Archivio mensile:febbraio 2013

Che affare le elezioni

Dal Pd alla Lega Nord, passando per i centristi, gli outsider e le mancate dichiarazioni di Pdl e Scelta Civica. Ecco i budget di spesa dei principali partiti in campo il prossimo 24 e 25 febbraio. A fronte di circa 23 milioni di euro utilizzati in totale, il rimborso da parte dello Stato sarà di 91 milioni di euro annui per 5 anni. Totale: 455 milioni di euro

Urna_elettoraleLa spending review ha colpito anche i partiti impegnati nella campagna elettorale. O almeno, leggendo i budget di spesa delle formazioni che si presenteranno alle elezioni del prossimo 24 e 25 febbraio, ci si accorge che rispetto alle precedenti tornate le segreterie hanno messo a dieta i propri candidati. Il Pd spenderà il 27% in meno delle Politiche del 2008, mentre l’Udc stringerà la cinghia e impiegherà addirittura 8 milioni e 300mila euro in meno rispetto alle Europee del 2009. Poi c’è chi punta sull’autofinanziamento(Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Fare per fermare il declino), chi – a sorpresa – fa sapere che «il consuntivo delle spese sarà rilasciato alla fine della campagna elettorale» (è il caso della lista “Scelta civica” di Mario Monti) e infine chi ha deciso di non rilasciare dichiarazioni in merito (il Pdl). Niente paura, comunque: dopo la tornata elettorale le casse dei partiti torneranno a rimpinguarsi. Ilmotivo? I “soliti” rimborsi elettorali. Malgrado la legge di riforma datata 6 luglio 2012, che ha ridotto i contributi pubblici a 91milioni di euro annui (63.700.000 euro come rimborso spese per le consultazioni e quale contributo per l’attività politica, più 27.300.000 euro a titolo di cofinanziamento, dice il provvedimento), per i partiti le elezioni restano un grande affare. Nell’arco della prossima Legislatura, infatti, la cifra complessiva stanziata dallo Stato sarà pari a 455milioni, alla luce di una stima di spesa di circa 23milioni di euro (a riferimento sono state prese le dodici principali forze in campo).

IL CENTROSINISTRA - Sei milioni e mezzo di euro. È questo il budget di spesa del Partito democratico per le Politiche. Trovare gli stanziamenti di Largo del Nazareno per la campagna elettorale non è stato difficile. Sul proprio sito Internet, infatti, il Pd ha predisposto un’apposita sezione (“Trasparenza 2012”) in cui ha diviso, voce per voce, tutte le uscite. Quasi i due terzi del budget a disposizione (4.600.000 euro) verranno impiegati per la comunicazione e saranno così suddivisi: 2milioni per le affissioni e altrettanti per il “Piano media” (Tv, radio, giornali e web); 300mila euro per la produzione di materiale fotografico e 300mila euro per altre spese di comunicazione; 500mila euro per manifestazioni ed eventi; 900mila euro permailing elettorali e infine 500mila euro per “altre spese”. «Il budget è in forte riduzione rispetto a quanto speso nelle elezioni precedenti», fanno sapere i democratici nella nota riassuntiva pubblicata sul portale. Se messo a confronto con le Politiche del 2008 l’importo è stato tagliato del 27%(allora vennero spesi 8.866.259 euro), mentre rispetto alle Europee del 2009 e alle Regionali del 2010 la riduzione è stata, rispettivamente, del 53% (13.942.883 euro) e del 31% (9.354.713 euro). Passiamo alle altre tre principali forze che compongono la coalizione di centrosinistra: Sinistra Ecologia e Libertà di Nichi Vendola, il Partito Socialista Italiano di Riccardo Nencini e il Centro Democratico diMassimo Donadi e Bruno Tabacci. Nel primo caso, a parlare a Il Punto delle spese sostenute dal partito per la campagna elettorale, è il tesoriere di Sel, Sergio Boccadutri. I 450mila euro previsti inizialmente «sono già stati spesi», dice. «Abbiamo portato avanti una campagna elettorale che ha riguardato alcune voci», come «la produzione di uno spot audio e uno video inhouse, a cui si è aggiunta una spesa di posizionamento prima dei trenta giorni del silenzio elettorale e la stampa di duemila copie di un giornalino di 8 pagine che è in distribuzione in tutta Italia e al cui interno ci sono sia il programma che i nomi dei candidati – per ogni area è stata realizzata una personalizzazione sulla base delle liste regionali – più una lettera di Vendola». Poi, conclude Boccadutri, «sono stati prodotti quattro manifesti che sono stati distribuiti in 300mila copie sul territorio ed è stata messa online la nuova versione del sito Internet di Sel, nel quale abbiamo caricato alcuni materiali che possono essere scaricati e utilizzati direttamente dalle strutture presenti sul territorio ». Poi c’è il Psi. Quanto messo sul piatto per le Politiche Nencini lo ha scritto in una nota pubblicata su www.partitosocialista. it in risposta al giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo, che in un articolo uscito sul quotidiano di via Solferino chiedeva trasparenza riguardo le spese sostenute dai partiti per le elezioni. «Abbiamo già indicato il nostro budget – fa sapere il segretario socialista – spenderemo 170mila euro» che arrivano «in parte da contributi dei candidati e in parte da fondi stanziati dal nostro bilancio». Inoltre, dice Nencini, «abbiamo aperto una sottoscrizione straordinaria rivolta a tutti i cittadini che vorranno dare il loro contributo alla nostra campagna elettorale. Una volta terminata, subito dopo le elezioni politiche, mi impegno a rendere noti gli importi». Infine c’è la formazione di Donadi e Tabacci. «Il nostro è un budget minimo: stiamo affrontando le spese necessarie a sostenere una campagna elettorale “dignitosa”», spiega Gregorio Donnarumma, segretario amministrativo e tesoriere nazionale di Centro Democratico. «Nei prossimi giorni – prosegue contattato da Il Punto – renderemo noti i dati, che saranno pubblicati in rete».

