Archivio mensile:dicembre 2015

Guardia di finanza, il numero due Adinolfi va in pensione: addio al comando generale ma l’ausiliaria è salva

Si tratta di un vantaggioso trattamento. Che consente ai militari di sommare all’assegno previdenziale una indennità aggiuntiva. Proporzionata al grado raggiunto. E che il governo sembra voler tagliare dal 2016. Un rischio che l’alto ufficiale al centro delle polemiche per le intercettazioni con il premier ha scongiurato ufficializzando la messa a riposo

adinolfi675Tutta colpa dell’ausiliaria. Almeno secondo le ipotesi che circolano nei corridoi del comando generale della Guardia di finanza (Gdf). E che sarebbe tra le motivazioni che hanno spinto il generale Michele Adinolfi, fino ad oggi vice comandante del corpo, a concludere prima della fine dell’anno la sua ragguardevole carriera militare. Ma che cos’è l’ausiliaria? Una forma influenzale? Una epidemia invernale? Macché. Si tratta di una particolare posizione giuridica che consente, una volta raggiunto il limite di età previsto per il pensionamento, ad ufficiali e sottoufficiali di ogni grado, anche della Gdf, di essere assegnati a incarichi che non siano riservati ai colleghi in servizio permanente. Cumulando all’assegno pensionistico un’indennità annua pari all’80% della differenza tra il trattamento previdenziale e la retribuzione relativa al grado e all’anzianità posseduti al momento del collocamento a riposo.

Un istituto prezioso e remunerativo per gli anziani con le stellette, sul quale rischia però di abbattersi, con l’arrivo del nuovo anno, la mannaia del governo. Almeno secondo le voci che circolano da settimane. Così, per non correre il rischio di perdere il vantaggioso trattamento, meglio affrettarsi se si hanno i requisiti. Un ragionamento, che potrebbe avere fatto anche lo stesso Adinolfi.

Una decisione con la quale, dopo 43 anni di servizio, l’uomo che negli anni d’oro della carriera ambiva alla guida del corpo, già ex comandante interregionale di Toscana, Emilia, Marche, ha rinunciato definitivamente alla corsa per il comando generale della Gdf. Adinolfi era finito, nei mesi scorsi, al centro delle polemiche dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni di sue conversazioni con il presidente del Consiglio. Tra le quali, ormai celebre quella rivelata da “Il Fatto Quotidiano”, in cui il premier definì il suo predecessore Enrico Letta un “incapace”. Gli subentra, nel ruolo di comandante in seconda, il generale di Corpo d’Armata Giorgio Toschi, già capo dell’Ispettorato istituti istruzione. Che, insieme ai colleghi e pari grado Luciano Carta, alla guida dei reparti speciali delle Fiamme Gialle, e Giuseppe Mango, attualmente a capo del comando interregionale Italia Nord-Orientale, entra a pieno titolo nella lista dei papabili per la successione a Saverio Capolupo, comandante in carica del corpo, che lascerà l’incarico a fine maggio.

Approfittando della norma che “fino al 31 dicembre 2015” consente il collocamento in ausiliaria per un massimo di cinque anni (“a domanda dell’interessato che abbia prestato non meno di 40 anni di servizio effettivo”), Adinolfi ha di fatto rinunciato alla corsa per il comando generale del corpo. Ruolo che prevede uno stipendio annuo di circa 229 mila euro lordi (intorno ai 130 mila netti) contro i circa 133 mila euro lordi l’anno (quasi 79 mila netti) del vice. Ma mettendo al sicuro il diritto all’ausiliaria. Sulla quale, secondo indiscrezioni, di fronte ai piani di tagli ipotizzati dal governo, sarebbe fortissima la pressione dei vertici militari della Difesa per ottenerne la proroga.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 29 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Forza Italia in libera uscita, dopo il Senato ora tocca alla Camera: verso l’addio anche Lainati e Romele

A Montecitorio gli emissari di Verdini al lavoro. Girandola di contatti con gli ex colleghi del partito di Berlusconi per rafforzare il gruppo di Ala. Praticamente fatta per la Polverini, in stand by anche i campani Cesaro, Russo e Sarro: solo la nomina di Mara Carfagna a nuovo capogruppo azzurro in sostituzione di Brunetta potrebbe convincerli a restare. D’Anna: “FI paga l’appiattimento sulle posizioni di Meloni e Salvini”. Ma nel mirino ci sono anche i fittiani a Palazzo Madama: l’obiettivo è sgonfiare i Conservatori e Riformisti dell’ex governatore della Puglia

berlusconi-675Lunedì pomeriggio Luca D’Alessandro percorreva chilometri da un lato all’altro del Transatlantico di Montecitorio. Senza mai staccare mani e orecchie dal telefonino. Insieme ad Ignazio Abrignani e Massimo Parisi sta gestendo i contatti con gli ex colleghi di Forza Italia che stanno meditando seriamente l’addio al partito di Silvio Berlusconi. Per gli emissari di Denis Verdini, fondatore della nuova componente parlamentareAlleanza Liberalpopolare Autonomie (Ala), sono giornate intense e decisive. E il trasloco annunciato ieri al Senato dai coniugi Sandro Bondi e Manuela Repetti insieme ad Enrico Piccinelli tra i banchi del gruppo dell’ex plenipotenziario del Cavaliere sarebbe solo l’antipasto di quello che, entro la fine dell’anno, potrebbe succedere anche alla Camera. Dove a parte l’ex governatrice del Lazio, Renata Polverini, che ha praticamente già anticipato a mezzo stampa l’intenzione di passare coi verdiniani, potrebbero lasciare FI anche l’ex capo ufficio stampa del partito Giorgio Lainati e Giuseppe Romele. Nomi ai quali vanno aggiunti anche quelli di una serie di deputati ancora in forse, che stanno meditando sul da farsi. A cominciare dalla pattuglia dei campani (da Luigi Cesaro a Paolo Russo e Carlo Sarro), che restano però in attesa della nomina della Mara Carfagna come nuovo capogruppo al posto del contestato Renato Brunetta prima di sciogliere la riserva.

TUTTI CONTRO TUTTI – È questo il risultato delle ultime, travagliate vicende che stanno spaccando il partito di Berlusconi. A cominciare dalle laceranti divisioni emerse in occasione del voto sulla mozione di sfiducia individuale contro il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, in relazione alla vicenda Banca Etruria. Un episodio che ha seminato all’interno dei gruppi parlamentari ulteriori dosi di malumore e scontento. “Più che di scontento parlerei di sconcerto”, fotografa con una battuta la situazione dentro FI il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna a ilfattoquotidiano.it.“Ormai assistono attoniti a tutta una serie di decisioni in contrasto tra loro: da un lato Brunetta attacca Renzi, dall’altro Romani cerca di interloquire con il Pd per mantenere l’accordo sui giudici costituzionali; mentre il giorno dopo Berlusconi sconfessa gli uni e gli altri – continua –. C’è gente che non ci si raccapezza più, il tutto mentre il partito si appiattisce sul lepenismo e l’euroscetticismo da una parte e la xenofobia e il razzismo del duo Meloni-Salvini dall’altra”. E proprio al Senato l’esodo potrebbe non finire qui. Nella lista degli indecisi, infatti, ci sarebbe anche i nome di Sante Zuffada.

DAGLI AI FITTIANI – Ma nel mirino del fondatore e leader di Ala non ci sono solo i berlusconiani. Infatti “l’altro obiettivo di Verdini a Palazzo Madama, oltre agli ex colleghi di Forza Italia, sono i fittiani”, rivela un ex ministro azzurro. Cioè i senatori del gruppo Conservatori e Riformisti, nato a giugno di quest’anno, che fa capo all’europarlamentare pugliese. E a cui Verdini, nei mesi scorsi, ha già strappato due importanti pedine: Eva Longo (nominata vicepresidente di Ala al Senato) e Ciro Falanga (segretario). “A Palazzo Madama – prosegue la fonte – l’uscita di un solo senatore dal gruppo di Fitto porterebbe di fatto alla sua implosione, perché scenderebbe sotto la soglia minima dei dieci eletti necessaria per formare una componente autonoma”. Proprio questo sembra essere l’obiettivo dichiarato di Verdini. Il quale, in particolare, ha messo gli occhi su Antonio Milo e Marco Lionello Pagnoncelli (anche loro ancora incerti sul da farsi). “Ma potrebbe non essere finita qui – aggiunge l’ex ministro –, anche perché il pressing è a tutto campo, sia alla Camera sia al Senato”. E poi, rivela, “quello che Verdini ha da offrire non ce l’ha nessun altro”. Ovvero? “Niente poltrone di governo o ricandidature alle prossime elezioni, ma prospettive lavorative utilizzando l’esecutivo”. Cioè quelli che in gergo vengono definiti incarichi di sottogoverno. Non è un caso che ciò che resta del ‘cerchio magico’ di Forza Italia (Deborah BergaminiMariarosaria Rossi e Giovanni Toti) stia spingendo affinché Berlusconi torni in campo in prima persona per raddrizzare la situazione. Ammesso che, arrivati a questo punto, ciò possa ancora servire a qualcosa.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 23 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Legge di Stabilità, assenze al voto finale: Lega batte tutti, seguita da Forza Italia, Fratelli d’Italia, Sinistra, Misto e M5S

