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Tag: Gianfranco Fini



Monti «sale in politica» e pensa al bis a Palazzo Chigi. Ma il suo programma è bocciato dagli economisti e, stando ai sondaggi, lo schieramento centrista da lui guidato non decolla. Crescono Pd e Pdl: per entrambi l’obiettivo è modificare le riforme, da loro stessi approvate, in caso di vittoria

++ MONTI, CON ABC NESSUNO PATTO PER NON CANDIDARMI ++«Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». Comincia così La metamorfosi, il racconto più noto dello scrittore Franz Kafka, pubblicato all’inizio del ‘900. Se la trasformazione del protagonista dell’opera letteraria ha riguardato l’aspetto fisico, quella subita da Mario Monti è stata di tutt’altra natura. In meno di un anno il Professore è diventato un politico di professione. Dismesso il Loden d’ordinanza, Monti ha lanciato la propria candidatura, accompagnandola con un programma elettorale (l’“Agenda per un impegno comune”) e occupando gli spazi radiotelevisivi proprio come Silvio Berlusconi (Pdl) e Pier Luigi Bersani (Pd), suoi principali antagonisti nella corsa a Palazzo Chigi. La strada che ha davanti il presidente del Consiglio uscente è però molto meno in salita rispetto a quella degli avversari. Monti infatti non deve essere rieletto perché – come ha ricordato il presidente della Repubblica Napolitano a fine novembre – è senatore a vita, quindi già parlamentare. Particolare da tenere in estrema considerazione. La sua “Agenda” è stata criticata dal “Superministro” Corrado Passera (secondo cui sarebbe servito «più coraggio») e da buona parte degli economisti italiani. Da Boeri a Zingales, passando per Alesina e Giavazzi che, in un lungo editoriale pubblicato sul Corriere della Sera il 27 dicembre scorso, hanno parlato di un programma «troppo Statocentrico. (…) Con un debito al 126% del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte del mondo – hanno scritto i due economisti – non si può sfuggire al problema di ridimensionare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente “riqualificare la spesa” con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità della situazione».

VIRTUALE E REALE – Le parole con cui Alesina e Giavazzi hanno terminato la loro analisi fotografano una realtà in continuo peggioramento. Se è vero che in questo anno il governo tecnico ha provveduto a ridare credibilità internazionale all’Italia, portando il famigerato spread sotto quota 270 punti base, dall’altra la condizione generale in cui versa il Paese non lascia dormire sonni tranquilli. Il 2012 è stato di lacrime e sangue, e si è chiuso con una crescita della disoccupazione di quasi un punto e mezzo percentuale (per ciò che riguarda gli under 25 si è toccata quota 36,5%), una caduta del Pil del 2,4% rispetto al 2011, un debito pubblico che ha superato i duemila miliardi di euro, la riduzione dei consumi delle famiglie («risparmio, rinuncia e rinvio» sono le tre “r” di cui ha parlato il Censis nel Rapporto 2012), un tasso di inflazione medio annuo del 3% (contro il 2,8 registrato nel 2011) e un incremento delle richieste di cassa integrazione del 12,1% (1,1 miliardi di ore). Più varie ed eventuali. Perché alcune delle riforme varate dal governo Monti hanno provocato effetti collaterali degni di nota. Su tutte l’introduzione dell’Imu – l’imposta sulla casa che ha contribuito a frenare la ripresa dei consumi – e la vicenda degli “esodati”, i lavoratori rimasti senza lavoro né pensione dopo il riordino del sistema previdenziale. Insomma, sembra esserci una sproporzione fra Paese virtuale (quello di cui parlano i Professori) e reale. Eppure l’ex Commissario europeo, per nulla turbato dalle critiche che hanno accompagnato la fine della sua avventura a capo dell’esecutivo, ha deciso di «salire in politica». La sua “Agenda” sembra però essere tutto il contrario di tutto. Sfogliando fra le 25 pagine che la compongono si legge, per esempio, che uno dei principali impegni per la prossima legislatura è la riduzione del prelievo fiscale complessivo, con particolare riferimento alla riduzione delle tasse che gravano su lavoro e impresa. Di più: come si è letto nell’”Analisi di un anno di governo” prima che fosse rimossa dal sito governo.it a causa delle proteste bipartisan, «l’obiettivo è di ridurre di un punto e progressivamente la pressione fiscale, iniziando dalle aliquote più basse per dare respiro alle fasce più deboli». Parole che cozzano contro le stime dello stesso governo, secondo cui nel 2013 la pressione fiscale aumenterà ancora fino a toccare il 45,3% (intermini reali si tratta di circa 380 euro in più a famiglia). Ancora: la raffica di rincari che colpiranno gli italiani nel 2013 – dalla Tares, la nuova tassa sui rifiuti, alla Tobin tax, passando per la Ivie (Imposta sul valore degli immobili all’estero) e gli aumenti delle tariffe del gas (+1,7% dal 1° gennaio) – e l’entrata in vigore delle «regole d’oro» del Fiscal compact sembrano declassare le parole del Professore al rango di “semplici promesse elettorali”.