IL CENTRODESTRA - Mistero, invece, su quanto speso dal Pdl. Da via dell’Umiltà, dopo giorni di richieste, ci hanno risposto che «nessuno è autorizzato a rilasciare dichiarazioni di questo tipo». Cercando sul sito Internet del Popolo della Libertà e su forzasilvio.it (il network ufficiale di Berlusconi) non ci sono notizie in merito al budget per le Politiche. In rete sono reperibili alcune dichiarazioni di Ignazio Abrignani, responsabile del settore elettorale, secondo cui «il budget sarà ridottissimo», praticamente «pari allo zero». Prendiamo nota, anche se rimane difficile pensare che un partito strutturato come il Pdl, che ha ricevuto 206.518.945 euro di rimborso per le Politiche del 2008, non voglia fornire risposte a riguardo e che – come rivelato a Il Punto da una fonte interna al partito – «in alcune Regioni sono state addirittura riutilizzate le bandiere fatte realizzare cinque anni fa». Poi c’è la Lega Nord. Il budget di spesa per le elezioni il nuovo tesoriere, Stefano Stefani, lo ha reso noto poche settimane fa in un colloquio con la Repubblica. Il Carroccio spenderà 5 milioni di euro, cifra comprensiva delle spese che saranno sostenute sia per le Politiche che per le Regionali. Abbiamo provato a contattare il successore di Francesco Belsito per capire le cifre spese “solo” per la corsa aMontecitorio e PalazzoMadama, ma dal suo entourage ci hanno comunicato che Stefani «non vuole aggiungere nulla a quanto ha già dichiarato». Buona parte delle spese, circa un milione e 600mila euro, saranno impiegati solo per la Lombardia, mentre al Veneto saranno “devoluti” 840mila euro e al Piemonte 354mila. Cifre più contenute quelle messe in campo da La Destra di Francesco Storace. Il partito dell’ex ministro della Sanità spenderà un milione e 600mila euro che serviranno, spiega a Il Punto il tesoriere, Livio Proietti, «per la propaganda statistica, dinamica e per i media, compreso Internet ». A questa cifra, dice Proietti, «vanno aggiunti 200mila euro per manifesti e affissioni. L’importo al momento è stato coperto con i contributi dei candidati capilista, con le sottoscrizioni dei simpatizzanti e con la cessione dei futuri contributi elettorali». Fratelli d’Italia, il neonato partito capitanato da Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, punta invece sull’autofinanziamento. Ogni candidato è chiamato a donare un contributo volontario (la rendicontazione arriverà dopo le elezioni) mentre i capilista nelle varie Regioni sono tenuti a versare una cifra minima di 50mila euro. Sul sito Internet del gruppo è poi possibile effettuare donazioni con carta di credito.

