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Evasione fiscale, da che pulpito viene la predica…

Soldi_evasioneIn Tv, all’ora di pranzo (tanto per farti andare il boccone di traverso), parlano di evasione fiscale e lavoro nero. Lo fanno invitando gli esponenti di quei partiti che hanno “depenalizzato” il falso in bilancio, emanato condoni a manetta – 7 dal 1973 ad oggi (due dei quali da parte dei governi Berlusconi, 2003 e 2009, con Tremonti ministro dell’Economia) – e permesso il rientro dei capitali dall’estero (il cosiddetto “scudo fiscale”) a fronte del pagamento di una somma del 5% a titolo di imposte, interessi e sanzioni. Insomma: hanno fatto il solletico agli evasori, a cui questa situazione è piaciuta non poco. L’Agenzia delle Entrate, quella che se un contribuente in regola commette un errore anche solo nel compilare un modulo ti manda a casa la letterina di rimbrotto (con richiesta di pagamento di mora annessa), dice di non avere «gli strumenti adeguati» per combattere fenomeni di questo tipo. Certo. Sarà che forse l’Italia è popolata di tanti Denis Verdini (Pdl) – «Sì, ho preso dei soldi in nero. Ma è una cosa normalissima, si fa così nella vita», ha dichiarato pochi giorni fa davanti alle telecamere di “Report” – e di tanti che i “Verdini” di turno non li vogliono vedere. Chissà perché…

Una politica da Oscar – da “Il Punto” del 25/01/2013

Colloquio con il leader di “Fare”. «L’Agenda Monti ha ridato vigore a Berlusconi, mentre Bersani ha accettato la contrapposizione fra due armate che in diciotto anni hanno prodotto risultati terribili. Il Professore? Il suo è un programma non impegnativo, che indica delle linee senza prendere posizioni concrete»

Giannino_blogMi perdoni per il ritardo, ma in queste settimane sto facendo più o meno la vita di un topo in trappola». A parlare è Oscar Giannino, uno dei più autorevoli giornalisti economici italiani e – da qualche mese a questa parte – leader di “Fare”, il movimento con cui si candida a guidare l’Italia. Una corsa solitaria, la sua, che rende la sfida difficile. Però, dice Giannino nel corso del colloquio con Il Punto, «noi rimarremo in campo qualunque sia il risultato. Se la Seconda Repubblica non sarà superatala sfida resterà aperta».

Il 24 e 25 febbraio gli italiani tornare alle urne. Ci sono Berlusconi, Bersani, Casini, Fini, Montezemolo… Giannino, siamo davvero nel 2013?

«No, perché questa è la classica campagna elettorale da Seconda Repubblica. Mi auguro che le conclusioni siano migliori delle premesse e che questa logica si riesca a superare. Purtroppo l’Agenda Monti – nelle forme in cui è stata costruita e presentata – ha ridato vigore a Berlusconi, che ha guadagnato il 7% tornando a riproporre per la sesta volta le stesse cose. Anche Bersani, malgrado l’aplomb iniziale, ha accettato la contrapposizione fra due armate che in diciotto anni hanno prodotto i risultati terribili che vediamo attraverso i dati dell’economia reale».

Poi ci sono Grillo, Ingroia e lei, che ha detto di non volere un accordo con i moderati ma con gli indignati. Quanti sono, a suo avviso, coloro che compongono questa categoria?

«In tutto il corso della storia repubblicana, serie storiche alla mano, non abbiamo mai avuto una percentuale di indecisi o potenziali astenuti elevata come adesso: 40% nel primo caso, 35 nel secondo. Quello di scontenti, delusi e arrabbiati è un oceano vastissimo. Il primo dato che io osservo per misurare la sofferenza dell’Italia è quello relativo al numero di famiglie che dichiarano di dover mettere mano ai risparmi per poter andare avanti. L’ultimo dato fornito dall’Istat, che risale allo scorso novembre, parla del 32,8% di nuclei costretti ad attingere dai loro accantonamenti. Eppure nel 2008, quando iniziò il governo Prodi, eravamo fermi al 12%, e nel novembre del 2011 al 22. Pensare che nel nostro Paese non si possa assistere a scene come quelle viste nelle piazze di Spagna e Grecia è un errore. Ci sono punti di rottura oltre i quali non può che esplodere una protesta cieca».

Non è un mistero che il suo movimento sia stato molto vicino a Italia Futura di Montezemolo. Poi avete “divorziato” e lei ha commentato: «Mi sono sentito come un clandestino a bordo. Forse non siamo stati abbastanza allineati». A cosa?

«Da ottobre – quando ci hanno messo alla porta – fino alla presentazione delle liste montiane, ho toccato con mano un programma troppo vincolante nei numeri da una parte, e la mancanza di idee taglienti dall’altra. Si è seguita l’impostazione di Montezemolo e dei suoi di essere monopolisti nella selezione dei componenti della società civile».

E Monti?

«Con lui ho un buon rapporto e lo manterrò, perché bisogna distinguere fra politica e stima personale. L’ho incontrato una volta che le liste erano state chiuse e gli ho detto che se l’ex direttore generale di Confindustria Galli, quello di Confcommercio Taranto e il segretario generale della Cisl Santini si candidano col Pd, forse l’errore è stato quello di affidare a Sant’Egidio e Montezemolo la decisione di chi dovesse entrare o meno in lista. Lo dico perché pensavo che ci mettessimo finalmente la Seconda Repubblica alle spalle; ma per fare ciò ci sarebbe stato bisogno di un appello molto ampio alla società civile, come fece de Gaulle in Francia a cavallo fra la Quarta e la Quinta Repubblica. Questa cosa nell’Agenda Monti non c’è stata».

Restiamo sull’Agenda: qual è l’aspetto peggiore di questo documento, criticato anche da persone vicine a Monti come Passera e Giavazzi?

«Mi preoccupa il fatto che sia un programma non impegnativo, che indica delle linee senza prendere posizioni concrete. L’Agenda non precisa – per esempio – di quanti punti di Pil verranno tagliate la spesa pubblica e le imposte, oppure cosa si intende fare riguardo le dismissioni. La parte più concreta mi sembra quella che riguarda il mercato del lavoro, scritta da Pietro Ichino. Il resto è qualcosa di fumoso, non c’è stato quel cambio di marcia che mi sarei aspettato da Monti una volta terminato il periodo di governo al fianco della “strana maggioranza”».

La corteggiano Corrado Passera, Fratelli d’Italia e il Pd. Lei però corre da solo. Una scelta coraggiosa…

«Il nostro obiettivo è quello di andare oltre il dualismo fra berlusconiani e anti-berlusconiani. Questo per noi è solo il primo passo: più avanti spero che persone come Corrado Passera, Emma Marcegaglia, Luigi Abete e tanti altri pezzi della società civile diventino risorse attive per l’Italia. Noi rimarremo in campo qualunque sia il risultato, restando un cantiere in cui invitare le persone a pensare a come poter cambiare le cose. Se la Seconda Repubblica non sarà superata la sfida resterà aperta».

La sua decisione passa anche attraverso un’operazione di “liste pulite”, come testimonia il caso di Giosafat Di Trapani in Sicilia…

«È stata una scelta inevitabile. La gente si arrabbia – a ragione – quando legge le storie di tesorieri che sperperano denaro pubblico o di consiglieri regionali che guadagnano “legalmente” il 50% in più del presidente degli Stati Uniti. Le “liste pulite” sono solo il punto d’inizio di una nuova etica che occorre per questo Paese. Tornando al caso che ci riguarda, Giosafat Di Trapani (presidente della piccola impresa di Confindustria e candidato numero tre alla Camera per la Sicilia 1 di “Fare”, ndr) lotta da 25 anni contro il racket e la mafia, ma non ci ha parlato di una sua condanna in primo grado per favoreggiamento al figlio di Ciancimino (1992, ndr) poi finita in prescrizione in secondo. L’ho chiamato e ci siamo trovati d’accordo nel non candidarlo».

Ipotizziamo che lei vinca le elezioni. Quale sarebbe il suo primo provvedimento da capo del governo?