CRESCITA CERCASI – «Rigore, equità e crescita». Alla fine, dei tre pilastri iniziali del governo Monti, gli italiani hanno saggiato solo gli effetti del primo. L’equità e la crescita non sono pervenute, malgrado le speranze del premier che il 20 gennaio 2012 affermava entusiasta: «Ci sono delle stime dell’Ocse e di Bankitalia che dicono che se l’Italia arriva ad un grado di flessibilità come c’è negli altri Paesi nel campo dei servizi ci sarà un aumento della produttività del 10% nei prossimi anni e, grosso modo, del 10% del Pil». Tono più dimesso quello che ha accompagnato la conferenza stampa di fine anno, il 23 dicembre scorso. «La crescita? – ha domandato il premier – È naturale che adesso non ci sia. Questa è un’altra illusione veicolata a cittadini che si ritengono ancora cretini. Come si fa a pensare che, avendo dovuto fare interventi come quelli a cui ciascun ministro ha collaborato (fra cui quella, già citata, delle pensioni, che ha spostato in avanti l’asticella fino a 67 anni, ndr), la crescita non avrebbe sofferto?». Ma nell’”Agenda” c’è spazio anche per istruzione, formazione professionale e ricerca. «Bisogna rendere le Università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei», è scritto a pagina 11. Anche in questo caso le nobili intenzioni del premier si infrangono con quanto deciso nella legge di stabilità. Il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che pochi giorni prima dell’approvazione definitiva del testo aveva paventato il rischio default per diversi atenei italiani nel caso in cui non si fossero trovati 400 milioni per incrementare il Fondo di finanziamento ordinario delle Università, si è visto mettere sul piatto solo 100 milioni. Un fallimento. E la sanità? «Bisogna sempre più potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti», dice ancora il premier nel suo programma. Ma sempre nella ex Finanziaria ci sono solo 115 milioni di euro per i 30mila malati di Sla non autosufficienti, contro i 200 richiesti. Mentre si è deciso di rifinanziare la Tav: oltre 2 miliardi di euro fra il 2015 e il 2029.

CAMPO DI BATTAGLIA – Per ora, comunque, i sondaggi restano freddi nei confronti dello schieramento centrista (Casini, Fini e Montezemolo) guidato dal Professore, che non supera la soglia del 15% se non addirittura il 12%, secondo quanto ha affermato Nicola Piepoli a Linkiesta.it («Non spacca, è depressivo», sono state le sue parole). Due delle ultime rilevazioni – Tecnè per Sky Tg24 e Mannheimer per il Corriere della Sera – vedono invece centrosinistra e centrodestra nelle prime due posizioni. La coalizione guidata da Bersani oscilla fra il 35,3 e il 40%, mentre il Pdl si attesta fra il 17 e il 19% (l’alleanza con la Lega Nord siglata lunedì, che prevede Maroni candidato unico in Lombardia, Alfano premier e Berlusconi ministro dell’Economia in caso di successo, permette di sfiorare il 28%). Per entrambi gli schieramenti è partita la corsa a chi modificherà con maggiore incisività le riforme del governo uscente, da loro stessi approvate. La grande promessa di Berlusconi è l’abolizione dell’Imu: il mancato gettito derivante dall’imposta sulla casa – ha affermato a più riprese il Cavaliere – sarà compensato con aumento del prelievo su giochi, alcolici e sigarette. Sul fronte opposto, invece, si punta tutto sulla riforma delle pensioni e su quella del mercato del lavoro, mandate amaramente giù da Bersani e co. Provvedimenti su cui Cesare Damiano, vincitore delle primarie a Torino, ha intenzione di rimettere mano. «Se torneremo al governo non butteremo le riforme Fornero nel cestino – ha affermato dalle colonne del Corriere della Sera –, ma le correggeremo perché contengono errori fondamentali. Monti dice che vogliamo conservare un mondo del lavoro cristallizzato e iperprotetto? Forse è lui che è arroccato. Non si può andare avanti solo guardando ai mercati finanziari trascurando la realtà del mondo del lavoro», ha concluso l’ex ministro del Welfare. E pensare che fino a un mese fa la “strana maggioranza” guardava la luna sotto lo stesso cielo.