L’ARMATA MONTIANA - Una campagna all’insegna della riduzione dei costi è quella portata avanti anche dall’Udc di Pier Ferdinando Casini. Come per il Pd, anche i centristi hanno dedicato una pagina del proprio sito Internet alla “trasparenza”. L’ex presidente della Camera e la sua formazione hanno un budget di spesa di 3 milioni e 200mila euro, cioè 8 milioni e 300mila euro in meno rispetto alle Europee del 2009 e 3 milioni e 300mila euro inmeno delle Regionali del 2010. Il «media mix», come lo hanno definito i centristi, è così distribuito: 200mila euro per grafica e eventi; 708.307 euro per le affissioni; 522.966 per la Tv; 621.847 euro per la radio; 162mila euro per la stampa; 200mila euro per il web e infine 616.627 euro per le affissioni su bus e mezzi pubblici. Dell’armata montiana fa parte anche Futuro e Libertà per l’Italia di Gianfranco Fini. Anche in questo caso, a spiegarci qualcosa in più sul denaro speso per le Politiche 2013, è il tesoriere del partito, Luigi Muro. «È notorio che il nostro partito, non avendo finanziamento pubblico in quanto è nato dopo le elezioni, è andato avanti con contribuzioni private e in particolare con i contributi dei parlamentari. Circa una anno fa decidemmo di tassare di 50mila euro ogni parlamentare, qualcuno fece un apposito mutuo», afferma Muro, il quale specifica che «con quella somma ricavata si è “sopravvissuti” e in prossimità delle elezioni i candidati,mi riferisco a quelli che hanno posizioni migliori, hanno ulteriormente versato dei contributi per un ammontare complessivo di circa 150/180mila euro». Soldi che sono serviti «per stampare un manifesto unico che abbiamo inviato ai coordinamenti regionali e poi credo che ogni candidato localmente abbia ulteriormente impegnato risorse proprie per piccole manifestazioni locali», conclude il tesoriere di Fli. La terza e ultima forza che compone il centro è proprio la lista “Scelta civica – con Monti per l’Italia”. Abbiamo cercato a più riprese di sapere la somma a disposizione del presidente del Consiglio uscente e dei suoi candidati, finché lunedì mattina una e-mail ci ha informati che «prima della fine della campagna elettorale non sarà rilasciato il preventivo delle spese sostenute da Scelta Civica. Il consuntivo delle spese sarà rilasciato alla fine della campagna elettorale ».