Renzi aveva detto: “I grillini non erano in Aula”. I deputati Cinque Stelle assenti erano 37 su 91 (il 40,6% del gruppo). Il grillino Fico: “Il premier mente sapendo di mentire”. Ma il record spetta al Carroccio. Il cui tasso di diserzione ha toccato il 75%. Nel Pd assenze al 6%. Molti i big che hanno mancato il voto. Da Bossi alla Santanché, dalla Meloni e La Russa a Fratoianni. E poi, Ruocco, Lombardi, Toninelli, Boschi, Bersani, Colaninno…

italicum-ok-6751La bordata è arrivata in diretta televisiva. Di domenica pomeriggio, durante la seguitissima trasmissione di Massimo Giletti. Ospite de L’Arena, su Rai Uno, Matteo Renzi ha preso di mira i grillini: “La legge di stabilità è stata approvata alle 2.58 di stanotte e i 5 Stelle non erano in Aula perché purtroppofanno un’opposizione che regge fino a che sono accese le telecamere – ha accusato il premier –. Forse è la famosa febbre del sabato sera, si sono ammalati tutto insieme”. È davvero così? A scorrere i tabulati delle presenze di Montecitorio non è che l’ex sindaco di Firenze abbia tutti i torti. Numeri alla mano, però, le defezioni non hanno riguardato solo i grillini. Basti pensare che dei 630 inquilini di Montecitorio solo 362 (il 57,5%) hanno partecipato alla votazione finale – quella delle 2.58 appunto – sulla manovra finanziaria. Il restante 42,5%, l’equivalente di 268 deputati, mancava invece all’appello. Tra loro anche quelli di Forza Italia, che è riuscita a fare peggio dei pentastellati. Se dei 91 parlamentari della pattuglia del M5S in 37 (il 40,6% dell’intero gruppo) hanno saltato l’ultima votazione notturna, sono stati 36 su 54 (il 66,6%) gli azzurri che hanno lasciato vuoti gli scranni del partito di Silvio Berlusconi.

TUTTI A CASA – Nella lista degli assenti alla votazione decisiva della Camera non mancano i volti noti del movimento fondato da Beppe Grillo Gianroberto Casaleggio, a cominciare dagli ex capigruppo Roberta Lombardi e Giorgio Sorial (il quale spiega però che era malato). Non c’erano neppure Danilo Toninelli, uno degli artefici della trattativa con il Partito democratico (Pd) che ha permesso di sbloccare lo stallo dell’elezione dei giudici della Corte Costituzionale, e Mattia Fantinati, asceso all’onore delle cronache per il suo assalto al meeting di Comunione e liberazione dell’estate scorsa. Vuote anche le sedie di Massimo Baroni, Andrea Cecconi e Carla Ruocco, unica componente del direttorio assente sabato notte. “Quando attacca il Movimento 5 Stelle, Renzi mente sapendo di mentire”, accusa il deputato Roberto Fico. “Nel corso della discussione sulla legge di Stabilità abbiamo dimostrato come si fa opposizione – aggiunge il presidente della commissione di Vigilanza Rai e membro del direttorio del M5S a ilfattoquotidiano.it –. Rivelando, peraltro, che ‘marchettificio’ è questo provvedimento, grazie al quale verranno finanziate le fondazioni degli amici degli amici: un atteggiamento inaccettabile da parte del governo”. Quanto a Forza Italia, oltre al solito Antonio Angelucci, recordman di assenze secondo la classifica di Openpolis, non c’erano neanche Deborah Bergamini, Micaela Biancofiore, Daniela Santanchè e la figliol prodiga Nunzia De Girolamo. Tra i big non pervenuti tra gli scranni di Montecitorio, anche gli ex ministri Antonio Martino e Gianfranco Rotondi, che si dichiara, però, “assente giustificato” perché, racconta, “c’era il congresso di Rivoluzione Cristiana (il partito di cui è fondatore e presidente, ndr) al quale non potevo non partecipare”. La compagnia dei desaparecidos si allarga a Gabriella GiammancoJole Santelli e all’ex presidente della commissione Affari costituzionali, Francesco Paolo Sisto, reduce dalla batosta della mancata elezione alla Consulta. Senza dimenticare le ex ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, che hanno partecipato alle precedenti votazioni disertando, però, quella finale. I numeri, insomma, danno ragione a Renzi. Che oltre al M5S ha rimarcato, nel suo intervento televisivo, anche le defezioni di Forza Italia. Il suo Pd, peraltro, stavolta si è distinto per compattezza e presenza. Solo in 20 sui 301 del gruppo parlamentare della Camera, appena il 6,6%, sono mancati all’appello. Anche se scorrere i nomi degli assenti fa un certo effetto. Non hanno preso parte al voto delle 2.58 la ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi (così come lo stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ma lui neanche è elencato nella lista degli aventi diritto in quanto non deputato), l’ex segretario del partito, Pier Luigi Bersani e l’attuale vice segretario, Lorenzo Guerini (che fa sapere di essersi sottoposto ad un “intervento chirurgico in mattinata e di essere rimasto in aula fino alle 19”). Notturna disertata anche dall’ex ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, dall’ex responsabile giustizia del partito, Danilo Leva, dal fedelissimo del premier e commissario alla spending review Yoram Gutgeld. Oltre ai deputati Micaela Campana (che però precisa che si trova in convalescenza post-operatoria da 10 giorni), Matteo Colannino e al guardasigilli Andrea Orlando, che però risultava in missione.

CERCASI LEGA – E gli altri gruppi? Pesanti le defezioni anche tra i deputati di Sinistra Italiana17 su 31, pari al 54,8%. Tra loro il candidato sindaco di Torino, Giorgio Airaudo, il vice presidente della commissione Antimafia Claudio Fava e Nicola Fratoianni. In Aula a ranghi ridottissimi anche la Lega Nord12 assenti su 16, il 75% dell’intera pattuglia parlamentare. A cominciare dal senatùr Umberto Bossi. Contagiati dalla febbre del sabato sera anche i deputati di Fratelli d’Italia: domenica notte ne mancavano all’appello 5 su 8, il 62,5% del totale. A cominciare dall’ex ministro e leader del partito Giorgia Meloni e Ignazio La RussaSette su 23, invece, le assenze fra gli scranni di Scelta Civica (il 30,4% del totale). Fra questi, Alberto Bombassei, presidente di Brembo, e gli ex 5 Stelle Ivan Catalano e Paola Pinna. Dieci deputati sui 31 totali sono stati gli assenti fra i banchi di Area Popolare (Ncd più Udc). Il 32,2%. Fra i quali il viceministro della Giustizia, Enrico CostaGiuseppe De Mita (nipote del più noto Ciriaco) e Sergio Pizzolante. Il gruppo Per l’Italia, che a Montecitorio fa capo a Lorenzo Dellai, ha fatto registrare il 30,7% di assenze: 4 deputati su 13. Hanno invece disertato la votazione delle 2.58, 33 deputati sui 62 totali del gruppo Misto (il 53,2%), del quale fanno parte numerose componenti. Dall’Alleanza liberalpopolare autonomie (Ala) diDenis Verdini (assenti Francesco Saverio Romano e Massimo Parisi) ai Conservatori e Riformisti di Raffaele Fitto (assente Daniele Capezzone). A proposito di febbre del sabato sera, Renzi ce l’aveva per caso anche con loro?

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 22 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Idea, il partito di Quagliariello con la diaspora Ncd: parlamentari e consiglieri, tutti gli uomini dell’ex ministro

Dalle Marche alla Campania e al Piemonte. Fino al Veneto e alla Sardegna. Con l’ex saggio di Napolitano e il suo movimento molti fuoriusciti dal Nuovo centrodestra. Come l’ex europarlamentare Roberta Angelilli nel Lazio. In Emilia Romagna, Carlo Giovanardi cura la crescita sul territorio. Mentre in Abruzzo c’è anche l’ex governatore Gianni Chiodi

quagliariello-675Sono già in tanti. Ma il loro numero è destinato a salire nelle prossime settimane, quando verranno costituiti i comitati regionali di quello che, giura il suo fondatore e leader, “non sarà l’ennesimo partitino”. Ma “un movimento alternativo a Matteo Renzi e al suo governo”. E così Idea, acronimo che sta per Identità e Azione, la nuova creatura che Gaetano Quagliariello ha tenuto a battesimo qualche settimana fa a Roma, sta muovendo velocemente i primi passi nelle Regioni. Dall’Abruzzo alla Campania e al Lazio. Fino al Veneto. Del resto, nel presentarla alla stampa, l’ex ministro delle Riforme costituzionali del governo di Enrico Letta era stata chiaro: “I nostri interlocutori non sono i parlamentari, perché la nostra non è un’operazione di palazzo, ma chi sta nei territori”. Ecco perché molti degli aderenti al progetto che hanno lasciato il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano vengono dai contesti locali. Stanchi, proprio come Quagliariello, che prima di dire addio al partito si era dimesso dal ruolo di coordinatore nazionale, della linea politica del capo del Viminale. Accusato di essere diventato la stampella di Renzi.

