Archivio mensile:maggio 2012

Inchiostro rosso sangue – da “Il Punto” dell’11/05/2012

Sono 85 i cronisti uccisi in Messico dal 2000 ad oggi. Più di 45 solo negli ultimi sei anni, da quando al potere c’è Felipe Calderón. I narcos e la criminalità organizzata sono le cause principali degli omicidi. Ma spesso dietro questi casi c’è il benestare di politici collusi con la malavita  

L’hanno trovata morta nella sua abitazione a Xalapa, nello stato orientale di Veracruz, 300 chilometri dalla capitale Città del Messico. Il suo corpo è stato rinvenuto in bagno, con chiari segni di percosse e di strangolamento. Regina Martinez era una giornalista. Una cronista coraggiosa. Che non si è arresa – malgrado la spietata “caccia ai reporter” che si è scatenata in Messico negli ultimi due lustri – e che ha perso la vita in «circostanze ancora da chiarire». Il movente appare però nitido. Gli ultimi articoli che Regina (corrispondente della rivista Proceso, settimanale indipendente fondato nel 1976) aveva scritto riguardavano due esponenti politici del Partido Revolucionario Institucional candidati alla Camera dei deputati, e i rapporti fra la polizia e i narcotrafficanti. Una vicenda che si intreccia con quella di 84 suoi colleghi, uccisi dal 2000 ad oggi. Più di 45 solo dal 2006, anno in cui il cristiano-conservatore Felipe Calderón ha preso il potere. Vite spezzate dalla criminalità organizzata e da una politica con essa collusa, tanto che secondo un rapporto della Press Emblem Campaign il Messico è (insieme al Pakistan) il Paese in cui è più difficile operare la professione.

OLTRE IL SILENZIO – Yolanda Ordaz de la Cruz, Miguel Ángel Lòpez Velasco, Noel Lòpez Olguìn, Raùl Régulo Garza Quirino. Potremmo continuare, la lista è – purtroppo – lunga. Tutti i nomi che avete appena letto sono di giornalisti uccisi negli ultimi anni. Yolanda Ordaz era una cronista del quotidiano Notiver, trovata senza vita a Veracruz (stesso stato in cui viveva Regina Martinez). Uccisa nel luglio 2011 mentre stava indagando sull’assassinio del vicedirettore della sua testata, di sua moglie e di suo figlio. Anche Miguel Ángel Lòpez Velasco è stato assassinato insieme alla sua famiglia. Aveva 55 anni e anche lui scriveva per Notiver. Era redattore per La Verdad de Jàltipan Noel Lòpez Olguìn, ammazzato dopo una prigionia durata oltre due mesi. Raùl Régulo Garza Quirino, collaboratore del settimanale La Ùltima Palabra, è stato invece freddato a gennaio da un gruppo di uomini armati mentre era a bordo della sua auto. Ma a fare clamore sono stati anche i casi di Hugo Cesar Muruato (giornalista radiofonico di Chihuahua, dov’è concentrato il 30 per cento dei 41mila omicidi dovuti alla guerra fra Stato e narcos degli ultimi anni); di Marìa Elizabeth Macìas, caporedattrice di Colonia Madero, decapitata; di Marcela Yarce e Rocio Gonzalez Trapaga, amiche e colleghe, i cui corpi sono stati sono stati ritrovati nel parco Iztapalapa, in un quartiere di Città del Messico. Era settembre 2011. Malgrado l’esistenza di una procura speciale per indagare sui crimini della libertà di espressione (la Fiscalía Especial), nessuno di questi casi è mai stato risolto. Il 6 marzo scorso il Senato messicano ha approvato un emendamento costituzionale che considera l’omicidio di un giornalista un crimine contro la libertà di espressione. Un provvedimento necessario, arrivato però con grave ritardo.

