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Tag: Giorgio Napolitano



Primo_Consiglio_dei_ministri_del_governo_GentiloniPersino il chiaro atto d’accusa di Pietro Grasso è rimasto inascoltato. Decretazione d’urgenza e voti di fiducia, disse il presidente del Senato pochi giorni prima del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre parlando agli studenti della Luiss, “mortificano il ruolo primario del Parlamento” che fatica a svolgere la propria funzione a causa della “frammentazione politica e del trasformismo”.

Il risultato? Mercoledì, proprio a Palazzo Madama, il Governo di Paolo Gentiloni ha posto l’ennesima questione di fiducia (passata con 145 voti sì e 107 no), stavolta sul cosiddetto decreto legge migranti che prevede l’apertura di nuovi centri di identificazione ed espulsione (Cie) e procedure più rapide per l’espulsione degli immigrati irregolari. Sarà che quello guidato dall’ex ministro degli Esteri è considerato come un Esecutivo “fotocopia” del precedente con a capo Matteo Renzi, fatto sta che l’andazzo è rimasto pressoché identico. Dal 12 dicembre, giorno in cui è entrato in carica, il Governo ha già usato lo strumento della fiducia 6 volte: una media di due al mese, come ha fatto notare Openpolis.

Il confronto – In precedenza, la stessa era già stata posta due volte per il decreto salva banche (sia alla Camera sia al Senato), due volte per il Milleproroghe (anche in questo caso in entrambi i rami del Parlamento) e a Palazzo Madama per l’approvazione del ddl sul codice penale. Non proprio benissimo, se si considera che il rapporto fra voti di fiducia e leggi approvate è al 40% e in questa legislatura ne sono già state poste 82: “solo” 10 sotto il Governo di Enrico Letta, 66 durante quello dell’ex sindaco di Firenze e segretario del Pd e 6 – appunto – da quello di Gentiloni. E potrebbe non essere finita qui se è vero, come riferito nei giorni scorsi da alcuni organi di stampa, che dopo due anni di tira e molla anche il ddl concorrenza si appresta a sbarcare nell’Aula di Palazzo Madama “blindato” dalla fiducia. Staremo a vedere. Quel che è certo, al momento, è che dal quarto Governo di Silvio Berlusconi in poi (2008/2011), soltanto Mario Monti e i “suoi” tecnici avevano raggiunto livelli superiori (45,13%) con una media di 3 al mese.

Oltre i limiti – Insomma, i nostri Esecutivi hanno un evidente problema di “fiducite”. Se n’era accorto, già una decina d’anni fa, pure l’oggi presidente emerito Giorgio Napolitano. Messaggio che l’ex capo dello Stato aveva più volte ribadito prima di passare il testimone a Sergio Mattarella. La fiducia, disse per esempio “Re Giorgio” nel 2011, “non dovrebbe eccedere limiti oltre i quali si verificherebbe una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”. Com’è andata a finire? Che due anni fa, come noto, il Governo Renzi decise addirittura di porla sulla legge elettorale, quell’Italicum che non solo non è stato “copiato” da mezza Europa (“Matteo” dixit) ma che è stato pure “rottamato” dalla Corte costituzionale, scatenando l’ira sia delle opposizioni sia della minoranza del Pd.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 aprile 2017 per La Notizia






ministro_ORLANDO_0Andrea Orlando gioca per vincere. “Arriverò primo e dico al secondo e al terzo: non vi preoccupate perché non sarò il capo della mia corrente ma il segretario del Pd”, sono state le parole pronunciate ieri dal ministro della Giustizia al circolo Pd Marconi, dove ha lanciato ufficialmente la sua candidatura alla segreteria. Ora però la domanda sorge spontanea: con i renziani pronti da tempo alla battaglia congressuale e col governatore della Puglia Michele Emiliano che sta organizzando le truppe, chi sosterrà la corsa del “silenzioso” Andrea?

I nomi, a dire il vero, sono già molti. Anche perché, come ha spiegato a La Notizia un parlamentare dem che conosce bene il Guardasigilli, “Renzi è popolare fra la gente” ma “bisogna vedere se dopo quello che è successo il 4 dicembre ha ancora i numeri dentro al partito”. I primi endorsement per Orlando sono parecchio “pesanti”, visto che arrivano dal governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti (“Dobbiamo cambiare il partito e serve un segretario che unisca”, ha scritto su Facebook), e da Goffredo Bettini, già stratega della candidatura di Rutelli e braccio destro di Veltroni. “Tradito” dall’altro leader dei Giovani Turchi Matteo Orfini, il numero uno di via Arenula può comunque contare su buona parte dei componenti della corrente che guida.

Turchi in movimento – A cominciare dall’ex assessore ai Trasporti del Comune di Roma Stefano Esposito e dall’ex tesoriere del partito Antonio Misiani, passando per Valeria Valente (candidata a sindaco di Napoli alle ultime amministrative) e Daniele Marantelli. Senza dimenticare la sottosegretaria all’Ambiente Silvia Velo, il vicepresidente della commissione Agricoltura di Montecitorio Massimo Fiorio, Anna Rossomando, Antonio Boccuzzi e Michele Bordo, quest’ultimo presidente della commissione per le Politiche Ue della Camera. Ma non solo. A sostegno del ministro si sono infatti già schierati anche Michele MetaMarco Miccoli, Anna Giacobbe (deputata ligure ed ex segretaria della Cgil regionale) e Massimiliano Valeriani, capogruppo dem nel Consiglio regionale del Lazio.

Senza alternativa – Secondo quanto hanno riferito a La Notizia fonti interna al Pd, inoltre, anche la sottosegretaria all’Economia Paola De Micheli – già lettiana – sembra intenzionata a schierarsi con Orlando. Così come Gianni Cuperlo e Andrea De Maria, che hanno convocato un’assemblea per il 4 marzo ma che di fatto, vista anche la posizione di Cesare Damiano (schierato col Guardasigilli), non hanno altra scelta se non quella di sposare la causa di “Andrea”. Stessa cosa faranno anche l’ex ministra Barbara Pollastrini e le deputate Liliana Ventricelli ed Elisa Simoni. Molti si chiedono poi se e quando arriverà l’endorsement più pesante, quello di Giorgio Napolitano, che il 16 dicembre scorso ha passeggiato a braccetto nel salone Garibaldi del Senato proprio con Orlando. Vedremo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 24 febbraio 2017 per La Notizia






IMG_9940Alcuni lo ricorderanno come un anno a dir poco paradisiaco, altri ancora come quello delle grandi occasioni mancate. Dodici mesi vissuti in una sorta di purgatorio, insomma. Per qualcun altro, invece, sarà semplicemente da cancellare perché è stato un vero e proprio inferno. Meglio voltare pagina e farlo in fretta. Quando mancano poche ore alla fine del 2016 è possibile tracciare un bilancio di quali siano stati i top e i flop in politica, sport, musica, cinema. Gli avvenimenti che hanno caratterizzato il 2016, da gennaio fino a dicembre, del resto, sono stati numerosi. In Italia c’è stato il referendum costituzionale, ma anche le elezioni Amministrative che hanno visto la vittoria del Movimento 5 Stelle a Roma e Torino (con risultati ad oggi contrastanti). Mentre a livello internazionale l’evento clou sono state senza ombra di dubbio le elezioni americane, che hanno incoronato il repubblicano Donald Trump. Ma non solo. La vittoria del Leicester di Claudio Ranieri in Premier League e quella di tanti atleti azzurri a Rio 2016 – due nomi su tutti: Niccolò Campriani e “Bebe” Vio – fanno da contraltare al flop di Federica Pellegrini. Ecco vincitori e vinti di questo 2016.