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BERLUSCONI,GOVERNO PROFESSORI SI ERA MONTATO TESTATelevisivamente parlando ha vinto Berlusconi. Nettamente. Ci sono tanti perché, mi limito a citarne 5.

1- Semplice: L’ex presidente del Consiglio non è stato contrastato a dovere. Mi aspettavo che in studio ci fossero esperti, “tecnici”, gente competente che potesse ribattere colpo su colpo alle (molte) scempiaggini pronunciate stasera dal Cavaliere. Sarebbero serviti – almeno – un costituzionalista e, soprattutto, un economista. E invece accendi la Tv e di fronte a lui chi trovi? Luisella Costamagna e Giulia Innocenzi. La prima avrà parlato 3 minuti netti e, incalzata da Berlusconi, non è riuscita a chiedergli praticamente nulla; la seconda, imbarazzante, ha raggiunto l’apice del paradosso quando – parlando direttamente all’ex premier – ha esordito dicendo: «Se sbaglio lei me lo dica». Travaglio ha avuto dei picchi: così così il primo intervento, meglio il secondo. Da lui gli spettatori si aspettavano fuoco e fiamme. Invece è rimasto nel limbo fra soddisfazione ed insoddisfazione;

2- Il soliloquio di B.: Santoro ha permesso al suo acerrimo nemico di parlare a rotta di collo. Tanto che poi Sandro Ruotolo, messo a fare il notaio (perché? Non si sa…) ha parlato di minutaggio favorevole al Cavaliere (che novità…!). Nel momento in cui parlava, B. ha avuto ovviamente il tempo di ripetere quanto già sentito in ogni trasmissione televisiva a cui finora ha presenziato: l’abolizione dell’Imu, l’Europa «germanocentrica», la teoria del complotto, Monti il dissanguatore delle famiglie, i comunisti al potere – Corte costituzionale, Quirinale, tribunali e via discorrendo – e persino Dell’Utri persona «perbenissimo perché c’ha 4 figli» (il fatto di averne così tanti è direttamente proporzionale a non essere un delinquente? Mistero).

3- Le scuole serali: Una battuta che ha fatto cadere Santoro nel tranello tesogli da Berlusconi. «Mi dica, lei ha studiato alle scuole serali?», chiede l’ospite al conduttore durante il dibattito (e il pubblico applaude!). Il giornalista ripete la battuta 7/8 volte durante l’arco della puntata, segno che l’uscita lo ha indispettito non poco. E il fatto che Santoro ad un certo punto abbia la fronte bagnata dal sudore mentre B. sia impassibile e sorridente perché «mi sto divertendo» la dice lunga su chi è uscito dal campo con i 3 punti;

4- La letterina a Travaglio: Voi immaginate un telespettatore che ha acceso la Tv alle 23.30 e ha trovato Berlusconi seduto al tavolo del conduttore, al posto che è occupato settimanalmente da Travaglio che legge il suo editoriale. Cosa può aver pensato? Ecco, l’aver permesso al Cavaliere di “invadere lo spazio” in maniera così forte è stato il colpo di grazia della serata (sorvoliamo sulla missiva: la citazione di Wikipedia la dice lunga sul grado di affidabilità di chi l’ha scritta). Comica finale: B. che dice a Travaglio: «Si alzi, mi ridia il mio posto». E pulisce la sedia con un fazzoletto;

5- Infine: Gli ultimi 20 minuti di trasmissione sono stati – come si dice – “fuffa”. Santoro e Berlusconi se le sono date di santa ragione, sembravano Don Camillo e Peppone. Ma sul piatto sono stati messi i rancori personali – vedi l’«editto bulgaro» – che al pubblico fregano zero.

Insomma, stasera su Twitter circolava un hashtag alternativo a #Serviziopubblico: #seviziapubblica. E’ stata questa. La prossima volta, visto il largo anticipo con cui la redazione del programma ha potuto preparare la puntata, si faccia meglio. Altrimenti il Cavaliere vincerà ancora. E saranno dolori per tutti.