GLI OUTSIDER - Per concludere ci sono quelli che sono indicati come gli “outsider” di questa campagna elettorale: Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, Fare per fermare il declino di Oscar Giannino e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Partiamo proprio dalla formazione del comico genovese che, non essendomai stata in Parlamento e non potendo quindi contare su alcuna forma di finanziamento o rimborso elettorale (uno dei punti clou del programma dei “grillini”, che ne chiedono l’abolizione e che, per bocca del leader politico, hanno fatto sapere che rifiuteranno i rimborsi stessi), ha puntato sull’autofinanziamento. Sul sito delMovimento si possono effettuare donazioni spontanee: «L’obiettivo – scrive Grillo – è raccogliere un milione di euro. Ogni spesa sarà documentata e l’eventuale residuo sarà destinato al conto corrente per i terremotati dell’Emilia». Le cifre donate, è specificato ancora sul portale del 5 stelle, «verranno utilizzate per pagare le spese legali, per la promozione del M5S nel periodo pre-elettorale, per la tournée non-stop che partirà subito dopo la Befana fino alle elezioni per tutta Italia, per organizzare eventi nazionali e per fornire ogni supporto online agli attivisti».Mentre andiamo in stampa la cifra raccolta è pari a 477.263 euro, raggiunta grazie a 10.925 donazioni (una media di circa 44 euro cadauna). Quella dell’autofinanziamento è la formula utilizzata anche dal partito del noto giornalista economico Oscar Giannino. Su www.fermareildeclino.it un apposito grafico informa gli internauti che il budget previsto per la campagna elettorale è di 2.082.356 euro: all’appello mancano ancora 728.824 euro (è stato finora raggiunto il 65% di copertura). Il 10%del denaro raccolto fino a questomomento arriva dai tesseramenti, il 55%dalle donazioni. «La quasi totalità della cifra, pari al 95%– dichiara a Il Punto il tesoriere del movimento, Lorenzo Gerosa – viene impiegata per la campagna elettorale. Una prima fase è stata dedicata alla conoscenza del brand, con delle affissioni in tutta Italia; a ciò hanno fatto seguito una serie di eventi su tutto il territorio nazionale e una seconda fase di affissioni. Per l’ultimo periodo faremo delle “vele” (la pubblicità sui mezzi pubblici, ndr) e andremo avanti potenziando la parte web, su cui siamo già presenti». Il resto delle risorse è dedicato alle spese per sondaggi (3%), personale (1%) e Ict (tecnologie di informazione e comunicazione, 1%). Gerosa ci tiene a precisare che «la grandissima parte di quanto abbiamo ricevuto sono microdonazioni. La maggioranza dei nostri 65mila aderenti ha versato somme comprese fra i 20 e i 50 euro. Donazioni sopra i 10mila euro si contano sulle dita di una mano. Il nostro movimento è di proprietà di coloro che hanno deciso di sceglierci, anche nell’ambito del finanziamento». In conclusione del nostro excursus sulle spese elettorali c’è Rivoluzione civile. Il budget di spesa sostenuto dal movimento che racchiude al suo interno Italia dei valori, Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi non è reperibile sul sito Internet di Ingroia&co., dov’è invece possibile «aiutare a fare la Rivoluzione» donando un contributo volontario. Oltre al denaro pervenuto in questo modo, stando alle informazioni fornite a Il Punto dallo staff del magistrato palermitano, Rc ha a disposizione una cifra pari a 2.200.000 euro messi insieme grazie agli stanziamenti dei partiti che lo compongono. Un milione di euro è arrivato da quello di Antonio Di Pietro (che, va ricordato per dovere di cronaca, ha donato l’ultima tranche dei rimborsi elettorali del 2008, pari a 1.700.000 euro, ai terremotati dell’Emilia Romagna), 600mila da quello di Paolo Ferrero, 500mila da quello di Oliviero Diliberto e i restanti 100mila da quello di Angelo Bonelli.

Twitter: @mercantenotizie

Parlamento, promossi e bocciati

camera-dei-deputatiL’abbiamo chiamata, e tutt’ora lo facciamo, «casta». Immaginiamo politici fannulloni, sperperatori di denaro, completamente avulsi dalla vita “reale”. Però a questo punto è lecito fare una domanda: i nostri parlamentari – e di conseguenza i partiti a cui appartengono – sono davvero tutti uguali?

A questa e ad altre domande ha provato a rispondere il “Rapporto sull’attività del Parlamento nella XVI Legislatura” redatto da Openpolis, l’osservatorio nato nel 2008 che si occupa di trasparenza e accesso ai dati pubblici e che negli ultimi cinque anni ha messo sotto la lente d’ingrandimento l’attività del 945 parlamentari della Repubblica.

Nelle prime pagine del rapporto Openpolis spiega la metodologia seguita per l’analisi. «L’indice di produttività parlamentare propone la valutazione del lavoro di deputati e senatori in base a criteri di efficacia che aiutino a distinguere la gran massa di attività che non produce effetti – per esempio su circa 9.600 Ddl presentati appena 500 sono stati esaminati – da quella, poca, che invece da risultati», scrive l’associazione. «Non si entra mai nel merito di quanto un atto dispone, se sia buono o cattivo, ma ci si limita ad attribuire un punteggio ad ogni passaggio di iter. L’indice è uno strumento che ha il vantaggio della sintesi – è scritto ancora – ma che tuttavia non deve essere preso come uno strumento per la misurazione esatta. Serve per analizzare e valutare la complessa realtà parlamentare, non certo per formulare giudizi». Tre sono i criteri di produttività: l’iter dell’atto parlamentare, il consenso (ovvero la quantità e la tipologia di gradimento che il Primo firmatario di un atto riesce ad ottenere presso i suoi colleghi) e la partecipazione ai lavori (cioè il contributo del parlamentare ai lavori della Camera di appartenenza).

