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Tag: Governo Gentiloni



10 - ricercatoriElisa, Gianluca, Claudia, Maddalena, Raffaella. Alberto, Emanuela, Gilda. Sono solo alcuni dei 3.500 lavoratori nella Ricerca impiegati con contratti precari in 21 IRCCS, acronimo che sta per Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. Strutture pubbliche, s’intende, dislocate in tutta Italia: dall’Ospedale Gaslini di Genova all’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, solo per fare due esempi. Ma per loro, che da oltre dieci anni – qualcuno addirittura da diciotto – sono parte integrante della ricerca sanitaria pubblica, il 31 dicembre scatterà la tagliola della scadenza del contratto, col rischio di ritrovarsi senza lavoro. Proprio così. La causa affonda le proprie radici nella recente approvazione del Testo unico sul Pubblico Impiego, uno degli ultimi decreti attuativi della riforma Madia. Che, se da una parte prevede un piano di stabilizzazione dei precari della Pubblica Amministrazione, dall’altra esclude in larga parte quelli della ricerca sanitaria. Figure altamente specializzate alle quali, come previsto dal Jobs Act, non possono più essere applicati i contratti atipici (come i co.co.co.). Una situazione paradossale che costringe gli interessati a navigare a vista.

Corsi e ricorsi – Ieri un centinaio di loro (infermieri, biologi, chimici, statistici, amministrativi) si sono radunati allo Spallanzani di Roma, inscenando un simbolico quanto realistico “funerale” della ricerca sanitaria. Altri sit-in si sono svolti in tutta Italia. “Lottiamo da anni contro virus e batteri”, scherza Alessandro pur senza nascondere la propria amarezza, “e poi rischiamo di essere sconfitti dai contratti atipici…”. Emanuela, bioinformatica, precaria da 7 anni, racconta invece che il contratto più lungo che ha firmato è stato di tre anni, “però una volta ne ho sottoscritto pure uno di 6 mesi”. Il suo curriculum? “Una laurea in biologia, un master in bioinformatica, un dottorato in scienze pasteuriane e una specializzazione in microbiologia e virologia. Tutti parlano della ricerca – attacca –. La verità è che in Italia le competenze sono un deterrente. Se ho famiglia? Sì, sono sposata e ho una bambina di due anni e mezzo. Con i contratti atipici, quando sono entrata nel 2010 non era nemmeno possibile sfruttare il nido aziendale”. Luca invece è allo Spallanzani da 15 anni: è un tecnico di laboratorio biomedico. Ha un co.co.co. per il quale rivela di aver dovuto sostenere un concorso. “Il rischio – spiega – non è solo quello rappresentato dai nostri posti di lavoro, per i quali siamo ovviamente molto preoccupati. Se la Regione dovesse indire nuove procedure concorsuali, alle quali i ricercatori ‘puri’ non potrebbero partecipare, andrebbe in blocco l’intero sistema sanitario perché i laboratori rimarrebbero senza personale. Ve lo immaginate?”.

Quante ombre – Gilda, infermiera, precaria da 14 anni, sintetizza tutto con una metafora: “In Italia la ricerca è come un bell’albero che una volta piantato dà buoni frutti che nessuno raccoglie. Vorremmo semplicemente maggiore stabilità, non è chiedere tanto no?”. Claudia,  41 anni, è un’amministrativa. Lavora in maniera diretta col Comitato etico interno dell’IRCCS, gestisce studi clinici sperimentali e i contratti della divisione. “Sono qui da 8 anni”, racconta, “sempre con un co.co.co.”. Nonostante l’esperienza maturata, “in questi anni mi è addirittura capitato di dovermi decurtare lo stipendio”. Tutto vero. Infine c’è Alberto, biostatistico. “Gestisco il database coi dati clinici”, precisa: “Dati che vengono utilizzati per condurre ricerche che presentiamo in Italia e all’estero. Il nostro è un lavoro bellissimo, ma certi giorni il senso di frustrazione causato dalla condizione di precarietà nella quale ci troviamo è difficile da digerire”. “È un fatto increscioso”, dice testualmente l’avvocato Gabriele Fava, esperto in diritto del lavoro. “Oggi doveva essere il tempo della stabilizzazione per uno dei nostri fiori all’occhiello – prosegue il giuslavorista – e invece queste persone rischiano di non poter più lavorare. Come se ne esce? Con una norma correttiva che modifichi la legge Madia. Ma non sarà facile e creerà più di qualche imbarazzo al Governo”.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo pubblicato il 21 giugno 2017 su La Notizia






Primo_Consiglio_dei_ministri_del_governo_GentiloniPersino il chiaro atto d’accusa di Pietro Grasso è rimasto inascoltato. Decretazione d’urgenza e voti di fiducia, disse il presidente del Senato pochi giorni prima del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre parlando agli studenti della Luiss, “mortificano il ruolo primario del Parlamento” che fatica a svolgere la propria funzione a causa della “frammentazione politica e del trasformismo”.