INFERNO – Il flop dell’anno è indubbiamente quello dell’ex sindaco di Firenze ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che aveva puntato tutte le sue fiches sul referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. Com’è andata a finire è cosa nota. Oggi da segretario del Pd si aggira per le corsie del supermercato con il carrello della spesa al seguito, ma lo rivedremo nel 2017, questo è poco ma sicuro. Chi invece non è mai sparita dai radar è Maria Elena Boschi, un’altra delle grandi sconfitte del 2016 (i motivi sono gli stessi dell’ex premier). L’ex ministra delle Riforme è diventata sottosegretaria alla presidenza del Consiglio del Governo di Paolo Gentiloni. Insomma, è praticamente uscita dalla porta e rientrata dalla finestra. Che dire poi di Giorgio Napolitano? Il presidente emerito della Repubblica, un altro dei “padri” del ddl Boschi, sperava nel successo del Sì al referendum. Poi, metabolizzata la batosta, ha ammesso: “Con il No ho perso anch’io”. Averlo capito è già qualcosa. A Roberto Benigni, invece, è costata cara la giravolta in corso d’opera. All’inizio era “orientato a votare No”, poi si è schierato con Renzi e soci: non gli è andata bene. Virginia Raggi (M5S), prima sindaca donna della Capitale, doveva invece rivoltare Roma come un pedalino. Ma fra perquisizioni, arresti e una città bloccata non si può certo dire che ci stia riuscendo. Capitolo ministri. I nomi sono quelli di Federica Guidi e Giuliano Poletti. La prima è stata costretta a dimettersi ad aprile per la vicenda “Tempa Rossa”; sul secondo, dopo due gaffe nel giro di pochi giorni – le dichiarazioni sul voto anticipato per scongiurare il referendum sul Jobs Act e quelle, peggiori, sui giovani italiani che vanno all’estero – pende una mozione di sfiducia che pure la minoranza dem minaccia di votare. Altra grande sconfitta del 2016 è Hillary Clinton: doveva diventare la prima donna alla Casa Bianca, ma gli Usa le hanno preferito Trump. Non possiamo certo dimenticarci, infine, di Lapo Elkann e Federica Pellegrini. A fine novembre, il primo è stato arrestato a New York per aver simulato un sequestro dopo un festino a base di coca e sesso. Alle Olimpiadi di Rio, “Federica” doveva portare a casa almeno una medaglia. È tornata a mani vuote e con i nervi a fior di pelle. Di più: nei giorni scorsi è stata pure ufficializzata la crisi col fidanzato Filippo Magnini.

PURGATORIO – Ma c’è anche chi ha vissuto un anno in chiaroscuro. Né vincitore né vinto. È il caso di Denis Verdini, che col neonato gruppo Ala ha fatto da stampella al fu Governo Renzi per poi rimanere a bocca asciutta al momento di riempire le caselle dell’Esecutivo “fotocopia” di Gentiloni. Non è comunque detta l’ultima parola: l’appoggio esterno dei suoi può sempre tornare utile. È stato un 2016 dal sapore agrodolce anche per la coppia d’oro del M5S, quella formata da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. In prima linea durante la campagna elettorale per il referendum, entrambi si sono ritrovati loro malgrado invischiati nell’affaire Raggi (soprattutto dopo l’arresto di Raffaele Marra), stretti nella morsa delle correnti che stanno agitando i pentastellati e che vogliono minarne la scalata alla leadership. Anche Silvio Berlusconi può sorridere a metà. Ringalluzzito dalla vittoria del No il 4 dicembre – ma non gli sarebbe dispiaciuto un successo del Sì – l’ex premier è tornato ad occupare ancor più insistentemente le pagine dei giornali grazie al tentativo di scalata di Mediaset da parte di Vivendi. La doccia gelata per l’inquilino di Arcore è però arrivata lo scorso 15 dicembre. Giorno in cui il procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno e i pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio hanno ribadito davanti al gup Carlo Ottone De Marchi la richiesta di rinvio a giudizio per il Cavaliere, accusato di corruzione in atti giudiziari nel processo “Ruby ter”. E Gianni Cuperlo? Anche a lui l’anno poteva andare meglio. Prima oppositore di Renzi, poi sostenitori del Sì al ddl Boschi, infine di nuovo picconatore: “Il Pd senza congresso è morto, è un partito senz’anima”. Sarebbe bastato accorgersene prima. Negli Usa, invece, Barack Obama sognava un’uscita di scena sicuramente diversa. Sperava, soprattutto, di lasciare le chiavi dello Studio ovale alla Clinton. Invece ha dovuto ammettere che forse la candidata democratica non è stata capace “di farsi vedere ovunque”. A chi poteva andare meglio in ambito sportivo? Sicuramente a José Mourinho, Vincenzo Nibali, Alex Schwazer e Lionel Messi.

PARADISO – Tra i vincitori dell’anno che sta per volgere al termine figura senz’altro Donald Trump. Il tycoon ha vinto le elezioni americane avendo praticamente contro tutta la grande stampa e le celebrities (da George Clooney a Lady Gaga fino a Bruce Springsteen), schierate con la rivale Hillary. Alla stessa categoria è ascrivibile anche il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che con il suo giornale ha trainato la vittoria del No al referendum. In questo contesto non possiamo certo dimenticarci del leader della Lega Nord, Matteo Salvini, il primo a festeggiare quando la sconfitta di Renzi alle urne era ormai certa e pronto a lanciare la sfida a Silvio Berlusconi per la guida del Centrodestra. A Torino c’è invece Chiara Appendino. Battuto il sindaco uscente Piero Fassino (Pd) alle comunali di giugno, la prima cittadina del capoluogo piemontese sta facendo sicuramente meglio della sua collega romana, tanto che il suo nome già circola nelle segrete stanze per il ruolo di candidata premier del Movimento 5 Stelle. Vedremo. Tanti sono invece i protagonisti dello sport che quest’anno si sono distinti per le loro grandi imprese. Claudio Ranieri è il primo fra questi. L’ex allenatore di Juventus, Roma e Inter ha compiuto un vero e proprio miracolo calcistico portando il “piccolo” Leicester alla vittoria della Premier League, prima volta in assoluto nella storia del club. Dopo un Europeo vissuto da protagonista con l’Italia, nonostante l’eliminazione ai quarti di finale contro la Germania ai calci di rigore, anche Antonio Conte sta brillando in Inghilterra: il suo Chelsea è primo in classifica con 6 punti di vantaggio sul Liverpool. Mentre Cristiano Ronaldo, attaccante del Real Madrid, ha messo in bacheca un triplete da brivido: Champions League, Europeo e Pallone d’Oro (il quarto in carriera). Davvero niente male. Dalle Olimpiadi arrivano invece le belle storie di Niccolò Campriani e Beatrice “Bebe” Vio. Il fiorentino, classe ’87, è rientrato dal Brasile con due ori (carabina 10 metri aria compressa e carabina 50 metri da 3 posizioni). Sempre a Rio, stavolta alle Paralimpiadi, la schermitrice ha vinto la medaglia d’oro nella prova individuale battendo in finale la cinese Zhou Jingjing. E che dire di Zanardi? Alle Paralimpiadi il leggendario Alex, 50 anni compiuti, ha prima vinto l’oro nella cronometro di handbike e poi l’argento nella gara individuale in linea di handbike H5. La colonna sonora? Sicuramente Andiamo a comandare di Fabio Rovazzi, rivelazione dell’estate 2016 (e non solo).

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 31 dicembre 2016 per La Notizia 






referendumDomenica si va in campo, anzi, alle urne. Gli italiani saranno chiamati a votare sulla riforma costituzionale più ampia e complessa nella storia della Repubblica, visto che il ddl Boschi prevede la modifica di oltre 40 articoli della Carta. In questi mesi se ne sono sentite di tutti i colori. Fra insulti, gaffe ed endorsement, ecco l’alfabeto del referendum.

A come Accozzaglia – Vuol dire “turba confusa di persone spregevoli, o massa discordante di cose”. Il premier ha usato questa espressione per apostrofare il variegato universo schierato per il No alla riforma. “In questo referendum c’è un’accozzaglia di tutti contro una sola persona senza una proposta alternativa”, le parole di Renzi. “Abbiamo messo insieme D’Alema e Grillo”. Poi però il numero uno di Palazzo Chigi ha fatto retromarcia: “Mi scuso se ho offeso qualcuno, facciamo coalizione coesa”. La sostanza non è cambiata granché.

B come Boschi e Berlusconi – La prima è la madre della riforma, il secondo uno dei suoi grandi oppositori: voterà No ma non disdegnerebbe un successo del Sì, complici le aziende. In questi mesi Maria Elena ha girato l’Italia in lungo e in largo, senza contare le numerose ospitate tv. Poi l’hanno mandata all’estero e non è filato sempre tutto liscio. Come quando è stata contestata a Zurigo e per un attimo ha perso la calma e il sorriso. Che dire invece del leader di Forza Italia? Se il ddl Boschi passasse, ripete, il rischio è di “una dittatura di un uomo solo al comando”. Ma Mediaset vota Sì. E allora…

C come Cnel – Secondo i (pochi) sondaggi che hanno “spacchettato” il quesito, l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro è una delle poche cose votabili della riforma. Istituito nel 1957, ha diritto all’iniziativa legislativa ma in 59 anni ha presentato “solo” 14 proposte, nessuna delle quali diventata legge. Quanto si risparmierà con la sua eliminazione? Il Governo dice 20 milioni. Su Lavoce.info però l’ex commissario alla spending review Roberto Perotti ha parlato di soli di 3 milioni. “Il motivo principale è che la riforma ha disposto che tutto il personale del Cnel venga assunto dalla Corte dei Conti, quindi non vi sarà alcun risparmio su quel fronte”. Non proprio un grande successo.

D come Delrio – Se Renzi dovesse perdere il referendum e lasciare la guida del Governo, il nome del ministro dei Trasporti è in pole per sostituirlo. Anche se si tratterebbe di un cambio “di facciata”. Più un Renzi-bis senza Matteo che un Delrio I. Lui comunque ha le idee chiare: “Se vince il no bisognerà rimettere il mandato nelle mani del capo dello Stato che deciderà il da farsi”. Insomma, Delrio è pronto. Poi si vedrà.

