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Archivi - febbraio, 2017



Angelino_AlfanoPorte chiuse. Anzi, serrate. Dentro Forza Italia proprio non ne vogliono sapere di ricucire con Angelino Alfano. Il ministro degli Esteri e leader di Ncd ha lanciato l’ennesimo messaggio ai suoi ex compagni di viaggio, quelli cioè che hanno condiviso con lui la parabola del Pdl. “Esiste un importante spazio per idee e movimenti politici di impronta liberale e popolare, moderata e riformatrice” ed “esiste tra il Partito democratico e la Lega”, ha scritto Alfano in una lettera inviata al Corriere. Insomma: l’ex delfino di Berlusconi auspica un rassemblement dei moderati. “Un’occasione per Forza Italia – l’ha definita – per riavvolgere il nastro e non annegare irreversibilmente la propria vocazione riformista nel mare del populismo anti europeo e anti euro”. Tradotto: mollate Lega e Fratelli d’Italia e ricuciamo.

Solo il capogruppo azzurro a Palazzo Madama, Paolo Romani, ha commentato ufficialmente l’uscita del ministro. “Mentre si pone il problema della creazione e della collocazione strategica di un polo moderato e liberale”, ha spiegato all’Adnkronos, “notiamo che il baricentro di Ncd si è spostato nell’area renziana, tant’è che Alfano voleva convincerci a votare a febbraio come chiedeva l’allora premier”.

Meglio soli – Un messaggio inequivocabile. Ma gli altri cosa ne pensano? “In questi anni si sono combattute battaglie, penso a quelle sulla riforma costituzionale e sulle unioni civili, che hanno visto Alfano sempre schierato dalla parte di Renzi”, ricorda a La Notizia Lucio Malan. “Lui ci chiede di scegliere da che parte stare? Non credo ci siano grossi dubbi… Forse il ministro avrebbe dovuto pensarci prima: le scelte sbagliate prima o poi si pagano”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Francesco Paolo Sisto. “La coerenza e la fedeltà a Berlusconi sono i due valori fondanti di Fi – dice –. Alfano tiene due piedi in una scarpa, il fatto che il suo appello arrivi a ridosso di possibili elezioni è a dir poco singolare”. La coalizione, chiarisce Sisto, “è formata da noi, Lega e Fratelli d’Italia: qualsiasi operazione di disturbo deve essere valutata con attenzione, soprattutto se riguarda chi ha contribuito a ‘far fuori’ politicamente il nostro leader e continua senza pentimento a dare appoggio al Governo e ad amministrazioni locali di sinistra che ci vedono all’opposizione”.

Spazi stretti – Per il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, si tratta di “una prospettiva che non esiste, viste anche le pregiudiziali che Alfano ha nei confronti di Salvini e Meloni”. E anche Nunzia De Girolamo, tornata in Forza Italia dopo un passaggio in Ncd, chiarisce: “Non vedo perché dovremmo creare un altro contenitore in un quadro già frammentato”, e poi “i presunti partiti a cui fa riferimento il ministro degli Esteri non hanno i numeri per vincere”. Certo, “bisogna essere il più inclusivi possibile, ma non è certo mettendo dei veti che si costruisce l’alternativa”. “Alfano non pensi di poterci dividere, semmai rifletta definitivamente su cosa fare”, chiosa il deputato umbro Pietro Laffranco: “Il Centrodestra deve unirsi, gli egoismi non sarebbero compresi dagli elettori che ci vogliono coesi, come hanno dimostrato penalizzandoci proprio sulla base del nostro grado di compattezza”. Caustica Daniela Santanché. “Alfano ha fatto ben capire che è alla ricerca di un posto di lavoro”, il tweet condito dall’hashtag #staisolo. Il rischio, del resto, è proprio quello.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 25 febbraio 2017 per La Notizia






ministro_ORLANDO_0Andrea Orlando gioca per vincere. “Arriverò primo e dico al secondo e al terzo: non vi preoccupate perché non sarò il capo della mia corrente ma il segretario del Pd”, sono state le parole pronunciate ieri dal ministro della Giustizia al circolo Pd Marconi, dove ha lanciato ufficialmente la sua candidatura alla segreteria. Ora però la domanda sorge spontanea: con i renziani pronti da tempo alla battaglia congressuale e col governatore della Puglia Michele Emiliano che sta organizzando le truppe, chi sosterrà la corsa del “silenzioso” Andrea?