«Il nostro è un programma impegnativo, che prevede – fra le altre cose – l’abbattimento del debito attraverso le dismissioni e il rientramento della spesa pubblica. Bisogna innanzitutto superare un ostacolo, rappresentato dai vertici della Pubblica amministrazione. Nel dire sì o no alle decisioni che vengono prese in questo Paese la mano della parte “tecnica” è molto forte. Va abbandonata la concezione che lo Stato non debba cedere niente. Una premessa a tutti i provvedimenti è quella di sostituire un bel po’ de gli alti dirigenti pubblici. Attenzione: ciò non va fatto in base al partito di appartenenza, ma riportando in patria nostri connazionali che hanno collaborato alla ristrutturazione del debito di economie estere in difficoltà e che conoscono la selva amministrativa e le complicazioni del bilancio italiano. A questo potere opaco, di cui la politica si occupa poco, vanno cambiati indirizzi e facce».

«La classe politica ha fallito, tranne limitate eccezioni personali», ha detto lei. Renzi poteva dare una scossa?

«Se Matteo non avesse accettato la regola delle primarie chiuse con cui il partito lo ha fregato, ma avesse chiesto che le stesse fossero state aperte come quelle del 2006, sarebbe stato la vera grande novità della politica di casa nostra. Di conseguenza si sarebbero verificate tre cose. Primo: Renzi avrebbe vinto e sarebbe stato il primo leader del Pd a rompere la continuità di una leadership scelta dall’oligarchia in diretta continuità con il Pci; secondo: noi avremmo aperto un cantiere insieme ai democratici per un programma comune; infine, credo che l’effetto-Renzi avrebbe disallineato l’intera offerta politica italiana creando un orizzonte che avrebbe consegnato Berlusconi al passato. Il Pd ha perso una grande occasione, personalmente mi auguro che lui continui per la sua strada anche in futuro».

Maroni le ha inviato un sms prima di andare ad Arcore da Berlusconi e le ha scritto: «Vado a rompere con lui». Poi è accaduto il contrario…

«Maroni si è reso protagonista del cambiamento all’interno della Lega, cosa che io apprezzo molto. Prima che ricucisse con Berlusconi abbiamo parlato più volte e, anche in vista del voto in Lombardia, gli ho chiesto se andasse avanti con il suo progetto tenendo duro contro il Cavaliere. Fino a poche ore prima che andasse ad Arcore – siccome i mal di pancia nella Lega erano fortissimi – mi ha detto che malgrado le difficoltà avrebbe provato a rompere. Poi, come ha detto lei, le cose sono andate diversamente…».

È deluso da questo atteggiamento?

«L’errore commesso è stato grave: non so se il Carroccio vincerà in Lombardia ma, al di là di questo, lo sbaglio si riferisce ai temi cari alla Lega e al popolo del Nord. Soggetti ai quali Berlusconi, in diciotto anni,non ha dato nulla. È innegabile, quindi, che la decisione di Maroni mi abbia deluso».

Twitter: @mercantenotizie

Rincontrarsi ad Arcore – da “Il Punto” del 18/01/2013

Pdl e Lega di nuovo insieme. Ma i nodi da sciogliere sono molti. Mentre i militanti del Carroccio se la prendono con Maroni per il passo indietro compiuto, la partita nazionale si intreccia sempre di più con quella regionale

SECURITY: MARONI, OPEN WI-FI CONNEXCTIONS STARTING JANUARY 1La notte porta consiglio. Un vecchio adagio che Silvio Berlusconi e Roberto Maroni hanno applicato alla lettera all’una e trenta del sette gennaio scorso, quando ad Arcore hanno deciso di ricostruire l’asse del Nord. Pdl e Lega di nuovo insieme. Come nel ’94, nel 2001, nel 2006 e nel 2008. Sembrano lontani i tempi in cui Bossi dava del «suino Napoleon» e addirittura del «nazista, nazistoide, paranazistoide» al Cavaliere (1995). Il quale non esitava a replicare con epiteti non meno teneri: «Bossi è un Giuda, un ladro di voti, un ricettatore, truffatore, traditore, speculatore». Sono passati quasi vent’anni. Sembrano secoli. Ora alla guida del Carroccio c’è Maroni, l’uomo che il 27 gennaio 2012, con la ramazza in mano, annunciava che «se Berlusconi ora appoggia Monti poi quando si andrà alle elezioni non può chiedere alla Lega di fare accordi perché qualche problema c’è». L’uomo, si sa, dimentica in fretta. E il segretario leghista non è stato da meno. «Andare da soli avrebbe dato soddisfazione ai malpancisti, dopodiché il 26 febbraio la Lega si sarebbe dovuta interrogare per capire le cause della propria sconfitta. È un’occasione storica per realizzare il nostro grande sogno, e io non me la voglio far scappare», ha dichiarato l’ex ministro dell’Interno commentando il nuovo apparentamento col Pdl.

TUTTO SULLA LOMBARDIA - L’occasione a cui fa riferimento il successore di Umberto Bossi è la guida della Regione Lombardia. La stessa che negli ultimi diciassette anni è stata nelle mani di Roberto Formigoni, schiacciato dal peso delle inchieste che dal 2010 hanno investito il Pirellone (da Nicole Minetti a Domenico Zambetti, passando per Davide Boni e Filippo Penati) e costretto alle dimissioni nell’ottobre del 2012. Dopo la guerra di posizione con l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, poi confluito nella lista civica di Monti, Maroni è diventato il candidato unico del centrodestra. I suoi obiettivi sono precisi: costituire la macroregione del Nord (con Piemonte e Veneto) e trattenere il 75% delle tasse sul territorio. Uno “strano” progetto, quello dell’ex numero uno del Viminale, visto che a settembre fu lo stesso Formigoni – dal palco della festa provinciale della Lega Nord di Brescia – a ipotizzare la formazione della macroregione e dell’euroregione. «Si tratta di una finta o poco più di una finta», tagliò corto “Bobo”, perché «la Costituzione dice che le Regioni possono solo fondersi» (secondo quanto prevede l’art. 132). «Maroni è stato pragmatico, per lui l’accordo col Pdl era vitale per avere una qualche chance di vittoria in Lombardia», è il giudizio di Alessandro Campi, politologo e direttore della Rivista di Politica. «Il segretario leghista ha dettato le sue condizioni, fra cui la garanzia che Berlusconi non sarà il candidato premier del centrodestra». Una promessa che sarà mantenuta in caso di vittoria, visto che la Lega ha indicato Tremonti? «A quel punto il leader del Pdl farà sicuramente il presidente del Consiglio», risponde Campi, che definisce «preoccupante il rilancio dello storico progetto secessionista della Lega», anche se «in una forma apparentemente soft». Se il Carroccio dovesse vincere in Lombardia «si porrebbero dei problemi molto seri rispetto alla tenuta della struttura istituzionale del Paese», conclude. Oltre che preoccupante, il progetto di formazione della macroregione del Nord appare di difficile realizzazione. Questo perché andrebbe modificata la Costituzione, il che richiederebbe una larga maggioranza a disposizione. I sondaggi, malgrado la quotidiana rimonta di Berlusconi, vedono la coalizione di centrodestra indietro rispetto a quella di centrosinistra. Ma la vittoria di Pdl e Lega in Lombardia renderebbe “instabile” il successo di Bersani e Vendola, visto che per colpa del “Porcellum” questa Regione assegna 49 seggi sui 315 totali al Senato. E Maroni, secondo le ultime rilevazioni, è in vantaggio su Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio (l’avvocato assassinato nel 1979) e vincitore delle primarie del Pd.