E come Economist – Prima No, poi Sì. Ci mancava solo il forse. La scorsa settimana il noto giornale britannico (di cui Exor, società della famiglia Agnelli, è il principale azionista) è stato al centro di un caso abbastanza singolare: giovedì l’edizione settimanale si è schierata contro il ddl Boschi, prefigurando la creazione di un “governo tecnocratico” se Renzi dovesse perdere. Apriti cielo. Ma l’annuale, uscito il giorno dopo, ha invece rivolto un endorsement al Sì, prefigurando “instabilità politica e forse anche economica” in caso di successo del No. Idee chiare…

F come Financial Times – Che la stampa internazionale abbia partecipato attivamente a questa lunga campagna elettorale è indubbio. In questo quadro, non poteva mancare l’importante quotidiano economico-finanziario del Regno Unito. Se il prossimo 4 dicembre “Renzi perderà il referendum fino a 8 banche italiane rischiano di fallire”, ha scritto il Ft. L’invasione delle cavallette è scongiurata. Per ora.

G come Governo tecnico – Non solo l’ipotesi Delrio. Come ricordato, l’Economist ha aperto alla possibilità di un Governo tecnico in caso di sconfitta del Sì. Spauracchio subito agitato dal premier per fare propaganda per il Sì. Avevate dubbi?

I come Italicum – È la legge elettorale approvata a maggio 2015 ed entrata in vigore il 1° luglio 2016, che tutti vogliono già cambiare e sulla quale pende la pronuncia di legittimità della Consulta. È stato uno dei principali terreni di scontro fra i renziani e la minoranza del Pd, schierata per il No (con l’eccezione del “pontiere” Gianni Cuperlo). Per alcuni, le caratteristiche dell’Italicum amplificano gli squilibri della riforma; per altri la nuova legge elettorale per la Camera è coerente con le innovazioni costituzionali.

L come Lettere – Quelle che Renzi ha mandato agli italiani all’estero hanno scatenato un putiferio. Ma per certi versi si sono rivelate un boomerang per il premier, visto che un refuso riguardante l’indirizzo del sito Internet del comitato per il Sì ha finito con l’aiutare il No. Scherzi del destino.

M come Movimento 5 Stelle – A pochi giorni dal referendum è stato “colpito” dallo scandalo delle presunte firme false a Palermo. È però il vero asse portante del No alla riforma. Per i grillini, il referendum potrebbe rappresentare un trampolino di lancio verso il governo del Paese se vincesse il No, ma potrebbe anche condannarli a fare l’opposizione permanente se al contrario vincesse il Sì.

N come Napolitano – Il presidente emerito della Repubblica è uno dei padri della riforma. Voterà Sì, anche se non ha gradito né i toni della campagna, definita “aberrante”, né la personalizzazione del premier. E non gli ha risparmiato una pubblica tirata di orecchie.

O come Onida – L’accoglimento del ricorso dell’ex presidente della Consulta avrebbe potuto addirittura portare allo “spacchettamento” e al rinvio del voto. Il Tribunale di Milano lo ha respinto: Renzi ha tirato un sospiro di sollievo.

P come Prodi – L’ultimo colpo di scena di ieri. Il fondatore dell’Ulivo ha annunciato che voterà Sì, anche se la riforma è “poco profonda e poco chiara”.

Q come Quorum – Trattandosi di un referendum costituzionale, non sarà necessario raggiungerlo. Sarà valido con qualsiasi numero di elettori.

R come Risparmi – Il Governo sostiene che la riforma porterà risparmi per 500 milioni di euro all’anno. Ma a ottobre 2014 la Ragioneria generale dello Stato parlava di una cifra più contenuta: appena 57,7 milioni. Dal canto suo, il già citato Perotti parla di 161 milioni a regime: 131 dalla riduzione del numero dei senatori e dall’abolizione delle indennità, 3 dall’abolizione del Cnel, 17 dalla riduzione dei compensi dei consiglieri regionali e 10 dall’eliminazione dei contributi ai gruppi consiliari regionali. Insomma, i conti di Renzi&Boschi non tornano. Sarebbe il caso di rifarli.

S come Scrofa ferita – Renzi ha usato “accozzaglia”, Grillo gli ha risposto per le rime. Il premier, ha detto il fondatore del M5S, “ha una paura fottuta del voto del 4 dicembre. Si comporta come una scrofa ferita che attacca chiunque veda. Ormai non argomenta, si dedica all’insulto gratuito e alla menzogna sistematica”. Da che pulpito…

T come Twitter – Anche questa campagna elettorale si è giocata a colpi di tweet e post su Facebook. Gli account Twitter di “Basta un Sì” e del “Comitato per il No” hanno oggi – rispettivamente – 11.300 e 7.154 follower. Su Facebook i “mi piace” sono invece 159.274 e 151.507. Secondo una recente analisi de IlSocialPolitico.it, Twitter è terreno favorevole al Comitato del Sì mentre Facebook è dalla parte del No. Vedremo come andrà nel “Paese reale”.

U come Unico – Nessuno “spacchettamento”: sulla scheda gli italiani troveranno un unico quesito. Circostanza che ha dato vita a numerose polemiche. Per come è formulato, dicono le opposizioni, rischia infatti di essere fuorviante e trarre in inganno gli elettori.

V come Verdini – È un altro dei padri indiscussi del ddl Boschi, diventato determinante anche per gli equilibri del Governo Renzi dopo la nascita del suo gruppo, Ala. “Siamo in paradiso”, disse ad aprile dopo aver incontrato a Montecitorio i vertici del Pd. E si capisce perché.

Z come Zagrebelsky – Anche l’altro presidente emerito della Consulta è stato uno dei primi a schierarsi contro la riforma, arrivando a paventare l’ipotesi di non insegnare più Diritto costituzionale se dovesse vincere il Sì. È presidente onorario del Comitato per il No ed è stato uno dei pochi (insieme all’eterno Ciriaco De Mita) ad essersi confrontato direttamente con Renzi nel dibattito televisivo moderato dal direttore del Tg La7, Enrico Mentana.

Articolo scritto il 2 dicembre 2016 per La Notizia






800px-Giorgio_NapolitanoIl grande burattinaio, l’arbitro non imparziale, un monarca. Su Giorgio Napolitano, in questi anni, si è detto praticamente di tutto. Spesso a ragione. Di primati, nella sua carriera, “Re Giorgio” ne ha collezionati parecchi. Primo dirigente del Pci a ottenere il visto di ingresso negli Stati Uniti, primo ministro degli Interni post-comunista e, soprattutto, primo capo dello Stato rieletto per un secondo (seppur breve) mandato. Da dieci anni a questa parte, Napolitano muove abilmente i fili della politica italiana. Quando sedeva al Quirinale viaggiava ai limiti dei vincoli costituzionali, per non dire che li travalicava. Ma anche adesso che al suo posto c’è Sergio Mattarella, come noto, continua a entrare a gamba tesa praticamente su qualsiasi cosa. Nella storia dell’Italia repubblicana non si ha memoria di tanto attivismo per un presidente emerito. Sarà perché i temi al centro del dibattito odierno, la riforma costituzionale e l’Italicum, sono anche un po’ “figli suoi”; sarà perché in questa partita “Re Giorgio” si gioca un pezzo di credibilità. Ma le uscite sono ripetute e irritano parecchi. Non solo le opposizioni, per intenderci.

LA GIRAVOLTA - Prendete la legge elettorale. Il 14 aprile 2015 l’ex capo dello Stato la benedì, invitando le Camere a “non disfare quello che è stato faticosamente costruito”. Poi, a inizio settembre, la giravolta. L’Italicum “va cambiato perché nell’attuale sistema tripolare rischia mandare al ballottaggio e di far vincere chi al primo turno ha ricevuto una base troppo scarsa di legittimazione col voto popolare”. Sarà. Per non parlare delle sferzate rivolte nei giorni scorsi al premier, Matteo Renzi, “colpevole” di aver trasformato il referendum in un plebiscito su se stesso. Non è un caso del resto che nei nove anni della sua presidenza, a Palazzo Chigi si siano alternati ben cinque presidenti del Consiglio. Spesso defenestrati dall’oggi al domani e in circostanze tutte da chiarire. Tanto per dirne una: nel 2008, quando il secondo governo di Romano Prodi cadde dopo appena due anni, l’allora portavoce del professore, Silvio Sircana, raccontò: “Sono state le dimissioni più veloci della storia, siamo arrivati al Quirinale e le formalità erano già tutte pronte”. Diversamente è andata nel 2011. Quando, dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, “Re Giorgio” conferì l’incarico a Mario Monti, con buona pace del segretario del Pd Pier Luigi Bersani che auspicava un ritorno alle urne.     