Il primo dato che salta all’occhio sfogliando le pagine del rapporto è quello che riguarda gli atti approvati e conclusi nel corso della XVI legislatura. Openpolis nota come il decreto legge (che, lo ricordiamo, è un provvedimento che il governo dovrebbe utilizzare in casi di estrema necessità e urgenza) sia oggi «una modalità di legiferazione quasi ordinaria». Basta leggere i numeri: dei 115 decreti presentati nei 5 anni di Legislatura – molti dei quali nell’anno del governo Monti – 97 sono stati convertiti (84,35%), mentre dei 9.572 disegni di legge solo 387 sono stati approvati (“appena” il 4,4%). Anche le risposte alle interrogazioni parlamentari, ovvero lo strumento di cui i partiti dispongono per chiedere al governo delucidazioni su una determinata questione, sono poche rispetto alle domande: 42.903 quella presentate, 16.694 quelle concluse (il 38,91%). Ne emerge che il Parlamento è sempre più “espropriato” del suo ruolo rispetto all’esecutivo.

Connessa alla questione del decreto legge c’è il ricorso alla fiducia. In questo caso, diceOpenpolis, «la tendenza già evidentemente troppo elevata nella fase del governo Berlusconi – con 16 leggi su 100 approvate con la fiducia – diventa del tutto patologica durante il governo Monti con un rapporto di quasi una legge su due per la quale si è fatto ricorso alla fiducia». Fra i provvedimenti votati in questi anni 3 voti di fiducia sono stati necessari per l’approvazione della Legge di sviluppo 2008, per il decreto Milleproroghe 2012 e per quello sulle semplificazioni fiscali; 4 per il Decreto sviluppo e la Riforma fiscale; 5 per la legge Anti-corruzione e per quella di Stabilità 2013 e addirittura 8 per la Riforma del mercato del lavoro.

Ci sono poi provvedimenti che l’associazione ha diviso in due categorie: leggi lepre e lumaca, ovvero quelle che da una parte sono state approvate in maniera rapida – se messe a confronto con le lungaggini parlamentari – e altre che al contrario sono rimaste in ballo per anni. «Il ritardo con cui il Parlamento e il governo rispondono alle esigenze reali del Paese», scrive Openpolis, «non è da imputarsi a “tecnicismi istituzionali” quanto piuttosto alla mancanza di volontà politica». Fra le “leggi lepre” ci sono, per esempio, il Lodo Alfano (124/2008, poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta per la violazione degli articoli 3 e 138 della Carta), approvato in “appena” 20 giorni. Oppure la legge di Stabilità 2012 e quella di Bilancio 2012, 25 giorni. E la spending review del ministro Giarda, 32 giorni. Mentre fra quelle “lumaca” troviamo la legge per il contrasto ad usura ed estorsione, 1.357 giorni, quella per l’equo compenso dei giornalisti, 901, e quella per le quote rosa nelle società quotate in borsa, 782.

Veniamo ora ai parlamentari. Quali sono stati, nei cinque anni a Montecitorio e Palazzo Madama, quelli più presenti e quelli – al contrario – maggiormente assenti? Partiamo dalla Camera, dove Remigio Ceroni (Pdl) risulta essere il deputato con la più alta percentuale di presenze in aula (99,88%), seguito da Giorgio Lainati e Simone Baldelli (entrambi del Pdl) con il 99,84 e il 99,78% delle presenze. Nella “top three” dei deputati maggiormente assenti ci sono invece Antonio Gaglione (Misto, 91,70%), Niccolò Ghedini (Pdl, 81,20%) e Denis Verdini (Pdl, 75,90%). Al quinto posto spunta anche Pier Luigi Bersani, segretario del Pd e candidato premier del centrosinistra, con il 72,30% di assenze. A Palazzo Madama, invece, i tre senatori più presenti sono Cristiano De Eccher (Pdl, 99,90%), Achille Totaro (Fdi, 99,80%) e Mario Pittoni (Lega Nord, 99,70%). Fra quelli maggiormente assenti, nelle prime tre posizioni ci sono Giovanni Pistorio (Misto, 65,30%), Domenico Nania (Pdl, 64,50%) e Emma Bonino (Radicali, 60,80%).