ALLA FACCIA DELLA BASE - Un accordo che sembra però scontentare i leghisti “duri e puri”. Ad ottobre avevamo incontrato alcuni di loro a Milano durante la “gazebata” organizzata dal Carroccio (la stessa che, in Lombardia, vide Maroni vincitore indiscusso delle “primarie fai da te” per la corsa al Pirellone). Alla nostra domanda su cosa ne pensassero di un possibile nuovo accordo con il partito dell’ex premier, molti ci avevano risposto così: «Diciamo basta all’alleanza col Pdl. Meglio perdere ma conservare l’onore che vincere con questi qua». Commenti che abbiamo ritrovato, sia nella forma che nella sostanza, consultando in questi giorni i principali forum dei militanti. Su Giovani Padani, per esempio, LoSpada scrive: «Siete pronti, cari leghisti, ad una nuova fantastica alleanza col Pdl “per il bene del Nord”? Mamma mia che tristezza!!». Mentre per un altro utente, padanus, «Berlusconi è finito, ha deluso troppo, ci ha preso in giro per anni e noi fessi a credere in lui, compreso il sottoscritto e la tantissima gente con cui parlo qui nel Veneto». Non è finita qui. Perché spostandoci sul forum della Lega Nord di intopic.it scopriamo seguaci ancora più irritati dal nuovo sodalizio fra Berlusconi e Maroni. «Anche questa volta avete dimostrato il vostro spessore morale. Spero proprio che gli italiani e soprattutto i lombardi non si dimentichino di quello che siete riusciti a combinare nella scorsa legislatura», dice Luigi. «Hanno stretto l’accordo. Vergogna!», è invece il commento di Gab, a cui risponde Lucio1: «Basta ricordarsene quanto ci saranno le elezioni». C’è, dunque, il rischio dell’effetto boomerang e di una nuova disaffezione della base leghista? «È probabile», afferma a Il Punto Antonio Noto, direttore di IPR Marketing. «Nel momento in cui si è formato il governo Monti la Lega ha fatto capire che non ci sarebbe potuta più essere un’alleanza con il Pdl. E su Berlusconi, oltre al giudizio politico, pesa quello sulla persona. Per gli attivisti – conclude il sondaggista – questo è sicuramente un colpo al cuore, che si accompagna alla confusione enorme che riguarda la mancanza di un candidato premier certo della coalizione. Non ho mai visto una situazione del genere».

STORACE CANDIDATO – Ma da Nord a Sud i nodi da sciogliere prima del voto di fine febbraio sono numerosi. Al Centro, solo pochi giorni fa, è stato risolto il problema riguardante la corsa per il controllo di un’altra Regione chiave, il Lazio, dopo la fine anticipata dell’era Polverini. Mentre il centrosinistra ha comunicato da tempo il nome del proprio candidato, l’ex presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, nel centrodestra la lotta fra correnti ha creato stordimento nell’elettorato. Alla fine, malgrado la componente del partito vicina al segretario Angelino Alfano avesse proposto Beatrice Lorenzin, la scelta è ricaduta sul leader de La Destra Francesco Storace. Nei sondaggi l’ex ministro della Sanità è in ascesa, ma una parte del partito – in primis la costola laziale – gli avrebbe preferito l’ex capo della Segreteria tecnica di Paolo Bonaiuti. Una decisione difficile, tanto che negli ultimi giorni Berlusconi pare abbia fatto commissionare un sondaggio in cui sono stati inseriti anche i nomi della governatrice uscente Renata Polverini, del rettore dell’Università La Sapienza Luigi Frati, del presidente della Lazio Claudio Lotito, del vicesindaco di Roma Sveva Belviso e del magistrato Simonetta Matone. Alla fine, però, si è scelto di rompere gli schemi. Qualcosa di nuovo sotto il sole.

Twitter: @mercantenotizie 

«Fratelli d’Italia una scelta di dignità. Monti? Ha fatto vedere chi è veramente» – da “Il Punto” del 18/01/2013

Guido CrosettoC’è una data che fa da spartiacque nella carriera politica di Guido Crosetto: il 6 dicembre 2012. Giorno in cui, ospite di “Omnibus” su La7, l’ex sottosegretario alla Difesa esce di scena a puntata in corso. «Non ho più niente da dire e non voglio continuare a parlare del vuoto», afferma prima di lasciare lo studio. «Alle parole ho preferito i fatti, e nelle settimane successive me ne sono andato dal Pdl», dice contattato da “Il Punto”.

Dopo la fuoriuscita dal Pdl, insieme a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, è nato Fratelli d’Italia. Qualcuno l’ha definita «il Renzi del centrodestra». Si sente così?

«No, mi sento una persona normale che ha voglia di un centrodestra normale. E che pensa che ci sia “l’altro modo” di essere di centrodestra. Quello che avrebbe dovuto essere il Pdl, un partito che anche grazie alle bordate mie e di Giorgia (Meloni, ndr) sta cercando di cambiare rotta. Oltre alla necessità di mettere in lista persone che rappresentino il territorio, ci sarebbe bisogno di un progetto politico chiaro e di una maggiore democrazia interna».

I detrattori del suo movimento hanno sottolineato l’assenza di un orizzonte politico…

«Noi siamo di centrodestra, non rinneghiamo la nostra posizione politica. Nel Pdl sia io che la Meloni e La Russa avremmo avuto i primi posti nelle rispettive Regioni, ma abbiamo preferito fare una scelta di dignità. A differenza di altri, che prima si fanno eleggere e poi fondano i partiti, noi tre abbiamo deciso di giocarci la nostra scommessa prima».

Siete comunque in coalizione con il Pdl…

«Guardiamo al Pdl ma siamo alternativi al Pdl. Se il partito ha perso il 20% dei consensi un motivo ci sarà. Noi dobbiamo essere un riferimento credibile per i moderati italiani, da quelli che hanno votato Renzi alle primarie del Pd a quelli che una volta sceglievano Alleanza nazionale».

La Russa ha parlato di un «4% certo» e di una «potenzialità del 14%». Secondo lei dove potete arrivare?

«È un problema che non mi sono posto. Mi sono preso delle responsabilità e sono cosciente del fatto che potrei non essere eletto. Ma non è ciò che mi interessa. Piuttosto, intendo concentrarmi sul progetto».

Nel frattempo, per rendere possibile l’apparentamento in Lombardia, Maroni vi ha chiesto di cambiare nome: «Optino per il solo “Centrodestra nazionale” o lo mutino in “Fratelli di Lombardia”. In caso contrario, valuteremo il da farsi». Cosa farete?

«Dovremmo utilizzare “Fratelli d’Italia per la Lombardia”. Credo comunque che il problema non sia semantico. Quando si decide di correre insieme lo si fa sulla base dei programmi, delle persone e delle scelte. Sia io che Giorgia Meloni conosciamo bene Maroni con il quale, anche in tempi non sospetti, abbiamo condiviso molte battaglie. Nell’anno di governo tecnico sono stato uno dei pochi a votare con la Lega contro Monti. È più facile che “Bobo” si trovi d’accordo con me che con molti del Pdl…».

È rimasto sorpreso dal dietrofront del segretario leghista? Ad un certo punto il rapporto fra Pdl e Carroccio sembrava inconciliabile…

«No, perché c’è la necessità di rappresentare un elettorato con delle idee diverse. In questo senso mi fa piacere che il Pdl si stia “convertendo” alle battaglie che ho portato avanti contro la politica del governo Monti».

Di recente lei ha manifestato una certa simpatia per Oscar Giannino, arrivando ad indicarlo come il possibile candidato premier del vostro movimento. Ha ricevuto risposta?

«Oscar è mio amico da anni, mi dispiace vederlo fuori del centrodestra. Bisogna unire le idee senza farsi dividere da Berlusconi: il centrodestra deve esistere oggi e dopo il Cavaliere. Lui, per ora, ha deciso di portare avanti una battaglia solitaria».

Cosa pensa della “salita in politica” di Monti?

«Me lo aspettavo, personalmente non l’ho mai considerato un “tecnico”. L’errore commesso è stato quello di dare troppo potere ad una persona da cui non si avevano garanzie di reiterata imparzialità. Ha solo fatto vedere chi è veramente».

(A fine intervista domando a Crosetto se ha visto la puntata di “Servizio Pubblico” alla quale è stato ospite Berlusconi. Mi risponde: «L’ho sentito dopo la trasmissione. Gli ho detto: “I coglioni non sono una cosa che si comprano al supermercato. Hai dimostrato di averli, ma non mi stupisce”»).