OMBRE DAL PASSATO - Il protagonismo di Napolitano non è comunque una novità. L’uomo è fatto così, lo dimostra la sua storia politica. Che si parli di Prima o Seconda Repubblica, lui è rimasto sempre lì, al centro della scena. Tessitore di trame oscure, sopravvissuto indenne a qualsiasi terremoto politico. Esponente dell’ala “migliorista” del partito, la corrente ispirata ai principi del socialismo europeo, con Enrico Berlinguer segretario Napolitano fu il leader dei riformisti del Pci, che già prima dello strappo con Mosca del 1980 avevano scelto la socialdemocrazia battendosi per il dialogo con i socialisti di Bettino Craxi. Il rapporto fra i due fu lungo e intenso. Tanto che ad un certo punto Napolitano si ritrovò in rotta di collisione con linea di Berlinguer. “Negli ultimi anni di vita di Enrico”, ha ricordato due anni fa l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “collaboravo strettamente con lui e ho potuto vedere l’isolamento in cui era nel gruppo dirigente, anzitutto sulla questione morale. Ricordo che Napolitano la criticò scrivendo che quell’impostazione ci avrebbe isolato dalle altre forze politiche”. Però si sa: in politica nulla è per sempre. E così nel 1994, dopo l’inizio di “Tangentopoli” che per i “miglioristi” fu un incubo (molti dirigenti furono arrestati e processati per tangenti), arrivò Berlusconi. Il resto è storia.

(Articolo scritto l’8 ottobre 2016 per La Notizia)






Sono regolate dall’articolo 50 della Costituzione. E servono per proporre a deputati e senatori provvedimenti legislativi o esporre loro comuni necessità. Solo nella legislatura in corso ne sono arrivate 1.060 a Montecitorio e 1.531 a Palazzo Madama. Pochissime quelle prese in esame dagli eletti. Il record del campano Di Pasquale: “Ho cominciato nel 1999 e finora ne ho presentate tremila”

Montecitorio-675C’è chi chiede “norme per l’elezione diretta del presidente della Repubblica”. Ma anche chi propone “l’attribuzione in esclusiva agli enti locali dello svolgimento delle attività di onoranze funebri”. Non solo. C’è chi vorrebbe “la creazione di una squadra di calcio e di una casa discografica di proprietà dello Stato”. Senza dimenticare chi reclama l’inserimento di “un’ora ‘di discoteca’ nell’ambito dell’orario scolastico”. Sono solo alcune delle petizioni presentate dai cittadini al Parlamento, secondo quanto previsto dall’articolo 50 della Costituzione. Una pioggia di richieste che arrivano quotidianamente alle Camere per posta ordinaria, via fax, e-mail o con consegna a mano, inviate dagli abitanti dello stivale. Dalle Alpi alla Sicilia. Le richieste sono fra le più disparate. Alcune addirittura impossibili da tradurre in pratica. Solo nella legislatura in corso se ne contano 2.591: 1.060 alla Camera e 1.531 al Senato. Ma il loro numero, da qui al 2018, quando terminerà la diciassettesima legislatura, è destinato sicuramente ad aumentare.

FERME AL PALO – Nella storia della Repubblica, secondo i dati in possesso de ilfattoquotidiano.it, solo a Montecitorio ne sono pervenute 9.053. Con i picchi massimi raggiunti nella tredicesima (1.884) e nella sedicesima legislatura (1.690). E con quello minimo raggiunto nella terza legislatura (1958/1963), quando ne sono state presentate appena 94. Mentre a Palazzo Madama ne sono arrivate in tutto 8.341 (1.687 sono nella sedicesima legislatura). Ma quante di queste sono state esaminate? Pochissime, tenendo anche conto del fatto che fino alla dodicesima legislatura (1994/1996) non esistono dati al riguardo. Nella tredicesima legislatura, per esempio, delle 1.884 petizioni presentate alla Camera ne sono state discusse ‘solo’ 290 (il 15,3%), peraltro tutte in abbinamento con progetti di legge. E anche nelle legislature successive il trend è stato più o meno lo stesso. Dal 1996 ad oggi, nelle varie commissioni di Montecitorio alle quali sono state assegnate, i deputati ne hanno prese in esame 347 su 6.354 (il 5.4%). E al Senato? Nello stesso arco temporale, su 6.349 petizioni inviate, quelle analizzate dai senatori sono state invece378 (il 5,9%). Attenzione, però: come ricordano i veterani delle Aule parlamentari, le petizioni non possono essere paragonate alle leggi di iniziativa popolare, che pure, in quanto a sorte, non se la passano meglio. Perché in questo caso non ci sono dei veri e propri testi di legge suddivisi in articoli e non bisogna raccogliere decine di migliaia di firme per presentarle: spesso, con il loro invio, i cittadini intendono accendere un ‘faro’ sui problemi dei territori nei quali vivono. Come ad esempio chi chiede “interventi per garantire la copertura dei servizi di telefonia mobile e l’accesso a internet in tutto il comune di Fregona” (Treviso). O chi auspica “interventi di ammodernamento della stazione ferroviaria di Monte San Biagio (Latina)”.

CARO PARLAMENTO – Ma cosa chiedono, in sostanza, i cittadini agli eletti di Camera e Senato? Ce n’è per tutti i gusti. Tanti, per dire, sono quelli che propongono “l’abolizione del canone di abbonamento alla Rai” o la “privatizzazione” dell’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo. Poi c’è chi chiede “la revoca con effetto retroattivo dei vitalizi dei consiglieri regionali della regione Lazio”, “il riconoscimento anche economico e la tutela del lavoro casalingo”, “l’abolizione dell’ordine dei giornalisti”, “misure per garantire il rispetto del principio di pari opportunità nelle procedure concorsuali delle pubbliche amministrazioni, con particolare riferimento alle donne sole con figli a carico”. E ancora, chi vorrebbe “la rinuncia all’acquisto degli aerei da combattimento F35 e una generale riduzione delle spese militari”, modifiche al secondo comma dell’articolo 59 della Costituzione “per estendere espressamente la possibilità di essere nominati senatori a vita ai cittadini che si sono distinti nell’attività sportiva e militare”, “la reintroduzione del servizio di leva obbligatorio” e “disposizioni volte a vietare o eliminare la commercializzazione e il possesso di armi giocattolo o da collezione”. Numerose richieste riguardano poi l’ambito sanitario. Come quella formulata da un gruppo di cittadini di Pistoia, che invitano alla “tempestiva approvazione di disposizioni in favore delle persone affette da sindrome da talidomide”, che prende il nome del sedativo somministrato fra gli Anni ’50 e ’60 alle donne (in particolare quelle in gravidanza) poi ritirato dal commercio per via dei pericolosi effetti collaterali. Oppure quella che arriva da un abitante di Cerveteri (Roma), che chiede “l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause della morte di alcuni cittadini italiani nel corso del servizio di leva negli anni dal 1985 al 2005”.

RICHIESTE IN FUMO – La lista è ancora lunga. E alterna richieste importanti ad altre alquanto singolari. Per dire: c’è chi chiede “iniziative per assicurare l’apertura di centri antiviolenza sull’intero territorio nazionale” e chi auspica “l’istituzione di una lotteria in cui sono messi in palio immobili inutilizzati”. O chi propone “la legalizzazione della cannabis indica”, “l’istituzione di comunità autogestite sul modello dei kibbutz israeliani” e “l’assunzione di esperti di medicine non convenzionali”. Ma anche chi reclama “nuove norme in materia di buono pasto per i pubblici dipendenti”, “norme limitative in materia di associazioni massoniche”, “nuove norme in materia di controllo dei titoli di viaggio degli utenti dei mezzi di trasporto pubblico, ai fini dell’individuazione degli stranieri privi di un regolare titolo di soggiorno in Italia” e “l’insegnamento di nuove tecniche di combattimento ai militari”. Mentre tre cittadini romani chiedono – rispettivamente – “norme per la sepoltura nel Pantheon delle salme dei componenti della famiglia Savoia”, “la realizzazione, per finalità turistiche, di riproduzioni di mezzi di trasporto dell’antica Roma” e “l’abolizione della pena di morte in Arabia Saudita”. Da segnalare, infine, chi chiede “l’abolizione del secondo grado di giudizio nei processi penali e civili”, “nuove norme in materia di collocamento e compenso dei calciatori”, “l’inserimento in Costituzione del diritto di resistenza all’oppressione” e, per rimanere in tema, “l’istituzione di organismi parlamentari per la valutazione delle petizioni e degli altri strumenti di democrazia diretta”.