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E ora che succede al centro? Se lo domandano i vari Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Luca di Montezemolo, il presidente delle Acli Andrea Olivero, il ministro Andrea Riccardi… L’annuncio delle dimissioni del presidente del Consiglio dopo l’approvazione della legge di stabilità (ex Finanziaria) spiazza i sostenitori del «Monti dopo Monti», costretti a riordinare in fretta le idee in vista dell’imminente tornata elettorale. Un’intesa di massima c’è: la Lista per l’Italia – ma il nome sembra essere ancora parziale – potrebbe riunire sotto un’unica bandiera Udc, Fli, Italia Futura più una serie di associazioni, fra cui quella cattolica dei lavoratori. Casini è pronto, e ha più volte chiamato a raccolta il presidente della Ferrari. Che però, fra i tre (Fini viaggia sulla stessa lunghezza d’onda del leader centrista), è quello meno convinto dell’operazione. Non è un caso che solo il 10 settembre scorso, a margine della convention dell’Udc a Chianciano, il think tank montezemoliano pubblicava sul suo sito Internet un articolo in cui definiva «un fritto misto che non serve al Paese» le pur «buone intenzioni» dei centristi. La battaglia si giocherà a colpi di numeri perché è ormai chiaro ai più che si tornerà alle urne con un “Porcellum” puro. Il quale prevede una soglia del 4% alla Camera e dell’8 al Senato per l’ingresso in Parlamento di una singola formazione. Complice l’appoggio tout court alle politiche del governo tecnico, il partito di Casini ha perso terreno negli ultimi mesi tanto da scendere addirittura al 3,8%. Questo, almeno, è quanto dicono le ultime rilevazioni. È dunque necessaria la formazione di una coalizione che quantomeno alla Camera darebbe la possibilità a Casini e Fini di continuare a fare politica “attiva”. Ma, come detto, il passo indietro dell’ex Commissario europeo ha rimescolato le carte in tavola. È stato proprio Montezemolo a frenare gli entusiasmi. Mentre Casini e Fini, dopo aver saputo che il premier avrebbe lasciato anzitempo la poltrona, parlavano di «un gesto di responsabilità compiuto da Monti» (il primo) e di «un bel gol in contropiede a Berlusconi» (il secondo), l’ex numero uno della Fiat faceva sapere che «o Monti offre la possibilità politica di una convergenza di tutti i soggetti che si ispirano alla sua esperienza di governo, oppure sarà complicato esserci». Le prossime settimane saranno decisive per la costruzione di tre possibili scenari. Il primo è quello che vede Monti in campo e la formazione, appunto, di una casa comune dei “moderati” guidata da lui. In questo caso, però, il presidente del Consiglio dovrebbe decidere se lasciare la carica di senatore a vita – in questo senso ritornano in mente le parole pronunciate poche settimane fa dal capo dello Stato Napolitano – oppure non scendere nell’agone politico entrando in gioco solo a competizione conclusa. Casini, Fini e Montezemolo gli farebbero da “scudieri”, mettendolo al riparo da un possibile fallimento elettorale che ne pregiudicherebbe qualsiasi impiego a posteriori. Del resto, come ha ricordato il presidente della Camera, ora il capo del governo «ha le mani libere» e «non è più obbligato ad essere super partes». Ma attenzione, perché proprio la fine anticipata della legislatura potrebbe spingere Monti a mollare tutto. In questo anno e poco più alla guida dell’Italia, il premier e i suoi ministri – che pure, spesso, ci hanno messo del loro con atteggiamenti poco sobri – sono stati attaccati aspramente sia a destra che a sinistra, complici una serie di misure che, indicatori alla mano, hanno salvato l’Italia dalla bancarotta ma senza invertire il trend negativo. Dunque il Professore “stanco” potrebbe tornare all’impegno accademico (secondo scenario) uscendo di scena fra gli applausi dei partner internazionali, che hanno accolto con preoccupazione la notizia della sua dipartita. La terza ed ultima ipotesi, consequenziale, è quella di un percorso separato delle tre compagini. Non è un caso che Casini continui a dialogare fitto con il segretario del Pd Bersani, che Fini cerchi un appiglio nientemeno che in quel che resta del Pdl e che sia Montezemolo che Olivero tentino di trovare una sponda proprio nei democratici («È necessaria un’intesa fra Bersani e Monti per il futuro dell’Italia», ha reso noto giorni fa il presidente delle Acli, sponsorizzato anche da Dario Franceschini). Chissà che a prevalere, alla fine, non sia proprio quest’ultimo scenario. L’incontro che si sarebbe dovuto tenere il prossimo 20 dicembre fra Casini, Fini e Montezemolo è stato messo in stand-by. Ma c’è chi giura che il progetto sia ormai stato definitivamente archiviato.