I nomi, a dire il vero, sono già molti. Anche perché, come ha spiegato a La Notizia un parlamentare dem che conosce bene il Guardasigilli, “Renzi è popolare fra la gente” ma “bisogna vedere se dopo quello che è successo il 4 dicembre ha ancora i numeri dentro al partito”. I primi endorsement per Orlando sono parecchio “pesanti”, visto che arrivano dal governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti (“Dobbiamo cambiare il partito e serve un segretario che unisca”, ha scritto su Facebook), e da Goffredo Bettini, già stratega della candidatura di Rutelli e braccio destro di Veltroni. “Tradito” dall’altro leader dei Giovani Turchi Matteo Orfini, il numero uno di via Arenula può comunque contare su buona parte dei componenti della corrente che guida.

Turchi in movimento – A cominciare dall’ex assessore ai Trasporti del Comune di Roma Stefano Esposito e dall’ex tesoriere del partito Antonio Misiani, passando per Valeria Valente (candidata a sindaco di Napoli alle ultime amministrative) e Daniele Marantelli. Senza dimenticare la sottosegretaria all’Ambiente Silvia Velo, il vicepresidente della commissione Agricoltura di Montecitorio Massimo Fiorio, Anna Rossomando, Antonio Boccuzzi e Michele Bordo, quest’ultimo presidente della commissione per le Politiche Ue della Camera. Ma non solo. A sostegno del ministro si sono infatti già schierati anche Michele MetaMarco Miccoli, Anna Giacobbe (deputata ligure ed ex segretaria della Cgil regionale) e Massimiliano Valeriani, capogruppo dem nel Consiglio regionale del Lazio.

Senza alternativa – Secondo quanto hanno riferito a La Notizia fonti interna al Pd, inoltre, anche la sottosegretaria all’Economia Paola De Micheli – già lettiana – sembra intenzionata a schierarsi con Orlando. Così come Gianni Cuperlo e Andrea De Maria, che hanno convocato un’assemblea per il 4 marzo ma che di fatto, vista anche la posizione di Cesare Damiano (schierato col Guardasigilli), non hanno altra scelta se non quella di sposare la causa di “Andrea”. Stessa cosa faranno anche l’ex ministra Barbara Pollastrini e le deputate Liliana Ventricelli ed Elisa Simoni. Molti si chiedono poi se e quando arriverà l’endorsement più pesante, quello di Giorgio Napolitano, che il 16 dicembre scorso ha passeggiato a braccetto nel salone Garibaldi del Senato proprio con Orlando. Vedremo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 24 febbraio 2017 per La Notizia






photolenta_big_photoLi vuole tutti, e li vuole subito. Senza perdere altro tempo. Silvio Berlusconi ha deciso di passare all’incasso, puntando a stanare una volta per sempre i tanti “morosi” di Forza Italia. Tutto vero. Dentro al partito azzurro infatti sono parecchi quelli che nel corso degli ultimi anni non hanno messo mano al portafogli e versato gli importi dovuti a titolo di contributo. Soldi che servono per sostenere le attività del partito. Ma non solo. Ecco perché adesso il Cavaliere ha deciso di lanciare un vero e proprio aut aut: o pagate o siete fuori. Il messaggio è arrivato ai diretti interessati con una lettera, partita dopo l’ultima riunione del comitato di presidenza (di cui fanno parte alcuni pezzi da novanta come Carfagna e Gelmini) e firmata da Alfredo Messina, che dalla metà del 2016 ha preso il posto di Mariarosaria Rossi come tesoriere.

“Siamo ormai sotto il livello di sopravvivenza, (…) esiste un limite fisiologico al di sotto del quale la ‘macchina partito’ diventa un puro costo e non è più di nessuna utilità”, scrive Messina senza mezzi termini: “Si tratta di uno stato di insolvenza risalente, con riferimento agli ultimi anni, già al 2014 e al 2015 e che si è persino aggravato nel corso del 2016”. Il tutto prima di dettare i tempi.