RECORDMAN CAMPANO – Non è tutto. Molte delle richieste pervenute alle Camere negli ultimi diciassette anni portano la stessa firma. Quella di Francesco Di Pasquale da Cancello ed Arnone, un piccolo comune di circa cinquemila abitanti in provincia di Caserta di cui in passato è stato anche sindaco. Quante petizioni ha mandato in tutto? “Quasi tremila: ho cominciato nel 1999 ed è anche capitato che qualche mia proposta fosse inserita in un disegno di legge”, risponde Di Pasquale contattato da ilfattoquotidiano.it. Insomma: un recordman a tutti gli effetti. Gli argomenti delle sue lettere spaziano dalla richiesta di “nuove norme per garantire la tutela previdenziale dei geometri liberi professionisti” a quella di “iniziative per far cessare le violenze perpetrate contro i cristiani in varie parti del mondo”. Ma non è un caso. Perché “le persone mi contattano da tutta Italia per segnalare dei problemi, io mi metto all’opera e scrivo agli uffici competenti di Camera e Senato: ormai i funzionari, persone squisite, mi conoscono, siamo praticamente amici – racconta –. Perché lo faccio? Trovo giusto provare a dare una mano a risolvere ciò che non va e me ne dispiaccio quando non ci riesco”. La ‘colpa’, si fa per dire, è stata dell’ex presidente della Camera, Luciano Violante. “Anni fa gli scrissi proponendogli la modifica della norma per la selezione degli scrutatori alle elezioni: mi rispose dicendomi di presentarla sotto forma di petizione – ricorda Di Pasquale –. Ma io faccio politica dal 1972 e fra provincia, Regione, presidenti della Repubblica e quant’altro ho spedito più di dodicimila lettere. Conservo ancora gelosamente le risposte di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 29 febbraio 2015 per ilfattoquotidiano.it)






I primi mesi al Colle del presidente della Repubblica. Dal monito contro il terrorismo “germe della terza guerra mondiale”, all’affondo sulle truffe a danno dei risparmiatori. Dalla corruzione “furto di democrazia”, ai richiami contro il crimine organizzato. Ecco i temi sui quali il capo dello Stato si è speso di più

mattarella-6751Era stato chiaro sin dal giorno del suo giuramento. “Nel linguaggio corrente si è soliti tradurre il compito del capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, del garante della Costituzione”. E l’arbitro “deve essere, e sarà, imparziale”. Una frase, quella pronunciata il 3 febbraio scorso davanti al Parlamento riunito in seduta comune, che anticipa e riassume il 2015 di Sergio Mattarella al Quirinale. “Il calmo”, addirittura “l’anti-eroe”, come lo aveva definito Giampaolo Pansa su Repubblica nel 1989, in questi primi dieci mesi ha parlato poco. Proprio come ogni direttore di gara che si rispetti. Mai una parola di troppo né una dichiarazione che potesse prestare il fianco alle strumentalizzazioni. Un fatto nuovo per la politica italiana dopo i nove anni al Colle di Giorgio Napolitano, uno abituato ad entrare a gamba tesa su qualsiasi questione. Anche dopo aver abdicato. Come quando ad aprile, ormai da presidente emerito, è tornato a difendere l’Italicum. Raccontano che Mattarella, che in quell’occasione gli era seduto accanto, non l’abbia presa benissimo. Ma in pubblico non ha detto nulla. Né a caldo né a freddo. Niente di niente. Ma di cosa ha parlato il presidente della Repubblica da quando è in carica? Di corruzione, mafia, giustizia. Ma anche di diritti umani, terrorismo, Corte costituzionale. Banche, economia. Ecco le sue principali dichiarazioni dall’insediamento ad oggi.

Banche. Costituzione alla mano, Mattarella non ha potuto esimersi dall’intervenire sul caso che ha coinvolto i 130 mila risparmiatori delle quattro banche (Etruria, Marche, CariFerrara e CariChieti) in dissesto ‘salvate’ dal decreto del governo del 22 novembre scorso. Non più tardi di dieci giorni fa, il capo dello Stato ha assicurato che “si stanno approntando interventi di possibile sostegno, valutando caso per caso, al fine di tutelare quanti sono stati indotti ad assumere rischi di cui non erano consapevoli”. Non solo. Perché Mattarella ha anche fatto capire che chi ha sbagliato pagherà. “Occorre un accertamento rigoroso e attento delle responsabilità – ha proseguito –. Sono di importanza primaria la trasparenza, la correttezza e l’etica”, anche se il sistema creditizio italiano si è dimostrato “più solido di altri”. Infine un attacco agli speculatori. “Il risparmio non è soltanto il frutto della fatica del lavoro e la base di sicurezza familiare: è anche una leva di finanziamento cruciale per l’economia reale – ha concluso –. In un contesto che sembra premiare soprattutto la speculazione finanziaria servono capitali pazienti per finanziare investimenti di lungo termine”.

Corruzione. L’ha definita come “un cancro”, addirittura “un furto di democrazia”. Certo che sconfiggerla e “spezzare le catene della complicità” è “possibile”. In che modo? “Dobbiamo porci obiettivi elevati sul piano della moralità pubblica e del senso civico”, ha spiegato Mattarella il 9 dicembre scorso durante la ‘Giornata mondiale contro la corruzione’ indetta dalle Nazioni Unite. Messaggio poi ribadito il 21 dicembre nel corso del tradizionale scambio di auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni. Ma non è tutto. La corruzione “crea sfiducia, inquina le istituzioni, altera ogni principio di equità penalizza il sistema economico, allontana gli investitori e impedisce la valorizzazione dei talenti – ha proseguito il capo dello Stato –. L’opacità e il malfunzionamento degli apparati pubblici e di giustizia colpisce ancor di più i poveri e le persone deboli, crea discriminazioni, esclusioni, scarti, distrugge le opportunità di lavoro” e “le speranze dei giovani”.

Corte costituzionale. Il siderale ritardo con cui il Parlamento ha eletto i tre giudici della Consulta ha irritato non poco Mattarella. Che il 2 ottobre scorso ha richiamato le Camere a quello che ha definito un “doveroso e fondamentale adempimento, a tutela del buon funzionamento e del prestigio della Corte e a salvaguardia della responsabilità istituzionale”. Auspicando che con “la massima urgenza” i componenti di Montecitorio e Palazzo Madama provvedessero a trovare un accordo per superare l’impasse. Tutto inutile. Così, il 10 dicembre, il capo dello Stato ha rincarato la dose dalle colonne del Messaggero. “La mancanza di tre giudici incide molto sulla funzionalità della Corte Costituzionale e questo vuoto non può continuare”, ha scandito. Anche perché “la Costituzione prevede una composizione articolata ed equilibrata della Corte”. E “la mancanza di oltre la metà dei giudici di una componente (quella eletta dal Parlamento, ndr) altera l’equilibrio voluto dai Costituenti”, aggiungendo “un ulteriore aspetto di gravità allo stallo che si registra”. Stavolta il messaggio è stato recepito: sei giorni dopo, alla trentaduesima votazione, sono stati eletti Augusto BarberaFranco Modugno e Giulio Prosperetti. Grazie all’accordo fra Pd e M5S.

Diritti umani. Quelli dei migranti (“è un errore storico ritardare la necessaria azione comunitaria in tema di accoglienza”). Ma non solo. Perché il presidente della Repubblica è intervenuto anche per riaffermare “il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione e affermato nella Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea” contro ogni forma di omofobia e transfobia. “Rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della personalità umana”, ha affermato Mattarella il 17 maggio scorso durante la giornata internazionale contro l’omofobia, “è una responsabilità primaria, dalla quale discende la qualità del vivere civile e della stessa democrazia. Le discriminazioni, le violenze morali e fisiche – ha aggiunto – non sono solo una grave ferita ai singoli ma offendono la libertà di tutti, insidiano la coesione sociale, limitano la crescita civile”. L’obiettivo è “costruire una cultura che assuma l’inclusione come obiettivo sociale, che applichi il principio di eguaglianza alle minoranze, che contrasti l’omofobia e la transfobia perché la piena affermazione di ogni persona è una ricchezza inestimabile per l’intera comunità”.

Giustizia. È stato uno dei primi temi trattati dopo l’insediamento. Il 24 febbraio, a Scandicci (Firenze), dove ha sede la Scuola Superiore della Magistratura, Mattarella ha parlato di giustizia, “chiamata a definire ogni giorno l’equilibrio fra diritti e doveri applicando le regole dettate dalla legge”. Sottolineando che quello del magistrato è “un compito né di protagonista assoluto nel processo né di burocratico amministratore di giustizia”. Tradotto: basta protagonismi fra le toghe. Il 26 novembre scorso, in un messaggio inviato alla conferenza nazionale dell’Avvocatura che si è svolto a Torino, Mattarella ha invece spiegato che “le criticità del sistema giustizia incidono sulla capacità di crescita del Paese, sull’amministrazione delle risorse pubbliche e sull’attrattività di investimenti esteri”. Infine a dicembre, in una lettera spedita al leader radicale Marco Pannella, Mattarella ha parlato del cosiddetto ergastolo ostativo. Ricordando come la sua abolizione sia “al centro di un animato dibattito politico e giuridico ed è all’esame del Parlamento una norma di delega che mira a ridurre gli automatismi e le preclusioni che escludono i benefici penitenziari per i condannati all’ergastolo”.