Twitter: @mercantenotizie

«Il mio nome è Minzolini. Onorevole Minzolini»

CASA AN: MINZOLINI, DA GIORNALE E LIBERO INCHIESTA PURAIn corsa per uno scranno al Senato, nelle file del Pdl, c’è anche lui. Il «direttorissimo», «minzolingua», «scodinzolini», il creatore di un nuovo genere giornalistico: il «minzolinismo». Domenica, quando è stata annunciata la candidatura in Liguria di Augusto Minzolini, ex discusso direttore del “Tg1” la cui stella si è eclissata dopo il rinvio a giudizio per peculato da parte della Procura di Roma a causa delle spese pazze (oltre 60mila euro) sostenute con la carta di credito aziendale, il giornalismo italiano è andato in tilt. Il nome di Minzolini non era circolato prima, ed è arrivato come un fulmine a ciel sereno.

A parer mio, lo dico chiaro e tondo, la “colpa” della candidatura dell’ex numero uno del “Tg1” non è del Pdl. Piuttosto, è “merito” di un sistema distorto. Malato. In Italia i giornali e i telegiornali sono in mano ad editori impuri (eccezion fatta per pochi casi). Gente i cui interessi si legano a filo doppio alla politica, all’imprenditoria, ad affari di qualsiasi genere e natura. Minzolini viene dal servizio pubblico, dirà qualcuno. Certo, tutto giusto. Ma, altra aberrazione tutta nostra, sulla Rai la longa manus dei partiti è sempre pronta – e lo sarà finché non arriverà un terremoto di vaste proporzioni che sconquasserà l’attuale situazione – alla spartizione di incarichi, poltrone, direttori, giornalisti, opinionisti, ospiti… Sono pochi coloro che non hanno un “padrino” a cui, un giorno, dover rendere conto o restituire il favore. Ed ecco che il giornalismo muore. Perché non è più al servizio del cittadino, perdendo quindi la sua fondamentale funzione sociale, ma di “questo” o “quello”. È ciò che è successo con Minzolini. Niente più, niente meno. Bastava ascoltare la paradossalità degli editoriali del «direttorissimo» – come amava chiamarlo Silvio Berlusconi – per capire che il telegiornale della prima rete Rai avesse perso serietà, imparzialità, terzietà. Cosa peggiore: il senso della realtà.

E il mondo dell’informazione italiana cos’ha fatto? Non lo ha “emarginato”, lasciando che si squagliasse come neve al sole. Al contrario, ha creato il personaggio: Minzolini è diventato il protagonista di parodie, sketch, prese in giro, rubriche satiriche sui giornali. Lui ha cavalcato l’onda ed è rimasto al suo posto finché, come detto, non è arrivato il punto di rottura (il rinvio a giudizio per peculato). Oggi rischiamo – anzi, è quasi una certezza – di doverlo chiamare «Onorevole». E lui, dopo un periodo di parziale silenzio (a maggio la Rai lo ha comunque nominato direttore del coordinamento dei corrispondenti esteri), è tornato alla carica.

Andate in edicola e acquistate “il Fatto Quotidiano”, “la Repubblica” e “Il Messaggero”. Sul giornale di Travaglio e Padellaro troverete un’intervista a Minzolini in cui lo stesso dice che «Marcello (Dell’Utri, ndr) è stimabilissimo e colto», e che «se ho deciso di candidarmi devo ringraziare voi che per un anno mi avete messo il bavaglio» (quale?). Su “Repubblica” e “Il Messaggero” – dove sono presenti altri due colloqui con il «direttorissimo» – il ritornello è sempre lo stesso: «Adesso respiro, ero imbavagliato» e «comunque di candidarmi me l’hanno proposto loro, mica l’ho chiesto io». Insomma, è stato un premio. Alla faccia di quei giovani e meno giovani preparati che hanno perso il treno, e che rischiano di fare la muffa confinati in un angolo. Qualcuno, mai come adesso, dovrebbe assumersi le proprie responsabilità.

Twitter: @GiorgioVelardi

L’Agenda sono io – da “Il Punto” dell’11/01/2013

Monti «sale in politica» e pensa al bis a Palazzo Chigi. Ma il suo programma è bocciato dagli economisti e, stando ai sondaggi, lo schieramento centrista da lui guidato non decolla. Crescono Pd e Pdl: per entrambi l’obiettivo è modificare le riforme, da loro stessi approvate, in caso di vittoria

++ MONTI, CON ABC NESSUNO PATTO PER NON CANDIDARMI ++«Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». Comincia così La metamorfosi, il racconto più noto dello scrittore Franz Kafka, pubblicato all’inizio del ‘900. Se la trasformazione del protagonista dell’opera letteraria ha riguardato l’aspetto fisico, quella subita da Mario Monti è stata di tutt’altra natura. In meno di un anno il Professore è diventato un politico di professione. Dismesso il Loden d’ordinanza, Monti ha lanciato la propria candidatura, accompagnandola con un programma elettorale (l’“Agenda per un impegno comune”) e occupando gli spazi radiotelevisivi proprio come Silvio Berlusconi (Pdl) e Pier Luigi Bersani (Pd), suoi principali antagonisti nella corsa a Palazzo Chigi. La strada che ha davanti il presidente del Consiglio uscente è però molto meno in salita rispetto a quella degli avversari. Monti infatti non deve essere rieletto perché – come ha ricordato il presidente della Repubblica Napolitano a fine novembre – è senatore a vita, quindi già parlamentare. Particolare da tenere in estrema considerazione. La sua “Agenda” è stata criticata dal “Superministro” Corrado Passera (secondo cui sarebbe servito «più coraggio») e da buona parte degli economisti italiani. Da Boeri a Zingales, passando per Alesina e Giavazzi che, in un lungo editoriale pubblicato sul Corriere della Sera il 27 dicembre scorso, hanno parlato di un programma «troppo Statocentrico. (…) Con un debito al 126% del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte del mondo – hanno scritto i due economisti – non si può sfuggire al problema di ridimensionare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente “riqualificare la spesa” con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità della situazione».

VIRTUALE E REALE – Le parole con cui Alesina e Giavazzi hanno terminato la loro analisi fotografano una realtà in continuo peggioramento. Se è vero che in questo anno il governo tecnico ha provveduto a ridare credibilità internazionale all’Italia, portando il famigerato spread sotto quota 270 punti base, dall’altra la condizione generale in cui versa il Paese non lascia dormire sonni tranquilli. Il 2012 è stato di lacrime e sangue, e si è chiuso con una crescita della disoccupazione di quasi un punto e mezzo percentuale (per ciò che riguarda gli under 25 si è toccata quota 36,5%), una caduta del Pil del 2,4% rispetto al 2011, un debito pubblico che ha superato i duemila miliardi di euro, la riduzione dei consumi delle famiglie («risparmio, rinuncia e rinvio» sono le tre “r” di cui ha parlato il Censis nel Rapporto 2012), un tasso di inflazione medio annuo del 3% (contro il 2,8 registrato nel 2011) e un incremento delle richieste di cassa integrazione del 12,1% (1,1 miliardi di ore). Più varie ed eventuali. Perché alcune delle riforme varate dal governo Monti hanno provocato effetti collaterali degni di nota. Su tutte l’introduzione dell’Imu – l’imposta sulla casa che ha contribuito a frenare la ripresa dei consumi – e la vicenda degli “esodati”, i lavoratori rimasti senza lavoro né pensione dopo il riordino del sistema previdenziale. Insomma, sembra esserci una sproporzione fra Paese virtuale (quello di cui parlano i Professori) e reale. Eppure l’ex Commissario europeo, per nulla turbato dalle critiche che hanno accompagnato la fine della sua avventura a capo dell’esecutivo, ha deciso di «salire in politica». La sua “Agenda” sembra però essere tutto il contrario di tutto. Sfogliando fra le 25 pagine che la compongono si legge, per esempio, che uno dei principali impegni per la prossima legislatura è la riduzione del prelievo fiscale complessivo, con particolare riferimento alla riduzione delle tasse che gravano su lavoro e impresa. Di più: come si è letto nell’”Analisi di un anno di governo” prima che fosse rimossa dal sito governo.it a causa delle proteste bipartisan, «l’obiettivo è di ridurre di un punto e progressivamente la pressione fiscale, iniziando dalle aliquote più basse per dare respiro alle fasce più deboli». Parole che cozzano contro le stime dello stesso governo, secondo cui nel 2013 la pressione fiscale aumenterà ancora fino a toccare il 45,3% (intermini reali si tratta di circa 380 euro in più a famiglia). Ancora: la raffica di rincari che colpiranno gli italiani nel 2013 – dalla Tares, la nuova tassa sui rifiuti, alla Tobin tax, passando per la Ivie (Imposta sul valore degli immobili all’estero) e gli aumenti delle tariffe del gas (+1,7% dal 1° gennaio) – e l’entrata in vigore delle «regole d’oro» del Fiscal compact sembrano declassare le parole del Professore al rango di “semplici promesse elettorali”.