Un conto sono le presenze, un altro la produttività (come spiegato in precedenza). Anche in questo caso, Openpolis ha stilato una classifica di deputati, senatori e gruppi parlamentari che hanno lavorato di più rispetto agli altri. Alla Camera i tre parlamentari più produttivi sono risultati essere Donato Bruno del Pdl (indice di produttività pari a 1248,4), Franco Narducci del Pd (1138,5) e Antonio Borghesi dell’Idv (1113,4). Nelle prime tre posizioni al Senato ci sono invece Carlo Vizzini dell’Udc-Svp (1574,8), Lucio Malan del Pdl (1398,9) e Gianpiero D’Alia (Udc-Svp, 1314). Chi sono, invece, i più “fannulloni”? Alla Camera i primi tre della lista sono Niccolò Ghedini (Pdl, 14,4), Denis Verdini (Pdl, 23,2) e Antonio Angelucci (Pdl, 26,2). Al Senato spiccano Vladimiro Crisafulli (Pd, 22,2), Raffaele Stancanelli (Pdl, 22,7) e Sergio Zavoli (Pd, 33,2). Il primo posto fra i gruppi parlamentari più produttivi è occupato dall’Italia dei valori di Antonio Di Pietro con un indice di produttività pari a 418,3 alla Camera e 445 al Senato. Solo quinti e sesti Pd (222,9) e Pdl (197) alla Camera, con il partito di Berlusconi che al Senato scivola all’ottavo posto.

Un altro capitolo del rapporto è dedicato a deputati e senatori che vanno e vengono. Quello del cambio di casacca, scrive Openpolis, è stato «uno dei fenomeni caratterizzanti la XVI Legislatura». L’Udc di Casini risulta essere l’unico partito di quelli che ha intrapreso fin dal principio la Legislatura ad avere un “saldo” positivo: +2 deputati alla Camera e +8 al Senato conquistati in questi anni. Una vera emorragia è quella che ha invece colpito il Pdl, che ha perso 70 deputati e 27 senatori, mentre il Pd ha visto passare ad altri partiti 13 deputati (come pure l’Idv) e 14 senatori.

C’è, infine, un particolare che riguarda il governo Monti. Sapete qual è il gruppo parlamentareche – sia alla Camera che al Senato – ha sostenuto maggiormente l’esecutivo del Professore? Chi ha risposto Udc e Fli ha sbagliato. È infatti il Pd la formazione più ”fedele”. Alla Camera, dei 99 voti finali, i democratici hanno votato favorevolmente nell’83% dei casi (+6% rispetto all’Udc e +23% rispetto a Fli), mentre a Palazzo Madama, in 83 voti finali, la percentuale raggiunge l’85% (+10% rispetto ad Api-Fli e +15% rispetto all’Udc). Scenario che si riflette anche su deputati e senatori che hanno sostenuto maggiormente il governo tecnico. Nelle prime 22 posizioni a Montecitorio ben 20 sono del Pd. Idem al Senato. Che sia il preludio ad un accordo, già sottoscritto, fra Bersani e Monti dopo le elezioni? Lo sapremo fra poche settimane.

Twitter: @GiorgioVelardi

Una politica da Oscar – da “Il Punto” del 25/01/2013

Colloquio con il leader di “Fare”. «L’Agenda Monti ha ridato vigore a Berlusconi, mentre Bersani ha accettato la contrapposizione fra due armate che in diciotto anni hanno prodotto risultati terribili. Il Professore? Il suo è un programma non impegnativo, che indica delle linee senza prendere posizioni concrete»

Giannino_blogMi perdoni per il ritardo, ma in queste settimane sto facendo più o meno la vita di un topo in trappola». A parlare è Oscar Giannino, uno dei più autorevoli giornalisti economici italiani e – da qualche mese a questa parte – leader di “Fare”, il movimento con cui si candida a guidare l’Italia. Una corsa solitaria, la sua, che rende la sfida difficile. Però, dice Giannino nel corso del colloquio con Il Punto, «noi rimarremo in campo qualunque sia il risultato. Se la Seconda Repubblica non sarà superatala sfida resterà aperta».

Il 24 e 25 febbraio gli italiani tornare alle urne. Ci sono Berlusconi, Bersani, Casini, Fini, Montezemolo… Giannino, siamo davvero nel 2013?