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Non c’è pace per Gianfranco Fini. Dopo i sondaggi, secondo i quali Futuro e libertà per l’Italia si trova oggi fra il 2 e il 2,5%, ora ci si mettono anche le diaspore interne al partito. A Reggio Calabria gli iscritti del circolo territoriale, intitolato a Mirko Tremaglia, si sono dimessi seguendo la coordinatrice regionale Angela Napoli, che ha ritenuto «lesivo della mia dignità e di quella di numerosi iscritti e militanti calabresi» il comportamento di Italo Bocchino. Secondo Napoli, il vicepresidente di Fli (e lo stesso Fini) «stanno allungando la mano ad Alfano dicendogli che ci si può ricompattare all’insegna della legalità. Ho visto sbriciolarsi i principi che hanno portato alla formazione di Fli».

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C’è stato un tempo in cui Gianfranco Fini era indicato da molti come il leader di una destra italiana di respiro internazionale. Una destra che aveva chiuso a chiave nel cassetto un passato poco glorioso per la storia del nostro Paese e che guardava al futuro con accenti meno marcati su temi quali l’immigrazione, le disuguaglianze, le pari opportunità. C’è stato, appunto. Perché la parabola discendente compiuta dall’attuale presidente della Camera rischia oggi di provocarne addirittura la fuoriuscita dal Parlamento. Stando agli ultimi sondaggi, Futuro e Libertà per l’Italia sarebbe ben lontano dalla soglia di sbarramento (4 per cento) stabilita dalla legge elettorale per accedere ai “palazzi”. Per Spincon (istituto di sondaggi online indipendente), infatti, solo l’1,8 per cento degli italiani voterebbero per il partito di Fini, mentre per Emg la percentuale salirebbe al 2,7 per cento (media: 2,3 per cento). Si tratta, comunque, del capitolo conclusivo di una storia dal finale amaro, sia per l’ex leader di Alleanza nazionale che per molti suoi compagni di viaggio. Una vicenda cominciata nel marzo del 2009, quando An fu sciolta per confluire nel Popolo della Libertà. Un partito in cui i rapporti di forza erano evidentemente squilibrati già in partenza. Questo perché Fini non aveva a che fare con un leader qualsiasi, ma con Silvio Berlusconi. L’uomo più potente del Paese. Colui che ad aprile del 2010, in occasione della Direzione nazionale del Pdl, lo cacciò pubblicamente da una creatura che era nata, cresciuta e modellata a sua immagine e somiglianza, in cui il dissenso non era (e in parte ancora non è) contemplato. «Un match senza precedenti, nel quale a prevalere è più la distanza personale che quella politica», scrisse il Giornale commentando l’accaduto. Da quell’incontro ravvicinato con il “peso massimo”, Fini uscì con le ossa rotte. Pensò che lo strappo gli avrebbe permesso di accaparrarsi le simpatie anche di chi fino a quel momento lo bollava ancora come «fascista», malgrado lui nel 2003, nel corso di un viaggio a Yad Vashem (Israele), definì il ventennio mussoliniano «il male assoluto». Così non andò. Per rimanere in vita Fli si è accodato a Udc e Api, dando vita ad un Terzo polo che si è sbriciolato ancora prima della conclusione dei lavori, e ha perso pezzi importanti quali Ronchi, Urso, Scalia, Rosso, Viespoli, Barbareschi… Nel frattempo di sottofondo, per Fini, c’erano gli echi della vicenda della casa di Montecarlo, che periodicamente regala aggiornamenti non certo esaltanti per moglie e cognato. Quel che è certo è che la settimana scorsa sarà ricordata a lungo dal presidente della Camera. Lunedì 5, ai funerali di Pino Rauti, storico segretario del Movimento sociale italiano che non accettò mai la “svolta di Fiuggi”, Fini viene pesantemente contestato dai camerati, che arrivano addirittura a sputargli addosso e ad accostarlo a Pietro Badoglio. «Un paio di tipi muscolosi hanno provato ad avvicinarsi, allora mi sono alzata e gli ho puntato contro l’ombrello», ha rivelato Assunta Almirante (moglie dello scomparso Giorgio, di cui il leader di Fli è stato a lungo il “delfino”), che lo ha difeso. Pochi giorni più tardi, poi, Fini tende la mano ad Alfano – «Con lui si potrà davvero aprire una pagina nuova per tutti i moderati italiani. E personalmente ne sarò lieto» – ma il segretario del Pdl lo gela: «La sua storia con l’elettorato di centrodestra è chiusa». Dice il vecchio adagio: «Chi è causa del suo mal pianga se stesso».