Grazia. Stavolta non ci sono dichiarazioni ma atti. Il 23 dicembre, infatti, Mattarella ha firmato tre decreti di concessione di grazia (una delle prerogative costituzionali del capo dello Stato). Il primo nei confronti di Massimo Romani, condannato a 40 anni per droga in Thailandia (poi ridotti a 30 in Italia). Il secondo e il terzo nei confronti dei due americani Robert Seldon Lady e Betnie Medero, entrambi condannati per il sequestro dell’ex Imam di Milano Abu Omar. Nel 2003, all’epoca dei fatti, Seldon Lady (condannato a 9 anni) era a capo del centro della Cia di Milano, mentre Medero (condannata a 6 anni) era una delle agenti responsabili del sequestro. A novembre, Mattarella aveva concesso la grazia parziale (pena ridotta da 6 a due anni) adAntonio Monella, l’imprenditore bergamasco che nel 2006 uccise un diciannovenne albanese che tentava di rubargli l’automobile.

Mafia. Si tratta, come noto, di un tema che ha toccato da vicino Sergio Mattarella (nel 1980 suo fratello Piersanti fu assassinato da Cosa nostra). Non è un caso quindi se in questi primi dieci mesi al Quirinale, l’ex giudice della Corte costituzionale ne ha parlato più volte. Il 6 agosto scorso, giorno nel quale è stato ricordato Ninni Cassarà, vice questore e braccio destro di Giovanni Falcone e del pool antimafia di Palermo ucciso nel 1985 da Cosa nostra, il capo dello Stato ha chiesto di “onorare nel modo più concreto la memoria dei tanti magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e singoli cittadini che hanno perso la vita per assicurare l’affermazione dei diritti e il rispetto delle regole”, impegnandosi “nel contrastarerifiutare e denunciare ogni forma di infiltrazione e di ricatto criminale, di malaffare e di corruzione”. Il 28 settembre, inaugurando l’anno scolastico a Napoli, Mattarella è tornato sull’argomento. “La camorra e le mafie – ha affermato il presidente della Repubblica – possono essere sconfitte”. Anzi: “La camorra e le mafie saranno sconfitte” perché “non possiamo rinunciare a essere donne e uomini liberi”.

Riforme. Le ha lodate ad inizio novembre, quando è volato a Saigon e Giacarta. L’Italia è impegnata “in un profondo rinnovamento” e da tre anni a questa parte “sono state impostate ed approvate alcune riforme importanti finalizzate a rendere l’Italia più competitiva”, ha affermato Mattarella. Il quale è tornato a parlarne il 21 dicembre al Colle: “Non posso che augurarmi” che esse “giungano a compimento in questa legislatura” perché “il senso di incompiutezza rischierebbe di produrre ulteriori incertezze conflitti, oltre ad alimentare sfiducia”. Per il capo dello Stato “le riforme non riguardano soltanto l’organizzazione costituzionale, ma dovranno anche imprimere una svolta rispetto all’uso improprio di strumenti e procedure”. Perché “il tema della qualità della legislazione si pone davanti a noi come un dovere inderogabile”. Senza dimenticare i riflessi che l’immobilismo provoca sull’economia reale: “Il 2015 si chiude con un segno positivo per il Pil e per l’occupazione – ha proseguito –. Certo, è ancora insufficiente per compiacerci della ripresa, sapendo che un gran numero di nostri concittadini cerca ancora lavoro”.

Terrorismo. Ad agosto lo ha apostrofato come “il germe della terza guerra mondiale”. Segno che il tema del terrorismo lo preoccupa non poco. Sergio Mattarella ne ha parlato in più di un’occasione. La prima il 28 marzo in un’intervista al quotidiano francese Le Figaro, nella quale ha invocato la necessità di un “patto di civiltà” per “contrastare le campagne d’odio e di indottrinamento” dei fondamentalisti islamici. L’ultima il 10 dicembre, un mese dopo gli attentati di Parigi nei quali hanno perso la vita 130 persone. “L’Italia è in prima linea contro l’Isis”, ha assicurato il presidente della Repubblica, che ha comunque escluso (almeno per ora) la possibilità di un intervento militare delle nostre forze armate in Siria e Iraq. “Non ne vedo le condizioni”, ha risposto Mattarella a esplicita domanda, ricordando comunque la necessità di “una piena collaborazione dei servizi di intelligence dei vari Paesi”.

(Articolo scritto il 31 dicembre 2015 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)






ImposimatoFerdinando Imposimato, che non è né un ex fascista né un seguace del M5s, ha spiegato in una nota che «la legge di conversione del decreto legge Imu-Bankitalia appare incostituzionale».

E perché mai? «Anzitutto – scrive il magistrato – vi è stata violazione del diritto della opposizione del M5s di svolgere le proprie ragioni opponendosi al provvedimento, secondo le regole della Costituzione e il regolamento della Camera. La cd tagliola è incostituzionale, perché elimina il diritto della opposizione di motivare il suo voto contrario. La opposizione è parte essenziale della democrazia, i cui diritti vanno rispettati. Diversamente siamo in una situazione di regime cioè di dittatura della maggioranza».

Quindi? «La legge di conversione approvata il 29 gennaio è incostituzionale. Inoltre la parte del decreto legge Imu-Bankitalia che riguarda la cd ricapitalizzazione di Bankitalia per 7.5 miliardi di euro – spiega il presidente onorario della Cassazione – si tradurrà nel finanziamento illecito, attraverso Bankitalia, di istituti di credito in crisi, cioè in una donazione di enormi somme di denaro alle banche azioniste che controllano Bankitalia. Che sono Intesa San Paolo (42%), Unicredit (22,11%), Mps (4,60%), Inps (5,00%), Carige (4,03%) e altre banche. Questa parte del dl, che riguarda Bankitalia, sembra del tutto estranea al dl sull’Imu, che è imposta sulla prima casa, per la quale poteva essere giustificata la situazione straordinaria di necessità e urgenza ex art 77 sec comma della Costituz. Situazione che non si giustifica con la “ricapitalizzazione” di Bankitalia. La verità è che l’Italia con 1,7 trilioni di euro di debito versa in uno stato di disperazione».

Imposimato sottolinea ancora: «I soldi le banche li hanno ottenuti attraverso il decreto Imu-Bankitalia a spese dei cittadini su cui graverà il costo finale di questa operazione. Si tratta di un decreto truffa che vuole cose diverse da quelle che dice: apparentemente ricapitalizzare Bankitalia, che dovrebbe essere patrimonio degli italiani, invece vuole finanziare le banche in crisi, ex banche pubbliche divenute private, che controllano Bankitalia, di cui sono proprietarie. Questo è il problema».

In conclusione: che fare? «La prima cosa è che il Presidente della Repubblica ai sensi dell’art 74 della Costituzione, prima di promulgare la legge di conversione, chieda con messaggio motivato alle Camere, una nuova deliberazione (art 74 Costituzione), e come ha già rilevato in relazione al decreto milleproroghe, chieda lo stralcio dei due provvedimenti. Ma questo è il primo passo da compiere, a mio modesto avviso. Poi in sede di applicazione del decreto Imu, si potrà eccepire davanti al giudice la incostituzionalità della legge di conversione. Purtroppo i cittadini non possono adire direttamente la Corte Costituzionale».

Informazione a margine: questa nota è stata scritta e resa pubblica dal giudice Imposimato quattro giorni fa, giovedì 30 gennaio. Sapete quanti giornali l’hanno riportata? Nessuno. Neanche una breve. L’unica agenzia di stampa che l’ha battuta è stata “AgenParl“. Come mai?

Twitter: @GiorgioVelardi






NapolitanoGame over. O meglio: è solo l’inizio. Quello del secondo mandato di Giorgio Napolitano al Quirinale, prima volta nella storia della Repubblica italiana. L’uomo del Colle ha detto sì a chi gli chiedeva di restare al suo posto per altri 7 anni. Questa mattina il capo dello Stato ha incontrato le delegazioni dei maggiori partiti, tranne il Movimento 5 Stelle che compatto voterà fino all’ultimo Stefano Rodotà.

Niente Marini, niente Prodi, niente D’Alema e niente Amato, figura molto vicina a Napolitano che il presidente uscente si pensava potesse consigliare a chi lo ha raggiunto al Quirinale. Qualche ora per decidere, poi l’annuncio: «Sono disponibile, non posso sottrarmi alla responsabilità». La sesta votazione risulta quasi superflua, “Re Giorgio” sarà ancora l’inquilino del Colle. Ma è una scelta che divide e che, a conti fatti, rende la situazione stagnante come non mai.