CRESCITA CERCASI – «Rigore, equità e crescita». Alla fine, dei tre pilastri iniziali del governo Monti, gli italiani hanno saggiato solo gli effetti del primo. L’equità e la crescita non sono pervenute, malgrado le speranze del premier che il 20 gennaio 2012 affermava entusiasta: «Ci sono delle stime dell’Ocse e di Bankitalia che dicono che se l’Italia arriva ad un grado di flessibilità come c’è negli altri Paesi nel campo dei servizi ci sarà un aumento della produttività del 10% nei prossimi anni e, grosso modo, del 10% del Pil». Tono più dimesso quello che ha accompagnato la conferenza stampa di fine anno, il 23 dicembre scorso. «La crescita? – ha domandato il premier – È naturale che adesso non ci sia. Questa è un’altra illusione veicolata a cittadini che si ritengono ancora cretini. Come si fa a pensare che, avendo dovuto fare interventi come quelli a cui ciascun ministro ha collaborato (fra cui quella, già citata, delle pensioni, che ha spostato in avanti l’asticella fino a 67 anni, ndr), la crescita non avrebbe sofferto?». Ma nell’”Agenda” c’è spazio anche per istruzione, formazione professionale e ricerca. «Bisogna rendere le Università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei», è scritto a pagina 11. Anche in questo caso le nobili intenzioni del premier si infrangono con quanto deciso nella legge di stabilità. Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che pochi giorni prima dell’approvazione definitiva del testo aveva paventato il rischio default per diversi atenei italiani nel caso in cui non si fossero trovati 400 milioni per incrementare il Fondo di finanziamento ordinario delle Università, si è visto mettere sul piatto solo 100 milioni. Un fallimento. E la sanità? «Bisogna sempre più potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti», dice ancora il premier nel suo programma. Ma sempre nella ex Finanziaria ci sono solo 115 milioni di euro per i 30mila malati di Sla non autosufficienti, contro i 200 richiesti. Mentre si è deciso di rifinanziare la Tav: oltre 2 miliardi di euro fra il 2015 e il 2029.

CAMPO DI BATTAGLIA – Per ora, comunque, i sondaggi restano freddi nei confronti dello schieramento centrista (Casini, Fini e Montezemolo) guidato dal Professore, che non supera la soglia del 15% se non addirittura il 12%, secondo quanto ha affermato Nicola Piepoli a Linkiesta.it («Non spacca, è depressivo», sono state le sue parole). Due delle ultime rilevazioni – Tecnè per Sky Tg24 e Mannheimer per il Corriere della Sera – vedono invece centrosinistra e centrodestra nelle prime due posizioni. La coalizione guidata da Bersani oscilla fra il 35,3 e il 40%, mentre il Pdl si attesta fra il 17 e il 19% (l’alleanza con la Lega Nord siglata lunedì, che prevede Maroni candidato unico in Lombardia, Alfano premier e Berlusconi ministro dell’Economia in caso di successo, permette di sfiorare il 28%). Per entrambi gli schieramenti è partita la corsa a chi modificherà con maggiore incisività le riforme del governo uscente, da loro stessi approvate. La grande promessa di Berlusconi è l’abolizione dell’Imu: il mancato gettito derivante dall’imposta sulla casa – ha affermato a più riprese il Cavaliere – sarà compensato con aumento del prelievo su giochi, alcolici e sigarette. Sul fronte opposto, invece, si punta tutto sulla riforma delle pensioni e su quella del mercato del lavoro, mandate amaramente giù da Bersani e co. Provvedimenti su cui Cesare Damiano, vincitore delle primarie a Torino, ha intenzione di rimettere mano. «Se torneremo al governo non butteremo le riforme Fornero nel cestino – ha affermato dalle colonne del Corriere della Sera –, ma le correggeremo perché contengono errori fondamentali. Monti dice che vogliamo conservare un mondo del lavoro cristallizzato e iperprotetto? Forse è lui che è arroccato. Non si può andare avanti solo guardando ai mercati finanziari trascurando la realtà del mondo del lavoro», ha concluso l’ex ministro del Welfare. E pensare che fino a un mese fa la “strana maggioranza” guardava la luna sotto lo stesso cielo.

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Portaborse al palo – da “Il Punto” del 21/12/2012

portaborsePensavano che fosse finalmente arrivato il loro momento. E invece, con la fine anticipata della legislatura, il ddl che avrebbe regolamentato la figura dei collaboratori parlamentari – più comunemente chiamati “portaborse” – non vedrà mai la luce. Il provvedimento, ispirato al modello del Parlamento europeo (dove i collaboratori parlamentari vengono pagati direttamente dall’amministrazione di Bruxelles e non dai singoli deputati) è stato approvato alla Camera all’inizio di ottobre, ma non ancora calendarizzato al Senato. Nello stesso periodo, un’inchiesta de “Il Punto” aveva reso noti i soprusi subiti da alcuni “portaborse”. Che, visto l’accaduto, sono purtroppo destinati a continuare.

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«Pronto a rilanciare il Lazio» – da “Il Punto” del 14/12/2012

Il segretario de La Destra Francesco Storace lancia la sua candidatura alla Regione. «Diamo vita ad un centrodestra unitario, evitiamo gli errori del passato. Io e la Polverini contro? Solo senza un’alleanza comune, ma sarebbe una pazzia. Punterò su sanità, economia e agricoltura»

Il leader de La Destra si candida alla guida della Regione LazioFrancesco Storace è pronto a rilanciare la Regione Lazio. Non sarebbe la prima volta, visto che il segretario de La Destra ha già ricoperto l’incarico di governatore dal 2000 al 2005. «Però stavolta serve la volontà di creare un centrodestra unitario, evitiamo di ripetere l’esperienza siciliana», dice lui dal suo ufficio della Pisana all’indomani della manifestazione di domenica a Roma, che ha mobilitato quasi duemila sostenitori.

Storace, lei ha lanciato la sua candidatura alla guida della Regione Lazio. È pronto? 

«Sì, e sono molto rispettoso delle scelte che dovremo fare come centrodestra. Spero che quest’ultimo si manifesti, ciò vale sia a livello locale che nazionale. Non ho intenzione di ripetere l’esperienza siciliana, dalla quale abbiamo capito che schierando due candidati si va incontro alla sconfitta. Se si decide di creare uno schieramento unitario e c’è un candidato che è più accreditato di me nei sondaggi ne parliamo, altrimenti ognuno fa la sua corsa. Scegliendo una “scartoffia” la sinistra vince».

Lei ha definito Renata Polverini «una combattente che tutti devono rispettare». Eppure la ex governatrice, che nei giorni della bufera disse che «sicuramente » non avrebbe più governato il Lazio, pare stia pensando al “ritorno in campo”. Da alleati a possibili sfidanti? 

«Si tratta di uno scenario che potrebbe manifestarsi senza un’alleanza unitaria, ma sarebbe una pazzia. La Polverini va rispettata, non trovo giusto quanto si dice di lei nei corridoi della Pisana. Però non credo che attualmente sia messa meglio nei sondaggi. Io le dissi che la cosa più giusta, una volta rassegnate le dimissioni, sarebbe stata quella di indire subito le elezioni proponendo la sua candidatura. Lei mi rispose che non voleva più sentir parlare della Regione…».