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E pur si muove! Non la Terra, come nel significato originale dell’espressione coniata nel ‘700 dallo scrittore Giuseppe Baretti, ma la destra italiana. Che, nei giorni in cui Silvio Berlusconi annuncia ufficialmente il suo ritorno in campo, è in fermento. «Ridare vita ad Alleanza nazionale», opponendola alla nuova (?) Forza Italia dell’ex premier, è il progetto che circola nelle (non tanto) segrete stanze. Perché è stato Altero Matteoli, storico colonnello aennino, ad uscire allo scoperto. «Un po’ di tempo fa ci siamo trovati a cena Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno e il sottoscritto. In quella circostanza mi è stata prospettata l’idea di rifare Alleanza nazionale. Ho detto loro di non contare su di me», ha rivelato in un’intervista al quotidiano “Libero”. Ma che la componente di destra del Pdl fosse in agitazione lo si era capito da tempo. Proprio su questo giornale, a febbraio, avevamo ipotizzato una «Benedetta scissione», ovvero una separazione consensuale fra le due componenti del partito con il benestare di Berlusconi. Il quale ha poi però lasciato dormire l’idea, prima di rispolverarla in un momento – quello attuale – in cui il restyling passa soprattutto attraverso il ripulisti di dissidenti e malpancisti. Pensare ad una nuova Forza Italia ne è il segnale manifesto. Ma allora viene da chiedesi se non sia stato azzardato dare vita, solo quattro anni fa, al Pdl. Perché di tensioni ce n’erano già allora. Tanto che Gianfranco Fini, a dicembre del 2007 e solo un mese dopo il famoso annuncio del Predellino, andava dicendo che il Cavaliere era «alle comiche finali. Almeno per me, non esiste alcuna possibilità che Alleanza nazionale si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi, del quale non si capiscono valori, programmi, classe dirigente. Non ci interessa la prospettiva di entrare in un indistinto partito delle libertà». È andata diversamente, come sappiamo. Per il Pdl (che si è poi formato, con all’interno An, e ha vinto le elezioni del 2008), ma soprattutto per il presidente della Camera, epurato in plenaria e costretto a dare vita ad un nuovo soggetto politico (Fli) poi confluito nel Terzo polo. Le voci critiche, allora, non mancarono. Ma fra parole dette e non dette ci fu chi, come Roberto Menia, manifestò apertamente il suo dissenso, parlando di uno scioglimento (quello di An) avvenuto troppo in fretta. «Non credo ci volesse Einstein per vedere e capire ciò che stava accadendo» racconta Menia a “Il Punto”. «Io guardavo ciò che succedeva a destra – la mia storia politica è cominciata nel Movimento sociale ed è poi proseguita in An –, dove c’era un’identità abbastanza chiara, e mi accorgevo come il bipolarismo stesse degenerando, diventando un bipartitismo imposto. Un centrodestra italiano “diffuso” ci poteva stare, ma in quel modo diventava una omologazione di massa senza principi, fatta senza discussione, per calcolo ragionieristico e aziendalistico. E “sotto padrone”. I “colonnelli” del mio partito vedevano in questa frettolosa adesione una sorta di assicurazione sulla vita – prosegue il Capogruppo di Fli in Commissione Esteri –, immaginando di poter vivere sonni tranquilli e dorati». E Fini? «Si stava andando verso le elezioni, bisognava decidere se esserci o non esserci. Lui scelse la prima via, che sembrava anche pagare. Alle urne si andò con una lista comune, non con un partito unico: quello si è formato un anno dopo. Ed è ciò che io rimprovero: non c’era alcun bisogno di farlo. Si poteva optare per una federazione, garante delle diverse identità. Ora mi viene da sorridere», aggiunge Menia. Il motivo? «I miei ex colleghi di An, che sono ancora nel Pdl, denunciano adesso quello che noi dicevamo quando abbiamo “strappato”. Mi sembra che siano un po’ in ritardo». Un eventuale ritorno ad An? «Non credo alle minestre riscaldate. Tornare indietro è impossibile e sbagliato. Piuttosto, visto che la politica è sempre in evoluzione, credo che un domani si ricreerà “qualcosa a destra”. Ma bisognerà evitare di fare la ridicola sommatoria dei vari individui che hanno vissuto una fase in cui tutto si è disgregato. Se ci sono giovani che vogliono rimettere insieme una destra pluralista ed europea ben venga. Si eviti però di rincollare i cocci di un vaso che si è rotto». E mentre Fini, fanno sapere ambienti a lui vicini, non è d’accordo sul fare un tuffo nel passato, l’idea per il nuovo corso che coinvolgerebbe anche La Destra di Francesco Storace sarebbe quella di candidare una donna alla presidenza del Consiglio. Una vera novità per la politica italiana. Forse l’unica.