ROMAGNA MIA – Se in Parlamento, per ora, Idea conta solo 8 fra deputati e senatori (Andrea Augello, Luigi Compagna, Carlo Giovanardi e lo stesso Quagliariello a Palazzo Madama; Renata Bueno, Vincenzo Piso, Eugenia Roccella e Guglielmo Vaccaro a Montecitorio), numeri non sufficienti per dare vita a gruppi autonomi, è in Emilia Romagna, dove è stato designato come coordinatore Pierluigi Pollini, già membro dell’assemblea nazionale di Ncd, e Puglia che il movimento raccoglie i maggiori consensi. Nel primo caso, anche grazie al lavoro di Giovanardi, già il 26 ottobre scorso i coordinatori provinciali di Ncd di Piacenza, Romano Tribi, di Reggio Emilia, Christian Immovili, di Modena, Alessandro Lei, il sindaco di Monzuno (Bologna), Marco Mastacchi, i consiglieri comunali di Modena, Luigia Santoro, e di Rimini, Eraldo Giudici, più i presidenti di 31 circoli regionali hanno sottoscritto un documento con il quale hanno denunciato “l’arroganza del governo e del Partito democratico”. Il tutto “direttamente collegabile all’incomprensibile atteggiamento del Ncd – è scritto nella nota – disponibile ad accettare qualsiasi forzatura pur di non mettere in discussione la sua partecipazione al governo sino a teorizzare un’alleanza strategica con la sinistra con una vera e propria mutazione genetica della originale vocazione del partito”. Più chiaro di così.

CIAO ANGELINO – In Puglia, invece, a guidare la pattuglia dei fuoriusciti dal Nuovo centrodestra c’è Domi Lanzilotta, membro dimissionario della direzione del partito. Il quale, il 24 novembre, ha preso carta e penna e scritto una lettera di fuoco ai vertici regionali della compagine alfaniana. Che, “sebbene regolarmente invitati, hanno inopinatamente disertato il tavolo del centrodestra pugliese convocato per mettere in campo alle prossime elezioni amministrative una proposta comune in grado di battere la sinistra – ha attaccato Lanzilotta –. La nostra pubblica denuncia di questo atto di diserzione ha avuto come sola risposta un assordante ‘silenzio assenso’ che ci consente oggi, con la coscienza a posto di chi le ha provate tutte, di considerare irreversibile l’abbandono da parte di Ncd della linea che, nonostante taluni atteggiamenti irresponsabili, ci ha visto in prima linea alle elezioni regionali”. Una linea, dice ancora il testo della missiva, “inequivocabilmente alternativa alla sinistra, che noi intendiamo continuare a perseguire e che ci costringe oggi per coerenza a rassegnare le dimissioni dagli organi nazionali e territoriali del partito”. Con Lanzilotta hanno lasciato Ncd in 18: i membri dell’assemblea nazionale Francesco Tricase, Stefano Diperna, Stanislao Morea, Giuseppe Corrado, Maria Cicirelli, Vincenzo Guerra, Francesco Palazzo, Damiano Binetti, Matteo Savastano, Savino Santarella, Giuseppe Calia, Claudio Sgambati, Giovanni Volpe e i componenti del coordinamento regionale Leo Vicino, Fabio Colella, Francesco Perchinunno, Antonella Lella e Pasquale Coccia. Nomi ai quali si aggiunge quello dell’ex consigliere regionale Davide Bellomo, fuoriuscito dal Movimento Politico Schittulli (che prende il nome dal candidato governatore di Raffaele Fitto e Area Popolare sconfitto alle Regionali 2015 dal democratico Michele Emiliano), tra i fondatori del neonato movimento. E dell’imprenditore Paolo Dell’Erba, anch’egli candidato alle scorse Regionali.

VENGO ANCH’IO – Ma non è tutto. Perché, anche in molte altre Regioni, Idea ha raccolto in queste settimane numerosi consensi. Nel Lazio, per esempio, hanno già aderito in 5: oltre al consigliere regionale Daniele Sabatini (nominato responsabile) ci sono anche l’ex vicesindaco di Latina, Enrico Tiero, i consiglieri municipali di Roma Jessica De Napoli e Stefano Erbaggi, e l’ex parlamentare europeo Roberta Angelilli, con un passato in Azione Giovani prima e Alleanza Nazionale poi. In Campania c’è invece il terzetto composto da Francesco Ranieri, sindaco di Terzigno (Napoli), scelto come responsabile regionale, Pietro Diodato (membro della direzione nazionale di Ncd) e Alessandro Sansoni. Molti anche gli aderenti in Sardegna: la consigliera comunale di Alghero, Maria Grazia Salaris, più l’ex coordinatore provinciale del Nuovo Centrodestra Walter AneddaGianfranco Picciau, anch’egli membro della direzione nazionale di Ncd. Il consigliere comunale di Pisa, Raffaele LatrofaRoberto Ferraro e Alberto Magnolfi rappresentano invece la Toscana. In Friuli-Venezia Giulia figura il nome del consigliere comunale di Gorizia, Ciro Del Pizzo, mentre a breve anche Paolo Rovis, consigliere comunale di Trieste, dovrebbe sciogliere la riserva e aderire. In Abruzzo, oltre al consigliere regionale Mauro Di Dalmazio, c’è pure l’ex presidente della Regione, Gianni Chiodi. Il quale, pur rimanendo comunque in Forza Italia, ha deciso di entrare far parte di Idea sfruttando il principio vigente all’interno del movimento: la possibilità del doppio tesseramento. Discretamente qualificata la truppa degli aderenti anche in Marche, Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria con, rispettivamente, Vittoriano Solazzi (ex presidente del consiglio regionale), Nicolò Mardegan (ex coordinatore Ncd Milano), Stefano Casali (consigliere regionale), Claudia Porchietto (consigliere regionale) e Tiziana Notarnicola, membro della direzione nazionale di Ncd, ormai prossima all’uscita dal partito insieme ad altri esponenti locali. E potrebbe non essere finita qui.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 21 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Banca Etruria, parla Di Pietro: “Conflitto d’interessi di tutto il governo, evidenti responsabilità di Bankitalia e Consob”

L’ex pm ed ex leader dell’Italia dei valori duro con il premier e i suoi ministri: “Il problema non è solo la Boschi, che rischia di passare per vittima quando invece non lo è”. Ma anche contro i due organismi di controllo. A cominciare da via Nazionale: “È innegabile che ci sia stata un’omissione di atti d’ufficio”. Poi un consiglio ai magistrati: “Devono evitare che le prove vengano inquinate. In casi come questo gli inquirenti trovano quello che vogliono fargli trovare”

di-pietro-675Il conflitto di interessi? “Se c’è riguarda tutti, non solo una singola ministra”. Addirittura “è l’intero governo che va sfiduciato”. Il ruolo di Banca d’Italia e Consob nel crac di Banca Etruria? “Non c’è dubbio che vi sia stata da parte loro un’omissione di atti d’ufficio”. Antonio Di Pietro, ex componente del pool di Mani Pulite ed ex leader dell’Italia dei valori (Idv), due volte ministro, commenta così la vicenda che ha visto migliaia di clienti dell’istituto che annoverava fra i propri vertici anche il padre della ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi, perdere milioni di euro di risparmi investiti in obbligazioni subordinate. “Mi auguro che nelle sue indagini la magistratura non abbia tentennamenti di alcun tipo – aggiunge l’ex pubblico ministero contattato da ilfattoquotidiano.it –. Va evitato qualsiasi pericolo di inquinamento delle prove. Io al tempo intervenivo ad horas, bloccando tutto ciò che poteva alterarle. Comprese le persone”. Cioè, anche con gli arresti.

Clienti truffati, vertici della banca coinvolti, omessi controlli da parte di chi doveva vigilare: Di Pietro, ce n’è quanto basta per scrivere l’ennesima brutta pagina di storia italiana.
È così. Questa situazione deriva dal fatto che nel nostro Paese il sistema dei controlli, con particolare riferimento a quelli sulle banche, fa acqua sia sul piano normativo sia effettivo. Tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Banca d’Italia e Consob, hanno fatto scaricabarile. Unito a ciò, mancano delle leggi precise per verificare che chi è addetto al controllo svolga bene il suo dovere. E quali sono le sanzioni in caso di violazioni. Non si può certo dire che situazioni come queste siano nuove agli occhi dell’opinione pubblica. Ma si è sempre rinviato il problema sine die.

A proposito di Bankitalia e Consob: il Fatto Quotidiano ha reso pubblica la lettera con cui due anni fa il governatore Ignazio Visco avvisò i manager di Banca Etruria del “degrado irreversibile” dell’istituto. Missiva rimasta però segreta. Un fatto grave, o no?
Penso che ci sia la necessità di un forte intervento della magistratura per ‘cristallizzare’ le prove documentali che si trovano nei vari uffici. Quante altre lettere come quella resa nota dal Fatto, utili alle indagini, ci sono? I magistrati le hanno in mano? Me lo auguro. In questi casi, a volte, gli inquirenti trovano quello che vogliono fargli trovare. Io al tempo intervenivo ad horas, bloccando tutto ciò che poteva inquinare le prove. Comprese le persone. Ricordo ancora le critiche…

Secondo lei, oltre a questi due organismi, chi altri ha responsabilità sulla vicenda?
Ci sono vari soggetti coinvolti e numerosi livelli di responsabilità. È però indubbia quella politica dell’intero governo.