LADY CORAGGIO – C’è però chi non si arrende, e continua a combattere oltre ogni intimidazione, minaccia e sopruso. La storia di Lydia Cacho è l’emblema di chi il bavaglio non vuole metterlo. Di chi non intende autocensurarsi. Di chi, a rischio della propria vita, racconta lo sporco nascosto nelle pieghe della società. Lydia è giornalista, scrittrice ed attivista per i diritti delle donne e dei bambini. Nel 2003 scrive alcuni articoli per il quotidiano Por Esto!, in cui denuncia i presunti abusi sessuali nei confronti di minori nella città di Cancún. Due anni dopo esce il suo primo libro, Los Demonios del Éden (“I demoni dell’Eden”), in cui svela un ecosistema di prostituzione e pedopornografia che ha il benestare di politici e uomini d’affari, e in cui viene accusato in maniera esplicita il famoso proprietario di alberghi Jean Succar Kuri. Sono coinvolti – secondo quanto racconta lei nel volume – anche altri personaggi di spicco della società messicana. Uno di questi, Kamel Nacif Borge, la cita per diffamazione. Lydia viene arrestata illegalmente, malmenata, minacciata a poi rilasciata su cauzione. Una sospensione della libertà voluta, come riveleranno le intercettazioni telefoniche rese pubbliche pochi mesi più tardi, dal Governatore dello stato di Puebla Mario Marìn Torres e dallo stesso Borge. Nel 2007 la Corte Suprema del Messico ammette che la decisione di arrestare Lydia Cacho era priva di fondamento, e la Commissione nazionale Onu per i diritti umani la invita a lasciare il Paese per salvaguardare la propria incolumità. Lei non abbandona il Messico, anzi. Nel 2010 esce in tutte le librerie la sua opera seconda, Las esclavas del poder (“Le schiave del potere”), un’inchiesta sulla tratta di giovani donne. Le minacce non finiscono, ma lei assicura che malgrado qualcuno «voglia mettere a tacere il mio lavoro, questo non succederà».

«SISTEMA CORROTTO» – «La violenza contro i giornalisti in Messico è un problema ancestrale. La situazione è peggiorata quando è iniziato il confronto con il narcotraffico, che coinvolge persone che appartengono a governo, polizia ed esercito. Dal 2000, con l’avvento al potere del Pan (Partito d’Azione Nazionale, ndr), la condizione dei cronisti è migliorata perché si possono trattare temi che in precedenza erano tabù. L’altra faccia della medaglia è però il fatto che molti colleghi sono finiti nel mirino della criminalità e sono morti». Lo dice a Il Punto un giornalista messicano, di cui preferiamo non rivelare il nome. «Dal 2009 ad oggi – prosegue – hanno perso la vita 30 reporter, altri 4 sono spariti e ci sono stati 26 attacchi contro le sedi dei mezzi di informazione. Il grosso problema è che nessuno di questi casi è stato risolto. Ora è in corso la discussione di una legge che permette alle autorità di investigare sulla morte dei giornalisti, ma dopo anni di omicidi sembra essere una presa in giro». Il punto nevralgico della questione è un altro: «In Messico il sistema giudiziario è torbido, la corruzione esistente impedisce che le cose migliorino. In questo ambito – con alcune eccezioni – gli stipendi sono molto bassi. Con i loro soldi i narcos possono comprare qualsiasi cosa e qualsiasi persona. Per fortuna ci sono molti colleghi, oltre a Lydia Cacho, che malgrado tutto continuano a fare il loro lavoro con dedizione». Con Calderón la situazione non è migliorata: «Lui pensava di risolvere la situazione con l’esercito, invece si è scatenata una guerra. I narcos sono armati fino ai denti, sono già morte decine di migliaia di persone. Mi piacerebbe che si dicesse più spesso che le armi di cui dispongono i narcotrafficanti arrivano dagli Stati Uniti, con cui ci sono collegamenti importantissimi che gli permettono di attraversare la frontiera con la droga ed avere informazioni riservate». Il primo luglio ci sono le elezioni: «Se tornasse al potere il Pri (Partito Rivoluzionario Industriale, ndr) potrebbe essere raggiunto un accordo con i narcos per evitare che questi ultimi usino ancora la violenza. Con il Pan e con la sinistra una cosa simile non potrebbe accadere. Anche con un patto del genere non è detto che la situazione per la stampa migliori».