«No, perché questa è la classica campagna elettorale da Seconda Repubblica. Mi auguro che le conclusioni siano migliori delle premesse e che questa logica si riesca a superare. Purtroppo l’Agenda Monti – nelle forme in cui è stata costruita e presentata – ha ridato vigore a Berlusconi, che ha guadagnato il 7% tornando a riproporre per la sesta volta le stesse cose. Anche Bersani, malgrado l’aplomb iniziale, ha accettato la contrapposizione fra due armate che in diciotto anni hanno prodotto i risultati terribili che vediamo attraverso i dati dell’economia reale».

Poi ci sono Grillo, Ingroia e lei, che ha detto di non volere un accordo con i moderati ma con gli indignati. Quanti sono, a suo avviso, coloro che compongono questa categoria?

«In tutto il corso della storia repubblicana, serie storiche alla mano, non abbiamo mai avuto una percentuale di indecisi o potenziali astenuti elevata come adesso: 40% nel primo caso, 35 nel secondo. Quello di scontenti, delusi e arrabbiati è un oceano vastissimo. Il primo dato che io osservo per misurare la sofferenza dell’Italia è quello relativo al numero di famiglie che dichiarano di dover mettere mano ai risparmi per poter andare avanti. L’ultimo dato fornito dall’Istat, che risale allo scorso novembre, parla del 32,8% di nuclei costretti ad attingere dai loro accantonamenti. Eppure nel 2008, quando iniziò il governo Prodi, eravamo fermi al 12%, e nel novembre del 2011 al 22. Pensare che nel nostro Paese non si possa assistere a scene come quelle viste nelle piazze di Spagna e Grecia è un errore. Ci sono punti di rottura oltre i quali non può che esplodere una protesta cieca».

Non è un mistero che il suo movimento sia stato molto vicino a Italia Futura di Montezemolo. Poi avete “divorziato” e lei ha commentato: «Mi sono sentito come un clandestino a bordo. Forse non siamo stati abbastanza allineati». A cosa?

«Da ottobre – quando ci hanno messo alla porta – fino alla presentazione delle liste montiane, ho toccato con mano un programma troppo vincolante nei numeri da una parte, e la mancanza di idee taglienti dall’altra. Si è seguita l’impostazione di Montezemolo e dei suoi di essere monopolisti nella selezione dei componenti della società civile».

E Monti?

«Con lui ho un buon rapporto e lo manterrò, perché bisogna distinguere fra politica e stima personale. L’ho incontrato una volta che le liste erano state chiuse e gli ho detto che se l’ex direttore generale di Confindustria Galli, quello di Confcommercio Taranto e il segretario generale della Cisl Santini si candidano col Pd, forse l’errore è stato quello di affidare a Sant’Egidio e Montezemolo la decisione di chi dovesse entrare o meno in lista. Lo dico perché pensavo che ci mettessimo finalmente la Seconda Repubblica alle spalle; ma per fare ciò ci sarebbe stato bisogno di un appello molto ampio alla società civile, come fece de Gaulle in Francia a cavallo fra la Quarta e la Quinta Repubblica. Questa cosa nell’Agenda Monti non c’è stata».

Restiamo sull’Agenda: qual è l’aspetto peggiore di questo documento, criticato anche da persone vicine a Monti come Passera e Giavazzi?

«Mi preoccupa il fatto che sia un programma non impegnativo, che indica delle linee senza prendere posizioni concrete. L’Agenda non precisa – per esempio – di quanti punti di Pil verranno tagliate la spesa pubblica e le imposte, oppure cosa si intende fare riguardo le dismissioni. La parte più concreta mi sembra quella che riguarda il mercato del lavoro, scritta da Pietro Ichino. Il resto è qualcosa di fumoso, non c’è stato quel cambio di marcia che mi sarei aspettato da Monti una volta terminato il periodo di governo al fianco della “strana maggioranza”».

La corteggiano Corrado Passera, Fratelli d’Italia e il Pd. Lei però corre da solo. Una scelta coraggiosa…

«Il nostro obiettivo è quello di andare oltre il dualismo fra berlusconiani e anti-berlusconiani. Questo per noi è solo il primo passo: più avanti spero che persone come Corrado Passera, Emma Marcegaglia, Luigi Abete e tanti altri pezzi della società civile diventino risorse attive per l’Italia. Noi rimarremo in campo qualunque sia il risultato, restando un cantiere in cui invitare le persone a pensare a come poter cambiare le cose. Se la Seconda Repubblica non sarà superata la sfida resterà aperta».