Pagare prego – “Il comitato di presidenza – ha continuato Messina – ha stabilito che entro il 28 febbraio p.v., senza la possibilità di ulteriori proroghe, tutti gli appartenenti al movimento politico Forza Italia devono provvedere a regolarizzare la propria posizione per le insolvenze pregresse”. Altrimenti? Stavolta le “pene” per coloro che non si metteranno in regola sono pesanti. Si va dalla decadenza automatica da ogni incarico di partito all’esclusione dalle riunioni degli organi collegiali, passando per il deferimento al collegio dei probiviri “per le valutazioni di competenza”. In ogni caso, “è fin d’ora esclusa la ricandidatura alla prossima tornata elettorale politica o regionale”. Proprio così c’è scritto. Certo, l’ex premier non ha voluto usare solo il bastone. Così ha deciso di predisporre una serie di “agevolazioni” per chi salderà i propri debiti.

Saldi al via – Per esempio, coloro che saneranno totalmente la loro posizione entro la data prevista “beneficeranno di una riduzione del 20% degli importi dovuti sia a titolo di contributo, sia a titolo di versamento dell’importo di 25.000 euro non effettuato all’inizio legislatura”. E ancora: “Coloro che chiederanno una rateizzazione degli importi dovuti dovranno”, sempre entro fine mese, “avere versato l’intera quota di iscrizione e almeno il 25% dell’importo dovuto”, impegnandosi a versare la somma restante in 4 rate trimestrali (senza interessi). Basterà questa apertura per svegliare dal letargo i “morosi”? “Visto com’è andata nel Pdl, dove sono sempre esistiti figli e figliastri e anche chi non era in regola è stato comunque ricandidato, nessuno ci crede”, dice a La Notizia un illustre parlamentare forzista.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 22 febbraio 2017 per La Notizia






consiglio-lazio

Oltre 150 milioni di euro lordi all’anno. Per la precisione, circa 150,98 milioni. Centesimo più centesimo meno. Sono quelli che, stando all’ultimo rapporto del Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali, le Regioni spendono in media ogni anno per pagare i vitalizi dei loro ex consiglieri. Una cifra monstre che se sommata con quella messa a bilancio dalle Camere, 218 milioni di euro in totale nel solo 2016 (135 milioni 360 mila euro il dato relativo a Montecitorio e 82 milioni 890 mila euro quello di Palazzo Madama), porta l’esborso per pagare le pensioni degli ex Onorevoli a raggiungere la ragguardevole somma di 368 milioni lordi. Proprio così. Complessivamente, dice il dossier, le Regioni erogano 3.538 vitalizi (2.583 diretti e 945 di reversibilità), il cui importo medio si attesta intorno a 42.314 euro lordi l’anno. Ovviamente con delle differenze da Regione a Regione.

vitalizioSali e scendi – Ai primi posti nella classifica di quelle che spendono di più, segnala sempre Itinerari previdenziali, ci sono Puglia, Sicilia, Sardegna, Lazio e Campania con un’incidenza complessiva che oscilla fra 10 e 18 milioni di euro lordi. Mentre agli ultimi posti figurano Toscana, Abruzzo, Marche, Basilicata e Molise. Qualche cifra? Per pagare 159 vitalizi diretti e altri 49 di reversibilità, la Regione Puglia tira fuori più di 15 milioni di euro all’anno (dato aggiornato ad aprile 2016). “Meglio” fanno le due Isole: quasi 18 milioni di euro la Sicilia, dove intascano il vitalizio in 312 (186 ex inquilini dell’Ars e 126 eredi), e circa 17,5 milioni la Sardegna, dove i percettori sono in tutto 311. Anche la Campania, con i suoi 10,8 milioni atti a pagare 249 assegni, come detto, non scherza. Per non parlare del Lazio: 9 milioni 240 mila euro per pagare 146 vitalizi diretti e altri 3 milioni 960 mila per quelli di reversibilità. Totale: 13 milioni 200 mila euro. Certo, si dirà: negli ultimi anni, complice la spinta della famigerata “antipolitica”, molte Regioni hanno riformato il sistema. Peccato però che le nuove regole – così com’è accaduto anche per il Parlamento – valgano soltanto per i nuovi eletti. Insomma, al grido de “i diritti acquisiti non si toccano”, gli ex consiglieri usciti dalle rispettive assemblee prima che l’andazzo cambiasse vedranno l’assegno continuare a correre.

