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Archivi - settembre, 2015



Denis_verdiniDenis Verdini torna alla carica. La prossima settimana il Senato riapre i battenti per discutere di riforme costituzionali e l’ex plenipotenziario di Forza Italia vuole giocare un ruolo da protagonista. Dimostrando al premier, l’amico Matteo Renzi, di essere non solo un alleato fidato ma, soprattutto, determinante. Per riuscirci è deciso a raddoppiare, portando il suo nuovo gruppo parlamentare Alleanza liberalpopolare-autonomie, dagli attuali 10 senatori del recente battesimo ad almeno 20.

Con la sinistra del Partito democratico sul piede di guerra, infatti, c’è il serio rischio che la stampella offerta da Verdini al presidente del Consiglio non basti ad assicurare i numeri necessari per riscrivere la Costituzione. Anche perché, pure tra gli attuali componenti di Ala, non manca chi, a cominciare dai cosentiniani e dai lombardiani, non sembra affatto disposto ad immolarsi “senza se e senza ma” alla causa del renzismo. Come ha dimostrato, prima della pausa estiva, il voto sulla riforma della Rai che, proprio a causa del “no” dei verdiniani, ha sottratto al governo la delega per riscrivere la disciplina del canone. Un campanello d’allarme da non sottovalutare per Verdini che si è già messo alla ricerca di possibili rinforzi. Prendendo di mira, anche nei giorni più caldi del mese di agosto, soprattutto i colleghi delgruppo Gal che l’ex fedelissimo di Silvio Berlusconi non fa mistero di voler annettere alla sua Ala. A cominciare soprattutto dall’ex Movimento 5 stelle Bartolomeo Pepe e dall’ex leghista Michelino Davico, che da poco ha aderito però ai Moderati di Giacomo Portas, deputato eletto nelle liste del Pd.

Così, negli ultimi giorni, i telefoni hanno iniziato a squillare incessantemente. E chi ha ricevuto la chiamata, o uno dei suoi tanti, insistenti, pressanti sms, racconta di un Verdini determinatissimo. “Dobbiamo arrivare a venti perché è ormai sicuro che Renzi romperà con la sinistra dem e in questa partita vale la pena esserci”, è il ragionamento che l’ex esponente di Fi ripete con insistenza. Con la solita ciliegina finale dell’ambitissima poltrona sullo sfondo: “Siamo talmente importanti da poter legittimamente ambire ad incarichi di governo”.

Parole che, giurano i destinatari delle sue telefonate e delle sue promesse, rivelano grande confidenza con il giglio magico del premier. “Renzi farà…”, “Lotti dice…”, sono le espressioni più ricorrenti utilizzate da Verdini nell’opera di reclutamento dalla quale dipende la riuscita del suo piano: salvare il governo dalle imboscate nel Vietnam del Senato assicurando i numeri in grado di mettere al sicuro il cammino delle riforme costituzionali. Un obiettivo sul quale l’ex braccio destro di Berlusconi ha deciso di rischiare tutto. Giocandosi la faccia nell’ultimo scampolo estivo di campagna acquisti.

(Articolo scritto il 3 settembre 2015 con Antonio Pitoni su ilfattoquotidiano.it)






Boat_People_at_Sicily_in_the_Mediterranean_SeaHo letto molte opinioni riguardo la foto che nelle ultime ore sta facendo il giro del mondo e scuotendo le coscienze di tanti. Sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, giace il corpicino senza vita di Aylan, tre anni appena, scappato dalla Siria insieme al fratello e alla madre (morti con lui). Un viaggio costato tremila euro, pagati a criminali senza scrupoli, e conclusosi tragicamente.

C’è chi dice che quell’immagine vada pubblicata “senza se e senza ma”, chi – al contrario – sostiene che sarebbe scorretto, visto il contenuto. Al di là del dibattito fra apocalittici e integrati, a tratti sterile, c’è una costante che provoca un dolore fortissimo. E cioè che quel fatto è successo. Si può non volerlo vedere, nella peggiore delle ipotesi fare finta che non sia mai accaduto. Ma quel bambino, foto o non foto, è morto. Come, purtroppo, ne sono morti tanti altri. Numeri, cresciuti a dismisura: dieci, cento, mille, duemila… Corpi che i fotografi non hanno immortalato, anime perdute nel tentativo di cercare e trovare una vita migliore.

È un sonoro schiaffo in faccia per tutti. Per l’Europa, per il mondo intero. Per quelle organizzazioni nazionali e internazionali che si sono rese complici (in certi casi, addirittura, volutamente) della mala gestione di un’emergenza umanitaria trasformatasi in un dramma. Evidentemente troppo occupate a rimpallarsi le responsabilità invece di raggiungere un accordo comune.

Fra i suoi compiti l’Onu, l’Organizzazione delle nazioni unite a cui aderiscono 193 paesi, ha quello di «promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a vantaggio di tutti gli individui». Eppure, nemmeno quell’immagine così cruda ha portato ad un’anticipazione del vertice fissato dal segretario generale Ban Ki-moon per il prossimo 30 settembre (praticamente fra un mese). Riposa in pace, piccolo Aylan. E perdonaci, se puoi.

Twitter: @GiorgioVelardi