Sta dicendo che le possibili dimissioni della ministra Maria Elena Boschi, o una sua eventuale sfiducia in Parlamento, non risolverebbero il problema?
Certe decisioni sono state assunte dall’esecutivo nella sua interezza: è l’intero organo collegiale che casomai va sfiduciato. Se c’è, il conflitto di interessi riguarda tutti, non solo una singola ministra. La quale rischia di passare per vittima quando invece non lo è. Personalmente, trovo positivo il fatto che si parli di una mozione di sfiducia: così si discute pubblicamente di un problema sperando che si arrivi all’approvazione di un provvedimento che eviti altri casi simili.

Su Banca Etruria sono già stati avviati tre filoni d’inchiesta. Compresa un’indagine sul conflitto di interessi originato dalla relazione della Banca d’Italia sul commissariamento dell’istituto nel febbraio 2015. Come valuta l’operato della magistratura?
In questo momento, la magistratura fa bene a indagare senza mettere le mani avanti incriminando una persona invece di un’altra, con il rischio, come ho già detto in precedenza, di far passare per vittima chi invece non lo è. Mi auguro che sul piano penale vengano differenziati i comportamenti. Ma non ci devono essere tentennamenti di alcun tipo.

Ma se fosse lei il pubblico ministero a capo dell’inchiesta agirebbe, o si sarebbe già mosso, diversamente?
Avrei già proceduto fermando lo status quo.

In che senso?
Come ho già detto in precedenza, sarei andato a prendere le carte in modo da far rimanere illibate le prove, evitando così qualsiasi possibilità di un loro inquinamento. L’unico pericolo reale, al momento, è proprio questo. E non si può limitare con provvedimenti cautelari personali ma reali.

Sempre il Fatto ha reso noto come il procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, che sta indagando proprio su Banca Etruria, sia contemporaneamente consulente di Palazzo Chigi, nominato a febbraio 2015 dal governo Renzi. Siamo alle solite: chi controlla il controllore?
Credo che sia lo stesso Rossi ad aver capito di avere contemporaneamente il piede in due scarpe. Bene farebbe a lasciare l’incarico ad un altro collega. Succederà? Non lo so. Certamente, a questo punto, la palla passa nelle mani del procuratore generale: è lui che dovrà valutare il da farsi.

Nel frattempo, proprio su Rossi, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha aperto un fascicolo accogliendo la richiesta presentata dal membro laico Pierantonio Zanettin (Forza Italia). Si prefigura un’ipotesi di conflitto di interessi?
Sul piano tecnico, nel caso specifico, non ci sono profili di questo tipo: infatti Palazzo Chigi non risulta fra i soggetti oggetto di indagine. C’è però un problema di opportunità. Trovo sia interesse di entrambe le parti quello di far svolgere le indagini a persone che non hanno rapporti di alcun tipo. Serve una maggiore tranquillità per arrivare ad una decisione indipendente e inattaccabile.

A suo avviso bisognerebbe indagare anche i vertici di Bankitalia e Consob? Hanno chiare responsabilità su quanto è accaduto?
Non so quali specifici soggetti abbiano delle effettive responsabilità, ma non c’è dubbio che vi sia stata un’omissione di atti d’ufficio. Bankitalia è arrivata fino al punto di accertare il fatto, poi non ha agito sostenendo di non avere potere normativi sufficienti. Non credo che sia così: non ho mai visto un medico diagnosticare una grave malattia e poi lasciare morire il paziente.

Torniamo alla Boschi. Renzi la difende a spada tratta: sembra di rivedere i berlusconiani che negavano qualsiasi tipo di conflitto d’interessi per l’uomo di Arcore…
In verità il presidente del Consiglio difende se stesso. Il problema qui è un altro.

E qual è?
Quando al governo c’era Berlusconi io e altri, a cominciare dalla società civile e dal sistema dell’informazione, denunciavamo quanto accadeva. Perché era nostro dovere farlo. Oggi invece, con Renzi a Palazzo Chigi, tutti si sono girati dall’altra parte. Ciò mi lascia molto amareggiato.

Insomma, ha ragione Roberto Saviano a denunciare l’uso di due pesi e due misure?
È così. Il problema non è la società civile ma come essa viene aiutata a capire come stanno realmente le cose. Tutti i giorni, a sistema informativo riunito, veniamo ‘colpiti’ dagli slogan di Renzi che assomigliano a quelli di un venditore ambulante. Senza alcun contraddittorio. Di più: quando qualcuno lo contesta, come successo al Fatto, diventa un ‘criminale’.

Oggi è come ai tempi di Tangentopoli?
È peggio di prima perché ciò che un tempo poteva essere perseguito sul piano tecnico-giudiziario ora non lo è: si è ingegnerizzato il sistema della tangente. In certi casi è diventato legale ciò che una volta non lo era. Infine, è intervenuto uno scoramento dell’opinione pubblica a cui si è fatto credere che spesso le colpe sono di chi ha scoperto il reato, non di chi lo ha commesso.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 18 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Camera, tre anni di legislatura a rapporto: più sedute, meno tempo per le leggi, esplode il ricorso al voto di fiducia

È quanto emerge in un volume presentato dalla presidente Laura Boldrini. Che traccia un bilancio dell’attività svolta a Montecitorio. Mettendola anche a confronto con le performance del passato. Cresciuta l’attività di sindacato ispettivo con interpellanze e interrogazioni. Certificato anche l’abuso del ricorso ai decreti. Soprattutto da parte del governo Renzi

boldrini675Lavoriamo poco? Venite a vedere le carte. Pare di sentirli, i parlamentari sempre sotto accusa per “fannullismo” e poca voglia di lavorare. Soprattutto dopo le critiche per i troppi giorni di vacanza che si sono assegnati per l’esame della legge di Stabilità e il ponte dell’Immacolata. Sembra di vederli gridare ad alta voce i loro meriti. E lo fanno attraverso il presidente della Camera, Laura Boldrini. Che, l’attivismo degli inquilini di Montecitorio, lo ha fatto addirittura raccogliere in un volume (“Cifre e fatti. L’attività della Camera dei deputati a 33 mesi dall’inizio della legislatura”). Con numeri e percentuali, per tracciare un bilancio di tre anni di attività parlamentare. Periodo nel quale, certificano i dati ufficiali presentati nel corso della cerimonia di saluto della Boldrini alla stampa parlamentare, l’Aula di Montecitorio si è riunita per un numero di sedute superiore rispetto allo stesso periodo della passata legislatura: 536 contro 423. Anche se in confronto ad essa la distribuzione delle ore tra le varie attività ha visto una flessione del tempo dedicato a quella legislativa ed un corrispondente aumento di quello impiegato per attività di indirizzo e controllo. Non solo: i dati presentati attestano anche il ricorso sfrenato ai decreti legge da parte del governo. Per non parlare di un altro record che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha ormai ipotecato: quello dei voti di fiducia. Ai quali l’esecutivo in carica si è affidato ben 34 volte da febbraio 2014, da quando cioè è entrato in carica al posto di Enrico Letta. Doppiato dal suo “rottamatore”, insieme persino a Silvio Berlusconi.

RISPONDERE PREGO – Numero di sedute a parte, sinora l’Aula si è riunita per un totale di 2.889 ore e 56 minuti, 694 ore in più rispetto alla passata legislatura (2.195 ore e 15 minuti). Di queste, 1.741 ore sono state dedicate all’attività legislativa,736 ore a quella di indirizzo e controllo. Mentre le restanti 364 sono state impiegate per altre attività. A confronto con lo stesso periodo della sedicesima legislatura, aumenta notevolmente il numero di interpellanze e interrogazioni, sia a risposta scritta sia orale. Le interpellanze passano da 945 a 1.196, di cui 833 concluse (69,65%) e 363 da svolgere; le interrogazioni a risposta orale da 1.424 a 1.892, di cui 1.241 concluse (65,59%) e 651 ancora da svolgere. Un vero e proprio boom è quello che fanno registrare, invece, le interrogazioni a risposta in commissione: erano 4.101 nello stesso periodo della precedente legislatura, sono 7.186 oggi, ma la maggioranza di queste (3.758) sono ancora da svolgere. Fanno registrare un segno più anche le interrogazioni a risposta scritta, cresciute da 10.586 a 11.392. Peccato però che, secondo i numeri del dossier, fino a questo momento la maggior parte degli interroganti sia rimasto a bocca asciutta, visto che ben 8.903 sono ancora senza risposta. Mentre quelle concluse sono 2.489 (21,85%). In definitiva, sono stati presentati 21.666 atti di sindacato ispettivo, ma solo 7.991 hanno visto il loro iter completato con una risposta (il 36,88%contro il 41,55% della XVI legislatura). Cresciuto anche il numero e la durata delle sedute delle 14 commissioni permanenti, riunitesi 11.066 volte per un totale di 6.096 ore contro le 10.322 volte della XVI, impegnata per 5.292 ore.