Alla cassa – Nel lungo elenco figurano nomi noti, come quello di Sandra Lonardo, moglie dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella, che dopo una sola legislatura in Regione Campania oggi porta a casa un assegno di 4.995 euro lordi al mese. Senza dimenticare il caso dell’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, che ai 1.711 euro netti al mese che gli vengono versati dalla Regione Veneto (dato relativo al 2015) somma i 3.044 euro, sempre netti, del vitalizio da ex deputato. O quello dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola, che ai 5.618 euro lordi che percepisce dalla Regione che ha guidato dal 2005 al 2015 unisce i 4.985 euro netti come ex inquilino di Montecitorio. Davvero niente male.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 21 febbraio 2017 per La Notizia






dalemaGraziano Delrio, uno dei fedelissimi dell’ex premier Matteo Renzi, è stato in qualche modo profetico. “La scissione è una scelta tragica”, ha detto il ministro dei Trasporti dopo l’infuocata direzione del Partito democratico di lunedì scorso, perché “butta all’aria gli sforzi di tante persone, è una responsabilità enorme che ci si prende sulle spalle”. Ed è proprio così. Perché a sentire alcuni tra i principali sondaggisti del nostro Paese, un Pd senza la minoranza dei vari Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Massimo D’Alema tanto invisa all’ex sindaco di Firenze rischia di portare i dem ad ambire al gradino più basso del podio in vista delle prossime elezioni Politiche. Una dura botta per le sfrenate ambizioni del rottamatore, che punta a riprendersi Palazzo Chigi. Ma andiamo con ordine.

Se il Movimento 5 Stelle oscilla ancora fra il 28 e il 30% nonostante i guai che attanagliano la giunta romana di Virginia Raggi, e un Centrodestra con Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia riuniti sotto lo stesso tetto nonostante la diversità di vedute potrebbe addirittura giocarsela alla pari con i pentastellati (molto conterà ovviamente con che tipo di legge elettorale si andrà a votare), l’addio della costola “sinistra” del partito del Nazareno provocherebbe un’emorragia importante. Tanto che al collo dei dem finirebbe addirittura una simbolica quanto inutile medaglia di bronzo. “Secondo le rilevazioni che abbiamo effettuato negli ultimi giorni”, dice a La Notizia Carlo Buttaroni, presidente e direttore scientifico di Tecnè, “l’area di sinistra alla quale possiamo oggi ascrivere i vari Bersani, Michele Emiliano e D’Alema vale circa il 14%”.

Inutile stampella – Certo, ammette Buttaroni, “stiamo ragionando senza un’offerta politica concreta, che ad oggi potremmo quasi definire ‘immaginifica’”. Però i numeri parlano chiaro. Ancora di più se la “stampella” del Campo progressista di Giuliano Pisapia rischia di non riuscire a colmare il vuoto lasciato dagli scissionisti. “A Milano, Pisapia ha sempre goduto di un alto gradimento, ma trasformare la sua popolarità in consenso politico – conclude il numero uno di Tecnè – non sarà facile”.

Tutti dentro – Anche per Ipr Marketing la fuoriuscita della minoranza avrebbe effetti dolorosi per il Pd. “Un partito di sinistra che comprende al suo interno pure il progetto di Vendola e Fratoianni”, rivela il direttore Antonio Noto, “vale oggi fra il 10 e l’11%. Il Pd? Si fermerebbe al 22%”. Ben lontano dai fasti del 40,8% raccolto alle Europee del 2014. “Così facendo i dem rischiano di arrivare dietro al Centrodestra unito e al M5s”, fa notare il numero uno di Ipr, “anche se molto dipenderà dal tipo di legge elettorale che partorirà il Parlamento”. Perdite più contenute, invece, secondo Emg Acqua, l’istituto diretto da Fabrizio Masia. Che ieri a Repubblica ha spiegato che con la scissione il Pd perderebbe il 4%, percentuale che però potrebbe salire fino al 10-12%. Renzi è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 17 febbraio 2017 per La Notizia