In caso di successo da dove ripartirebbe il Lazio di Storace? 

«Dalla sobrietà in politica. Vede, il problema non sono solo le auto blu. Ad esem pio bisogna intervenire sugli enti e sulle società della rete. Personalmente, ricondurrei la responsabilità di gestione ad un amministratore unico in modo che sia più facile operare un controllo. Non serve una pletora di persone che accontenti o scontenti il politico che le ha segnalate».

Poi c’è la questione della sanità… 

«Insieme al sociale, all’economia e al rapporto con l’Europa. Per quanto riguarda la sanità va operata una netta inversione di tendenza. Io mi pongo il problema del risparmio, anche se è una follia pensare che la salute sia un costo e non un diritto. Oggi però il peso della spesa ospedaliera grava sulla Regione. Noi dobbiamo fare in modo che sul territorio il cittadino trovi lo strumento sanitario che eviti il ricorso alla cura ospedaliera. Si metterebbe in moto un meccanismo virtuoso che garantirebbe un abbattimento dei costi. Prima di essere “azzoppato” dal Lazio-gate proposi il piano per l’apertura di 100 ambulatori sul territorio. Quello del disavanzo è stato un problema comune a tutti i governatori che si sono succeduti in questi anni, da Badaloni alla Polverini. Ora è arrivato il momento di dire basta alle polemiche e di costruire la sanità di domani. E poi punterei molto sull’agricoltura…».

Perché? 

«Perché va rimessa in moto, e non escludo di ragionare su una delega presidenziale in tal senso. L’investimento nel campo dell’agricoltura è proficuo: ha un costo minore rispetto ad altri campi e garantisce vantaggi maggiori. Ci sono, infine, la cultura e il turismo. Settori che, con l’oculato utilizzo dei fondi europei, possono essere un volano importante per la ripresa».

Sia lei che Teodoro Buontempo, nella convention di domenica scorsa a Roma, avete parlato con toni non certo esaltanti dei vostri ex colleghi di An. Cosa pensa dell’atteggiamento che continuano a tenere i vari Gasparri, La Russa, Matteoli…? Pare che uno dei tre, ma non le dico chi, non sia molto contento della sua candidatura…

«Noi dobbiamo fare contenti i cittadini, non i partiti. È ovvio che ci possano essere delle preferenze, ma noi non vogliamo dare vita ad un centrodestra choosy. Domenica, alla nostra manifestazione, c’erano entusiasmo e passione per la ricerca di un punto di riferimento. È inutile starsi ad attardare. Il discorso di Buontempo è stato molto duro: noi pretendiamo rispetto per chi ha fatto per cinque anni una traversata nel deserto, andando contro chi oggi si sta invece interrogando sulla propria rifondazione. Se si vuole ricostruire un centrodestra vero ci deve essere la convergenza di tutti, nessuno escluso».

L’unica che si batte per cambiare le cose è Giorgia Meloni… 

«È curioso che chi sta nel Pdl pensi ad altro, magari sostenendo ancora Berlusconi. Se uno esce dal partito perché il Cavaliere torna in campo poi non può creare una lista satellite che lo appoggi. Sarebbe un controsenso. Noi siamo più liberi di decidere se sostenere o meno Berlusconi, dipende dalle idee e dai programmi. Credo comunque che il percorso di Giorgia sia molto più coerente rispetto a quello di La Russa e Gasparri. A me lei piace molto come soggetto politico: mi permetto di suggerirle un approccio meno pesante nei confronti del leader del Pdl perché lei potrebbe essere un’alternativa importante alla sinistra nei prossimi anni».

Nel frattempo, dopo le critiche aspre, sembra essere tornato il sereno fra lei e Alemanno. «Storace è una persona con cui mi auguro si possano trovare le convergenze programmatiche e politiche sia al Comune che alla Regione», ha fatto sapere il sindaco di Roma… 

«Ad Alemanno chiedo che le cose cambino prima di tutto in termini di contenuti. Si riuscirà a trovare la quadra? Lo vedremo. Se ci sarà la buona volontà gli ostacoli saranno superati, altrimenti si resterà così come si è adesso. A differenza di altri io non sono ossessionato dal potere. Sono stato presidente di Regione e ministro della Sanità, ma una volta lasciati gli incarichi non ho perso tempo a piangere. Ho ricominciato dal territorio e la gente mi ha votato. Questa è la cosa di cui vado più fiero».

Ultima domanda: Berlusconi fa bene a ricandidarsi? 

«Aspettiamo di capire bene cosa vuole fare veramente, la politica ci ha abituati a continui colpi di scena. Però viene da domandarsi quale sia l’alternativa. Nel Pdl il dopo-Berlusconi può essere deciso solo con il consenso del Cavaliere».

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Monti lascia, che succede al centro? I tre possibili scenari in vista del voto – da “Il Punto” del 14/12/2012

E ora che succede al centro? Se lo domandano i vari Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Luca di Montezemolo, il presidente delle Acli Andrea Olivero, il ministro Andrea Riccardi… L’annuncio delle dimissioni del presidente del Consiglio dopo l’approvazione della legge di stabilità (ex Finanziaria) spiazza i sostenitori del «Monti dopo Monti», costretti a riordinare in fretta le idee in vista dell’imminente tornata elettorale. Un’intesa di massima c’è: la Lista per l’Italia – ma il nome sembra essere ancora parziale – potrebbe riunire sotto un’unica bandiera Udc, Fli, Italia Futura più una serie di associazioni, fra cui quella cattolica dei lavoratori. Casini è pronto, e ha più volte chiamato a raccolta il presidente della Ferrari. Che però, fra i tre (Fini viaggia sulla stessa lunghezza d’onda del leader centrista), è quello meno convinto dell’operazione. Non è un caso che solo il 10 settembre scorso, a margine della convention dell’Udc a Chianciano, il think tank montezemoliano pubblicava sul suo sito Internet un articolo in cui definiva «un fritto misto che non serve al Paese» le pur «buone intenzioni» dei centristi. La battaglia si giocherà a colpi di numeri perché è ormai chiaro ai più che si tornerà alle urne con un “Porcellum” puro. Il quale prevede una soglia del 4% alla Camera e dell’8 al Senato per l’ingresso in Parlamento di una singola formazione. Complice l’appoggio tout court alle politiche del governo tecnico, il partito di Casini ha perso terreno negli ultimi mesi tanto da scendere addirittura al 3,8%. Questo, almeno, è quanto dicono le ultime rilevazioni. È dunque necessaria la formazione di una coalizione che quantomeno alla Camera darebbe la possibilità a Casini e Fini di continuare a fare politica “attiva”. Ma, come detto, il passo indietro dell’ex Commissario europeo ha rimescolato le carte in tavola. È stato proprio Montezemolo a frenare gli entusiasmi. Mentre Casini e Fini, dopo aver saputo che il premier avrebbe lasciato anzitempo la poltrona, parlavano di «un gesto di responsabilità compiuto da Monti» (il primo) e di «un bel gol in contropiede a Berlusconi» (il secondo), l’ex numero uno della Fiat faceva sapere che «o Monti offre la possibilità politica di una convergenza di tutti i soggetti che si ispirano alla sua esperienza di governo, oppure sarà complicato esserci». Le prossime settimane saranno decisive per la costruzione di tre possibili scenari. Il primo è quello che vede Monti in campo e la formazione, appunto, di una casa comune dei “moderati” guidata da lui. In questo caso, però, il presidente del Consiglio dovrebbe decidere se lasciare la carica di senatore a vita – in questo senso ritornano in mente le parole pronunciate poche settimane fa dal capo dello Stato Napolitano – oppure non scendere nell’agone politico entrando in gioco solo a competizione conclusa. Casini, Fini e Montezemolo gli farebbero da “scudieri”, mettendolo al riparo da un possibile fallimento elettorale che ne pregiudicherebbe qualsiasi impiego a posteriori. Del resto, come ha ricordato il presidente della Camera, ora il capo del governo «ha le mani libere» e «non è più obbligato ad essere super partes». Ma attenzione, perché proprio la fine anticipata della legislatura potrebbe spingere Monti a mollare tutto. In questo anno e poco più alla guida dell’Italia, il premier e i suoi ministri – che pure, spesso, ci hanno messo del loro con atteggiamenti poco sobri – sono stati attaccati aspramente sia a destra che a sinistra, complici una serie di misure che, indicatori alla mano, hanno salvato l’Italia dalla bancarotta ma senza invertire il trend negativo. Dunque il Professore “stanco” potrebbe tornare all’impegno accademico (secondo scenario) uscendo di scena fra gli applausi dei partner internazionali, che hanno accolto con preoccupazione la notizia della sua dipartita. La terza ed ultima ipotesi, consequenziale, è quella di un percorso separato delle tre compagini. Non è un caso che Casini continui a dialogare fitto con il segretario del Pd Bersani, che Fini cerchi un appiglio nientemeno che in quel che resta del Pdl e che sia Montezemolo che Olivero tentino di trovare una sponda proprio nei democratici («È necessaria un’intesa fra Bersani e Monti per il futuro dell’Italia», ha reso noto giorni fa il presidente delle Acli, sponsorizzato anche da Dario Franceschini). Chissà che a prevalere, alla fine, non sia proprio quest’ultimo scenario. L’incontro che si sarebbe dovuto tenere il prossimo 20 dicembre fra Casini, Fini e Montezemolo è stato messo in stand-by. Ma c’è chi giura che il progetto sia ormai stato definitivamente archiviato.