GOVERNO FAMELICO – Sempre secondo il dossier, nei primi 33 mesi di legislatura sono state finora approvate dalle due Camere 186 leggi: 74 di ratifica, 58 di conversione, 10 di bilancio, 3 collegate alla manovra di finanza pubblica, 6 europee (e di delegazione europea) e 35 di vario argomento. Ma l’aspetto più importante riguarda la fase dell’iniziativa. Da chi sono stati infatti proposti i provvedimenti? Ben 154 di quelli sinora approvati (l’82,7%) sono stati promossi dal governo, mentre soltanto 30 (il 16,1%) portano la firma di uno o più parlamentari e 2 sono i testi di iniziativa mista (l’1%). Un dato che fa il paio con il ricorso smodato ai decreti legge. Sono 69 quelli presentati dai due governi che si sono avvicendati nel corso dell’attuale legislatura: quello di Enrico Letta e quello di Matteo Renzi. Ma se il primo si è dovuto fermare a 25, complice il fatto di essere stato scalzato dall’ex sindaco di Firenze, quest’ultimo ha quasi raddoppiato i numeri del predecessore presentando finora 44 decreti legge. Di questi, 31 sono stati convertiti con modificazioni, dice il dossier presentato dalla presidente Boldrini, 2 sono stati convertiti tali e quali, 7 sono decaduti e 4 sono in corso di conversione.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Conflitto d’interessi, tra vantaggi patrimoniali, astensioni e blind trust: cosa c’è nella bozza della Camera

Il Comitato ristretto in commissione Affari costituzionali ha approvato un testo base firmato da Sanna (Pd) e Sisto (Forza Italia). Senza il voto di Sel e Movimento 5 Stelle. Ed è subito polemica. Vediamo i punti critici del provvedimento. Anche con l’apporto del costituzionalista Pertici. Il presidente Mazziotti: “Testo migliorabile, l’importante era iniziarne l’esame”

camera675Non è ancora nemmeno iniziato l’esame in commissione che già divampano le polemiche. Da una parte gli autori del provvedimento, Francesco Sanna (Pd) e Francesco Paolo Sisto (Forza Italia). Dall’altra Sel e Movimento 5 Stelle. Stiamo parlando della “nuova” bozza della legge sul conflitto di interessi, il cui testo base è stato approvato ieri dal Comitato ristretto in commissione Affari costituzionali alla Camera e dal quale, rispetto alla prima versione, è scomparso il comma 2 all’articolo 4 che riguardava i conflitti non patrimoniali. Circostanza che ha scatenato le proteste delle forze di opposizione, che non hanno partecipato al voto. Anche perché scontente di altri aspetti importanti della normativa. “Il Comitato ristretto, che Sel e M5S avrebbero voluto sciogliere, è riuscito, anche se tra molti distinguo, a produrre un testo condiviso che sarà emendato e migliorato come è giusto che sia – commenta il presidente della commissione Affari costituzionali Andrea Mazziotti (Scelta civica) –. A questo punto la cosa più importante era sbloccare il testo e consentirne l’esame”. Ma cosa prevede davvero questa bozza? Cosa cambia rispetto alla legge Frattini, varata nel 2004 dal secondo governo Berlusconi e in seguito bocciata dal Consiglio d’Europa?

DICHIARAZIONI OBBLIGATORIE – La proposta di Sanna e Sisto cerca di fare dei passi in avanti nel risolvere l’annosa questione. Pur non senza diverse criticità. La futura legge si applicherà ai titolari di cariche di governo nazionali, dal presidente del Consiglio ai ministri, vice, sottosegretari e commissari straordinari nominati dall’esecutivo. Ma anche ai titolari di cariche di governo regionali (a cominciare dai presidenti), ai parlamentari e ai consiglieri regionali. A vigilare sull’attuazione della legge sarà l’Antitrust. Ma non è tutto. Per i due proponenti di Pd e Forza Italia, stavolta “sussiste conflitto di interessi in tutti i casi in cui il titolare di una carica di governo” sia, allo stesso tempo, “titolare di un interesse economico privato tale da condizionare l’esercizio delle funzioni pubbliche ad esso attribuite o da alterare le regole di mercato relative alla libera concorrenza”. Per questo, entro venti giorni dalla nomina, i titolari di cariche di governo nazionali devono obbligatoriamente presentare una serie di dichiarazioni: da quella delle cariche di cui sono eventualmente titolari a quella dei redditi. Compresa anche quella riguardante “la possibile esistenza di un’interferenza tra un interesse pubblico e un interesse pubblico o privato tale da influenzare – dice il testo – l’esercizio obiettivo, indipendente o imparziale di funzioni pubbliche, anche in assenza di uno specifico vantaggio economicamente rilevante”. Dichiarazioni che “sono rese anche dal coniuge non legalmente separato e dai parenti e affini entro il secondo grado del titolare della carica di governo nazionale o comunque dalla persona con lui stabilmente convivente non a scopo di lavoro domestico”. E che andranno presentate anche al termine del mandato, pena una sanzione amministrativa che varia da 5 mila a 35 mila euro.

OCCHIO AL BLIND TRUST – Ma, come detto, non mancano gli aspetti più controversi, che saranno oggetto di un’accesa discussione parlamentare. Come quello sul cosiddetto blind trust, cioè l’affidamento dei beni che compongono il patrimonio di un soggetto al fine di evitare proprio situazioni di conflitto di interessi patrimoniale. Vale a dire tutti i casi nei quali il titolare della carica di governo nazionale possiede, anche per interposta persona o tramite società fiduciariepartecipazioni nei settori della difesa, dell’energia, eccetera. Oppure quando queste siano tali da condizionare l’esercizio delle sue funzioni pubbliche alterando le regole di mercato. Quando rilevi una forma di conflitto di interesse patrimoniale, l’Antitrust potrà affidare le attività ad una gestione fiduciaria. Il gestore sarà scelto “tra banche, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare”, è scritto nel testo, e sarà “tenuto ad amministrare i beni e le attività patrimoniali conferiti con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle sue specifiche competenze, apprestando altresì a tal fine, salvo diverso accordo tra le parti, idonee garanzie assicurative”. Secondo Andrea Pertici, professore di diritto costituzionale all’Università di Pisa, che ha letto il testo, quello del conflitto di natura patrimoniale è “il problema principale” della proposta di Sanna e Sisto. Il motivo? “Il ricorso alla gestione fiduciaria non esclude la conoscibilità dei propri interessi da parte del titolare – risponde –. La caratteristica principale del blind trust, utilizzato negli Stati Uniti in queste situazioni, è invece quella per cui i beni vengono trasformati dalla persona alla quale sono affidati e reinvestiti senza che il titolare ne venga a conoscenza, proprio per evitare che nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche possa favorire i propri interessi privati, agendo in conflitti di interessi”. In questo caso, invece, “il possessore saprà dove sono i suoi averi, quindi nella propria attività pubblica e al momento di prendere decisioni rischierà di essere influenzato da questo aspetto specifico”. Con un unico distinguo. “Il testo dice che ‘qualora non vi siano altre misure possibili per evitare il conflitto di interessi, l’Autorità può disporre che il titolare della carica di governo proceda alla vendita dei beni e delle attività patrimoniali rilevanti’. Ma si tratta di un caso indicato come eccezionale e che rimane molto indefinito – conclude il docente –. Probabilmente la sua applicazione sarà assai controversa e, anche per questo, limitatissima”.

ASTENERSI PER FAVORE – Ma sorge spontanea un’altra domanda: cosa accadrebbe nel caso in cui uno dei titolari di cariche pubbliche dovesse trovarsi a prendere decisioni tali da provocare un indebito vantaggio a sé o a persone a lui strettamente vicine? Leggendo il testo verrebbe da rispondere: niente. O quasi. “L’Autorità (…), se rileva che il titolare di una carica di governo nazionale, nell’esercizio delle funzioni pubbliche ad esso attribuite, può prendere decisioni, adottare atti o partecipare a deliberazioni che, pur destinati alla generalità o a intere categorie di soggetti, sono tali da produrre, nel patrimonio dello stesso o di uno dei soggetti di cui al comma 5 dell’articolo 5 (cioè il coniuge non legalmente separato più i parenti e affini entro il secondo grado, ndr), un vantaggio economicamente rilevante e differenziato, ancorché non esclusivo, rispetto a quello della generalità dei destinatari del provvedimento – è scritto nel testo –informa il medesimo soggetto della rilevata ricorrenza, nei suoi confronti, dell’obbligo di astensione”. E anche in caso di violazione di tale obbligo non sembra succedere granché. Perché se “il titolare di una carica di governo nazionale prende una decisione, adotta un atto, partecipa a una deliberazione o omette di adottare un atto dovuto, conseguendo per sé o per uno dei soggetti di cui al comma 5 dell’articolo 5 un vantaggio economicamente rilevante e differenziato rispetto a quello conseguito dalla generalità dei destinatari, ovvero un vantaggio economicamente rilevante e incidente su una categoria ristretta di destinatari della quale il medesimo fa parte, salvo che il fatto costituisca reato, l’Autorità applica una sanzione amministrativa pecuniaria non inferiore al doppio e non superiore al quadruplo del vantaggio patrimoniale effettivamente conseguito dai soggetti interessati”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto l’11 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Pd, che fine ha fatto? I fondatori delusi: “Tradite idee della base, non era questo il progetto iniziale”