PROBLEMA GLOBALE – Quello di giornalisti uccisi e minacciati dalla criminalità e dal “potere” non è però un problema che indossa solo la bandiera tricolore del Messico. Secondo la già citata Press Emblem Campaign, nei primi tre mesi del 2012 sono 31 i cronisti che hanno perso la vita in altre aree del mondo. Una cifra che è raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2011. Solo in Siria – dove proseguono le rivolte contro il regime di Bashar al-Assad – sono caduti 9 reporter, 5 stranieri e 4 delle testate nazionali. Fra i primi anche l’americana Marie Colvin e il francese Rem Ochlick, morti alla fine di febbraio durante un bombardamento nella città di Homs. Il presidente della Ong con sede a Ginevra, Blaise Lampen, ha sottolineato come «il pesante tributo pagato in Siria colloca il Paese in prima linea tra i luoghi più pericolosi per i giornalisti». Ma sulla black list degli Stati a rischio ci sono anche Somalia (3 morti), India (2), Bolivia (2), Nigeria (2), Afghanistan, Filippine, Thailandia, Haiti, Honduras, Colombia e Brasile. Lo scorso anno sono morti 106 giornalisti. Solo un terzo a causa di incidenti. Numeri, storie e persone che volevano solo fare il mestiere più bello del mondo.

Twitter: @GiorgioVelardi

«Abbandonata dalle istituzioni, lotto per potermi operare» – da “Il Punto” del 4/05/2012

Quella di Augusta è una di quelle storie che non vorresti raccontare mai. Perché speri che malgrado la crisi, le polemiche e le boutade a cui siamo abituati, prevalga il buonsenso. Che sembra invece essere andato a farsi benedire. Augusta vive a Perugia, ha 30 anni. I suoi reni non funzionano regolarmente, fa dialisi tutti i giorni da quando ha 16 anni. E nel 2001 è stata sottoposta ad un trapianto, che non ha però avuto i risultati sperati. I problemi sono continuati, e la ragazza ha dovuto riprendere le cure. «Vorrei mettermi in lista d’attesa all’Ismett (Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie ad Alta Specializzazione, ndr) di Palermo. Ma non ho la possibilità di trasferirmi in Sicilia perché non ho i mezzi neanche per vivere. Prendo 280 euro di pensione di invalidità al mese. La stessa cosa vale per mia madre», dice lei contattata da Il Punto. Augusta prosegue raccontando che le istituzioni le hanno voltato le spalle, e che ha pensato ad un piccolo finanziamento per poter coronare il sogno di tornare a condurre una vita con la “v” maiuscola. Però «le finanziarie senza garanzie non ti danno un euro – prosegue lei –. Non c’è nessuno che mi abbia offerto la propria disponibilità, e sono arrivata al punto di pensare di rivolgermi a qualche strozzino». La giovane chiede un aiuto, auspica che qualcuno si faccia avanti e raccolga il suo appello. «Lo sai quanto ho io oggi nel portafoglio?», domanda. «Cinque euro». È vita? Chiunque sia disposto a fare una donazione ad Augusta può scrivere alla redazione de Il Punto ([email protected]). Vi metteremo in contatto con lei. Sperando siate in tanti a scriverci.

Onorevole sanità – da “Il Punto” del 4/05/2012

I nostri parlamentari (più i loro familiari e i giudici della Corte Costituzionale) non saranno toccati dal taglio di 17 miliardi di euro che nel 2015 colpirà il Servizio sanitario nazionale. Motivo? La loro salute è gestita da un Fondo di solidarietà a cui sono iscritte, secondo i dati del 2010, oltre 5.000 persone. Il costo? Più di 10 milioni di euro  

