera elettorale. A ciascun elettore saranno consegnate quattro schede, ma ognuno può scegliere di non esprimere il proprio parere su uno dei quesiti proposti.

SERVIZI DI FORNITURA DELL’ACQUA AI PRIVATI – Al primo quesito, dal titolo “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”, è associata la scheda di colore rosso. Il referendum, promosso dal “Forum Italiano dei movimenti per l’acqua”, prevede l’abrogazione dell’art. 23 bis del decreto legge 112/2008 (“Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria”), meglio conosciuto come decreto Ronchi. Il provvedimento stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati – attraverso gara – o a società a capitale misto pubblico-privato. Nel secondo caso, il privato deve essere sempre scelto attraverso una gara e deve detenere almeno il 40% del capitale in questione. Votando “” ci si dichiara contrari a quanto affermato dal decreto, mentre barrando la casella del “no” si da ragione a chi afferma che l’acqua non viene privatizzata ma solo gestita meglio, visto che il dissesto idrico costa ogni anno agli italiani circa 2 miliardi di euro.

TARIFFE DEL SERVIZIO IDRICO – Il secondo quesito referendario (“Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”) riguarda nuovamente l’acqua. In questo caso la scheda è di colore giallo. I promotori del referendum chiedono l’abrogazione del comma 1 dell’art. 154 del cosiddetto Codice dell’Ambiente, che stabilisce la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua e il cui importo prevede anche la remunerazione per il capitale investito dal gestore. A quest’ultimo spetterebbero infatti profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% della cifra investita senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. In caso di vittoria del “” la tariffa non potrà prevedere tale quota, quindi i gestori non potranno acquisire un profitto garantito sulla tariffa stessa. Se la maggioranza degli elettori sceglierà il “no”, si creeranno condizioni favorevoli ai privati per l’ingresso nel settore.

NUCLEARE – Alla scheda di colore grigio è affidato il quesito più discusso nella rotta di avvicinamento al 12 e 13 giugno, promosso dall’Italia dei Valori e da alcune associazioni ambientaliste. Stiamo parlando del nucleare e della possibilità che in futuro, nel nostro paese, vengano costruite nuove centrali. Il dibattito è diventato rovente dopo il disastro di Fukushima, in Giappone, a seguito del terremoto che ha colpito il paese asiatico nel marzo scorso. Nell’art. 5 (“Sospensione dell’efficacia di disposizioni del decreto legislativo num. 31 del 2010”) del decreto legge n. 34/2011, il governo Berlusconi ha incluso una moratoria di un anno sull’avvio del programma nucleare. “Se fossimo andati oggi a quel referendum – ha dichiarato il Premier – il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni a venire. Siamo convinti che questo sia un destino ineluttabile”. Un successivo emendamento contenuto nel decreto omnibus, che intendeva abrogare numerose disposizioni fra cui quelle relative alla realizzazione di nuove centrali, non ha indotto la Cassazione ad invalidare il quesito, che si svolgerà regolarmente. In Europa la Germania e la Svizzera hanno già varato un piano che prevede la chiusura delle centrali ancora in attività. La cancelliera Merkel, nel giorni scorsi, ha annunciato che entro il 2022 saranno chiuse tutte quelle presenti sul suolo tedesco, mentre il ministro dell’ambiente Roettgen ha specificato che non sono presenti clausole di revisione sulla decisione. In Svizzera, invece, le cinque centrali saranno chiuse entro il 2034. Nel nostro paese, con un referendum consultivo, la Sardegna ha già detto no alla costruzione di nuovi impianti. Chi sceglierà di votare “” accetterà che venga impedita la progettazione, la localizzazione e la costruzione di nuove centrali, mentre per il “no” si esprimeranno coloro che sono favorevoli all’apertura delle stesse.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO – L’altro quesito promosso dal partito di Antonio Di Pietro è quello sul legittimo impedimento (scheda di colore verde). Il referendum chiede l’abrogazione di alcune norme della legge n. 51/2010, secondo cui il presidente del Consiglio e i ministri possono invocare il legittimo impedimento a comparire in un’udienza penale, qualora imputati, in caso di concomitante esercizio di attività essenziali alle funzioni di Governo. I promotori del referendum chiedono che della legge, dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte con sentenza del 13 gennaio scorso, vengano abrogati l’art. 1, 2, 3, 5 e 6. Votando “” ci si dichiara favorevoli al principio secondo cui il Premier e i ministri non devono anteporre l’esercizio delle loro funzioni alle esigenze di giustizia che li riguardano; esprimendosi per il “no”, al contrario, l’istituto resta in vigore.

QUESTIONE POLITICA – Dopo la pesante sconfitta alle elezioni amministrative, quello dei referendum diventa per la maggioranza un serio banco di prova. Di questo, almeno, sono convinte le opposizioni, anche se venerdì scorso lo stesso Berlusconi ha fatto sapere che l’esito del referendum non ha nulla a che vedere con il governo. Il Presidente del Consiglio ha definito i 4 quesiti “inutili”, senza quindi dare indicazioni di voto. Il Partito Democratico, l’Idv e le altre forze di centro-sinistra invitano tutti i cittadini a recarsi alle urne per dire quattro volte “”, mentre in un’intervista al “Corriere della Sera” il leader dell’Udc Casini ha dichiarato che voterà “” al quesito sul legittimo impedimento e “no” a quelli sulla privatizzazione dell’acqua. Sul nucleare, ha concluso il leader centrista, il suo partito lascerà che gli elettori si esprimano liberamente.