Lo sostiene l’ex ministro degli Interni Rosa Russo Iervolino. Ma allo stesso modo la pensa anche il senatore Maurizio Migliavacca. A otto anni dalla nascita, ilfattoquotidiano.it è andato a sentire le opinioni di alcuni di coloro che parteciparono alla creazione del Partito democratico. Da Follini a Finocchiaro, da Pollastrini a Lanzillotta. Ricavandone un quadro molto critico

assemblea-costituente-pd675C’è chi parla di “un Partito democratico diventato di destra con una scelta di campo precisa”. Chi sottolinea il “tradimento delle idee della base e l’assenza di democrazia interna”. E ancora chi, con toni meno polemici ma comunque fermi, chiede “un maggior radicamento sul territorio per evitare di mobilitare il partito solo nei periodi elettorali”. Il senso, però, è quello di un Pd che non ha rispecchiato il sogno di molti. Non solo delle nuove generazioni di parlamentari nati e cresciuti all’ombra del renzismo, come Matteo Richetti, che ha recentemente parlato di “un partito senza identità” che “non è più di nessuno”. Ma soprattutto dei suoi fondatori. Dopo la sortita di Franco Monaco e la risposta di Arturo Parisi, ilfattoquotidiano.it ha interpellato alcuni esponenti di spicco dei democratici che otto anni fa, a vario titolo, hanno lavorato alla nascita del partito. Ricavandone un quadro molto critico. Tanto che alcuni di loro, come Sergio Cofferati e Marco Follini tra gli altri, hanno addirittura preferito intraprendere altre strade.

ALTO TRADIMENTO – In prima linea nell’accusare il partito di uno spostamento a destra c’è la vecchia guardia. L’ex sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, per esempio, esprime un giudizio tranchant: “Il Pd non rispecchia il progetto iniziale. Avrebbe dovuto unire le culture riformiste, laiche e cattoliche con principi semplici alla base: democrazia, giustizia sociale e solidarietà. Ma oggi – prosegue l’ex primo cittadino partenopeo ed ex ministro degli Interni – la democrazia nel partito è scarna, quasi inesistente”. Le colpe, secondo Iervolino, sono in gran parte di Matteo Renzi. Autore, a suo dire, di “politiche che sono di destra, in particolare sul tema dei diritti sociali”. Insomma “il cambiamento è avvenuto sia nel contenuto politico che nei metodi. Il nostro patrimonio si è disperso negli anni – conclude – ma la situazione è precipitata negli ultimi tempi”. L’europarlamentare Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, non è più tenero nel giudizio. Tanto che, come noto, ha preferito lasciare il partito dopo le primarie in Liguria, perse con l’ombra dei brogli. “Il Pd non fa più riferimento ai valori ai quali dovrebbe ispirarsi”, cioè “quelli che riguardano i diritti delle persone e del lavoro”. Certo, non tutte le colpe sembrano essere dell’attuale segretario-premier, perché “qualche problema c’era stato anche prima della segreteria di Renzi, ad esempio con il governo Monti”, osserva Cofferati. “In quella fase il Pd ha deviato dalla sua strada proprio sui diritti, ma erano deviazioni giustificate dal carattere temporaneo del governo. Con Renzi questi cambiamenti sono stati strutturali – chiosa l’ex sindacalista –. Ora sono la linea ufficiale del Pd”. “Non è certamente questo il Pd che avevamo immaginato durante l’atto di nascita”, dice sulla stessa lunghezza d’onda il senatore Maurizio Migliavacca, che per quattro anni (dal 2009 al 2013) ha ricoperto il ruolo di coordinatore organizzativo del partito. “Io e gli altri fondatori avevamo pensato una forza politica saldamente ancorata all’alveo del centrosinistra, una forza che camminasse su due gambe: gli elettori e gli iscritti”. Un disegno tradito. “Mentre il numero dei primi, se pur con risultati altalenanti, tutto sommato tiene, gli iscritti diminuiscono a vista d’occhio – spiega Migliavacca –. Un segnale certamente non positivo”.

TOCCO DI CLASSE – Anche per un altro dei fondatori, Marco Follini (uscito nel 2013), “la premessa iniziale con la quale è nato il Partito democratico è venuta meno perché nel frattempo è cambiato il Paese”. Si tratta, insomma, di “un percorso incompiuto al quale è impossibile oggi come oggi dare un voto”, dice l’ex segretario dell’Udc. Secondo cui è necessario aprire un dibattito per capire “qual è l’idea di Italia che si intende mettere in campo: la direzione che il partito deve intraprendere ne è solo la conseguenza”. Anche perché “il Pd aveva fra i suoi obiettivi quello di accorciare le distanze – spiega Follini –. Mi riferisco in particolar modo a quelle riguardanti il divario dei redditi e l’altro fra Nord e Sud. Obiettivi di questa portata richiedono, adesso, qualcosa di più di un ragionamento di partito: “Bisogna dare vita ad una nuova fase costituente nella quale domandarsi, per esempio, se la politica è essenzialmente scelta di un leader, e allora le primarie sono un must, oppure se deve tornare ad essere, come io credo, un confronto di idee. È solo su questo sfondo – aggiunge – che si può affrontare il tema della natura del Pd, partito del socialismo europeo oppure partito della Nazione sul modello centrista”. In definitiva, quindi, per Follini “il consenso deve fare riferimento a un’idea”, altrimenti non si va da nessuna parte. Problemi evidenti, insomma. Testimoniati anche dalle parole della senatrice Anna Finocchiaro, oggi presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama: “Dobbiamo investire molto di più nel radicamento sul territorio, non bisogna mobilitarsi solo nei periodi elettorali. Un altro compito – aggiunge – è quello di fare formazione delle classi dirigenti, un nostro tallone d’Achille. Tuttavia, penso che sulla linea politica stiamo sviluppando l’idea originaria del partito, anche andando controcorrente. Mi riferisco in particolare al diritto di cittadinanza e alle politiche sull’immigrazione”. Per Finocchiaro, comunque, serve una “maggiore ambizione”. Perché, conclude, “bisogna sempre alzare l’asticella degli obiettivi da raggiungere”.

DITTA IN PERDITA – La senatrice Linda Lanzillotta, anche lei tra le fondatrici del Pd, ha avuto invece un percorso accidentato, essendo uscita dal partito nel 2009 con l’adesione all’Alleanza per l’Italia (Api) di Francesco Rutelli. A Palazzo Madama, nel 2013, è stata poi eletta nelle liste di Scelta Civica, prima di tornare alla base nel febbraio 2015. Nuotando controcorrente, a suo modo di vedere il problema del Pd non è stato rappresentato tanto da Matteo Renzi quanto dal suo predecessore: Pier Luigi Bersani. “Il Pd doveva essere a vocazione maggioritaria, come spiegò Walter Veltroni nel discorso del Lingotto. Questa concezione è stata tradita con la segreteria di Bersani, quando prevaleva il principio della ‘Ditta’”, ragiona Lanzillotta. E ora, invece? “Renzi ripropone lo stesso progetto iniziale – risponde –. Si sta ponendo di nuovo gli obiettivi previsti alla fondazione. In questo senso il Pd sta ripercorrendo la rotta interrotta con Bersani”. “Se c’è una continuità con il Partito democratico nato otto anni fa? In molti fanno fatica a vederla”, risponde Marina Magistrelli, senatrice per tre legislature e vicina all’ex premier, Romano Prodi. “Il nostro motto, ‘uniti per unire’, in buona parte si è perso”, spiega. Aggiungendo che “la colpa non è solo di Renzi, che pure deve assolutamente evitare la deriva del partito della Nazione, la quale rimetterebbe in discussione l’essenza stessa del Pd” e che “in tanti non capirebbero né gradirebbero”. Ma di errori, per Magistrelli, ne hanno commessi tutti. Compreso l’ex segretario. “Ho creduto in Bersani e l’ho appoggiato, ma nell’ultima fase della campagna elettorale in vista delle elezioni del 2013 ha commesso diversi errori che hanno indebolito la spinta elettorale del partito, dice. Ecco perché ora “serve aprire una seria discussione politico-programmatica per capire che cosa vuole davvero diventare il Pd”.

RIPIANTIAMO L’ULIVO – Ma non è tutto. Perché c’è anche chi sogna un partito di respiro maggiormente internazionale. Come Barbara Pollastrini, ex ministro per le Pari opportunità del secondo governo Prodi, anche lei tra le fondatrici del Pd. Secondo la quale “quello di oggi assomiglia ma non è il Partito democratico che avevamo sognato e che vorrei”. Anche in Europa. Dove, dice la deputata dem, “bisognerebbe, nell’alveo del Pse, dialogare e contaminarsi con altre esperienze come Syriza e Podemos. Magari recuperando lo spirito dell’Ulivo e mettendo da parte una logica di autosufficienza”. Anche per Pollastrini, insomma, quella del Pd è ad oggi una “scommessa riuscita a metà” e da “immaginare nuovamente”. Un partito che però “deve essere saldamente ancorato alla sinistra e al centrosinistra, senza strizzare troppo l’occhio ad un centrismo da ancien règime. Una forza che guardi alle periferie e recuperi un uso sobrio del potere, che stia dalla parte degli svantaggiati. Se si pensa che l’obiettivo sia solo vincere e stare comunque al governo – conclude – si smarrisce l’anima del progetto iniziale”.