Un «refuso». Così il ministro del Welfare Elsa Fornero ha definito quello che sembrava essere l’ennesimo schiaffo – o «paccata», nel senso più spregiativo del termine – per gli italiani: l’estensione del ticket per gli esami specialistici ai disoccupati. «Un provvedimento che comporterebbe un aggravio per il bilancio familiare fino a centinaia di euro mensili», ha dichiarato immediatamente Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale per la salute nelle Regioni italiane. Fornero ha fatto dietrofront, facendo sapere che il ticket resterà gratis, e che il «refuso» sarà cancellato con un emendamento al ddl lavoro. Potremmo discutere sulla professionalità dei tecnici, ma andiamo oltre. Perché una delle espressioni d’ordinanza del governo Monti è spending review. In italiano «revisione della spesa». Cosa verrà tagliato in concreto non è ancora dato sapere, anche se il ministro Passera ha sentenziato che «lo spazio per ridurre costi inutili c’è». E fra questi, perché no, ci sono anche le spese sanitarie per i nostri parlamentari. I quali non hanno nulla a che fare con il Servizio sanitario nazionale (che rischia di veder ridotte le proprie risorse di 17 miliardi di euro nel 2015), visto che provvedono alla loro salute attraverso un’assistenza integrativa (Asi) gestita da un Fondo di solidarietà alimentato con detrazioni mensili dalla busta paga ed estensibile anche ai familiari. Che, nel solo 2010, è costato quasi 10 milioni e 200mila euro. Ma se il fondo è autofinanziato qual è il problema? Che la quota versata ogni trenta giorni è “scalata” dallo stipendio, pagato con i soldi degli italiani.

L’ESERCITO DEI 5.000 – I dati a disposizione, che fanno riferimento all’anno 2010 – quando i deputati radicali, incontrando non poche resistenze e arrivando a minacciare lo sciopero della fame, chiesero spiegazioni a riguardo e poi pubblicarono i risultati su Internet –, parlano di oltre 5mila persone iscritte: 630 deputati in carica e 1.109 loro familiari; 1.329 titolari di assegno vitalizio e 1.388 loro familiari; 484 titolari di assegno vitalizio di reversibilità e 25 loro familiari; 2 giudici emeriti della Corte Costituzionale e 2 familiari dei giudici della Consulta titolari di reversibilità. Ogni mese i deputati versano 526,66 euro a testa, che vanno ad alimentare il Fondo di solidarietà, approvato dall’Ufficio di Presidenza della Camera il 12 aprile 1994 (come si legge nella prima pagina del regolamento) e amministrato dal Collegio dei Deputati Questori. Prova provata di quanto detto finora, all’articolo 13 del documento è specificato che «il Fondo di solidarietà assume i compiti relativi all’assistenza sanitaria integrativa ai deputati e ai loro familiari». Nel “Regolamento di assistenza sanitaria integrativa dei deputati” sono invece reperibili le altre informazioni utili a capire il funzionamento della “macchina”. I deputati in carica sono iscritti d’ufficio al sistema di assistenza sanitaria integrativa – uno di loro ci dice che ne avrebbe «fatto a meno», ma che è «obbligatorio» –, mentre possono essere inclusi anche i deputati cessati dal mandato titolari o in attesa di assegno vitalizio, i familiari beneficiari e non di una quota dell’assegno vitalizio, e infine giudici, giudici emeriti e familiari dei giudici della Corte Costituzionale (in quest’ultimo caso beneficiari del trattamento di reversibilità). All’articolo 2 (Altri soggetti iscritti) è scritto che i deputati e i giudici possono estendere l’iscrizione al sistema di assistenza sanitaria a coniugi, figli e soggetti ad essi equiparati (non coniugati e fino al 26esimo anno di età), figli inabili su lavoro in modo permanente ed assoluto, coniugi separati o divorziati che percepiscono però un assegno di mantenimento e conviventi more-uxorio (riconosciute dunque le famiglie di fatto, ma per ora solo se i conviventi non sono dello stesso sesso, come dimostra la vicenda dell’Onorevole Anna Paola Concia, che ha avviato un contenzioso per estenderla alla sua compagna). I costi sono irrisori, visto che alcuni dei parlamentari che hanno deciso di estendere l’Asi ci hanno parlato di cifre che oscillano fra i 50/70 euro in più a persona. Tante uscite ma poche entrate, dunque. E ci si meraviglia se poi i conti sono in rosso.