Twitter: @GiorgioVelardi






Con la nomina di Francesco Nitto Palma al ministero della Giustizia, Angelino Alfano potrà concentrarsi su un obiettivo che appare difficile da raggiungere: ridare credibilità al Pdl. Ce la farà? I nodi spinosi sono molti, e le sette “parole magiche” pronunciate dal neo segretario potrebbero non bastare.

Silvio Berlusconi ha puntato tutto su di lui. Lo ha definito «un uomo generoso, leale, un ragazzo intelligente che non mente mai». Ha fatto di più: in un’intervista a Repubblica, giornale non certo “amico”, il Cavaliere è addirittura arrivato ad investirlo ufficialmente come suo successore, convincendo e al tempo stesso scontentando alcuni dei suoi fedelissimi. Nelle sue mani, dunque, Angelino Alfano ha le chiavi di una macchina che tre anni fa sembrava poter superare a pieni voti tutti i crash test, ma che ora si ritrova con qualche ammaccatura di troppo e qualche componente da sostituire. Nel giorno della sua nomina (per acclamazione), lo scorso primo luglio, il neo segretario politico del Pdl ha parlato chiaro, impostando il suo discorso intorno a sette concetti chiave da cui intende ripartire. Un mese e mezzo dopo, a che punto siamo?

ONESTÀ E SANZIONI – «Dobbiamo lavorare perché il Pdl diventi un partito degli onesti. E visto che è un nuovo inizio, va detto che non tutti lo sono». Nel pronunciare queste parole Alfano ha stupito molti. Certo, nel mezzo l’ex ministro della Giustizia ha tenuto a ricordare che Berlusconi è «un perseguitato dalla giustizia», ma sentire che non tutti nel Popolo della Libertà sono scevri da colpe non è cosa di tutti i giorni. Alle parole, per ora, non sembrano essere seguiti i fatti. Se per ridare vigore al partito, e ad un classe politica che a destra e a sinistra sembra colpita quotidianamente dagli scandali, il punto di partenza è il cosiddetto “processo lungo” (che ha passato l’esame del Senato e verrà calendarizzato a settembre alla Camera) allora non poteva esserci inizio peggiore. Nel mezzo ci sono lo scandalo P4, che vede coinvolto il deputato Alfonso Papa, arrestato il venti luglio dopo il parere favorevole della Camera; quello che riguarda l’ex braccio destro del ministro dell’Economia Tremonti Marco Milanese, che ha screditato in maniera non troppo indiretta anche il titolare di via XX Settembre; infine, l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa mossa nei confronti del titolare dell’Agricoltura Saverio Romano, per cui la procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio. Il rinnovamento paventato da Alfano deve cominciare facendo luce su zone d’ombra evidenti. Un conto è il garantismo, un altro l’impunità.

MERITO – Parola spesso utilizzata impropriamente dalla nostra classe dirigente (non solo a livello politico), è entrata nel vocabolario personale del nuovo segretario del centro-destra. «Bisogna valorizzare il merito e il talento – ha sottolineato Alfano – altrimenti non vincono i migliori. Il partito deve saper offrire a un giovane consigliere provinciale o a un delegato la possibilità di diventare segretario, come accaduto a me». E come si mette in pratica un concetto tanto nobile quanto difficile da realizzare? In un solo modo: cambiando la legge elettorale. Uno dei capisaldi della Legge Calderoli, meglio conosciuta come Porcellum, è quello delle liste bloccate: gli elettori non possono esprimere le loro preferenze perché le scelte sui candidati le fanno i partiti. Con un ritorno al Mattarellum, o con l’introduzione di un sistema maggioritario a doppio turno, ai cittadini verrebbe data la possibilità di tornare ad esercitare un vero diritto di voto, scegliendo coloro che vengono ritenuti meritevoli di rappresentare la cosa pubblica.