(Articolo scritto con Stefano Iannaccone il 9 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Fondo contro l’incidentalità notturna, silenzio del governo sui soldi a disposizione e su come vengono spesi

La denuncia della senatrice Maria Mussini. Che con un’interrogazione ha chiesto ai ministri Padoan, Delrio e Giannini di rendere note le cifre. Da utilizzare, secondo una legge del 2007, per sovvenzionare le attività di educazione stradale nelle scuole. Ma non solo. La vicepresidente del gruppo Misto a Palazzo Madama attacca: “Fatto inaccettabile, mancano anche le relazioni sulla gestione delle risorse da presentare obbligatoriamente al Parlamento”

incidenti-notturni675Si chiama “Fondo contro l’incidentalità notturna”. È stato istituito nel 2007, ai tempi del secondo governo di Romano Prodi, presso la presidenza del Consiglio dei ministri. Allo scopo di finanziare campagne di sensibilizzazione e di formazione degli utenti della strada, ricerca e sperimentazione nel settore di contrasto della guida in stato di ebbrezza o dopo aver assunto sostanze stupefacenti. Ma anche per sovvenzionare corsi volti all’educazione stradale degli studenti nelle scuole. Un intento lodevole. Almeno sulla carta. Perché il problema, a più di otto anni dalla sua creazione, è che non si sa quanti soldi ci sono a disposizione nel fondo per le suddette attività. Milioni di euro che avrebbero dovuto alimentarlo, sommandosi così agli 1,5 milioni stanziati da Palazzo Chigi nel triennio 2007-2009, giungendo in buona parte dalle multe comminate ai cittadini in violazione di alcuni articoli del codice della strada. Soldi pubblici, insomma. Di cui però nessuno sembra sapere nulla. Compresi il governo di Matteo Renzi, il quale, chiamato a rispondere sulla questione, non ha ancora fornito alcuna risposta, e il Dipartimento politiche antidroga della presidenza del Consiglio (delegato alla gestione del fondo), interpellato sull’argomento da ilfattoquotidiano.it.

SENZA RISPOSTA – A sollevare il caso è stata la vicepresidente del Gruppo Misto di Palazzo Madama, Maria Mussini. “Sono mesi che chiedo senza sosta chiarezza sul fondo – spiega la senatrice ex Movimento 5 Stelle –. Ad aprile, peraltro, il governo ha accolto un mio ordine del giorno assumendosi l’impegno di un’azione mirata a incrementarlo finalizzandolo anche alla ricerca”. Poi però, come spesso capita, il tutto è caduta nel dimenticatoio. “A quel punto ho indirizzato ai ministri Pier Carlo Padoan (Economia), Graziano Delrio (Trasporti) e Stefania Giannini (Istruzione) un’interrogazione, con la quale ho chiesto espressamente loro di quantificare le risorse a disposizione nel fondo e, soprattutto, di spiegare come vengono spese”. Inoltre, “vorrei anche sapere quando saranno presentate alle Camere le relazioni sulla gestione di questi soldi, come prevede la legge”. Infatti, ricorda Mussini, “per decreto il capo della Polizia sarebbe obbligato a trasmettere trimestralmente al Viminale un resoconto dell’entità del Fondo”, mentre “tre ministeri, Interno, Trasporti e Istruzione (Miur), sarebbero chiamati a riferire annualmente sull’impiego di quei soldi”. Invece, rivela, “l’unica relazione disponibile è quella del Miur del 2011”.

DECISIONE INAMMISSIBILE – Ma non è tutto. Nonostante il silenzio dell’esecutivo (nessuno degli interpellati ha risposto all’interrogazione), la parlamentare ex 5 Stelle è tornata alla carica sull’argomento grazie al disegno di legge sull’omicidio stradale, che dopo essere stato approvato a Montecitorio è ora in discussione a Palazzo Madama. Presentando emendamenti aggiuntivi riguardanti proprio il fondo contro l’incidentalità notturna. Risultato? Le proposte di modifica al testo firmate da Mussini sono state ammesse e votate in commissione Giustizia al Senato, della quale lei è componente, salvo poi essere dichiarate inammissibili per l’Aula. Un banale errore? Difficile dare una risposta certa. Anche perché proprio la vicepresidente del Gruppo Misto di Palazzo Madama non ha risparmiato critiche al provvedimento licenziato il 28 ottobre scorso dall’altro ramo del Parlamento. “Nel testo votato dalla Camera – attacca Mussini – sono state inserite aggravanti che non hanno nulla di penale, come per esempio lo stato assicurativo del mezzo”. Mentre, conclude, “non viene affatto curato il fronte della prevenzione che per me rimane l’unico strumento davvero efficace per ridurre le morti”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 7 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Contributi ai gruppi parlamentari: da Camera e Senato 106 milioni di euro incassati in due anni

Sono le cifre contenute nell’ultimo dossier Openpolis. Che ha analizzato i bilanci di tutte le forze presenti in Parlamento. Partito democratico primatista con 38 milioni. Seguito da Movimento 5 Stelle con 13. Ecco come sono stati spesi i soldi

camera_675Centosei milioni 700 mila euro di contributi stanziati ai gruppi parlamentari nei primi due anni di legislatura. Con il Partito democratico (Pd) a fare la parte del leone incassando, fra Camera e Senato, 38,5 milioni. E il Movimento 5 Stelle (M5S) ad occupare il secondo gradino del podio con 13,4 milioni. Sono questi i numeri resi noti dall’ultimo dossier di Openpolis dal titolo “Paga pantalone”. Uno studio che ha come oggetto proprio il contributo che le varie forze che siedono in Parlamento ricevono per le loro attività istituzionali e il loro funzionamento. “Una cifra in crescita – scrive l’osservatorio nel report – che ha raggiunto i 50 milioni di euro all’anno”. Da non confondere, però, con il finanziamento pubblico ai partiti. Il quale, secondo quanto previsto dalla legge varata due anni fa dal governo di Enrico Letta, sarà definitivamente abolito dal 2017.

PD PIGLIATUTTO – Per sopravvivere nei prossimi tre anni, comunque, i partiti potranno fare affidamento proprio sui contributi di Camera e Senato, calcolati sulla base della loro composizione. Ovvero: più è grande il gruppo e più soldi riceverà. Insomma, Matteo Renzi può dormire sonni tranquilli, visto che “il crescente numero di parlamentari iscritti al Pd” in entrambi i rami del Parlamento “non farà che aumentare il contributo che riceve il gruppo, un incremento tendenziale ad oggi pari a 1,3 milioni di euro all’anno”, scrive Openpolis. Ma in che modo i dem spendono i soldi che arrivano loro? Le uscite maggiori si registrano alla voce stipendi: 5,6 milioni di euro alla Camera nel 2013, cresciuti a 7,5 milioni nel 2014 (il 70,3% del bilancio), e 1,9 milioni al Senato, che hanno superato i 3 milioni lo scorso anno (67,4%). Aumentati anche i costi per le consulenze, passate da 205 mila a 329 mila euro dal 2013 al 2014 solo a Montecitorio. E che dire della comunicazione? Se a Palazzo Madama (dove il Pd conta 112 senatori) sono stati spesi ‘solo’ duemila euro in più, alla Camera la cifra è esplosa passando da 257 mila a 1,9 milioni di euro. Non è un caso, dunque, che i 4,3 milioni di euro di avanzo del 2013 siano crollati a 486 mila euro nel 2014. Mentre al Senato la cifra si è dimezzata di circa il 50%: da 2 a 1,1 milioni.

RISCHI A 5 STELLE – La medaglia d’argento, come detto, va al M5S. In questo caso, però, l’emorragia subita in termini di espulsioni e uscite volontarie (35 parlamentari hanno finora lasciato il Movimento) rischia di portare ad una “perdita tendenziale all’anno” che, calcola Openpolis“sarebbe pari a 2 milioni di euro”. Come per il Pd, anche il movimento di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio spende una fetta cospicua dei suoi bilanci parlamentari per le spese del personale, passate da 867 mila a 2 milioni di euro a Montecitorio (la cifra comunque più bassa rispetto a tutti gli altri gruppi) e da 1 a 1,5 milioni al Senato. Lo stesso discorso vale per le consulenze: i 189 mila euro del 2013 sono diventati 479 mila nei dodici mesi successivi alla Camera, mentre al Senato i 58 mila sono cresciuti attestandosi a 143 mila. Uscite sostanziose che, nonostante tutto, hanno permesso ai grillini di chiudere entrambi gli anni di legislatura con un avanzo di gestione: 961 mila euro nel 2014 alla Camera (erano 1,75 milioni l’anno precedente) e 305 mila 800 euro a Palazzo Madama (quasi 1,1 milioni nel 2013).