PRESTAZIONI E COSTI – Ma quali sono le prestazioni che vengono erogate dall’Asi? Si va dagli accertamenti diagnostici alle terapie psichiatriche, psicoterapeutiche e psicologiche, passando attraverso il parto, l’assistenza infermieristica per intervento chirurgico, la fisioterapia e le cure termali. Perché del resto, come disse tempo fa il “prode” Onorevole Domenico “Mimmo” Scilipoti, «i trattamenti termali hanno benefici sull’apparato respiratorio, sulla circolazione sanguigna e sulle malattie dermatologiche. In più incrementano il turismo e i posti di lavoro». E quanto costa, tutto ciò, alle nostre tasche? Nel 2010 la cifra ha toccato quota 10 milioni e 117mila euro (nel 2008 furono quasi 13 milioni, nel 2009 circa 11). Parliamo, a conti fatti, di 28mila euro al giorno, 810mila euro al mese. Si passa dal rimborso di 2 milioni e 743mila euro dei deputati in carica ai 5 milioni e 347mila di quelli titolari di assegno vitalizio. Mentre per i giudici della Corte Costituzionale si scende ad appena – verrebbe da dire – 8mila euro. Quali sono i settori di spesa più gettonati? Al primo posto ci sono ricoveri ed interventi (3.173.526 euro), a cui fanno immediatamente seguito le cure odontoiatriche (3.092.755, il 30 per cento dell’intero budget). Molto più staccate le altre voci, anche se saltano all’occhio i 974mila euro circa per le cure fisioterapiche, i 257mila per la psicoterapia, i 204.171 per le cure termali e, addirittura, i 488.164 euro per gli occhiali. Infine ci sono i 37.412 euro per le protesi ortopediche, i 28.138 euro per le vene varicose («sclerosante») e i 153.190 per i ticket sanitari. Perché, se malauguratamente un deputato dovesse trovarsi in un qualsiasi ospedale di periferia e fosse costretto a pagare di tasca propria, può chiedere un successivo rimborso alla Camera. Ovviamente, per alcune voci di spesa, ci sono dei massimali. Ad esempio per le cure odontoiatriche il plafond è di 23.240,56 euro a famiglia per 5 anni. «Ci si possono impiantare i denti d’oro», dice un altro dei deputati beneficiari del trattamento. Per le cure termali l’importo limite annuo è di 1.240 euro, mentre le visite generiche e quelle omeopatiche vengono gestite singolarmente (non più di 150 euro cadauna la prima, massimo 55 euro la seconda). Dulcis in fundo, ecco i plafond annui di 3.100 euro per la psicoterapia e di 3.500 euro per le protesi acustiche bilaterali. E la chirurgia estetica? Nel “Tariffario per l’assistenza sanitaria integrativa dei deputati” c’è anche quella (pag. 8), ma sono rimborsate al 90 per cento solo medicazioni di ustioni Nas, chemiochirurgia della cute e infiltrazione di cheloide. Protesi al seno e nasini alla francese non sono (per ora) contemplati.

PAGA “PANTALONE” – Avete presente quanto accaduto negli ultimi mesi alla sanità pubblica? Pazienti “parcheggiati” e addirittura legati alle barelle, ambulanze che non ci sono – e allora ci si affida a quelle private, con i tragicomici risultati che vi abbiamo raccontato nel numero 10 de Il Punto –, medici ed infermieri costretti a doppi e tripli turni perché si è in carenza di personale. Ebbene, a margine di tutto ciò, nella Capitale la Asl Roma A (quella a cui appartengono anche il Policlinico Umberto I e il Fatebenefratelli) ha stipulato una convenzione con la Camera dei deputati in data 27 aprile 2009. La quale mette a disposizione «medici dirigenti dipendenti operanti presso i propri Servizi di Anestesia e Rianimazione, nonché infermieri professionali dipendenti operanti nell’Area dell’emergenza, e cinque unità di personale infermieristico che svolgono l’orario di servizio di 36 ore settimanali interamente presso i presidi di palazzo Montecitorio e palazzo Marini». La convenzione, al via qualche mese più tardi (1° novembre), è stata rinnovata pochi giorni fa. Nel 2009 il costo era di 220mila euro, lievitato addirittura a 960mila nel 2010. «La Asl Roma A assicura – senza ulteriore onere per la Camera – la sostituzione temporanea con altro personale degli infermieri, qualora si verificasse l’impossibilità, per assenza di alcuni di essi comunque motivata, di assicurare la copertura dei turni di servizio presso i presidi», si prosegue. Oltre le 36 ore settimanali lo “straordinario” è a carico della Camera. Pure. Poi ci sono altre convenzioni, che messe insieme superano i 500mila euro. La prima, di 31mila euro, è con Ambulanze Città di Roma Srl («Servizio di Ambulanza»); la seconda, di 435mila euro, con il Policlinico Gemelli per «Assistenza medica d’urgenza»; infine ce ne sono altre tre con studi privati, il cui valore va oltre i 130mila euro. Tanto per non farsi mancare nulla. Insomma alla fine, in un modo o nell’altro, paga Pantalone. Con buona pace della nostra anima.