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La telefonata di Alfano a Crosetto: «Guido dimmi, cosa devo fare?» – da “Il Punto” del 7/12/2012

C’è un’immagine che spopola negli ultimi giorni sui social network. In questa sono presenti tutti i candidati alle primarie del Pdl (Alfano, Crosetto, Meloni, Samorì, Santanchè…) con il volto di Berlusconi. E sotto uno slogan: «Oppure Silvio». È ormai chiaro che il Popolo della Libertà sarà guidato ancora dal suo fondatore. Il Cavaliere, malgrado i continui passi di lato, non ha intenzione di lasciare il campo a nessuno. Compreso Alfano. Che negli ultimi giorni ha ovviamente visto il suo progetto sbriciolarsi in mille pezzi. Mercoledì scorso, giorno in cui il tema delle primarie ha tenuto banco nella tensione generale, il segretario ha telefonato al collega di partito Crosetto, anch’egli in corsa per la guida del partito. «Guido dimmi, cosa devo fare?», ha chiesto Alfano all’ex sottosegretario alla Difesa. Un episodio singolare, sintomo della confusione che impera nel partito. «Non direi singolare, nel Pdl sono tutti allo sbando», rivela un ex componente del partito che ha assistito al colloquio fra i due esponenti. «Cosa farà Berlusconi? Prenderà il Pdl e ne cambierà il nome per provocare la scissione di una parte del gruppo dirigente (gli ex An, ndr). Sarà una separazione “provocata”», aggiunge ancora la nostra fonte. Ma è analizzando le sette parole chiave pronunciate da Alfano un anno e mezzo fa che si capisce il fallimento degli obiettivi prefissati.

Onestà. Quando fu nominato segretario, per «acclamazione», Angelino Alfano pronunciò una frase che scosse i più: «Dobbiamo lavorare perché il Pdl diventi un partito degli onesti. E visto che è un nuovo inizio, va detto che non tutti lo sono». Ma da un anno a questa parte le cose non sembrano essere cambiate granché. I casi Fiorito e Zambetti hanno aggravato ancora di più la situazione, andando ad ingolfare le fila di indagati e condannati del Pdl. L’ex capogruppo alla Regione Lazio è in carcere con l’accusa di aver «distratto» dalle case del partito ingenti somme di denaro, episodio che ha provocato le dimissioni della governatrice Renata Polverini. L’ex assessore alla Casa della Regione Lombardia, invece, avrebbe pagato 200mila euro alla ‘ndrangheta in cambio di un pacchetto di 4mila voti risultati decisivi per la sua elezione alle Regionali del 2010 (Zambetti raccolse in totale 11.217 preferenze). Al Pirellone fra gli indagati, che superano le dieci unità, ci sono anche Franco Nicoli Cristiani, Guido Bombarda (che già nel 2004 era finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione e truffa ai danni dell’Unione europea) e Massimo Ponzoni, tutti Pdl.

Sanzioni. Che non ci sono. Perché, strano ma vero, né Fiorito né Zambetti sono stati ancora espulsi dal Pdl. «Er Batman de Anagni» è stato sospeso, ma risulta ancora un componente del partito. Questo perché i Probiviri non si sono ancora riuniti. Pare che i 9 componenti del “tribunalino” aspettino che Fiorito esca dal carcere per ascoltarlo e prendere una decisione definitiva. Stesso discorso vale per Zambetti. Eppure Alfano ha recentementefatto sapere che «ladri, rubagalline, malfattori e gaglioffi» sarebbero stati «cacciati» dal Pdl. Promettendo «tolleranza zero». Ma i buoni propositi sono rimasti parole.

Merito. C’è un solo modo affinché questo permei il Pdl e la restante parte della politica italiana: la riforma della legge elettorale. Lasciare le cose come stanno, costringendo i cittadini a tornare alle urne e votare per la terza vota con il “Porcellum”, sarebbe un gravissimo errore. Non per i partiti, ovviamente. Se la legge Calderoli non fosse modificata almeno in parte Berlusconi potrebbe fare repulisti, inserendo nel listino bloccato i fedelissimi ed “epurando” i dissidenti. Un altro fallimento di Alfano che, insieme a Bersani e Casini, è da più di un anno all’opera per cambiare il sistema di voto. Senza ottenere risultati concreti.

Partecipazione e passione. Il Pdl è scivolato nei sondaggi, e oggi oscilla fra il 15 e il 18%. Un crollo verticale, se si pensa che alle elezioni del 2008 la formazione sfiorò il 40%. Le lotte intestine fra gli ex An e gli ex forzisti hanno fatto disinnamorare l’elettorato, facendo perdere al Popolo della Libertà qualsiasi capacità di coalizione. Lo testimoniano le «sberle» – tanto per utilizzare l’espressione usata dai leghisti dopo la disfatta alle Amministrative del 2011 – prese sul territorio fra lo scorso anno e quello in corso (vedi il caso-Sicilia). Oggi sono in pochi quelli che sceglierebbero di rivotare per Berlusconi, a meno che non si torni al passato rifondando Forza Italia e rompendo con la componente più a destra del partito.

Regole e primarie. Il partito è spaccato fra chi le vuole – l’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni e il sindaco di Roma Gianni Alemanno su tutti – e chi invece le reputa inutili, credendo che la rinascita debba passare da Berlusconi. Certo è che, mentre il Partito democratico porta oltre tre milioni di persone alle urne, il Pdl si avvita su se stesso provocando ulteriore malumore fra i votanti. E pensare che c’era chi, come Gaetano Quagliariello, avrebbe voluto che le primarie fossero «regolate per legge».

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Lui, loro e l’altro – da “Il Punto” del 30/11/2012

Il capo dello Stato ricorda che il Professore «non si può candidare perché già parlamentare», il premier afferma di essere pronto a «dare un contributo». Udc, Montezemolo e frange di Pd e Pdl lavorano affinché a Palazzo Chigi ci sia ancora lui. Rendendo inutili le primarie e lavorando ad una legge elettorale che favorisce l’ingovernabilità   

Maria Stella Gelmini, ex ministro dell’Istruzione rimasta celebre per il tunnel fra il Cern e il Gran Sasso, dice di «vedere positivamente» la possibilità di un Monti-bis per arginare «il rischio di avere tra qualche mese al governo una sinistra tutt’altro che riformista e teleguidata dalla Cgil». Aggiunge ancora che «Montezemolo ci interessa, perché appare più consapevole di Casini del grave pericolo che corriamo di consegnare il Paese ad una sinistra inadeguata per governare». Un altro dei pezzi da novanta del Pdl, Franco Frattini, si sbilancia e afferma che alle primarie sosterrà Alfano, ma che «se Monti è in campo va sostenuta una grande alleanza dei moderati con Casini e Montezemolo». La forma non è cambiata (i «comunisti» demonizzati da Berlusconi sono ancora lì come uno spauracchio, così come la Cgil), la sostanza invece sì. Perché se da una parte c’è chi si batte per fare del Pdl un partito dove la «libertà» non sia solo la terza parola che ne compone il nome, dall’altra c’è chi lavora affinché il Professore rimanga a Palazzo Chigi anche dopo l’esperienza tecnica. Con un alleato d’eccezione: Giorgio Napolitano.