Un capo dello Stato diverso avrebbe portato, al 99%, ad un superamento dell’attuale impasse in cui le forze politiche sono piombate dopo le elezioni del 24 e 25 febbraio. In questo modo, invece, il rischio è quello di ritrovarsi al punto di partenza, come nel gioco dell’oca. La scelta di ricandidare Napolitano provoca un altro – l’ennesimo – terremoto nel centrosinistra. Se il Pd questa volta sembra essere stranamente unito (anche se il sindaco di Bari Michele Emiliano cinguetta: «Approfittando dell’amore x l’Italia del nostro vecchio ed amato Presidente stanno facendo un inciucio Pd-Pdl che fa orrore: votate Rodotà»), la coalizione “Italia bene comune” si è squagliata come neve al sole. Lo ha fatto capire apertamente, malgrado il pizzico di politichese che lo contraddistingue, Nichi Vendola (Sel), che a metà pomeriggio in una conferenza stampa a Montecitorio ha parlato di un «Berlusconi vero vincitore della partita per il Quirinale», rigettando l’ipotesi delle larghe intese («Noi saremo all’opposizione», ha detto il governatore della Puglia) e lodando l’atteggiamento del Movimento 5 Stelle (con cui condivide la candidatura di Rodotà).

Ma a destare ancora più scalpore, visto che il suo nome è da settimane in cima alla lista delle figure che potrebbero rinnovare il centrosinistra, è il tweet che il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, neo tesserato del Pd, invia intorno alle 15.00. «Incomprensibile che il Pd non appoggi Stefano Rodotà o non proponga Emma Bonino», scrive. Chiaro. Preciso. Destabilizzante.

Il prossimo futuro appare chiaro: si viaggia col vento in poppa verso le larghe intese. Ora resta da capire chi sarà il capitano di un governo che durerà il tempo di mettere in pratica i dettami dei dieci saggi, in primis la modifica della legge elettorale. Poi si tornerà a votare. E nel giorno del suo 64esimo compleanno, per Massimo D’Alema potrebbe arrivare un regalo inatteso: la guida del nuovo esecutivo.

Twitter: @GiorgioVelardi






Quello della grave condizione dei penitenziari non è un dramma solo italiano. Ecco i dati del primo osservatorio europeo indipendente sulle condizioni di detenzione

Carceri_1_1«La situazione è gravissima, in gioco c’è l’onore dell’Italia». Nel corso della visita nel carcere milanese di San Vittore, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato così della condizione al collasso che caratterizza i nostri penitenziari. Circostanza che fa risultare il nostro Paese maglia nera in Europa, alla luce di un tasso di sovraffollamento che supera il 140%. Il capo dello Stato ha dichiarato che se fosse stato per lui avrebbe firmato l’amnistia «non una ma dieci volte», specificando però che c’è stata «l’assenza delle condizioni politiche». L’Italia non è comunque l’unica Nazione in cui le carceri sono un “problema”. Sfogliando i dati dello European Prison Observatory, il primo osservatorio europeo indipendente sulle condizioni di detenzione sostenuto dalla Ue e coordinato da Antigone (che ha monitorato 8 Stati: Regno Unito, Francia, Spagna, Grecia, Lettonia, Polonia e Portogallo, oltre all’Italia), si scopre una realtà complessa per buona parte dei Paesi del Continente.

FRANCIA E GRECIA - Particolarmente difficile è la situazione di Francia e Grecia. Il Paese attualmente guidato da François Hollande ha assistito ad una drammatica crescita della propria popolazione carceraria, aumentata del 36%rispetto al 2001. Oggi nei penitenziari francesi ci sono 64.787 detenuti, 3.809 in più del 2010. Ma a preoccupare è un altro dato: quello delle morti in carcere, che nel 2012 sono state addirittura 535, il numero più elevato fra tutti gli Stati su cui è stata posta l’attenzione. I progetti di edilizia carceraria degli ultimi anni non sono stati in grado di ridurre il sovraffollamento, pari al 113,2%, creando un maggiore isolamento dei detenuti e comportamenti violenti anche contro il personale di polizia penitenziaria. Basse, invece, sono le percentuali di minori e donne detenute, che si attestano rispettivamente all’1,1 e al 3,4%; il 20% dei carcerati è invece di origine straniera (si tratta di un dato rimasto sostanzialmente stabile fra il 2008 e il 2012). Percentuale che fa ben sperare è invece quella dei detenuti che scontano una condanna definitiva: 88,8%, il che sta a significare un utilizzo tutto sommato contenuto della carcerazione preventiva. Poi, come detto, c’è la Grecia, il cui sistema è caratterizzato da condizioni di vita estremamente degradate. La popolazione carceraria ellenica è composta da 12.479 persone, con una percentuale spropositata di detenuti stranieri: 63,2% (nel 2008 era del 48,3%). Dopo l’Italia, inoltre, la Grecia è il Paese con il più alto tasso di sovraffollamento, pari al 136,5%, in crescita rispetto al 2010 quando era diminuito fino a toccare quota 123. A questi problemi, dice l’osservatorio nella sua analisi, se ne aggiungono altri due: la carenza di personale e l’abuso della carcerazione preventiva, a cui su unisce una cospicua presenza di detenuti accusati o condannati per crimini legati alla droga. Con il suo 4,7%, infine, la Grecia è la Nazione con la più alta percentuale di minori dietro le sbarre.

SPAGNA E REGNO UNITO - Anche in Spagna i numeri non fanno dormire sonni tranquilli. La popolazione carceraria è composta da 69.037 persone, -4.892 rispetto a due anni fa. Oltre all’elevato tasso di sovraffollamento, 98,7%, a caratterizzare il sistema spagnolo è la grave situazione relativa all’assistenza sanitaria. Secondo quanto afferma lo European Prison Observatory, a seguito della crisi economica l’amministrazione penitenziaria spagnola ha ridotto le prestazioni mediche, accadimento che ha prodotto la carenza di cure specialistiche con particolare riferimento alla salute mentale dei detenuti. Come la Francia, anche la Spagna presenta una percentuale elevata di reclusi che scontano una condanna definitiva: 81,9% (l’Italia è ferma invece al 58,8%).Alta, se messa a confronto con gli altri 8 Stati, è la percentuale di donne nei penitenziari: 7,6%. Spostandosi in Regno Unito la situazione è pressoché la stessa. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad una crescita esponenziale della popolazione detenuta, oggi formata da 95.161 soggetti (+10.436 rispetto al 2010). Il sovraffollamento è pari al 108%; i minori detenuti sono appena l’1,9%, anche se nel Regno Unito, dove l’età della responsabilità penale è particolarmente bassa, coloro che hanno commesso reati e hanno meno di 18 anni sono affidati ad apposite istituzioni indirizzate alla rieducazione. A fare da contraltare a numeri non certo esaltanti c’è l’esplosione dell’uso di misure non detentive e di altre forme di pena, che rendono la Gran Bretagna uno dei Paesi maggiormente attenti in questo ambito insieme a Francia e Spagna.

GLI ALTRI PAESI - A chiudere il quadro ci sono PoloniaLettonia e Portogallo. In quest’ultimo caso, malgrado un tasso di criminalità relativamente basso se messo a confronto con gli altri Paesi europei, il numero di detenuti è cresciuto in fretta negli ultimi anni, fino ad attestarsi a 13.490 persone (2012), il 18,40% delle quali di origine straniera. Al tasso praticamente nullo di minori dietro le sbarre (0,6%) fanno da contraltare il numero di detenuti morti in carcere nell’ultimo anno (211) e il dato che riguarda il sovraffollamento: 111%. La Polonia avrebbe invece bisogno di una riforma più radicale del proprio sistema penitenziario, sottolinea l’osservatorio. I fattori dominanti sono la mancanza di lavoro e di cure mediche adeguate per i detenuti, nonché il mancato adeguamento delle strutture carcerarie – in cui sono rinchiusi 85.419 detenuti, con un tasso di sovraffollamento del 99,7%– agli standard europei. La Lettonia, infine, con i suoi 300 detenuti ogni 100mila abitanti presenta il tasso più alto di carcerazione fra i Paesi dell’osservatorio e uno dei più alti dell’intera Unione europea. Quali sono le cause principali che hanno portato ad una situazione ai limiti della sostenibilità? «Uno dei motivi scatenanti sta nel fatto che negli ultimi anni la minorità sociale è stata drasticamente affidata ai sistemi punitivi », afferma a Il Punto Mauro Palma, ex presidente del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa e presidente onorario di Antigone. Una seconda causa, prosegue, è che «in sistemi democratici avanzati, che prevedono competizioni elettorali abbastanza frequenti e che sono caratterizzati da insicurezza sociale, il consenso è stato fondato sull’assecondare la mai appagata richiesta di sicurezza individuale quale surrogato della mancata sicurezza sociale, quindi sul proporre sempre più carcere». A ciò si unisce «un taglio a livello europeo di risorse ai sistemi di protezione sociale, con conseguente riflesso sul sistema detentivo, nonché una diversa dislocazione delle stesse risorse esistenti. Se si spendono più soldi per costruire strutture detentive piuttosto che utilizzarli per creare nuovi luoghi di accoglienza esterna si fa una scelta politica». Infine c’è quella che il presidente onorario di Antigone definisce «la categoria dell’indistinto », ovvero il mettere “tutti con tutti”, che porta in carcere con pene alte persone con profili delittuosi del tutto diversi. «Questa mancata distinzione è evidente per particolari tipi di reati, come quelli che riguardano l’uso di sostanze stupefacenti. Occorre quindi un’opera ampia di “depurazione” del sistema per garantire condizioni maggiormente dignitose per tutti, detenuti e non», conclude Palma.