Twitter: @GiorgioVelardi

Pantano giustizia – da “Il Punto” del 27/04/2012

Corruzione, intercettazioni e responsabilità civile dei magistrati. Guardando al nodo-concussione, che rischia di investire i processi in corso, compreso il caso Ruby. Sono le spine nel fianco del ministro Severino, che deve convincere Pdl, Pd e Terzo polo ad abbracciare una posizione comune. E nel frattempo arrivano i primi dati sul «Salva-carceri»: solo 312 detenuti in meno, un vero flop

«Mi sembra di capire ci sia una grandissima diffusione di trasgressività». Le parole pronunciate a il Fatto Quotidiano da Gherardo Colombo, ex magistrato del pool di Mani pulite, fanno da trait d’union con quelle del ministro della Giustizia Paola Severino, secondo cui «combattere la corruzione è lo scopo che si prefigge ogni governo. E questo governo – prosegue il Guardasigilli – se lo pone in maniera particolare». Nel tempo della politica dei tecnici la giustizia è una questione centrale. Ma, come per tutti gli altri problemi sul tavolo della “banda” Monti, ci sono i partiti che tengono in vita l’esecutivo a rimodellare i provvedimenti a loro immagine e somiglianza. Corruzione, intercettazioni e responsabilità civile dei magistrati sono le tre spine nel fianco di Severino, che nei giorni scorsi (con un emendamento) ha avanzato le sue proposte – come l’aumento a cinque anni per il reato di «corruzione in atti d’ufficio», punibile oggi con una pena che va dai sei mesi ai tre anni di carcere –, specificando però che «rimane il grande ruolo del Parlamento, che può approvare modifiche». Come a voler ammettere la presenza di “entità supreme” (i partiti, appunto), con il rischio di stravolgimenti che rimane dietro l’angolo. Ma in via Arenula bisogna fare i conti anche con un altro problema, ovvero quello che riguarda i penitenziari. Perché dall’entrata in vigore del «Salva-carceri» sono solo 312 i detenuti in meno. E i numeri di posti letto disponibili nelle prigioni, denuncia l’associazione Antigone, sono addirittura «truccati». Un vero flop, malgrado gli entusiasmi della prima ora.

«SALVA-BERLUSCONI»? – Il nodo fondamentale è il cosiddetto ddl anticorruzione. Che, ha assicurato Severino, «è un’occasione per i partiti, vista la necessità di riaffermare il principio di “governo della politica”, riconquistando la fiducia dei cittadini». Questo in via ufficiale. Perché nel concreto i tre schieramenti sono fermi sulle loro posizioni. Inamovibili. E il rischio, neanche troppo nascosto, è quello che alla fine si arrivi ad un “baratto” che non scontenti nessuno, con il Pdl ancorato a due capisaldi: le intercettazioni telefoniche e la responsabilità civile dei magistrati. La scorsa settimana le commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera hanno fissato al 4 maggio il termine per la presentazione dei sub-emendamenti e all’8 la data di una nuova riunione congiunta per esaminare il provvedimento. Si farà tutto, neanche a dirlo, dopo le elezioni amministrative. Segno che nell’agenda politica la questione giustizia non è una priorità. Il ministro ha dovuto prendere atto, dicendo che tale decisione «era prevedibile», e assicurando che «se dovessi constatare un rallentamento chiederò ai presidenti delle commissioni congiunte della Camera di fissare un calendario di sedute più fitto». Le novità rilevanti sono l’introduzione del reato di corruzione tra privati – il rischio, in concreto, è una condanna che va da uno a tre anni –; quello di traffico di influenze illecite, che si affiancherà al millantato credito con l’introduzione nel Codice penale dell’art. 346 bis; lo spacchettamento del reato di concussione, con la nascita dell’«induzione indebita a dare o promettere utilità», punibile con una pena che va dai 3 agli 8 anni di reclusione. Scelta che rischia di toccare i processi in corso, in primis quello per il caso Ruby. In caso di condanna, l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi godrebbe di una pena ridotta (rispetto ai dodici anni previsti dall’attuale normativa). Il che ha fatto subito gridare allo scandalo. Severino ha però smorzato le polemiche: «Non si può bloccare la produzione di nuove norme solo perché vi sono dei processi in corso». Mossa fatta (pare) per rispondere al solito ritornello del «ce lo chiede l’Europa» (e l’Ocse), che spingerebbe – e qui il condizionale calza a pennello – per cancellare il reato di concussione, esclusività del codice penale italiano. Ma a ben guardare, tutta la faccenda sembra essere più un escamotage che una reale richiesta delle istituzioni sovranazionali. Infatti il 21 marzo scorso, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, il direttore del servizio giuridico dell’Ocse Nicola Bonucci ha chiarito che «non abbiamo mai chiesto di eliminare la concussione in blocco, ma solo l’esonero da responsabilità del corruttore, che in ambito internazionale è un problema». Più chiaro di così.