SILVIO IN ROSSO – Chi non se la passa per niente bene, invece, è Forza Italia (FI). Il partito di Silvio Berlusconi, che alle elezioni del 2013 si era presentato sotto l’egida del Popolo della Libertà (Pdl), è fra quelli che ha subito le perdite maggiori da inizio legislatura, causate in particolar modo dalla scissione del Nuovo centrodestra (Ncd). Ciò ha comportato “una tendenziale contrazione del contributo ricevuto pari a 5 milioni di euro”, scrive l’osservatorio. Quello che balza all’occhio, leggendo i bilanci di FI, sono i costi dei dipendenti rapportati al numero di deputati e senatori (95 in totale) di cui dispone oggi il partito. “Fra tutti – fa notare Openpolis – il gruppo di Forza Italia alla Camera risulta essere quello che maggiormente sente il peso del personale: incide infatti per l’85% delle entrate” (a Palazzo Madama la percentuale scende al 67%). Ma se proprio a Montecitorio alcune voci di spesa sono diminuite, per esempio le consulenze, andate incontro a 5 mila euro di tagli (da 327 mila a 322 mila euro), è al Senato che i costi sono lievitati. Le consulenze stesse sono passate da 32 mila a 249 mila euro; le collaborazioni da 36 mila a 389 mila euro; le somme impegnate per gli studi da appena 100 euro a 147 mila 900 euro. Non c’è quindi da stupirsi del fatto che, mentre a Montecitorio l’avanzo di FI sia di 298 mila euro nel 2014, a Palazzo Madama il rosso si attesti a 319 mila 192 euro. Ammortizzato solo grazie agli oltre 2 milioni di euro di avanzo del 2013. Insomma, tempi non facili per il Cavaliere.

OCCHIO AI BILANCI – E gli altri gruppi, come se la passano? Nei primi due anni di legislatura, la Lega Nord ha potuto usufruire di 4,6 milioni di euro di contributi: una percentuale molto alta è stata spesa in comunicazione (oltre l’11% a Montecitorio e il 12% a Palazzo Madama). Certo è, però, che bisogna stare attenti ai conti: infatti nel 2014 il Carroccio ha fatto registrare un disavanzo di 125 mila euro alla Camera e di 312 mila euro al Senato, anche in questo caso ammortizzati grazie agli avanzi degli anni precedenti. Lo stesso discorso vale per Sinistra Ecologia Libertà (Sel). Il partito di Nichi Vendola, il cui gruppo è presente solo a Montecitorio, ha ricevuto quasi 3 milioni di euro in due anni. Si tratta di “uno dei gruppi che ha potuto sopportare una chiusura di 2014 in negativo – rileva Openpolis – grazie all’avanzo di bilancio ereditato nel 2013” (182 mila 300 euro). Poi c’è Scelta Civica, che alla Camera conta 23 deputati (al Senato è completamente sparita) e che, come nei casi già citati, deve stare attenta al portafogli. Primo perché le uscite dal gruppo (22) hanno portato una perdita tendenziale di 1,1 milioni di euro l’anno; secondo perché nel 2014 la differenza fra entrate e uscite ha fatto registrare un rosso di 166 mila 900 euro. E Area popolare, fusione fra Ncd e Udc? È il gruppo che ha guadagnato maggiormente dai cambi di casacca: 3 milioni 980 mila euro (+67%).

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 3 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Comunicazione parlamentare, Grasso e Boldrini alle prese con la grana degli uffici stampa: nomi e criteri in alto mare

Ci sono da rinnovare i contratti dei giornalisti di Palazzo Madama. Ma soprattutto stanno per lasciare i responsabili delle due strutture. Bisogna scegliere il metodo di selezione dei sostituti. Con un bando pubblico o per nomina diretta? Mannino (M5S) all’attacco: “Sciogliere il comitato per la Comunicazione di Montecitorio”

grasso-boldrini675Vertici degli uffici da cambiare. Giornalisti da confermare o licenziare. Criteri di selezione in alto mare. Con i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, alle prese con la patata bollente. E il presidente di un organismo parlamentare delicato come il comitato per la comunicazione della Camera sull’orlo delle dimissioni. E tutto perché si deve cambiare. Non solo a Montecitorio, ma anche a Palazzo Madama. Con l’anno nuovo, gli uffici stampa di entrambi i rami del Parlamento potrebbero andare infatti incontro a cambiamenti radicali. Nel primo caso perché l’attuale numero uno, Anna Masera, scaduto il contratto biennale che la lega alla Camera tornerà a La Stampa. Ma sul metodo di selezione del suo sostituto è in corso uno scontro politico. Al Senato, invece, perché Iolanda Cardarelli, che dal 2009 guida l’ufficio stampa e Internet, andrà in pensione. In questo caso a sceglierne il successore sarà l’ufficio di presidenza, come previsto dal regolamento. Ma non si ancora se saranno confermati i tre addetti stampa di cui dispone attualmente Palazzo Madama. Il tutto fra le proteste degli esponenti del Movimento 5 Stelle (M5S). Scontenti dei metodi di scelta delle due nuove figure.

FUORI CONCORSO – Il prossimo 31 dicembre la Masera, che dal 1° gennaio 2014 gestisce sia l’ufficio stampa sia la comunicazione di Montecitorio, tornerà a lavorare per il quotidiano torinese. Per il quale, prima di richiedere l’aspettativa visto il nuovo incarico istituzionale, ricopriva il ruolo di caporedattore e social media editor. Ovvio, quindi, che dovrà essere scelto un successore. Ma in che modo avverrà questa nomina, che deve comunque passare attraverso la votazione dell’ufficio di presidenza? Attraverso un bando, come successo la volta scorsa vagliando decine di curricula, oppure no? I maligni dicono che la presidente dell’Assemblea, Laura Boldrini, vorrebbe ‘commissariare’ questo ufficio, affidando il coordinamento dello stesso ad uno degli addetti stampa della Camera. Il tutto per costruire ancora meglio la propria immagine in vista delle prossime elezioni. I nomi sul tavolo sono quattro: Fabio Rosati, Gennaro Pesante, Ida Bressa e l’ex inviato parlamentare di Radio Radicale Roberto Iezzi, dato come favorito vista anche la lunga esperienza maturata fra Montecitorio e Palazzo Madama. Contattato sull’argomento, però, il portavoce della Boldrini, Roberto Natale, smentisce l’ipotesi del ‘commissariamento’. “Da parte della presidente non c’è alcuna intenzione di muoversi lungo questa direzione portando l’ufficio stampa sotto la sua segreteria personale – spiega ailfattoquotidiano.it –. Rimarrà chiarissima la distinzione fra la comunicazione della presidente e quella della Camera”. Anche perché, tiene a precisare Natale, “ricordo che è stata proprio Boldrini a innovare la prassi per la quale, fino a questa legislatura, era solo il presidente a scegliere il capo ufficio stampa. Tutto ciò coinvolgendo il comitato per la comunicazione”.

GIACHETTI IN BILICO – Ma i ritardi nella scelta del metodo di selezione del nuovo capo ufficio stampa della Camera non piacciono per niente al M5S. “A meno che non si faccia una corsa contro il tempo, non ci sono margini per indire un nuovo bando per nominare il successore della Masera”, dice la deputata Claudia Mannino, segretaria d’Aula nonché componente del comitato per la comunicazione di Montecitorio guidato dal vicepresidente dell’Assemblea, Roberto Giachetti (Pd). “Mi stupisce il fatto che si voglia tornare indietro – aggiunge –, anche perché il lavoro fatto in questi due anni è stato innovativo e, con la campagna referendaria per la riforma costituzionale alle porte, mi sembra assurdo manipolare questo ruolo affidandolo esclusivamente alla presidenza. Domani (mercoledì 2 dicembre, ndr) è in programma un nuovo ufficio di presidenza nel quale l’argomento in questione non è nemmeno all’ordine del giorno”. Per questo “risulta inutile continuare a mantenere attivo questo comitato, che già si riunisce raramente – conclude la deputata grillina –. In via informarle, ho già chiesto a Giachetti di abolirlo: stiamo valutando di inviare una richiesta ufficiale”. Non è però da escludere, secondo quanto spiegano fonti parlamentari a ilfattoquotidiano.it, che lo stesso Giachetti possa anticipare tutti dimettendosi dall’incarico.

SELEZIONE PUBBLICA – Al Senato la questione è apparentemente più semplice, anche se non mancano i mal di pancia. L’unica certezza al momento è che, come detto, l’attuale capo ufficio stampa e Internet, Iolanda Cardarelli, andrà in pensione dopo sei anni alla guida dell’importante organo parlamentare. A nominare il suo successore sarà direttamente l’ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Il motivo? A differenza di Montecitorio, il capo ufficio stampa del Senato è un funzionario interno al quale sono affidate ulteriori competenze (come quella riguardante la gestione della libreria) e non per forza un giornalista. Diverso è il caso dei tre addetti stampa interni allo stesso ufficio. I quali in scadenza di contratto – che viene rinnovato ogni tre anni – saranno scelti direttamente dal presidente dell’Assemblea, Pietro Grasso, secondo quanto previsto da una recente delibera dell’ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Al momento non esistono certezze sulla conferma degli attuali componenti: Marco Tagliavini, assunto tramite selezione pubblica nel 2001, Laura Trovellesi ed Eli Benedetti (entrambi a Palazzo Madama dal 2006). Un modus operandi che, come per Montecitorio, scontenta il M5S. Dice Laura Bottici, questore dei grillini al Senato: “Speravo in un cambio di rotta, in una selezione di professionalità fatta attraverso un bando pubblico. So che è difficile cambiare abitudini – conclude –, ma mi auguravo una scelta di professionisti indipendenti e non nominati”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 1° dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)