COMPROMESSO SUL COLLE - Sembra esserci un patto non scritto fra il Popolo della Libertà e il Quirinale: elezioni anticipate (al 10 marzo?) onde evitare che i “berluscones” facciano cadere il governo in un momento decisivo come quello attuale per poi fare in modo che Monti rimanga dov’è attualmente. Ciò permetterebbe al Pdl di non scomparire dalle scene (oggi il partito oscilla fra il 15 e il 18 per cento) e a Napolitano di sciogliere le Camere poco prima che il “semestre bianco” glielo impedisca dando vita al nuovo governo. Certo, l’inquilino del Colle ha provato a mettere ordine per evitare di “sponsorizzare” eccessivamente l’ex rettore della Bocconi. Pochi giorni fa il capo dello Stato ha avvisato che Monti «non si può candidare in Parlamento perché già parlamentare», e che «ha uno studio a palazzo Giustiniani dove dopo le elezioni potrà ricevere chiunque vorrà chiedergli un parere, un contributo o un impegno». Molto probabilmente, il presidente della Repubblica ha paura che un eventuale insuccesso elettorale di una “lista-Monti” o di un partito che appoggi o sia addirittura guidato da lui possa rovinare la festa ancora prima che questa cominci. La base di partenza è comunque solida. La “discesa in campo” di Montezemolo a sostegno dell’attuale premier e Casini che ripete come una litania che «dopo Monti c’è Monti» fanno presagire che Bersani debba mettere nuovamente da parte i sogni di gloria e lasciare strada a qualcun altro. Dal canto suo il diretto interessato, “tirato per la giacca” in più occasioni dai giornalisti, è passato dal «no comment» al «rifletterò su tutte le possibilità in modo da poter ancora dare il mio contributo per il migliore interesse dell’Italia europea». Frase, quest’ultima, che pronunciata nel giorno del primo turno delle primarie del centrosinistra ha avuto un retrogusto amaro dalle parti di Largo del Nazareno. Anche perché poi Monti ha usato la tecnica del bastone e della carota. Prima ha dichiarato che dopo le elezioni «un altro governo tecnico sarebbe una sconfitta per la politica», e poi ha aggiunto che il suo esecutivo ha svolto una «attività schiettamente politica». Come a dire: tutti sono necessari, ma nessuno è indispensabile.

BERSANI AL BIVIO - Non che pensasse di vincerle in scioltezza, ma il ballottaggio alle primarie del centrosinistra costringe il segretario del Partito democratico a rubare tempo e spazio alla costruzione dell’alternativa di governo. Domenica Bersani dovrà (nuovamente) vedersela con Matteo Renzi, che al primo turno ha raccolto nove punti in meno di “Pier Luigi”. Il sindaco «rottamatore» prepara la festa, mentre il segretario è sicuro di uscire vincitore. Certo è che, una volta ottenuto il successo, per Bersani i nodi da sciogliere saranno numerosi. Prima di tutto c’è la legge elettorale. Malgrado si tratti per abbassare la soglia del 42,5 per cento utile per ottenere il premio di maggioranza – e messi da parte pure gli “scaglioni” previsti da Calderoli – la sostanza è che ad oggi nessuna coalizione arriverebbe tanto lontano. Ecco che Casini, con il quale Bersani continua a dialogare quotidianamente (il leader Udc, pochi giorni prima delle primarie, si augurava un successo di “Pier” al primo turno), potrebbe quindi risultare decisivo. Chiedendo qualcosa in cambio dell’appoggio, ovvero che Monti faccia il premier. Non è un caso che nell’ultima settimana il segretario del Partito democratico sia tornato a strizzare l’occhio ad Antonio Di Pietro, che negli ultimi mesi sembrava lontano anni luce dai progetti dei democrat per via dei continui attacchi al governo dei tecnici e al presidente della Repubblica. Per ora si tratta di «un’alleanza con molti “se”», perché c’è bisogno di «gesti politici significativi». Ma la riapertura delle porte all’ex pm – che ultimamente ha visto la sua creatura perdere pezzi di giorno in giorno – è significativa. Questo perché, oltre a guardarsi attorno, Bersani sa di dover tenere gli occhi aperti anche dentro casa sua. La truppa dei democratici che sostengono la necessità di un Monti-bis è sempre in agguato. Per capirlo basta ascoltare Stefano Ceccanti, che di recente si è inerpicato in un ragionamento tanto articolato quanto emblematico. Siccome «l’attuale legge elettorale non prescrive che ci sia il nome del candidato premier sulla scheda», ha affermato senatore di scuola veltroniana ad Avvenire, «chiunque voglia può mettere sulla scheda il suo preferito per Palazzo Chigi. Chiunque, insomma, può indicare Monti». Più chiaro di così…

CONFUSIONE PDL - «Chi ci capisce è bravo», recita il vecchio adagio. È ciò che accade nel Pdl, dove l’atteggiamento di Berlusconi continua a mettere alla prova i nervi di Angelino Alfano gettando il partito nel caos più completo. La lettura che si può dare del suo comportamento è la seguente: il Cavaliere vuole ostacolare l’operato del “delfino” in modo da mostrare che effettivamente il «quid» non c’è (ciò si tradurrebbe, in concreto, nella mobilitazione di “truppe cammellate” contro Alfano alle primarie, sempre che si facciano, per non farlo andare troppo lontano) per poi fondare una nuova creatura e tornare in sella più convinto che mai. Pare che il “nuovo” soggetto politico dovrebbe chiamarsi – non a caso – Forza Italia. Magari vicino ci si metterà quel ”2.0” che sa di rinnovamento ma ha il retrogusto dell’usato sicuro. I più vicini al Cavaliere (fra cui la sondaggista Alessandra Ghisleri) lo hanno avvisato: «Attenzione, c‘è il rischio di segnare un clamoroso autogol». Ma in caso di eventuale disfatta è già pronta la scialuppa di salvataggio, il Monti-bis. Scenario che solo quattro giorni fa Berlusconi non ha escluso: «Questa sua posizione lo pone fuori dal contrasto politico. Se lui riterrà di poter essere utile al Paese e alcune forze politiche saranno dell’idea, ci si potrà rivolgere a lui», ha avvertito “Silvio”. Molto dipenderà dal risultato finale delle primarie del centrosinistra. Se la vittoria andrà a Bersani, Berlusconi potrebbe decidere di sciogliere le riserve e affrontare la corsa a Palazzo Chigi. Non sarebbe la prima volta. E forse neanche l’ultima.

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Gianfranco Fini sempre più isolato – da “Il Punto” del 30/11/2012

Non c’è pace per Gianfranco Fini. Dopo i sondaggi, secondo i quali Futuro e libertà per l’Italia si trova oggi fra il 2 e il 2,5%, ora ci si mettono anche le diaspore interne al partito. A Reggio Calabria gli iscritti del circolo territoriale, intitolato a Mirko Tremaglia, si sono dimessi seguendo la coordinatrice regionale Angela Napoli, che ha ritenuto «lesivo della mia dignità e di quella di numerosi iscritti e militanti calabresi» il comportamento di Italo Bocchino. Secondo Napoli, il vicepresidente di Fli (e lo stesso Fini) «stanno allungando la mano ad Alfano dicendogli che ci si può ricompattare all’insegna della legalità. Ho visto sbriciolarsi i principi che hanno portato alla formazione di Fli».

Twitter: @GiorgioVelardi