INTERCETTAZIONI E TOGHE – Poi ci sono le altre due questioni roventi, ovvero le intercettazioni telefoniche e la responsabilità civile dei magistrati, con un occhio anche al falso in bilancio, su cui «ci sono disegni di legge pendenti in Parlamento: è una materia che merita una trattazione autonoma, e allora il governo non si sottrarrà ai suoi doveri». Sul primo punto, il ministro ha fatto sapere che «è maturo il tempo per una legge sulle intercettazioni telefoniche», specificando che sarà lei a presentarne una. «È necessario un filtro a monte, per evitare che intercettazioni non necessarie finiscano nei provvedimenti e poi sulla stampa – prosegue Severino –. Il pm e il gip, prima di qualsiasi atto che comporta una discovery, devono vagliare con grande attenzione il materiale ed eliminare tutto quello che può danneggiare parti non strettamente coinvolte». «Credo che in un disegno di riforma della giustizia il capitolo informazione sia da espungere, perché stabilire per legge cos’è interesse pubblico e cosa no è assolutamente fuori luogo. Si darebbe il segnale che la politica si chiude in sé stessa, con un supplemento di silenzio incomprensibile», dice a Il Punto Franco Siddi, segretario generale della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi). «I media e i giornalisti possono compiere errori e peccati, e in quel caso bisogna intervenire per evitare che si faccia della cattiva informazione. Però anche l’ultima ipotesi del disegno-Severino, laddove prevede che non si possa dar conto di intercettazioni fino a quando non c’è custodia cautelare, non ci avrebbe permesso di conoscere a fondo la vicenda della Lega. Noi abbiamo chiesto un incontro al ministro – dice ancora Siddi –, per chiederle di dare una mano a questa professione. È una sfida che abbiamo lanciato per fare in modo che si entri nel merito delle cose e che non si faccia, com’è capitato in passato, propaganda». Per quanto riguarda la responsabilità civile dei magistrati si riparte invece da quanto accaduto lo scorso 2 febbraio, quando la Camera ha approvato a scrutinio segreto, con 264 voti a favore e 211 contrari, l’emendamento del deputato leghista Gianluca Pini. La norma prevede che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto – o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia – può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto». Al Corriere della Sera il Guardasigilli, che deve ovviamente fare i conti con le proteste dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), ha dichiarato che «la situazione è complicata, e andiamo verso un voto al Senato che potrebbe essere anch’esso a scrutinio segreto. Io ascolto e comprendo le ragioni di tutti, ma dobbiamo trovare una via d’uscita rapida ed efficace, prendendo atto della situazione». Dunque, senza modifiche, l’emendamento Pini sarà approvato così com’è? «Mi pare un dato di fatto», ha risposto Severino. Ma su entrambi i temi pesa una questione che può sembrare marginale, ma che marginale non è: il beauty contest. La decisione del governo di mettere all’asta le frequenze televisive, provocando le ire dell’azienda di famiglia dell’ex premier, potrebbe diventare un boomerang che l’esecutivo non riuscirebbe a controllare, e che potrebbe provocare seri danni all’impianto delle riforme.    