La sua decisione passa anche attraverso un’operazione di “liste pulite”, come testimonia il caso di Giosafat Di Trapani in Sicilia…

«È stata una scelta inevitabile. La gente si arrabbia – a ragione – quando legge le storie di tesorieri che sperperano denaro pubblico o di consiglieri regionali che guadagnano “legalmente” il 50% in più del presidente degli Stati Uniti. Le “liste pulite” sono solo il punto d’inizio di una nuova etica che occorre per questo Paese. Tornando al caso che ci riguarda, Giosafat Di Trapani (presidente della piccola impresa di Confindustria e candidato numero tre alla Camera per la Sicilia 1 di “Fare”, ndr) lotta da 25 anni contro il racket e la mafia, ma non ci ha parlato di una sua condanna in primo grado per favoreggiamento al figlio di Ciancimino (1992, ndr) poi finita in prescrizione in secondo. L’ho chiamato e ci siamo trovati d’accordo nel non candidarlo».

Ipotizziamo che lei vinca le elezioni. Quale sarebbe il suo primo provvedimento da capo del governo?

«Il nostro è un programma impegnativo, che prevede – fra le altre cose – l’abbattimento del debito attraverso le dismissioni e il rientramento della spesa pubblica. Bisogna innanzitutto superare un ostacolo, rappresentato dai vertici della Pubblica amministrazione. Nel dire sì o no alle decisioni che vengono prese in questo Paese la mano della parte “tecnica” è molto forte. Va abbandonata la concezione che lo Stato non debba cedere niente. Una premessa a tutti i provvedimenti è quella di sostituire un bel po’ de gli alti dirigenti pubblici. Attenzione: ciò non va fatto in base al partito di appartenenza, ma riportando in patria nostri connazionali che hanno collaborato alla ristrutturazione del debito di economie estere in difficoltà e che conoscono la selva amministrativa e le complicazioni del bilancio italiano. A questo potere opaco, di cui la politica si occupa poco, vanno cambiati indirizzi e facce».

«La classe politica ha fallito, tranne limitate eccezioni personali», ha detto lei. Renzi poteva dare una scossa?

«Se Matteo non avesse accettato la regola delle primarie chiuse con cui il partito lo ha fregato, ma avesse chiesto che le stesse fossero state aperte come quelle del 2006, sarebbe stato la vera grande novità della politica di casa nostra. Di conseguenza si sarebbero verificate tre cose. Primo: Renzi avrebbe vinto e sarebbe stato il primo leader del Pd a rompere la continuità di una leadership scelta dall’oligarchia in diretta continuità con il Pci; secondo: noi avremmo aperto un cantiere insieme ai democratici per un programma comune; infine, credo che l’effetto-Renzi avrebbe disallineato l’intera offerta politica italiana creando un orizzonte che avrebbe consegnato Berlusconi al passato. Il Pd ha perso una grande occasione, personalmente mi auguro che lui continui per la sua strada anche in futuro».

Maroni le ha inviato un sms prima di andare ad Arcore da Berlusconi e le ha scritto: «Vado a rompere con lui». Poi è accaduto il contrario…

«Maroni si è reso protagonista del cambiamento all’interno della Lega, cosa che io apprezzo molto. Prima che ricucisse con Berlusconi abbiamo parlato più volte e, anche in vista del voto in Lombardia, gli ho chiesto se andasse avanti con il suo progetto tenendo duro contro il Cavaliere. Fino a poche ore prima che andasse ad Arcore – siccome i mal di pancia nella Lega erano fortissimi – mi ha detto che malgrado le difficoltà avrebbe provato a rompere. Poi, come ha detto lei, le cose sono andate diversamente…».

È deluso da questo atteggiamento?

«L’errore commesso è stato grave: non so se il Carroccio vincerà in Lombardia ma, al di là di questo, lo sbaglio si riferisce ai temi cari alla Lega e al popolo del Nord. Soggetti ai quali Berlusconi, in diciotto anni,non ha dato nulla. È innegabile, quindi, che la decisione di Maroni mi abbia deluso».

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