Il risultato? Mercoledì, proprio a Palazzo Madama, il Governo di Paolo Gentiloni ha posto l’ennesima questione di fiducia (passata con 145 voti sì e 107 no), stavolta sul cosiddetto decreto legge migranti che prevede l’apertura di nuovi centri di identificazione ed espulsione (Cie) e procedure più rapide per l’espulsione degli immigrati irregolari. Sarà che quello guidato dall’ex ministro degli Esteri è considerato come un Esecutivo “fotocopia” del precedente con a capo Matteo Renzi, fatto sta che l’andazzo è rimasto pressoché identico. Dal 12 dicembre, giorno in cui è entrato in carica, il Governo ha già usato lo strumento della fiducia 6 volte: una media di due al mese, come ha fatto notare Openpolis.

Il confronto – In precedenza, la stessa era già stata posta due volte per il decreto salva banche (sia alla Camera sia al Senato), due volte per il Milleproroghe (anche in questo caso in entrambi i rami del Parlamento) e a Palazzo Madama per l’approvazione del ddl sul codice penale. Non proprio benissimo, se si considera che il rapporto fra voti di fiducia e leggi approvate è al 40% e in questa legislatura ne sono già state poste 82: “solo” 10 sotto il Governo di Enrico Letta, 66 durante quello dell’ex sindaco di Firenze e segretario del Pd e 6 – appunto – da quello di Gentiloni. E potrebbe non essere finita qui se è vero, come riferito nei giorni scorsi da alcuni organi di stampa, che dopo due anni di tira e molla anche il ddl concorrenza si appresta a sbarcare nell’Aula di Palazzo Madama “blindato” dalla fiducia. Staremo a vedere. Quel che è certo, al momento, è che dal quarto Governo di Silvio Berlusconi in poi (2008/2011), soltanto Mario Monti e i “suoi” tecnici avevano raggiunto livelli superiori (45,13%) con una media di 3 al mese.

Oltre i limiti – Insomma, i nostri Esecutivi hanno un evidente problema di “fiducite”. Se n’era accorto, già una decina d’anni fa, pure l’oggi presidente emerito Giorgio Napolitano. Messaggio che l’ex capo dello Stato aveva più volte ribadito prima di passare il testimone a Sergio Mattarella. La fiducia, disse per esempio “Re Giorgio” nel 2011, “non dovrebbe eccedere limiti oltre i quali si verificherebbe una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”. Com’è andata a finire? Che due anni fa, come noto, il Governo Renzi decise addirittura di porla sulla legge elettorale, quell’Italicum che non solo non è stato “copiato” da mezza Europa (“Matteo” dixit) ma che è stato pure “rottamato” dalla Corte costituzionale, scatenando l’ira sia delle opposizioni sia della minoranza del Pd.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 aprile 2017 per La Notizia






6lobbistiSono tutti favorevoli, almeno a parole. Dal ministro della Giustizia (oggi candidato alla segreteria del Pd), Andrea Orlando, fino alla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Passando per la presidente della Camera Laura Boldrini e il numero uno dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone. Peccato però che ancora oggi, a 41 anni esatti dalla presentazione della prima proposta in merito, l’Italia non si è ancora dotata di una legge che regoli l’attività di lobbying. Tutto, tragicamente vero. E finora anche questa legislatura, nonostante gli squilli di tromba, non ha fatto eccezione.

Eppure, pensate, due anni fa – era il 9 aprile 2015 – la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha adottato come testo base quello dei due senatori ex M5S, Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista. Sembrava la “volta buona”, per dirla col gergo renziano. Invece? Che fine ha fatto il disegno di legge? È arenato nella secche dell’organismo parlamentare, come ha spiegato a La Notizia lo stesso Orellana, “e il fatto che non sia ancora stato scelto il sostituto della presidente Finocchiaro e che il relatore, Francesco Campanella, non sia più in commissione, certamente non aiutano”. Un quadro tutt’altro che rassicurante, insomma, che lascia presagire come anche stavolta, quando manca un anno alla fine del quinquennio, si arriverà ad un nulla di fatto. Ecco perché c’è chi, per uscire dall’impasse, immagina un’unica soluzione.