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BERLUSCONI,GOVERNO PROFESSORI SI ERA MONTATO TESTATelevisivamente parlando ha vinto Berlusconi. Nettamente. Ci sono tanti perché, mi limito a citarne 5.

1- Semplice: L’ex presidente del Consiglio non è stato contrastato a dovere. Mi aspettavo che in studio ci fossero esperti, “tecnici”, gente competente che potesse ribattere colpo su colpo alle (molte) scempiaggini pronunciate stasera dal Cavaliere. Sarebbero serviti – almeno – un costituzionalista e, soprattutto, un economista. E invece accendi la Tv e di fronte a lui chi trovi? Luisella Costamagna e Giulia Innocenzi. La prima avrà parlato 3 minuti netti e, incalzata da Berlusconi, non è riuscita a chiedergli praticamente nulla; la seconda, imbarazzante, ha raggiunto l’apice del paradosso quando – parlando direttamente all’ex premier – ha esordito dicendo: «Se sbaglio lei me lo dica». Travaglio ha avuto dei picchi: così così il primo intervento, meglio il secondo. Da lui gli spettatori si aspettavano fuoco e fiamme. Invece è rimasto nel limbo fra soddisfazione ed insoddisfazione;

2- Il soliloquio di B.: Santoro ha permesso al suo acerrimo nemico di parlare a rotta di collo. Tanto che poi Sandro Ruotolo, messo a fare il notaio (perché? Non si sa…) ha parlato di minutaggio favorevole al Cavaliere (che novità…!). Nel momento in cui parlava, B. ha avuto ovviamente il tempo di ripetere quanto già sentito in ogni trasmissione televisiva a cui finora ha presenziato: l’abolizione dell’Imu, l’Europa «germanocentrica», la teoria del complotto, Monti il dissanguatore delle famiglie, i comunisti al potere – Corte costituzionale, Quirinale, tribunali e via discorrendo – e persino Dell’Utri persona «perbenissimo perché c’ha 4 figli» (il fatto di averne così tanti è direttamente proporzionale a non essere un delinquente? Mistero).

3- Le scuole serali: Una battuta che ha fatto cadere Santoro nel tranello tesogli da Berlusconi. «Mi dica, lei ha studiato alle scuole serali?», chiede l’ospite al conduttore durante il dibattito (e il pubblico applaude!). Il giornalista ripete la battuta 7/8 volte durante l’arco della puntata, segno che l’uscita lo ha indispettito non poco. E il fatto che Santoro ad un certo punto abbia la fronte bagnata dal sudore mentre B. sia impassibile e sorridente perché «mi sto divertendo» la dice lunga su chi è uscito dal campo con i 3 punti;

4- La letterina a Travaglio: Voi immaginate un telespettatore che ha acceso la Tv alle 23.30 e ha trovato Berlusconi seduto al tavolo del conduttore, al posto che è occupato settimanalmente da Travaglio che legge il suo editoriale. Cosa può aver pensato? Ecco, l’aver permesso al Cavaliere di “invadere lo spazio” in maniera così forte è stato il colpo di grazia della serata (sorvoliamo sulla missiva: la citazione di Wikipedia la dice lunga sul grado di affidabilità di chi l’ha scritta). Comica finale: B. che dice a Travaglio: «Si alzi, mi ridia il mio posto». E pulisce la sedia con un fazzoletto;

5- Infine: Gli ultimi 20 minuti di trasmissione sono stati – come si dice – “fuffa”. Santoro e Berlusconi se le sono date di santa ragione, sembravano Don Camillo e Peppone. Ma sul piatto sono stati messi i rancori personali – vedi l’«editto bulgaro» – che al pubblico fregano zero.

Insomma, stasera su Twitter circolava un hashtag alternativo a #Serviziopubblico: #seviziapubblica. E’ stata questa. La prossima volta, visto il largo anticipo con cui la redazione del programma ha potuto preparare la puntata, si faccia meglio. Altrimenti il Cavaliere vincerà ancora. E saranno dolori per tutti.

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consulta«La Corte costituzionale in accoglimento del ricorso per conflitto proposto dal Presidente della Repubblica ha dichiarato che non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, captate nell’ambito del procedimento penale n. 11609/08 e neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, terzo comma, c.p.p. e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti». Quello che avete appena letto è il comunicato con cui la Consulta ha annunciato di aver accolto il ricorso del capo dello Stato Giorgio Napolitano, che nel luglio scorso ha sollevato il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato (presidente della Repubblica e Procura di Palermo) riguardo le telefonate intercorse fra lui e Nicola Mancino, intercettato dai magistrati palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Si tratta di sole quattro conversazioni fra le 9.295 totali, avvenute fra il 7 novembre 2011 e il 9 maggio 2012 sulle sei utenze del già presidente del Senato, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura messe sotto controllo. Ora si attendono le motivazioni della sentenza, che arriveranno nei prossimi mesi, probabilmente a gennaio. Si tratta di un “inedito”, anche se ci sono due precedenti degni di nota. Il primo vide coinvolto, nel 1997, Oscar Luigi Scalfaro – il procedimento era quello per la bancarotta della Sasea: l’ex inquilino del Quirinale venne intercettato nel 1993 dalla Guardia di Finanza mentre parlava con l’amministratore delegato di Banca Popolare di Novara Carlo Piantanida e le conversazioni furono pubblicate quattro anni dopo da “Il Giornale” – ma non venne sollevato alcun conflitto di attribuzione. Merito anche dell’intervento dell’allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, che “scagionò” i magistrati. «Non hanno violato alcuna norma – disse rispondendo all’interpellanza presentata da Francesco Cossiga – anche se la procedura seguita non appare in linea con i principi della Costituzione a tutela del presidente della Repubblica». Il secondo riguarda le chiamate fra lo stesso Napolitano e l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso all’indomani del terremoto in Abruzzo (conversazioni senza nessun rilievo ai fini dell’inchiesta). Tornando però alla sentenza di pochi giorni fa, le incongruenze non mancano. Nel comunicato, la Corte fa riferimento al terzo comma dell’articolo 271 del codice di procedura penale, che recita: «In ogni stato e grado del processo il giudice dispone che la documentazione delle intercettazioni previste dai commi 1 e 2 sia distrutta, salvo che costituisca corpo del reato». Ma l’articolo del c.p.p. che disciplina la distruzione delle intercettazioni non utilizzabili è il 269, che richiama – non a caso – il terzo comma del 271. «Gli interessati, quando la documentazione non è necessaria per il procedimento, possono chiederne la distruzione, a tutela della riservatezza, al giudice che ha autorizzato o convalidato l’intercettazione», è scritto nella disposizione. La quale prosegue specificando che «il giudice decide in camera di consiglio a norma dell’articolo 127». «Quella della Consulta è una sentenza “innovativa”. Questo perché non è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 269 nella parte in cui impone il rito dell’udienza camerale malgrado si faccia riferimento a “modalità idonee ad assicurare la segretezza” del contenuto delle intercettazioni », dichiara Luigi Li Gotti, responsabile Giustizia dell’Italia dei valori. «Ma cosa accadrà – si domanda il senatore dipietrista – quando il gip di Palermo dovrà provvedere alla distruzione dei nastri? In base a quale norma del sistema procederà? In questo modo si crea una situazione di imbarazzo, anche perché dovrà poi essere redatto un verbale dell’operazione (secondo quanto stabilisce il comma 3 dell’articolo 269, ndr)». Il giudice rischia, addirittura, di commettere un reato. «Ci deve essere una norma “di copertura” – afferma ancora Li Gotti – perché distruggere una prova processuale senza uno “scudo” è soppressione di prove. Aspettiamo le motivazioni, ma da quanto sembra allo stato attuale il gip sarà messo in grave difficoltà e rischierà addirittura una denuncia per abuso in atti d’ufficio ». Sull’argomento si è espressa recentemente (febbraio 2007) anche la Corte di Cassazione che, in accoglimento di un ricorso presentato in merito alla distruzione di telefonate intercettate senza che gli interessati fossero stati avvertiti dell’udienza in cui si è adottata simile deliberazione, ha dichiarato che «la distruzione » deve essere decisa «in camera di consiglio a norma dell’art. 269 commi 2 e 3 del codice di rito. E il comma 2 di quest’ultima disposizione, a sua volta, richiama il precedente art. 127».

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