PARTECIPAZIONE – Degli elettori, certo, ma anche di tutte le forze moderate e del Terzo Polo, con cui poter costruire un nuovo progetto in vista delle elezioni del 2013. Al popolo del Pdl, in una lettera pubblicata sul sito del partito in data 29 luglio, Alfano ha chiesto «suggerimenti per migliorare quanto di buono è già stato fatto in questi anni». C’è però bisogno di qualcosa di più, di una «rivoluzione culturale, molto difficile in un partito che ospita correnti, cordate e gruppi di potere sin qui tenuti insieme dal leader unico», come ha sottolineato di recente lo stimato politologo Alessandro Campi. Pensiero condivisibile, e anche in questo caso Alfano avrà il suo bel da fare. Capitolo alleanze: l’annuncio della nascita, a settembre, della Costituente popolare per riunire tutti i moderati italiani e dare vita ad un partito di ispirazione liberale e riformista fondato sui valori del PPE potrebbe fare gola a Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Se il leader Udc ha chiesto al neo segretario di «riflettere e cogliere l’opportunità di voltare pagina», non chiudendo di fatto le porte ad un futuro insieme (la condicio sine qua non sono comunque le dimissioni di Berlusconi), il Presidente della Camera non sembra deciso a tornare nell’alveo del Pdl. Per Fini fare un passo indietro significherebbe ammettere il fallimento di Futuro e Libertà, demolendo la propria credibilità a vantaggio del Premier. Dati alla mano, alle urne il Terzo Polo (di cui fanno parte anche Api ed Mpa, ndr) raccoglierebbe oggi il 12 per cento dei voti (dati ISPO/C.C. Management S.r.l.): una percentuale rilevante per comporre il nuovo scacchiere della politica italiana.

PASSIONE – Quella che Alfano ha mostrato nel giorno della sua nomina ha spinto Adolfo Urso, Andrea Ronchi e Giuseppe Scalia a lasciare Fli per abbracciare la nascita della Costituente popolare citata pocanzi. All’ex ministro per le Politiche comunitarie è stato assegnato un posto nel board del Partito Popolare Europeo e il ruolo di responsabile organizzativo dell’intero progetto. Urso, invece, avrà il compito di coordinare le sei fondazioni già riconosciute dal PPE (Fare Futuro, Magna Charta, Liberal, Res Publica, Fondazione Sturzo e Popolari Europei di Franco Frattini) elaborando le tesi per un documento unitario in vista del congresso di Marsiglia a fine anno. Attenzione, però, agli attuali alleati, che in forme diverse stanno manifestando il proprio malessere. La Lega Nord lo ha fatto più volte nel corso degli ultimi mesi: prima parlando di stanchezza per le «sberle» prese dopo la disfatta alle Amministrative e ai referendum; poi con la votazione a favore dell’arresto di Papa; infine, portando avanti lotte intestine per l’apertura delle sedi ministeriali al Nord. Tutti accadimenti che hanno incrinato i rapporti con l’alleato di sempre. Se Alfano e Maroni rappresentano il futuro, il presente è ancora legato alla coppia Berlusconi-Bossi. E non è detto che i due continuino ad andare d’amore e d’accordo. C’è chi nel Pdl arriva, ma anche chi se ne va. Dopo Gianfranco Miccichè, pochi giorni fa è stata la volta di Ugo Cappellacci: da sempre legato a doppio filo a Berlusconi, il presidente della regione Sardegna ha riconsegnato la tessera perché «prima di tutto ci sono da difendere gli abitanti della mia terra, che il Governo ha umiliato».

REGOLE E PRIMARIE – Due parole che possono e devono essere trattate assieme. Perché le nuove regole sono (anche) quelle che nel centro-destra portano per la prima volta all’utilizzo di uno strumento finora “proprietà” dell’opposizione. Le hanno proposte Berlusconi e Alfano in persona, poi il Premier ha stupito tutti nominando il neo segretario come il candidato Pdl alle prossime elezioni. Lui ha rispedito il gentile regalo al mittente («nel 2013 avremo ancora bisogno, con gioia, della leadership di Berlusconi»), aprendo la corsa a quelle che preferisce chiamare «elezioni popolari». Come di consueto, quando si introduce una novità di simile portata, ecco nascere il fronte dei favorevoli e quello dei contrari. Fra i primi vanno annoverati il presidente della Lombardia Formigoni, il sindaco di Roma Alemanno e il ministro degli Esteri Frattini. Nel girone dei contrari, invece, spicca il titolare dei Trasporti Matteoli, che in una recente intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Finora le primarie non sono state altro che una dimostrazione della debolezza dei partiti che non sono in grado di decidere da soli cosa fare». Intanto, con una proposta di legge presentata alla Camera e al Senato da Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello, la maggioranza lavora perché il ricorso alle primarie diventi obbligatorio e regolamentato per i partiti, ma solo ed esclusivamente per i vertici degli enti locali (non per la scelta della leadership, quindi). A quelle del Popolo della Libertà, nel frattempo, potranno partecipare solo i tesserati, in modo da evitare eventuali infiltrazione esterne. Fra settembre e ottobre dovrebbero essere messe nero su bianco le regole definitive, in modo da arrivare a novembre alla scelta dei leader locali.