Paravento – “Visto che il Parlamento ha dimostrato di non avere alcuna volontà di approvare la legge, il Governo Gentiloni dovrebbe intervenire con un decreto”, dice senza mezzi termini Pier Luigi Petrillo, professore di Teorie e tecniche del Lobbying all’Università Luiss, considerato uno dei massimi esperti italiani in materia. Misura resa necessaria, argomenta Petrillo, “dal combinato disposto tra il finanziamento privato alla politica e il reato di traffico di influenze illecite, al momento piuttosto difficile da dimostrare”, che rischiano di diventare una bomba in campagna elettorale. Certo, sarebbe ingiusto dare la colpa dello stallo esclusivamente agli attuali eletti. “Perché la politica non è mai intervenuta a dovere? Semplice: non vuole far emergere il fatto che in alcuni casi è stata suddita di certi gruppi di pressione. Meglio usare quello delle lobby come un ‘paravento’”, spiega il docente. Non solo. “Per tanti anni in Italia il vuoto normativo ha consentito alla politica e soprattutto ai partiti di scegliere a quali interessi dare spazio e a quali no, secondo una logica clientelare – aggiunge Petrillo –. Al contrario, una legge avrebbe portato ad un’ulteriore erosione del consenso delle forze politiche”.

Confusione – A sentire l’esperto, a poco sembrano servire anche quei piccoli passi in avanti fatti recentemente. Come l’introduzione da parte della Camera di un registro dei portatori di interessi o le agende degli incontri con aziende e stakeholder del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e del viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini. O i regolamenti approvati da alcune Regioni. “Regole diverse da un ente all’altro rischiano di creare solo confusione e schizofrenia”, dice a questo proposito Petrillo: “Quello che è lobby per la Toscana non lo è per il Molise e così via. Di più: Montecitorio confina questa attività alle proprie sedi, come se il lobbista svolgesse il suo lavoro solo recandosi fisicamente nel Palazzo. Ciò è assurdo”. Quello che l’Esecutivo deve fare è quindi “avviare una sperimentazione, introducendo poche regole chiare per un periodo non eccessivamente lungo per poi intervenire con norme più dettagliate e specifiche, come quelle tedesche o canadesi”, conclude l’esperto. Chissà se qualcuno gli darà ascolto.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 15 marzo 2017 per La Notizia






11190908283_4814201231_bSi sono costituiti ieri sia a Montecitorio (37 deputati guidati da Francesco Laforgia) sia a Palazzo Madama (14 senatori capitanati da Maria Cecilia Guerra) i gruppi di Articolo 1 – Movimento democratico e progressista. Al Senato, fra i membri c’è anche il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico.

Senatore, Gentiloni può “stare sereno”?
Sono meridionale e perciò scaramantico, eviterei di usare certe espressioni… La serenità va conquistata di giorno in giorno, agendo per confermare gli obiettivi annunciati.

Continuerete ad appoggiare il Governo o no?
I neonati gruppi di Democratici e progressisti confermano la fiducia all’Esecutivo, una fiducia che personalmente reputo doverosa perché l’Italia possa essere aiutata a ritrovare la via migliore per rilanciarsi e tornare a crescere. Si tratta ora di capire come questa nostra volontà possa essere effettivamente declinata.

Lei continuerà a far parte dell’Esecutivo?
Sono pronto a fare un passo indietro in ogni circostanza.

Il premier sapeva che avrebbe lasciato il Pd?
Certamente. Della decisione che ho assunto ho informato per tempo sia lui sia il ministro Minniti.

Quali sono le vostre priorità?
Il problema principale è quello di affrontare la questione economico-sociale. Gentiloni sta lavorando per garantire stabilità, rassicurare i mercati e mantenere un rapporto proficuo coi partner europei. Va interrotto in tutti i modi il processo recessivo in atto da troppo tempo.

Veniamo al Pd. Nei giorni scorsi Renzi ha detto che dietro la scissione c’è la regia di D’Alema…
Ha detto bene Bersani: l’artefice della nostra fuoriuscita è stato l’ex segretario. Nel Pd c’è una visione e un metodo che ci auguriamo sia lo stesso Renzi a correggere. Qui non è in discussione una persona ma il destino del Paese. Vanno superati quegli atteggiamenti ascrivibili ad arroganza e provincialismo.

A cosa si riferisce?
Una manifestazione tipica del provincialismo è quella di cercare le soluzioni altrove. Tradotto: non serve andare in California, basta guardare alla complessità del mondo e alle nostre risorse inespresse.

Orlando o Emiliano potrebbero “ricucire” lo strappo?
Vorrei tanto che fosse Renzi a fare opera di pacificazione, prendendo atto del fatto che non è il capo di una tribù ma di una comunità ricca e articolata.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 marzo 2017 per La Notizia