«SALVA-CARCERI» FLOP – Severino, in sede di presentazione del decreto che avrebbe dovuto provare a risolvere la situazione dei penitenziari nel nostro Paese, era stata chiara: «Non è uno “Svuota-carceri” ma un “Salva-carceri”». Artifici retorici, più che pratici, visto che a poco più di tre mesi dall’entrata in vigore della norma i numeri parlano di un flop su tutta la linea. Dal 31 dicembre 2011 al 13 aprile 2012 la popolazione carceraria è diminuita di sole 312 unità (66.585 contro i 66.897, a fronte di 45.742 posti letto disponibili), secondo i dati elaborati da Antigone, l’associazione politico-culturale a cui aderiscono magistrati, operatori penitenziari e parlamentari che a diverso titolo si interessano di giustizia penale. «L’effetto del decreto “Salva-carceri” è stato quello di avere evitato la crescita ma non di aver ridotto significativamente i numeri dell’illegalità penitenziaria», si legge nel rapporto dell’associazione, in cui sono riportati i numeri di quella che continua ad essere una vera e propria emergenza nazionale. La Regione con il più alto tasso di sovraffollamento è la Puglia (188,8 per cento, a fronte di 2.463 posti disponibili e di 4.650 detenuti), seguita da Lombardia (174,4 per cento) e Liguria (168,3). Singolare il caso della Campania, dove ci sono addirittura più imputati (51,5 per cento) che condannati. Con un tasso di affollamento del 145,8 per cento – ossia 145 detenuti ogni 100 posti – l’Italia è il Paese più sovraffollato d’Europa. «Permane una condizione di crisi cronica che si è protratta per un altro anno, con tutto ciò che ne concerne», dichiara a Il Punto Alessio Scandurra, membro del direttivo di Antigone. «Ci sono sezioni di alcuni istituti che vengono chiuse, in attesa di avere risorse per interventi di manutenzione. Anche se il budget a disposizione è ridottissimo – prosegue –. Qui avviene il paradosso: se sulla carta la capienza regolamentare rimane sempre la stessa, o addirittura è data in aumento – trasformando spazi che erano dedicati ad attività comuni in celle –, girando per gli istituti si scopre che gli stessi che da un anno o due conservano la stessa capienza hanno in realtà alcune parti chiuse». Emblematico quanto avviene in Toscana: «La capienza del sistema regionale appare addirittura superiore rispetto al passato, ma da un’attenta analisi si scopre che il carcere di Arezzo è totalmente chiuso, mentre quello di Livorno è stato dichiarato in buona parte inagibile, e dunque sfollato. Poi c’è Porto Azzurro, dove ci sono due sezioni chiuse. Metterci nell’ottica che la capienza ufficiale non è neanche vera – conclude – crea ovviamente una situazione di grande allarme». Antigone, autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ad entrare in tutti gli Istituti di pena, ha poi redatto un dossier su alcuni di questi. E anche in questo caso i numeri sono da brivido. Si parte da Busto Arsizio (Varese), in testa alla lista degli istituti penitenziari nazionali per sovraffollamento, in cui a fronte di una capienza regolamentare di 167 posti ci sono 403 detenuti (414 per cento). Non se la passano meglio neanche Latina e Melfi. Nel primo caso il tasso di sovraffollamento tocca quota 270 per cento solo per quanto riguarda la popolazione maschile, con le celle che, pensate come singole, ospitano fino a 6 detenuti disposti su due letti a castello a tre piani. A Melfi (Potenza), oltre al sovraffollamento (206 per cento), il problema riguarda la carenza di fondi per il funzionamento ordinario della struttura. Basti pensare che la sala d’attesa per i familiari dei carcerati era una struttura esterna che versava in condizioni disastrose, e che l’amministrazione ha dovuto chiudere. Ma sul taccuino vanno annotati anche i casi di Genova (Marassi), Civitavecchia, Teramo, Roma Rebibbia, Cuneo e Bolzano. E menomale che mesi fa il ministro aveva detto senza mezzi termini che «dallo stato delle carceri si misura il livello di civiltà di un Paese». Niente di nuovo sotto il sole.

Twitter: @GiorgioVelardi